Autopsia
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Libri Moderni

Cornwell, Patricia Daniels

Autopsia

Abstract: Dopo un'assenza durata parecchi anni, l'anatomopatologa forense Kay Scarpetta torna in Virginia, lo Stato dove ha avuto inizio la sua brillante carriera. Kay e suo marito Benton Wesley, ora psicologo forense per i servizi segreti americani, si sono trasferiti ad Alexandria, a pochi chilometri dal Pentagono, in un mondo post-pandemico lacerato da disordini civili e politici. Scarpetta è diventata capo medico legale, ma si trova a lavorare con una segretaria prepotente e a gestire una situazione di trascuratezza e presunta corruzione. Dopo poche settimane, viene chiamata sulla scena di un crimine: presso i binari della ferrovia è stato ritrovato il corpo di una donna, orribilmente mutilata. E, non appena Kay comincia a indagare, le si rivela un quadro inquietante: l'omicidio potrebbe essere opera di un serial killer. Nello stesso tempo, una catastrofe in un laboratorio spaziale segreto mette in pericolo la vita di alcuni scienziati. In quanto membro della Doomsday Commission, specializzata in casi sensibili per la sicurezza nazionale, Scarpetta è convocata alla Casa Bianca e incaricata di scoprire cosa sia successo. Mentre è impegnata a lavorare alla prima scena del crimine nello spazio, però, il male si avvicina pericolosamente a casa sua.


Titolo e contributi: Autopsia / Patricia Cornwell ; traduzione di Sara Crimi e Laura Tasso

Pubblicazione: Milano : Mondadori, 2022

Descrizione fisica: 298 p. ; 23 cm

Serie: Omnibus

ISBN: 9788804746737

EAN: 9788804746737

Data:2022

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.)

Paese: Italia

Serie: Omnibus

Nomi: (Autore) (Traduttore) (Traduttore)

Soggetti:

Classi: 813.5 NARRATIVA AMERICANA. SEC. 20 (0) Genere: Racconti seriali e saghe Genere: Thriller

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2022
  • Target: adulti, generale
Testi (105)
  • Genere: fiction

Sono presenti 9 copie, di cui 9 in prestito.

Biblioteca Collocazione Inventario Stato Prestabilità Rientra
Peccioli G 813.5 COR 0210-9481 In prestito 13/06/2022
Pontedera, Giovanni Gronchi GIALLO 813 COR aut 0010-84589 In prestito 09/06/2022
Lari na 813.54 COR 22 0070-17047 In prestito 10/06/2022
Riparbella 813.6 CORNP 0520-6125 In prestito 13/06/2022
San Miniato, Mario Luzi NAD 813.5 COR AUT SM038-63410 In prestito 06/06/2022
Bientina 813.54 COR 0230-11647 In prestito 23/05/2022
Cascina 813.5 COR 0020-32464 In prestito 10/06/2022
Terricciola 813.6 COR 0220-16290 In prestito
Chianni 813.54 COR 0130-6949 In prestito
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Questa intervista a Patricia Cornwell è il servizio di copertina del numero di «7» in edicola venerdì 4 febbraio con il Corriere della Sera. Lo anticipiamo, unitamente agli articoli su altri tre importanti scrittori, per i lettori di Corriere.it. Buona lettura

«Vorrei essere una carabiniera. Davvero». Patricia Cornwell, 65 anni portati sportivissimamente — pilota elicotteri, fa immersioni subacquee, alpinismo, non esclude di andare prossimamente nello spazio —- ha creato la detective più famosa della nostra epoca, la dottoressa Kay Scarpetta, «che è italoamericana e non è un caso: ha tantissima grinta, è elegante, ama la moda e le auto veloci, insomma è italiana dentro» e nutre per l’Italia un amore sincero. Vorrebbe essere una carabiniera «perché le forze dell’ordine hanno tutto il mio rispetto, nei miei libri quelli che combattono il crimine sono sempre i protagonisti. E poi le carabiniere, come i loro colleghi maschi, hanno le uniformi più belle di tutti. Magari in America avessimo poliziotti così stilosi».
Cornwell ha venduto oltre 120 milioni di copie dei suoi libri, e tutte quelle copie sono a loro modo speciali, ma ce n’è una, del suo nuovo romanzo Autopsia (Mondadori, 300 pagine, 22,50 euro), più speciale delle altre. Non soltanto perché è l’unica che ha firmato, in presenza, per un lettore (la variante Omicron ha cancellato ogni progetto di tour promozionale).

