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La ragazza nella nebbia - romanzo di Donato Carrisi

Anna Lou e’ bellissima nella sua insicurezza di sedicenne timida, dai tratti ancora infantili, minuta tra i capelli rossi e le lentiggini.

“La giustizia non fa ascolti. La giustizia non interessa a nessuno.”
La giustizia non è abbastanza accattivante per i riflettori, quello che fa audience è il mostro. Trova il mostro e avrai il tuo pubblico, ghiotto di servizi in diretta, salotti pomeridiani, opinionisti da prima serata, turismo del delitto corredato da foto ricordo.
Cosa cercate quando accendete la TV dopo l’ennesimo tragico fatto di cronaca? Le scelte dei media seguono una regola precisa : l'offerta si adegua sempre alla domanda.

E nel frattempo Anna Lou è scomparsa.
Allontanata dalla sua casa, forse morta, sparita dalla memoria perchè lei è solo la vittima. Il suo nome verrà dimenticato, invoca giustizia. Roba vecchia la giustizia, nell’arena il pubblico vuole altro. Vuole vedere la belva che ha addentato, le fauci spalancate e le zanne che colano sangue.

Anna Lou amava i gatti . E scriveva d'amore su un diario segreto.

Letti dieci, cento o mille thriller i profili delle vittime tendono ad assomigliarsi, i modus operandi ad amalgamarsi, le tecniche investigative a coincidere. Per un buon esito serve allora quell’elemento in più che faccia la differenza, che insaporisca con qualcosa di decisamente nuovo un piatto già cucinato.
Qui c'è: si chiama prospettiva.
Nel gioco di Donato , mentre tu cerchi il killer, il killer cerca te. Tu sei il pubblico.
Sospetti, indagini, aggiornamenti dell'ultima ora, il sadico, lo stupratore, l'assassino, il maniaco. Gli indizi non hanno bisogno di giudice nel tribunale popolare in diretta nazionale.

Dal ritmo apparentemente blando e dalla trama a prima vista elementare, il romanzo coglie di sorpresa il lettore rassegnato alla mediocrità e prende velocità, tra colpi di scena inaspettati e capitoli che si mischiano in un’ardita e avvincente maglieria temporale.
Semplice ma abile, giochi di ombre e scivolii ghiacciati su un lago su cui camminiamo quotidianamente. Finchè il peso non diverrà insopportabile e verremo ingoiati da acque gelide.

Vi siete forse dimenticati della piccola Anna Lou ?

Buona lettura.

Aria di novità - Carmen Korn

“Käthe prese la rincorsa e cominciò a saltare. Giunta all’altro lato della strada si fermò, parve per un attimo senza fiato, poi si voltò verso Henny e riprese a saltare. Approdò infine tra le braccia dell’amica, che l’accolse con sollievo. Otto salti per arrivare da casa dell’una a casa dell’altra. Come facevano da bambine, ma allora potevano vedersi anche solo affacciandosi dalle rispettive cucine”.

Dopo “Figlie di una nuova era” (2018) e “E’ tempo di ricominciare”(2019), è arrivato in libreria il 2 marzo, ancora una volta con Fazi Editore (527pp), il terzo libro della “trilogia del secolo”, la “Jahrundert Trilogie”, della giornalista e saggista tedesca Carmen Korn.

Con “Aria di novità”, si conclude il viaggio dell’autrice tra gli avvenimenti più importanti che hanno caratterizzato il “secolo breve”, raccontati attraverso la storia di un’amicizia forte, inossidabile – con i suoi turbamenti e le sue debolezze – tra quattro donne: Henny, Käthe, Lina e Ida, tutte nate nei primi anni del 1900, nel quartiere Uhlenhorst di Amburgo. Un quartiere in cui si scontrano i loro mondi, così diversi: levatrici le prime due, insegnante e in seguito libraia la terza, altoborghese la quarta. Stante le diversità, le quattro si ritrovano profondamente unite nell’affrontare la vita, nella gioia e nelle sofferenze. E’ così che le loro storie e quelle delle loro famiglie si intrecciano, indissolubilmente, agli eventi cardine del ventesimo secolo.

Se con il primo romanzo la Korn aveva affrontato un arco narrativo che va dal 1919 al 1948 e con il secondo quello che va dal 1949 al 1969, nel terzo, la scrittrice ripercorre gli avvenimenti che vanno dal 1970 al 1999.

Nonostante il lungo arco temporale in cui si snodano le vicende delle protagoniste, l’accurata caratterizzazione, piena di dettagli e sfumature, ce le presenta vicine, empatiche, autentiche, incredibilmente ‘vive’.

“In un mondo in cui a dominare è l’incertezza, ancor di più c’è il bisogno di memorie collettive in cui potersi ritrovare”, ha commentato la Korn in una recente intervista.

“Aria di novità” si apre nel marzo del 1970 tra i preparativi del settantesimo compleanno di Henny. Dopo la prematura perdita di Lud e il difficile matrimonio con Ernst, Henny, ancora giovane nell’animo e nel corpo, si accompagna ormai da due decenni al medico Theo Unger.

Ma non sono stati soltanto quelli i grandi cambiamenti della sua vita: Henny ha perso dapprima suo padre, arruolatosi nel 1916 e mai tornato e ha quindi attraversato gli anni del nazismo con il terrore di non ritrovare la sua grande amica, Käthe, deportata così come suo marito Rudi, entrambi oppositori del regime. Dopo la ricostruzione, il peggio sembra passato e c’è davvero una grande aria di novità in quest’ultimo trentennio.

Ma l’orrore non è ancora finito: gli anni ’70 sono gli anni della Rote Armee Fraktion, in cui la Raf riscuote un certo consenso tra i giovani studenti universitari tedeschi, almeno nel periodo antecedente alla fase stragista. Oltre al gruppo terroristico in cui viene coinvolta anche Ruth, figlia adottiva di Käthe e Rudi, tradendo i suoi ideali pacifisti – sono gli anni della guerra in Vietnam – dove è voluta andare anche Katja, nipote di Henny, aspirante reporter dai territori di conflitto, della Germania della DDR e della Stasi – dalla quale aiutano ad evadere i fratelli Jon e Stephan –, degli scandali della Casa Bianca e della grande minaccia dell’Aids – che ha turbato anche le vite di Alex e Klaus.

E’ in questo periodo di grandi cambiamenti che continuano ad inanellarsi le storie di queste inseparabili amiche e delle loro famiglie, culminato in un momento epocale: il crollo del Muro del 1989, che ha segnato la fine di un’epoca.

La narrazione ci accompagna fino al capodanno del 1999, la fine del secondo millennio, mentre “Alex stava suonando su un piano fatto uscire tanto tempo prima, con l’inganno, dall’ormai defunta DDR”.

Con il terzo, attesissimo volume, Carmen Korn chiude questa trilogia davvero memorabile.

Un viaggio emozionante e avvincente nel XX secolo, tra gli orrori e le contraddizioni che hanno segnato la Germania e il mondo di quegli anni del nostro recente passato, raccontato con gli occhi di queste quattro donne, con le loro paure, speranze, sconfitte e coraggio. La scrittura è fluida e coinvolgente, e densa di riferimenti narrativi, poetici e musicali, in equilibrio perfetto tra pathos e ironia.

Tre libri che scorrono veloci, mantenendo un ritmo narrativo vivace ed avvincente, che non cede mai alla noia, nonostante le oltre 1500 pagine, grazie soprattutto alla eccellente caratterizzazione dei personaggi.

Una trilogia che, mescolando sapientemente sentimenti, guerra, politica e terrorismo ti trascina tra le strade di Amburgo e della Germania di quegli anni, che sembrano prendere vita tra le pieghe del racconto.

Tre libri magistrali, anche grazie alla eccellente traduzione di Manuela Francescon. Tre libri che, in verità, non vorresti mai finire.

L'educazione - Tara Westover

Tara Westover è cresciuta alle pendici di una montagna dell'Idaho: ultima di sette fratelli, ha avuto un'infanzia ed un'adolescenza molto particolari che ha voluto raccontare nel memoir che sembra un romanzo, “L'educazione”. Adesso Tara è una storica, dopo una laurea alla Brigham Young University, ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia a Cambridge.

La sua è una vicenda sconvolgente e drammatica ma anche bellissima perché ci racconta di una persona dalla forza e dal coraggio straordinari e ci ricorda quanto l'educazione, l'istruzione e la conoscenza siano potenti ed abbiano la facoltà di risollevarci da una vita misera ed infelice.

La luce della ragione che finalmente rischiara un'esistenza ottenebrata dalle false credenze, dal fanatismo religioso e dalla superstizione: Tara ha vissuto nella sua giovane vita ciò che ha caratterizzato l'evoluzione del pensiero occidentale in secoli di storia.

Cresciuta in una famiglia di mormoni integralisti, Tara non è mai andata alla scuola pubblica; lei ed i suoi fratelli non potevano andare all'ospedale, essere curati da un medico, prendere medicine, avere un certificato di nascita, mettersi la cintura di sicurezza in macchina. Erano guidati da un padre fanatico, probabilmente affetto da disturbo bipolare e da una mamma sottomessa all'autorità maschile. In questa situazione spesso pericolosa, aggravata dalla presenza di un fratello molto violento che la maltratta psicologicamente e fisicamente, Tara riesce a superare l'esame di ammissione al College ed inizia a conoscere tutto ciò che non le era mai stato spiegato durante l'infanzia e la prima adolescenza.

A diciassette anni infatti, non ha mai sentito la parola “olocausto” e pensa che l'Europa sia uno stato e non un continente. Comincia a capire che probabilmente non esiste un complotto di federali che vuole uccidere tutta la sua famiglia, come pensava suo padre.

Tara non può fare altro che mettere una distanza fra se stessa e una parte della sua famiglia, è una scelta che diventa inevitabile, necessaria, ma è anche estremamente dolorosa. Ciò che forse mi ha colpito di più nella lettura del memoir, e che lo ha reso autentico nella mia percezione, è stata la narrazione di questa sofferenza nell'essere rifiutata dalla famiglia: l'educazione l'ha liberata ma ha provocato anche dolore.

Sarebbe stato enormemente più facile rimanere là sulla montagna: seppellire le violenze sotto tonnellate di negazione e rimozione, fare la brava donna che accetta l'autorità maschile senza discutere, sfornare bambini confidando solo nell'aiuto di Dio e di qualche rimedio omeopatico. Avrebbe continuato ad avere l'affetto e l'approvazione della propria famiglia ed a vivere secondo ciò che le era stato inculcato. Invece no.

Tara ha avuto la forza di seguire un'altra strada, di aprirsi al mondo esterno ed alla conoscenza, ha avuto l'incredibile energia che ci vuole per attuare una metamorfosi, una trasformazione. E dopo non era più la stessa ed ha dovuto rimanere fedele a questa nuova Tara, diversa, evoluta, cambiata, grazie all'educazione.

«Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.
Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento.
Io la chiamo un'educazione.»

La Malaluna - Maurizio Mattiuzza

Stretta tra le due guerre mondiali, la famiglia Sbaiz, friulana di lingua slovena, attraversa di contrabbando il Novecento e, insieme, l’Italia. Andate e ritorni, uomini con la pistola in tasca e donne dal coraggio calmo, tutti abituati a vivere divaricati, friulani «persi fra l’orgoglio della propria lingua e una diffidenza talmente antica da sembrare eterna». Gente abituata all’indifferenza del mondo, che alle attenzioni di un altro non crede mai fino in fondo.

La malaluna, primo romanzo (pubblicato da Solferino) di Maurizio Mattiuzza, poeta, paroliere, performer che anche nei versi canta di guerre, di lavoro, di confronti generazionali, è una storia conficcata nei racconti di famiglia, in una memoria trasmessa di padre in figlio che non contempla eroi ma sradicamenti, vendette, l’accanimento del regime.

Dalla rotta di Caporetto allo sbarco in Sicilia, il romanzo si apre con una promessa — «Padre, io quando muoio, vi vengo a cercare» — e finisce con Giovanni che davvero si presenta, come un’apparizione, al padre ormai vecchio. Valentino Sbaiz detto Tin, fornaciaio sotto l’impero austro-ungarico, la guerra l’ha combattuta giusto per non farsi ammazzare prima e gli è servita per capire che, se i confini si spostano con i trattati, la pellagra rimane ferma sopra i campi e la patria della gente cresciuta nella fame è il mondo intero.

È in quel Friuli diviso tra Regno d’Italia e Austria-Ungheria durante la Prima guerra mondiale, con una popolazione civile strapazzata da tutte le parti, che il racconto di Mattiuzza si radica, innervando la storia con le vicende personali di gente semplice che ha un filo di anarchia nel sangue. Qui, in prossimità della frontiera orientale, il fascismo è una forza che vuole tutti arresi, una paura capace di rendere muti.

