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La signorina Crovato - Luciana Boccardi

"Un racconto di formazione irripetibile, tratto da una storia vera.
Ha tre anni e mezzo, Luciana, quando la “disgrazia” colpisce la sua famiglia. È il 1936 e Venezia è ancora una città dove la gente s..."

La signorina Crovato di Luciana Boccardi (Fazi editore) è un romanzo autobiografico che racconta la storia di una famiglia in tempo di Guerra. Scritto in maniera semplice e lineare, quasi ci trovassimo di fronte a un diario, dipinge il mondo con gli occhi di una bambina costretta a subire diversi cambiamenti.

La signorina Crovato senza filtri e senza fronzoli, ci permette di osservare la crescita della protagonista che da bambina “abbandonata” dai genitori si ritroverà a diventare una donna in cerca di riscatto.

Siamo nella Venezia del 1936 e Luciana vive con la mamma e il papà finché un giorno un terribile incidente non cambierà le sorti della famiglia. Ma prima Luciana parte dall’incontro tra i suoi genitori, Marcella e Raoul.

"I nonni Salvatori vedevano profilarsi nuvole scure su quell’unione tra un uomo così avventuroso e irruenti e la loro Marcella, così dolce, fiduciosa, sensibile, ingenua".

Il papà di Luciana è un uomo sopra le righe, la sua passione per la musica è travolgente e affascinante proprio come lui. Abituato a incantare, stupire e conquistare, deve fare i conti con l’Italia che sta per entrare nel suo periodo più buio, quello del fascismo. E lui, antifascista convinto, non terrà mai la lingua a freno.

Una notte nella vita di Lucina tutto cambia: il papà rimane ferito gravemente in un incidente e Marcella deve occuparsi del marito che lotta per salvarsi. Comincia così il primo di una serie di spostamenti di Luciana:

"Non potevo capire fino in fondo il dramma della mia famiglia: per me contava solo il fatto che mi avevano abbandonato. Fu allora, forse, che cominciai a adottare quella tecnica che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Funziona un po’ come nel judo: tu vuoi spingermi, io mi lascerò cadere prima che tu te ne accorga, così ti destabilizzerò e potrò decidere come difendermi. Tu mi abbandoni? E allora sono io che non ti voglio, e non ti voglio…"

Luciana è una bambina di quattro anni che impara presto la durezza della vita. Anche quando Raoul tornerà a casa i problemi non finiranno per la famiglia di Luciana.

Ristrettezze economiche, problemi di alcolismo, la difficoltà di Luciana che non riesce a sentirsi parte del mondo dorato delle sue amiche, tutto ci conduce verso una fine che è soltanto l’inizio di una nuova emozionante avventura.

“Mai paura di niente” questo è il motto di Luciana che si butta a capofitto in ogni situazione. Niente è impossibile da affrontare.

"Il bene che ci volevamo era il nostro ossigeno, il mutuo soccorso era il cemento di una complicità più unica che rara. Quando si è disperati a quel punto, o ci si odia, o ci si ama ancora di più".

La signorina Crovato è…
Resistenza. La nostra protagonista che racconta con voluta ingenuità i primi traumatici avvenimenti della sua vita e della sua famiglia. La signorina Crovato è un libro capace di infondere il buonumore perché con leggerezza e semplicità Boccardi racconta una storia epica fatta di difficoltà e sofferenze quotidiane.

Essere straordinari nella vita ordinaria, non è mica da tutti.

La signorina Crovato è un libro godibile e dai messaggi positivi. Ci si può sempre rialzare, anche quando tutto sembra perduto.

Consigliato per gli amanti delle storie familiari anche se qui Boccardi stupisce per stile e leggerezza. Siamo solo al primo episodio, leggeremo gli altri.

Prima che tu venga al mondo - Massimo Gramellini

A sette anni dalla pubblicazione di Fai bei sogni, primo romanzo autobiografico, Massimo Gramellini ci consegna la sua ultima fatica, Prima che tu venga al mondo. Un romanzo, autobiografico anch’esso, che forse già nel titolo svela quella che è stata l’evoluzione dell’autore da un testo all’altro: da un titolo che è congedo, che è ultimo messaggio di una madre scomparsa troppo presto, a uno che è invece accoglienza, braccia già aperte a un figlio in arrivo, nei nove mesi, o forse anche più, che precedono la sua nascita.

Gramellini ci guida attraverso nove capitoli, uno per ogni mese di gravidanza, in un percorso che è attesa ma anche allo stesso tempo addio: addio a un padre, il suo, che, anche se non c’è più da qualche anno, c’è sempre, forse nella maniera sbagliata. «Si comincia a diventare padri quando si manda a stendere il proprio (tienilo a mente), ma io non ho mai trovato il coraggio di farlo» (p. 43): in poche parole Gramellini condensa secoli di storia e psicanalisi, accosta Freud e Ivan Karamazov, il più timorato fra i tre fratelli, il più succube, ma non abbastanza coraggioso da farsi esecutore materiale del delitto. Una presenza costante, che resta però senza nome, resta “mio padre”, quasi a voler dire che in fondo è il suo, ma anche quello di tutti; una figura dai contorni sfumati dalla quale sente la necessità di distaccarsi. Come se non si potesse essere padri e al contempo figli: «Ecco che cosa mi preoccupava della paternità. Non la procreazione in sé, ma il passaggio. Dalla condizione di figlio a quella di padre» (p. 26).

La “condizione di figlio” di cui parla è qualcosa che va oltre la semplice genetica, è un atteggiamento dietro al quale si era barricato, come egli stesso racconta, una comfort-zone che era scudo alla paura: paura che la sua infanzia di dolore potesse ripetersi. E invece è la prima riga del romanzo a scardinare questa convinzione: infatti, proprio dal ricordo di una famiglia dissoltasi troppo presto nasce il desiderio di costruirne un’altra.

Ricorrono, nel corso di tutta la narrazione, storie di figli e di padri, quasi a fare da cornice alla Storia. Gabriele Francesco, Jase, Paolo e Marco Simoncelli sono solo alcuni. Storie diverse e con esiti diversi, accumunate dallo spirito di chi le racconta per il loro messaggio: l’amore che va oltre il tempo, oltre la morte, l’amore di un padre per il figlio, di un figlio per il padre, l’amore per un figlio di nessuno che diventa figlio di tutti.

È un romanzo dedicato, ma narrato in prima persona. Il vero protagonista non è il figlio che arriverà, che è nelle parole del padre; il vero protagonista è il padre. Meglio, protagonisti sono i pensieri, le sensazioni, le paure che accompagnano un uomo verso la condizione di padre. E la scrittura diventa quasi catarsi. Una scrittura sincera, con un sottofondo talvolta ironico, ma che riesce a trasmettere sentimenti a volte scomodi da dire a voce alta: «Continuo a osservarti nel televisore e ho l’impressione di non provare niente» (p. 39); «Per ora sei un rigonfiamento nel suo ventre che dovrebbe commuovermi, ma non sempre ci riesce» (p. 74). E forse la paura più inconfessabile, più vigliacca, ma più vera e legittima: «Sarò ancora capace di vivere con me, adesso che mi toccherà vivere per te?» (p. 75). Un libro che è un cammino, che non pretende di dare risposte, ma che a volte ci riesce.

Attorno al protagonista ruotano una serie di personaggi che si potrebbero definire secondari dal punto di vista letterario, ma primari, coprotagonisti, dal versante umano. Fra tutti spicca la figura di Diego, primogenito della compagna dell’autore, sei anni. Un personaggio che emerge attraverso i dialoghi; senza il bisogno che l’autore lo descriva, viene a stagliarsi l’immagine di un bambino come tutti, emozionato all’idea dell’arrivo di un compagno di giochi, preoccupato che il fratellino possa essere una sorellina, spaventato talvolta per la futura ma inevitabile condivisione: di giocattoli come di affetti. Ma è soprattutto interlocutore, interlocutore di quel figlio che sta per diventare padre e che, attraverso il dialogo con quello che è diventato suo figlio, prende coscienza di cosa significhi la paternità.

Gramellini porta sulla pagina una tematica sempiterna e lo fa in maniera leggera ma mai scontata, velando dietro all’ironia una grande profondità, di anima e di pensiero, in quella che a tutti gli effetti potremmo chiamare una Lettera al figlio.

Il tempo del diavolo - Glenn Cooper

Riconosciuto da tempo come uno fra i maggiori e più amati scrittori di thriller storici e non solo, Glenn Cooper ci dona ancora una volta una storia potente e avvincente, dove come sempre il confine fra reale e inverosimile è destinato a dissolversi inevitabilmente, in nome — sembra — di un unico e misterioso quesito, che suona forte e perentorio come fosse “legge”: e se ciò che è successo o sta accadendo fosse realmente possibile?

Poliedricità, passione e tenacia sono i tratti distintivi che hanno permesso a Glenn Cooper di diventare nel tempo uno scrittore versatile e apprezzato in tutto il mondo. La ferma volontà e la caparbia capacità di sviluppare diversi interessi nel corso della propria vita, attingendo a un’ampia gamma di settori di studi e ambiti professionali (laurea in Archeologia, dottorato in Medicina, sceneggiatura, produzione cinematografica, scrittura) hanno fatto sì che le sue opere potessero offrire di volta in volta importanti chiavi di lettura nella comprensione della realtà e di tutto ciò che va al di là di essa.

Con Il tempo del diavolo, edito da Editrice Nord (2021, trad. G. Di Tolle), lo scrittore statunitense ci offre uno spaccato della Calabria — terra da lui vissuta e amata — attraverso lo sguardo di due piccole sorelle entrambe affette dalla stessa grave malattia e destinate a vivere un’esperienza surreale...

Non perdetevi ciò che ha dichiarato in questa piacevole intervista, riservata tanto ai suoi cari e fedeli lettori quanto a coloro che ancora non hanno avuto occasione di conoscerlo e apprezzarlo.

