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Gli ultimi messaggi del Forum

Candido - Guido Maria Brera

E' presente da poco nel circuito di Bibliolandia, con La Nave di Teseo, l’ultimo lavoro letterario, visionario, distopico, di Guido Maria Brera, con il collettivo I Diavoli: Candido. Un romanzo che ci rimanda al più celebre “1984” di George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair), che affronta il tema della manipolazione psicologica dei cittadini da parte dello Stato totalitario. In cui l’autorità dell’Oceania è programmata ad orientare e a coartare le potenzialità critiche del pensiero, indirizzandone l’emotività verso un’unica direzione, quella congeniale al mantenimento dell’ordine sociale.

Protagonista del romanzo di Brera, e del suo laboratorio di narrazioni nato sul web, il collettivo I Diavoli, è lui: Candido, preso in prestito dal passato, insieme alla sua amata Cunegonda ed al suo precettore Pangloss, il filosofo del castello Thunder-ten-tronckh, secondo cui quello in cui vive Candido è il migliore dei mondi possibili.

Nella versione di Brera, il novello Candido è un giovane rider, che si guadagna la vita pedalando senza sosta, cavalcando la sua bicicletta, su e giù per la città, consegnando cibo per conto delle grandi major di food delivery.

Nella città vige un perfetto sistema economico-tecnologico in cui la vita dei cittadini viene premiata sotto forma di crediti alimentari, sanitari, ricreativi, i quali vengono riconosciuti in relazione alla quantità di lavoro prodotto e ai comportamenti tenuti. Ogni infrazione delle regole o della pubblica morale comporta la loro riduzione, sino ad arrivare, nei casi più gravi, alla loro cancellazione. A governare su tutto ciò, lui, Voltaire: un algoritmo tecnologico a cui nulla sfugge della vita di ogni cittadino. Voltaire è dappertutto, è onnipresente, campeggia sulle facciate dei palazzi ipertecnologici con il viso caprino di Pangloss che rilancia continuamente massime sul migliore dei mondi possibili: questo! “Tutto è bene, tutto va bene”.

Tutto contribuisce a creare un forte amalgama sociale in cui ogni cittadino è convinto di vivere una vita perfetta, migliore di ogni altra possibile. E a nulla conta la circostanza che la semplice minaccia della perdita del potere d’acquisto abbia come conseguenza il venir meno del desiderio di protestare: che senso ha ribellarsi se tutto funziona a meraviglia?

Di ciò Candido è convinto, ed è felice che tutto vada per il meglio, Egli pedala sorridente, con la gioia nel cuore perché a fine giornata, con i crediti guadagnati, una volta a casa, potrà collegarsi con la sua amata Cunegonda, la ragazza virtuale che Voltaire gli ha assegnato. Sono mesi che pensa soltanto a lei, che parla soltanto a lei, che sogna solo lei, l’immagine perfetta che incontra ogni sera in videochat collegandosi al social network Voltaire.

Tutto è bello, giusto, completo, non ci sono fratture né contraddizioni nella vita di Candido.

Una vita immersa in una realtà improntata al culto della produzione industriale, in cui i vecchi quartieri sono oggetto di un inarrestabile processo di gentrificazione, oramai trasformati in zone di tendenza per la “meglio gioventù” che vive nei quartieri “inclusi”. E lui, Candido, che ogni mattina ne percorre le strade – tra auto elettriche e tram a levitazione magnetica, arrivandovi dal suo quartiere, quello degli “esclusi”, con la sua bicicletta, zaino in spalla – incrociando lo sguardo di persone felici, come lui, fiducioso che il suo futuro non potrà che essere meraviglioso, e ciò anche grazie al suo impegno e al rispetto dovuto agli ammonimenti, onnipresenti nelle strade cittadine, di Pangloss.

Ma non tarderanno ad arrivare presto le incertezze, i dubbi verso quello che aveva considerato sino ad allora il migliore dei mondi. Una serie di eventi tragicomici lo porterà al disincanto verso quel mondo sull’orlo del collasso, di cui scoprirà le brucianti contraddizioni; lui si scoprirà essere una minuscola parte, insignificante, di un immenso ingranaggio funzionale soltanto agli inclusi, le uniche persone che potranno sopravvivere. E a quel punto la rabbia prenderà il sopravvento.

Un gran bel romanzo, nel quale l’autore, che abbiamo imparato a rispettare nelle sue precedenti opere per l’onestà intellettuale, ci offre la sua visione etica della società, attraverso una critica feroce all’attuale “globalizzazione spinta”, quella senza regole, quella dove la “normalità” rappresenta essa stessa il problema. “Producevamo un bene in un posto, lo spedivamo per farlo assemblare in un altro posto ancora, poi da quel posto questi pezzi giravano il mondo per poi essere depositati in magazzini ancora più lontani. E, infine, essere spediti ai clienti. Era un consumo di cielo, terra, mare, per massimizzare i profitti… La globalizzazione può piacere perché crea risparmio di costi. Ma si consuma il mondo così…. Ci sono costi occulti in termini di sacrifici, diritti sociali dei lavoratori e inquinamento… Questo sistema si è dimostrato fragile. E la natura stessa si è ribellata” ha recentemente dichiarato in un’intervista post pandemia. Come dargli torto!

Un romanzo dedicato ai rider, ai fattorini, agli ultimi, gli esclusi, che dalle periferie delle nostre metropoli pedalano senza sosta sulle loro biciclette, senza alcun tipo di tutela legale e di protezione sociale, per soddisfare le esigenze degli inclusi, di coloro che vivono nel cuore pulsante delle city.

“Non si muore per un panino. Noi siamo con loro, questo libro è anche per loro”. È questo l’explicit di chiusura del libro.

La restauratrice di libri - Katerina Poladjan

Ascoltare quello che la Storia ufficiale racconta è spesso fuorviante. Secondo storici, politici, intellettuali e studiosi, alcune tragedie umane sono più degne di essere ricordate rispetto ad altre. Ci sono popoli che lottano costantemente contro il negazionismo contemporaneo, che gridano ancora affinché gli orrori del passato vengano riconosciuti come tali. Oggi, chi si ricorda ancora degli armeni? Chi si ricorda che questo è stato uno dei primi popoli a convertirsi al cristianesimo (circa nel 301 d.C.) in Anatolia? Chi si ricorda che gli armeni erano l’ultima enclave cristiana all’interno dell’Impero ottomano, quindi temuto dai vertici statali? Chi si ricorda che già nel periodo antecedente alla Prima guerra mondiale (nel 1890) si verificarono le prime stragi armene per mano dei turchi, fino ad arrivare al 1909, anno in cui si registrò lo sterminio di almeno 30.000 persone nella regione della Cilicia? Chi si ricorda delle motivazioni che diedero origine a quello che oggi viene considerato il primo genocidio dell’età contemporanea?

Lo sterminio e la deportazione di massa della popolazione armena tra il 1915 e il 1917 vanno letti alla luce dello sgretolamento dell’Impero ottomano alla fine del XIX secolo e del suo crollo definitivo alla fine della Prima guerra mondiale. Gli armeni erano la minoranza religiosa più significativa dell’Impero; la tensione tra turchi e armeni si acuisce nel momento in cui gli zar di Russia si proclamano protettori dei cristiani d’oriente. Temendo l’alleanza armena con la Russia, la Turchia – contrariamente a quello che si crede e si dice – mette in atto un massacro deciso, organizzato e pianificato che vede come vittime gli armeni; a partire dal 1915 gli armeni maschi in età da servizio militare vengono concentrati in “battaglioni di lavoro” dell’esercito turco e poi uccisi, mentre il resto della popolazione viene deportato verso la regione di Deir ez Zor in Siria con delle marce della morte che coinvolsero più di un milione di persone: centinaia di migliaia morirono di fame, malattia, sfinimento o furono massacrati lungo la strada. In armeno, il genocidio viene chiamato Medz yeghern, “il grande crimine”, nel quale si stima che persero la vita circa 1,2 milioni di armeni. Eppure qualcuno si ricorda di questo popolo, afferma Antonia Arslan in un’intervista. Paradossalmente, la memoria del genocidio degli armeni è una memoria che cresce sempre di più nei nostri giorni; i discendenti di terza generazione dei sopravvissuti tornano indietro al passato traumatico delle proprie famiglie per riportare alla luce gli spettri del genocidio. La percezione e la coscienza di questo momento storico si amplificano, riflettendosi nei più diversi campi quali le ricerche d’archivio, gli studi accademici e storiografici, e le produzioni artistiche. Come sole poche altre arti sanno fare, la letteratura ha in questa rivisitazione del passato un ruolo di fondamentale importanza. Ed è qui che situiamo La restauratrice di libri, l’ultimo libro di Katerina Poladjan finalista del German Book Prize 2019, edito in Italia da SEM.

La restauratrice di libri è un romanzo che fa della rimozione collettiva del genocidio armeno il suo punto di partenza. Helene Mazavian è un’esperta restauratrice di libri tedesca ma con origini armene da parte di sua madre, Sara. Il passato, insieme alla storia, appare nella vita di Helene solo attraverso lapsus amnesici di un’infanzia trascorsa tra i collage che sua madre crea con fotografie di cadaveri dei bambini armeni massacrati e i pochi racconti riguardo le tristi esistenze della nonna Lilit’ e la bisnonna. La contestualizzazione storica appena rievocata non appare nel libro, se non attraverso una vaga menzione alle attuali tensioni tra armeni e turchi nel processo di riconoscimento del “grande crimine”. Helene, dunque, non si preoccupa del suo passato, e tanto meno del fatto di essere armena. Restaura libri, viaggia e ama Danil, il suo fantasmatico compagno che appare unicamente come voce dall’altra parte della linea telefonica. Tutto è destinato a cambiare quando Helene atterra a Erevan, capitale dell’Armenia, per restaurare antichi manoscritti deteriorati e imparare le tecniche della legatoria armena. Tra tutti i reperti, le viene affidato un evangeliario del XVIII secolo che riporta nel colophon (che giustamente in armeno si chiama hišatakaran, “memoria”) la lista di tutti coloro che lo hanno custodito, fino ad arrivare, nel 1915, tra le mani di una famiglia che vive sulla costa del Mar Nero. Helene si prepara ad un restauro complicato, accompagnata da bisturi, pinze, aghi dai diversi diametri, fili colorati, processi alchemici di estrazione del colore e pigmentazioni tipiche della tradizione armena. Scrostando gli strati di ricordi e memoria che si sono depositati sulla carta, Helene scopre una frase scarabocchiata sul bordo di una pagina: «Hrant non si sveglia, aiutami, fallo svegliare» (p. 48). Come una ferita che non smette di sanguinare, la narrazione a questo punto si sdoppia, alternando due spazi temporali che tacitamente convivono e si influenzano a vicenda. La narrazione torna indietro al 1915 e segue le vicende degli ultimi proprietari dell’evangeliario, Hrant e Anahid, fratello e sorella in fuga verso la costa dopo il massacro della loro famiglia da parte dei soldati turchi; allo stesso tempo, un secolo dopo, Helene inizia inspiegabilmente a dover fare i conti con l’eredità traumatica del genocidio che, nonostante il suo rifiuto, le appartiene. Accompagnata da una fotografia che la madre le ha regalato e che ritrae tutta la sua famiglia armena, Helene si metterà in viaggio nell’Armenia di oggi - paese in cui «ci si preoccupa più del passato che del futuro» (p. 29) e dove il suo popolo «ha sempre avuto paura di sparire» (p. 46) – per spingersi dall’altra parte del monte Ararat in Turchia e per arrivare fino alla costa del Mar Nero, decisa ad andare fino in fondo alla realtà della storia dei due bambini, la quale sveglia in lei anche la necessità di cercare i membri ancora vivi della sua famiglia armena.

