White people rape dogs
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Libri Moderni

Iannuzzi, Jacopo

White people rape dogs

Abstract: Ruvida, aspra, la voce di Jacopo Iannuzzi squarcia il velo della narrativa italiana contemporanea. “White People Rape Dogs” è il romanzo di una gioventù che non conosce più destini da compiere, solo improvvisi, volatili cambiamenti di rotta in una notte urbana senza stelle di riferimento. Un mondo popolato da personaggi allucinati e lucidissimi. Una storia di amori pericolosi e disordinati, di fughe e cospirazioni, il cui racconto si intreccia a momenti di violenta poesia che indagano i protagonisti sempre più chiusi in sé stessi. Perché, dopotutto, senza le ossessioni che tentiamo di nascondere di noi rimane ben poco. L’esordio di uno scrittore impertinente, disperato, gioioso. Un talento. Vincitore del premio Calvino.


Titolo e contributi: White people rape dogs / Jacopo Iannuzzi

Pubblicazione: Torino : Einaudi, ©2024

Descrizione fisica: 127 p. ; 22 cm

ISBN: 9788806263119

Data:2024

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.)

Paese: Italia

Nota:
  • Testo in italiano.

Nomi: (Autore)

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2024
Testi (105)
  • Genere: fiction

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Vuote, senza uno scopo e allucinate dalla droga. Queste le avventure del gruppo di ventenni raccontate all’interno di White people rape dogs, il nuovo romanzo di Jacopo Iannuzzi recentemente pubblicato per i tipi di Einaudi nella collana Stile Libero. Con la sua opera l’autore trentino, che nel 2023 si è aggiudicato la trentaseiesima edizione del Premio letterario Italo Calvino dedicato agli scrittori emergenti, descrive il disagio esistenziale tipico del passaggio alla vita adulta. Anche se l’intento dell’autore è la semplice narrazione delle sgangherate avventure di un gruppo di giovani picari moderni, il lavoro di Iannuzzi viene presentato come opera di denuncia di una condizione giovanile marginalizzata e caratterizzata dall’assenza di prospettive. Accolta dalla critica con grande entusiasmo, tanto da vedersi riconosciuto il merito di “aver squarciato il velo della narrativa italiana contemporanea”, la voce di Jacopo Iannuzzi si mostra feconda e capace di accogliere una pluralità di possibili interpretazioni. Il tutto, con uno stile che brucia, un linguaggio espressionista e un ritmo adrenalinico.

White people rape dogs. Da dove viene il titolo?

È arrivato mentre stavo seguendo una partita di NBA. Erano i tempi della pandemia e le partite venivano trasmesse online. I tifosi, invece che dagli spalti, interagivano attraverso commenti live e alcuni di loro collegati in video venivano trasmessi sullo schermo. A un certo punto hanno inquadrato una signora con un cagnetto in braccio e, inaspettato, è arrivato anche il commento di un troll. White people rape dogs. Senza un significato vero e proprio, dal tono un po’ antipatico, sparato e assertivo, così come spesso si usa sui social. Ricordo di aver pensato che quello poteva benissimo essere il commento di uno dei personaggi del libro. A quel punto avevo trovato il titolo.

I protagonisti sono descritti come degli sbandati incapaci di venire a patto con le loro emozioni. Quanto conta il disagio nel libro?

Abbastanza. Non si tratta però di un disagio che porta con sé una denuncia di una condizione. Si tratta del disagio tipico del passaggio all’età adulta. Il disagio giovanile c’è, è vero, ma è un elemento piuttosto comune in realtà. Però, le persone, forse quelle che non vi sono abituate, ci vedono molte più cose di quelle che ho voluto metterci dentro. Volevo scrivere storie un po’ avventurose, il resto è emerso da sé. I miei personaggi sono sbandati per volontà, non sono degli emarginati. Non ci si rende conto che è più normale di quanto si creda. La droga, ad esempio, è dappertutto, e non solo nel mio libro, ma nella realtà. In parte non lo si vuol vedere, o, forse, è una questione che non arriva ad alcuni ambienti.

Uno degli elementi cardine del libro è l'assenza di prospettive per i giovani. Vedi qualche miglioramento all'orizzonte?

Penso che l’incertezza nel guardare al futuro sia una cosa sintomatica del crescere. Poche generazioni hanno potuto affrontare il futuro con qualche certezza. In questo, le generazioni del Secondo dopoguerra sono state un'eccezione. Al tempo stesso, è un tratto caratterizzante della nostra società. In Occidente siamo piuttosto liberi, e forse proprio per questo non sappiamo cosa farne di questa libertà. Nella fetta di storia raccontata nel libro, i personaggi sono tutti disoccupati. Lavoro e studio sono temi che proprio non vengono affrontati. Accanto al mio libro si parla tanto dell'assenza di prospettive, proprio perché non ne ho parlato.

E il Trentino, è poi questa isola felice, così come viene spesso dipinto?

Per scrivere il libro, mi sono ispirato ai miei amici. Non nei fatti, beninteso, ma nella descrizione dei caratteri di quando eravamo adolescenti. È un romanzo dove i personaggi vivono in un mondo perfetto ma in fondo immobile, sonnacchioso, che fa venire voglia di smuoverlo e farlo rivivere. La brama di avventura, benché allucinata, è una chiamata alla vita più che un desiderio di distruzione. Similmente, il Trentino ha rappresentato per anni un ambiente iperprotettivo, dove non c’è spazio per errare. È sempre stato un territorio dove esiste una struttura sociale forte e coesa, che offre la possibilità di integrarsi in un sistema sociale positivo. Così, quasi per reazione, viene voglia di allontanarsi e guardare oltre. Oggi, invece, mi sembra di poter dire che Trento si sia trasformata radicalmente, c’è molta più vita e proposte di svago.

Tra i tuoi riferimenti alcuni mostri sacri della beat generation. Qual è il sound delle giovani generazioni di oggi?

Mentre nel libro le vicende si susseguono come fossero accompagnate dal ritmo adrenalinico di una cassa dritta che sputa drum and bass ed elettronica, oggi prevale il ritmo ipnotico, scuro e paranoico della trap.

Nel libro anche il lessico è molto ritmato e sostiene la narrazione. Come lo hai elaborato?

I personaggi parlano come se fossero sempre fatti, ma non necessariamente per la droga, anche per paranoie, euforia, innamoramento. Ho esteso alla normalità quel tipo di discorsi e pensieri che altrimenti non si farebbero. In parte ho pescato dalla realtà e in parte ho spinto l’immaginazione. Ne è uscito un linguaggio espressionista, proprio come faceva Kerouac.

Quanto conta la formazione specifica e quanto il talento per entrare nel circuito istituzionale dell'editoria?

Non ho frequentato scuole di scrittura, dopo gli studi tecnici ho studiato lettere all'università. Per il resto ho sempre letto molto e fatto tanto esercizio, prima di arrivare a scrivere qualcosa che convincesse anche me. Al di là del talento, conta molto vivere, esplorare situazioni e fare esperienza di storie, persone ed essere curiosi.

Ai giovani con l'ambizione di diventare autori, cosa consigli?

Di non mollare. Se uno ha quella cosa lì della scrittura, deve avere pazienza e fare tanto esercizio. È importante ricercare quella tranquillità d’animo, per la quale ti dici: se esordisco a novant’anni va bene così, e se non esordisco proprio, va bene uguale. È un modo di essere più liberi e trovare il coraggio di lavorare per sé stessi. In fondo ha ragione Ghali: spacchi solo quando te ne sbatti.

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