Sappiamo che ha una laurea in Archeologia, seguita da un dottorato in Medicina, due campi di studio sicuramente stimolanti ed eterogenei fra loro. Quanto di queste due aree di ricerca possiamo trovare nei suoi libri?
Cerco di attingere da tutte le mie esperienze di vita per rendere i miei libri il più possibile reali e veritieri. Penso che i lettori possano dire se un autore sa davvero di cosa stanno parlando. Quindi, sì, mi affido al mio background in medicina, ricerca biomedica, archeologia e affari per illuminare il mio lavoro. Mi permette di scrivere generi diversi e questo mi mantiene, per così dire, “fresco”, e di conseguenza i miei libri vari.

Pensa possa esistere una correlazione tra i suoi studi universitari e il suo approccio al mondo narrativo? Se in passato avesse intrapreso un altro percorso di studi, crede che l’avrebbe condotta comunque alla scrittura? O piuttosto, ritiene che l’ispirazione e la voglia di creare storie sarebbero venute da sé, in modo del tutto indipendente e naturale?
Una cosa è certa: penso che se mi fossi formato all’università o alla scuola di specializzazione come scrittore, i miei libri non sarebbero stati così interessanti. È il fatto stesso di aver studiato così tante altre discipline che mi ha fornito un pozzo profondo a cui attingere per le mie storie. Ma per me, e questo generalmente vale per tutti gli scrittori, devi possedere un intimo e profondo bisogno di creare e di metterti all’opera. Personalmente, e so per certo che è così per molti scrittori professionisti, scrivere è essenziale quanto respirare.

Da dove proviene il suo profondo interesse per il tema religioso, il desiderio di concentrarsi sugli aspetti riguardanti la fede, la volontà di approfondire e raccontare le dicotomie bene-male e buio-luce?
In realtà sono attratto dai temi religiosi non perché io sia religioso, ma sostanzialmente perché la religione affronta da sempre le questioni più fondamentali dell’esistenza. Perché siamo qui? È tutto ciò che è, oppure c’è vita dopo la morte? Come possiamo riconciliare il male? Controlliamo il nostro destino o siamo pedine in un gioco più grande? Fede e scienza sono compatibili? Sono queste domande senza risposta a spingermi a scrivere ogni giorno.

Quali influenze letterarie possiamo riscoprire nei suoi romanzi? E perché ha scelto di “metterle in scena”?
Sono stato influenzato da molti grandi scrittori, e tutti per ragioni diverse. John Steinbeck mi ha insegnato ad amare il potenziale della bellezza e delle immagini nella parola scritta. John Le Carré mi ha insegnato che un thriller può anche essere finzione letteraria. Umberto Eco mi ha insegnato che si può combinare la borsa di studio con la scrittura thriller. John Fowles mi ha insegnato a pensare al mondo naturale durante una stesura.

Dove ricava maggiore soddisfazione personale, nella scrittura di romanzi autonomi, autoconclusivi o nella creazione di trilogie e quadrilogie? In quale tipo di struttura, di costruzione della trama, diciamo, rintraccia più motivazioni, avverte più stimoli e gratificazioni? E quali differenze e difficoltà incontra quando scrive le sue storie?
Vado avanti e indietro sul tema delle serie e degli standalone books. Probabilmente, preferisco scrivere un unico libro forte in cui il protagonista finisce il suo arco. Tuttavia, ai lettori piace continuare a tornare a un personaggio preferito, e io sono sensibile a questo aspetto. The Library of the Dead è stata una tetralogia accidentale perché il primo libro è stato un successo e aveva senso andare avanti per un po’. La trilogia Dannati è stata davvero un libro molto lungo, suddiviso in pezzi. Forse il miglior equilibrio che ho trovato è stata la serie Cal Donovan di thriller vaticani in cui ogni libro si distingue, ma il personaggio principale resiste. Ho appena finito il mio quinto libro della serie e ho iniziato il sesto.

Quali sono gli aspetti più rappresentativi e coinvolgenti nel mondo della sceneggiatura e in quello della scrittura? Ci rivela le somiglianze e le differenze tra questi due ambiti?
La sceneggiatura ti allena a fare due abilità molto importanti che sono trasferibili alla scrittura thriller: mantenere un ritmo rapido e scrivere dialoghi credibili. Alcuni scrittori di thriller escogitano trame incredibilmente grandiose, ma alla fine non riescono a far sembrare i loro personaggi come persone reali. Personalmente, non riesco a leggere questi libri.

Sappiamo che è anche un produttore cinematografico. Ha mai scelto di autoprodurre la storia di uno dei suoi romanzi?
Sfortunatamente, i miei libri richiedono budget enormi che superano di gran lunga le capacità di una piccola società di produzione indipendente!

Il tempo del diavolo è il suo ultimo romanzo. Perché ha scelto la Calabria come ambientazione? E cosa ama maggiormente dell’Italia?
L’Italia è per me come una seconda casa e ho tanti amici italiani. Di lei, amo l’antichità, la cultura, la bellezza e la varietà della geografia da nord a sud, così come il cibo e il vino. La Calabria è un luogo speciale che a un estraneo come me sembra abbastanza misterioso, quindi era perfetto per il libro.

Perché la scelta di due bambine come protagoniste? Ha avuto difficoltà a delineare il profilo psicologico ed emotivo delle due sorelline? Pensa che il mondo dei bambini possa rivelare cose e aspetti differenti rispetto a quello degli adulti, che possa suscitare maggiori e interessanti riflessioni su alcune specifiche tematiche?
Non mi capita di scrivere spesso di bambini, quindi questo libro è stato davvero interessante e stimolante proprio per questo motivo. Ho cercato di fare del mio meglio per calarmi nei loro panni mentre stavano attraversando la loro esperienza surreale, ma penso che lascerò il genere giovanile ad altri scrittori.

«Cresceranno, invecchieranno e moriranno, come tutti», disse asciugandosi gli occhi. «Almeno però adesso sono nelle mani di Dio, non in quelle del Diavolo.»

Quali messaggi desidera lasciare ai lettori e quali quesiti ha cercato di sollevare attraverso il suo ultimo romanzo?
Questo libro parla fondamentalmente delle nostre paure più ancestrali, primo fra tutti il timore di invecchiare e morire, e di come possiamo accettarlo o decidere di combatterlo.

Le cose della vita - Paul Guimard

Esistono scrittori di un solo libro: è il caso di Paul Guimard, nonostante abbia lasciato una fitta bibliografia tra romanzi, saggi e una quantità di lavori giornalistici da editorialista per L’Express e da inviato perché ebbe la passione della vela e intraprese nel ’62 un giro del mondo in barca per conto della R.F.T. Ma Paul Guimard in Francia resta il firmatario di un romanzo breve del ‘67, Les choses de la vie, scritto in un’unica presa di fiato, si direbbe in apnea, e presto divenuto un piccolo oggetto di culto.

Edito da Mondadori già nel ‘68 e in un doppiaggio d’autore a firma di Oreste del Buono, Le cose della vita (L’Orma, «Kreuzville Aleph», pp. 114) torna adesso nella versione di Eusebio Trabucchi, encomiabile per fedeltà e limpidezza della resa stilistica. Costruito come un romanzo di formazione rovesciato o meglio condotto à rebours nell’imminenza del decesso del protagonista, Le cose della vita alterna la prima e la terza persona come fossero la stessa voce: ora esterna e premeditata, pressoché fenomenologica (si sente qui che Guimard ha almeno sfiorato Robbe-Grillet e la cosiddetta Scuola dello sguardo) ora invece pulsante e del tutto introversa: l’una è la voce che insegue la dinamica di un incidente d’auto con la cadenza tipica degli eventi fatali, l’altra viceversa traghetta a velocità siderale e per un’ultima volta, proprio in articulo mortis, i fatti essenziali (amicizie, affetti, eventi professionali e mondani) della vita del protagonista.

Paul sta andando con la sua fuoriserie ad altissima velocità sulla statale che collega Parigi a Rennes quando, all’altezza di Les Mans, per un banale contrattempo è coinvolto in un incidente, finisce fuori strada e in fin di vita viene trasportato in ospedale. Lì, in una deserta astanteria, nello stesso momento in cui la vita lo abbandona, un sussulto di sopravvivenza libera lo sciame dei ricordi con la sequenza in flashback dei fatti che l’hanno edificata.

Paul è un celebre avvocato di quarant’anni, un raffinato borghese che abita a Parigi nel Quai Voltaire (curiosamente lo stesso domicilio che fu dello sdegnoso e reazionario Henry de Montherlant, scrittore che non potrebbe essere più antipode a Guimard), è stato sposato, ha un figlio che sta per sposarsi a sua volta, e da tempo ha con l’amante Hélène una relazione costellata di alti e bassi, di fughe strategiche e unilaterali, tipiche di uno scapolo ostinato, con repentini riavvicinamenti da parte di lei che vorrebbe sposarlo. Nel momento dell’incidente Pierre ha in tasca una lettera di addio ma si compiace di non averla spedita ripromettendosi di stracciarla. Invano, perché la lettera verrà consegnata, dopo il decesso, alla destinataria con il più atroce dei messaggi postumi. Intorno a Paul, catturati a velocità stenografica si animano i segni di una Francia rurale in via di modernizzazione, nell’autoradio alla classica voce di Charles Trenet succede quella ingenua di Françoise Hardy, l’adolescente dalle lunghe gambe di cerbiatta che canta Tous les garçons et les filles de mon age: intanto, come si trattasse di atomi usciti dall’orbita, dentro di lui va in folle il decorso del romanzo di formazione

La materia prima del personaggio-Paul appartiene allo stesso Guimard: alle sue spalle c’è una adolescenza vissuta tra Parigi e la provincia, dove esplode il primo amore (un contatto ingenuo, infantile, che diviene via via più abrasivo, arrischiato) mentre sopravviene la morte di un amico, lo sfregio che divide la vita tra un prima e il dopo cui immediatamente segue l’esperienza del Maquis e perciò ancora l’incombenza, l’irruzione violenta della morte entro la vita.
Paul non viene caratterizzato psicologicamente ma solo per il tramite delle cose che fa e che pensa, per gli oggetti e le abitudini che ne costellano l’esistenza quotidiana. La sua ritrosia, la vocazione di scapolo, le riserve costanti nei riguardi di Hélène, tradiscono non tanto ostilità quanto una diffidenza primordiale nei confronti degli altri. La sensazione è che Paul diffidi dei legami perché ne ha paura, che ne tema la ambiguità e la sostanziale insincerità a partire, beninteso, da sé stesso: che l’inferno siano gli altri, secondo il celebre aforisma di Jean-Paul Sartre, peraltro un vecchio amico di Guimard, lo ha sempre saputo.