Il percorso di Helene ne La restauratrice di libri è un viaggio attraverso la memoria dolorosa di un passato traumatico, il senso ancora attuale di perdita e lutto e soprattutto la storia di esilio in cui è ancora inscritto il popolo armeno. Le due strade percorse dai protagonisti sono emblematiche nella rivisitazione della storia armena: la marcia di Anahid e Hrant per mettersi in salvo è il capovolgimento eroico delle marce della morte a cui venivano sottoposti gli armeni e in cui venivano massacrati; il viaggio di Helene rappresenta invece la lotta contro il negazionismo contemporaneo del genocidio, contro le falsificazioni della storia e, prima di tutto, contro l’oblio di un popolo. Alternando passato e presente, La restauratrice di libri permette di riscoprire il popolo armeno nella sua magia, nelle sue tradizioni e nella sua cultura, restituendo agli armeni la dignità di persone precise e con una forte identità etnica che fa da ponte tra Oriente e Occidente, e non solo genericamente come un popolo perseguitato. E nel riscoprire questo popolo, lo si cerca anche di salvare. Katerina Poladjan riprende il concetto elaborato da Heinrich Heine di libro come patria portatile, di letteratura come luogo in cui le identità a rischio possono essere salvate dall’oblio e offerte ai postumi come il luogo di ritorno e sopravvivenza di un passato dimenticato. In questo senso, una restauratrice come Helene non è solo chi ripara il libro inteso come oggetto fisico e materiale, ma anche colei che restaura il passato e la storia, permettendo a quei soggetti che altrimenti rimarrebbero sommersi di vedere la luce del ricordo attraverso le pagine in cui sono stati immortalati: «Non ha mai la sensazione, signora Gevorgian, che un libro sia qualcosa di più che carta, muffa, inchiostro e cuoio? Quando torno a casa la sera questo libro mi manca, come se fosse una cosa viva» (p. 136). La restauratrice di libri ha due finali, che non sono da leggere come uno tragico e uno positivo, ma la conclusione di due storie separate da un secolo di eventi e che, tramite un evangeliario del XVIII secolo, si intersecano inevitabilmente, e inevitabilmente conducono ad una lotta comune: sopravvivere, nonostante tutto.

Caterina - Susan Hastings

Piemme pubblica Caterina. Una principessa tra amore e potere (2021, titolo originale Zwischen Macht und Liebe, traduzione di Maria Pia Smiths-Jacob), primo volume di una trilogia dedicata alla figura di Caterina II di Russia, (Stettino, 21 aprile 1729 – Tsarskoe Selo, 17 novembre 1796), imperatrice di Russia dal 1762 alla morte, scritta da Susan Hastings, pseudonimo di una autrice tedesca che da molti anni scrive romanzi storici di grande successo in Germania.

“Sono così brutta che non riuscirò mai ad avere un marito. Mamma non perde occasione per ripeterlo”.

Sofia era brutta, era un peso, ma soprattutto era una femmina. Sofia, figlia del principe Cristiano Augusto di Anhalt-Zerbst (Dornburg, 29 novembre 1690 – Zerbst, 16 marzo 1747), feldmaresciallo prussiano, e di Giovanna Elisabetta di Holstein-Gottorp (24 ottobre 1712 – 30 maggio 1760), non era amata dalla madre. Infatti, la Principessa Giovanna sembrava che non provasse nessun affetto per sua figlia Sofia, che a dieci anni era già alta e magra, un viso dalle guance scavate, gli occhi di un azzurro scuro parevano sproporzionatamente grandi.
I genitori di Sofia già stavano cercando un marito per loro figlia, mentre quest’ultima sognava di essere la sovrana di un regno, la corona adagiata sul capo e un intero popolo ai suoi ordini. Solo la governante francese Babette era al corrente dei sogni di Sofia, mentre la Principessa Giovanna continuava a considerare sua figlia un brutto anatroccolo, eppure un giorno non lontano Sofia avrebbe dimostrato a sua madre di non essere come lei pensava.

Da quando ne aveva memoria, l’infanzia di Sofia era stata caratterizzata da una tanto costante quanto inestinguibile sete di tenerezza e attenzioni. Aveva cominciato a sentirne il bisogno, mai colmato, molto prima di imparare la parola “amore”. Sofia era la primogenita di cinque figli, due anni più grande di Guglielmo Cristiano Federico, amorevolmente soprannominato Willi dalla loro madre. La ragazzina era nata per prima, ma tutto questo non contava. Aveva la sfortuna di essere femmina, un particolare sul quale la madre non tralasciava di porre l’accento in ogni occasione dandogliene anche spesso dimostrazione tangibile allungando, senza alcuna motivazione, le mani. Il principe Cristiano Augusto, nominato governatore di Stettino dal re di Prussia, sopportava con indifferenza le manie della consorte. Era un militare, un uomo coscienzioso, probo e del tutto incapace di esternare i propri sentimenti. Il principe teneva più all’adempimento dei suoi doveri che alla famiglia, le cui redini erano saldamente nelle mani della Principessa Giovanna. Sofia ammirava molto il padre, in particolare quando le consentiva di guardarlo passare in rassegna i soldati. Con indosso l’uniforme blu da generale e la spada al fianco sembrava il re in persona, e sua figlia Sofia immaginava di essere una regina, che faceva lo stesso con i suoi militari. I sogni di gloria di Sofia presto sarebbero diventati realtà.

Con una prosa trascinante e coinvolgente, l’autrice narra le “illuminate” gesta di Sofia Federica Augusta di Anhalt-Zerbst, data in sposa, sedicenne, all’erede al trono dell’Impero russo, il granduca Pietro Fëdorovič, futuro Pietro III. Questo fausto evento, che avrebbe tolto Sofia dalla noia di Stettino per approdare nella gelida Russia, a San Pietroburgo, sarebbe stato solo il trampolino di lancio per la determinata Sofia, convertitasi alla religione ortodossa assumendo il nome di Caterina Aleksevna. Un matrimonio non d’amore, ed è per questo che Caterina avrebbe presto cercato altrove la passione, mentre l’occasione per ottenere il potere nelle sue mani sarebbe arrivata solo nel 1762, quando Pietro III, divenuto Zar, sarebbe stato detronizzato da un colpo di stato militare guidato dai fratelli Orlov. Pietro III muore in prigione e Caterina conquista la corona. È la definitiva consacrazione per Caterina II, la Grande, “imperatrice illuminata”, collezionista di opere d’arte provenienti da ogni parte d’Europa, per suo volere esposte all’Ermitage appena costruito. Caterina, con uno sguardo lungo, al futuro, fonda scuola e università (citiamo l’Istituto Smol’nyj per Nobili Fanciulle), introducendo metodi di educazione europei. Per lei il popolo russo possedeva una devozione ingenua, chiamandola “piccola madre”.

Il tempo di vivere con te - Giuseppe Culicchia

"Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell'anima
In fondo all'anima cieli immensi
E immenso amore..."

("I giardini di marzo" - Lucio Battisti)

Ogni libro ha un suo suono, una sua musicalità. In "Il tempo di vivere con te" (Mondadori) di Giuseppe Culicchia, è la musica di Lucio Battisti che risuona tra le pagine grazie a una chitarra e a una voce che, per più di quarant’anni, l’autore aspettava di riportare alla luce in un file salvato sul suo computer semplicemente con le iniziali W. A.

Giuseppe Culicchia ha impiegato tutti questi anni e tutti i suoi trenta libri per arrivare a questo: un memoir che ripercorre i ricordi d’infanzia che l’autore ha vissuto con il cugino, Walter Alasia, al cui nome si lega la colonna milanese delle Brigate Rosse. Un nome che, oggi, richiama uno dei periodi più bui della nostra storia contemporanea, ovvero quegli anni che dal 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana – seguita dalle esplosioni a Roma presso l’Altare della Patria e alla Banca Nazionale del Lavoro - vengono ricordati come gli Anni di Piombo. Anni complessi e violenti, caratterizzati dalle stragi e dal terrorismo neofascista e “rosso”. Anni che l’Italia ancora non riesce a raccontare (o non vuole), se non attraverso occultamenti, negazioni, non detti, tabù, strumentalizzazioni, luoghi comuni, rancore e tanti vuoti storiografici. Walter Alasia fa parte di questa narrazione non compiuta; con Il tempo di vivere con te, Giuseppe Culicchia mostra che dietro a un nome - che non lascia mai indifferenti nel nostro Paese - c’è una storia. C’è una vita. E merita di essere raccontata per comprenderla.