Mattiuzza ha voce poetica quando narra la loro appartenenza a quel paesaggio che è anche, in parte, scenario del nuovo romanzo di Giorgio Fontana, Prima di noi (Sellerio). Con le fiammate di indignazione dei suoi protagonisti racconta la brutalità dello squadrismo, impersonato nella figura della spia Enea Zompicchiatti; lo spaesamento seguito allo scoppio della bomba che il 29 ottobre del Diciassette esplode in una colonna di profughi in fuga, «una biscia nera in mezzo alla pianura» a cui gli italiani hanno fatto credere che, rotto il fronte di Caporetto, i soldati di Francesco Giuseppe avrebbero bruciato tutti i paesi fino al Piave. È così che Giovanni, che ha poco meno di 8 anni, e suo fratello più piccolo, Tinaz, restano separati dalla madre e dalla sorella in fuga, mentre il padre è nelle trincee del Carso a combattere una guerra con altri contadini e operai come lui, che vengono da posti in cui non è mai stato e che parlano una lingua che non capisce.

Lo scrittore spezza il racconto seguendo il ritorno di Valentino Sbaiz da una «strana vittoria» che ha comportato «un morto ogni venti metri di terra e migliaia di case bruciate dal Monte Grappa fin quasi dentro l’acqua dell’Isonzo». Caporale di fanteria decorato sul Carso di Gorizia, riparte dal paese in cui è nato e dove non è rimasto più nessuno, neanche i gatti, viaggiando di treno in treno o camminando lungo i binari divelti per cercare la famiglia persa nel fiume di profughi in fuga dagli austriaci.

Moglie e figlia sono sfollate a Livorno, i due figli a Firenze in un istituto per orfani gestito dagli americani (il più piccolo è diventato sordo e muto, per lo scoppio della bomba).

Il viaggio in Italia di Valentino attraversa un’umanità allo sbando che si riscalda in amplessi provvisori: borsaneristi col messale il mano, cronisti pronti a barattare la propria integrità per un posto a Roma, santi e carogne, tutti disposti a giocarsi la morte in una mano sola.

La saga di Mattiuzza è una cavalcata dolente in un piccolo mondo dimenticato dalla storia che torna a bussare alla memoria. Una guerra che sembra non finire mai lega i padri e i figli: obbedire è un verbo che si usa malvolentieri e fare finta di non avere più nulla da perdere è l’unico modo per fregare il destino.

Se il padre è stato due anni nelle trincee del Carso nella Prima guerra, il figlio Giovanni nella Seconda sarà tra quelle migliaia di morti che, secondo Mussolini, erano necessari a far sedere l’Italia tra le grandi nazioni del mondo. «Lontananza» lo hanno chiamano i commilitoni, non si sa se perché arriva da una manciata di pietre appena sopra Udine o perché non parla quasi mai.

Finirà a Gela, in Sicilia, insieme a migliaia di altri fanti che niente possono contro le navi cariche di uomini e contro gli aerei degli Alleati. Emigrazione, guerra, miseria, trincea e solitudine: Mattiuzza le attraversa in punta di penna seguendo il filo della vita in cui la vendetta è, a volte, l’unica forma di giustizia.

La confraternita degli storici curiosi - Jodi Taylor

La confraternita degli storici curiosi (Just one damned thing after another) è il primo romanzo di The Chronicles of Saint Mary’s, un formidabile mix di fantascienza, narrativa storica e humor anglosassone. L’autrice, Jodi Taylor, finora ha pubblicato dieci romanzi e una quindicina di racconti ambientati nel campus dell’immaginaria università di Thirsk, presso l’istituto di ricerca storica più strano e singolare che si sia mai sentito.

I suoi membri possono viaggiare indietro nel tempo a eventi specifici della storia, osservando e documentando il loro reale svolgimento. L’unica direttiva consiste nel non interferire né interagire con il passato, perché se cambi la storia questa farà del suo meglio per rimuovere il problema. E per problema s’intende qualsiasi storico s’intrometta.

La scrittrice non fa alcun tentativo per spiegare la tecnologia alla base del viaggio nel tempo o per affrontarne i paradossi, ma si aspetta che il lettore sospenda il giudizio e accetti il fatto che la St. Mary ne abbia accesso e se ne serva per i suoi scopi. La parte scientifica, infatti, è ridotta al minimo lasciando ampio spazio ai personaggi e ai loro sentimenti. Tra le pagine del romanzo l’umorismo è dilagante, ma le situazioni comiche, anche se numerose, non sono mai eccessivamente esagerate.

La protagonista principale, la dottoressa Madeleine Maxwell (“Max”), è una storica con un tragico passato alle spalle e senza legami familiari. In questo primo libro della serie, viene reclutata dall’istituto di ricerca e con l'aiuto e la guida di un eccentrico gruppo di accademici, ingegneri e tecnici diventerà una delle migliori agenti della St. Mary.

La confraternita degli storici curiosi, opera forse di science fantasy più che di science fiction, può essere assimilata, nonostante le innegabili differenze, ai cicli fantascientifici della Oxford Time Travel Series di Connie Willis (in italiano sono stati tradotti soltanto Squadra antincendio e L’anno del contagio) e de La compagnia del tempo di Kage Baker.

Il libro:

Dietro la facciata apparentemente innocua dell’Istituto di ricerche storiche Saint Mary, si nasconde ben altro genere di lavoro accademico. Guai, però, a parlare di «viaggio nel tempo»: gli storici che lo compiono preferiscono dire che «studiano i maggiori accadimenti nell’epoca in cui sono avvenuti». E, quanto a loro, non pensate che siano solo dei tipi un po' eccentrici: a ben vedere, se li si osserva mentre rimbalzano da un’epoca all’altra, li si potrebbe considerare involontarie calamite-attira-disastri. La prima cosa che imparerete sul lavoro che si svolge al Saint Mary è che al minimo passo falso la Storia vi si rivolterà contro, a volte in modo assai sgradevole. Con una vena di irresistibile ironia, la giovane e intraprendente storica Madeleine Maxwell racconta le caotiche avventure del Saint Mary e dei suoi protagonisti: il direttore Bairstow, il capo Leon Farrell, Markham e tanti altri ancora, che viaggiano nel tempo, salvano il Saint Mary (spesso – anzi sempre – per il rotto della cuffia) e affrontano una banda di pericolosi terroristi della Storia, il tutto senza trascurare mai l’ora del tè. Dalla Londra dell’Undicesimo secolo alla Prima guerra mondiale, dal Cretaceo alla distruzione della Biblioteca di Alessandria, una cosa è certa: ovunque vadano quelli del Saint Mary, scoppierà il finimondo...

L’autrice:

Jodi Taylor è ed è sempre stata una fanatica di Storia. Nata a Bristol e cresciuta a Gloucester (cose che entrambe le città negano risolutamente), ha trascorso molti anni con la testa altrove, con grande dispiacere della famiglia, dei professori e dei colleghi, finché ha deciso di concretizzare tutte le sue fantasie e ha finalmente preso in mano una penna. Non ha ancora idea di quel che farà da grande. Il suo romanzo d’esordio, La confraternita degli storici curiosi, è un mix di storia, avventura, commedia, romance, tragedia e qualunque altra cosa vi venga in mente, ed è diventato un bestseller internazionale.

Jody Taylor, La confraternita degli storici curiosi, Traduzione di Elisabetta De Medio, Collana Narratori, Corbaccio, pagg. 384.

Lo scarafaggio - Ian McEwan

«Nomi e personaggi sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi somiglianza con scarafaggi reali, vivi o morti, è del tutto casuale».

Non c’è neanche bisogno di arrivare all’incipit della novella: basta l’epigrafe, è puro McEwan. Lo humour nero, il sarcasmo del giovane McEwan più che dell’umanista degli anni più recenti. Settantunenne, vincitore del Booker e autore di un bestseller a sorpresa (consegnandolo all’editore si scusò, «è un libro per pochi») che non solo ha venduto 6 milioni di copie (Espiazione, Einaudi) ma ha anche avuto una fortunata versione cinematografica, McEwan ha ora trovato la via d’uscita da un certo inevitabile imborghesimento — la bella casa settecentesca a Bloomsbury, lo studio con il megaschermo del Mac sul quale scrive davanti alle grandi finestre su una adorabile piazza — grazie a Brexit.

Stava girando il Regno Unito per la promozione di Macchine come me (sempre Einaudi), il suo homage ai libri di fantascienza di Isaac Asimov ambientato in una Londra del 1982 nella quale la guerra delle Falkland è finita con la sconfitta dell’Inghilterra, i Beatles hanno organizzato una reunion perché John Lennon non è morto, il matematico Alan Turing eroe della Seconda guerra mondiale (decifrò i codici di comunicazione tedeschi) è ancora vivo (in realtà morì suicida negli anni ‘50, perseguitato dalla giustizia britannica perché omosessuale e sottoposto a castrazione chimica).

McEwan non aveva in programma di scrivere un altro libro, almeno per un po’. Tra una presentazione e l’altra però, bombardato dalle notizie su Brexit che quotidianamente lo rabbuiavano, ha reagito allo stress nell’unico modo a disposizione di un romanziere: ha scritto un libro. Soltanto 112 pagine pubblicate dalla Penguin in un corpo tipografico decisamente abbondante, con larghi margini: è un racconto lungo nel quale McEwan parte da un’idea buffa — rivisitare La metamorfosi kafkiana, la storia di un uomo che si risveglia all’improvviso trasformato in uno scarafaggio — per lanciare un j’accuse da progressista indignato contro il primo ministro Boris Johnson e il suo «do or die», la scelta di realizzare Brexit a tutti i costi entro il 31 ottobre.

L’insetto di McEwan fa il percorso opposto di quello kafkiano e da scarafaggio si ritrova nei panni di un uomo. Un uomo con un lavoro molto importante: il primo ministro del Regno Unito.

«Quella mattina Jim Sams , intelligente ma superficiale, si svegliò dopo aver fatto sogni inquieti: si era trasformato in una gigantesca creatura (gioco di parole sul Gregor Samsa kafkiano, ndr)». Sams è una caricatura di Boris Johnson, premier-scarafaggio che capisce subito, pur nella confusione di quel risveglio sotto forma umana, che anche i membri del suo governo sono in realtà scarafaggi con sembianze umane. È un ex-insetto anche il presidente americano Tupper, che elogia Sams e lo invita a creare problemi all’UE anche se McEwan non usa mai la parola «Brexit»: nella sua versione, il Regno Unito è spaccato non tra «Leave» e «Remain» ma tra «Reversal» e «Clockwise», inventando una demenziale teoria secondo la quale sono i lavoratori a dover pagare i datori di lavoro.

È pura satira politica perché dopo poche pagine l’idea kafkiana si dissolve e lascia il posto alla descrizione di un mondo politico allo sfascio dove i ministri-insetto suggeriscono al frastornato Sams di «isolare i dissidenti e prorogare il parlamento», e l’unica persona sensata governa la Germania. È un instant book di satira politica, ma non è un McEwan memorabile.

È uno sfogo, scritto con classe. Come ha spiegato l’autore a Today, il programma radiofonico della BBC: «Dovevo sfogarmi, scrivere qualcosa, lo humour e la satira erano l’unica via rimasta».

Non perdetevelo

L'infermiera di Hitler - Mandy Robotham

Sinossi: Germania, 1944. Prelevata dal campo di concentramento in cui era prigioniera, Anke Hoff non ha idea del destino che la attende. Quando le viene ordinato di assistere, come ostetrica, qualcuno molto vicino a Hitler è costretta ad accettare: in caso contrario tutta la sua famiglia verrebbe uccisa. Nonostante l’odio per il regime che ha perseguitato lei e i suoi cari, Anke dovrà fare del suo meglio per prendersi cura della misteriosa donna e del bambino che porta in grembo, la cui vita è legata a doppio filo alla sua. Ma nel rifugio di Berghof, la residenza segreta del Führer tra le Alpi bavaresi, niente è come sembra. Molte delle persone lì presenti, infatti, sono sottoposte allo stesso ricatto di Anke. E affezionarsi a uno di loro potrebbe complicare ancora di più le cose, mettendola davanti a una scelta impossibile da compiere. L’amore può sopravvivere agli orrori di una guerra?

Recensione

Si narra che Adolf Hitler avesse avuto molte donne anche se si professava sposato solo con il Reich. Quando ormai la fine fu alle porte, si sposò con Eva Braun, la sua storica amante.