Nemmeno Hélène fa eccezione, lei che nel romanzo agisce sempre fuori campo ed esiste soltanto di riflesso, nell’eco della voce che le presta Paul, una voce lancinante che pare propagarsi e svanire nel gelo dell’obitorio. Paul ha infine una sola certezza, pure se una certezza che il suo stesso racconto vorrebbe negare, ed è la certezza di dover morire. Proprio mentre nel delirio terminale rievoca il passato, infatti, esorcizza intanto al presente gli estremi della condizione umana, l’essere per sempre soli nello stato di finitudine. Le cose della vita è dunque uno spoglio diagramma della mortalità, non ambisce ad essere altro. La voce di Paul, a un certo punto, è costretta a riconoscere: «Chi mi ama continuerà a mangiare anche dopo, e questo dimostra perfettamente quanto la mia importanza sia relativa. La vita finisce solo per me e i rimpianti non pesano poi molto davanti a questa constatazione. Bisogna approcciarsi alla morte con grande umiltà».

Rispetta lo spirito ma non la lettera del romanzo, rendendone ad esempio elusivo il finale, il regista Claude Sautet (un maestro costantemente sottovalutato dai «Cahiers di Cinéma») che gira nel Settanta l’omonimo film, poi uscito in italiano con il titolo L’amante. Sautet vi ha omesso lo sguardo in soggettiva di Guimard e ha integralmente oggettivato il punto di vista approntando una storia a tre dove nel personaggio di Paul, interpretato da un misuratissimo Michel Piccoli, si rispecchiano le figure della ex moglie, Lea Massari, e di Hélène che ha lo sguardo sfolgorante di una Romy Schneider al culmine della sua parabola.

Il tempo non perdona
All’uscita del film (lo attesta la monografia Claude Sautet, a cura di Gabriele Pedullà, Dino Audino editore 1996) così ne scrive l’antagonista acerrima dei «Cahiers», la rivista «Positif»: «L’amante è una grande lezione di cinema ed è pure una grande lezione di morale. Ogni fuga verso l’euforia e il distacco dalla realtà, ci dice Sautet, non può che condurre all’isolamento e alla morte: Pierre cambia per due volte la sua scelta e finisce per perdere il contatto con il tempo. Ma il tempo non perdona». (Un rifacimento cinematografico invece scadente è del ’94, Intersection ovvero Trappola d’amore, per la regìa di Mark Rydell con due decorativi Richard Gere e Sharon Stone). Per parte sua Paul Guimard aveva rubato il titolo del romanzo all’amico Antoine Blondin, poligrafo straordinario, il quale raccontava come Valéry Larbaud, gravemente infermo e ormai quasi incapace di parlare, sciogliesse l’imbarazzo dei suoi ospiti con un … Bonsoir … choses de la vie …

Per niente al mondo - Ken Follett

Molto spesso il percorso che porta allo scoppio di una guerra inizia con un piccolo passo falso. La storia è piena di avvenimenti apparentemente banali, trascurabili nell’immediato ma che in un secondo momento si rivelano per ciò che realmente sono: veri e propri detonatori di crisi globali. È questo il mantra dal quale parte e si snoda l’avvincente trama di Per niente al mondo (titolo originale Never), il nuovo libro di Ken Follett edito da Mondatori in uscita il prossimo 9 novembre anche in Italia, in contemporanea con Stati Uniti e Regno Unito. Dall’ombra del terrorismo islamico, un’ombra mai svanita e strettamente collegata alle ondate migratorie provenienti dall’Africa, al testa a testa tra superpotenze dotate di armi nucleari, dal narcisismo di alcuni politici desiderosi di lasciare un improbabile segno nella storia a leader politici imprevedibili.

La tempesta perfetta
In mezzo a questi riferimenti attualissimi, il libro di Follett ospita personaggi altrettanto verosimili, come Pauline Green, prima presidente donna degli Stati Uniti, fedele repubblicana; Kang U-Jung, presidente della Corea del Nord, che già dal nome volutamente storpiato richiama Kim Jong Un; un dittatore golpista africano, denominato il Generale, che ha appena preso il controllo del Ciad e che, nella sua follia, ritiene di essere pronto a giocare ad armi pari con Washington e Pechino. Sullo sfondo, non bastasse già la complessa vita della presidentessa statunitense Green, pressata da una quotidianità familiare complicata e da avversari politici pronti a metterle i bastoni tra le ruote (tra cui James Moore, repubblicano controfigura di Donald Trump che vorrebbe distruggere la Cina utilizzando le bombe atomiche), troviamo tanti piccoli eventi che bussano alla porta dello Studio Ovale della Casa Bianca. Problemi che, se presi singolarmente, non destano particolari preoccupazioni, ma che possono formare una tempesta perfetta nel caso in cui dovessero sommarsi l’uno con l’altro.

Il rischio di una catastrofe globale
Follett è pronto a stupire i lettori con un thriller politico di oltre 700 pagine, dotato di una trama frenetica e al tempo stesso avvincente proprio come se si trattasse di un film. L’autore, dopo aver abbandonato il romanzo storico, torna dunque ad analizzare il presente. In particolare, Per niente al mondo racconta una crisi globale che minaccia di sfociare nella Terza Guerra Mondiale.

“Mentre facevo ricerche per La caduta dei giganti, rimasi scioccato nel rendermi conto che la Prima guerra mondiale è stata una guerra che nessuno voleva. Nessun leader europeo, dell’uno o dell’altro schieramento, avrebbe voluto che scoppiasse. Eppure, uno dopo l’altro, imperatori e primi ministri presero decisioni – decisioni logiche e ponderate – ognuna delle quali condusse, a piccoli passi, al peggior conflitto che il mondo avesse mai conosciuto. Mi sono convinto che si era trattato di un tragico incidente. E mi sono chiesto se sarebbe potuto accadere di nuovo”, ha spiegato Follett.

Un thriller politico
Le ambientazioni geografiche toccate dal libro sono molteplici. C’è il deserto del Sahara, dove due agenti dell’intelligence d’élite sono sulle tracce di un potente gruppo di terroristi del contrabbando di droga. Non poteva mancare la Cina, dove un alto funzionario governativo con grandi ambizioni per sé e per il suo Paese combatte contro i vecchi falchi comunisti del governo, che potrebbero spingere Pechino – e il suo stretto alleato militare, la Corea del Nord – verso un punto senza ritorno. Ci sono, poi, gli Stati Uniti di Pauline Green, impegnata a evitare lo scoppio di una guerra non necessaria. Luoghi e Paesi quanto mai reali che lasciano intendere al lettore un messaggio ben preciso: quando un atto di aggressione provoca una reazione – e prende il via una escalation incontrollabile – il rischio di assistere a una apocalisse nucleare diventa più concreto che mai.

Potere massonico - Ferruccio Pinotti

(tratto da corriere.it)

«Mentre la presenza di un potere invisibile corrompe la democrazia, l’esistenza di gruppi di potere che si avvicendino mediante libere elezioni resta, almeno sino ad ora, l’unica forma in cui la democrazia ha trovato la sua concreta attuazione». Così scriveva Norberto Bobbio nel 1984 e non viene in mente altro approdo cui abbandonarsi, dopo aver letto le 750 pagine dell’ultimo, imponente saggio-inchiesta di Ferruccio Pinotti sulla massoneria in Italia (appunto: Potere massonico. La fratellanza che comanda l’Italia: politica, finanza, industria, mass media, magistratura, crimine organizzato, edito da Chiarelettere con prefazione di Aldo Cazzullo). Perché purtroppo l’impressione è che quel potere invisibile — il «cripto governo», come lo chiamava sempre Bobbio — di cui la massoneria continua ad incarnare, in modo più o meno intenso, una manifestazione concreta, sia ben lungi dall’essersi estinto.

D’altronde, quanto contino ancora logge e loggette, cerchi magici e fratellanze più o meno occulte, Pinotti — che negli anni, con i suoi libri, ha scandagliato in profondità i retrobottega italici — lo racconta bene. E non è solo una questione di numeri, che comunque sono in forte ascesa (le tre principali «comunioni» del Paese — il Grande oriente d’Italia, la Gran loggia nazionale d’Italia e la Gran loggia regolare d’Italia — sono infatti tutte in crescita, per un totale di circa 40mila affiliati: il fascino discreto della massoneria, verrebbe da dire). Ma proprio di metodo.

Certo, andrebbe fatta una distinzione: da un lato la «massoneria-conventicola», quella da club, dove l’affiliazione favorisce — o vorrebbe favorire — percorsi e carriere professionali, protezioni, scambi di interessi (e dove talvolta, specie in certe zone del Paese, la faccenda deraglia in questioni puramente criminali, vedi per esempio in Calabria); e dall’altro lato la «massoneria-potere forte» o «partito» («la massoneria è il partito della borghesia», disse Gramsci in uno storico discorso alla Camera nel 1925, richiamato nel libro), che è quella capace di giocare sul tavolo più alto della finanza e della politica, come «garante» di alleanze, di patti, di equilibri (le pagine dell’inchiesta sono piene di nomi e cognomi, testimonianze, manovre).

