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L'irrealizzabile - Giorgio Agamben

(tratto da doppiozero.com)

Non credo di essere il solo ad aver sempre amato nei libri di Giorgio Agamben la finezza con cui gli argomenti vengono prima posti e poi svolti, mediante riferimenti spesso sorprendenti. Da Walter Benjamin, di cui è stato curatore in Italia, Agamben pare aver appreso al meglio l’arte di coltivare percorsi all’apparenza marginali, ma che finiscono per andare al cuore delle questioni. Non sorprende, in un certo senso, che un lavoro teorico di tale finezza abbia spesso scontato un’accoglienza fredda, nonostante la sua ottima collocazione editoriale. Questa non-accoglienza, modesta quanto i suoi detrattori, ha significato dover passare dalla ricezione all’estero prima di ricevere attenzione nelle discussioni nella lingua in cui quei lavori erano originariamente scritti.

Un’altra caratteristica speciale dei suoi libri – penso in particolare al ciclo di Homo sacer – è sempre stata l’idea di costruire delle parti che si trovano a occupare una posizione eccentrica, ma strategica, rispetto al resto del libro. A queste sezioni, redatte in uno stile differente, viene solitamente affidata una funzione difficile da definire, ma essenziale rispetto all’argomento trattano. Accade così per i passi del progetto Homo sacer indicati da un alef (ℵ), che costituiscono come delle aperture improvvise di prospettiva rispetto a quanto il discorso andava sviluppando. O si pensi al Prologo iniziale di L’uso dei corpi (Homo sacer IV/2), dedicato alla figura di Guy Debord e alla sua vita, in un certo senso eterogeneo e, al tempo stesso, perfettamente calibrato rispetto alle finalità della ricerca (poi Debord non tornerà più all’interno di tutto il testo, se non en passant un’unica volta).

Sono passaggi che con la terminologia strutturalista di Gérard Genette potremmo definire “soglie”: spazi di transizioni tra una parte e l’altra di un testo e della sua macchina argomentativa; sono rotture della continuità, capaci proprio per questo di permettere passaggi della riflessione come per effetto di un’accelerazione o di un’intensità impreviste di quanto si era messo insieme sino a quel punto. Il dispositivo letterario di queste soglie non consiste semplicemente nell’introdurre dentro il testo dei ritagli o degli inserti, ma nell’attuare delle vere e proprie pratiche – letterarie, stilistiche, retoriche…, comunque le si voglia definire – che sono altrettante deviazioni ovvero delle linee di fuga. Più esattamente, sono delle derive che imprimono un’intensità imprevista al testo complessivo e al suo andamento più o meno regolare. Come nella pratica situazionista, è dalla loro andatura imprevista che uno spazio prende corpo e apre brecce impreviste alla sua leggibilità. Da Benjamin Agamben eredita come tutte e tutti noi la consapevolezza che questa esperienza della soglia, per precaria e inapparente che sia, costella i nostri percorsi, di qualsiasi tipo essi siano. Ogni soglia è, insieme, un ostacolo e un trampolino di lancio, se saputa usare con attenzione.

Non fa eccezione a quanto detto la Soglia che apre la prima parte di questo nuovo lavoro, L’irrealizzabile, sottotitolo: Per una politica dell’ontologia. Diremo subito cosa questa Soglia non è: non è una premessa che anticipi le condizioni alle quali un discorso può avere luogo; non è un’introduzione che dispieghi i passaggi che avranno poi effettivamente luogo nel libro; non è neppure una prefazione a mo’ di invito alla lettura. Questa Soglia come le sue sorelle di altri libri entra infatti direttamente nel discorso, prendendo subito per le corna il tema. Lo fa tuttavia appunto nella maniera singolare di una deriva: mostrando in un certo senso il “da dove” della sua domanda, mostrando cioè – a volte non senza il brivido del prestigiatore e la sua segreta soddisfazione – la lontana origine di tale domanda, che si ritrova perfino in ambiti nei quali non la si sarebbe mai sospettata di sostare e forse non la si sarebbe nemmeno cercata. Ed ecco, dunque, prima ancora che il discorso abbia luogo, il colpo di teatro, il piccolo choc che si premura di avere l’attenzione del lettore, ma che soprattutto ne acuisce l’ascolto.

C’è del rigore in tutto questo. Peccherebbe di ingenerosità chi non volesse ammetterlo, confondendo magari il colpo di teatro con un numero da baraccone, escogitato solo per stupire o per attirare i gonzi. In particolare, le dieci pagine di questa Soglia sviluppano l’idea portante del libro, quella per la quale una possibilità non corrisponde mai alla sua realizzazione, ma come tale è sempre già perfettamente reale. È quindi ozioso, oltre che errato, domandarsi quali siano le condizioni della sua realizzabilità. La Soglia sviluppa questa tesi a partire da alcuni autori che non torneranno nel resto del libro e ai quali, cioè, lo sviluppo dell’argomentazione rinuncerà a fare ricorso. Come nelle contraintes della letteratura sperimentale dell’Oulipo, anche la filosofia non è priva di sue regole, rigorose per quanto non dichiarate, alle quali essa non può sottrarsi, perché mancherebbe all’incontro con quanto è in gioco nella sua ricerca.

È a questa Soglia che limiterò qui la mia lettura. Il punto di partenza dell’ipotesi su cui il libro si sviluppa è il verbo “realizzare”. Apparso tardivamente in italiano prima del ‘700, conosce oggi un uso tanto più frequente quanto, direi, sintomatico dell’epoca, che sente il bisogno di ricorrervi a ogni passo: realizzare i propri sogni, le proprie aspirazioni. Oppure: una vita realizzata. Realizzabili sarebbero pertanto quelle cose che, da un grado puramente potenziale, siano capaci di passare alla realtà per mezzo di un atto che, appunto, le realizza ossia le invera, come si sarebbe detto nella lingua filosofica di un tempo. Questa apparente ovvietà dei termini non fa che nasconderne il significato sfuggente, destinato a restare inascoltato nella sua contraddizione se non viene interrogato con attenzione. La tesi del libro di Agamben è che anche le possibilità non possiedono un’esistenza puramente ipotetica, ma partecipano a quanto è reale e in quanto tali non hanno bisogno di alcuna realizzazione. Ne consegue che le cose reali sono, propriamente parlando, irrealizzabili, cioè inaccessibili all’idea che esista una realizzazione di quell’esistenza che abitualmente in filosofia si chiama “in potenza”.

È almeno dall’Etica di Spinoza in poi che la filosofia dovrebbe aver imparato come la potenza delle cose non rappresenti mai la loro semplice possibilità di esistere, ma coincida con l’esistenza stessa, ossia con quella forza che Spinoza chiama conatus e che mantiene le cose nella loro esistenza o, come sarebbe più corretto dire, le mantiene nella loro attualità. È una forza-di-esistenza o vis existendi, come dice Spinoza, immanente all’esistenza, reale quanto lo è l’esistenza che esiste grazie a essa. Questo conatus è il modello esemplare di una potenza che non conosce spinta a realizzarsi perché è già tutta realizzata nelle cose così come esse sono e nelle loro composizioni. La potenza in quanto tale è sempre reale, prima di ogni possibile realizzazione. Non esiste, dunque, unicamente nella prospettiva di un atto in cui dovrebbe trapassare, estinguendosi come potenza, ma è essa stessa sempre attuale. Non è mai una potenza a venire, ma sempre assolutamente presente nelle differenti sue espressioni.

Il modello esemplare della filosofia spinoziana mira già a quel compito che si presenta oggi più che mai urgente, quello di ricucire le fratture concettuali di cui il pensiero occidentale ha costellato la realtà. In particolare la nostra cultura scinde abitualmente il possibile e il reale come dimensioni incommensurabili. Ma, come Agamben sa bene, è stata proprio questa scissione ad aver permesso un determinato sviluppo della stessa cultura occidentale. In particolare la scissione della realtà secondo le dualità di essenza ed esistenza o di possibilità e attualità, ha offerto il dispositivo durevole con cui, da un lato, si è sviluppata la conoscenza scientifica e, dall’altro, lo stesso potere occidentale ha trovato in tale scissione i modi storicamente mutevoli della sua sovranità e del suo controllo esercitato sui corpi e sulle vite.

È con la ricerca di un’essenza considerata distinta e, anzi, precedente e superiore all’esistenza che la tecnologia e la stessa dottrina del potere trovano una loro condizione decisiva di sviluppo, approfondendo quella scissione. Così la dimensione della possibilità, mediante la quale per lo più pensiamo la realizzazione dei nostri atti di libertà, risulta essere la condizione che permette di pianificare e di progettare e, soprattutto, di controllare e indirizzare le azioni umane. Si ritrova qui uno dei presupposti di riflessione presenti in altri libri di Agamben, per cui il potere dell’Occidente, nei suoi modi mutevoli, implica sempre delle distinzioni ontologiche e, memore della lezione di Furio Jesi, implica quella “macchina mitologica” capace di rendere tali distinzioni un canone consolidato.

Per questo motivo oggi alcune tra le ricerche più avvincenti della filosofia contemporanea convergono sull’idea di immanenza nella quale riluce l’occasione per risalire oltre la scissione fondamentale che caratterizza il pensiero e le pratiche dell’Occidente come pratiche di dominio. Questa idea dell’immanenza comporta la necessaria destituzione dell’idea di progettualità che ha costituito e ancora costituisce la struttura portante dell’imperialismo sedicente civilizzatore e (oggi) democratico dell’Occidente. Solo un gesto inoperoso, capace di uscire dal paradigma dell’ergon ovvero dell’opera, sarebbe in grado di mettere fuori gioco l’organizzazione concettuale occidentale, senza avvilirsi in un’opposizione tanto duratura quanto inefficace e sostanzialmente affine o perfino complementare a quanto contesta.

Come mostrano i tanti segni che si accumulano sulla superficie all’apparenza confusa del nostro tempo, si diffonde l’esigenza di calarsi più a fondo nell’esperienza che attinge a tutto quanto di reale incontra e di sostituirla alla pro-iezione del pro-getto, all’anticipazione temporale che annulla il tempo o che lo trasforma in affanno, all’enfasi posta sulle innumerevoli possibilità che la nostra società ci metterebbe dinnanzi e che si traduce nell’ipnosi della società della merce. Si tratta dell’esigenza sempre più diffusa, per quanto spesso in modi oscuri, di mettere in gioco un’altra logica che non quella vagamente ansiogena della realizzazione, la quale si traduce per lo più nella catena del passaggio coatto da un consumo all’altro, magari in nome di forze vitali, come la libertà o il piacere, che quella stessa catena nega. Del resto, sulla crescita a dismisura delle possibilità, l’Occidente degli ultimi decenni ha basato buona parte del suo appeal.