Anke è una giovane levatrice tedesca. E’ ariana, ma è stata sorpresa dai nazisti ad aiutare famiglie ebree, pertanto lei ed i suoi famigliari sono stati ritenuti nemici della Germania e spediti nei campi di lavoro.
Non ha più contatti con il padre, la madre e la sorella, ma vista la sua particolare bravura, assiste le donne ebree incinte nel campo di concentramento che cercano in ogni modo di mettere al mondo i loro bambini, anche se il mondo è contro di loro.

Un bel giorno, viene fatta chiamare con un chiaro ricatto e segretamente portata a Berghof, la tranquilla residenza tra le Alpi bavaresi di Hitler. Da quel momento, si trova ad affrontare il più grande dilemma morale del suo lavoro: aiutare la madre a far nascere il figlio di un uomo spietato o accettare la proposta della resistenza.
Finzione letteraria ben radicata nella storia anche se effettua una deviazione nella vita personale di Adolf Hitler, così come la conosciamo.

E se Hitler avesse avuto un figlio?
Se la gravidanza della madre fosse stata tenuta nascosta per evitare che un’eventuale complicazione potesse indebolire la forza del Reich?

Il bambino sarebbe stato un mostro come il padre o un’altra vittima innocente?
La moralità di Anke viene messa a dura prova e di riflesso anche quella del lettore.

Riuscirà Anke a considerare quel bambino un essere innocente nonostante il padre e tutto quello che rappresenta?
Riuscirà a rimanere imparziale anche se sta uccidendo lentamente la sua famiglia e tantissimi innocenti?

E così le pagine scorrono veloci verso un finale plausibile.

Mandy Robotham

ha due passioni: la scrittura e i bambini. Per questo è diventata un’ostetrica e ha completato un master in scrittura creativa alla Oxford Brookes University. Con questo romanzo ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica.

Psychokiller - Paolo Roversi

TRAMA

Sta succedendo qualcosa di orribile e spaventoso nella città di Milano e nel suo hinterland. Un personaggio misterioso, con un travestimento alla “Arsenio Lupin” ingaggia due balordi della periferia per un colpo milionario presso una banca di affari milanese, il colpo riesce, ma a beneficiare dei soldi è solo lui, i suoi sfortunati e impediti complici non solo restano con un pugno di mosche in mano, ma vengono anche individuati e arrestati dalla polizia. Ma chi è il misterioso capo della banda e come ha fatto a portare a termine un colpo tanto complesso in una banca così controllata e prestigiosa? Il commissario Diego Ruiz non lo sa, ma è determinato a indagare a fondo e arrivare a capo della faccenda. Ma proprio quando cerca di concentrarsi sulla rapina iniziano ad arrivare a suo nome lettere anonime di un misterioso e pericolosissimo assassino che sta già mietendo vittime da qualche tempo e che ora lo invita a fermarlo prima che uccida ancora e poi sparisca nel nulla. Come se non bastasse, il povero Ruiz e il suo braccio destro sembrano coinvolti in qualche modo anche negli omicidi di alcuni magistrati influenti e molto conosciuti nel territorio di Milano. Uomini e donne uccisi brutalmente e per una ragione che spetta agli inquirenti trovare e scoprire per fermare anche quest’ultima scia di sangue.

Ma chi c’è dietro questa ondata di violenza e morte a Milano? C’è un nesso in tutto quello che sta succedendo? E Ruiz è una pedina o l’unica persona che può fermare tutto questo? Intanto in una bellissima narrazione in controcanto arriva a Milano Gaia Virgili, giovane e brillante profiler in cerca della sua grande occasione per dimostrare a tutti il proprio valore. Due poliziotti. Due numeri uno per un doppio colpo di scena fiale al cardiopalma.

PERSONAGGI

Paolo Roversi fa un lavoro eccellente nella creazione di ogni personaggio. E se il commissario Diego Ruiz, con le sue brutte dipendenze, il suo carattere da lupo solitario, la sua determinazione che a tratti sfocia in spossatezza vera e propria, è sicuramente un protagonista riuscito, il suo alter ego al femminile è la vera scoperta per i lettori di questo romanzo. Gaia Virgili è fragile, emotiva, volitiva, determinata, sola, spaventata eppure assolutamente consapevole di sé stessa e di quello che vuole. Una donna a tutto tondo che non si vergogna di portarsi a letto un uomo che le piace e di guardarlo a stento in faccia il giorno dopo, mantenendo tutta la sua professionalità. Gaia Virgili è un personaggio post moderno. Una donna che non potrà non piacere a tutte le lettrici di Psychokiller, probabilmente il personaggio capolavoro di Roversi. Difficile da dimenticare e auspicabile che i lettori possano trovarlo anche nei prossimi lavori dell’autore.

Un autore che, però, appare davvero ispirato anche per tutti gli altri personaggi. Dal poliziotto con problemi economici che blatera su toghe rosse amiche degli immigrati e che pensa seriamente di attraversare la linea sottile che divide la legalità da altro, alla poliziotta tutto di un pezzo sul lavoro e in divisa che non disdegna esperienze “estreme” nella vita personale. Al braccio destro del commissario Ruiz che con qualche scheletro nel suo personale armadio prima o poi dovrà fare i conti. Psychokiller non è un romanzo corale nel vero e proprio senso del termine, ma ha protagonisti che arrivano immediatamente al cuore di chi legge e coprotagonisti tratteggiati con altrettanta cura e bellezza. E tutto questo fa sicuramente la differenza.

AMBIENTAZIONI

Di tutto un po’. Roversi conosce molto bene quello che scrive e descrive e quindi con molta facilità passa dal centro di Milano e il glamourissimo quartiere di Brera, ai club notturni più o meno esclusivi, ai bar di periferia dove si può incontrare e osservare l’umanità più disparata, al vero e proprio hinterland cittadino. Una semi terra di nessuno o ancora meglio un’area protetta da bande e clan dove la sopravvivenza passa inevitabilmente dalla propria capacità all’adattamento. E non importa se Peschiera Borromeo ha anche villette borghesi e appartamenti curati e abitati da gente per bene, i serial killer di solito se ne fregano di queste cose e colpiscono chirurgicamente chiunque abbia i “requisiti necessari” per far parte della loro macabra collezione. Ed è proprio questo contrasto tra ambienti finanziari esclusivi, villette di periferia, appartamenti abitati da balordi e club dove le donne sfoggiano mise audaci a dare il climax giusto alla narrazione. Un ritmo preciso e coinvolgente che spinge a girare pagina ancora e ancora.

CONSIDERAZIONI

Questo non è il primo libro di Paolo Roversi che leggo e ancora una volta mi viene da dire che i suoi romanzi sembrano avere, più di altri, una eco internazionale ben visibile. Ho sempre pensato che Roversi è un autore che potrebbe essere letto con gusto e con partecipazione anche in Finlandia o nel Maine, o a Tokyo. Perché le sue storie non hanno quasi mai avuto quella “regionalità” propria di molti altri nostri autori. Un aspetto che non rende questi ultimi meno bravi, ma che inevitabilmente li confina un po’ nelle traduzioni. L’ultimo lavoro di Roversi è ambientato nel territorio milanese, è vero, ma chi è che non considera Milano un posto internazionale e conosciuto altrove ormai? Roversi ha un’aura internazionale tutta sua e Psychokiller non fa eccezione, per questo la sua originalità sembra essere più netta.

Se poi, proprio, dovessi trovare il famoso pelo nell’uovo a questo lavoro direi che l’unica cosa che, come lettrice e amante dei libri, mi ha lasciata smarrita per buona parte delle prime pagine è stato l’uso dell’indicativo presente. Una scelta autoriale che non posso mettere in discussione, ma un tempo verbale a cui i lettori di romanzi del genere forse non sono abituati a trovare. La sensazione di disorientamento, però, passa subito e la narrazione tiene un ritmo perfetto.

PARLA L'AUTORE

Paolo, il personaggio di Gaia Virgili colpisce immediatamente chi legge per la sua modernità, per la sua incredibile determinazione e anche per le sue tante fragilità. È una profiler molto diversa da tante altre presenti in questa letteratura di genere. Tu cosa ami in particolare di lei e cosa ti piace meno di questo personaggio?

Mi piace la sua determinazione e la sua forza di volontà, la sua preparazione e, per certi versi, anche il suo coraggio. Devo confessare che mi piace a tutto tondo e che non vedo nulla di negativo in lei.

Molta parte del tuo romanzo è ambientato nell’hinterland milanese, che però tu personalizzi all’eccesso fino a farlo diventare qualcosa di unico, incomparabile alla stessa città di Milano, e quasi come se fosse esso stesso un altro personaggio de libro. Quanto è stato difficile dare una entità così precisa a questa terra di mezzo dove tutto sembra confondersi con tutto?

Ho ambiento quasi tutti i miei romanzi a Milano, una città che amo e che conosco profondamente quindi raccontarla mi viene quasi naturale. In questo thriller ho descritto il lato più oscuro della città – non c’è la spensieratezza di certe atmosfere come nella serie di Radeschi ad esempio – in linea con il mood della vicenda e l’indole dei personaggi.

C’è un leit motiv in Psychokiller di cui il lettore sembra accorgersi fin dalle prime pagine: ovvero l’intenzione autoriale di spingere l’intera lista dei sospetti sempre più in là. Per fermare il killer è necessario entrare nella mente dell’assassino, ma la stessa mente sembra evolversi e mutare a ogni nuovo delitto. A cosa o a chi ti sei ispirato per creare un personaggio così sfuggente e spaventoso?

L’idea del romanzo è nata in me in un’afosa estate di qualche anno fa: volevo raccontare di un serial killer che sfidasse la polizia e che fosse sempre un passo avanti… Da lì, piano piano, sono nati i personaggi e la trama. Il cattivo è stato il perno della storia, quello su cui ho costruito tutto. Più scavavo nella sua mente e più scoprivo aspetti inquietanti che poi raccontavo. Fino al doppio colpo di scena finale...

La strada di casa - Kent Haruf

E' ad Holt, una immaginaria cittadina del Colorado, non lontano da Denver, che Kent Haruf ambienta la “Trilogia della pianura”.
Definita dall’autore stesso una trilogia slegata – loose trilogy – può quindi essere letta nell’ordine che ciascun lettore preferisce. Pubblicata in Italia da NNeditore, la casa editrice ha scelto di presentare i testi al suo pubblico partendo da Benedizione – testo che, cronologicamente, sarebbe all’ultimo posto. Nella “Lettera aperta ai lettori di Benedizione” (che potete leggere per intero qui: http://www.nneditore.it/lettera-aperta-ai-lettori-di-haruf/) la casa editrice scrive: “E arrivano i dubbi su quale pubblicare per primo come NN, su quale libro sia il migliore per portare la voce di questo autore al pubblico italiano con l’attenzione che merita. Il primo, affidandoci alla proposta cronologica? O il secondo, Crepuscolo, visto che alcuni lettori in Italia avevano già potuto leggere Il canto della pianura pubblicato da Rizzoli? O invece Benedizione, il nostro primo incontro romantico? Decidiamo di parlarne con l’agente americano che gira le nostre domande all’autore, con cui inizia un carteggio. Kent Haruf parla di una “loose trilogy”, una trilogia larga, sciolta, slegata. Che non ha un inizio e una fine. Perché i tre libri hanno sì la stessa ambientazione, ma i personaggi e le situazioni cambiano e i sottili rimandi da uno all’altro sono esili fili della memoria della cittadina immaginaria di Holt. Così decidiamo di procedere per la nostra strada, quella romantica, e affidiamo la traduzione di Benedizione a Fabio Cremonesi.”
Personalmente ho iniziato la lettura con Il canto della pianura, per divorarlo in qualche giorno e passare subito alla lettura dei successivi.
Ora andiamo con ordine: non il mio, quello scelto dall’editore.

"Benedizione, pubblicato in Italia nel marzo 2015, inizia presentandoci nelle prime righe quello che sarà il personaggio simbolo del romanzo: Dad Lewis.

“Perché la chiamano così?
Come?
Dad.
Perché ho una figlia come te. Quando è nata la gente ha iniziato a chiamarmi così. Tanto tempo fa.”

Dad, assieme alla moglie Mary, si trova in un ambulatorio medico e ha appena ricevuto i risultati di certe analisi che, oltre a diagnosticargli un cancro, gli rivelano che quella appena iniziata sarà per lui la sua ultima estate.

"“Non voglio ancora che tu te ne vada, disse lei. Si allungò e gli prese una mano. Non voglio. Aveva le lacrime agli occhi. Non sono pronta.
Lo so… uno di questi giorni sarà meglio se chiamiamo Lorraine, disse lui.”