Il risultato però non cambia. Laddove questo «metodo» — nel micro o nel macro — sovverta le regole del merito, del diritto e del mercato, siamo sempre di fronte a quel potere invisibile che non rende compiuta la nostra democrazia. Anzi, ne costituisce proprio una promessa non mantenuta. E fa una certa sorpresa, allora, ritrovarsi nel libro di fronte a quel questionario che, nel 1913, i redattori de L’Idea Nazionale, rivista vicina alle posizioni del partito nazionalista, sottoposero ad alcuni esimi esponenti del mondo politico e intellettuale dell’epoca, come Benedetto Croce, Pasquale Villari, Giovanni Amendola, Ivanoe Bonomi. Sotto ad un titolo che potrebbe apparire naïf («L’influenza della massoneria sulla società italiana»), si ponevano questi due interrogativi: 1) se la sopravvivenza di una associazione segreta fosse ritenuta compatibile con le condizioni della vita pubblica moderna; 2) se l’azione palese e occulta della massoneria nella vita italiana, e particolarmente negli istituti militari, nella magistratura, nella scuola, nelle pubbliche amministrazioni, si risolvesse in un beneficio o in un danno per il Paese.

Quesiti che sarebbero ancora oggi di straordinaria attualità. E che l’inchiesta affronta, come lo stesso Cazzullo scrive nella prefazione, «senza pregiudizi, ma anche senza sconti».

Barbizon Hotel - Paulina Bren

Nel libro Barbizon Hotel (Neri Pozza 2021, titolo originale The Barbizon. The Hotel That Set Women Free, traduzione di Maddalena Togliani), l’autrice Paulina Bren racconta la straordinaria storia del leggendario albergo per sole signore di New York, il Barbizon, fondato nel 1927, e delle donne che vi hanno vissuto.

“Hotel Barbizon, 140 Sessantatreesima Strada Est”.

Era questo l’indirizzo nell’Upper East Side newyorkese dell’edificio che ospitò il Barbizon Hotel, l’albergo per sole donne che nella Grande Mela cercavano un posto al sole. Future splendide attrici, quali Grace Kelly, Lauren Bacall, Joan Crawford, Tippi Hedren, Candice Bergen, Ali McGraw. Tormentate poetesse come Sylvia Plath o giornaliste/scrittrici/saggiste del calibro di Joan Didion. Un taxi Checker giallo lasciava la giovane di fronte all’ingresso dell’albergo, c’era chi proveniva da lontano, dall’America provinciale e chi da molto più vicino, dall’altra estremità del ponte George Washington. La ragazza forestiera, maniglia della valigia in mano, appena giunta a Manhattan, indossava i suoi abiti migliori. L’ondata di emozione che la fanciulla provava varcando la porta d’ingresso del Barbizon sarebbe stata impossibile da riprovare in seguito, per il significato preciso che aveva in quel momento. La fanciulla era scappata dalla sua città natale e da tutte le prospettive, ma soprattutto dalla loro mancanza, che la caratterizzavano. La giovane si era lasciata tutto alle spalle, con decisione, spesso dopo mesi in cui aveva implorato, risparmiato, lesinato, progettato. Adesso era lì, a New York, pronta a ricostruirsi, a cominciare una nuova vita. Aveva preso in mano il proprio destino.

Tra le tante donne famose che hanno vissuto al Barbizon, vi sono state anche le migliaia di altre, senza nome, che hanno oltrepassato quella soglia. Giovani, ambiziose, piene di aspettative, al loro primo assaggio di libertà. Non saranno diventate famose come speravano, ma erano tutte coraggiose, fossero aspiranti attrici, ballerine, modelle, cantanti, stiliste, future segretarie, infermiere o imprenditrici, tutte incarnavano le possibilità ma anche le contraddizioni di quello che il XX secolo aveva da offrire alle donne americane.
Nel corso degli anni, le pubblicità dell’Hotel Barbizon sulle riviste declamavano:

“Oh! È fantastico essere a New York… soprattutto se alloggiate al Barbizon per sole donne”.

Lo slogan era sempre quello:

“L’hotel più esclusivo di New York per giovani donne”.

Perfetto simbolo dell’emancipazione femminile, il periodo d’oro del Barbizon viene rievocato dall’autrice, abile nel tratteggiare, grazie a fascinose foto in bianco e nero, un’epoca che finì nel 1981 quando il primo ospite uomo varcò la soglia dell’edificio dell’Upper East Side.
Il Barbizon per gran parte del Novecento era stato un luogo in cui le donne si erano sentite al sicuro dai lupi (gli uomini che battevano le strade di New York in cerca di ragazze giovani e ingenue), dove avevano avuto una stanza tutta per loro per organizzare e progettare il loro futuro. L’hotel diede loro una cosa straordinaria: la libertà. Ne liberò l’ambizione, i desideri che altrove erano considerati proibiti, ma che nella Grande Mela erano immaginabili, realizzabili, possibili.

“La Donna Nuova è nata nell’ultimo decennio del Diciannovesimo secolo. Era una donna desiderosa di essere qualcosa di più di una figlia, una moglie, una madre. Voleva spingersi fuori dalle quattro mura di casa per esplorare il mondo; voleva l’indipendenza; voleva liberarsi da tutto ciò che la opprimeva. La si vedeva pedalare per la strada in mutandoni e maniche di camicia svolazzanti, diretta da qualche parte”.

Su un letto di fiori - Banana Yoshimoto

Banana Yoshimoto: la trama del suo nuovo libro Su un letto di fiori:

In una notte di primavera Miki, abbandonata su una spiaggia tra le alghe, viene trovata da Toshiko, sua futura madre adottiva, che era uscita di casa dicendo: “Sento che sulla riva del mare c’è un neonato che mi aspetta”. La piccola è quindi accolta dalla famiglia Ōhira che la cresce con amore.

Il nonno adottivo, morto dopo qualche tempo, aveva il potere di vedere realizzati i suoi desideri. E, come la protagonista ormai adulta racconta, quando questo succedeva tutt’intorno si diffondeva una luce straordinaria. Accanto al bed & breakfast Big Hill gestito da Miki e dalla famiglia a Ōoka-mura, un villaggio fuori mano in Giappone, c’è un edificio diroccato, un po’ minaccioso e stregato. Viene comprato da Nomura, un giovane vedovo tornato in patria. Con lui, e grazie ai consigli trasmessi dal nonno, Miki risolve l’arcano legato alla casa.

Così, fra sogni e realtà, l’amore trionfa sull’odio e sugli spiriti maligni. Banana Yoshimoto, l’indagatrice del mistero per eccellenza, nel suo ultimo romanzo Su un letto di fiori (Feltrinelli) ci trasporta in un’atmosfera surreale. Dove esistenze apparentemente banali diventano meravigliose e sorprendenti. E con tocchi zen ci aiuta a riflettere, come accade da sempre con i suoi libri, tutti tradotti e pubblicati da Feltrinelli. Da Kitchen, l’esordio nel 1991, best seller divenuto fenomeno culturale da cui sono stati tratti due film, a L’ultima amante di Hachiko e Honeymoon. Ma anche Il corpo sa tutto (2004) e Il dolce domani (2020).

Fra i temi preferiti, l’amore e l’amicizia, gli affetti familiari e le conseguenze della perdita delle persone amate sull’animo umano: «La morte mi attrae come motivo per analizzare la vita. E ne scrivo per cercare di dare consolazione alla nostra sensibilità», dichiara.

Le informazioni sulla vita di Mahoko Yoshimoto (il suo vero nome) che si trovano sul suo sito sono volutamente vaghe. Filtra quel tanto che basta per renderla più familiare ai suoi fan.

Nata a Tokyo nel 1964, ha iniziato a scrivere per emulazione vedendo la sorella maggiore, Haruno Yoiko, disegnare anime giapponesi. Ha scelto come pseudonimo Banana perché ama i fiori di banano, che hanno infiorescenze maschili e femminili. Ed è quindi un nome “carino e androgino”.

Ho sposato un musicista perché pensavo di andare d’accordo con lui
Dal 2000 è sposata con un musicista «perché pensavo di poter andare d’accordo con lui». Ha un figlio, Manachinko, nato nel 2003.

Trapela pure un particolare intimo. Ha due tatuaggi, uno di banana sulla coscia destra e un altro di Obake-no-Q-Taro, un manga, sulla spalla sinistra. Alla domanda su quanto di personale ci sia nei suoi romanzi, confessa: «Potrei rispondere il 100 per cento, ma anche niente».

Alla fine di questa intervista via mail, ha scritto semplicemente: “Molte grazie, Banana Yoshimoto”.

Che significato simbolico ha il ritrovamento della bambina tra le alghe?
Questo romanzo ha un forte elemento fantastico, che ho cercato di enfatizzare attraverso la scrittura. Il ritrovamento della bambina tra le alghe suggerisce che non si tratta di un abbandono completo, che non è stata buttata via.

Miki lascia il villaggio poche volte all’anno, non ha nemmeno il passaporto. Sapere di essere abbandonata crea una sorta di insicurezza?
Tutt’altro. Lei ama profondamente il luogo in cui vive. Percepisce l’infinità dell’universo nel suo piccolo mondo e non sente il bisogno di allontanarsene.

La famiglia adottiva di Su un letto di fiori è un po’ magica. Vale per tutte?
Si tratta di un racconto dai toni fantastici. In alcuni punti ho voluto un po’ esagerare, ma credo che ogni famiglia custodisca in qualche modo storie straordinarie.

Il romanzo dà indicazioni filosofiche sulla vita. L’ha scritto più per se stessa o per gli altri?
Per i lettori. Sono stata spinta dal desiderio di condividere il percorso di elaborazione del lutto seguito alla perdita di entrambi i miei genitori.

Secondo il nonno della protagonista bisogna muoversi il giusto per non cambiare troppo e diventare qualcosa di diverso. Che cosa significa?
Non è la solita raccomandazione di “restare fedeli a se stessi”. Secondo me, la vita è una sequenza di istanti in cui si può agire in un solo modo. A furia di fare cose differenti si finisce per deviare dal percorso più naturale.

Come si resiste alle tentazioni?
Le scelte da non fare sono quelle sature di desiderio e ambizione. Quando una tentazione coincide con la vocazione, si può cedere. Per me il problema non è tanto optare tra bene e male ma, per l’appunto, tra giusto e sbagliato.