È un paradigma che sembra costruito apposta per una società di consumatori, che tiene legata la loro libertà a un’idea di scelta tra possibilità diverse, ma che soprattutto si incardina sulla costante coazione a scegliere e a saper scegliere, come conseguenza dell’immaginario di una “vita realizzata”. È questa la realtà paralizzata nella quale fingiamo di riconoscerci ma ci è di giorno in giorno più estranea. Qui ci viene in soccorso l’indicazione su cui si chiude la Soglia, secondo la quale è solo la consapevolezza che esiste qualcosa di irrealizzabile e, più esattamente, di “assolutamente irrealizzabile” a permetterci di agire “sull’accadere storico che si è pietrificato nei fatti come un termine (Ende), cioè spezzandolo e annichilendolo”. Questa istanza destituente, che Benjamin avrebbe chiamato “messianismo” o anche “nichilismo”, necessaria alla politica, non si lascia realizzare nella forma di un potere costituito. Non è nei termini di una “realizzazione”, per lo più immaginaria e autocelebrativa, che si pratica una nuova politica, ma unicamente a partire da un gesto capace di disertare il normale corso degli eventi. Non si tratterà allora di pensare la trasformazione della realtà in nome della possibilità, ma unicamente di partecipare al suo divenire seguendo quelle forze anarchiche – cioè, alla lettera, senza origine e senza destinazione – che già la abitano.

Quchi - Caterina Venturini

Carla Longhi è un personaggio a tutto tondo, insoddisfatto, cerebrale, complesso, contraddittorio, con cui Caterina Venturini sceglie di raccontare l’incompiutezza e l’inettitudine di una generazione, la nostra, dall’apparente ma fallace vigore. La sua protagonista non fa altro che fuggire da se stessa, dai suoi limiti e soprattutto dallo sguardo degli altri che prima diviene il nostro e poi lo condiziona. “Noi siamo abitati dagli altri” dice l’autrice, sceneggiatrice nata ad Amelia e trasferitasi in California, rivelando quanto di autobiografico ci sia nel romanzo; un corpo a corpo tra lei stessa e il suo alter ego, con il quale pagina dopo pagina interloquisce attraverso fitti dialoghi e sequenze introspettive. La forza della narrazione sta proprio in quel gioco corale delle parti teso a confluire in un’voce unica.

Il titolo, Quchi, si pronuncia cookies, ma assomiglia ben più al boccone di erba amara intinto da Gesù nel charoset prima di porgerlo a Giuda piuttosto che al morbido biscotto di pastafrolla che tutti conosciamo. E’ un acronimo che racchiude in sé l’anima del romanzo e di quella parte di società a noi contemporanea e incredibilmente simile a quella annoiata e oziosa che la letteratura dei primi del Novecento ha celebrato in tante versioni. Anche Carla è un’inetta che scappa e giunge in America ma non come “un’esiliata, una perseguitata, una rifugiata… né di notte con i barconi, né strisciando attraverso la frontiera messicana” eppure si sente in colpa, “soprattutto perché non è felice”. E come potrebbe esserlo tra “loro”, gente che non parla la sua lingua, che non ha le sue abitudini, né il suo modo di pensare? E con i quali in fondo non s’integrerà mai veramente, non sarà mai una cosmopolita perché il suo provincialismo rimarrà l’unico vero legame con un passato che rinnega ma che ama profondamente, e passeggiare sull’Hollywood Boulevard tra gente che come lei non ce l’ha fatta, resterà la sola consolazione in grado di restituirle un po’ di serenità.

Venturini racconta, senza sentimentalismi, momenti di ordinaria quotidianità mescolati a quelli di felicità e sofferenza che l’hanno segnata, come l’aborto spontaneo, narrato utilizzando piani temporali diversi e viaggiando in lungo e in largo per lo spazio infinito dei ricordi e delle ossessioni, colpendo al cuore i lettori per la potente forza evocativa.
Ma Carla è un personaggio dinamico e può ancora farcela. Sembra quasi di vederla nel finale quando anche lei, disperatamente, cerca di spegnere l’ultima sigaretta.

Ripartiamo dalle basi - Emilio Mola

(tratto da money.it)

In questa intervista abbiamo discusso con Emilio Mola, uno dei giornalisti più seguiti sui social per le sue riflessioni e le analisi sui fatti di politica e di attualità nazionale, del suo ultimo libro edito da Rizzoli “Ripartiamo dalle basi”.

Prima di addentrarci nei temi del tuo libro “Ripartiamo dalle basi” partiamo con una domanda d’obbligo, chi è Emilio Mola?

È un giornalista pugliese di 41 anni che sui social, e in particolare su Instagram, prova a raccontare con un linguaggio semplice e senza dare nulla per scontato l’attualità politica italiana.

Il tuo libro “Ripartiamo dalle basi” (edito da Rizzoli) affronta temi che spaziano dall’economia sino alla politica, sei già in vetta a tutte le classifiche, esiste quindi un interesse per queste tematiche, differentemente da come la si pensi. Tu come la vedi?

Domenica scorsa per me è stato incredibile, ma anche molto interessante, vedere “Ripartiamo dalle basi”, nella top ten dei libri più venduti in Italia. Non solo perché non mi aspettavo assolutamente un simile riscontro, ma perché mi ha sorpreso vedere in una classifica dominata da romanzi scritti per giunta da autori stranieri, un saggio scritto da un autore italiano che parla di cose all’apparenza noiosissime come politica, economia, immigrazione, eccetera. Però per me è stata quella la conferma di ciò che ho sempre pensato, e cioè che gli italiani, e in particolare i giovani, sono tutt’altro che disinteressati a questo argomento. Semplicemente hanno bisogno che qualcuno vada loro incontro e spieghi loro queste tematiche con un linguaggio semplice e senza dare nulla per scontato.

Il libro è uscito a poche settimane dal voto. Che clima avverti?

Un clima di grande sfiducia, ma soprattutto di incertezza e confusione tra gli elettori. Forse mai come in queste elezioni i cittadini sono stati così incerti su chi votare. Il dubbio attanaglia almeno il 40% degli elettori ed è ancora così a ormai pochi giorni dal voto. Questo è il frutto di un quadro politico molto frastagliato soprattutto nel centrosinistra, diviso tra partiti anche molto simili tra loro ma che corrono da soli per ragioni spesso incomprensibili. Ma anche di elezioni arrivate in un momento inatteso, in piena estate e con poco tempo a disposizione per poter digerire, comprendere e distinguere programmi e idee.

Il tuo pubblico è molto giovane, cosa diresti a chi si reca al voto per la prima volta?

Intanto di andare al voto. La politica italiana è totalmente disinteressata ai giovani. Perché sono pochi e votano poco, a differenza dei cittadini più adulti che sono 24 milioni e si astengono meno. Per certa politica, interessata solo al consenso, il vero tesoro elettorale è fra le fasce di popolazione più anziane e conservative. Per questo parla solo a loro, promettendo di tutto a loro, e considerando i giovani solo per scaricare addosso a questi ultimi il costo di tali promesse. Ecco, i giovani devono prendere coscienza di tutto questo e prendere in mano il proprio futuro facendo sentire col voto, finalmente, la propria presenza e la propria forza.

Passando ad altro. Tra i tanti temi affrontati, parli anche di fake news. A te è mai capitato di cascare in una notizia falsa? Come si può evitare che ciò avvenga?

Non ricordo un caso specifico, ma non lo escludo. Tutti possiamo incappare in una fake news. Sta però a noi avere la pazienza di verificare e soprattutto di non condividere in preda alle emozioni del momento. Una notizia ti sembra troppo assurda per essere vera? E allora probabilmente è così: fermati, vedi se è presente su altri giornali, controlla la fonte, accertati che le fonti siano riportate, consulta siti specializzati in fake news come “pagella politica”, “facta news”, “Butac”, “Bufale .net”, ecc. E solo allora, se avrai avuto un po’ di conferme, puoi iniziare a ritenere vera quella notizia. Altrimenti diffida.

Visto il successo, ti piacerebbe scrivere un altro libro?

Mentre lo scrivevo sentivo addosso una tale responsabilità che mi ripetevo: “Primo e ultimo”. Adesso, che tante stupide ansie si sono dissolte, devo dire che non mi dispiacerebbe affatto rimettermi davanti alla tastiera.

Zucchero bruciato - Avni Doshi

“Questa è una perdita lunga ed estenuante, in cui si sparisce un pezzettino alla volta. Forse, allora, non c’è altro da fare se non aspettare, aspettare finché lei non sarà più lì nel suo guscio, e allora potrà iniziare il lutto, un lutto pieno di rimorso perché non ci saremo mai chiarite”.

Da circa un anno, sua madre sta perdendo la memoria a causa di una precoce forma di Alzheimer. Dal momento della diagnosi, Antara si ritrova con una rabbia che non può sfogare, intrappolata nella cura di una donna che non si è mai presa cura di lei. E che presto dimenticherà tutto il dolore che le ha inflitto, restando impunita.

Zucchero bruciato, esordio letterario di Avni Doshi, è un romanzo sulla memoria e sul tempo, e sull’ambivalenza della maternità. Pubblicato per la prima volta in India nel 2019, nel 2020 è tra i finalisti del Booker Prize e ora arriva in Italia con Editrice Nord, nella traduzione di Francesca Martucci.

Il peso della malattia porta con sé un’inversione di ruoli che deve fare i conti con il passato delle due donne: una madre – Tara – narcisista, emotivamente assente, guidata solo da un ossessivo desiderio di rottura e ribellione; e una figlia – Antara – strappata per capriccio a una normale vita familiare e trascinata senza consenso in realtà ogni volta diverse, abitate solo da uno stesso senso di solitudine e abbandono.

Avni Doshi ha una prosa che il New York Times ha definito precisa e devastante. E segue le oscillazioni di una narrazione che scorre su due binari temporali, alternando passato e presente.

Ci sono i ricordi di infanzia: gli anni trascorsi tra le mura dell’ashram del guru indiano Baba, un fittizio Osho Rajneesh (che proprio a Pune, dove è ambientata la storia, aveva la sua controversa comunità), dove Antara cresce sotto la guida di un’altra donna; la fuga e l’elemosina; l’esilio in collegio ma anche la familiare casa dei nonni. E ci sono i giorni di oggi, della malattia, fatti di foglietti sparsi per la casa nel tentativo di rallentare l’amnesia, di pentole lasciate incustodite sul fuoco e sguardi incerti, ma anche di silenzi coniugali e crisi di identità.