«Una mattina sul Washington Post ho visto la storia di Wesley Thomas, un uomo che dopo 29 anni passati a vivere per le strade della capitale è riuscito a trovare, grazie a una non profit chiamata Miriam’s Kitchen, la possibilità di accedere finalmente alle cure mediche delle quali aveva bisogno, e di vivere in una casa. Quando il giornalista, John Kelly, gli ha chiesto come avesse passato quegli anni terribili, Wesley ha risposto che la lettura ha rappresentato la sua consolazione. E che la sua scrittrice preferita è Patricia Cornwell. Lei cosa avrebbe fatto? Ho preso il telefono, ho chiamato il Post , ho detto a Kelly: mi piacerebbe portare a Mr Thomas una copia pilota del mio nuovo libro che sta per uscire. Così ci siamo visti. Era felicissimo, è stata la prima e ultima presentazione in presenza di Autopsia».

Un bellissimo regalo.

«Il regalo l’ha fatto Wesley a me: ho trovato un nuovo amico, una persona adorabile. Ci scriviamo spesso. Mi ha raccontato di tutto il tempo che ha passato nelle biblioteche pubbliche, dove poteva trovare un po’ di pace dai pericoli e dal frastuono della strada, un po’ di tregua dal gelo dell’inverno e dal caldo soffocante dell’estate. I libri lo portavano in posti dove non era mai stato, mi ha raccontato. I libri ci salvano. E poi Wesley dimostra che il verso della Bibbia scritto a grandi caratteri dentro la Western Presbyterian Church, la chiesa che è anche la sede dell’associazione che l’ha aiutato, è una grande verità: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”. (Ebrei 13:2). Ecco, per me la cosa più bella che puoi fare per qualcuno è sorprendere quella persona quando non si aspetta che succeda una cosa bella».

Lei ha avuto un’infanzia terribile, ne ha parlato con franchezza - la fuga di suo padre, la malattia mentale di sua madre, le molestie, la fuga miracolosa da un serial killer che l’aveva aggredita, il bullismo, l’anoressia - però in tutto questo orrore ha anche trovato una persona che l’ha aiutata. Che l’ha salvata.
«Ruth. Ruth Bell Graham, la moglie di Billy, che era e rimane anche adesso che non c’è più il predicatore più importante d’America. Ruth è stata la mia vice-mamma, quando mia madre non era più in grado di occuparsi di me. È stata la mia eroina. Non riuscivo a credere che quella donna eccezionale si occupasse di me. Mi ha cresciuto e fatto studiare. Ero al college, e ogni tanto, proprio quando avevo finito quei pochi soldi che avevo, mi arrivava una sua lettera. Riconoscevo la sua grafia sulla busta, correvo a aprirla lontano da tutti: c’erano dentro cento dollari, a volte cinquanta. Per me che non avevo niente erano tutti i soldi del mondo».

A Ruth ha dedicato il suo primo libro, una biografia, scritto quand’era giovanissima.
«Davvero l’ha letto? Cosa ne pensa?».