“La vita dovrebbe somigliare a un sonnellino su un letto di fiori”, dice il nonno a Miki. Cioè?
Mi immagino che il paradiso sia proprio così. E il segreto dell’esistenza secondo me è comportarsi come se ci si trovasse già in paradiso.

Banana Yoshimoto: la trama del suo nuovo libro Su un letto di fiori
In una notte di primavera Miki, abbandonata su una spiaggia tra le alghe, viene trovata da Toshiko, sua futura madre adottiva, che era uscita di casa dicendo: “Sento che sulla riva del mare c’è un neonato che mi aspetta”. La piccola è quindi accolta dalla famiglia Ōhira che la cresce con amore.

Il nonno adottivo, morto dopo qualche tempo, aveva il potere di vedere realizzati i suoi desideri. E, come la protagonista ormai adulta racconta, quando questo succedeva tutt’intorno si diffondeva una luce straordinaria. Accanto al bed & breakfast Big Hill gestito da Miki e dalla famiglia a Ōoka-mura, un villaggio fuori mano in Giappone, c’è un edificio diroccato, un po’ minaccioso e stregato. Viene comprato da Nomura, un giovane vedovo tornato in patria. Con lui, e grazie ai consigli trasmessi dal nonno, Miki risolve l’arcano legato alla casa.

Così, fra sogni e realtà, l’amore trionfa sull’odio e sugli spiriti maligni. Banana Yoshimoto, l’indagatrice del mistero per eccellenza, nel suo ultimo romanzo Su un letto di fiori (Feltrinelli) ci trasporta in un’atmosfera surreale. Dove esistenze apparentemente banali diventano meravigliose e sorprendenti. E con tocchi zen ci aiuta a riflettere, come accade da sempre con i suoi libri, tutti tradotti e pubblicati da Feltrinelli. Da Kitchen, l’esordio nel 1991, best seller divenuto fenomeno culturale da cui sono stati tratti due film, a L’ultima amante di Hachiko e Honeymoon. Ma anche Il corpo sa tutto (2004) e Il dolce domani (2020).

Fra i temi preferiti, l’amore e l’amicizia, gli affetti familiari e le conseguenze della perdita delle persone amate sull’animo umano: «La morte mi attrae come motivo per analizzare la vita. E ne scrivo per cercare di dare consolazione alla nostra sensibilità», dichiara.

Le informazioni sulla vita di Mahoko Yoshimoto (il suo vero nome) che si trovano sul suo sito sono volutamente vaghe. Filtra quel tanto che basta per renderla più familiare ai suoi fan.

Nata a Tokyo nel 1964, ha iniziato a scrivere per emulazione vedendo la sorella maggiore, Haruno Yoiko, disegnare anime giapponesi. Ha scelto come pseudonimo Banana perché ama i fiori di banano, che hanno infiorescenze maschili e femminili. Ed è quindi un nome “carino e androgino”.

Ho sposato un musicista perché pensavo di andare d’accordo con lui
Dal 2000 è sposata con un musicista «perché pensavo di poter andare d’accordo con lui». Ha un figlio, Manachinko, nato nel 2003.

Trapela pure un particolare intimo. Ha due tatuaggi, uno di banana sulla coscia destra e un altro di Obake-no-Q-Taro, un manga, sulla spalla sinistra. Alla domanda su quanto di personale ci sia nei suoi romanzi, confessa: «Potrei rispondere il 100 per cento, ma anche niente».

Alla fine di questa intervista via mail, ha scritto semplicemente: “Molte grazie, Banana Yoshimoto”. Qui sotto il book trailer di Kitchen.

Che significato simbolico ha il ritrovamento della bambina tra le alghe?
Questo romanzo ha un forte elemento fantastico, che ho cercato di enfatizzare attraverso la scrittura. Il ritrovamento della bambina tra le alghe suggerisce che non si tratta di un abbandono completo, che non è stata buttata via.

Miki lascia il villaggio poche volte all’anno, non ha nemmeno il passaporto. Sapere di essere abbandonata crea una sorta di insicurezza?
Tutt’altro. Lei ama profondamente il luogo in cui vive. Percepisce l’infinità dell’universo nel suo piccolo mondo e non sente il bisogno di allontanarsene.

La famiglia adottiva di Su un letto di fiori è un po’ magica. Vale per tutte?
Si tratta di un racconto dai toni fantastici. In alcuni punti ho voluto un po’ esagerare, ma credo che ogni famiglia custodisca in qualche modo storie straordinarie.

Il romanzo dà indicazioni filosofiche sulla vita. L’ha scritto più per se stessa o per gli altri?
Per i lettori. Sono stata spinta dal desiderio di condividere il percorso di elaborazione del lutto seguito alla perdita di entrambi i miei genitori.

Secondo il nonno della protagonista bisogna muoversi il giusto per non cambiare troppo e diventare qualcosa di diverso. Che cosa significa?
Non è la solita raccomandazione di “restare fedeli a se stessi”. Secondo me, la vita è una sequenza di istanti in cui si può agire in un solo modo. A furia di fare cose differenti si finisce per deviare dal percorso più naturale.

Come si resiste alle tentazioni?
Le scelte da non fare sono quelle sature di desiderio e ambizione. Quando una tentazione coincide con la vocazione, si può cedere. Per me il problema non è tanto optare tra bene e male ma, per l’appunto, tra giusto e sbagliato.

Siamo già in paradiso
“La vita dovrebbe somigliare a un sonnellino su un letto di fiori”, dice il nonno a Miki. Cioè?
Mi immagino che il paradiso sia proprio così. E il segreto dell’esistenza secondo me è comportarsi come se ci si trovasse già in paradiso.

I protagonisti hanno sogni premonitori, lei ne ha?
Mi capita di sognare luoghi in cui non sono mai stata e qualche volta li uso nei miei romanzi.

La fine resta in sospeso, forse Miki sposa Nomura?
Dovrà passare del tempo, ma non è impossibile.

È un libro di speranza?
Era quella la mia idea quando l’ho scritto.

Quanto è stata influenzata da suo padre, saggista, filosofo, poeta importante?
Moltissimo. Mi ha insegnato a guardare la realtà da prospettive diverse e ha influito sul mio modo di lavorare. Un mio grande rimpianto è che non leggerà mai questo libro.

Ha redatto un saggio su di lei, come giudicava la sua scrittura?
Sosteneva che alcune volte gli ricordava il teatro Nō per via della sintesi fra realtà e fantasticheria.

Nei suoi romanzi i nonni sono importanti, lei li ha conosciuti?
No. Tre sono morti quando ero ancora piccola e mi è rimasta soltanto la nonna materna, che però non vedevo molto spesso.

Quanto ha inciso la sua maternità sulla creatività?
Penso di essere diventata meno eccentrica.

La sua routine di lavoro?
Le sole cose che faccio, oltre a scrivere, sono portare a spasso il cane e preparare la cena. Ascolto molta musica, spesso alla radio.

È vero che ha un piccolo zoo domestico?
Quasi tutti i miei animali sono passati a miglior vita. Mi restano un cane, un gatto e una tartaruga.

Sappiamo che Suspiria di Dario Argento è il suo film preferito, ma lei guarda anche le serie tv?
Ho apprezzato Servant di Night Shyamalan e una giapponese che si intitola Ōmameda Towako e i suoi tre ex-mariti.

Il tramonto in Sicilia e la vista dalla funivia di Capri sono scenari che l’hanno colpita. Lei ama molto l’Italia, pensa di tornarci?
Non si possono pianificare viaggi ora. Possiamo solo avere pazienza e aspettare.

Come e dove ha vissuto il periodo del lockdown?
Sono stata a Tokyo, a prendermi cura di mio suocero. Inoltre mi sono fratturata un piede, sto sempre chiusa in casa. Tutti abbiamo paura del futuro. Un’altra cosa che dovremmo fare è avere amici con una sensibilità comune.

Caldo - Victor Jestin

(tratto da ilmanifesto.it)

Léonard ha diciassette anni, è introverso, il fisico gracile che nasconde sotto una maglietta anche quando la temperatura sfiora i quaranta gradi, parla poco e cerca in tutti i modi di sottrarsi ai momenti collettivi che la vita del campeggio gli vorrebbe imporre. In vacanza con i genitori e i fratelli più piccoli nelle Landes cerca rifugio nei lunghi viali costeggiati da tende e piazzole mentre i suoi coetanei affollano la spiaggia e la sera, quando impazza il karaoke per le famiglie e la techno per i ragazzi tra le dune, si infila in tenda per non essere costretto ad incontrare qualcuno.

Ed è durante una di queste sue fughe dal divertimento e dalla folla che una sera si imbatte in Oscar, un ragazzo della sua stessa età che ubriaco ha infilato la testa tra le corde di un’altalena nello spazio giochi dei più piccoli. Léonard assiste alla scena senza intervenire, impietrito ma non dalla paura, piuttosto dall’interrogativo su cosa fare finché l’altro muore strangolato.

È a partire da questa vicenda tragica e dalle molte domande che porta con sé che si sviluppa Caldo, (edizioni e/o, pp. 114, euro 13, traduzione di Alberto Bracci Testasecca), l’affascinante esordio narrativo di Victor Jestin, 27enne di Nantes che vive a Parigi dove lavora come sceneggiatore per cinema e tv. L’autore ha presentato il romanzo al Salone del Libro di Torino:

Nel protagonista della storia si respira una tensione costante, quasi ci si possa aspettare da un momento all’altro uno scoppio di violenza. Cosa nutre questo stato d’animo?
Ad alimentarlo è la tensione tra il suo segreto macabro e il divertimento che lo circonda. Due elementi impossibili da conciliare: da qui il disagio di Léonard. E, sebbene portate all’estremo, sono queste anche le due polarità a cui rispondono tutti gli adolescenti del campeggio: violenza e desiderio.
La vicenda che è al centro del romanzo allude ad una verità pericolosa da rivelare che nasconde una colpa frutto della mancanza di empatia verso il mondo. Un’atmosfera in qualche modo noir?
Ciò che prova Léonard non è tanto una mancanza di empatia quanto un ritardo, una difficoltà nel sincronizzarsi con il mondo che lo circonda. È un sentimento che mi interessa e che genera anche un quesito letterario: come trovare un linguaggio insolito che renda questo «sfasamento» protagonista che è poi anche il narratore della storia? È in questa difficoltà di parlare, in questo divario tra ciò che cerca di formulare e ciò che il linguaggio abituale consente, che si muove la scrittura.

