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Protezione - Yaa Gyasi

ACCENNO SULLA TRAMA

Gifty, brillante dottoranda in neuroscienze all'Università di Stanford, è convinta che le emozioni abbiano un'origine solo biologica. Per questo, da quando il padre e il fratello se ne sono andati lottando contro la dura realtà americana, si rivolge alla scienza per dimostrare che tutto ciò che proviamo è riconducibile a un perfetto agglomerato di molecole. Ma la verità è che la sua ricerca sarà sempre infruttuosa, perché ci sono cose, come il dolore e la perdita, che nessuna formula chimica può spiegare. Gifty se ne accorge quando sua madre decide di tagliare i ponti con la comunità ghanese e di andare a stare da lei. Sono anni che le due donne non si vedono. Eppure, a entrambe basta un istante per capire quanto simile sia la sofferenza che le tormenta. Una sofferenza che forse non si può guarire, ma può essere alleviata dall'affetto. Dalle cure e dalla protezione che solo una figlia può riservare alla propria madre. Così, giorno dopo giorno, mentre prepara piatti tradizionali e ascolta musica africana affinché la madre non si senta troppo disorientata, Gifty impara a trovare un contatto diretto con la parte più intima di sé stessa. Scopre che le difficoltà affrontate dai genitori e dal fratello affondano le radici in un passato ben più lontano di quanto credesse. Allora, non le resta che smettere di inseguire evidenze scientifiche e ripercorrere la storia della sua famiglia attraverso i continenti e le generazioni. Perché non c'è strada alternativa per giungere alle risposte che cerca da una vita. La potente e raffinata penna di Yaa Gyasi torna a stupire stampa, critica e lettori con un romanzo che ha già scalato le classifiche internazionali ed è stato salutato come un'opera necessaria e attuale. "Protezione" è una storia feroce, bruciante e onesta. Un viaggio nel cuore oscuro dell'America moderna. Il ritratto commovente di una donna che prova in tutti i modi a ricostruire la propria esistenza dalle macerie di un passato collettivo.

RECENSIONE

Un flusso di coscienza che si dipana tra passato e presente, mettendo sotto gli occhi del lettore le grandi e piccole difficoltà della via: Protezione di Yaa Gyasi ci racconta la storia di Gifty una bambina e poi una giovane adulta segnata dalla vita, che compie un percorso di profonda analisi di se stessa e degli eventi che l'hanno portata a essere quello che è: una brillante dottoranda che lavora nella ricerca come dottoressa in neurochirurgia, ma anche una giovane donna che deve fare i conti con le difficoltà alle quali l'ha sottoposta la vita attraverso gli affetti più cari: dall'abbandono, alle dipendenze, fino al buco nero della depressione.
E il percorso di studi che porta avanti è un elemento da non sottovalutare perché la sua scelta ha molto a che vedere con la sua vita passata e con i suoi affetti: forse, ma non voglio banalizzare a solo questo, l'impegno e la dedizione nel suo lavoro sono lo specchio di un bisogno più profondo che ha che fare con la sua vita e la sua famiglia.

Un' esistenza profondamente religiosa, soprattutto grazie alla madre: una donna fredda, concentrata sul lavoro, sulla sopravvivenza della propria famiglia e sulle cose essenziali. Preghiera e lavoro. Poi c'è il padre, una figura sbiadita e sullo sfondo, che li ha lasciati da soli in Alabama per tornare in Ghana. Il fratello infine che è la mancanza più grande perché lui, invece, si è lasciato andare.
Solchi, ferite, dolori che Gifty tenta di spiegare attraverso la scienza, ma che devono essere ricercati nei sentimenti.
E così quando si ritrova con la madre, profondamente depressa, bisognosa di aiuto e nuovamente sul ciglio di un baratro, forse riesce a riconquistare quell'affetto che le è mancato troppo da bambina, a ritrovare la strada.
Una storia profonda, che scava nel dolore, in una vita segnata dalle difficoltà, ma che ci rivela anche la bellezza di ricostruire, del ritrovarsi, del prendersi cura, del proteggere.