Con il suo nuovo libro, Culicchia permette al lettore di entrare nel cuore della sua giovinezza. Ritroviamo un Giuseppe di undici anni, un Walter Alasia di vent’anni e che abita a Sesto San Giovanni, e due famiglie che, d’estate o per le ricorrenze più importanti, s’incontrano per trascorrere il tempo assieme. Walter diventa il fratello maggiore che Giuseppe non ha mai avuto, il suo migliore amico, il suo compagno di giochi, il suo “fumettista” personale, il suo allenatore di corsa e il suo musicista d’occasione: «A te invece non voglio bene. Io di te Walter sono innamorato. Innamorato pazzo. E i nove anni e i centocinquanta chilometri che ci dividono non hanno alcuna importanza» (p. 10). E tra feste di famiglia, ritrovi, gite in campagna e pranzi della domenica, Walter Alasia comincia inosservato la sua militanza in Lotta Continua, per poi entrare nelle Brigate Rosse. Ada, l’amata madre di Walter e zia di Giuseppe, è l’unica a saperlo e ad essere la tacita complice delle ideologie politiche del figlio. Poi il fatto. Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre 1976 la polizia entra in casa Alasia.

Walter apre il fuoco. Muoiono il maresciallo dell’antiterrorismo Sergio Bazzega e il vicequestore Giovanni Vittorio Padovani. Poco dopo, Walter viene freddato sul selciato di casa. Da quel giorno Walter diventa «un terrorista, dicono in tivù e sui telegiornali. Anzi di più: un mostro» (p. 29). È il cortocircuito generato dall’accostamento della parola “terrorista” al nome di Walter che porta Culicchia, dopo tutto questo tempo, a cercare di rispondere a questa dolorosa domanda: chi era Walter Alasia? In una narrazione da profondi echi emotivi, ma perfettamente lucidi, critici e attenti, il bambino Beppe deve fare i conti con l’uomo che Giuseppe Culicchia è diventato e, soprattutto, con la presenza fantasmatica di Walter Alasia che, nonostante la sua morte, non se n’è mai realmente andato.

Il libro nasce da un’urgenza, da una necessità di raccontare per rielaborare il vortice di violenza che gli Anni di Piombo hanno rappresentato per un’intera generazione; rielaborazione che, oggi, risulta ancora incompiuta perché parlare degli Anni di Piombo, delle Brigate Rosse, di neofascismo e di tutte le questioni connesse a questa fase storica significa fare i conti con gli omissis generati dalla Storia ufficiale. Il tempo di vivere con te diventa un libro importantissimo in questo processo di rielaborazione di una ferita storica che sanguina tutt’ora e che chiede di essere ascoltata, affinché le sue lacune possano essere colmate.

Con questa storia, Giuseppe Culicchia scava nelle profondità della memoria personale e famigliare per riportare a galla il vero e autentico Walter, lontano da tutte le mistificazioni, descrizioni e falsificazioni costruite dall’opinione pubblica secondo cui - come ricorda nella sua testimonianza la compagna “Rita”, fidanzata di Walter - «il brigatista doveva essere presentato come una specie di mostro, un individuo senza radici e senza ragioni, senza legami e senza valori positivi» (p. 136). Culicchia decostruisce questa visione distorta del “brigatista” presentandoci un Walter Alasia umano, sensibile, attento, affettuoso, premuroso, con un pensiero politico strutturato, con degli ideali politici per cui era pronto a sacrificarsi per un bene maggiore, e capace di una grande empatia verso chi soffre a causa dell’oppressione di Stato.

Il tempo di vivere con te vuole restituire quindi quell’identità di cui Walter Alasia è stato privato da troppo tempo da parte della società italiana. Un libro, in ogni caso, che non vuole giustificare la violenza della notte del 15 dicembre 1976 che ha distrutto tre famiglie e che ha fatto orfani e vedove; al contrario, è un libro che vuole comprendere la complessità che sta alla base di quelle dinamiche violente che hanno portato alla consumazione del dramma della famiglia Alasia, come anche di tantissime altre famiglie italiane.

Un libro che ci obbliga ad un profondo esame di coscienza quando, alla fine del testo, ci vengono presentate due liste, una con l’elenco delle vittime delle Brigate Rosse stilato da Wikipedia, l’altra con l’elenco dei brigatisti uccisi dalle forze dell’ordine; questo secondo elenco non esiste nelle pagine della nostra storia. In questo modo, Giuseppe Culicchia ci chiede implicitamente: in Italia, chi ricorda cosa?

Poi ci sono la letteratura, la scrittura, la forza della parola, mezzi unici che permettono ai soggetti dimenticati o storpiati dalla storia di resistere e sopravvivere, al di là di ogni tempo. Permettono anche di ritornare, per brevi istanti, con le persone che più hanno amato. Il tempo di vivere con te è un libro che apre a diverse temporalità: c’è quella storica, che ha lo scopo di analizzare criticamente i vuoti lasciati da una parziale lettura del passato; c’è quella personale e intima, in cui si descrive come la grande Storia influisce su quella degli eventi intimi e personali, di una famiglia segnata dal lutto e dalla perdita; poi c’è una temporalità propria della letteratura, che permette di creare attraverso la scrittura una parentesi in cui Giuseppe Culicchia può tornare ad essere il Beppe di undici anni e a vivere, per poco, il tempo che ancora gli rimane con un Walter Alasia che resterà per sempre quel ragazzo di vent’anni, con in mano la chitarra, in bocca le parole di Lucio Battisti e sul comodino Il manifesto.

È la letteratura che salva in parte dall’inesorabile scorrere del tempo e dalle false letture della storia, e che permette la revisione postuma di una vita che per troppo tempo è stata letta attraverso un’unica versione dei fatti che lo Stato italiano ha scritto al posto di altri, al posto di Giuseppe Culicchia. In Il tempo di vivere con te, Walter Alasia vive ancora.

Che anno è? Che giorno è? Torniamo indietro lasciandoci alle spalle la grande quercia sotto cui per gioco ti ho ucciso, e mentre il sole tramonta sopra i campi di granoturco percorriamo lo stesso sentiero di sempre (p. 84).

La legge dell'innocenza - Michael Connelly

È il suo processo più importante: quello in cui l’imputato è lui. Ma in un’aula di tribunale anche l’innocenza può essere un crimine. È una sera di ottobre a Los Angeles, e Mickey Haller, a bordo della sua Lincoln, si allontana dal bar dove ha offerto da bere a un nutrito gruppo di colleghi per festeggiare la vittoria in un processo. Quando una volante della polizia gli fa segno di accostare, Haller è tranquillo: lui non ha bevuto neanche un goccio, come ormai da molti anni. Ma non è per questo che l’agente Milton l’ha fermato. A quanto pare, qualcuno ha rubato la targa della Lincoln. Lo stupido scherzo di un collega, pensa Haller. Ma quando l’agente lo costringe ad aprire il bagagliaio, quello che Haller si trova davanti è tutt’altro che uno scherzo. Un cadavere non è mai uno scherzo. Specialmente se è quello di un tuo ex cliente, e serve per incastrarti. Haller – con il fedele investigatore Cisco e la socia Jennifer Aronson – comincia così la sua battaglia più importante: difendersi dall’accusa di omicidio. Nonostante prove schiaccianti e assurde contro di lui, e un avvocato dell’accusa nota come Dana Braccio della Morte, decide di difendersi da solo in tribunale. E al suo fianco avrà un alleato d’eccezione, qualcuno che gli deve un grosso favore e non lascerà che le cose si mettano troppo male: Harry Bosch. Michael Connelly riunisce i suoi due personaggi più amati in un nuovo thriller, un viaggio mozzafiato dentro un mondo dove la legge è troppo spesso l’arma vincente dei cattivi. Un thriller con Mickey Haller, “The Lincoln Lawyer”, protagonista della serie TV prossimamente su Netflix.

“La legge dell’innocenza non è mai stata scritta. Non si trova in un codice rilegato in pelle, non sarà mai dibattuta in aula. L’innocenza non può essere tradotta in norma dal governo. È un’idea astratta, eppure si allinea con le leggi precise della natura e della scienza. In natura, a ogni azione corrisponde una reazione uguale o contraria. Secondo la legge dell’innocenza, per ogni uomo non colpevole di un crimine c’è un colpevole da qualche parte. E per provare la vera innocenza il colpevole deve essere scovato e denunciato al mondo.”

La legge dell’innocenza è un thriller scritto da Michael Connelly, pubblicato in Italia il 16 febbraio 2021, il sesto con protagonista Mickey Haller, l’avvocato fuori dagli schemi, dal passato difficile alle spalle, che prepara i processi dal sedile posteriore della sua Lincoln, un uomo pieno di difetti e fratellastro del detective Harry Bosch, che è chiamato a partecipare in questo caso dove la legge è troppo spesso l’arma vincente dei cattivi.

“Un caso di omicidio è come un albero. Un albero alto. Una quercia. Piantata con cura e cresciuta dallo stato. Annaffiata e potata al bisogno, esaminata per proteggerla da malattie e parassiti di qualsiasi tipo. L’apparato radicale viene costantemente controllato mentre si estende nel sottosuolo e si abbarbica alla terra. Non si bada a spese per difendere quell’albero. Alle persone che se ne occupano vengono concessi immensi poteri.
I suoi rami un po’ alla volta crescono e si sviluppano, splendidi. Forniscono un’ombra fitta a chi cerca la vera giustizia.
Rami che nascono da un tronco massiccio e forte. Prove dirette, prove circostanziali, scienza forense, movente e opportunità. L’albero deve opporre resistenza ai venti che lo sfidano.
E qui entro in scena io. Sono il boscaiolo. Il mio lavoro è abbattere l’albero e bruciarlo, riducendolo in cenere.”

È il suo processo più importante: quello in cui l’imputato è lui. Ma in un’aula di tribunale anche l’innocenza può essere un crimine. È una sera di ottobre a Los Angeles, e Mickey Haller , a bordo della sua Lincoln, si allontana dal bar dove ha offerto da bere a un nutrito gruppo di colleghi per festeggiare la vittoria in un processo. Quando una volante della polizia gli fa segno di accostare, Haller è tranquillo: lui non ha bevuto neanche un goccio, come ormai da molti anni. Ma non è per questo che l’agente Milton l’ha fermato. A quanto pare, qualcuno ha rubato la targa della Lincoln. Lo stupido scherzo di un collega, pensa Haller. Ma quando l’agente lo costringe ad aprire il bagagliaio, quello che Haller si trova davanti è tutt’altro che uno scherzo. Un cadavere non è mai uno scherzo. Specialmente se è quello di un tuo ex cliente, e serve per incastrarti. Haller – con il fedele investigatore Cisco e la socia Jennifer Aronson – comincia così la sua battaglia più importante: difendersi dall’accusa di omicidio. Nonostante prove schiaccianti e assurde contro di lui, e un avvocato dell’accusa nota come Dana Braccio della Morte, decide di difendersi da solo in tribunale. E al suo fianco avrà un alleato d’eccezione, qualcuno che gli deve un grosso favore e non lascerà che le cose si mettano troppo male: Harry Bosch.