L’adolescenza è forse la fase più difficile della vita, ma in Léonard assume i contorni di una sorta di paranoia costante. Perché una rappresentazione cosi dura?
Trovo che ci siano molti cliché intorno all’adolescenza. Ciò che mi interessa di questa età è soprattutto l’estrema sensibilità che permette di raccontare disturbi più ampi, che non si limitano a questa fase della vita. È in qualche modo come una lente d’ingrandimento. Il giovane Holden di Salinger parla di un adolescente, ma penso che quello che dice a riguardo sia universale.

Intorno a Léonard c’è un mondo che ai suoi occhi è quasi costretto a divertirsi, cui si sente estraneo, che disprezza, ma che ritiene anche lo rifiuti. Un aspetto che ha fatto parlare di una vicinanza con il cinismo dei personaggi di Houellebecq: un parallelo che le appartiene?
Mi piacciono molto i primi romanzi di Houellebecq che illustrano proprio questi meccanismi di imposizione del divertimento e la tristezza e la solitudine che ne derivano. Gli adolescenti in vacanza sono un bersaglio privilegiato di queste «aziende della felicità»: un vero mercato ultraliberale e senza pietà. Nel campeggio le sue forza sono ovunque: musica dagli altoparlanti, mascotte travestita da coniglio sorridente, distributori di preservativi. Léonard resiste dolorosamente, finché è una tragedia che in modo paradossale lo fa precipitare fino in fondo come gli altri in questa realtà.

In più di un’intervista ha fatto riferimento a Jean Genet, in cosa «Caldo» rimanda all’autore di «Diario del ladro»?
Amo gli scrittori che parlano del corpo, che lo mettono al centro del loro lavoro. Genet parla molto del corpo degli uomini, del loro modo di camminare, di cosa dice di loro il modo in cui si muovono. Il rapporto con il corpo era importante per lo scenario e il clima del campeggio. Inoltre di Genet apprezzo la tensione permanente tra violenza e dolcezza, eleganza e volgarità.

L'ultimo ospite - Paola Barbato

Paola Barbato: un nome che farà drizzare le antenne a molti amanti dei thriller ben congegnati, della suspense, dell’adrenalina. Beh, saranno in tanti ad essere felici di sapere che è appena uscito, per Piemme, il suo nuovo libro: si intitola L’ultimo ospite e siamo certi che non deluderà le aspettative più alte. Lo recensiamo oggi.

Mentre si dirige, a bordo della sua 500, verso Olimpia d’Arsa, la vecchia, graziosa villa Liberty che deve inventariare, il giovane notaio Flavio Aragona non è per niente contento del lavoro che l’attende: rinchiudersi per giorni in una vecchia villa senza possibilità di uscire per compilare uno scrupoloso inventario degli innumerevoli beni di un’avara vecchia signora appena morta non entusiasmerebbe nessuno… figurarsi poi se gli eredi non sono esattamente persone accomodanti verso cui provare empatia. Fortuna che, almeno, ad affrontare quest’immane mole di lavoro non sarà solo: insieme a lui, a bordo dell’auto, ci sono Letizia Migliavacca, la sua assistente – fragile, per nulla piacente, ma intelligente e preziosa – e la sua grossa, vecchia e tenerissima cagnolina Zora. Arrivati alla villa la situazione non migliora: ad accoglierli, a parte la diffidenza della domestica Paloma Ferri, c’è un giardino troppo grande e una casa troppo piena… di stanze, ninnoli, armadi, scomparti nascosti… ci metteranno una vita a catalogare ogni cosa. Come se non bastasse alcuni inconvenienti spiacevoli aggravano le incombenze di Flavio e ritardano la fine del lavoro… sembra quasi che la casa, o la vecchia Adalgisa Grisenti, non voglia che il notaio e la sua assistente finiscano il lavoro. Lo stato d’ansia di Letizia, già alto data la sua fervida immaginazione costantemente sottoposta a sollecitazioni, peggiora quando comincia a notare reperti che è strano trovare nella casa di un’anziana signora, specie di una come la Grisenti: occhialetti rosa da bimba, muffole verdi, un piccolo apparecchio ortodontico… e poi la casa sembra viva… troppe cose danno a Letizia la certezza che lì non sono soli. Flavio dapprima non ci bada, etichettando il tutto come le solite paranoie di Letizia, ma poi… anche lui finisce per convincersi che qualcosa di strano lì c’è. Due menti diversissime, l’una razionale e l’altra fantasiosa, reagiscono in modo diverso allo stress… ma quali misteri nasconde davvero la villa?

Paola Barbato architetta una trama intricata, ricchissima di particolari, costruendo un thriller mozzafiato in cui la tensione è costantemente alta e il page turning è incessante. Adrenalina, ingegno, patos sono calibrati e dosati alla perfezione in quello che all’apparenza potrebbe sembrare un thriller psicologico dal finale scontato, ma che invece è un thriller puro dal finale al cardiopalma. I punti di vista di Letizia e Flavio si alternano e si bilanciano per tre quarti del romanzo, quando alle loro si aggiungono altre due voci inattese, inconsuete, ma gradite ed utilissime sia a creare un diversivo che spezza la monotona (se pur piacevole) routine della narrazione, sia a fornirci altri punti di vista che completano il quadro chiarendo altri aspetti rimasti in ombra. I personaggi sono ben caratterizzati, sebbene si ha sempre l’impressione che qualcosa del loro passato rimanga celato, fumoso, venga lasciato volutamente indietro per concentrarsi di più sul qui ed ora.

L’ultimo ospite è un ottimo thriller che tiene con il fiato sospeso fino all’ultima pagina ed affronta, sebbene abbastanza velatamente, due temi drammaticamente intramontabili quali la violenza sulle donne e i killer seriali. In che modo ne parla Paola Barbato? Dovrete scoprirlo voi. Dal canto nostro non possiamo far altro che consigliarvi questa lettura: fidatevi, vi appassionerà.

Paola Barbato, classe 1971, è nata a Milano, ha vissuto a Brescia ed ora vive a Verona con il suo compagno, tre figlie e tre cani. Ha scritto e sceneggiato numerosi fumetti tra cui Dylan Dog; altri suoi thriller sono Bilico, Il filo rosso, A mani nude, Non ti faccio niente e la trilogia composta da Io so chi sei, Zoo e Vengo a prenderti. Lo stand alone L’ultimo ospite è il suo ultimo romanzo.

Mindful eating - Jan Chozen Bays

Jan Chozen Bays è medico pediatra e lavora presso la Stress Reduction Clinic (Clinica per la riduzione dello stress) presso l’Università del Massachusetts dove guida il programma clinico di otto settimane per la riduzione dello stress tramite la mindfulness.

Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare sempre più spesso di mindful eating, ovvero di alimentazione consapevole. L’interesse per il tema è cresciuto anche a livello di ricerca: si contano, infatti, centinaia di articoli scientifici per indagare l’efficacia di questo approccio.

La pratica della mindfulness è una pratica della tradizione buddhista che si fonda sulla capacità di dirigere l’attenzione e di prendere consapevolezza rispetto al qui ed ora. Mindfulness significa prestare attenzione in maniera totale e priva di giudizio allo svolgersi della vita momento per momento.

Lo scopo dell’autrice è manifesto fin dal sottotitolo: “riscoprire una gioiosa e sana relazione con il cibo”. Alla base dell’approccio vi è l’idea che il corpo sa cosa, quanto e quando mangiare perché lo sente e non perché lo pensa. Nutrirsi è in stretta relazione sul modo che abbiamo di vivere. Se mangiamo in maniera più consapevole, staremo al mondo in maniera più consapevole.

La prima edizione dell’opera risale al 2009, visto il suo successo, nel frattempo il libro è stato tradotto in più di dieci lingue e venduto in tutto il mondo. Al testo originale Bays aggiunge altri tipi di fame oltre le 7 che aveva proposto inizialmente.

Il libro mira a far conoscere la pratica del mindful eating a tutti, perché non nasce come una semplice terapia per chi ha problemi di peso, un disturbo alimentare o comunque una relazione complessa con l’alimentazione, il corpo o il peso, o magari per le persone con problemi di salute derivanti da uno stile alimentare poco funzionale.

Mangiare in modo consapevole è solo un aspetto che si inserisce in un approccio alla vita più consapevole alla ricerca di un costante equilibrio sempre dinamico nella strada verso il benessere.

Mindful eating è composto da diversi capitoli in cui si esplora la pratica da un punto di vista teorico, ma anche pratico. Il testo contiene, infatti, diversi esercizi presentati nel corso degli ultimi 20 anni durante i seminari, nei ritiri e nei laboratori condotti sul mindful eating da Jan Chozen Bays.

Si comincia esplorando e poi sperimentando in prima persona con le pratiche guidate, tutti i diversi tipi di fame: degli occhi, del tatto, delle orecchie, del naso, della bocca, dello stomaco, delle cellule, della mente e del cuore. Mangiare, afferma la dr.ssa Bays, è un’esperienza che coinvolge organi, sensi, bisogni, emozioni e quando ci alimentiamo è importante essere consapevoli e notare i diversi aspetti che possono gratificarci o lasciarci insoddisfatti.

Il testo prosegue offrendo le linee guida per aumentare la consapevolezza nel modo di mangiare e come è possibile trasmetterle anche ai più piccoli.