Da questo momento scatta un meccanismo nella narrazione che accomuna gli altri personaggi che vivono nella piccola cittadina di Holt: è necessario, prima o poi, dover fare i conti con il proprio passato, la propria esistenza e le proprie azioni.
Entrano in scena, intrecciandosi tra loro, nuove figure della comunità di cui Haruf non ci dà molte descrizioni: fa parlare i suoi personaggi senza troppe parole e soprattutto senza alcuna complessità nel linguaggio. I dialoghi – privi di segni grafici che li introducono – diventano sussurri rivolti dall’autore ai propri lettori.
Incontriamo Lorraine, figlia di Dad e Mary, che, trasferitasi a Denver, torna ad Holt per assistere i genitori, aiutata anche dalla vicina Berta May, la quale vive con la nipotina Alice, orfana di madre; Willa e Alena Johnson, madre e figlia che vivono da sole in un picco ranche, le cui giornate si intrecciano con quelle di Alice e Lorraine; infine il reverendo Lyle, da poco giunto in paese da Denver dove è stato cacciato dalla propria congregazione.
L’estate procede lentamente per gli abitanti di Holt, la cui esistenza sembra del tutto normale, ma sono invece accomunati dal nascondere un segreto o aver vissuto un evento che li ha profondamente segnati e con il quale ognuno cerca di fare pace.
Il percorso verso il perdono è rappresentato dallo stesso Dad che, avvicinandosi giorno dopo giorno alla morte, si trova a fare i conti con l’allontanamento da casa del figlio Frank e il licenziamento di Clayton – un dipendente del suo negozio di ferramenta – e le rispettive tragiche conseguenze.
È con un linguaggio semplice e delicato che Haruf ci trasmette l’umanità degli abitanti di Holt, dove il lettore avrà più volte voglia di tornare.

Se in Benedizione le prime righe ci prospettano la morte, è con Canto della pianura che la vita torna a farsi strada.
Lo stesso Fabio Cremonesi sottolinea, nella nota finale del traduttore, come la scrittura del secondo volume presenti dei cambiamenti legati ai contenuti stessi: “Questa volta il periodare è ampio e spesso molto articolato, le descrizioni e l’aggettivazione quasi barocche. Non tocca a me interpretare i motivi di scelte stilistiche così divergenti, posso solo ipotizzare una certa coerenza tra scrittura e tematiche affrontate nei due romanzi, lì la fine della vita, qui il suo inizio.”
È infatti la vita, nella sue varie sfaccettature, che avvolge i nuovi personaggi di Holt.
Conosciamo Tom Guthrie, professore presso il liceo del paese, che sta attraversando un periodo difficile sia nell’ambiente lavorativo sia in famiglia. A scuola si scontra con un alunno, Russell, un vero e proprio bullo che pretende arrogantemente e con l’aiuto dei genitori, di giocare nella squadra d’istituto e di superare l’anno scolastico nonostante non abbia buoni voti. Tra le mura di casa, invece, Tom deve crescere da solo i suoi due figli – Ike e Bobby – mentre la moglie sta attraversando un periodo buio che la porta a trascorrere le sue giornate a letto.
Incontriamo, poi, la giovane Victoria Roubideaux, che si trova ad affrontare una inaspettata gravidanza e con
una madre che non vuole sapere nulla di lei e del bambino.

“Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime. Aiutami mamma. Ho bisogno del tuo aiuto.
Ormai è troppo tardi, disse la donna. Ti sei ficcata tu in questa situazione, arrangiati. […] E puoi andartene da questa casa. Non ti voglio qui in questo stato.
[…] Mamma non farlo. Si guardò attorno. Case e alberi spogli. Si lasciò andare sul pavimento della veranda, al freddo, scivolando contro le gelide assi della facciata. Le sembrava di spegnersi, di andare alla deriva e vagare in una sorta di confusione fatta di dolore e incredulità.”

Salvata dall’aiuto di Maggie Jones, un personaggio che potremmo definire secondario, ma che muove le fila della vita della giovane ragazza e di due protagonisti che rimarranno nel cuore del lettore: i fratelli McPheron.
Harold e Raymond, che fin da giovani vivono da soli nella fattoria di famiglia dedicandosi all’allevamento del proprio bestiame, avranno la capacità, la delicatezza e la bontà di accogliere nella casa la vita.

Una vita che continua, con inaspettati colpi di scena, anche nel terzo volume: Crepuscolo.
È trascorso qualche anno nella piccola comunità di Holt.
Victoria ha dato alla luce la dolce Katie ed è arrivato per lei il momento di riprendere in mano la propria esistenza decidendo di iscriversi all’università, di trasferirsi a Fort Collins, senza dimenticare mai la sua nuova famiglia: i fratelli McPheron.
Ritroviamo il professor Guthrie assieme a Maggie Jones e facciamo la conoscenza di nuove e varie umanità: il piccolo DJ che vive con il nonno di cui si prende cura; Mary Wells e le sue due bambine, Dena ed Emma; infine Betty e Luther Wallace che, assieme ai figli Joy Rae e Richie sono costretti a vivere in una roulotte e vengono seguiti da un’assistente sociale.
C’è di nuovo, quindi, ogni lato dell’esistenza nelle pagine di Haruf, dalle giornate in cui la speranza riesce a splendere a quelle più scure e tragiche. È la quotidianità, quella che ci racconta l’autore, di cui non vuole nascondere le difficoltà e che, al tempo stesso, vuole trasmettere al lettore una sensazione di fiducia.
Non poteva esserci titolo più adatto per rappresentare la vita della comunità di Holt: il crepuscolo, quel momento in cui la luce del sole inizia a farsi spazio nel buio e si diffonde velatamente, come ogni personaggio di Haruf che, con i propri passi, ritrova a suo modo la strada.

“Intanto all’esterno della casa, fuori dalla stanza silenziosa in cui erano seduti, il buio iniziò ad avvolgere le strade. Presto i lampioni si sarebbero accesi tremolando, sfarfallando, per illuminare tutti gli angoli di Holt.”

Dalla quarta di copertina di ogni volume, mentre scende la notte, e aspetto l’uscita del quarto volume:
Benedizione: questo libro è per chi ama rileggere i classici e vorrebbe perdersi negli sconfinati spazi della pianura americana (o nelle fotografie di Robert Adams), per chi desidera un cappello da cowboy anche se forse non indosserà mai, per chi nutre una sorta di fiducia razionale nel genere umano e crede che le verità gridate siano sempre meno vere di quelle suggerite con pudore.
Canto della pianura: Questo libro è per chi ama spostarsi solo con il pensiero, meglio se in poltrona e sotto una coperta a scacchi rossi e blu, per chi riesce a sentirsi a casa anche solo con una finestra aperta sul cielo, per chi cerca su google maps i luoghi dei libri, meglio se immaginari, e per chi ha deciso di affidarsi al tempo, nella convinzione che lo spazio possa sempre tradirlo.

Crepuscolo: Questo libro è per chi ama guardare la danza delle candele sul muro, per chi ascolta la “Pastorale” di Beethoven, per chi ricorda quando da bambini ci si arredava una stanza con tutto quello che si trovava in giro, e per chi è rimasto solo, al freddo, per tanto tempo, e oggi ha deciso di rimettersi in gioco e correre il rischio di diventare una persona diversa.

Miss Rosselli - Renzo Paris

La forza dirompente della poesia di Amelia Rosselli sconvolge schemi e forme della tradizione costruendo un magnifico rebus modernista.

La Rosselli può ancora considerarsi una delle voci essenziali della poesia italiana e contemporanea.

Una voce disubbidiente che da Ezra Pound ha imparato la necessità è l’arte di rinnovare i classici senza mostrare alcuna timorosa reverenza.

Tra ossessioni, invenzioni linguistiche e folgoranti illuminazioni, la poesia della Rosselli ha raggiunto vertici alti e nel panorama letterario si è conquistata una sua originalità inimitabile che in primis ha a che fare con il suo carattere e con la sua formazione.

Lei in un certo modo fa parte del nostro Novecento, anzi possiamo dire che è quel Novecento che ci manca, una delle ultime grandi poetesse di una stagione meravigliosa e irripetibile.

Renzo Paris che di quel Novecento, insieme a Amelia Rosselli a Dario Bellezza, Sandro Penna, Alberto Moravia e molti altri, è stato testimone diretto, quasi un sopravvissuto, oggi ne è un custode diretto.

Alla grande poetessa lo scrittore adesso dedica un memoir toccante. Miss Rosselli è il libro di un custode di un mondo scomparso, evocatore di un ombra che nel raccontare si chiede perplesso chi mai sarà il testimone del custode.

Pagine intense e vibranti in cui Paris riporta in presa diretta, lui che insieme alla sua generazione è stato intimo amico di Amelia Rosselli, il buco nero della sua poesia ne racconta la discesa agli inferi che inizia con l’assassinio da parte dei fascisti del padre Carlo, intellettuale colto autore di Socialismo liberale trucidato insieme a fratello Nello in Normandia.

Carlo, che per Amelia, sarà per la sua poesia e per la sua esistenza un permanente spazio non vivibile che poterà i suoi nervi a cedere.

Paris scrive che Amelia non era pazza, era una donna che visse gran parte della sua vita fuori di questo mondo e quando ripiombava nella rugosa realtà soffriva. Le sue poesie erano costellate di quell’atroce sofferenza.

Il filtro del suo rapporto con il reale è sempre uno specchio deformante che rivela e attraversa il tempo nella sua metamorfosi di istanti che accadono. La Rosselli coglie della realtà gli «spazi metrici» e le infinite variazioni della realtà. Attraverso la poesia mette in evidenza il suo stesso processo di deformazione.

La vita di Amelia, che si sentiva perseguitata dalle voci e dagli agenti della Cia, era stata una continua discesa agli inferi, sempre cercando la luce.

Amelia, la poetessa magica del Novecento, torna in tutta la sua complessità nel memoir dell’amico Renza Paris, che in questi anni ha raccontato nei suoi libri la grandezza di un mondo scomparso, l’ultimo che ha costruito una società letteraria di cui avvertiamo la mancanza e l’importanza.

Gli anni settanta, Roma e i suoi giganti della poesia e della letteratura.

«Non vivo nel passato, sono dentro un presente affollato di ombre, di persone defunte, amate e non. È il presente che mi appassiona, testimone del passato e del futuro».

Questo è il cuore del discorso di Renzo Paris, custode degli ultimi fuochi del Novecento, che si lascia guidare dal flusso del tempo e della memoria quado ricorda e scrive di Amelia Rosselli, che non viveva nella luce della Storia, ma sprofondava nel mare nero dell’inconscio, da cui solo con la musica e la poesia le era permesso di riaffiorare.

Miss Rosselli si può leggere come un lungo addio al Novecento. I ricordi si avvicendano in ordine sparso, premono involontari e atemporali. Paris, come Proust de Il tempo ritrovato, si lascia andare alle evocazioni magiche e il suo libro diventa un grande cimitero dove, sulla maggior parte delle tombe, non si possono leggere i nomi ormai cancellati.

«La poesia non si addice a una vita normale, quella di tutti i giorni. Tanti poeti muoiono giovani o suicidi. È come se lo scrivere dovesse essere legato a una visione adolescenziale del mondo e quando si raggiunge la cosiddetta maturità il desiderio di scrivere viene meno».

Il pomeriggio dell’11 febbraio 1996 Amelia Rosselli scelse la controra nella mansarda di Via del Corallo per andarsene via.

Renzo Paris con questo libro ci restituisce Amelia Rosselli (che «volle suicidarsi come martire dell’antifascismo, in ricordo di suo padre») e il cammino inquieto della sua poesia e della sua vita inconscia e oscura, insieme a quel Novecento in cui c’era grande rispetto per i maestri.

La paranza dei buonisti - Il Terzo Segreto Di Satira

Si scrive "La paranza dei buonisti" ma si legge "Sovranismo, istruzioni per l’uso" e no, non è una trovata pubblicitaria dei comunisti col rolex: è il libro de Il Terzo Segreto di Satira, "La paranza dei buonisti. Manuale di sopravvivenza per il ventennio sovranista" (Longanesi).

Troppa polemica per un solo paragrafo? Eppure è inevitabile, un libro del genere, che suscita, e vuole suscitare, sentimenti forti e contrastanti fin dal titolo, non può nascondersi dietro sorrisi cortesi e placidi compromessi: niente falsi buonismi, per l’appunto. Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Davide Rossi, Andrea Fadenti e Andrea Mazzarella parlano (e scrivono) senza peli sulla lingua.