«Ha detto che vuol dare una mano, se lo vogliamo in squadra.»
Esitai. C’era sempre stato un certo livello di attrito tra Bosch e Cisco. Derivava dal fatto che Bosch era un poliziotto, anche se ora in pensione, e quindi in genere schierato dalla parte dell’accusa, mentre Cisco aveva sempre lavorato dalla parte della difesa. L’aiuto di Bosch poteva essere utilissimo, per via della sua esperienza e dei suoi contatti. Ma poteva anche alterare la chimica della squadra. Non dovetti pensarci a lungo: fu Cisco a porre fine alla mia incertezza.
«Abbiamo bisogno di lui» disse.”

E’ uscito da poco qui in Italia e le recensioni sono poche, ma la maggior parte sono positive. Forse gli amanti di Harry Bosch resteranno delusi dal fatto che compare poco, anche se determinante. Qualcuno lamenta un finale frettoloso e deludente. Non ci resta che leggerlo e farci una nostra opinione.

Flora - Alessandro Robecchi

Ottavo capitolo delle avventure di Carlo Montessori, “Flora” si apre con il misterioso rapimento di Flora De Pisis, emblema televisivo del trash nazional-populista, della fucilazione del pudore, delle nefandezze costanti per aumentare l’audience con il suo programma “Crazy Love” a cui lo stesso Carlo aveva contribuito nella realizzazione, per poi, si noti bene, staccarsene quando i contenuti erano diventati tali da essere paragonabili alla vergogna pura. Ma cosa ne è stato di Flora!? Chi potrebbe aver avuto interesse a rapirla e perché? Siamo davvero certi, pensa ancora Montessori, che il suo rapimento non sia frutto di una messinscena ad opera della stessa conduttrice per ampliare le attenzioni a lei rivolte nonché il risvolto del pubblico sempre e immancabilmente avvezzo allo scandalo e di questo famelico e bramoso?

Siamo di nuovo a Milano, una Milano oscura e intrisa delle sue luci e ombre caotiche e dove la Grande Fabbrica della Merda, epitome della televisione berlusconiana, muove i suoi ingranaggi partendo da un mistero che pone sin da subito dubbi sulla propria autenticità. L’indagine viene affidata al protagonista principale, ormai fedelissimo, in collaborazione con Oscar Falcone ed Agatina Cirrielli, ex sovraintendente di polizia, a cui, per volontà incontrovertibile viene aggiunta anche Bianca Ballesi più gli altri fidatissimi del cast di sempre e alcuni assenti magistralmente sostituiti per questo nuovo episodio delle avventure.

«Carlo pensa per un istante al potere di quell’iperrealismo che rende finto ciò che è vero, dunque perfettamente plausibile il falso.»

E Robecchi ci fa destinatari ancora una volta di un bel noir, un titolo scritto bene, ironico, pungente, che ben mixa il giallo con l’attualità. Per alcuni potrà risultare essere più debole proprio la parte giallistica che, come già si evince dalle prime battute, è messa in dubbio con artifizio narrativo, dallo stesso autore.

Perché Alessandro Robecchi, in “Flora”, non si propone soltanto di donare ai suoi lettori uno scritto che sia intriso di quegli elementi essenziali che ne caratterizzano sempre i lavori in particolar modo seriali ma si prefigge anche l’obiettivo di narrare una storia nella storia e per effetto di narrare la nostra Storia. Tanti sono i riferimenti agli anni passati nel nostro paese ma anche a quelli che ne sono gli effetti nel nostro quotidiano. I meccanismi televisivi, scenici, sono illustrati con tale veridicità che viene spontaneo immaginarsi taluni degli attuali protagonisti dei salotti tv annuire alla uno o alla due in perfetta fluidità e senza alcuna minima interruzione di movimento, in perfetta naturalezza.
Il risultato è quello di un testo che trattiene e coinvolge, incuriosisce, che sa essere poetico nella sua agrezza, che non teme di mostrare il volto della società che oggi ci circonda.

Montessori & Company non deludono le aspettative, guardano a quel che accade e al caso da risolvere con sguardo inflessibile, inducono alla riflessione evidenziando il ruolo di una donna che nel nostro vivere è ravvisabile in tanti altri omonimi volti maschili e femminili e non solo televisivi e che non teme di camminare sopra al pudore, di piegarlo alle proprie necessità, di utilizzare la notizia per le esigenze indotte dal momento, che non cede un attimo all’idea di poter costruire, con il suo effetto, un mondo a sua immagine e somiglianza.
Tuttavia, non teme nemmeno quel passato fatto di amor fu e di resistenza, non teme nemmeno di rievocare quel che soltanto la letteratura può ed è capace di rievocare, non teme di riportarci a una storia ancora più lontana ed eppure così vicina.

“Flora” è un libro che scuote, che ben evolve la serie, che non manca di riconfermare le qualità e capacità di Alessandro Robecchi grazie a uno stile originale, iconico, acuminato e arguto che coniuga suspense, letteratura, presente, passato, libertà, amore e una storia lontana di sentimento e resistenza.

Io sono l'abisso - romanzo di Donato Carrisi

Io sono l’abisso è l’undicesimo romanzo di Donato Carrisi, giornalista, scrittore e regista de La ragazza nella nebbia e L’uomo del labirinto, entrambi tratti da sue opere.

L’ultimo thriller di Carrisi si svolge nel comasco, e l’ambientazione – soprattutto il lago – avrà un ruolo fondamentale nella trama. Così come saranno fondamentali piccoli particolari che si trovano proprio dove i più evitano di guardare.

L’uomo che pulisce sta per iniziare una giornata scandita dalla raccolta della spazzatura. Non prova ribrezzo per il suo lavoro: anzi: sa che è necessario. E sa che è proprio in ciò che le persone gettano via che si celano i più profondi segreti.

Io sono l’abisso, come frequente nel genere, è la storia di diverse cacce che si sovrappongono. Quella dell’assassino seriale, in cerca delle sue prede, e quella di chi vuole fermarlo. Naturalmente, ogni cacciatore, come Carrisi sa benissimo, ha i suoi segreti.

L’uomo che pulisce vive seguendo abitudini e ritmi ormai consolidati, con l’eccezione di rare ma memorabili serate speciali. Quello che non sa è che entro poche ore la sua vita ordinata sarà stravolta dall’incontro con la ragazzina con il ciuffo viola. Lui che ha scelto di essere invisibile, un’ombra appena percepita ai margini del mondo, si troverà coinvolto nella realtà inconfessabile della ragazzina. Il rischio non è solo quello che qualcuno scopra chi è cosa fa realmente. Il vero rischio è, ed è sempre stato, sin da quando era bambino, quello di contrariare l’uomo che si nasconde dietro la porta verde.

I protagonisti de Io sono l’abisso non vengono mai chiamati da Carrisi con il nome di battesimo, resteranno infatti l’uomo che pulisce, la cacciatrice di mosche, la ragazzina con il ciuffo viola. Non è, ovviamente una scelta casuale. Tutti e tre, infatti, non sono compresi a fondo dal mondo che li circonda, cosa che si riflette sulla percezione di sé.

Diversi i motivi alla base della loro incompiuta definizione, diversa la gravità degli stessi, e diverse, di conseguenza, le possibilità di riuscire a tirarsi fuori dall’abisso.

Perché se l’abisso cui fa riferimento Carrisi nel titolo è quello che si trova dentro l’assassino, che ormai l’ha contagiato irrimediabilmente e desidera attirare a sé anche altri, se ne trovano altri, nel romanzo, che assediano non solo i tre protagonisti ma tutti i personaggi. Abissi della paura, del silenzio, dell’incomunicabilità, del senso di colpa, del peso delle decisioni sbagliate; abissi che, è facile immaginare, ogni lettore avrà già avuto modo di osservare da vicino.

I diavoli sono qui - Louise Penny

Poco tradotta e ignorata per troppi anni, la canadese Louise Penny e il suo Armand Camache della sûrete del Québec sono quanto di meglio offra in questi anni il giallo dal sapore classico, il poliziesco da cellule grigie e studio dei personaggi.

Una delle capitali del giallo contemporaneo è Three Pines, un villaggio canadese ameno, spesso coperto dalla neve o sommerso dalle inondazioni provocate dal suo scioglimento. Si trova a poche miglia da Montreal, dallo stato USA del Vermont, non lontano dal fiume San Lorenzo, via commerciale storicamente cruciale per popoli americani autoctoni e i coloni in arrivo dall’Europa. In quel pugno di case c'è quella abitata da Armand Gamache, della sûrete del Québec, dove negli anni ha fatto carriera, in un senso e nell’altro, diventandone capo, ma poi finendo degradato dopo alcune scelte coraggiose, con i politici ad utilizzarlo come capro espiatorio.

Insieme ai Gamache - c’è anche l’adorata moglie Reine-Marie - vivono in quel paesino alcuni personaggi di varia umanità, diventati una sorta di scudo emotivo per il protagonista. Ci sono una pittrice di successo ma insicura, una coppia che gestisce un bistrot con camere, e perfino una vecchissima e perfida poetessa di gran talento ma senza filtri, sempre accompagnata dalla sua oca domestica; sì, proprio oca, avete capito bene. Non mancano altri animali, soprattutto i cani, e il poliziotto fido scudiero di Gamache, Jean-Guy, che ha sposato la figlia. I due vivono in maniera totalizzante il mestiere di sbirri, in un Canada molto diverso dall’idillio di sorrisi e natura incontaminata che conosciamo, in una Montreal malinconica e crepuscolare, piena di sacche di criminalità come ogni metropoli mondiale. Almeno nella finzione letteraria.