La penna di Yaa Gyasi è profonda e analitica, conduce il lettore tra passato e presente con un flusso di coscienza costante, e la sensazione è quella che la protagonista ci apra il suo cuore, si metta a nudo e ci mostri tutte le sue ferite.
Ci sentiamo partecipi, la sua vita ci appassiona, ci fa riflettere su tanti temi: dall'emarginazione sociale, alle difficoltà durissime conseguenza dell'immigrazione, fino alla solitudine dei cuori, capace di fare danni immensi. Protezione è una storia profondamente emozionale, che ci racconta di una madre e di una figlia, distanti, chiuse, ma che ritrovano il filo rosso che le unisce: l'amore.

Perché leggerlo → Perché ci insegna molto e ci induce a riflettere.

Yaa Gyasi (Mampong, 1989) è una scrittrice statunitense originaria del Ghana.

Nata a Mampong, in Ghana, nel 1989, a due anni si è trasferita negli Stati Uniti, dove il padre ha completato gli studi all'Università statale dell'Ohio prima di diventare professore di francese. Cresciuta a Huntsville, ha conseguito un Bachelor of Arts in inglese all'Università di Stanford e un Master of Fine Arts all'Iowa Writers' Workshop dove ha ottenuto un Dean's Graduate Fellowship. Nel 2016 ha esordito nella narrativa con il romanzo Non dimenticare chi sei, saga familiare che percorre 8 generazioni dalla schiavitù ai giorni d'oggi, che le è valso un contratto da un milione di dollari e numerosi riconoscimenti.

Romanzi:

Non dimenticare chi sei (Homegoing, 2016), Milano, Garzanti, 2017 traduzione di Valeria Bastia
Transcendent Kingdom (2020).

Il potere segreto - Stefania Maurizi

Il Potere Segreto di Stefania Maurizi è un libro pubblicato il 25 agosto del 2021 con l’editore Chiarelettere. Un libro forte, che vuole fare riflettere e arrabbiare i lettori, un libro che racconta la storia di Wikileaks attraverso gli occhi dell’autrice che negli anni ha collaborato con l’organizzazione. Stefania Maurizi, giornalista d’inchiesta che per più di una decade ha collaborato con Repubblica e L’Espresso, ora scrive per Il Fatto Quotidiano. La collaborazione tra Maurizi e Wikileaks inizia nel 2009, come lo stesso libro riporta. Il Potere Segreto infatti, ripercorre le tappe più importanti e significative di Wikileaks fino ad arrivare ai nostri giorni, quando il suo cofondatore Julian Assange viene arrestato a Londra dopo 7 anni trascorsi nell’ambasciata dell’Ecuador.

Wikileaks è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che “pubblica documenti di importanza storica che sarebbero censurati o altrimenti distrutte”, come riporta lo stesso sito. “Leak”, dall’inglese letteralmente “perdita”, o “fuga [di notizie]” è un nome perfetto per un giornale come questo, primo nel suo genere e primo a creare una rete di giornalisti in tutto il mondo con cui collaborare. Wikileaks attirò presto l’attenzione di Stefania Marurizi, la giornalista aveva seguito tutta la vicenda tra Wikileaks e la banca Julius Bear fino al processo, in cui Wikileaks, con una tranquillità disarmante, stava avendo la meglio su una delle banche più potenti al mondo:

"Ero colpita da quella dimostrazione di schiena dritta. Non conoscevo ancora Julian Assange di persona, studiavo lui e la sua organizzazione a distanza, attraverso il loro lavoro. Dimostravano il coraggio di rivelare documenti molto rischiosi, sfidando

istituzioni che, dal punto di vista legale e anche da quello extra-legale, intimorivano anche le redazioni dei media dai bilanci più floridi e dalle importanti relazioni di potere".

Solo un anno più tardi Stefania Maurizi fu contattata da Julian Assange e iniziò a collaborare con Wikileaks.

Il Potere Segreto di Stefania Maurizi, un libro per la libertà di fare giornalismo, informazione
Questo libro è politico, impegnato, riflessivo. Racconta passo passo l’esperienza dell’autrice e denuncia chiaramente la persecuzione perpetrata negli anni nei confronti di Julian Assange e dell’intero progetto Wikileaks. La persecuzione di Assange è il frutto di un sistematico ostruzionismo all’informazione fatto dagli Stati Uniti e da tutti gli altri paesi, presunti democratici, occidentali che Wikileaks ha messo in difficoltà. Perché questo fa e ha fatto Wikileaks: mettere in difficoltà il potere, dare al popolo gli strumenti per informarsi in modo libero e chiaro. La cosa più agghiacciante che emerge da questo libro è proprio come i più grandi quotidiani del mondo abbiano assecondato più di una volta, la volontà del potere di nascondere alcuni fatti e strumentalizzarne altri, per giustificare guerre sanguinarie.