Che fa un po’ impressione rendersi conto che, anche se non è un romanzo, lei aveva 25 anni ma lo stile è già quello inconfondibile di oggi. È nata scrittrice. Postmortem , il suo primo romanzo uscito 32 anni fa, non sembra l’opera di una esordiente.
«Non mi rileggo quasi mai, ma Postmortem l’ho riletto anch’io: faccio fatica a trovare un modo per dirle che sono d’accordo con lei senza sembrare arrogante. È una cosa strana. Perché una tennista colpisce la pallina proprio in quel modo? Chi lo sa. Glielo ha insegnato qualcuno? Non credo. È un dono. Di mio ci aggiungo una mole di lavoro enorme: mi documento, leggo tutto, faccio ricerche in prima persona, ho sempre fatto così. Qualche anno fa ho ritrovato un vecchio compito che scrissi all’università, una tesina su Il mistero di Edwin Drood, l’ultimo romanzo incompiuto di Dickens che è il mio idolo. Cercavo di capire dove volesse andare a parare. Adesso quel piccolo saggio battuto a macchina l’hanno esibito al museo Dickens a Londra. Eppure avevo solo 19 anni. Pensavo che fosse un disastro, ma quando l’ho riletto... Sinceramente anche oggi non cambierei una virgola di quel testo. Weird, strano. Ci sono cose che non scegliamo, evidentemente».

Come è nata Kay Scarpetta? È un’altra di quelle cose che non scegliamo?
«Scarpetta non è una persona che sento vera, come una mia amica: direi che è un’energia, una voce molto forte e stentorea alla quale, in qualche modo, do corpo. Se Scarpetta finisce le cose da dire, le finisco anch’io: per questo ogni tanto mi dedico a altro, la serie di Judy Hammer o di Capitan Chase, le mie ricerche su Jack lo squartatore. Perché ci sono volte in cui Scarpetta non mi parla. Quando succede, non sono io che la licenzio. È lei che dà le dimissioni, per così dire, e mi pianta in asso. Però tenga presente che all’inizio è stato difficile trovare un editore».

Perché? Ha anticipato tutto quello che è arrivato dopo nel giallo: i serial killer, le autopsie, gli intrighi dell’Fbi...
«Appunto. Fa troppa impressione, dicevano. Autopsie, obitori, morti ammazzati. Mah. Tra l’altro volevo firmarmi col mio cognome da ragazza, non con quello del mio primo marito, Charlie, che per molti anni è stato il mio private editor anche se ora che ha quasi 80 anni ha smesso di lavorare. Però siamo ancora in contatto: è bizzarro che il suo nome sia sulla copertina di tutti quei libri vero? Ma l’editore mi disse che ormai avevo già firmato con il cognome Cornwell il libro su Ruth. Così niente Patricia Evans. Chiesi almeno di usare “P.D. Cornwell” ma niente, dicevano che si confondeva con l’inglese P.D. James».

Autopsia è il venticinquesimo romanzo della serie di Scarpetta, la Sherlock Holmes della nostra epoca. Arthur Conan Doyle non ne poteva più di Holmes, preferiva scrivere romanzi storici che oggi nessuno legge più e alla fine lo uccise alle cascate Reichenbach (diceva che l’avrebbe sepolto insieme al suo conto in banca). Ma fu costretto a riportarlo in vita dal pubblico inferocito.

«Non oserei mai paragonarmi a un gigante come Arthur Conan Doyle, un autore che amo alla follia, uno che era più avanti di tutti i suoi contemporanei. Era the real deal, uno vero: la guerra anglo-boera, i viaggi su una baleniera, la medicina, lui sì era un avventuriero, è fuori categoria per me. Ma di sicuro mi piacerebbe potergli parlare, potremmo scambiarci degli appunti. Dopo il decimo romanzo della serie mi sentii in trappola, mi sembrava di essere chiusa nella testa di Scarpetta, a rimbalzare contro le pareti della sua scatola cranica. Ho cambiato un po’ la narrazione, spostato il punto di vista, ma alla fine il pubblico vuole Scarpetta. Scelgo io di scrivere ancora su di lei? Sceglie Scarpetta? Non saprei. Scarpetta non è me, ma io sono la sua voce. C’è una bellissima lettera di Hemingway a Scribner, il suo editore. “Ho perso la mia voce”, scrive. Stava male. Poco dopo si è ucciso. È un mistero, la voce di uno scrittore. Scarpetta è la voce alla quale devo dare corpo: è il mio compito, evidentemente. Il mio destino».