È un libro appassionante, pieno di informazioni utili per capire qual è il nostro approccio al cibo, come si sono sviluppate le nostre abitudini alimentari, anche in una prospettiva sociale, e quali sono i vantaggi nel modificare eventuali comportamenti scorretti per godere pienamente di ciò che viene introdotto nel corpo. Il pregio di questo manuale è che Jan Chozen Bays non cade mai nel dogmatico e prescrittivo. Al contrario per ogni conquista personale, l’autrice spesso racconta un aneddoto personale che rispecchia le sue difficoltà nel percorso o come inizialmente viveva il rapporto con gli alimenti, specie quelli legati al desiderio.

Alla fine dell’opera, per chi volesse, si trova il link per ascoltare le note audio, tradotte in italiano, delle meditazioni guidate, citate durante la narrazione.

A chi si rivolge Mindful Eating: ai professionisti che a vario titolo si interessano di nutrizione, alle persone che amano il cibo, a tutti quelli che vogliono riflettere sulle loro scelte alimentari per capire da cosa sono guidate e per chi ha bisogno di imparare (o ricordare nuovamente) che “se vogliamo godere del cibo, bisogna invitare anche la mente”.

Io sono la strega - Marina Marazza

Durante interi secoli si sparsero fiumi d’inchiostro per mettere nero su bianco le tipologie di stregonerie e di incantesimi. Il manuale più famoso e famigerato è senz’altro Il martello delle streghe, scritto da due domenicani a fine Quattrocento per reprimere eresie e malefici.

Io sono la Strega racconta la storia di Caterina, che comincia quasi cent’anni dopo, quando lei viene al mondo a Broni, e si snoda a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento nel pavese, nel Monferrato e poi nella Milano spagnola d’oro e di sangue, dove tutta la vicenda vedrà la sua tragica e movimentata fine.

Figlia di un maestro di scuola che le insegna a leggere e scrivere, cosa rara per quel tempo, Caterina comincia presto a capire di piacere agli uomini, nonostante non si ritenga una gran bellezza.

C’è qualcosa in lei che li attrae. Viene violentata dal suo signorotto e sposa a tredici anni un uomo che si rivela uno sfruttatore debosciato.

Gli sfuggirà e inizierà le sue peregrinazioni facendo la serva per tanti padroni, mentre lui la bracca come un moderno stalker; sarà la concubina di un capitano, prima di venire allontanata per volere del vescovo in quanto peccatrice, e arriverà a servire a Milano nella casa dei Melzi, dove si compirà il suo destino.

Come molte altre donne del suo tempo, Caterina ha bisogno di difendersi dalle sopraffazioni: nessuno alza un dito per far valere le ragioni di una serva. E per questo motivo si avvicina alla magia, in particolare agli incantesimi che i manuali degli inquisitori chiamano ad amorem, e cioè che hanno lo scopo di fare innamorare.

Il diavolo non le fa paura: «A dire la sincera verità, non credo che satanasso possa essere molto peggio di certi uomini che ho incontrato» dice a un certo punto del romanzo.

Nonostante le brutte esperienze vissute, Caterina sa ancora amare. Conosce bene la differenza tra un rapporto mercenario, una violenza e un incontro nato dal desiderio di un uomo per una donna e di una donna per un uomo.

Ecco, questo già la pone fuori delle regole: una donna perbene non può provare piacere nel fare l’amore. Un pregiudizio, questo, destinato a durare a lungo nel tempo, ben oltre il Seicento magnifico e tremendo che è stato scenario per la formidabile vicenda raccontata in questo libro.

Da Io sono la strega vi proponiamo un brano preso dal capitolo in cui Caterina, serva in una locanda del Monferrato, incontra un affascinante cercatore d’oro.

Sì, i cercatori d’oro non c’erano solo nel West: il Po, il Ticino, l’Elvo e altri fiumi della zona davano da vivere con mille antichi mestieri, da cui quello praticato dall’affascinante e un po’ selvaggio Fredo Il Cava Oro…

(Occhi azzurri)

«Ho una fame da lupo» mi disse l’uomo. Lo avevo già notato, seduto in fondo alla taverna, da solo, e anche piegato sulla panca si vedeva che era alto, aveva delle belle spalle larghe e una capigliatura lunga raccolta in piccole treccioline che gli davano un’aria selvaggia. Il voluminoso giustacuore di pelliccia di scoiattolo lo faceva sembrare un selvatico dei boschi, un cacciatore o un brigante. Stava per i fatti suoi e in silenzio, a differenza degli altri che facevano sempre un gran rebelotto, soprattutto dopo la prima pinta.

Quando mi avvicinai, sollevò su di me un paio di formidabili occhi azzurri e subito mi mancò il cuore. «È buono il vostro stufato, o forse ho troppa fame e così mi pare. Portatemene dell’altro, ben caldo.»

«Vi servo subito» gli risposi, ma lui allungò la mano e mi prese il polso.

«Non vi ho mai veduta prima.»

«Sono forestiera» risposi, restando sul vago.

Lui annuì, mi lasciò andare e aspettò con pazienza che gli portassi la sua comanda. Mi pareva di sentire ancora le sue dita sulla mia pelle mentre andavo in cucina. Quando gli misi la ciotola davanti, la divorò con gusto, ma anche con una certa grazia, al confronto con gli altri clienti che si pulivano bocca e naso nella manica e ruttavano rumorosamente. Bevve un ultimo sorso di vino, posò il bicchiere, levò lo sguardo d’improvviso e si accorse che lo stavo fissando da dietro il bancone, risistemando piano piano i boccali lavati sulla scansia. Gli occhi chiari, si sa, son la mia debolezza. E i suoi erano veramente due stelle, che al confronto quelli del Pinotto parevano quelli di un’anguilla lessa.

(Alchimie d’amore)

Mi fece segno di avvicinarmi al suo tavolo e io lo assecondai.

«Come vi chiamate?»

«Caterina. E voi?»

«Goffredo.» Mi sorrise e mi parve bellissimo. «Ce l’avete un letto per Fredo il cava oro?»

«La stanza c’è, con un buon letto pulito.»

«Mi mostrate voi la strada?» Si alzò e prese la sua roba, sollevando la sacca come se non pesasse niente. Aveva odore di pelliccia e di nebbia, per niente sgradevole.

Mentre salivo le scale col lume in mano e lui mi veniva dietro, pensai che avevo voglia di fare l’amore con quell’uomo, per mia scelta e senza alcuna ricompensa: mossi i fianchi a destra e a sinistra a ogni gradino, in modo da ricordargli che quella che lo precedeva era una femmina. Forse aveva sempre avuto ragione Pinotto, che era convinto che io fossi calda di natura. La verità era che ben di rado mi era capitato di sentir battere forte il cuore, ma quel poeta a Pavia mi aveva fatto capire quella volta che fare l’amore può essere una gran bella cosa e da allora mi era rimasta dentro come una sensazione. Dal cava oro non mi aspettavo nient’altro che il piacere, così come fanno gli uomini con le donne.

Così entrai nella stanza e gli mostrai il letto, il piccolo tavolo e la brocca, il catino, l’asciugamano di tela di lino e la panca dove appoggiare le sue cose. «Niente pulci qua alla locanda» assicurai, ripetendo le parole della Carlota.

«Lo so, ci sono già stato qui a dormire. Ma voi non c’eravate ancora.» Lasciò cadere la sacca, chiuse la porta, spense il lume e mi prese tra le braccia. Certe volte ci si intende benissimo anche senza bisogno di spender parole.

Quella sera, alla poca luce che entrava dalla finestra, dai nostri corpi, come dalle acque del fiume Elvo, si liberarono pagliuzze d’oro di puro godimento e anche se la legge del Dio degli uomini diceva che questo era male io non riuscivo a convincermene. Ci concedemmo generosamente l’una all’altro, senza neppure conoscerci davvero, ben sapendo che per la nostra storia non ci sarebbe stato un domani. Fu bellissimo.

Io sono la strega, la storia di Caterina da Broni, tutta ricostruita sulla base degli atti autentici del processo avvenuto nel 1617, è su Bibliolandia per Solferino editore.

È la seconda eroina con questo nome alla quale l’autrice dà vita nelle sue pagine: l’anno scorso in occasione del 500enario vinciano Marina Marazza ha pubblicato L’Ombra di Caterina, dedicato alla madre di Leonardo da Vinci.

Viaggi iniziatici - Emanuele Trevi

Il saggio di Emanuele Trevi, Il Viaggi iniziatici, edito da Laterza è uno di quei libri che un sincero ricercatore della verità dovrebbe tenere sempre sul proprio comodino o, se si preferisce, è il classico libro da portarsi dietro durante un viaggio, per il semplice motivo che di viaggi tratta.

Presentato al festival della Mente 2013, Il viaggio iniziatico è un itinerario dello spirito attraverso mondi sciamanici, terre vergini d’un candore ancestrale, primigenio; ma è anche un documento che parla di tradizione, termine quanto mai vituperato e vilipeso dal linguaggio e dal sentire moderni; ma modernità e tradizione, si sa, più che mere categorie temporali, sono stati d’essere, così Trevi ci parla dell’etnologo francese Marcel Griaule – un occidentale (aggettivo da intendersi, anche in questo caso, più come état d’esprit che come categoria spaziale), con tutto ciò che questo comporta in termini di secolarizzazione – disposto a ricevere dal sapiente cacciatore dogon Ogotemmeli “le parole viventi che permetteranno agli altri di riannodare il filo delle tradizioni” ed entrare così in contatto con quell’universo di “simboli” – “parole di questo basso mondo”, sempre insufficienti ad esprimere il mondo invisibile, come rammenta Ogotemmeli – che compongono la mitologia viva e vitale del cacciatore e del suo popolo costituendone la “sostanza stessa della vita”.