Il lavoro più sporco
Wikileaks negli anni ha pubblicato diversi documenti top secret inviati al giornale dai cosiddetti whistleblower, persone comuni che lavorando scoprono condotte illecite o più in generale non condivisibili dei propri dirigenti e decidono di denunciarle: fischiano nel fischietto appunto, come farebbe un arbitro quando vede un fallo. Wikileaks ha ricevuto molti documenti da una whistleblower in particolare: Chelsea Manning, ex-analista dell’intelligence americana, che spedì a Wikileaks centinaia di migliaia di documenti segreti. Documenti che erano segreti non a caso, infatti testimoniano anni e anni di barbarie, torture e autoritarismo – sono tutti consultabili su Wikileaks ancora oggi. Lo scopo di Assange e Wikileaks è sempre stato questo: dare la possibilità all’opinione pubblica di conoscere la verità su questioni governative e istituzioni militari di dubbia legalità.

Lottare per la libertà non è mai stato così attuale
Stefania Maurizi ha una carriera incredibile, è una veterana del giornalismo d’inchiesta ed è stata la prima in Italia a collaborare con Wikileaks. Ha lavorato per i più importanti quotidiani e settimanali italiani e ora, testimone della guerra combattuta dal Pentagono contro Wikileaks e Julian Assange ha deciso di raccontare a tutti noi una storia attualissima: quella di una democrazia spesso di facciata e di un giornalismo troppo spesso impaurito e asservito. Davvero è questo quello che vogliamo ? Possiamo davvero prendere per oro colato tutto quello che ci viene detto ? Non dico di credere che la terra sia piatta, ma siamo sicuri di essere i buoni ? La risposta a questa domanda si trova nel libro Il Potere Segreto di Stefania Maurizi.

L'ombrello dell'imperatore - di Tommaso Scotti

bel thriller, anche se in un paio di punti ho trovato delle forzature, ma la storia narrata ed i personaggi sono interessanti
soprattutto ho scoperto alcune cose sul Giappone che mi hanno lasciato basito, tipo che si è colpevoli fino a prova contraria

Il visitatore notturno - Jeffery Deaver

Come vi sentireste se una mattina, svegliandovi nella vostra casa, laddove vi sentite più protetti, tranquilli, meno vulnerabili, notaste qualcosa di diverso rispetto alla sera prima? Ok, vedendo le pantofole spostate rispetto a dove sono di solito, il pensiero andrebbe certamente a quel bicchiere in più che vi siete concesse per sopportare meglio lo stress di una vita piena di impegni, scadenze, aspettative… o magari a quella pillolina che ogni tanto assumete per dormire meglio e concedervi, almeno durante il sonno, una pausa dai pensieri e dai fallimenti… e forse, notando che i vestiti indossati la sera prima non sono dove dovrebbero essere pensereste “Ho le traveggole, ho proprio esagerato ieri sera”, ma notando che qualcuno ha allegramente -e palesemente a sfregio – banchettato nella vostra cucina comincereste di sicuro a sentire un certo brividino d’inquietudine. Notando il messaggio – vergato con il vostro rossetto preferito, di quella nuance stupenda e così glamour – che spunta dal cassetto della biancheria intima vi precipitereste a chiamare la polizia, i carabinieri, la squadra di emergenza, l’unità di crisi, finanche mamma e papà… ma, ooops! Non c’è traccia del vostro inseparabile, dannato smartphone! Allora, com’è ovvio, vi dirigereste fuori di casa, tremanti di paura e sull’orlo di una crisi isterica, per cercare aiuto… ma fissando il complicato sistema di allarmi e serrature con cui credevate di scongiurare qualunque accesso indesiderato alla vostra privacy, realizzereste che il messaggio poc’anzi citato recava l’inquietante firma de “Il fabbro”… e capireste che se è riuscito ad entrare in casa vostra eludendo allarmi e serrature, allora il misterioso visitatore potrebbe essere ancora lì… con voi! Beh, paura? Ecco, è proprio questo che si prova sin dalle prime pagine di Il visitatore notturno, il nuovo, meraviglioso thriller di Jeffery Deaver, il sedicesimo con protagonisti Lincoln Rhyme e la sua storica collaboratrice e di recente anche moglie Amelia Sachs, pubblicato da Rizzoli con traduzione di Rosa Prencipe.