Louise Penny è anglofona ma racconta un microcosmo per lo più francofono. È nata in Ontario nel 1958, a Toronto, ma vive in un paesino del Québec simile a Three Pines. Ha iniziato la serie con Gamache protagonista nel 2005, dopo quasi vent'anni nella radio pubblica canadese, la CBC, con il romanzo Still Life. Come dice nei ringraziamenti di quell’esordio, deve molto al marito Michael, che la convinse a lasciare il classico “lavoro sicuro” per tentare la strada impervia della scrittura a tempo pieno. C’è voluto poco a capire che la scelta era giusta, che la Penny sarebbe stata una scrittrice per sempre, anche quando ha condiviso con i propri lettori, a cui spesso si rivolge con affetto a fine libro, la perdita proprio dell’adorato Michael, nel 2016.

Still Life raggiunse il n.1 della classifica dei bestseller del New York Times, il primo di una serie di successi, uno all’anno per un totale per ora di 17, che per molti anni furono ignorati dai nostri editori, fino a che Piemme pubblicò nel 2013 L’inganno della luce, uscito tre anni prima in originale. Poi alcuni anni e romanzi saltati prima di tradurre nel 2017 La via di casa (del 2014). Due romanzi ancora disponibili in libreria e da non perdere, prima di dedicarci ai romanzi più recenti, quelli pubblicati da Einaudi dal 2019. Sono quattro, e sono stati proposti con regolarità, poco dopo l’uscita in America.

Due sono quelli usciti recentemente, in pochi mesi: Un uomo migliore e I diavoli sono qui. Sono molto diversi uno dall’altro e dimostrano le qualità della Penny, sette volte vincitrice dell’Agatha Award per il miglior crime dell’anno in nordamerica. Se il primo è una resa dei conti all’interno delle gerarchie della polizia di Montreal, ambientata quindi fra Three Pines e Montreal, il secondo è un inedito viaggio a Parigi, una fuga dalla comfort zone, come l’ha definita la Penny, appassionante come una spy story e ricca di colpi di scena come nelle migliori tradizioni del poliziesco.

Quello che colpisce nei suoi romanzi è la grande abilità nel tratteggiare la profondità umana dei suoi personaggi, circondandoli di affetto ed empatia, pur mettendoli costantemente in discussione e in pericolo, in una serie che non ci consola all’ultima pagina con un ritrovato equilibrio. Le ferite e gli sconvolgimenti di ogni caso rimangono sotto la pelle di Gamache e degli altri, provocano ripercussioni nel corso delle storie successive, in una progressione narrativa orizzontale, di romanzo in romanzo, che rende la lettura ancora più appassionante. Non vediamo l’ora di leggere cosa accadrà ai variopinti eppure apparentemente paciosi abitanti di Three Pines, tanto che, per chi scrive, la lettura delle avventure di Gamache è ormai prioritaria.

Fresco di stampa, e via nel mondo di Gamache per la giusta dose di ore vissute nel fuso canadese. Che sia notte poco importa, le storie di Louise Penny danno dipendenza, raccontano con raro equilibrio la vita personale oltre a quella professionale del poliziotto canadese e confermano a ogni nuova uscita come Louise Penny sia una delle poche vere fuoriclasse del giallo di questi anni; e pensare che l’abbiamo ignorata per anni. Vedendola in positivo, questo vuol dire che abbiamo ancora undici romanzi inediti, da tradurre e goderci, oltre a quelli nuovi pubblicati ogni anno. Fra qualche mese sarà la volta di un thriller, diverso dal solito, scritto in coppia addirittura con Hillary Clinton. State of Terror, il titolo del romanzo a quattro mani, sarà pubblicato in ottobre.

Il talento di essere nessuno - Luca Ward

(da un'intervista rilasciata a leggo.it pochi giorni prima dell'uscita del libro)

La frase cult de Il Gladiatore ripetuta 30 volte, l'applauso di Stanley Kubrick al doppiaggio di Full Metal Jacket, ma anche l'indigenza nel periodo dell'adolescenza dopo la morte del padre, i tanti mestieri, dal facchino al camionista per mantenere madre e fratelli. Il Talento di essere nessuno, autobiografia del più celebre doppiatore italiano, Luca Ward, voce di Russell Crowe, Keanu Reeves, Samuel L. Jackson, Hugh Grant e tanti altri, è ricca di emozioni e colpi di scena. Proprio come un film.

Perché un'autobiografia?

Nei confronti della vita, spesso da parte dei giovani sento un senso d'inadeguatezza. Per la mia generazione non è stato così e la mia vita, seppur complessa, può essere utile agli altri.

Sua nonna e i suoi genitori attori, lei voleva fare altro?

Mia nonna era un'importante attrice di teatro, i miei genitori erano bravi attori ma non sono stati fortunati, quindi noi figli li abbiamo visti spesso preoccupati perché i soldi per tre figli erano sempre pochi. La precarietà del mestiere, mi aveva spinto a cancellarlo dalla mia agenda, invece volevo fare il pilota di aerei perché servivano delle qualità particolari e studiare molto. Mastroianni, quando ero bambino, mi disse “non si può piacere a tutti, l'unico riferimento è il pubblico”.

Le critiche la fanno soffrire?

Raramente le leggo, sia positive che negative, ascolto il pubblico e sono attento a quello che mi dice. La critica negativa, che a me è capitata raramente, è spesso cattiva, io non l'ho vissuta sulla mia pelle, mentre un mio collega, Francesco Nuti è stato massacrato, gli ha dato importanza ed alla fine si è ammalato.

Si pensa ai figli d'arte, come a dei privilegiati, per lei è stata una continua salita. Un'adolescenza difficile, senza padre, con la necessità di lavorare da ragazzino. Cosa le ha lasciato addosso quel momento della sua vita, in cui ha conosciuto anche l'indigenza?

Mi ha insegnato a vivere, a diventare un uomo e ad affrontare le avversità con forza, ma anche lealtà. Non ho vissuto nell'agio, ma non so se sarei diventato ciò che sono oggi. Certo è stato difficile, perché ero il signor nessuno, ma con la determinazione e l'onestà sono riuscito, e dico grazie agli insegnamenti dei miei genitori.

Quando ha capito che la sua voce avrebbe fatto la differenza?

Me lo dicevano gli altri, io non ci credevo molto. Sapevo che dipendeva dalla qualità dell'interpretazione in prosa; ho studiato tanto l'etimologia della parola per dare il giusto peso, non solo a teatro, ma anche nella vita, ad ogni singola parola. Ferruccio Amendola una volta mi disse “nel tuo Dna c'è il dono per far diventare le parole immortali e la gente per strada ti urlerà le frasi dette da te al cinema”. E così è stato.

Il Gladiatore le ha cambiato la vita?

Mi ha reso popolare al grande pubblico, la mia voce ha incuriosito le persone ed anche i registi mi hanno cercato per tornare in tv, perché da doppiatore non mi prendevano nei provini.

So che dopo il doppiaggio del film ha incontrato Russell Crowe, cosa le ha detto?

Lo incontrai nel 2005 è un uomo molto buono e sensibile, innamorato di Roma e dell'Italia. Mi chiamava mio fratello perché lo stile di recitazione era simile. Gli dissi se farò un film a Hollywood mi doppi tu? Mi rispose, lo farò.

Il film o l'attore più difficile a cui ha prestato la sua voce?

E' molto difficile doppiare Hugh Grant, che ha una grande mimica ed un modo di recitare molto anglosassone. Inarrivabile è Samuel Jackson, perché gli attori neri hanno un suono vocale completamente diverso, in genere sono molto più dotati nella recitazione in prosa ed io devo usare un compromesso per doppiarlo.

Un doppiatore può anche salvare la recitazione di un attore. Le è successo?

Si certo, a me non capita spesso, doppiando attori molto bravi, ma certamente possiamo aiutare il lavoro di un attore o al contrario possiamo rovinarlo. Oggi, purtroppo, si doppia troppo velocemente, stanno cercando di industrializzare un settore che è artigianale e deve rimanerlo. Per esempio il doppiaggio delle serie tv è troppo veloce, ed anche se tecnicamente sono perfetti, manca la vita in quel personaggio.

La sua voce le ha aperto la porta dello spettacolo a tutto tondo. Teatro, televisione, radio. Forse il cinema le ha riconosciuto meno spazio, per snobismo?

Ogni tanto mi sono fatto questa domanda, ma una risposta non ce l'ho. Ho fatto pochi film in ruoli piccolini, forse perché il nostro cinema non cambia, sono sempre gli stessi quattro attori, bravissimi, ma poi ci si annoia. Ecco perché il cinema italiano non è competitivo all'estero, dove si varia molto di più. Forse i registi non mi hanno ritenuto all'altezza di un film.

Per lei è un rammarico?

Non mi frega nulla, ho avuto tanto, non ho mai dovuto cercare lavoro, sono stato fortunato e tanti colleghi purtroppo si ritrovano a dover fare altri lavori.

Nel corso della sua carriera ha fatto incontri eccellenti. L'aneddoto che ricorda più volentieri?

Nelle sale di doppiaggio ho lavorato con i più grandi attori del passato, Gassmann, Manfredi, Tognazzi, Sordi, e tra i registi con Fellini, Leone, Kubrick, tutti loro avevano una grande ammirazione del nostro lavoro, spesso a fine turno ci battevano le mani. Oggi non ti si filano proprio, invece Kubrick ha seguito tutto il doppiaggio italiano di Full Metal Jacket e alla fine del mio turno mi ha battuto le mani.

Cos'è cambiato?

Le teste e la signorilità che non ci sono più. Il doppiaggio ha fatto il cinema italiano, perché i film erano muti, non c'era la presa diretta ed i grandi registi lo sapevano, invece oggi lo sanno molto poco.

Nella sua autobiogragia ha scelto di parlare anche di fatti molto privati, come la malattia di sua figlia Luna, perché?

E' stata una decisione molto combattuta, ne abbiamo parlato in famiglia ed anche con Luna, ma l'illuminazione è venuta da questa maledetta pandemia. I vaccini sono arrivati in pochi mesi, grazie alla ricerca, a cui sono stati destinati molti fondi, proprio perché tanti ricercatori italiani mi dicono che sono i soldi il vero problema. Nel caso delle malattie rare, come quella di mia figlia, la sindrome di Marfan, la ricerca, invcece, è del tutto ferma. E la pandemia dovrebbe farci riflettere su questo. Sostenere la ricerca è il nostro domani, da lì arriveranno le cure per tante malattie ed i governi anziché chiudere gli ospedali, come hanno fatto negli ultimi anni, dovrebbero aprirne di nuovi. Questo è il motivo per cui ho voluto parlare di questo fatto così privato.