Chi già li conosce dovrebbe sapere cosa aspettarsi: sono loro, Il terzo Segreto di Satira, collettivo nato nel 2011 che riunisce cinque ex studenti delle Scuole Civiche di Cinema, Televisione e Nuovi Media di Milano; sono noti su Youtube, con circa 100mila iscritti, dove il loro canale accoglie a braccia aperte l’infinito potenziale satirico della politica di questi anni e della sua deriva mediatica, lasciando spazio alle dinamiche sociali e umane che ne conseguono; com’è che si dice? Si ride per non piangere.

“Scopo dichiarato di questo manuale – scrivono gli autori nell’Introduzione – è aiutare il lettore buonista, desideroso di integrarsi nella società sovranista, a conoscere, capire e immedesimarsi nel ‘nemico’ e nel suo modo di pensare e agire. Per farlo adotteremo una sorta di ‘metodo Stanislavskij’: il linguaggio che useremo sarà realmente scurrile e aggressivo, le argomentazioni davvero elementari e semplificate”.

Il “tu” a cui Il Terzo Segreto di Satira si rivolge è un ideale lettore “buonista”, nell’accezione stereotipata che il termine ha recentemente acquisito, andando a designare quella parte di elettori che non si riconoscono nelle percentuali del centrodestra, della destra, né del Movimento Cinque Stelle. Dall’altro lato, il “nemico” è il prototipo dell’elettore di Salvini, più volte citato nel testo, nella sua forma più caricaturale. Non solo, il libro si rivela un attento calco del linguaggio e degli atteggiamenti associati a entrambe le fazioni, di cui imita le posizioni e scimmiotta le voci, sfruttando stereotipi e luoghi comuni che il lettore non può non riconoscere: secondo questo stile vengono snocciolati i consigli del manuale che, bisogna ricordarlo, hanno il solo scopo di aiutare il lettore buonista a nascondersi in mezzo ai sovranisti senza venire sopraffatto; l’intenzione, sia detto, non è quella di indottrinare al sovranismo.

Gli autori scandiscono il volume in quattro capitoli tematici: Sopravvivi al lavoro, Sopravvivi al buonsenso, Sopravvivi all’amore, Sopravvivi ai social, tutti e quattro corredati di una parte teorica e di un test di autovalutazione conclusivo; inoltre, ogni capitolo presenta una Storia di Vita Vissuta, un racconto breve, una narrazione esemplare degli insegnamenti impartiti. Un po’ come gli exempla dell’oratoria latina, se vogliamo. In fondo, “Ci piacerebbe che questo fosse un libro utile, un self help di quelli che fanno fare cose: riordinare casa, dimagrire in sette giorni o smettere di fumare”. Eppure, riconoscono, “questo libro potrebbe farvi innervosire e quindi indurvi a fumare di più”.

La formula manualistica si rivela efficace: fornisce la giustificazione perfetta per imitare, esporre e ridicolizzare, spesso portando alle estreme conseguenze delle retoriche ormai arcinote; vale per Greta Thunberg come per il decalogo di consigli sulla formulazione di un CVI, Curriculum Vitae Italiano, rigorosamente sovranista, dove si legge: “Se non è strettamente necessario elimina ogni titolo di studio. Il titolo di studio spesso corrisponde a un rompicoglioni che conosce i suoi diritti, meglio evitare. Tanto, dato che non sei zingaro (in caso di nominativo ambiguo vedi punto 2), le scuole dell’obbligo le hai fatte”. Ricorda qualcuno?

Così procede, strappando sorrisi e qualche amara risata: La paranza dei buonisti si fa beffe degli slogan politici che hanno martellato le orecchie degli italiani negli ultimi anni, frasi sentite così spesso da aver perso qualsiasi significato.

“Il buonsenso è come il prezzemolo, sta bene su tutto, ma attenzione perché si incastra tra i denti. […]
«Tutta l’Africa in Italia non ci sta, è buonsenso!». «Se non riesco a pagare le tasse è giusto evaderle, è buonsenso»”.

Si scherza, è chiaro, ma la risata ha un retrogusto amaro: nel predire tutte le imposizioni del sovranismo non si può non notare quanto le cose siano già cambiate, quanto il processo abbia già raggiunto uno stadio molto più che avanzato; il che è evidente, soprattutto sui social: “un vero e proprio campo minato. L’universo social è senz’altro il terreno più insidioso su cui muoversi e questa discesa agli inferi necessita di estrema concentrazione”.

Come negarlo? Negli ultimi anni i social network sono entrati prepotentemente nella comunicazione politica, stabilendo nuovi registri linguistici, diverse formule comunicative, cambiando le regole e le carte in tavola; per chi volesse omologarsi ai tempi che corrono, Il Terzo Segreto di Satira suggerisce tre parole chiave della comunicazione social media sovranista: Aggressività, Normalità, Italianità. Inoltre, “Facebook, Twitter e compagnia bella sono il regno dell’approssimazione e da questa considerazione nasce la nostra Sesta Regola:

"Non è importante quello che si dice, ma è fondamentale dire la propria su ogni argomento: bisogna dare l’impressione di essere sempre attivi, sul pezzo e di avere un’idea nitida su tutto".

Un manuale vero e proprio, con tanto di test di autovalutazione, sulla scia di Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi) di Michela Murgia, uscito nel 2018 e corredato da Fascistometro; non solo, è in arrivo un altro libro che tocca questi temi, Buonisti un cazzo (Feltrinelli), di Luca Bottura, che si presenta come una ribellione all’etichetta di “buonista” e agli stereotipi cui è associata. La sensazione è che si senta il bisogno di libri che rendano anche solo vagamente tollerabile il clima attuale, in cui non è facile barcamenarsi: “Se dai del fascista a un fascista ti sentirai subito meglio, è vero. Ma se fai così con Salvini, per esempio, avrai ottenuto l’unico risultato di offrire al tuo interlocutore l’occasione di gridare indignato all’insulto, deviando così l’attenzione da questioni più concrete”.

Quindi che fare? La soluzione potrebbe essere la resistenza discreta del buonista, che spera di sopravvivere al sovranismo e lentamente minarne le basi. Che sia possibile? Non è ancora dato saperlo, ma gli autori sembrano confidare molto nelle future generazioni, nei politici e negli elettori di domani, cui è indirizzata la Lettera al futuro Leader che conclude La paranza dei buonisti.

Nel frattempo, tra la “Pasta al ragù d’anatra e Ribolla gialla” e la “Pasta al ragù pronto scondita e Morettone da 66 cl” bisogna sempre scegliere la seconda.

Anime trasparenti - Daniele Bresciani

Gloria, originaria dell’Ecuador, e attenta ai più deboli, ha realizzato il suo progetto: ha aperto, in un edificio abbandonato della periferia di Milano, un asilo per figli di immigrati senza permesso di soggiorno. È una delle protagoniste di "Anime trasparenti", il nuovo romanzo di Daniele Bresciani - L'approfondimento

“In quel luogo non ci sarebbero stati vincoli di razza o religione: piccoli sudamericani avrebbero convissuto con bambini africani, asiatici o dell’Europa orientale. Sarebbe stata una zona franca, senza divisioni, muri e rivalità tra bande”.

È una donna buona, Gloria Taranto: originaria dell’Ecuador, e attenta ai più deboli, ha realizzato il suo progetto: ha aperto, in un edificio abbandonato della periferia di Milano, un asilo per figli di immigrati senza permesso di soggiorno, che non possono essere iscritti alle strutture ufficiali.

“La casa dei cento bambini” è un luogo libero dove smettere di essere invisibili, trasparenti per gli altri, e tornare a esistere ed essere semplicemente piccoli, e al sicuro.

È consapevole di agire in un territorio fuorilegge, anche perché a ricordarglielo c’è l’ispettore Dario Miranda, suo amico prima, e suo grande amore poi. Miranda la protegge, anche chiudendo un occhio di fronte all’irregolarità del progetto, la mette in guardia dai pericoli, e dagli squali che si fanno sotto appena sentono la debolezza altrui. Per questo Gloria porta sempre con sé il suo regalo, uno squalo martello di gomma, il suo portafortuna.

“Ricordati che anche quando nuoti in acque che conosci non devi fidarti delle apparenze, perché non sai mai da che parte può arrivare la minaccia”.

I casi della vita allontanano Gloria e l’ispettore, mentre l’asilo continua il suo lavoro, con le porte sempre aperte ad accogliere e aiutare.

Quando Gloria finisce in ospedale investita da un’auto, l’ispettore si trova a indagare in maniera ufficiosa, perché la sua esperienza gli insegna a riconoscere i particolari che nessuno nota, e che mettono in relazione Gloria con le morti di un bambino dagli occhi chiarissimi, della sua mamma prostituta e di un delinquente con un cubo di Rubik tatuato addosso.

Per Miranda la verità che riguarda la sua amica, incosciente in un letto, è più importante di ogni percorso ufficiale, mandati e autorizzazioni. Non guarda in faccia nessuno, l’ispettore, e utilizza ogni mezzo a sua disposizione, ma non può immaginare quello che la sua indagine gli metterà di fronte: il lato più nero e crudele dell’essere umano.

La Milano delle periferie in Anime trasparenti di Daniele Bresciani (ed. Garzanti) è grigia e fredda: è la grande metropoli vista dalla parte degli ultimi, lavavetri, prostitute, clandestini e senza tetto.

È la città dei quartieri dove valgono le leggi delle gang sudamericane, dove comandano hermanitos come Pablo e i suoi compari, ma dove vivono la loro vita anche anime bianche, persone per bene, con le quali Bresciani traccia un’idea di redenzione possibile.

Anna, una bambina che Gloria ha portato dall’Ecuador e ha cresciuto, ormai una donna adulta, laureata, affezionata con l’amore di una figlia, e con la grinta di chi deve tutto; Luca, il medico con l’anima lacerata, che ha perso la voglia di sognare, è poco avvezzo al London Mule, ma non alle parole sincere del cuore; Rizzo, il collega che copre Miranda senza troppe domande, perché sa che non serve, sa che Miranda è fatto cosi, vuole salvare tutti, anche a proprie spese.

Combattere la postdemocrazia - Colin Crouch

Diciassette anni dopo, il sociologo Colin Crouch torna sul luogo del delitto. Nel 2003 uscì uno dei suoi libri di maggior successo, Postdemocrazia (Laterza), nel quale si analizzava – con elementi predittivi notevoli – le difficoltà e le debolezze della nostra democrazia rappresentativa, alla prese con il trasferimento della legittimità della politica altrove, per vari motivi tra cui la globalizzazione economica, in un orizzonte post-democratico nel quale la sfera economico-finanziaria prevale su quella dei governi.

Nel 2020 Crouch è tornato in libreria con un nuovo saggio Combattere la postdemocrazia, pubblicato sempre da Laterza, in cui Crouch ammette di aver sottovalutato allora l’impatto del populismo xenofobo, nato in contrasto alle tendenze postdemocratiche, che prevedono un profondo scollamento fra élite e cittadinanza, ma di fatto corso in loro aiuto. Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, dice Crouch, è la politicizzazione del pessimismo nostalgico. E questa è la parte più interessante dell’impostazione del ragionamento del sociologo, già ai vertici dell’European University Institute di Fiesole.

“I movimenti xenofobi stanno diventando i principali interpreti non solo della paura e dell’odio nei confronti degli stranieri, ma anche di un più generale conservatorismo sociale, pessimista e nostalgico”. I partiti politici mainstream, osserva Crouch, “non hanno tempo per la nostalgia e ci sollecitano di continuo ad accettare il cambiamento, che chiamano progresso. I nuovi movimenti conservatori riempiono il vuoto che così si crea, raccogliendosi attorno alla visione di un’età dell’oro passata, non necessariamente storica – di un mondo che appartiene di diritto ai nostalgici e rischia di essere invaso”. Gli invasori identificati dai pessimisti nostalgici sono molti: i migranti, in senso letterale, ma anche le istituzioni internazionali, “che pretendono dagli stati-nazione che collaborino e cedano parte della loro sovranità anziché sottolineare con orgoglio la propria separatezza nazionale”. Sono invasori anche le nuove forze economiche, “accusate di distruggere le buone vecchie industrie e i relativi posti di lavoro”.