Paura, dunque. È questa l’arma micidiale di cui si serve il fabbro, il nuovo criminale partorito dalla prolifica e visionaria mente di Deaver, per seminare il panico fra le donne di New York. È preciso, efficiente, silenzioso. Se decide di entrare in una casa, non c’è allarme o serratura che tenga, anche perché studia le sue vittime e prepara le sue visite in modo meticoloso. E, come ci racconta lui stesso nell’irritante tono compiaciuto di chi ha fatto i compiti e sa di essere bravo, la cosa più importante è che sono proprio loro a fornirgli le chiavi d’accesso alle loro vite. Come? Attraverso i social. Il fabbro non tocca fisicamente le sue vittime, non ne ha bisogno: mina le loro sicurezze infrangendo indisturbato l’inviolabilità delle loro case di notte, quando le difese sono abbassate; la sua violenza è psicologica e lui la esercita spostando le loro cose, portandosi via qualche cimelio, baloccandosi con la loro mente, seminando il germe insidioso della paura e del panico. Lo sa bene, il fabbro, che la violenza psicologica può essere più efficace, subdola, penetrante, sottile e dilagante di quella fisica… tuttavia, nonostante sia così accorto, anche lui lascia dietro di sé delle tracce… e nelle mani dell’uomo giusto, le tracce diventano prove. Il fabbro non lo sa, ma sulle sue tracce c’è il miglior criminalista degli Stati Uniti, il maggior esperto di scienze forensi, il più grande conoscitore di New York, della sua geografia e morfologia: Lincoln Rhyme. Se c’è una prova fisica, lui la troverà e, fosse anche un minuscolo granello di sabbia, lui seguirà la sua traccia e, il prima possibile, arriverà alla soluzione del caso.

A coadiuvarlo, come sempre, i suoi storici collaboratori ed amici: sua moglie, la rossa Amelia Sachs, detective dell’NYPD, guidatrice, sparatrice e percorritrice della griglia infallibile; l’indispensabile assistente Tom Reston, la “recluta” Ron Pulaski, il tenente capo Lon Sellitto, il fidato tecnico della scientifica Mel Cooper… e nuovi compagni d’avventura che, con Rhyme, impareremo a conoscere ed apprezzare. Alcuni ostacoli esterni ed indipendenti dal caso, tuttavia, proveranno a frapporsi tra il criminalista e la sua nuova nemesi: una decisione apparentemente disciplinare, ma in realtà politica lo allontanerà dal lavoro, impedendogli di collaborare con chiunque faccia parte della polizia. In seguito ad un incidente che lo ha reso tetraplegico, infatti, Rhyme è un consulente civile e – sebbene a strettissimo contatto con la polizia – svolge il suo lavoro da casa, mediante un attrezzatissimo laboratorio installato nel salotto del suo palazzo nell’Upper West Side. Proprio un errore, un cavillo legato al suo laboratorio sarà il pretesto per mettergli i bastoni fra le ruote… ma stolto ed illuso chi pensava che sarebbe bastato un divieto per fermare Lincoln Rhyme e i suoi. D’altronde il suo peggior incubo è la noia… potrebbe mai, Lincoln, farsi portar via un po’ di “divertimento”?

Ebbene sì, possiamo dirlo forte e chiaro: Jeffery Deaver è tornato ed è in gran forma. A tre anni di distanza dal quindicesimo capitolo della serie, Il taglio di Dio, sentivamo proprio la mancanza di Rhyme e company. I continui colpi di scena, l’arguzia, la tensione costante, l’adrenalina, tutto quello che di stimolante e rassicurante rappresenta la serie di Rhyme ci era mancato, specie se paragonato all’ancora incerto e poco accattivante Colter Shaw. Quel che è certo è che da Rhyme sappiamo sempre cosa aspettarci e, salvo qualche piccolo, normale calo di tensione in alcuni romanzi, il criminalista non ci ha mai davvero deluso. Sembrava che, dopo gli ultimi romanzi e le comparse in qualche racconto, con il matrimonio tra Rhyme e Sachs la serie dovesse avviarsi alla conclusione, ma il ritrovato vigore ed affiatamento chiaramente percepibile in Il visitatore notturno fa ben sperare per il prosieguo, tanto più che ancora diversi nodi restano da sciogliere… due a caso? Le ultime parole del fabbro fanno presupporre che potremmo ritrovarcelo fra i piedi molto presto… e poi, dove diavolo è l’orologiaio? Non dimentichiamoci di lui, starà di certo preparandosi per un ritorno in grande stile… Rhyme, d’altronde, non se ne dimentica mai, non può permetterselo e in queste pagine ce lo ricorda spesso. Ma, come sanno gli affezionati lettori di questa serie, non c’è solo adrenalina, tensione ed indagine. Con Il visitatore notturno Deaver pone l’accento, come suo solito, su alcune importanti tematiche sociali e d’attualità. In particolare, si sofferma sui pericoli che provengono dai social, dalla troppa condivisione di dati personali, sui problemi che la diffusione inconsapevole, smodata o incauta di proprie immagini online può provocare alla sicurezza personale. Non da ultimo ci invita a riflettere sull’assurdità e pericolosità di affidarsi a complottisti, santoni da strapazzo o procacciatori di verità assolute via etere… temi caldi, cui come al solito, da profondo conoscitore della società e dell’animo umano, Deaver dedica un approfondimento serio, studiato, lucido e circostanziato.