Tara, la madre. An-tara, la figlia. L’una l’antitesi dell’altra. In un tentativo di separarla quanto più possibile dalla sua strada, attraverso la negazione del suo stesso nome la madre si appropria definitivamente di lei, vincolandola a un legame che può realizzarsi soltanto in una simile ambivalenza. È quell’opposizione di forze che Antara continua a sentire dentro di sé anche da adulta, e che porta in apertura del romanzo a farle rivelare al lettore: “Mentirei se dicessi di non aver mai gioito dell’infelicità di mia madre”.

Antara è diversa da Tara, ma proprio come lei, è diversa anche da tutti gli altri. È complicata, le dicono i parenti, sembra non appartenere mai a nessuno, a nessun luogo. Anche il suo matrimonio, carico di disillusioni e in fondo male assortito, la fa sentire in gabbia. Il suo unico rifugio è la sua arte, quei disegni a cui metodicamente lavora da anni: il volto di uomo, sempre lo stesso eppure ogni giorno sempre diverso dal precedente, riproduzioni che celano sotto gli occhi di tutti (e anche del lettore) la sua colpa più grande.

Nei personaggi di Avni Doshi non c’è dolcezza, si fa fatica a comprenderli fino in fondo, a empatizzare, ma è questa la loro forza. I pochi uomini della storia – il marito e il padre di Antara, gli amanti della madre – sono concentrati unicamente su loro stessi, sostenuti da una società ancora estremamente patriarcale. Con i personaggi femminili, invece, l’autrice sfida i tabù associati al ruolo di mogli e di madri.

La maternità tossica che mette in scena ha matrice generazionale: le cattiverie che Tara infligge alla figlia – pizzicotti, percosse, commenti taglienti, fino a veri e propri atti di distruzione – non sono che il riflesso di ciò che lei per prima ha subito, anche se in forma diversa. “Come faremo a sfilarle i gioielli quando muore?” si domanda la madre di Tara, davanti al peggioramento della malattia della figlia. Di generazione in generazione, ogni volta uguale ma diversa dalla precedente. Neanche Antara potrà fuggire la sua eredità affettiva.

Chi siamo senza i nostri ricordi? E quanto quelli che ci restano sono affidabili? Il lutto prolungato della malattia accompagna, pagina dopo pagina, la riflessione sulla memoria. Durante i sette anni in cui ha lavorato al romanzo, l’autrice ha dovuto fare i conti anche con la diagnosi di Alzheimer della nonna e scrivere è diventato così un modo per imparare e comprendere il più possibile questa malattia. Dopo otto stesure, prima di conquistare il mercato internazionale come Zucchero bruciato, il libro ha visto la luce in India con un titolo diverso, Girl in White Cotton che gioca con la simbologia cromatica orientale, dove il bianco identifica il lutto. Lo stesso bianco di cui si veste Tara in gioventù come atto di ribellione, come grido alla sua diversità.

Avni Doshi (1982) è una scrittrice americana attualmente residente a Dubai, nata nel New Jersey da immigrati dall'India. Ha conseguito una laurea in Storia dell'Arte presso il Barnard College di New York e un master in Storia dell'Arte presso l'University College London.

Le conseguenze del capitalismo - Noam Chomsky, Marv Waterstone

Imperialismo, militarismo, catastrofe ambientale, neoliberismo sfrenato con lo smantellamento di qualsiasi rete di sicurezza sociale, una mostruosa disparità di ricchezza e di reddito, distruzione del concetto di “bene comune”. Sono solo alcuni degli effetti che scaturiscono da una società organizzata secondo i dettami del realismo capitalista: oggi vissuto come “senso comune” in ogni angolo del mondo (o quasi). Il linguista, scienziato, filosofo e teorico della comunicazione statunitense Noam Chomsky e l’economista Marv Waterstone nel loro nuovo libro “Le conseguenze del capitalismo” - pubblicato lo scorso 6 settembre (Ed. Ponte alle Grazie) - analizzano questi argomenti, sintomi evidenti di un collasso sistemico, in una raccolta che, come scrive “The Los Angeles Review of Books”, “fornisce un sostegno essenziale agli attivisti e agli intellettuali che cercano di immaginare un mondo più libero e più giusto”.

Il libro nasce da un corso che i due autori hanno tenuto negli ultimi tre anni all’università dell’Arizona per provare a trovare il nesso tra questo insieme di condizioni esistenziali e le loro cause profonde e sistemiche. Un corso durato tre anni che ha visto la partecipazione di oltre mille studenti. L’obiettivo principale dello stesso era “riflettere sui principali modi di organizzazione della società a livello sociale, politico, economico e culturale e poi stabilire i nessi teorici, storici e pratici tra tali modi di organizzazione e i conseguenti risultati - si legge nella prefazione -. Fornire una serie di criteri per costruire la coesione e l’alleanza politica tra gruppi numerosi e variegati che operano per la giustizia economica, sociale, politica e ambientale”. Contestualizzare tali cambiamenti in “uno spettro più ampio di fenomeni storici, politici, economici e sociali” con l’intento di “rendere spiegabili questi mutamenti ed evidenziarne le connessioni intrinseche invece di esaminarli, come spesso accade, come eventi scollegati e distinti”, scrivono gli autori. Certo, si tratta un triennio (2017 - 2019) che appare ormai “lontano”, ma non per questo privo di spunti di riflessione sull’attualità e sul futuro del sistema “Mondo”.

“Come facciamo a conoscere ciò che pensiamo di sapere del mondo?” Chomsky e Waterstone per avviare la loro attività di indagine si pongono questa domanda in modo tale da esaminare i modi con cui le persone arrivano a “percepire il funzionamento della realtà”. Da cui, spiegano, è possibile analizzare il processo di produzione, consolidamento e modificazione del “senso comune”, e di come quest’ultimo sia strettamente influenzato dal potere. Nel corso del libro, i due intellettuali cercano di dare sempre più “corpo” al moderno senso comune prevalente in buona parte del mondo: il realismo capitalista. Un’espressione utilizzata come “impalcatura economico-polita dominante” per metterne in risalto il corollario, sostenuto dai suoi fautori, secondo cui “non esiste un’alternativa valida all’organizzazione della società secondo i dettami del tardo capitalismo statale-industriale”, si legge. Mano a mano che avanzano le pagine, le analisi degli autori si fanno sempre più concrete e si basano su aspetti sempre più materiali. Nel terzo capitolo, infatti, i due esaminano alcuni degli effetti più significativi emersi dall’organizzazione delle società secondo i dettami di un’economia politica improntata al realismo capitalista.

“Siamo partiti dai rapporti multiformi tra il capitalismo e i vari meccanismi storici e contemporanei su cui hanno fatto leva i capitalisti (e i loro indispensabili partner all’interno dei sistemi statali) per diffondere questa forma di economia politica in tutto il pianeta - scrivono -. Questi processi sono ormai comunemente noti come colonialismo o imperialismo (nella loro forma storica o contemporanea), e sono spesso accompagnati dalla necessaria appendice del militarismo”.

Anche l’ambiente, inteso come Pianeta che ospita l’umanità e ogni essere vivente, è oggetto di accurate analisi e studi scientifici in rapporto alla società capitalista. In particolar modo Chomsky e Waterstone puntano i riflettori sugli effetti del rapporto tra un’economia politica capitalista e l’ambiente che oggi “costituiscono un secondo gruppo di crisi esistenziali”. Nel capitolo “Neoliberismo, globalizzazione e finanziarizzazione” gli autori analizzano la violenza più immediata del capitalismo nella sua forma attuale: appunto neoliberista, globalizzata e finanziarizzata. Sono dunque tre le macro-aree analizzate: il militarismo - e ciò che ne orbita attorno (minaccia della guerra e “terrorismo”) -, la catastrofe ambientale e l’insieme di ripercussioni del neoliberismo.

Gli autori, però, non si limitano ad evidenziare le criticità politiche ed economiche che attualmente governano il mondo, né tanto meno si limitano ad evidenziare il collasso sistemico galoppante, bensì offrono ai lettori - e in primis agli studenti del loro corso universitario - alcune soluzioni. Per fare ciò si affidano ancora una volta ad un punto di partenza, una constatazione: “Negli ultimi anni (come nei decenni precedenti) abbiamo assistito a una parata di movimenti sociali nati per chiedere giustizia sociale, politica ed economica: movimenti antiausterità, attivismo ambientale, promozione dei diritti umani, la riforma del sistema penale, l’eliminazione/riduzione della povertà e via dicendo”. l’intento dei due intellettuali è quello di “mostrare collegamenti fondamentali tra queste istanze apparentemente disomogenee al fine di fornire un criterio e uno stimolo all’alleanza e all’unità”: l’unica soluzione dinnanzi all’abilità delle élite di mantenere acuto il malcontento della società ponendo l’uomo contro l’uomo.

In conclusione, l’opera Noam Chomsky e Marv Waterstone può essere definita come un libro coraggioso perché si pone due obiettivi molto ardui da raggiungere. Il primo è quello di esaminare attentamente e minuziosamente “come pensiamo di comprendere il mondo”, mettendo in atto una riflessione su “com’è organizzato il mondo a grandi linee, quantomeno rispetto ai temi in oggetto”; su alcune “conseguenze di tale organizzazione”; e infine su “come si organizzano i movimenti attorno a questo tipo di conseguenze”. Il secondo obiettivo, forse più arduo del primo, è quello di informare le persone e soprattutto i giovani perché “devono affrontare problemi mai sorti prima nella storia dell’uomo: Le diverse specie sopravvivranno? Sopravvivrà la vita umana organizzata?”. Domande che non possono più essere ignorate. “Non è più possibile restarsene in disparte a guardare - scrivono gli autori -. Se si sceglie di farlo, si fa la peggiore scelta possibile.

Questo libro è il nostro tentativo di mostrare quali possano essere le azioni più efficaci e i modi per intraprenderle”.

Dunque, acquistate questa antologia e sedetevi comodi perché vi renderete conto che “Le conseguenze del capitalismo” non è l’ennesimo libro di analisi del mondo e della società, bensì un corso universitario fatto di lezioni accademiche con cui Chomsky e Waterstone forniscono a chi legge nuove lenti con cui osservare il mondo.