La nostalgia è dunque stata politicizzata, usata a fini elettorali (non solo utilizzata da Netflix per vendere ottime serie tv in cui gli anni Ottanta, ambientazioni e contesti culturali spadroneggiano; ma questo sarebbe materiale per un altro saggio). C’è sempre una presunta epoca nella quale le cose andavano meglio di adesso, anche se magari non è vero e se, come certe tradizioni, anche quell’epoca dell’oro è stata inventata di sana pianta. La nostalgia è uno dei carburanti dei movimenti populisti xenofobi, che “viaggiano” anche grazie all’ostilità al liberalismo. Il punto del ragionamento di Crouch è che questo pessimismo nostalgico, nato come ribellione alle tendenze postdemocratiche, finisce per alimentarle. Non le supera ma si rivela una “cura peggiore del male”. Anche perché “quando la nostalgia assume toni pessimistici e si politicizza, diventa aggressivamente possessiva; genera un risentimento che si indirizza contro dei presunti nemici, accusati di distruggere un modo di vivere che tutti ricordano felice”.

Il rancore del pessimista ha “caratteristiche diverse dal rancore di chi si sente escluso, per colpa altrui, da una nuova vita ottimista che non ha mai vissuto: nel caso del pessimista, quel rancore è necessariamente difensivo, selettivo, potenzialmente incline alla negazione della vita, e dunque alla manifestazione violenta”.

Ed è un curioso paradosso dei nostri tempi “che – sebbene in occidente i musulmani siano tra i principali bersagli di questo clima politico, e sebbene gli attentati terroristici di matrice islamista siano stati probabilmente la principale singola causa dell’avvicinamento di molte persone all’alt right – l’islamismo radicale sia, a sua volta, la forma più estrema del pessimismo nostalgico”.

Spesso si tende a pensare che i movimenti populisti (di destra nello specifico) affondino la loro ragione d’essere tra i ceti più poveri o emarginati. In realtà, osserva Crouch, “anche se il populismo raccoglie senz’altro consensi presso questi gruppi sociali, la sensazione di essere ‘lasciati indietro’ spesso coincide con l’esperienza di chi ha perso alcuni dei privilegi di cui un tempo godeva, oppure lamenta di non avere determinati privilegi che pure gli spetterebbe”.

Altri autori, come Christophe Guilluy, inventore del concetto di “Francia periferica” (applicabile anche agli Stati Uniti e all’Italia) parlano non a caso della marginalizzazione della classe media. Il pessimismo nostalgico, scrive Crouch, intercetta varie condizioni, “non solo le vittime di declino economico”.

Secondo Crouch non basta più gestire la postdemocrazia, va combattuta. E forse, viene da dire, è pure tardi. Se un tempo i progressisti si affidavano, speranzosi, alle meraviglie della società dell’informazione, adesso quei progressisti sono costretti a scoprire che, nell’epoca dei social media, gli strumenti di liberazione (Internet) possono essere sfruttati dai nostalgici per far breccia anche nella popolazione più avveduta.

Quanto blu - Percival Everett

Pungente, capriccioso, raffinato, imprevedibile Quanto blu ci mostra la migliore scrittura di Percival Everett e l’irrinunciabile festa di un romanzo perfetto. Kevin Pace è un artista e lavora da tempo a un dipinto che non lascia vedere a nessuno: non ai figli, non al migliore amico Richard e neppure a sua moglie Linda. Questa enorme tela di quattro metri per sette, interamente ricoperta da strati di vernice blu di diverse sfumature, potrebbe essere infine il suo capolavoro. Kevin non sa ancora dirlo o, meglio, non gli interessa, perso com’è nel suo passato di cui questo quadro sembra essere una sintesi, un’enigmatica e incomprensibile rappresentazione. Perché Kevin custodisce un segreto: dieci anni fa, a Parigi, ha avuto una relazione con una giovane pittrice e, seppur oggi non riesca a spiegarsi cosa lo mosse allora, il fantasma della ragazza e le bugie raccontate per anni non smettono di assediarlo. Mentre combatte con i demoni della sua memoria, Kevin deve difendere i sacrifici fatti in nome dell’arte e proteggere la sua famiglia da ciò che non hai mai avuto il coraggio di rivelare: il suo quadro, che racchiude un’indicibile verità, potrebbe essere la sua salvezza, o la sua condanna definitiva.

IL COLORE DEI SEGRETI E DELLE PAURE

Percival Everett, scrittore americano eclettico, prolifico e caratterialmente schivo, non ama parlare di sé né dei suoi libri. Vanta un passato da musicista jazz e da allevatore di cavalli.

Nella seconda di copertina si legge che l’autore ha qui raggiunto il traguardo del romanzo perfetto. Everett è sicuramente uno degli scrittori americani contemporanei più interessanti, mai monotono, sempre alla ricerca di contenuti diversi.

“Quanto blu” è un romanzo che appassiona, ben costruito, e che nonostante i continui salti temporali non stanca, mantiene sempre desta l’attenzione del lettore.

La storia segue tre fili che si intrecciano e vanno a risolversi nel finale, ognuno di essi è riconoscibile grazie al titolo. Come un puzzle, ogni tessera trova man mano il suo posto e ricompone la storia di Kevin Pace, il protagonista che è anche narratore.

Kevin è un artista, un pittore nero, di cinquantasei anni, sposato con Linda, dalla quale ha avuto due figli, April e Will, di 16 e 12 anni.

Il protagonista si presenta nelle prime pagine e ci fa subito immergere nel suo passato: la narrazione è l’alternarsi di due lunghi flashback, uno che si inserisce nel 1979 (il titolo di ogni capitolo contenente questo flashback è infatti “1979”) ambientato nel Salvador a ridosso della guerra civile, ove ha vissuto eventi traumatici che lo hanno segnato per sempre e un altro, intitolato semplicemente “Parigi”, che narra la “sbandata” avuta con una giovanissima acquerellista, Victoire, dieci anni prima, mai confessata alla moglie.

La cornice in cui si inseriscono i due principali flashback si intitola “Casa” e racchiude non solo gli eventi del presente del protagonista, ma anche del passato legati però alla presenza di Linda, dalla richiesta di volerlo sposare agli eventi del finale.

Ciò che va riconosciuto all’autore è la varietà. Varietà nell’ambientazione, varietà nell’azione (in particolare nei capitoli in cui si narra l’avventura salvadoregna), varietà nei registri linguistici unite ad una certa profondità di scavo psicologico, intimo, che arriva alla confessione finale solo alla fine, in quanto tutta la storia lascia sempre qualcosa di sospeso, di insoddisfatto nella curiosità del lettore.

Everett cerca di distrarre chi legge rivelando man mano dei particolari che possano fargli pensare al finale, ma… non è poi così semplice e non ve lo dico.

Alcuni cenni sulla trama:

Kevin Pace è un artista e lavora da tempo a un dipinto che non lascia vedere a nessuno: non ai figli, non al migliore amico Richard e neppure a sua moglie Linda. Questa enorme tela di quattro metri per sette, interamente ricoperta da strati di vernice blu di diverse sfumature, potrebbe essere infine il suo capolavoro. Kevin non sa ancora dirlo o, meglio, non gli interessa, perso com’è nel suo passato di cui questo quadro sembra essere una sintesi, un’enigmatica e incomprensibile rappresentazione. Perché Kevin custodisce un segreto: dieci anni fa, a Parigi, ha avuto una relazione con una giovane pittrice e, seppur oggi non riesca a spiegarsi cosa lo mosse allora, il fantasma della ragazza e le bugie raccontate per anni non smettono di assediarlo. Mentre combatte con i demoni della sua memoria, Kevin deve difendere i sacrifici fatti in nome dell’arte e proteggere la sua famiglia da ciò che non hai mai avuto il coraggio di rivelare: il suo quadro, che racchiude un’indicibile verità, potrebbe essere la sua salvezza, o la sua condanna definitiva.

Le prime pagine:

Una raffigurazione è un segreto su un segreto

Diane Arbus

Voglio partire dalle dimensioni. Come è giusto, peraltro. Un amico matematico mi ha detto una volta, o forse due, che la dimensione si collega alla struttura costitutiva di tutto lo spazio, e al suo rapporto con il tempo. Non ho afferrato il concetto né al momento né ora, nonostante il suo innegabile e lampante fascino poetico. Ha cercato anche di spiegarmi che le dimensioni di un oggetto sono indipendenti dallo spazio che lo racchiude. Non mi è chiaro se a sua volta capisse bene cosa stava dicendo, ma apparentemente l’idea gli andava a genio. Quello che capisco è che il mio quadro è alto tre metri e cinquanta e largo sei metri e quarantasette. Non so spiegare i sette centimetri, ma posso dichiarare che sono essenziali per l’opera. È appeso a una parete alta sei metri e larga dieci e mezzo. La parete di fronte è uguale, e quelle laterali sono larghe solo quattro metri e mezzo. Quindi la superficie totale del vano è quarantasette metri quadri e qualcosa. Il volume è duecentonovanta sette metri cubi e mezzo. Non so spiegare il mezzo. Preferisco che i numeri siano scritti in parole.

Mi piace anche descrivere i colori con un nome più che con un esempio. Non mi piacciono i grafici che rappresentano gradazioni o sfumature. Al colorificio o al negozio di articoli per la pittura ci sono migliaia di quelle strisce, in attesa soltanto di essere buttate. Non mi dicono niente. I campioni, che non sono mai modelli o pezzi unici, rendono solo un’idea di quello che il dipinto sarà sulla tavolozza, o sulla tela, o sulla carta, o sul legno, o sulla punta delle mie dita. Il giallo trasparente non è trasparente nel campionario. Che razza di parola. Campionario. Il giallo indiano potrebbe anche essere arancio cadmio. Il giallo cobalto potrebbe anche essere titanato di nichel, o giallo limone. I nomi invece sono esatti, senza ambiguità: si potrebbero dire addirittura rigidi, fissi, inalterabili, senza dubbio anelastici. Ciò non significa che le parole non siano precise, ma i nomi di fatto lo sono. Anche quando sono erronei, o attribuiti erroneamente. Un nome non è mai troppo inesatto. Devo chiarire che io vedo i nomi dei colori come nomi propri perché non ci danno informazioni sulle cose nominate, ma le identificano specificamente. Proprio come il mio nome riguardo a me stesso, il mio nome che è Kevin Pace. Probabilmente nel mondo ci saranno altri Kevin Pace, ma i nostri nomi non sono gli stessi. Può darsi che i nostri nomi abbiano lo stesso nome, ma il nome del mio nome non è un nome proprio.

Questi sono i miei quadri, i miei colori. Polveri mescolate a olio di lino. Questa è la mia pittura, colori su lino grezzo. Ho usato molto blu ftalo, cioè Prussia misto a indaco. Nell’angolo in alto a destra c’è del ceruleo che si scioglie nel cobalto, forse cola nel cobalto. I colori e i loro nomi sono ovunque, su ogni cosa. Tutti i colori hanno un senso, anche se non so dire quale, e se sapessi non lo direi. I loro nomi sono più descrittivi della loro presenza, perché la loro presenza non ha bisogno di descrivere, e non descrive, nulla. Questa è la mia pittura. Vive in questo ambiente, che sembra una clinica ostetrica equina; e credo che lo sia. Nessuno ci può entrare tranne me. Non mia moglie. Né i miei figli. Né Richard, il mio migliore amico.

C’è un altro edificio dove vado a dipingere. Lì dentro tutti sono i benvenuti. I quadri a disposizione, non coperti, in attesa di essere valutati, acquistati ed esposti sui muri di un salotto o nell’ingresso di una banca. Tutto sommato non mi dispiacciono. Alcuni sono belli. Altri meno. Ma non è compito mio giudicare, e non lo farò. Sono tutte puttane, questi quadri. Li riconosco, li apprezzo come tali. Non è colpa loro, e non la vedo come una cosa brutta in sé. Non c’è niente di scandaloso nel puttaneggiare, se lo si fa bene, senza scuse e senza riserve. In questi quadri, di cui sembra che parli con disprezzo anche se non lo vorrei, si trovano forse dei leitmotiv? Può darsi. Non lo so e non m’importa. Mi domando se abbiano cose in comune da una serie all’altra, da una tela all’altra. Nel futuro gli esperti discetteranno sui miei materiali, la mia tecnica, i miei colori. Vorrei tanto credere che in ogni tela sia presente qualcosa di me, ma poi mi chiedo perché mai me ne dovrebbe importare; o perché mai, mischiando le metafore, qualcuno debba avere il bisogno di ascoltare di continuo una sequenza ossessiva di note.

Anni fa ho avuto un breve periodo di successo. Grazie a ciò ho un po’ di soldi, comunque a sufficienza per mantenere agiatamente la mia famiglia. Mandiamo i figli a una scuola privata, anche se non so perché. Quella pubblica è senz’altro migliore, ma è parecchio più distante. Si potrebbe insinuare che sia a causa della mia pigrizia. Del resto indiscutibile. Molti dei loro compagni mi sembrano tonti, ma forse sono solo viziati. Ma alla fine sono solo bambini. Forse tutti i bambini sono tonti, o forse sono tutti geni e non c’è differenza tra le due cose. Personalmente il genio non mi interessa più. Può darsi che un tempo lo abbia sfiorato, ma non credo. Chi lo sa. E infine, e soprattutto, chi se ne frega?