Anche stavolta, comunque, Deaver non si smentisce: sa cosa si aspettano i suoi lettori, sa come mantenere viva – o come rinvigorire – una serie, sa come onorare a dovere il messaggio che, sin dal primo episodio, contraddistingue la saga di Rhyme: niente e nessuno è mai come sembra. Se credete di aver capito tutto a più di cento pagine dal finale, preparatevi ad essere clamorosamente smentiti e sbeffeggiati… la parola “fine” quando c’è in giro Lincoln Rhyme non si può dire neanche quando il libro sarà chiuso e ben riposto in libreria, figurarsi se si può star tranquilli ben prima dell’ultima pagina.

Fermare Pechino - Federico Rampini

(tratto da un'intervista rilasciata dall'autore a gazzettadimodena.geolocal.it)

Dopo “I cantieri della storia” il giornalista Federico Rampini, corrispondente della «Repubblica» da New York, torna con “Fermare Pechino” (Mondadori) in cui svela una faccia della Cina troppo nascosta e inquietante ma anche il gioco dei corsi e ricorsi tra Washington e Pechino che si studiano e si copiano a vicenda.

L’ultima volta che l’abbiamo intervistata, alla vigilia delle elezioni americane, era convinto della vittoria di Biden e ci ha anche detto che un giorno avremmo dovuto avere l’oggettività di riconoscere che tuttavia Trump sulla Cina aveva avuto abbastanza ragione. Dunque adesso Pechino come si ferma?

« “Fermare Pechino” è un titolo anche forte e provocatorio. È un’ambizione di questa America che unisce le presidenze Trump e Biden perché la continuità è totale anzi più passa il tempo più Biden appare maggiormente determinato a seguire la linea dura contro la Cina. In realtà è anche un obiettivo irrealistico perché nel lungo e lunghissimo periodo la Cina non si può fermare. Tuttavia, almeno finché continuerà ad avere un regime autoritario oggettivamente pericoloso per i diritti umani e le libertà, si può almeno sperare di contenerne l’avanzata. Questo è il tema: se sia possibile limitare i danni dell’ascesa di questa nuova superpotenza». Qual è la faccia inquietante della Cina di Xi Jinping che gli occidentali hanno deciso di non vedere?

« Intanto bisogna sottolineare che i lati nascosti sono sempre di più perché si sta chiudendo quindi ci vuole un lavoro enorme di scavo per raccontare la vera Cina andando oltre la faccia della propaganda. Per esempio io nel libro faccio un viaggio nella gioventù cinese: chi sono i millenials di oggi, cosa leggono, cosa pensano, quali sono le loro esperienze di studio e di lavoro. Il primo anno di Università per i giovani cinesi comincia con una specie di breve servizio militare per tutti - ragazzi e ragazze - e questo dà già l’idea della distanza rispetto al mondo in cui vengono formati i giovani in Occidente. Oppure mi avventuro nella letteratura di fantascienza cinese perché è uno dei pochi luoghi in cui esiste ancora una forma di libertà».

Cioè?