Un uomo felice - Arto Paasilinna

Askeli Jaatinen è l’ingegnere che arriva a Kuusmäki, sperduto paesello tra i boschi della Finlandia, per costruire un nuovo ponte sul fiume Eccidio. Un ingegnere particolare, che solidarizza con gli operai, fa il bagno nudo nel fiume e, al massimo della sfrontatezza, insidia le donne dei paesani. Per i notabili del posto, dal sindaco al commissario, dal perito edile al preside, fino al parroco, “c’è di che fremere”. L’efficienza dimostrata nella costruzione aumenta, se possibile, l’indignazione dei piccoli potenti, che riescono a ostracizzare e cacciare Jaatinen. Ma l’ingegnere non si dà per vinto e torna a Kuusmäki per ribaltarla da cima a fondo. Un passo dopo l’altro, ottiene appalti importanti, compra il giornale locale, fa insediare nelle associazioni gli operai che ormai lo seguono come un condottiero.

La provincia finlandese è una provincia universale, con le sue chiusure, il suo conformismo, le sue piccole violenze quotidiane. Ma Jaatinen è un disturbatore della quiete atipico: non più raffinato, colto o intelligente dei paesani, anzi, si guadagna il ribrezzo collettivo per la sua sciatteria e la sua irruenza. Ma è intraprendente e ambizioso, smuove le acque facendo amicizia con i sindacalisti comunisti e miscredenti, rovescia i rapporti di forza e di potere. Ha fame di vita: è un’idrovora che trangugia tutto quello che vede, e senza malevolenza per nessuno, travolge senza esitare chi si metta di traverso alla sua libertà. Così un umorismo irresistibile si innesca nel momento in cui, nel tentativo di capire cosa voglia veramente Jaatinen, si rimane sempre delusi: non ha secondi fini, a parte il suo strabordante desiderio.

Per lui non c’è niente di più naturale e immediato che scontrarsi con la meschinità dei signorotti di Kuusmäki, nei quali però è facile immedesimarsi: smascherati nella loro ipocrisia non da un maestro o un asceta, ma da un rozzo capocantiere. Per questo viene difficile parlare di satira, termine che ormai si porta dietro, a torto ma tant’è, un certo carico moraleggiante. No, nessuna morale, l’unica rivoluzione dell’ingegner Jaatinen è quella della sua felicità, sempre inseguita, in larga parte conquistata, infine forse un minimo rimandata, alla realizzazione di progetti futuri.

Arto Paasilinna, “ex guardaboschi, ex giornalista, ex poeta”, recita la biografia di copertina, ex nel senso che è morto nel 2018, ha scritto Un uomo felice subito dopo il grande successo de L’anno della lepre. I lettori anche meno attenti non faticheranno a trovare tra le pagine un riferimento a questo suo romanzo più noto.

La chimera - Sebastiano Vassalli

Il romanzo narra la triste vicenda di Antonia condannata nel 1610 ingiustamente a morte per stregoneria e giustiziata a Zardino, un piccolo borgo a sud del monte Rosa, in provincia di Novara. La vicenda drammatica sul cui esito non ebbe un ruolo secondario il contrasto di poteri tra la curia vescovile e la sede provinciale dell’inquisizione, che temeva la clemenza della prima. L’immagine della società è quella di un potere che tutela sé stesso e si avvale di ogni forma per ampliarsi e prolungare la propria esistenza. Il confronto con il romanzo di Manzoni è ventilato dallo stesso autore, che si schernisce dicendo che ha fatto di tutto per non entrare in competizione con lo scrittore ottocentesco. Ma si ha la sensazione che il confronto sia voluto, perché la finalità del Vassalli è quella di dare una nuova immagine del primo seicento, lo stesso periodo in cui si svolgono i fatti narrati dal Manzoni. Vassalli descrive una società in cui non opera la Provvidenza, in una trama discreta e che sollecita la libertà dei singoli protagonisti come nei Promessi Sposi. Ne emerge una società senza speranza in completa balìa dei potenti del momento, senza alcuna possibilità di opposizione e di redenzione. Anzi la società si bea delle atrocità perpetrate da chi difende innanzi tutto il proprio potere. Si coinvolge e partecipa con crudeltà al rogo e alla morte di Antonia, senza traccia di quella pietà che pervade invece il romanzo di Manzoni. Ne emerge una umanità senza speranza abbandonata al proprio destino e complice dei carnefici. La lettura che il Vassalli fa della società non coglie la forza dell’Avvenimento Cristiano che è annuncio ai più poveri, ai derelitti agli emarginati di una salvezza che opera da subito, non nell’attesa di un tempo che verrà, e dona dignità e serenità in qualsiasi condizione della vita. Aspetto che è colto e sviluppato dal Manzoni nel suo romanza in cui i poveri, gli ultimi, gòli indifesi hanno la concretezza di una speranza che li porta ad affrontare situazioni che al comune giudizio sarebbero impossibili da risolvere. Il Vassalli confonde la Chiesa e l’Annuncio della Buona Novella, con la strumentalizzazione che ne hanno fatto (e ne fanno) gli uomini per affermare il proprio potere.
Il romanzo è ben scritto e affascinante. La sua lettura lascia l’amaro in bocca perché senza una “Buona Novella” che si incarna nell’oggi, rimane solo un’umanità smarrita ed indifesa di fronte al potere esercitato per affermare se stessi, e non resta che uniformarsi e seguire le regole anche ingiuste imposte, sforzandosi di credere che siano giuste.

Storia dell'architettura d'Italia - Arsenio Frugoni

La storia dell’architettura Italiana è presentata con semplicità e con arguzia, accompagnando lo scritto con una ricca esposizione di immagini che permettono di avere immediatamente chiara la visione delle opere di cui l’autore ci parla. Ne risulta una lettura piacevole che ci accompagna a riscoprire opere alcune delle quali conosciute e viste dal vivo, altre conosciute di nome ma mai viste e a conoscere alcune architetture nuove. Un libro importante per dar ordine e avere un giudizio più chiaro sugli edifici che costituiscono le città del nostro paese, permettendo di riordinare i ricordi scolastici, colmando anche alcune lacune. Se ne consiglia la lettura per la semplicità e scorrevolezza del linguaggio che permette di apprezzare una parte importante del nostro patrimonio

Marsiglia ’73 - Dominique Manotti

Sarà un caso, ma mentre l’estrema destra conosce nuovi exploit – l’affermazione del Rassemblement National di Marine Le Pen ha anticipato di qualche mese quello, annunciato, degli ultimi epigoni del postfascismo italiano -, Dominique Manotti fa riemergere una storia terribile, in grado da sola di mettere in discussione qualsiasi tentativo di sdoganamento, di banalizzazione delle radici intrise d’odio di questa famiglia politica.

EX SINDACALISTA, cresciuta nel Sessantotto parigino, docente di Storia economica, Manotti lo fa con il suo stile inconfondibile: quella capacità di restituire voce e dignità ai protagonisti invisibili della società francese che l’ha resa fin dalla seconda metà degli anni Novanta una delle figure di maggior rilievo del noir transalpino. Alla base del suo successo, un’avvincente miscela fatta di stile, capacità narrativa e ricostruzione di un contesto o di un’epoca.

In questo caso, la nuova indagine – la sesta – del commissario della polizia giudiziaria Théo Daquin, il personaggio con cui la scrittrice debuttò nel 1995 con Il sentiero della speranza (riproposto da Sellerio nel 2016), definisce fin dal titolo il «dove» e il «quando» della vicenda. Marsiglia ’73 (Sellerio, pp. 400, traduzione di Francesco Bruno) non ci riporta solo indietro nella biografia di Daquin, che al suo esordio guidava nel 1980 una squadra di sbirri dai metodi non proprio ortodossi nel X Arrondissement di Parigi, ma nel pieno del cuore di tenebra della recente memoria francese, in un groviglio di violenza, interessi e razzismo cresciuti all’ombra di una stagione coloniale recentemente conclusa e in grado ancora di scaldare gli animi e alimentare il risentimento come benzina gettata sul fuoco.

Perché la Marsiglia del romanzo è in quell’annuncio di anni Settanta l’epicentro di una vera campagna di terrore costellata di aggressioni e omicidi che prende di mira soprattutto gli immigrati algerini. Una stagione che il giornalista Fausto Giudice nel suo celebre Arabicides. Une chronique française (La Découverte, 1992), una cronaca minuziosa di trent’anni di assassinii razzisti, aveva ribattezzato come «incubi al sole»: mesi di agguati e veri e propri «pogrom» che avevano visto i neofascisti, il Front National di papà Le Pen aveva appena preso il posto di Ordre Nouveau sciolto dagli Interni, sfruttare il clima di incertezza frutto della decisione governativa di rendere «illegali» gli stranieri che erano già presenti, spesso da decenni, nel Paese.

ATTRAVERSO LO SGUARDO di Daquin, detective omosessuale, colto, allergico al potere e alle gerarchie, appassionato di rugby e di jazz, che qui incontriamo 27enne alle prime armi e in forza alla brigata criminale del Vescovado, la locale centrale di polizia, Dominique Manotti racconta una città dove si stanno regolando conti dai quali dipendono le sorti dell’intera democrazia francese. E, in questo caso, le forze dell’ordine non sono solo in azione per indagare sulla morte di Malek Khider, 16enne nato da genitori algerini, ma incarnano allo stesso tempo anche «la scena del crimine».

Tra gli agenti non pochi hanno già prestato servizio ad Algeri prima dell’indipendenza del Paese nordafricano da Parigi, altri hanno guardato con simpatia al terrorismo dell’Oas che quella separazione cercava di impedire con il plastico; il tutto, mentre in città arrivavano quasi centomila pieds-noirs in fuga dall’altra sponda del Mediterraneo. Nel 1973, chiuso il capitolo delle colonie si è già aperto quello dell’immigrazione e lo slogan della préférence nationale ha fatto la sua comparsa.

DAQUIN COMPRENDE che ciò sta accadendo intorno a lui è solo l’annuncio di una minaccia ancora più grande, che il razzismo cela anche altri interessi e segreti che vedono spesso i suoi colleghi nella parte dei complici. «Cacciatori e cacciati vivono insieme in buona armonia, in simbiosi, e in un’opacità che gli uni e gli altri coltivano con cura. Ho imparato, non dimenticherò», promette a se stesso come ai lettori il commissario prima di impegnarsi a fondo per scoprire chi abbia ucciso il giovane Malek.

La natura è più grande di noi - Telmo Pievani

Prof. Pievani quali sono le trappole del pensiero in cui oggi cadiamo?
Il titolo si riferisce al volume di Sibony che è uno scienziato cognitivo. Spiega che la mente umana non è così razionale come crediamo e anche ai più attenti capita di cadere in pensieri ingannevoli. Le faccio esempi concreti: la tendenza al pensiero superstizioso, il vedere negli eventi un legame che non c’è. E una decisa difficoltà a capire la statistica.