Come ha lavorato durante la pandemia, lei che è abituata a fare ricerche ovunque, come una cronista di nera?
«Per cinque anni avevo fatto altro, niente Scarpetta. Grazie a questo spazio di libertà, ho potuto tornare da lei e ripensare l’intera serie. La pandemia mi ha dato l’occasione di pensare. Il mondo si è fermato: cosa direbbe Scarpetta? Cosa farebbe? E poi è successo che una casa di produzione speciale, la Blumhouse, e una persona speciale, Jamie Lee Curtis, hanno opzionato i diritti dei libri di Scarpetta per una serie tv».

Covid-19 è ovunque nel romanzo. Il senso di lutto, di perdita. Ci sono piccoli momenti laceranti alla Cornwell - i resti dei morti di Covid in solitudine rispediti ai familiari in un’urna anonima tramite corriere espresso - e pezzi di bravura assoluta come l’autopsia eseguita in remoto dalla terra allo spazio. C’è Joe Biden. C’è Kamala Harris. C’è una riflessione sugli effetti criminogeni dello stress da pandemia assolutamente terrificante.

«È un fatto, la presenza del virus e l’isolamento dalla vita sociale hanno conseguenze serissime sull’equilibrio delle persone. Alcolismo, depressione, anoressia, ideazione suicidaria, violenze domestiche, problemi nello sviluppo del bambino. Gli studi ci sono. Se la pandemia scatenasse uno o più serial killer non mi stupirei».

Ha scritto due libri su Jack lo squartatore, il serial killer più famoso, ha fatto ricerche che le sono costate anni di lavoro e milioni. Secondo lei il colpevole era Walter Sickert, il grande pittore. Gli inglesi si sono rabbuiati.
«Sickert ha ucciso quelle donne, la scienza è unimpeachable, non si discute, le prove ci sono e in futuro credo che avremo anche il Dna a supporto della mia tesi. Le pare possibile che ci sono al mondo 5 fogli di carta con una certa filigrana, unica: tre sono di Sickert e due sono le lettere di Jack a Scotland Yard? E quella carta viene dalla collezione della madre di Sickert. L’unica alternativa è che, visto il suo interesse ossessivo per Jack, Sickert abbia falsificato le lettere. Non credo, ma è possibile. Ci saranno nuove rivelazioni, in futuro, se la gente non avrà un atteggiamento di chiusura. Io di sicuro ho offeso l’establishment inglese, alcuni studiosi di adesso sono discendenti di quelli di allora, amici di Sickert. Ho infranto una mitologia, sono un’intrusa in quel mondo».

Uno dei temi di Autopsia è che la nostra coscienza rischia di finire replicata dentro un computer.
«Pensi ad app come Alexa, ma alimentate da un’intelligenza artificiale nettamente più potente e veloce. Ormai tutti i nostri dati lo rendono possibile, pensi alle foto, ai video, alle comunicazioni. Creeranno un avatar con l’intelligenza artificiale per replicare la coscienza umana. Ho visto prototipi incredibili. Non credo alla magia, ma a ricreare una persona usando tutti i suoi dati sì. Saremo preservati nell’eternità? Come avatar? Nel metaverso? Da millenni parliamo di fantasmi, è la stessa idea in fondo».

A lei la moda piace parecchio: un agente Fbi si riconosce dalle scarpe della catena Florsheim - anonima, robusta - e un certo personaggio ha un orologio Breitling. Tutto giusto: è italiana ad honorem.
«Cerco di ricreare la verità di un personaggio, vestiti e auto e make-up contano. Scarpetta non metterebbe mai un Rolex coi diamanti. Forse Dorothy. Scarpetta? Mai».
Strumenti di scrittura particolari? Rituali tutti suoi?
«No, non ho rituali, scrivo con il computer, ho avuto sempre un Mac. Però riempio di appunti tanti quaderni quando svolgo le mie ricerche e scelgo sempre lo stesso tipo, carta da archivio senza acidi. Più che altro leggo tanta di quella roba scientifica che non riesco a dedicarmi a altro, non so come fanno gli scrittori che leggono tanto quando stanno lavorando. O che fanno i critici, scrivono saggi e recensioni su libri altrui».