La mia tela, il mio dipinto privato, ha un titolo, un nome. Non è mai stato detto a nessuno a voce alta. Io l’ho pronunciato una volta soltanto, sottovoce, mentre ero da solo nel mio studio. È un po’ come la password della mia e-mail, a parte il fatto che se me lo dimentico non potrò recuperarlo. Non l’ho trascritto. Un motivo per cui non permetterò mai ai miei figli di vedere il dipinto è che potrebbero cercare di dargli un nome, rovinandolo e rovinando tutto. So che la mia famiglia e i miei amici, pur volendomi bene, suppongo, qualunque cosa significhi voler bene, in qualche modo pregustano la mia morte – o, dato che mi piace la parola, quiescenza. Tutti vogliono vedere il quadro. E io vorrei vedere le loro facce in quel momento: se non che, non lo vedranno. Sono tutti convinti che non mi fidi di loro. Non hanno torto. Si sentono offesi perché il luogo del dipinto è protetto da lucchetti e finestre sigillate. Non mi fido di loro nell’insieme. Prima ogni tanto gironzolavano attorno al mio studio cercando di rubare un’occhiatina, forse anche un’annusatina. Coyote e procioni attorno a una tenda. Poi hanno mollato. Per adesso. È il mio capolavoro? Forse. Probabilmente no. Non so cosa significhi questa parola. Mi dicono che l’idea di capolavoro sia legata all’eterno, al per sempre. Io c’entro poco con questi concetti, non per dei principi filosofici, ma per una questione di gusto. Può darsi benissimo che l’eternità di un capolavoro gli permetta di esistere fuori dal tempo, ma io sono troppo ottuso per capirlo e non abbastanza dritto per rifiutare di capirlo. Pare che il mio capolavoro appassioni un bel po’ di gente. Non è bello sapere che sei più interessante da morto che da vivo, ma come sensazione c’è di peggio.

Ho cinquantasei anni. Non ho tenuto per ultimo questo aspetto per una ragione specifica, significativa o interessante. Secondo i parametri attuali non sono vecchio. I sessanta sono i nuovi quaranta. I settanta i nuovi cinquanta. La morte i nuovi ottanta. Insomma, se morissi oggi, tutti direbbero che ero giovane; però se mi rompessi una gamba cercando di saltare la cancellata sul retro, direbbero che sono un vecchio babbeo. Non posso più fare molte cose che facevo prima, ma neanche lo vorrei. Chi ha voglia di correre a perdifiato, attraversare un fiume a nuoto o schiacciare palloni a canestro? – non che ne sia mai stato capace. Ma sono in un’età limbica, troppo vecchio per i colpi di testa e troppo giovane per fare il brontolone impunemente. Però sono abbastanza vicino all’altra riva, al capo opposto della mia cronologia, alla data di scadenza, da destare interesse verso il mio lavoro.

Si fanno tanti discorsi, o chiacchiere, o ciance, nel cosiddetto mondo dell’arte (che cosa è più improbabile, arte o mondo?) a proposito del mio quadro segreto, quel quadro, questo quadro. Stando a una voce, o a una balla se mi passate il termine, ci sarebbe già un’asta per aggiudicarselo. Il che mi dice tutto ciò che mi serve sapere su certi acquirenti, su quellepersone o forse su tutte le persone. Il quadro potrebbe essere brutto. Potrebbe essere una schifezza. Offensivo, meschino, abominevole, stolto o, peggio che mai, pedante. Da quello che ho sentito, dopo la mia morte la mia famiglia potrebbe camparci sopra serena per un paio di generazioni. Nel pensiero non trovo un cavolo di conforto. Né un cavolo di quello che accadrà. Il mio miglior amico Richard, uno studioso del Beowulf in pensione, mi ha promesso che se muoio prima io darà fuoco allo studio. Credo che manterrebbe la promessa, ma temo che non mi sopravvivrà. Quindi ho un piano per far saltare tutto in aria. Prima però devo trovare il modo di farlo senza ammazzare nessuno, anzitutto me stesso. Non che non mi fidi di Richard, non mi fido del traffico. Non mi fido del clima. Non mi fido delle comunicazioni, malgrado fibre ottiche e microonde. E nemmeno delle automobili, specialmente di quelle senza carburatore. Magari morirò all’improvviso mentre Richard è in vacanza e se la fa con una donna conosciuta sulla piazza del villaggio. E non c’è campo, perché un fulmine ha centrato la torre. Può capitare. Comunque so che Richard, se potrà, farà di tutto per onorare l’impegno. Lo so perché è mio amico.

Prendo molto sul serio l’amicizia. Se siete miei amici e avete bisogno di me, vi troverò. Ci sarò, dovessi anche portare una catena di bicicletta a una rissa in un vicolo alle due di notte. Sembrerò esagerato, ma son fatto così. Inoltre attiro gli amici che la pensano come me. Non sto dicendo che sia una bella cosa, ma è così. Richard darà fuoco al mio studio e lo raderà al suolo perché siamo amici, non per quello che è successo trent’anni fa.

Un seguito tranquillo o prevedibile potrebbe essere che io snoccioli subito la storia di quello che è successo trent’anni fa. Lo farò, ma non ora. Prima vi racconto quello che è successo dieci anni fa.

Mia moglie e io eravamo a Parigi per un paio di settimane. Doveva essere una fuga romantica senza i bambini, un momento di tepore e di affetto per festeggiare vent’anni di matrimonio perfetto, amorevole, sicuro. E fu davvero un momento romanticissimo, ma purtroppo con un’altra. Di per sé non è un’ammissione da far sgranare gli occhi. Come non è eccezionale che sia successo con un’aspirante acquerellista di ventidue anni. Sorprendente, ma non eccezionale. Di straordinario c’è solo il mio voler ammettere una vicenda così stereotipata e patetica. Accadde dopo che mia moglie aveva deciso, con il mio innocente incoraggiamento, di passare un paio di giorni a Bordeaux dalla sua compagna di stanza del college. Questa è la storia che vi racconto adesso. È una storia sull’essere vecchi e sull’essere giovani.

Primo cliché: amavo e amo mia moglie, e non ero stufo di lei, non ero insoddisfatto della mia vita, dei figli o del lavoro. Non ero a caccia di emozioni, né di avventura, e nemmeno di sesso, anche se sono tutte cose non prive di fascino. È iniziata in una maniera sciocca, tipo scuola media, troppo futile per una fantasia maschile, letteralmente uno sfiorarsi di mani, una graffiatina sulla pelle che prima durò un attimo di troppo, e poi si ripeté. Come tanti fantasmi che ritornano, mi ossessionò da subito. Nessun fantasma nasce dalla sera alla mattina.

Non avevo mai pensato in nessun modo a come siamo quando incarniamo un cliché. Nella mia professione, come artista, potrei non essere stato altro che quello. Ero piuttosto introverso, un po’ strano per molti, molto strano per alcuni, lunatico, un filo trasandato nel vestire, distratto. Forse da giovane passavo per bello, come avrebbe potuto dire mia madre, ma me ne sono sempre infischiato, ed è possibilissimo che non fosse affatto vero. Alla fine uno diventa cliché per disattenzione. Io non ero un osservatore, non incameravo in toto quello che avevo attorno.

Girando, capitai a una lezioncina nel museo del Jardin du Luxembourg. Sulle pareti dietro la guida, fine dicitrice e vestita da hostess, c’erano una trentina di quadri di Eugène Boudin. Tutte mucche, ovviamente. Mi colpì questa cosa: quante mucche. I quadri mi annoiavano a morte, ma godevo di riuscire a seguire la spiegazione in francese.

Ero seduto accanto a una ragazza con la pelle forse più bianca che avessi mai visto. Credo che fosse bella. Lì per lì non pensai a questo. Erano molti anni che non pensavo più al fatto che qualcuno fosse bello o no. Mi dissi che forse era l’unica persona veramente bianca che avevo mai visto: pensiero onesto, nella sua banalità. Però lei non sembrava la bambola di porcellana di cui si sente sempre parlare. Cos’era, bianco zinco? Titanio? Decisi per bianco biacca, con tutti i rischi connessi al piombo. I capelli erano biondo chiaro, ma contava poco. Eravamo seduti su una panca senza schienale. Tenendomi al sedile con le mani ai fianchi, mi allungai leggermente. Mi accorsi che anche lei si teneva alla panca, con la mano sinistra vicino alla mia destra. I dorsi delle due mani si sfiorarono. Io la guardai e, con un “Pardon”, scostai la mia di qualche centimetro. Poi, che sia stato o no per un suo movimento cosciente, o per un mio movimento cosciente, per un’anomalia nella forza di gravità o per le vibrazioni dell’edificio causate da un lontano convoglio del metrò, da un autobus – o da un jet a bassa quota, o da un ripiegarsi dello spazio – le nostre mani si sfiorarono di nuovo. Dimensione. Questa volta nessuna si scostò. Forse stavamo pensando tutti e due: e allora?, le nostre mani si toccano, non morirò per questo, è solo che le mie mani casualmente si trovano lì. Ma era una bella sensazione. Almeno per me, così non mi mossi. Sbirciai verso di lei, calcolai che fosse sui vent’anni, e fu allora che mi sentii veramente un cliché. Ero un vecchio bavoso. Peggio, ero un vecchio artista bavoso.

Dopo la spiegazione tutti si misero a gironzolare fissando bovinamente i ritratti delle mucche. Mi sentii un po’ avvilito all’idea di pensare ai quadri in quei termini. Forse mi vergognai. Come ritratti di mucche andavano anche bene, ma non li distinguevo l’uno dall’altro. E chi ci sarebbe riuscito? Forse neanche una mucca. La mia faccia dovette tradire il rompimento, perché la ragazza della mano si alzò di fianco a me e dichiarò: “Non le piacciono.”

La guardai.

“Non è questo” risposi. “O non esattamente.”

Mi interrogò.

“No, capisco che abbia ispirato Monet, e tutto quanto. Mi piacciono i colori, e la tecnica. Sul serio. È che, insomma, non ne sarebbero bastate venti?”

“Non capisco.”

“Non sarebbe bastata una dozzina di ritratti di mucche?” Ripetendolo mi sentii un po’ un fesso. “Forse non voleva che qualche mucca si sentisse sminuita.”

“Non capisco sminuita.”

Frugai nella memoria. “Négligé?”

Lei annuì. “Vous êtes drôle.”

“Ci provo. Scusi il mio francese. Je suis désolé.”

“No, va bene. Io parlo inglese. Ma con l’accento.”

“L’accento è bello.”

“Gli americani lo dicono sempre.”

“Davvero?”

“Non lo so. Non sono brava a flirtare con gli uomini vecchi.”

Mentiva. Mi sentivo un babbione solo a parlare con lei, anche se non avevo progetti. Se ne avessi avuti sarei stato meno cliché. E lo sembrerei meno adesso, se ammettessi di averne avuti: ma ero quello che ero. Per quanto mi facesse male riconoscerlo, nel momento di ridurmi a un’espressione artistica mi rassegnai a una specie di denuncia di Greenberg del Surrealismo – essendo il mio attuale cliché precisamente quello, surrealista – secondo cui la pittura fallisce a causa di un’attrazione aneddotica. Ammissione altrettanto dolorosa fu quella che, pur non volendolo, credevo che il medium fosse tutto. Tela e colore, non c’era altro, non c’è altro. Là, in quel museo, il medium del mio cliché erano due corpi. E per quanto la cosa mi intristisse – nonché eccitasse – sapevo che i due corpi si sarebbero trovati. Non era una fantasia maschile; non sono mai stato abbastanza sicuro di me per queste cose. Era prescienza artistica, se ha senso dirlo. E anche se non ne avesse, questo era.

“Lei è un artista?” mi domandò.

“Sì, sono un pittore, uno della vecchia guardia.” Lo dichiarai senza sapere cosa volesse dire. Non ho mai dedicato al mio lavoro nessuna forma di pensiero di secondo grado, o riflessione. Una volta ho avuto uno scambio di idee prolungato, tignoso e tedioso con un cretino di anglista di Yale sul tema se la pittura sia un linguaggio. Senza porre la domanda che ora so corretta e ragionevole – cioè “Eehh?” – diedi invece la risposta: “Ma sì, certo.” Lui sbrodolò che l’arte non sa scrivere la propria grammatica, ma piuttosto la manifesta nell’invenzione. La mia risposta a questo fu il cognac. E quando fui bello sbronzo, ribattei: “Un quadro non è fatto per significare, ma per mostrare.” Vedendolo alle corde dopo la mia prima scarica di nonsenso, lo matai con “La funzione semantica di un dipinto non è un criterio per la sua qualità estetica”. Coda e orecchie. Se fossi stato un vero mafioso, poi sarei andato a letto con sua moglie.