La finale - Leonardo Gori

Parigi, giugno 1938. La Nazionale italiana di calcio, capitanata da Peppino Meazza e allenata dal grande Vittorio Pozzo, si appresta ad affrontare le partite finali della Coppa del Mondo premio l’ambita Coppa Rimet. Quasi un miraggio perché per conquistarlo la squadra di Meazza deve battere i francesi, poi i temibili i brasiliani e infine gli ungheresi. Si potrebbe dire visto che siamo a Parigi la crème de la crème che poi tradotto vuol dire quanto c’è di meglio su piazza.

Con una piroetta calcistica, allora detta “veronica” oggi dribbling, facciamo ritorno al quarto romanzo che Gori ha dedicato al capitano, poi colonnello Arcieri, il protagonista e personaggio cult di tanti suoi straordinari romanzi. E stavolta se ne serve per un romanzo spy story, thriller in cui si mischiano storia, calcio, e suspense ma anche adatto al palato di chi poco sa di pallone. E infatti la trama si dipana in un particolare e difficile momento storico che vede il protagonista di Gori, il capitano Arcieri, muoversi su due opposti e controversi scenari. Il primo infiammato dall’effimero e sfegatato tifo che accompagna e accompagnerà passo, passo le vittoriose tappe della Nazionale Italiana nel Campionato del Mondo, il secondo, sotterraneo, in appoggio a un serrato intrigo, quasi un rebus di complicate ideologie e contorte trame politiche che non hanno niente da invidiare alle attuali spesso le sordide e sanguinarie architetture concepite dai servizi segreti ai nostri giorni. A Parigi, a quei tempi infatti operavano contemporaneamente sia l’Ovra, la polizia politica del fascismo, alcuni rami fuori controllo del Comintern che si voleva riunito sotto il Fronte Popolare, l’Internazionale Comunista fondata da Lenin e gli attivi membri della Ceka, la bisnonna del sovietico KGB, oggi FSB e, in ordine sparso, diversi esponenti di Giustizia e Libertà movimento italiano liberale antifascista fondato da Rosselli a Parigi nel '29.

Alla Gare de Lyon arrivavano ogni giorno treni carichi di tifosi italiani, chiassosi, spesso in camicia nera e anche per questo invisi a gran parte dei francesi. Su uno di questi convogli, mimetizzato tra i suoi tanti compatrioti e sotto falso nome, aveva viaggiato il capitano dei Carabinieri Bruno Arcieri, da poco arruolato nel SIM (Servizio Informazione Militare) con una missione da compiere: riportare in Italia un connazionale Paolo Marinelli, un giovane ingegnere torinese. Ma l’impresa Marinelli si rivelerà subito ben diversa dall’incarico di poco conto, una corsa a Parigi quasi una vacanza, che gli era stato prospettato a Roma. Intanto è impossibile da eseguire. Paolo Marinelli infatti – il giovane che avrebbe dovuto incontrare il giorno stesso in Place de la Concorde e riportare subito sano e salvo a Roma sotto falsa identità – è morto impiccato. E secondo la polizia francese parrebbe proprio che si tratti di un suicidio. Atroce e che ha portato a una orribile morte per soffocamento? O invece è molto peggio, perché per come la faccenda si presenta subito ad Arcieri secondo la sua prima impressione parrebbe proprio che invece qualcuno l’abbia suicidato. Ma chi? E perché? Forse Marinelli è stato “fermato” dai fascisti dell?Ovra?

O magari invece dagli antifascisti che forse lo ritenevano un traditore. Oppure, possibile, dei sicari del Comintern? Questo morto e la sua morte complicheranno e non poco il soggiorno francese di Arcieri. Il nostro capitano infatti per riuscire a capirci qualcosa deve cominciare a scavare a fondo, immergersi nel sotterraneo e controverso mondo dei fuorusciti italiani con i partigiani di Giustizia e Liberta intenti a sfuggire agli spietati agguati dei picchiatori e delle spie dell’Ovra. Trascinato suo malgrado in una specie di pericoloso gorgo mortale, si troverà a condurre un’inchiesta in un’ambigua zona d’ombra politica, in un mondo sotterraneo in cui scivolano nell’ombra agenti della polizia segreta mussoliniana e assassini senza scrupoli. Il tutto con sullo sfondo, una Parigi tentacolare, ricca di sorprese e tranelli, una splendida capitale, incantevole e sfavillante di luci o al caso pervasa di ombre, dove degrado e miseria si tendono la mano, e dove tutta una serie di imprevedibili attacchi attendono al varco Arcieri. Si è buttato a corpo morto in una indagine che pare sterile e senza sbocco alcuno e ora dopo ora gli istilla sempre di più un acre senso di inutilità e di impotenza.

Un’indagine pregna solo di rischi e incertezze. Un inseguimento al buio che lo stringe a prendere e a mantenere i contatti con controversi personaggi quali l’inquietante ed edonistico giornalista sportivo Ghini, l’esule Barbano amico o nemico e la bella e pericolosamente conturbante moglie di Marinelli, Ginevra Casati. La morte che, dopo averlo tenuto sott’occhio, ha cominciato a colpire facendo tabula rasa alle sue spalle, ora l’aspetta vigile, in agguato in fondo a ogni vicolo, occhieggia tentatrice nei bistrot e spaventosamente persuasiva sulle paradisiache note del jazz. Bisogna sbrigarsi a fuggire, riuscire a defilarsi, a perdersi nei dedali del metrò, negli affollati e fumosi locali, nelle notti stellate alle pendici di Montmartre.

Mentre in un’esaltante cronaca narrata l’Italia a suon di goal, marcati dall’urlo osannante delle folla conquista una meritata coppa, Arcieri raggiungerà finalmente l’inattesa, dura e insospettabile conclusione di un caso.

Un epilogo amaro, controverso e penosamente senza consolazione alcuna che ancora oggi ci fa rivivere ansie, i dubbi, e infiniti scontri legati quel periodo decisivo con la guerra già pronta in crudele attesa dietro l’angolo.

L'enigma del rapitore - romanzo di James Patterson e Maxine Paetro

L’enigma del rapitore è un thriller di James Patterson, in collaborazione con la scrittrice Maxine Paetro, pubblicato in Italia l’11 febbraio 2021, da Longanesi. Come suggerisce il titolo originale, 18th Adbuction, questo è il 18esimo capitolo della serie Le Donne del Club Omicidi, con protagonista Lindsay Boxer, detective della polizia di San Francisco, che questa volta deve unire le forze con Joe e tutte le Donne del club omicidi per proteggere San Francisco e loro stessi non solo da un fantasma del passato, ma anche da un vero mostro del presente. Un individuo tanto pericoloso quanto spietato nei confronti dell’universo femminile.

“Ci serve un indizio. Un testimone. Una teoria che non faccia acqua. Come sapete, Boxer è l’investigatore capo. Boxer, nessuno va a casa finché non abbiamo qualcosa che stia in piedi».
Eravamo tutti d’accordo. Dov’erano Carly, Adele e Susan? Non ne avevamo la più pallida idea. L’orologio della morte stava ticchettando e la decina di investigatori della squadra Omicidi lavorava senza sosta continuando a sperare, al di là di ogni ragionevolezza, di ritrovare vive le insegnanti.”

Doveva essere una tranquilla cena fuori fra colleghe per tre insegnanti. Ma a fine serata nessuna di loro rientra più a casa. Sembrano sparite nel nulla, finché viene ritrovato in un motel il corpo di una delle tre. A indagare sul caso, c’è il sergente Lindsay Boxer della polizia di San Francisco. Chi è stato? Perché? Dove sono le altre due donne? Lindsay deve fronteggiare le pressioni del capo della polizia e della stampa: tutti vogliono il colpevole, tutti vogliono fermare l’orrore, ma lei brancola nel buio. Contemporaneamente, il marito e collega di Lindsay, Joe Molinari, incontra una sconosciuta proveniente dall’Europa dell’Est che afferma di aver identificato proprio a San Francisco un noto criminale di guerra del suo Paese d’origine, fino a quel momento ritenuto morto. Un uomo che si era macchiato di crimini atroci e di cui lei stessa era stata vittima. Ma subito dopo la denuncia del fatto, anche lei finisce drammaticamente nella scia delle donne scomparse…

“Era molto preoccupato. Aveva desiderato per anni entrare alla Omicidi e adesso stava vivendo il lato oscuro del suo sogno. Sapevo a cosa stava pensando, perché ci stavo pensando anch’io.
Dov’erano le professoresse?
Erano vive?
Quanto tempo gli rimaneva?
Mentre mandavo un messaggio a Joe, il mio nuovo marito, Rich cantava il ritornello di una vecchia canzone di Steve Miller: «Time keeps on slippin’, slippin’, slippin’ into the future».
Inviai il messaggio alla svelta, quindi mi rivolsi al mio partner: «Okay, Rich. Andiamo».”

I lettori della lunga serie del “Le donne del club omicidi” sanno già cosa aspettarsi, quest’ultimo capito, al di fuori del prologo e dell’epilogo, è ambientato cinque anni prima, quando il detective della omicidi di San Francisco Lindsay Boxer è appena sposata con l’agente dell’FBI Joe Molinari.
E’ uscito da poco qui in Italia e le recensioni sono ancora pochissime e discordanti, chi definisce questo romanzo come il peggiore della serie e chi invece ne parla con entusiasmo. Non ci resta che leggerlo e farci una nostra opinione.

Il gesto di Caino - Massimo Recalcati

Nel suo ampio percorso di rilettura antropologica e sapienziale dei testi biblici, dopo La notte del Getsemani (Einaudi 2019) Massimo Recalcati risale ora alle origini. Con Il gesto di Caino (Einaudi 2020) si dedica ai racconti che aprono le Scritture bibliche, situando il primo omicidio-fratricidio della storia all’interno degli inesauribili capitoli iniziali del libro della Genesi.