Ovvero?

Se mi dicono che c’è lo 0,1% delle possibilità che un intervento vada male, il cervello vede che può andare male e non che ci sono 99,9% delle possibilità che vada bene.

Sono tutte trappole inconsapevoli, come l’effetto trompe l’oeil, oppure la mente intravede l’errore ma decide di non metterlo a fuoco?

Tutte e due le cose. Ci sono certo trappole in cui cadiamo inconsapevoli, come quelle dette. Ma è anche vero che ci sono evoluzioni della scienza che non ci piacciono e che tendiamo a rifiutare perché ci costano fatica, cambiano qualcosa di importante o comodo per noi.

Ci fa degli esempi?

Un esempio eclatante e sotto i nostri occhi proprio ora: il riscaldamento climatico e i suoi effetti. Un altro è l’evoluzione: non siamo sempre stati presenti, deriviamo da mutazioni.

In un incontro si dedica alla pandemia. Il dire no a vaccini e mascherine in nome della libertà è stata una trappola del pensiero?

Anche quella scelta è frutto di un errore cognitivo. Può esserci stata ignoranza, rifiuto della scienza, errore appunto: la libertà di uno non può essere tale se si fa minaccia, pericolo per gli altri. Non difendo la mia libertà, ledendo quella altrui. Non posso pretendere che in nome della mia personale libertà agli altri quella stessa sia negata. Questi individualisti non hanno visto che era questo il meccanismo del loro agire: per permettere a uno di fare in libertà, gli altri si sono dovuti necessariamente attenere alle regole. E allora quella non è libertà equa e condivisa ma individualismo. Questo è l’errore cognitivo degli individualisti durante la pandemia. La libertà invece si difende davvero solo se difendiamo anche la libertà altrui. Allora si fa libertà di e per tutti.

Lei ha parlato di ecologia della pandemia. Di che si tratta?

E’ l’aspetto mancante nei nostri discorsi di due anni a questa parte; li abbiamo affrontati schiacciati dall’emergenza e non abbiamo allargato lo sguardo alle cause remote. Le pandemie ci sono sempre state nella storia dell’uomo, ma oggi sono più numerose, frequenti e impattanti per la deforestazione, la promiscuità, i wet market (mercati di animali vivi). Superata l’emergenza dobbiamo chiederci: abbiamo rimosso le cause? Siamo quasi otto miliardi, ci spostiamo rapidissimi con voli intercontinentali, andiamo in terre inabitate…

Se l’uomo si è sempre evoluto cosa sta accadendo oggi: abbiamo rallentato la capacità di valutare le situazioni e agire di conseguenza?

Non abbiamo rallentato, al contrario: è una accelerazione eccessiva. Noi ci eravamo completamente scordati dell’ambiente - del resto circa il 60% delle persone vivono in città - e agiamo come se tutto dipendesse da noi. Ci siamo scordati di essere vulnerabili alle pandemie: dall’ultima è passato un secolo.

Questa pandemia potrebbe non essere l’ultima vero?

Si stima che in Cina ci siano circa 5mila coronavirus.
Ma al momento giusto sappiamo chiedere aiuto alla scienza…
Siamo ad un cambio epocale: la scienza, grazie alla pandemia, va in prima pagina da un paio d’anni. Ma abbiamo capito l’importanza della scienza o la usiamo quando serve, quando deve salvarci dal male? Direi che la usiamo a fini utilitaristici: è un atteggiamento miope. Le scoperte non nascono su commissione, vengono da un lavoro costante di ricerca, dalla curiosità, dalla esplorazione delle cose. Le soluzioni ai problemi sono figlie del sapere, non spuntano in due giorni quando si crea un caso. Non funziona che oggi scopro il virus e domani trovo il vaccino se non vengo da un percorso di studi, di ricerca di base fine a se stessa, non motivata dall’emergenza.

Il suo terzo incontro è dedicato all’Homo Sapiens e alla evoluzione. Per citare il titolo di un suo libro: perché "siamo parenti delle galline"?

E’ un libro per bambini, che mirava a spiegare come sia tutto legato nel pianeta e che veniamo dall’evoluzione delle prime cellule primordiali. Nessuno ci è estraneo. Se tra noi e lo scimpanzé la parentela si può far risalire a sei milioni di anni fa, con le galline si va più indietro, diciamo 200 milioni di anni fa. Lo chiamo l’albero delle biodiversità: di questo unico albero della vita presente sulla terra l’Homo Sapiens non è che un ramoscello. Risalendo a ritroso verso il tronco centrale troviamo snodi comuni. Ai bambini diciamo che siamo, non primi cugini, ma parenti alla lontana sì, pure delle galline.

Però ha anche scritto che l’umanità è oggi tecnologicamente modificata: cosa significa e su quale strada ci incamminiamo?

Significa che, nel bene e nel male, è cambiato il meccanismo evolutivo. Oggi abbiamo mezzi che possono modificare il corpo, pensiamo alle protesi o ai chip, ma anche possiamo intervenire sugli embrioni umani. E l’evoluzione umana va così veloce che siamo noi stessi a doverci adattare ai cambiamenti che stiamo attuando.

Un esempio?

Pensiamo al cambiamento climatico. I nostri stili di vita hanno modificato l’ambiente naturale che ora si comporta in modo diverso. I nostri figli dovranno adattarsi a vivere col cambiamento che noi e i nostri padri abbiamo causato. Questa è l’eredità evolutiva che lasciamo loro ed è un’eredità negativa.
Ha definito l’Homo Sapiens "mammifero africano loquace ed invasivo". Abbiamo sempre migrato, ma oggi una parte di noi non accetta migranti e migrazioni…

Migranti lo siamo da sempre per strategia adattativa. Dobbiamo la nostra fortuna e la nostra sopravvivenza a questa strategia. L’ambiente è sempre stato instabile, il clima mutevole, si pensi alle glaciazioni. L’uomo si è spostato là dove l’ambiente era più congeniale alla vita. Ma, è bene dirlo chiaramente, c’è una differenza sostanziale: ieri le migrazioni erano lente, non volontarie. Via via si andava, ci si spostava dove si stava meglio. Oggi, invece, si spostano masse numerosissime e si spostano velocemente e volontariamente e questo mette in crisi altre nazioni.
Non scordiamone la ragione: l’80% di chi si sposta lo fa per fuggire ai guai del cambiamento climatico. E qui c’è il paradosso: vengono da noi che siamo causa del cambiamento che li mette in fuga. Perché le popolazioni che si spostano non hanno stile e tenore di vita pari al nostro. Siamo noi che usiamo combustibili fossili, consumiamo energia… Il nostro stile da ricchi privilegiati ha causato il cambiamento climatico dal quale fuggono, ma noi non accettiamo questi arrivi, conseguenza del nostro operato.

C’è di più: noi guardiamo a chi attraverso il Mediterraneo, una goccia rispetto ai milioni di migranti in movimento nel pianeta.

Le popolazioni si spostano anche per le guerre. Qui non ci siamo evoluti: siamo ancora con la clava in mano a farci la guerra?

Sì, esatto. E sarà così fino a quando ci saranno risorse per gli uni e non per gli altri. Come le fonti di energia non rinnovabili a cui continuiamo ad attingere che si fanno sempre più rare e più care. Quindi diventano causa di conflitti, guerre, egoismi. Usare le rinnovabili sarebbe un modo per uscire da questo circolo vizioso. E’ una logica perversa: la guerra in Ucraina ce lo mostra tutti i giorni.

Il primo caffè della giornata - Toshikazu Kawaguchi

Dopo l’enorme successo di Finché il caffè è caldo (Garzanti, 2020), romanzo d’esordio dell’autore, e Basta un caffè per essere felici (ibidem, 2021), seguito del primo, Kawaguchi torna in libreria con la terza opera dedicata alla caffetteria più particolare di Tokyo, in cui si serve un caffè speciale, in grado di dare a tutti una seconda opportunità. Infatti, ordinando questa particolare bevanda, seduti ad uno specifico tavolino, è possibile viaggiare nel tempo per incontrare una persona, a patto che quella sia entrata almeno una volta nel locale, e che la sedia del tavolo deputato sia libera. E queste sono solo due delle norme che regolano i viaggi; oltre a queste, ai clienti deve essere chiaro che non si può tornare indietro per cambiare il presente e che non ci si può alzare dalla sedia. Infine, la regola aurea:

«il viaggio comincia quando viene versato il caffè e dura solo finché il caffè è caldo».

È tassativamente vietato attendere oltre: arrischiarsi a mantenere il proprio posto quando la temperatura della bevanda è scesa troppo può portare a gravissime conseguenze.

In questo libro, tuttavia, scopriamo che la caffetteria di Tokyo non è l’unica in cui avviene questa magia:

«Nella caffetteria di Hakodate, come in quella di Tokyo, c’era una sedia dove i clienti potevano viaggiare nel tempo. Qui la sedia si trovava vicino all’ingresso del locale ed era occupata da un signore anziano in abito scuro.» (p. 20)
Ed è proprio qui che stavolta Kawaguchi ambienta il proprio racconto. Anche in questo libro, ancora una volta, a diversi personaggi viene data una seconda opportunità, per dire un’ultima parola, magari taciuta per orgoglio o risentimento, oppure per ricevere un sorriso di conforto, un abbraccio da chi è ormai lontano.

Se apriamo il libro all’indice, troviamo quattro racconti: la figlia, il comico, la sorella minore, l’uomo che non sapeva dire «ti amo». Ognuno di essi è un piccolo gioiello, il primo, però, in particolare, rappresenta in maniera peculiare la delicatezza di sentimenti che Kawaguchi è in grado di raffigurare.

In questo racconto, Yayoi Seto, una giovane donna di circa vent’anni, entra in caffetteria perché vuole tornare nel passato per incontrare di nuovo i suoi genitori, per motivazioni, però, diverse da quelle che si potrebbero immaginare; anche l'incontro va in maniera diversa: sentendo parlare sua madre, si verifica una straordinaria coincidenza e inaspettatamente sarà proprio la donna a fornire a Yayoi una nuova chiave di lettura per rileggere il passato e vivere il futuro in maniera più profonda e completa.