“E cosa cerca di fare quando dipinge?” mi chiese la ragazza. Non piegava la testa in un certo modo, ma lo notai.

“Mi accontenterei di fare una mucca” risposi.

Lei sorrise, fu quasi un risolino.

“Le dirò cosa voglio dipingere. Voglio fare un quadro e non avere idea di cos’è, ma sapere che è un quadro. Ha senso per lei?”

“Forse se lo dicesse in francese.”

“Dubito che servirebbe.”

“Sta osservando il mio modo di camminare” disse.

Non era vero, ma annuii lo stesso.

“È il passo che riservo agli uomini più vecchi.”

“Si allena?” le domandai.

“Mi viene spontaneo.”

“Le credo.”

“Sono anch’io una pittrice. Di acquerelli.”

“Io non ho abbastanza controllo. C’è da pensare troppo, e prima.”

Dato che aveva parlato del suo modo di camminare, non potei fare a meno di osservarlo. Saltellava, portava la sua giovinezza con aggressività. Era bella. Non contava la sua faccia. Non contava il suo corpo. Chiunque camminasse in quel modo doveva essere bella. Ogni cambio di direzione, ogni partenza, ogni stop era coreografato e nel contempo pienamente libero, improvvisato. Era jazz, e avrei potuto odiarla per questo, ma non la odiai.

“Voulez-vous vous joindre a moi pour le café?”

“Alors formelle” lei disse.

“Mi spiace, il mio francese non è abbastanza buono per darle del tu con naturalezza.”

“Il suo francese è delizioso.”

“Quando tento di parlarlo mi viene l’emicrania. Soprattutto quando lo ascolto. Non sento bene la lingua.”

“Peccato.”

La parola peccato non aveva mai significato così tanto e forse così poco come allora, quando uscì dalle sue labbra. La parola in sé, le sue tre sillabe, più che il significato, non era localizzabile. Era lì, la parola, ma come può essere lì un elettrone.

“Sì, prenderò il caffè con lei” rispose. “Così farò pratica di inglese. E lei può fare pratica di qualunque cosa stia tentando di dire.”

“Mi chiamo Kevin.”

Mi strinse la mano. “Victoire.”

Alla faccia del buonsenso, nel senso che non stavo usando alcun buonsenso, ci avviammo dal Jardin du Luxembourg verso nord, su rue Bonaparte. Non dicemmo niente fino alla fontana di Saint-Sulpice.

“Studi arte?” le chiesi.

“Sì, all’Ècole des Beaux-Arts.”

“Però.”

“Infatti” ammise lei, appoggiandosi al muretto della fontana. Era metà pomeriggio di un giorno di dicembre mite ma ventoso. L’acqua nebulizzata restava sospesa. Guardai le statue dei leoni.

Proposi: “Andiamo a bere quel caffè.”

Lei annuì e continuammo fino al Café Mairie, dove ci sedemmo all’aperto sotto una lampada a infrarossi e il cameriere mi scoccò uno sguardo saputo – di approvazione o disapprovazione, non capii, ma comunque era inquietante.

“Il cameriere pensa che tu sia abbastanza giovane per essere mia figlia” commentai.

“Allora pensa troppo” disse Victoire.

“Comunque sei gentile a stare qui seduta a parlare con me.”

“E avevi detto che non sei un volpone.”

“Ho quarantasei anni, sono sposato con due figli e felice con mia moglie.”

“Eppure sei qui.”

“Eppure sono qui” ripetei.

“Ti conosco, come pittore. Avevo visto dei tuoi quadri sulle riviste. Mi erano piaciuti.”

“Le fotografie ingannano. Dal vero potrebbero non piacerti.”

“Forse.”

Il caffè andò come prevedibile. Victoire mi parlò dei suoi acquerelli, mi titillò un po’ l’ego parlando dei miei quadri – lo fece con la perfetta, forse francese, dose di rigore, e ci separammo con l’accordo di pranzare insieme dopodomani. Riuscimmo a staccarci prima che le facessi degli stupidi complimenti per il suo aspetto. Mi venne in mente, mentre vagavo a nord, verso l’hotel sull’affollata rue de Rennes, che avrei potuto dire qualcosa come “Sei adorabile.” Fui insieme fiero di me per non avere concepito una frase così risibile; e attonito, forse imbarazzato, per averla pensata a posteriori.

Quella notte mia moglie Linda telefonò da Bordeaux. Disse che le piaceva stare con la sua amica, di meno stare a Bordeaux. Le parlai del caffè con la ventiduenne.

“Fantastico” commentò lei. “Mi fa piacere che sei uscito. È bello conoscere gente.”

“Siamo andati al Café Mairie.”

“Era carina?”

Nella tristezza di dover riflettere sulla risposta più opportuna, feci quello che facevo sempre per mancanza di fantasia, perspicacia o tatto politico, per mancanza di una memoria decente: dissi la verità. “Sì.”

“Fantastico.”

Annuii, anche se ero al telefono.

“Venerdì pranziamo insieme.”

“Basta che non arrivi tardi al mio treno.”

“Montparnasse?”

“Oui, quatre heures.” E con ciò, Linda aveva dato fondo al suo francese e terminato il nostro colloquio. “Buona notte” disse.

“Notte.”

Che le illusioni siano un fatto fisico è difficile da conciliare con la coscienza che la realtà non è affatto reale. Tutto quello che vi dirò è vero, ma non ho idea di cosa sia essere vero. Vengo in sincerità con la mia ignoranza, dato che la percezione inizia e finisce al medesimo punto neurologico nello spazio. Posso affermare che quella sera ero ancora innocente quando riappesi, eppure non lo ero.

1979

Se solo avessi avuto la scusa di essermi sbagliato sul motivo della mia presenza, forse una parte della colpa non esisterebbe, e forse non mi sarei sentito in colpa fino a oggi, non avrei sentito la mancanza di un pezzo di me che è morto quel giorno. Ma il mio amico era venuto da me depresso, spaventato, smarrito, e mi aveva chiesto aiuto. Io gliel’avevo offerto di cuore, se non proprio con innocenza o altruismo. È successo trent’anni fa. Era il maggio del 1979. Potrebbe venir voglia di ipotizzare che l’episodio della mia vita di cui parlo qui sia una specie di storia di redenzione, e intendo redenzione nel più vulgato senso cristiano, ma sarebbe comunque una stronzata.

Richard venne da me con una storia inutilmente lunga su suo fratello. Sebbene Tad fosse più vecchio di Richard, lui di solito lo chiamava tranquillamente Zone: il cazzone. Spiegò che in famiglia era comunemente compreso, ma raramente ammesso. Zone aveva fatto dentro e fuori dal riformatorio, dalla galera, da relazioni violente e da un tot di programmi di riabilitazione dalla droga. Si era sparato non una, ma due volte in occasioni diverse con la stessa pistola, abitualmente non pulita. Tad era il preferito di sua madre, cosa che Richard trovava anche giusta date le difficoltà del fratello, i fallimenti e le scalogne. Zone doveva avere qualcosa, in mancanza del buon senso e di un minimo di fortuna. Da quanto mi fu detto, la madre di Richard non aveva notizie di lui da sei mesi, e quando aveva telefonato al suo ultimo numero conosciuto le avevano risposto che doveva essere andato nel Salvador. Lei non aveva pensato di chiedere perché fosse diretto là, però si era allarmata. L’allarme era ovviamente motivato, e ovviamente aveva avuto riflessi negativi sulla figlia minore, una studentessa di tedesco bipolare e anoressica che viveva ancora in casa, fino a provocarle tendenze suicide – cosa che ovviamente aveva portato Richard a pensare di dover fare qualcosa, cioè trovare Tad. Mi chiese di andare con lui. Richard è mio amico.

Mamma è matta, papà è ubriaco - Fredrik Sjöberg

Due pittori nordici d’inizio Novecento: uno godrà di una grande fortuna postuma, l’altro è destinato all’oblio. Hanno sposato la stessa donna (non contemporaneamente), sono entrati fra un nugolo di parenti e amici in una labirintica e ricchissima famiglia di imprenditori svedesi, hanno girato il mondo, lasciato tracce ora evidenti ora segrete un po’ dovunque, si sono scolati quantità cospicue di alcool, sono morti giovani.

Qual è il senso della loro storia, breve seppure intensa, e delle molte persone che l’hanno incrociata, complicata, arricchita con le proprie vicende? Fredrik Sjöberg, lo scrittore entomologo (ma anche collezionista e tante altre cose) che si è rivelato anni fa con L’arte di collezionare mosche, un libro per molti versi stupefacente, ripropone con Mamma è matta, papà è ubriaco (Iperborea, traduzione di Andrea Berardini), gelidamente sottotitolato Uno studio sul caso, la sua ispirazione di strenuo cacciatore e collezionista: non più di insetti, ma come nei libri successivi all’esordio, di storie di vita vissuta.

Sono in tutto romanzi, i suoi, e non certo reportage, anche se la ricerca storica e documentaria è impeccabile, rappresenta nello stesso tempo lo strumento e il tema del libro, è una vera sfida, ossessiva, quasi maniacale al dettaglio biografico con il quale confrontarsi, al quale dare parole. Il romanzesco è dalla parte del cercatore, in una sorta di arco voltaico che si accende tra l’autofiction e l’indagine, quasi una detection da libro giallo.

Che cosa abbiano poi da rivelare le vite che laboriosamente Sjöberg, restituisce alla memoria sottraendole al tempo è il cuore stesso dei suoi libri, la domanda che l’autore rivolge innanzi tutto a se stesso.

La risposta, provvisoria, aperta, e va da sé ambigua, è nella sua stessa biografia interna al romanzo, reale o immaginaria questo non importa. Il viaggio sulle tracce di qualcuno che è vissuto nel passato, sui luoghi che sono stati suoi e tra le persone che ne hanno serbato eventualmente memoria, si sdoppia infatti, sempre, in quello dello scrittore, della sua sensibilità: con connotazioni e atteggiamenti in qualche modo post-proustiani.

La memoria altrui viene assorbita nella propria, nell’ambito di una tradizione novecentesca che considera romanzo e saggio come forme interconnesse, da Sebald a Carrère, a Cercas, ma si potrebbero anche citare in ambito italiano quantomeno Andrea Tarabbia, fresco vincitore del Campiello: e per quanto riguarda le strategie letterarie di Sjöberg, in particolare, quel Pappagallo di Flaubert con cui Julian Barnes indicò senz’altro – era il 1984 – una via assai promettente nella narrativa che allora si definiva postmoderna.

Siamo in tutta evidenza di fronte a un’ossessione: nel caso specifico quella del collezionista, che mette in campo la collezione in quanto organismo inesauribile, più che non i singoli oggetti – le singole storie -: senza di essa sarebbero mute, grazie a essa ci parlano.

Ed è quel che accade in Mamma è matta, papà ubriaco, frase pronunciata in treno, e in svedese, ma forse un passeggero ha compreso – da Lillan, la figlia di Eva Adler e del pittore danese Anton Dich, nel loro viaggio di belli e dannati verso il nulla.

Tutta la narrazione si sviluppa da un dipinto eseguito nel 1921 da quest’ultimo, faticosamente ritrovato a un’asta dall’autore stesso, che ritrae due ragazze, Hanna e Lillan appunto, due cugine “piene di soldi” e “con l’aria depressa”, sulle alture di Mentone, da cui inizia la vicenda.

Seguendo e incalzando la loro biografia semicancellata tra scansioni temporali abilmente alternate fra passato e presente – a una buona dose di umorismo – , ci racconta una pezzo di storia d’Europa, volendo una saga sognante e non poco disperata, che coinvolge un noto attore ebreo divorato dalla tragedia dell’Olocausto se pure in circostanze misteriose e forse leggendarie, la vitalità quasi inesauribile della parte femminile – quell’essere appunto un po’ matte – gli incroci fra pittori a Parigi e in costa Azzurra, con la presenza niente affatto secondaria di Amedeo Modigliani e di un ritratto a lui dedicato di cui nessuno aveva notizia, o di Blaise Cendrars, il poeta di cui in epigrafe viene trascritto un’osservazione assai significativa: “In realtà gli artisti vivono discosto, ai margini della vita e dell’umanità, e per questo sono o molto grandi o molto piccoli”.

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