L’istanza di fondo della sua ricerca è chiara fin dall’introduzione: “Potremmo pensare che l’amore per il prossimo si possa raggiungere solo passando necessariamente attraverso il gesto distruttivo di Caino? Quello che è certo è che nella narrazione biblica l’amore per il prossimo viene dopo l’esperienza originaria dell’odio. Essa non istituisce alcuna retorica altruistica, non racconta una pastorale ‘umanistica’ senza ombre, non sostiene il mito dell’uomo nato ‘buono’, non misconosce che la tentazione dell’odio e della distruzione alberghi nell’uomo assai prima rispetto a quella dell’amore … Colpire il prossimo viene prima dell’amore per il prossimo”. “Difficile fraternité”, come recita il titolo di un acuto studio francese sul racconto di Caino e Abele (Genesi 4). Sì, la fraternità è difficile, è minacciata fin dal suo nascere. È una realtà costitutiva, che biologicamente non scegliamo, ma è tutta da costruire e da vivere, giorno dopo giorno. Il fratricidio di Caino è posto nell’in-principio proprio per mostrare quanto la fraternità sia faticosa e dolorosa. I due fratelli sono simili e differenti, opposti e complementari, e la loro alterità ispira a Caino la violenza fratricida.

Tra le cause di questo gesto Recalcati individua la pulsione narcisistica: “Se si vuole pensare seriamente il problema della fratellanza, non si deve dimenticare l’unione perversa che lega tra loro il destino di Caino e quello (fatalmente suicidario) di Narciso. La matrice dell’odio invidioso è, al suo fondo, una passione narcisistica per se stessi, per la propria identità, per il proprio Io”. La percezione di Caino è sopraffatta e distorta dall’illusione dell’immagine di se stesso. Siamo di fronte al meccanismo che la grande tradizione cristiana ha definito philautía, cioè egolatria narcisistica. Da anni amo definirlo così: “Io senza l’altro e, se necessario, contro l’altro. Io, io, io, e ancora io”. La parola “io” è l’immagine del Narciso; e se l’altro non c’è, non si può neppure credere all’amore ma solo alla morte. Narciso si nutre dell’amore di sé e non crede all’amore degli altri, dai quali desidera solo idolatrica ammirazione.

Subito prima del fratricidio Dio aveva ammonito Caino, mediante la voce della sua coscienza: “Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua pulsione, ma tu domina su di lui”. Ovvero, tu puoi dominare! In altri termini, Caino sa che una pulsione al male lo abita, come una bestia accovacciata e pronta all’attacco, ma sa anche che può addomesticarla. Questa animalità non è una potenza invincibile, le si può resistere… Egli decide però di non entrare in questa lotta, abbatte il suo volto e lascia che la bestialità animalesca prevalga in lui. La conseguenza è scritta: in una triste incapacità di parlare con Abele, in una radicale smentita del dia-logo, della parola scambiata, e in una cieca incapacità di credere alla riconciliazione, Caino lo assale mentre si trova con lui in campagna e lo uccide.

Ecco l’assassinio come fratricidio, ecco la negazione della fraternità! È quello stato di cose che porta l’ebreo Freud ad affermare che all’origine della vita non c’è la capacità integrativa dell’amore ma la violenza espulsiva dell’odio. Esiste un’alternativa? Se dopo il primo peccato Dio aveva chiesto: “Adamo, uomo, dove sei?”, ora all’omicida Dio domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Ovvero: “Che rapporto hai con l’altro?”. È la possibilità di risalire la china, è il punto di partenza della salvifica prassi della fraternità, radicato nella domanda per eccellenza sui rapporti tra gli umani: dov’è tuo fratello? Decidi di renderlo prossimo, vicino – come ha insegnato Gesù nella celebre parabola del samaritano, capovolgendo la domanda iniziale del suo interlocutore (cf. Vangelo secondo Luca 10,29-37) – o di tenerlo lontano? Ti senti responsabile dell’altro oppure egli è inesistente per te?

Caino qui risponde: “Non lo conosco”, e di conseguenza nega ogni fraternità: “Sono forse io il custode di mio fratello?”, drammatica contro-domanda dell’irresponsabile. In tal modo ignora in profondità l’interrogativo postogli da Dio (che subito dopo aggiunge, significativamente: “Cosa hai fatto?”), il quale vorrebbe condurlo ad assumere la responsabilità di aver misconosciuto la fraternità, dunque di aver rinnegato e tradito se stesso. Ciò che infatti definisce Caino è il suo essere “fratello di”: solo chi sa di essere fratello comincia a sapere chi è lui stesso, anche se spesso non vogliamo capirlo… Ogni umano, per essere tale, deve porsi in un rapporto situato, in un faccia a faccia con altri umani, altrimenti è perduto. E questo legame responsabile si definisce fraternità.

Ma questo legame è possibile nella realtà? Recalcati sembra dare una risposta affermativa, in un arco teso tra l’inizio e la fine della sua intensa riflessione: “Il nostro compito è lo stesso che ha atteso Caino all’indomani del suo gesto disperato e spietato: tradurre la violenza narcisistica e senza Legge dell’odio in un nuovo legame possibile con l’Altro; consentire alla Legge della parola di interrompere la ripetizione senza fine dell’odio e della distruzione … Fratellanza è l’indice del carattere vincolante e insuperabile della relazione con l’Altro, non tanto con il fratello di sangue, con il più prossimo, ma innanzitutto con lo sconosciuto, con il fratello che ancora non ha nome”.

Ambrogio di Milano sosteneva che ciascuno di noi porta in sé simultaneamente Caino e Abele (nome dal significato molto evocativo in ebraico: “soffio”!). Mi piace rileggere così la sua intuizione: non si tratta di far prevalere l’uno o l’altro, ma di articolarli in un dialogo infinito. Dentro e fuori di sé. Perché solo cominciando a riconciliarsi con le proprie fragilità, si può essere più intelligenti, dunque amanti, verso quelle degli altri. Si può capire con tutte le fibre del proprio essere che “l’altro” non “è l’inferno” (Jean-Paul Sartre), ma colui che può aiutarmi a tenere il volto alto, non abbattuto, guardandomi negli occhi. È la mia possibilità di vita condivisa, di vita in pienezza, e colui che può iniziarmi a “credere all’amore” (cf. Prima lettera di Giovanni 4,16). Perché in fondo la domanda seria è questa, per Caino, Abele e ogni umano: credo all’amore? Faccio fiducia alla possibilità di intraprendere relazioni segnate dalla cura reciproca? È dalla risposta a questo semplice e cruciale interrogativo, costantemente rinnovato in ciascuno di noi (se vogliamo ascoltarlo), che dipende ogni nostra relazione: cioè ogni nostro pensiero, parola, gesto. Il gesto dell’umano.

La tavoletta dei destini - Roberto Calasso

Cos’è la Tavoletta dei Destini? E cosa ci dice sul mondo? Roberto Calasso ci porta in un viaggio indietro nel tempo, prima del Diluvio...

«Sinbad era di nuovo confuso. Udiva nomi ignoti, suoni che non appartenevano alla sua lingua. E qualcuno gli parlava come se sapesse tutto della sua vita». In questa frase, che apre il secondo capitolo di La Tavoletta dei Destini, si condensa tutto quello che si deve sapere sul nuovo nuovo libro di Roberto Calasso, appena pubblicato da Adelphi.

Sinbad, il celebre marinaio del VIII-IX secolo protagonista di un ciclo di storie di origine persiana, che ha attraversato i mari e vissuto fantastiche avventure, siamo noi. Proprio noi lettrici e lettori, che ci avviciniamo al libro di Calasso come se fosse un oggetto magico, perché pieno di strani miti, eroi e dèi che non fanno più parte della nostra cultura popolare. Ma lo sono stati, in un tempo lontano.

Sinbad è in qualche modo l’unico personaggio di La Tavoletta dei Destini che conosciamo bene. Eroe di mille storie che ci hanno raccontato da bambini e che abbiamo letto da adulti, ha ispirato film, fumetti e videogiochi. Sinbad è rimasto con noi per tutti questi secoli. Utnapištim, Enlil, An/Anu, Enki/Ea, invece, sono nomi che percepiamo estranei, lontani.

Eppure le loro vicende hanno fondato la nostra civiltà. Questo libro è il tentativo di restituire familiarità a quei nomi provenienti da lingue (il sumero e l’accadico) e culture sconosciute ai più.

Undicesima parte di un cammino iniziato anni fa da Roberto Calasso con La rovina di Kasch, ispirato a una leggenda africana del Sudan, La Tavoletta dei Destini non rappresenta certo un saggio di mitologia. È un racconto di racconti. Una grande storia d’avventura per riflettere sul mondo antico e contemporaneo.

Il marinaio Sinbad approda a Dilmun, la «terra dove sorge il sole», scenario del mito sumerico della creazione e luogo in cui vive da millenni l’eroe del Diluvio Universale.

Figura centrale della mitologia mesopotamica, questo personaggio ha preso nel corso dei secoli numerose forme e nomi. È stato Ziusudra (che significa “vita dai giorni prolungati”) nella tradizione sumerica; Utnapištim (“colui che ha trovato la vita”) nelle ultime tavole della versione classica babilonese dell’Epopea di Gilgameš; Atraḫasis (“il molto saggio”), nel poema babilonese omonimo sul Diluvio, conosciuto attraverso frammenti di epoche differenti.

Utnapištim è a Dilmun in attesa. Nessuno è più giunto da lui da quando Gilgameš, il divino sovrano di Uruk, lo ha cercato per conoscere il segreto della sua immortalità. Il saggio accoglie Sinbad nella sua ten­da e i due cominciano a parlare.

Da dove cominciare a raccontare la storia del mondo? «Da qualsiasi punto si potrebbe. Ma un uso antico vuole che tutto cominci dagli dèi» ci dice l’Utnapištim di Roberto Calasso, mentre si appresta a parlare, prima di tutto, delle sue origini.

La storia dell’uomo diventato simile a un dio, infatti, inizia «quando gli dèi erano come l’uomo» (inūma ilū awīlum, come recita l’incipit dell’Atraḫasis), soggiogati dal lavoro e dalla fatica.

Per sedare le rivolte degli dèi celesti Igigi, costretti alla corveé, i principi divini Anunnaki avevano, dunque, deciso di creare degli esseri che potessero sostituirli nelle attività manuali. Fu Enki, il dio sumerico delle acque sotterranee, conosciuto in accadico come Ea, a creare il primo uomo mescolando del sangue divino all’argilla.

Dopo 1200 anni, però, gli Anunnaki si erano stancati del baccano prodotto da quella moltitudine di esseri umani. Nonostante il disaccordo con Enki, il dio della tempesta Enlil aveva deciso di annientarli tutti.