Di nuovo, Kawaguchi scrive un romanzo toccante, dalla forte impronta emotiva, e con il suo stile minuzioso e cesellato come un’antica miniatura giapponese, riesce a toccare le corde dell’anima di chi legge il libro. Un’opera, la sua, di intensa emotività, delicata e tenue. La sua capacità di raccontare le storie che compongono il libro, infatti, è sempre aggraziata e gentile e l’impressione che si ha è che l’autore voglia portarle alla nostra attenzione con grande delicatezza e altrettanto rispetto, come se fosse consapevole di star rappresentando delle vite potenziali, e volesse portare un messaggio ad ognuno dei lettori. Chi, infatti, può dirsi libero di qualche rimorso o può affermare di non avere mai avuto rimpianti o di non aver voluto una seconda occasione per dire una parola in più o dare un abbraccio un po’ più forte? È questa la precisa e straordinaria capacità di Kawaguchi ed è questa la potenzialità che la sua scrittura ha: un libro dalla grande potenza, insomma, che si confronta con i sentimenti della vita e con emozioni che possono raggiungere il cuore di molte persone, le quali possono cogliere, nei gesti e nelle parole dei personaggi, delle riflessioni profonde da portare con sé. E tutto ciò rendendo ben presente il messaggio secondo cui i viaggi che vengono compiuti non servono a rifugiarsi nel passato ma, anzi, a rivolgersi al presente e al futuro con occhi nuovi.

Toshikazu Kawaguchi è nato a Osaka, in Giappone, nel 1971. Dopo aver lavorato per anni come sceneggiatore e regista, ha avviato la sua carriera di romanziere. Il suo primo romanzo, Finché il caffè è caldo, ha vinto il Suginami Drama Festival. Il suo romanzo di debutto ha venduto in Giappone oltre un milione di copie. Il suo stile è stato paragonato dalla critica a quello di Haruki Murakami e di Banana Yoshimoto.

Il suo nome è Banksy - Francesco Matteuzzi, Marco Maraggi

“Se tutto quello che sappiamo di Banksy è stato lui stesso a raccontarcelo, come possiamo considerarle informazioni attendibili, avendo a che fare con qualcuno che si è sempre adoperato per conservare l’anonimato e tenere segreta la propria identità?”. È questa la domanda che Francesco Matteuzzi si pone (e pone al lettore) in segno di provocazione, all’interno del nuovo fumetto dedicato al misterioso street artist inglese. Un fumetto pionieristico (dato che è il primo interamente dedicato al genio di Bristol) e per certi versi coraggioso, perché fonda la sua trama su un dato di fatto inconfutabile: Banksy è una figura che vive nel dubbio, un’ombra che lascia dietro di sé immagini iconiche e di denuncia sui muri; in relazione a questa verità, decidere di raccontarne la vita è un’impresa non da poco: come offrire informazioni su qualcuno che ha fatto dell’anonimato l’elemento portante della sua biografia?

Realizzato in collaborazione con il fumettista Marco Maraggi, e portato sugli scaffali dalla casa editrice Centauria, il graphic novel – dal titolo Il suo nome è Banksy – è un vero e proprio viaggio nelle opere e nel mondo che c’è dietro la produzione dello street artist: dagli inizi per le strade della sua città natale fino ai capolavori più recenti, passando per le aste milionarie e le provocazioni ormai note anche a chi di arte non è necessariamente un esperto.
A guidarci in questa “escursione” sono due ragazzi appassionati di street art, che coltivano il sogno di incontrare il loro idolo. Telefonino alla mano, i due protagonisti decidono di realizzare un reportage ripercorrendo i passi dell’artista, raccontando, di volta in volta, il senso delle sue opere ed evocando gli eventi storici che le hanno ispirate. Si passa così dalle proteste di Seattle del 1999 (alla base del murale che raffigura il celebre lanciatore di fiori) alla guerra in Afghanistan (durante la quale, a Londra, Banksy ripropose una famosa scena di Pulp Fiction sostituendo le pistole di John Travolta e Samuel L. Jackson con delle banane).

“I murales che appaiono nella notte nelle strade di Londra o sul muro di Gaza, le mostre tenute segrete fino all’ultimo momento, le serigrafie, le installazioni di street art: per portare il ragionamento all’estremo, siamo sicuri che ‘opere’ sia il termine più corretto per definire tutto questo?”, si domanda ancora Matteuzzi. “Il mio punto di vista farà probabilmente scrollare il capo a qualche intenditore o critico d’arte, ma sono convinto che definirle così sia troppo semplice. Sono frammenti del mito: prove fisiche dell’esistenza di un’entità artistica eccezionale e inafferrabile”.

LE PAOLE DI FRANCESCO MATTEUZZI
“Cercare di scoprire chi è Banksy significa mettersi nei panni di un detective costretto a basare la propria indagine solo sugli indizi fornitigli dalla persona che deve rintracciare. Una causa persa”, continua l’autore e sceneggiatore del libro.
“Quando, il 12 luglio del 2008, il ‘Mail on Sunday’ pubblicò l’inchiesta che dichiarava di svelare l’identità del misterioso graffitaro di Bristol, con tanto di fotografia, ci si sarebbe potuti aspettare qualche conseguenza; la rivelazione sembrava talmente clamorosa da rappresentare la fine di un’epoca. Ma non successe praticamente nulla: il portavoce di Banksy si limitò a dichiarare che le conclusioni raggiunte dal giornale non erano corrette e la cosa finì lì. Perché in realtà a nessuno interessa saperlo davvero, chi è Banksy. Qualche giornalista in cerca di scoop potrebbe comprensibilmente trovare conveniente cercare di individuare la persona dietro allo pseudonimo, ma la gente comune, quella che ama Banksy e le sue opere, preferisce che le cose stiano come stanno. Credo che il punto sia proprio questo: i misteri sono belli e affascinanti solo fino a quando non li si risolve, dopodiché́ diventano solo un banale dato di fatto. E la figura di Banksy vive immersa in questo concetto: la sua sfuggevolezza, l’ironia di esserci senza esserci davvero (o forse il contrario), è uno degli elementi che lo rendono grande”.

Fake accounts - Lauren Oyler

La trama del romanzo di debutto di Lauren Oyler potrebbe essere benissimo questa: giovane critica in ascesa, astro nascente della scena letteraria, scrive un romanzo che viene innalzato preventivamente a caso letterario, inondando le timeline di lodi sperticate, profili e interviste su tutti i siti maggiori, per poi venire derubricato a fallimento plateale, uno scherzo di cattivo gusto, scatenando un dibattito serrato fatto di tweet allusivi e DM e screen di newsletter che cercano di ricostruire l’ordine dei fatti, senza che nessuno dei lettori di quegli articoli possa mai mettere mano sul libro in questione. L’atto finale prevede il ritiro dal commercio di suddetto volume - per poi scoprire che il libro non esiste, che Lauren Oyler non esiste e che il mondo là fuori è pieno di profili finti.

Fake accounts non parla di questo, anche se è quello che più o meno è accaduto all'hype intorno alla sua pubblicazione (avvenuta lo scorso 2 febbraio): è la storia di una giovane redattrice newyorkese che scopre che il ragazzo gestisce in segreto un account Instagram piuttosto seguito di teorie cospirazioniste. Prima che riesca a piantarlo, il ragazzo muore tragicamente in un incidente, mentre lei si trova alla Women’s March a Washington DC (il libro è ambientato durante i primi mesi dell’amministrazione Trump). La ragazza, triste - più per non essere riuscita a capire il fidanzato che per la sua effettiva scomparsa - decide allora di trasferirsi a Berlino dove, in assenza di qualcosa di preciso da fare, crea un profilo su OkCupid con l’unico intento di ingannare ogni ragazzo con cui esce, inventandosi ogni volta una storia diversa, così implausibile e iperspecifica da dare l’impressione di essere vera.

“Il mio inganno non sarebbe stato egoista, crudelmente manipolatorio nei confronti di innocenti alla ricerca dell’amore, ma una ribellione contro un intero modo di pensare, che voleva dire non pensare affatto, ma limitarsi ad accettare qualsiasi cosa ti venisse proposta”, spiega. Pessoa diceva che “il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”, e forse è così che la protagonista di Fake accounts sceglie di consumare il suo lutto, abbracciando l’indicibilità di una situazione tragica (la morte di un fidanzato che nessuno sapeva sarebbe stato presto un ex) in un mondo che sembra sempre più surreale (Trump, i tweet, le cospirazioni), in cui persino la richiesta di sospensione dell’incredulità dei romanzi sembra ben poca cosa di fronte alla stessa realtà.

Lauren Oyler è conosciuta principalmente per le sue recensioni spietate, in cui smonta un pezzo alla volta i casi letterari dell’anno (il suo pezzo su Jia Tolentino ha mandato in crash il sito della London Review of Books, stesso clamore ha avuto quello su Sally Rooney) spiegando con pazienza perché si tratti di casi e non di capolavori: si è guadagnata, insomma, il ruolo di castigatrice dei prodotti culturali, di quei libri scritti come serie televisive e che poi diventano serie televisive, pronta a punire tutti i gusti facili che ci sono stati presentati come sofisticati. Da un certo punto di vista il suo ruolo è opposto e identico a quello della stampa contro cui si batte e si nutre dell’erotismo della punizione, ma non per questo non ha ragione, anzi è bravissima nel suo lavoro.

Nel mondo editoriale accade però che alcuni ruoli calzano così bene che sembra poi impossibile liberarsene: viene da chiedersi se questo libro possa essere letto a prescindere dal personaggio pubblico che ha Oyler oggi - e, più in generale, fa interrogare su cosa accade quando gli autori sono già noti, quasi dei brand, e i libri finiscono per diventare un effetto secondario del loro successo.

Ecco perché Fake accounts potrebbe essere la storia di un libro che non esiste; serve leggerlo per capirlo? Se è impeccabile sui libri degli altri, quello di Oyler è un esercizio di non-stile ironico, con un incipit perfetto (“L’opinione comune è che il mondo stava finendo o che presto avrebbe iniziato a finire, se non per qualche catastrofe ambientale di dimensioni esponenziali, allora per una qualche combinazione di guerra nucleare, sistema bipartitico americano, patriarchia, supremazia bianca, gentrificazione, globalizzazione, fuga di dati, e social media”), una sezione che si fa beffe dello stile frammentario da memoir riflessivo e la consueta mancanza di trama a suggerire che il mondo finisce non un’esplosione, ma con un sospiro.

Sarebbe ingenuo non aspettarsi da Oyler, che la critica la fa di mestiere e quindi è perfettamente consapevole delle questioni di struttura e percezione, un libro anche metaletterario: Fake accounts parla di sé (cioè cosa accade alla finzione letteraria al tempo di internet) mentre parla di altro (internet è il mondo e quindi non possiamo più fidarci di quello che vediamo) in modo così poco velato che mi chiedo se invece di una storia non siamo solo di fronte a una tesi. Il libro, a partire dal titolo, gioca sul confine tra possibile e incredibile, tra fiction, autofiction e nonfiction (la stessa Oyler non fa molto per distanziarsi dalla protagonista del suo romanzo) e quando scrive “dicono che compensassi la mia disperazione con l’irriverenza; non serviva che fossi brillante tutto il tempo” dimostra di essere anche un’ottima critica di se stessa.