Ecco i critici. John Grisham, in un’intervista recente con la Lettura , ha espresso i suoi dubbi: perché gli autori popolari non vengono mai premiati in America?
«Ah, i premi? Horror e giallo non sono generi “indigeni” qui in America, li hanno inventati Mary Shelley e Wilkie Collins, e l’horror e il giallo americano qui sono stati considerati di serie B, perfino un gigante della letteratura come Poe. Sono arrivati poi, nel Novecento, Fitzgerald e Hemingway e quelli sono stati messi nella serie A: il Grande Romanzo Americano. Non parliamo di me, facciamo un esempio: stimo Stephen King, anche se non ha detto cose gentili su di me, non so perché, ma non importa. Su di lui sono sincera: non è sicuramente uno scrittore di genere, eppure viene considerato tale. Dopo di che, siamo realisti: ma quanti americani leggono i libri “letterari”? Pochini».

La cancel culture la preoccupa?
«È complicato. Ho cambiato idea. Da ragazza le avrei risposto con un proverbio americano: bastoni e pietre possono romperti le ossa ma le parole no. Ecco, oggi le direi che anche le parole possono fare male. Pensi alla disinformazione che ha portato quella gente a attaccare il Congresso un anno fa, le fake news sui vaccini. Non c’è motivo per non essere un po’ più attenti: c’è gente che ha già tanti problemi, eviterei di sfotterli almeno. Di sicuro, sì, c’è sempre qualcuno che si offende, ma di sicuro se rileggessi tutti miei vecchi libri troverei qualcosa che oggi cambierei. Siamo figli, e vittime, del nostro tempo. Dico no alla censura, a rimuovere libri o film dalla circolazione: aggiustiamo quel che non funziona e andiamo avanti».

Nei suoi libri l’Fbi non fa mai bella figura: burocrazia, mediocrità. Lei tifa per i poliziotti.
«Guardi che sono i detective della polizia locale a stanare i serial killer, non è come al cinema o in tv che arriva l’Fbi e risolve tutto. Mi piacciono i poliziotti da trincea, li conosco bene. Conosco anche l’Fbi: più grande è l’organizzazione e più sarà politicizzata, e più avrà problemi. Poi chiaramente nei miei romanzi ho bisogno dell’antagonista: una volta l’Fbi, una volta i reporter, ma non è mica vero che i giornalisti siano cattivi. Idem per l’Fbi».

Lo spazio è un tema ricorrente: è più difficile tenersi aggiornati su medicina legale e criminologia o sulla ricerca aerospaziale?
«La mia partner (la neuropsichiatra di Harvard Staci Gruber, ndr ) proprio ieri si lamentava del fatto che si resta sempre indietro, bisognerebbe leggere 24/7. Per chi scrive narrativa è sempre difficile creare qualcosa di realistico. Sono stata alla Casa Bianca ma non sono mai stata nello spazio. Ci sono cose che posso vedere con i miei occhi, per altre cose devo documentarmi. E immaginare».

Con tutti i libri che ha fatto vendere a Jeff Bezos sarebbe bello se lui le offrisse un passaggio sulla prossima nave spaziale.
«Bezos lo sa che ci vorrei andare. Lo sa, glielo assicuro. Al momento sono lieta che qualcuno ci vada anche senza di me, è troppo importante. Bravo Bezos, bravo Musk, bravo Branson, brava Nasa e brava Space Force, bravi tutti quelli che ci vanno, nello spazio. Se non ci andiamo noi ci andranno altri, e lo spazio lo controlleranno loro, e saremo prigionieri in modi ora difficili da immaginare».

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