Griaule non è di certo il primo occidentale che si avventura in terre esotiche ed entra in contatto con le culture indigene, uno dei molteplici precedenti è quello dello statunitense John Neihardt introdottosi negli anni ‘20 del secolo scorso fra gli omaha, e che ebbe a trascrivere le memorie del medicine man Alce Nero. Ma come ricorda Trevi: “non tutti i viaggi sono viaggi iniziatici”. Il libro di Griaule è un “libro il cui argomento non è stato solo pensato o immaginato, ma è accaduto al suo autore, segnando una specie di pietra miliare sul cammino della sua esistenza”; come ogni genuina esperienza iniziatica, infatti, il percorso dell’autore presuppone un prima e un dopo, un processo di morte e rinascita.

È questo, del resto, che insegna lo sciamano Juan Matus al suo discepolo Carlos Castaneda, ossia che: “Un uomo si avvia verso il sapere come se andasse in guerra”, come ricorda nel corso del saggio lo stesso Trevi, parlando di quello che a detta di molti è il testo iniziatico più famoso del Novecento, ossia Gli insegnamenti di don Juan.

Il saggio poi, ricco di pathos ma godibile come un racconto, fa tappa fra i ghiacci artici con Rasmussen e i suoi Inuit, quel Rasmussen che – come racconta Trevi – al pari di Griaule e di Castaneda intuisce che “ la storia di cui era stato protagonista, sotto le vesti di un’esplorazione, era in realtà un’iniziazione, una nuova percezione della vita raggiunta attraverso prove eccezionali e l’incontro con una visione del mondo ancestrale e inaudita”.

È lo stupore dinanzi ad un nuovo modo di vedere le cose che contraddistingue e accomuna questi uomini, questi viaggiatori; “stupor mundi” insomma, heideggeriana meraviglia dinanzi ad un nuovo mondo, o forse, meglio, dinanzi ad un nuovo modo di vedere il mondo. “Gioioso stupore” scrive Trevi, riferendosi a ciò che traspare dai racconti di Rasmussen, il quale nell’introduzione al Grande viaggio scrive: “La slitta è stato il mio primo vero giocattolo e con quello ho portato a termine il grande compito della mia vita”. Ciò non stupisce se pensiamo che stupore e meraviglia sono le prime sensazioni dei bimbi dinanzi alla vita…e non fu proprio uno ‘sciamano’ di nome Gesù (anche nella sua storia ricorre il mito di morte e rinascita, N.d.A.) a dire: “se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”?

Quello di Emanuele Trevi è un saggio profondo, sottile, che va alle radici dell’esperienza del sacro, quel sacro dinanzi al quale si prova meraviglia o si sta kierkegaardianamente con timore e tremore, proprio come per Heidegger meraviglia ed angoscia sono i due stati d’animo che si provano dinanzi al disvelamento dell’Essere, quel sacro che – stando all’antropologia religiosa di Mircea Eliade (uno fra i tanti “maestri del sacro” citati da Trevi) – è tremendum, poiché la sua esperienza comporta una rottura di livello, “un radicale sconvolgimento delle abitudini di pensiero”, insomma una conversione.

Dunque, esplorazioni, geografiche ed iniziatico-metaforiche, morti e rinascite, ma soprattutto sacro, questi i temi di cui si discetta in questo interessante e quanto mai provvidenziale pamphlet, che si presenta come un vero e proprio invito al viaggio, a lasciare i porti sicuri e a spiegare le vele verso nuove ed inaspettate mete, per cambiar pelle, o forse qualcosa di molto più profondo: poiché da ogni vero viaggio si torna cambiati, e non si è mai più gli stessi.

Bolle di sapone - Marco Malvaldi

La scommessa era capire chi per primo avrebbe provato a raccontare il COVID19 in un libro. Ha vinto Marco Malvaldi con Bolle di sapone (Sellerio), ma d’altronde era prevedibile: un primo tentativo televisivo di mettere in scena mascherine e videochiamate era stato fatto proprio dalle parti di Pineta, lo scorso anno, con la serie SkyAtlantic sui delitti del BarLume tratta dai romanzi di Malvaldi.

Esperimento pericoloso: chissà se tra vent’anni saremmo in grado di immergerci nelle atmosfere del lockdown e capirci ancora qualcosa. Per Ampelio, Aldo, il Rimediotti e tutta la combriccola di vecchietti indagatori in fondo non cambia molto: a parte l’andare dal bagno al tavolino, e da quello al tavolo da biliardo, non è che negli altri capitoli della saga deambulassero poi chissà quanto. La scoperta, merito di Massimo il barista, che la briscola in cinque si può fare anche online, ha fatto il resto.

Rimane una carenza da rapporti umani, quello sì, e una paura di morire più accentuata del solito, vista l’età. Ma ecco allora che la manna dal cielo per la combriccola è un bel caso su cui arrovellarsi da remoto. Alice, la fidanzata poliziotta del Viviani, è in Calabria a mettere le mani su una duplice morte che coinvolge un vecchio collega universitario di Massimo e quest’ultimo quasi si sente in dovere – per noia e per affetto – di metterci il naso più del solito.

Il racconto della trama finisce qui, poiché è pur sempre un giallo. Restano una serie di considerazioni sulle atmosfere rarefatte, le solitudini che avevamo dimenticato, la fila ai supermercati e la voglia di panificare che ci ha preso tutti, più un paio di momenti esilaranti a immaginarsi quei vecchietti a che fare con le videochiamate. E’ un capitolo a parte una vena inedita di accorata umanità per nonno Ampelio, in ospedale per via di una gamba rotta, tra medici e infermieri diventati insonni.

Il regalo di Malvaldi agli aficionados, a quasi quindici anni dall’uscita de La briscola in cinque (Sellerio) che diede avvio alla saga, è invece di sicuro il tratteggio – ben riuscito – della Gigina, la mamma-giramondo di Massimo. Altra new entry è l’ex moglie di quest’ultimo, quella delle corna, sì, e sulla cui scia il Viviani, quando lo abbiamo conosciuto, aveva deciso di cambiare vita, mettere in un cassetto la sua laurea in Matematica e aprire il suo bar. A proposito di bar: immancabile, ma non scontata, è la sensibilità con cui l’autore racconta le vicissitudini dei baristi, che – dopo gli ammalati e i sanitari – indubbiamente hanno pagato il prezzo psicologico maggiore al virus.

E il delitto? E le indagini? Eh beh. Procedono un po’ a saltelli e non sempre convincono per veridicità, va detto. Ma occorre pazienza poiché piuttosto che un demerito, questo è proprio l’aspetto più interessante e ben riuscito di tutto il libro. Cosa ciò voglia dire lo si scoprirà sul finale, insieme a un epilogo straordinario che, indubbiamente, resta tra le migliori pagine mai scritte a Pineta.

Servo e serva - Ivy Compton-Burnett

Ambientato alla fine dell’Ottocento, il romanzo Servo e serva (Fazi 2021, trad. M. Francescon) di Ivy Compton-Burnett descrive una famiglia altoborghese in cui i domestici hanno un ruolo di non poca rilevanza.

Horace Lamb è il capofamiglia, il padrone di casa, anche se ha ricevuto agi e ricchezze dalla moglie. Suo cugino Mortimer, i suoi cinque figli e i servitori sono tutti vincolati ai suoi ordini. Stanca del carattere tirannico del marito, la moglie Charlotte vorrebbe lasciare lui e la casa di famiglia così come gli stessi domestici, seppur fedeli, a fatica tollerano i suoi continui cambi d’umore, la sua tirchieria e la costante osservazione di qualunque cosa non gli aggradi.

Fanno parte della servitù Bullivant, Mrs. Selden, la cuoca, e la sua aiutante Miriam. C’è anche George, poco più che diciottenne, preso da un ospizio per essere l’aiuto di Bullivant. I pensieri di George non sono sempre moderati e le sue maniere non ancora raffinate sia per mancanza di esperienza sia per carattere diverso dagli altri domestici ma comunque più schietto. Ai domestici si uniscono altri personaggi tra cui Miss Buchanan che ha un negozio in paese e all’attività dedica ogni sua giornata poiché vive sola e la piccola attività è tutto il suo mondo.

Mentre si alternano le vicende dei vari personaggi, Horace viene a conoscenza dell’insofferenza della moglie per una vita coniugale davvero difficile, quasi all’improvviso muta il proprio carattere e diventa un uomo molto diverso e dal comportamento più piacevole. Tutto questo ha luogo mentre nella casa avvengono ulteriori mutamenti: i bambini hanno un nuovo precettore che ha l’occasione di presentare alla famiglia Lamb sia la propria madre che la sorella. Le faccende familiari paiono migliorare ma il punto di vista dei figli e dei suoi servi sul padrone non può cambiare così rapidamente.

Il romanzo dà l’impressione di un dramma quasi teatrale. La maggior parte delle “scene” è ambientata al chiuso, in particolare a casa Lamb ed è ricco di dialoghi: frasi abilmente costruite e parole ponderate sono assegnate a ogni personaggio, compresi i bambini.
Ivy Compton-Burnett dedica parte del romanzo a Bullivant e Mrs. Selden che hanno scoperto l’unico piccolo, grande segreto di Miss Buchanan la quale, purtroppo, nonostante abbia un negozio, non sa leggere. I domestici la tormentano un po’ chiedendole di dare un’occhiata a un’etichetta o a un giornale e la povera ma buona Miss Buchanan ricorre alle più svariate scuse. Nel frattempo George compie un gesto irresponsabile nei confronti di Horace Lamb e tutto ciò rende i domestici non così umili, servili e di buon cuore come si potrebbe immaginare.
Alla fine, però, l’intera servitù cercherà di porre rimedio alle piccole cattiverie, dimostrandosi capace di gentilezza e di decisione, a differenza della famiglia borghese, che faticherà di più a cambiare atteggiamento proprio a causa del benessere economico e delle convenzioni sociali.

Servo e serva ha carattere analitico. Ivy Compton-Burnett nei suoi romanzi drammatizza la natura piuttosto cupa e poco piacevole della vita familiare, in particolare nelle famiglie abbienti del tardo periodo vittoriano. Questo è un libro che richiede attenzione per essere apprezzato. Non distrae con grandi colpi di scena ma anatomizza un piccolo angolo di mondo e proprio in questo sta la maestria dell’autrice.

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