È facile cadere nella trappola del libro: sezionarlo pezzo per pezzo, facendone una critica spietata - le stesse autopsie che fa Oyler - così da vendicare i libri maltrattati da lei oppure trattarlo con distacco e superiorità, farne dell'ironia facile e condivisibile, per cui ci sentiamo tutti migliori (e qualcuno allora potrà dire, beh, almeno lei ci ha provato). Entrambi gli approcci sono degli win-win per Oyler.

“La maggior parte delle cose che leggevo o iniziavo a leggere online non miravano ad esaminare qualche specifica controversia ma a riaffermarne un’analisi superficiale e ampiamente condivisa o a indicarne una a cui la maggioranza delle persone sarebbe potuta arrivare, se mai avesse deciso di farlo”, racconta la protagonista e il libro è un continuo tentativo di dimostrare che siamo (pre)disposti a scambiare impressioni per fatti comprovati, che lo scollamento tra verità e finzione è talmente profondo da essere incolmabile - suggerisce che, se online e offline sono la stessa cosa, tanto vale smettere di essere qualcuno e reinventarsi all’infinito. Agli appuntamenti con gli uomini abbina la sua personalità ai segni zodiacali, perché tanto nessuno dei due è dimostrabile scientificamente.

Fake accounts è insomma un esercizio di ironica consapevolezza sul fatto che il mondo è solo interpretazione, in odore di vago nichilismo - ma tutta questa consapevolezza, tutto questo disincanto servono a qualcosa o sono solo fine a se stessi, uno sfoggio di intelligenza?

Forse vale la pena chiedersi perché niente importi e se questo è il miglior nichilismo che ci spetta. Se la protagonista del libro non ha nome, anche la sua personalità non è niente più che una serie di opinioni spietate, di automatismi, in cui non si rileva neanche un sentimento sincero: ma forse l’ironia di fondo è questa? che le personalità sono prodotti di algoritmi? Non è un caso che Tolentino e Oyler appartengano della stessa generazione: quella che crede all’autenticità, che riflette sui social, quella per cui internet è passato da essere un luogo in cui andare a un oceano che ha sommerso tutti, senza aver dato la possibilità di imparare a nuotare.

“A malincuore, ammetto di essere un membro della mia generazione”, scrive in Fake accounts. “Se diamo valore all’autenticità è perché fin da quando eravamo preadolescenti impressionabili siamo stati bombardati dalla falsificazione ma, allo stesso tempo, grazie a quel periodo incontaminato tra la nostra nascita e il momento in cui i nostri genitori hanno installato i primi modem, siamo perfettamente in grado di riconoscere i modi in cui noi stessi con nonchalance ci abbandoniamo al falso”.

Non è bizzarro, ma un po’ deludente che il romanzo di Oyler sia un prodotto dello stesso cliché contro cui combatte, quello del millennial vittima del ricatto moralista di fare la cosa giusta, per cui tutti i personaggi di quei romanzi sembrano alternativamente o non provare mai niente (Ottessa Moshfegh, Anna Wiener) oppure troppo (Sally Rooney), come se l’eccessiva consapevolezza portasse a un sovraccarico di senso che produce ipersensibilità o disconnessione.

“Una donna con cui lavoravo aveva usato come sfondo di uno dei suoi social una foto di un’insegna rosa al neon che diceva SENTIMENTI tutto in maiuscolo. I SENTIMENTI erano popolari a quel tempo - esprimerli era una specie di dichiarazione femminista, rivendicare una femminilità non appropriata che prima veniva liquidata come frivola o isterica e il risultato era che ora le persone non facevano altro che proclamare (sui social) l’intensità delle loro emozioni: a proposito di personaggi famosi, della televisione, di tormenti romantici a cui facevano pesanti allusioni, della pizza, animali carini, scadenze”.

Il mondo non finirà con un’esplosione, ma Fake accounts finisce con uno sbadiglio: quello che mi chiedo è perché continuare a raccontare personaggi tutti intelligentissimi, ma a cui poi non sembra mai importare di niente. Non è un po’ pigro? Quello che questi romanzi sembrano emanare, più che un disincanto verso il mondo, è la paura che tutto quello per cui si è investito tempo, denaro, energie, come i libri, l’arte, le relazioni, poi possa deluderci, non darci abbastanza senso, o peggio rischiare di aprirci all'ambiguità, a noi. Restano un passo indietro, paralizzati dalla soverchiante sensazione di impotenza che deriva dalla limitatezza dei nostri mezzi, dalla inconsequenzialità del mondo (Trump, i tweet, le cospirazioni, niente quadra mai): a differenza di Sally Rooney, per cui la consapevolezza delle dinamiche che governano il mondo basta a sé, Oyler traduce questa sensazione in ironico disincanto, privandoci di una conclusione più rassicurante. Prima la tragedia, poi la farsa, insomma. Ma se le conversazioni che facciamo sull’arte sono piatte e piene di banalità, il problema forse non è dell’arte (della letteratura, del cinema) in sé, ma del modo in cui ne parliamo? E forse è all'interno di quella impotenza, di quella incertezza che bisognerebbe guardare, per dire qualcosa del mondo che non sappiamo già.

Trilogia nera - Léo Malet

Alfa e Omega di ogni discorso su Léo Malet (1909-1996), è fatale il raffronto con Georges Simenon nonostante l'assoluta disparità, perché il secondo è un borghese, impolitico e chiuso nella religione della letteratura quale sguardo vitreo sul mondo e i suoi appetiti atavici (sesso, sangue e soldi), il primo è un bohémien con dei trascorsi anarchici e militanza surrealista, un uomo laico e ben consapevole del valore politico della scrittura. Li unisce tuttavia una evidente intersezione, vale a dire la pratica concomitante di narrativa di genere e narrativa tout court: nel caso di Simenon sono le storie pluridecennali del commissario Maigret che vanno in parallelo alla stesura di quelli che lo scrittore belga chiama i romans-romans, centinaia; viceversa nel caso di Malet sono le avventure del detective Nestor Burma che nell'immediato dopoguerra si alternano alla Trilogia nera, finalmente tornata disponibile in volume unico per Fazi editore. Titoli severi, decisamente aggressivi, La vita è uno schifo (1947), Il sole non è per noi ('49) e Nodo alle budella che esce solamente vent'anni più tardi, nel '69, per una prolungata resipiscenza di Malet, causa l'insuccesso dei primi due.

Al momento di comporre la Trilogia nera, l'autore è poco più che trentenne pur avendo alle spalle un curriculo di mille mestieri tra cui lo chansonnier, la comparsa nei film sceneggiati dall'amico Jacques Prévert, lo scrittore pseudonimo di romanzi "cappa e spada", il gestore con sua moglie Paulette di un cabaret denominato Poète pendu (chiaro omaggio a Villon e agli amatissimi poeti maledetti), infine l'operaio internato nei campi di lavoro tedeschi. È vero che già nel 1943 ha pubblicato 120, Rue de la Gare cioè l'incipit del ciclo dedicato a Nestor Burma, il titolare dell'agenzia investigativa che ha un'insegna parodistica ("Fiat Lux"), la maschera che riassume alcuni tratti distintivi o elettivi dell'autore in persona, come il culto di Bacco/Tabacco/Venere, la pipa il cui fornello (ovviamente apotropaico) è una testa di toro, la guida di una vecchia scassata Dagat 123, l'uso dell'argot più parigino e insolente, il pedigree politico di chi ha combattuto nella Guerra di Spagna, pari a Orwell, tra le file degli antistalinisti del Poum. A dispetto di molti indizi biografici, Burma però non è Malet ma ne è solo una parziale proiezione, mentre molto più aderente alla visione del mondo dello scrittore (disincantata, smagata, sempre ferita da uno sguardo sarcastico) è la voce che dà vita alla Trilogia nera: i romanzi, ambientanti al presente, sono scritti in prima persona alla maniera di memoriali autobiografici e danno la parola a giovani spiantati, a piccoli malavitosi che un ambiente ostile e macabri frangenti esistenziali trasformano, volta a volta, in efferati assassini.

Il tono dei memoriali è uniforme e non potrebbe essere più cupo, inderogabile. Le singole voci sono individuabili ad apertura di pagina: "Tu sei felice. Le persone felici non hanno posto nelle nostre operazioni"; oppure: "Perché, perdìo, ero troppo felice, la vita era uno schifo e non poteva continuare così"; o infine una clausola beffarda, quando qualcuno benedice il sollievo di "un odio enorme ed estenuante".

Luigi Bernardi, che di Malet fu adepto e poi attentissimo curatore, a proposito dei suoi personaggi parlò una volta di individui per cui il destino ha scelto la fine peggiore, i quali cercano di opporsi al male commettendo a loro volta il male e ritrovandosi a "scalciare a vuoto" contro una società che tali li ha voluti. La vita è uno schifo narra la vicenda di un giovane che entra in una banda di anarchici in clandestinità (una specie di Bande à Bonnot) e diviene assassino per un infortunio d'amore e la disperazione che ne segue; Il sole non è per noi è un vero e proprio romanzo di formazione che culmina in una storia d'amore tenerissima ma non meno omicida ed autodistruttiva; Nodo alle budella, in conclusione, tratta l'ascesa di un modesto truffatore, delle sue ossessioni e dei suoi amori sbandati fino alla caduta e all'autodistruzione. I protagonisti hanno un'identica qualità della voce, rauca, ritmata dall'argot, laconica perché narcotizzata da fumo e alcolici. Costoro vivono per lo più in interni claustrofobici, in camere d'affitto e tavoli di squallide trattorie dove sulla tovaglia cerata i culi di bottiglie e bicchieri disegnano in perpetuo cerchi violacei, spettrali.

Parigi, all'esterno, si lascia più che altro indovinare e qui l'arte di Malet tocca il suo apice: se infatti la Parigi di Simenon ha una topografia proverbiale e persino scontata (lo sfondo può mutare alle spalle dei personaggi come un trasparente cinematografico), la città di Malet ha contorni sfumati e tuttavia incombenti, gravidi di nebbie e di ombre come peraltro accade anche nei titoli maggiori della serie dedicata a Nestor Burma, e su tutti Nebbia sul ponte di Tolbiac, del'56. Ciò spiega il fatto che la sua non è una città da riconoscere con lo stradario ma, al contrario, è una foresta ostile, un labirinto infero cui dovrà qualcosa Patrick Modiano, ma ciò spiega anche la difficoltà di tradurre un simile fondale, "crudo e ironico", in immagini cinematografiche come precisamente ha notato Roberto Chiesi nel suo Il cinema noir francese (con Denitza Bantcheva, Gremese 2014).