« Scrivere romanzi ambientati in un futuro lontano consente alla fantasia degli scrittori di affrontare temi scottanti della Cina di oggi quindi diventano una finestra aperta su quello che i cinesi pensano e temono, aggirando così le barriere della censura. Poi racconto il razzismo della Cina perché è impossibile capirla se non si fa un viaggio in questa mentalità etnocentrica che ha una visione gerarchica delle razze. Quella che per noi è diventata una parola tabù per i cinesi è invece un tema importante su cui hanno le idee molto chiare: la superiorità della loro razza. Una delle peculiarità del mio libro è anche quella di aver cercato di trovare ciò che unisce Cina e America, non solo ciò che le divide. Biden, ad esempio, ha capito che dietro il successo economico cinese ci sono “ricette” replicabili anche negli Stati Uniti. Un tempo era solo la Cina che copiava l’America, adesso la cosa sta diventando circolare».

Ad esempio cosa tentano di copiare gli USA?

«L’idea che ci vuole un forte intervento dello Stato per vincere le gare tecnologiche. La Cina oggi è una superpotenza tecnologica, all’avanguardia nell’auto elettrica, nella telefonia 5G, nell’intelligenza artificiale, nei software di riconoscimento facciale, nella conquista dello spazio. E tutto questo lo ha realizzato puntando sul capitalismo pubblico, sulla forte alleanza fra Stato e grandi imprese. L’America non può fare esattamente lo stesso ma sta riscoprendo una sua tradizione antica di politiche industriali, finanziamenti pubblici alla ricerca, sussidi alle aziende tecnologiche di punta. Uno degli scontri che deciderà il futuro del pianeta sarà quello fra Usa e Cina per il dominio dell’auto elettrica che significherà anche il dominio delle terre rare quindi dei minerali rari dal litio al palladio».

Le diseguaglianze sociali sono tra i problemi che accomunano le due superpotenze. Circa un mese fa Xi Jinping ha detto che bisogna aggiustare i redditi eccessivamente alti e promuovere la “prosperità condivisa”. Come valuta quanto sta accadendo a questo proposito?

« Questo è un obiettivo sincero di Xi Jinping, che è un autocrate ma ha anche una sua forma di ricerca del consenso popolare. Già da anni sta cambiando il segno ideologico delle sue politiche, che hanno avuto una virata a sinistra: c’è un po’ meno capitalismo e un po’ più socialismo nelle politiche cinesi di oggi. Di tutto questo fa parte anche la riscoperta di Mao, che per chi non ha mai vissuto sotto il suo regno è diventato un simbolo, un’icona a cui aggrapparsi per segnalare che si vogliono ridurre le diseguaglianze sociali. Quindi quello che sta facendo Xi Jinping va anche in questa direzione: non solo l’attacco alle big tech ma anche una campagna più generale contro le diseguaglianze. Guarda caso anche Biden tenta di fare cose simili nonostante in America sia un po’ più difficile».

Figlia della cenere - di Ilaria Tuti

Sinossi:

Dopo Fiori sopra l’inferno e Ninfa Dormiente, torna il commissario Teresa Battaglia in una storia intrisa di spietatezza e compassione, di crudeltà e lealtà, di menzogna e gentilezza. L’indagine più pericolosa per Teresa, il caso che segna la fine di un’epoca.

«La mia è una storia antica, scritta nelle ossa. Sono antiche le ceneri di cui sono figlia, ceneri da cui, troppe volte, sono rinata. E a tratti è un sollievo sapere che prima o poi la mia mente mi tradirà, che i ricordi sembreranno illusioni, racconti appartenenti a qualcun altro e non a me. È quasi un sollievo sapere che è giunto il momento di darmi una risposta, e darla soprattutto a chi ne ha più bisogno. Perché i miei giorni da commissario stanno per terminare. Eppure, nessun sollievo mi è concesso. Oggi il presente torna a scivolare verso il passato, come un piano inclinato che mi costringe a rotolare dentro un buco nero. Oggi capirò di dovere a me stessa, alla mia squadra, un ultimo atto, un ultimo scontro con la ferocia della verità. Perché oggi ascolterò un assassino, e l’assassino parlerà di me.»

Recensione:

“E’ la mente il suo terreno di caccia. La sua e quella degli assassini. Riesce a ricostruire le loro storie, vede nascere intenti che poi si realizzano. (…) Riesce a infilare una mano nelle fauci di una tigre, e quella gliela lecca, e fa le fusa.”