A quel tempo Utnapištim era il protetto di Enki. Su suo consiglio, decise di costruire un battello dove ospitare uomini e animali, per salvare i viventi dal Diluvio. Come premio per l’impresa – o, potremmo azzardare, punizione per la disobbedienza? – gli fu concessa una vita simile a quella degli dèi, senza fine, a Dilmun.

Questo è solo uno dei racconti inclusi in questo volume di Adephi, che contiene tutti i principali miti della tradizione mesopotamica: dalla Discesa di Inanna negli Inferi al poema cosmogonico babilonese Enūma Eliš, passando per diversi episodi dell’Epopea di Gilgameš e il mito di Anzû, l’aquila leontocefala, che rubò a Enlil la Tavola dei Destini e venne affrontato dal dio Ninurta.

Ci sono due nomi di grandi scrittori che vengono in mente, durante la lettura di La Tavoletta dei Destini: Italo Calvino e Jorge Luis Borges.

Il naufrago Sinbad e l’antico saggio Utnapištim dialogano come facevano Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan in Le città Invisibili, ma a parti invertite. Sinbad ha visto tutto il mondo come Marco Polo, ha raccolto storie da ogni angolo dei mari. Utnapištim ha vissuto migliaia di anni a Dilmun, imprigionato nella sua immortalità. Eppure, ha visto e conosce tutto, prima e dopo il Diluvio. Conosce storie che Sinbad non ha mai sentito, ma che in qualche modo parlano anche di lui.

In compenso, il labirintico gioco meta-letterario con cui Calasso restituisce, più che nel contenuto, nella sostanza filosofica, la cosiddetta Tavoletta dei Destini, ricorda,per modalità e spirito le immaginifiche (ri)creazioni di Borges.

Ma cos’è la Tavoletta dei Destini? È un mitico oggetto – chiamato in lingua accadica ṭup šīmātu o ṭuppi šīmāti, in sumerico DUB.NAM.(TAR).MEŠ – che garantisce alla divinità principale del pantheon una posizione predominante sugli dèi e gli uomini. Il possesso della tavoletta spetta a Enlil, il dio sumerico della tempesta (anche se nel mito di Ninurta e la tartaruga è custodita da Enki), mentre nella tradizione tardo babilonese passa nelle mani di Marduk, re degli dèi e protettore di Babilonia.

Si tratta di una tavoletta d’argilla scritta in cuneiforme, autenticata con impressioni di sigilli cilindrici, come era uso in Mesopotamia per i documenti legali. Descritta in alcuni testi come “legame cosmico che collega il cielo all’Oltretomba”, conferisce l’autorità suprema sull’Universo e dà al possessore il potere di determinare i destini.

Piccola divagazione filologica. È sicuramente interessante notare come il termine sumerico traducibile come «destino», NAM.TAR, letteralmente «ciò che è stato tagliato», sia stato usato come nome di una demone, una divinità infera minore della corte della dea dell’Oltretomba Ereškigal e sia collegato alla sfera semantica della malattia.

La lingua accadica, invece, adopera la parola šīmtu, con il significato di «quello che è stato fissato». Un termine usato spesso in relazione alla morte (nei testi è frequente l’utilizzo dell’eufemismo ana šimti alāku, «andare al proprio destino»), che sembra indicare il «consumo della quota di vita e di buona sorte», la porzione di vita assegnata a ciascuno dagli dèi.

Nella psicologia mesopotamica, dunque, l’idea di destino appare strettamente collegata a quella di morte. Affidare la narrazione delle tante storie racchiuse in La Tavoletta dei Destini all’unico personaggio umano a cui è stato concesso di vivere eternamente, di non “andare al proprio destino”, ma a costo di guardare il mondo dai margini, senza poterne far parte, è una scelta ispirata.

Aiuta a fare un passo indietro, a guardare noi stessi, il mondo e i miti da una prospettiva più ampia. A riflettere su cosa siano la vita e la morte e, soprattutto, sulle modalità con cui abbiamo, fin dalla notte dei tempi, cercato di dar loro senso e sacralità.

Noi, qui, abbiamo cercato di darvi alcune coordinate per scoprire questo testo breve ma densissimo. Non vogliamo dirvi altro, sappiamo che troverete le vostre risposte in queste pagine. Come Sinbad, state per intraprendere un viaggio straordinario.

Il venditore di rose - Dario Sardelli

È la notte di San Valentino quando in un parco della periferia capitolina viene scoperto il cadavere martoriato di un venditore di rose bengalese. Qualcuno ha infierito su di lui con un’arma affilata. Cosa si prova a essere pugnalati? A Piersanti Spina la domanda viene in mente quasi subito. E non è strano, perché, se fosse accaduto a lui, non se ne sarebbe nemmeno accorto, a causa di un’insensibilità congenita che gli impedisce di percepire il dolore. Roba che di tanto in tanto lo fa sembrare un superuomo, e spesso lo mette nei guai. Perfino la sua squadra, gente bizzarra a essere sinceri, pare indecisa fra il timore e l’ammirazione nei suoi confronti. Ma quello che molti credono un dono per Piersanti è un incubo: è sempre «sotto anestesia» e, ironia della sorte, ha una compagna anestesista. Lui, però, ha imparato a convivere con il suo problema, e come investigatore ha talento. Non è il tipo che si spaventa per le minacce, da qualunque parte arrivino, in piú sa muoversi tra le ombre di una borgata, fra le piú romane di Roma, dove ciò che pare impossibile diventa probabile. Anche chi ha ucciso il venditore di rose avrà modo di rendersene conto.

«L’arcata dell’acquedotto dove fino al mattino prima c’era il cadavere era ancora delimitata dai nastri della Scientifica, ma tutto intorno la vita aveva ripreso a scorrere regolarmente: qua e là sbucavano i primi bambini vestiti da carnevale. Principi azzurri con gli occhi a mandorla rincorrevano piccole Biancaneve nere in una nuvola di coriandoli. Piersanti osservava la scena restando al margine della strada e pensava che qualcuno, molto verosimilmente alla guida di un pulmino, si era fermato poco piú di ventiquattr’ore prima là dove l’acquedotto si faceva prossimo all’asfalto, aveva scaricato il cadavere e si era dileguato nel nulla; coprire il corpo con il cartone di un ammorbidente era stato il suo unico gesto di pietà».

Dario Sardelli (1985), nato in Puglia, vive a Roma dove lavora come sceneggiatore e autore televisivo. Ha collaborato ad alcuni dei piú importanti programmi di intrattenimento e satira degli ultimi anni. Il venditore di rose è il suo primo romanzo.

Tempesta madre - Gianni Solla

Certi personaggi è difficile scollarseli dalla mente. Creano mondi, sovvertono qualunque categoria rassicurante e già nota, in ogni loro gesto è annidata l’imprevedibilità. Con loro l’unica certezza è che può accadere di tutto. Gianni Solla con "Tempesta madre", romanzo uscito da appena 3 settimane, ha dato vita a un personaggio raro, letterario e profondamente umano, traboccante di vita, che con il suo impeto travolge ogni cosa si trovi di fronte, trascinando con sé, prima di tutto, suo figlio Jacopo.

Se c’è una festa di carnevale lo traveste da Freud, Robespierre, Einstein, Beethoven, addirittura Hitler. Mentre gli altri bambini imparano a memoria preghiere e le prime poesie, lui, grazie a sua madre, già conosce a memoria la "Danza delle ore" di Prokof’ev, i versi di Majakovskij, legge "Le affinità elettive" di Goethe. Sua madre, la segretaria delle edizioni Brahms, è un uragano spiazzante, destabilizza anche le altre madri, ha l’animo di una bambina, è capricciosa, avida di sorprese come delle sigarette che divora con furia. Tanto presente lei, e ingombrante, quanto assente suo padre, il macellaio del Rione delle mosche. Due mondi radicalmente contrapposti lì dove «le palazzine sbucano dal terreno come i megaliti di Stonehenge, anche se visto da lontano è un unico blocco di cemento » , e al centro di litigi, incompatibilità, diverse visioni della vita, c’è sempre Jacopo, legatissimo alla madre e anche spaventato da lei, vivono una simbiosi magica, mentre quando sta con il padre in macelleria preferisce trascorrere il tempo nella cella frigorifero e scrivere — sulla carta per impacchettare la carne — frasi, parole complesse, elenchi, nomi di personaggi che abitano il rione.

La scrittura è rifugio, consolazione, strumento per provare a capire il mondo, e anche sua madre. L’infanzia nel rione, tra feste dove non è più invitato, tra sgomento e dubbio delle suore di fronte a quel bambino tanto precoce che scrive versi, è un terreno accidentato, che lascia solchi indelebili in Jacopo. Nella narrazione alternata da Solla lo ritroviamo poi adulto, a trentuno anni, che lavora ai servizi sociali del Comune, sembra una copia sbiadita di quello che era stato, non scrive più, ha una vita sentimentale disastrata, ma che arriva da lontano, da quando era bambino, arriva dalla madre, la donna che ha più amato, e da esperienze indecifrabili e totalizzanti come gli incontri furtivi a Ischia con la piccola Vanny. Jacopo quando può va a trovare sua madre — da lui sempre e solo chiamata " la segretaria" — ricoverata in una clinica, ormai avvolta dalla nebbia, dal caos di ricordi sbagliati in cui è piombata.

Difficile comprendere il confine tra l’Alzheimer e quel suo modo, che appare ancora più ostinato, di ribaltare ancora una volta la vita, per offrire sempre una visione laterale. Tra l’infanzia con quella madre-bambina che con i soldi del reddito di inserimento avuti dal comune si comprava dei Ray Ban mimando di scattarsi foto davanti la vetrina come Audrey Hepburn, e il deserto di conformismo noia, pettegolezzi, ripetitività della vita adulta come dipendente statale, Solla riempie ogni frase di dolore commovente, mai strabordante. Toccante la scena di Jacopo che sostituisce le foto nell’album che sua madre gli mostra quando va a trovarlo, indicando immagini di persone sconosciute, che lei è convinta siano stati loro. Poi, a smuovere la vita di Jacopo arriva Veronica. Anche lei è un ciclone e un enigma: è solo grazie a Veronica che lo tiene sveglio di notte, diventando un pensiero ossessivo, inevitabile, che Jacopo può affrontare il passato e capire a fondo chi sia stata sua madre.