Lo scrittore, nativo di Montpellier, giurò di amare Parigi ma aggiunse di non avere alcuna inclinazione a consumare le suole sui suoi selciati: dunque quella città sulfurea, dove il sole è assente o malato, sembra il solo contesto possibile per le storie su cui è allestita la Trilogia nera, romanzi di una formazione fatalmente andata a male e di una redenzione altrettanto impossibile, perché la tendenza al male è dominante, perché il male prospera ab origine, perché l'amore non cura niente e nessuno.

Lo squallore ambientale, il contesto di miseria e di derelizione dove gli esseri non invecchiano ma abbrutiscono, il senso di una sconfitta preventivamente annunciata dicono che l'orizzonte d'attesa è il darwinismo sociale, la legge del più forte. Qui un Malet nichilista si ritrova ai ferri corti con la vita e senza il beneficio di una maschera (senza l'ironia, la spiccia vitalità di un Burma) mentre la voce modulata in soggettiva è rotta da un respiro affannoso di bestia braccata, perché nella Trilogia nera c'è un identico schema che prevede lo slancio, la possibile ascesa e subito un bilico, quindi la caduta rovinosa.

Emozioni, sentimenti, le passioni che agitano i protagonisti si rivelano delle stolte velleità, miserabili atti di vanità che infatti invertono di colpo il segno con la stessa dinamica per cui, classicamente, l'amore può richiamare la morte: troppo marcata e insistita è l'ironia, troppo penoso il disincanto per non alludere al fondo di disperazione che esala dietro il fumo, le lenti scure e la casquette di Léo Malet. "Io non credevo alla Provvidenza", dice uno dei suoi personaggi dopo avere appena ribadito che la vita è uno schifo: Georges Simenon non è poi così lontano.

Anarchico, sarcastico, disincantato, nella Francia del dopoguerra fu l’alter ego di Simenon. Ora torna in libreria la sua "Trilogia nera". Anzi nerissima...

Il faraone d'Olanda - Kader Abdolah

Un romanzo in cui "tutto torna al luogo da dove è venuto" che Abdolah voleva non avesse nulla a che fare con la sua storia ed invece è il più vicino allo scrittore che in Iran non potrà veramente tornare. "Non ci sono le condizioni. Assolutamente non posso tornare e non potrei scrivere in Iran. Anche se non mi mettessero in prigione sarei in una galera forzata" dice Abdolah con i suoi enormi baffoni.

L'autore di 'Scrittura cuneiforme', con cui ha conquistato il pubblico internazionale e de 'La casa della moschea', con cui ha vinto il Premio Grinzane Cavour nel 2009, pensa anche all'amico Salman Rushdie, a un mese dall'attentato che ha subito. "Mi dispiace. Qualche volta penso che se fossi lui vorrei essere ucciso. È un amico e capisco il suo dolore. Abbiamo lo stesso nemico, ma ha scritto i suoi libri. Adesso ha perso un occhio, lo hanno spezzato nel corpo e lui risponderà con libri ancora più belli. Se fossi Rushdie e qualcuno mi volesse uccidere direi 'va benissimo. Completa il tuo omicidio. Perchè Rushdie non può essere Rushdie più di quanto non lo sia già. Gli auguro una vita lunghissima" dice Abdolah che sarebbe felicissimo se Jafar Panahi, il regista iraniano attualmente in prigione, vincesse il Leone d'Oro alla Mostra del cinema di Venezia con 'Gli orsi non esistono'. "Sarebbe bella questa vittoria perché gli è stato vietato di fare film e lui ha avuto il coraggio di farlI con il cellulare. È importante dargli attenzione più che mai, non solo perché è un bravo regista ma per la pressione politica che sta subendo" sottolinea.
"Tempo fa ho visto il primo film di suo figlio Panah Pnahi e ho capito che sta facendo tutto quello che è in suo potere per fuggire dal Paese. Sta gridando e chiamando la libertà e chiedendo di poter essere se stesso. Il regime iraniano in questo momento è il peggiore di tutti in tempi e non si può essere se stessi" afferma.

La lezione di resistenza più importante viene "dalla resilienza delle donne: non possono lavorare, avere una vita professionale, eppure il più possibile cercano di andare all'Università solo per il piacere di studiare: il 75% degli atenei sono popolati da donne iraniane. In questo momento rappresentano il nemico più significativo dell'ayatollah che vorrebbe rinchiuderle in casa, coprirle con il chador, ma loro non ci stanno, lottano per la loro libertà. Devono essere completamente coperte, ma si scoprono appena possono. È una cosa bellissima, mi mancano molto, le amo tutte" sottolinea lo scrittore che guarda con molto interesse alle nuove generazioni e a TikTok che è "a volte viene guardata con dispregio ma è il mezzo di comunicazione più significativo per rappresentare la libertà perché chiunque può parlare".

Ne "Il faraone d'Olanda" troviamo un egittologo olandese sempre più smemorato che nasconde un antico e inestimabile sarcofago con la mummia della regina Merneith di cui si prende cura con l'amico Abdolkarim, figlio di un restauratore di libri antichi al Cairo che desidera tornare a casa e riportare in Egitto la Regina Merneith. "Ci sono milioni di persone che vengono in Europa in cerca di lavoro, di una casa, di pane da mangiare, ma tutti vogliono tornare a casa, alle proprie radici. Anch'io sto invecchiando e pensando a cosa ho fatto nella mia vita. Fuggire è stato giusto e cambiare lingua in cui scrivevo corretto? È stato giusto lasciare che morisse mio padre senza essere presente. Sono un piccolo scrittore, mille anni prima di me Omero ha scritto l'Odissea. Dopo essere diventato eroe Ulisse voleva tornare a casa. Mia madre, che ha la stessa età che aveva la Regina Elisabetta, non vuole morire prima che io torni a casa. Con la scrittura potrò raccontare il rientro in Iran e salutare mia madre. La letteratura è l'unico modo" racconta lo scrittore che sta scrivendo un nuovo romanzo che riguarda proprio questo.

Kader Abdolah, pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani (Arak, 12 dicembre 1954), è uno scrittore iraniano naturalizzato olandese.

Rifugiato politico in Occidente, vive nei Paesi Bassi e scrive le sue opere in olandese.

Primo di sei figli, cresce in una regione di stretta osservanza islamica. Volendo seguire le orme di un suo trisavolo, Qhaem Megham Ferahni, uomo politico e poeta assassinato dallo scià nel 1875, Kader Abdolah sogna fin da piccolo di diventare scrittore. Per questo, dall'età di 12 anni si dà allo studio della letteratura occidentale, che fa sorgere in lui l'interesse culturale per l'Occidente di cui ascolta clandestinamente le stazioni radio.

Nel 1972 inizia a studiare fisica all'università di Teheran e ottiene un posto di direttore in una fabbrica di imballaggi. È in questa epoca che si interessa di scrittura, con la produzione di numerosi testi in lingua persiana. Dopo aver pubblicato due raccolte di racconti, adottando come pseudonimo i nomi di due esponenti dell'opposizione, Kader e Abdolah, assassinati dal regime iraniano degli ayatollah, le autorità scoprono in lui un membro attivo dell'opposizione, una circostanza che lo costringe ad abbandonare il suo paese nel 1985, insieme alla moglie, per trasferirsi in Turchia. Vi rimane tre anni, fino a quando entra in contatto ad Ankara con una delegazione olandese delle Nazioni Unite.

Decide così di rifugiarsi nei Paesi Bassi dove ottiene lo status di rifugiato politico. Dopo un soggiorno nel centro per rifugiati ad Apeldoorn, ottiene una casa a Zwolle, dove rimane fino al 2003, quando si sposta a Delft.

Impara l'olandese essenzialmente da autodidatta, aiutandosi con libri per bambini e raccolte di poesia. Per un anno frequenta anche l'Università di Utrecht per studiarvi letteratura. Inizia a scrivere in olandese, sforzandosi di padroneggiare meglio la lingua.

Debutta nel 1993 con la raccolta di novelle "De adelaars" (Le aquile), incentrate sull'esperienza di esule: l'opera gli vale il Gouden Ezelsoor, premio olandese destinato agli esordienti. Nel 1995 esce una seconda raccolta, sullo stesso tema, intitolata De meisjes en de partizanen (Le ragazze e i partigiani).

Pubblica un numero crescente di libri sotto lo pseudonimo di Kader Abdolah e tiene ogni settimana una rubrica nel giornale de Volkskrant, sotto lo pseudonimo di Mirza, che significa "cronista", e che è anche il nome di suo padre morto. La sua opera è quasi sempre incentrata sulla vita tra due culture, quella originaria dell'Iran e quella adottiva dei Paesi Bassi, e sulla vita nella diaspora.

Opere:

De Adelaars, 1993
De meisjes en de partizanen, 1995
De reis van de lege flessen, 1997 (trad. it. Il viaggio delle bottiglie vuote, Milano: Iperborea, 2001)
Mirza, 1998
Spijkerschrift, 2000 (trad. it. Scrittura cuneiforme, Milano: Iperborea, 2003)
Kelilè en Demnè, 2002 (trad. it. Calila e Dimna, Milano: Iperborea, 2005)
Portretten en een oude droom, 2003 (trad. it. Ritratti e un vecchio sogno, Milano: Iperborea, 2007)
Het huis van de moskee, 2005 (trad. it. La casa della moschea, Milano: Iperborea, 2008)
De boodchapper. Een vertelling, 2008 (trad. it. Il messaggero, Milano: Iperborea, 2010)
De koning, 2011 (trad. it. Il re, Milano: Iperborea, 2012)
De kraai, 2011 (trad. it. Il corvo, Milano: Iperborea, 2013)
Papegaai vloog over de IJssel, 2014 (trad. it. Un pappagallo volò sull'IJssel, Milano: Iperborea, 2016)
Salam Europa!, 2018 (trad. it. Uno scià alla corte d'Europa, Milano: Iperborea, 2018)
Het pad van de gele slippers, 2018 (trad. it. Il sentiero delle babbucce gialle, Milano: Iperborea, 2020)
Farao van de Vliet, 2019 (trad. it. Il faraone d'Olanda, Milano: Iperborea, 2022).