Cosa puoi fare quando il “momento”, e forse nemmeno quello, è tutto ciò che ti rimane?
Cosa puoi fare se, per salvare delle vite, ciò che ti è richiesto al “momento” è ricordare, affrontare, guardare un passato che già avresti voluto cancellare, cosa che la malattia ti sta aiutando a fare, unica sua misericordia?
Cosa puoi fare se il futuro, tuo e della tua famiglia, un futuro che tu non ricorderai nemmeno di vivere, dipende da questo preciso momento?

“(…) Lo devi fermare, Teresa. Fermalo, come hai fermato me.” (…) Quando lo condussero via, ciò che Teresa vide negli occhi sbarrati dell’assassino era un paradosso. Chi può spaventare lo spavento?

Un patto col diavolo, forse? La propria anima in cambio del fermare l’attimo?
No, perché qui non non si tratta di Faust, ma di Teresa Battaglia. E lei col diavolo non scende a patti, e nemmeno con se stessa.

Ilaria Tuti ne “La figlia della cenere”, riduce il lettore letteralmente in cenere, lo stringe in una morsa affettiva e tensiva che taglia vivo il respiro e non lascia tregua ne’ scampo alcuno. Non ha filtri nel denudare Teresa davanti agli occhi di che legge,

Teresa alzò gli occhi su di lui. La stava osservando. Vedimi, avrebbe voluto dirgli, vedimi davvero, spingi fino in fondo quello sguardo.

nel mostrarla all’acme della sua fragilità

Era cresciuto, Massimo, mentre lei si rifaceva piccola…

eppure titanica.

Titanica.

Come lo sforzo che fa su se stessa e con se stessa, per disseppellire il suo passato e salvare, e salvarsi, compiendo la rinuncia più grande, quella alla libertà.

Lo lasciò andare, nel palmo una carezza che non sfiorò la pelle.

Un thriller che artiglia lo stomaco e il cervello, un romanzo che non ha paura di mostrare cosa sia la paura, e così facendo, salva anche noi.

Perché la perfezione non conosce caduta, ma nemmeno rinascita.

E così, dalle ceneri, come una fenice, meravigliosa.

Ilaria Tuti è nata a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Ha studiato Economia. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Nel 2014 ha vinto il Premio Gran Giallo Città di Cattolica. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Tra i suoi libri ricordiamo anche: Ninfa dormiente (Longanesi, 2019) e Fiore di roccia (Longanesi, 2020). Del 2021 il romanzo La luce della notte, il ritorno dell’amatissima Teresa Battaglia in un romanzo di rinascita e speranza. Nello stesso anno esce Figlia della cenere (Longanesi).
Fonte immagine: credit P. Gurisatti.

Morte a Oriente - Abir Mukherjee

Siamo arrivati al quarto romanzo della saga thriller storica ambientata in India e avente per protagonista il capitano Sam Wyndham, la cui storia in India inizia nel 1919, suo arrivo a Calcutta e prosegue attraverso gli anni che vedono l’inizio del malessere del popolo indiano che culminerà, grazie soprattutto all’epopea gandhiana, nell’affrancamento dell’India dall’Impero Britannico.

Nella grande storia raccontata molto bene dall’autore si inseriscono storie private e personali, a volte dolorose, a volte complicate, a volte felici, spesso tracciate dal destino senza che i protagonisti possano cambiarle.
Nell’Uomo di Calcutta abbiamo visto Sam, che per sfuggire agli orrori vissuti in guerra e al lancinante dolore dovuto alla morte dell’amatissima moglie, chiede il trasferimento dalla polizia di Londra alla polizia di Calcutta, l’ex capitale dove i venti di indipendenza soffiano forti nonostante il caldo torrido e l’umidità soffocante.

Conosciamo il suo aiutante, amico e collega, l’abile e astuto sergente Banerjee, che data l’impronunciabilità del suo nome, viene da tutti semplicemente chiamato Surrender-not, un indiano appartenente ad una famiglia di rango elevato, che non gli perdona la sua fedeltà all’impero.
Amiamo questa strana coppia, Sam devastato da un passato che lo tormenta, scivolato nel tunnel dell’oppio, ma non per questo meno onesto e risoluto nel risolvere i casi a lui affidati e Banerjee calmo, profondo, intuitivo e profondamente snob.
In questo quarto capitolo ritroviamo Sam, finalmente deciso a disintossicarsi dalla dipendenza, ricoverato in un monastero buddista nelle colline dell’Assam, ma ancora tormentato dal passato che sembra inseguirlo senza tregua, anche perché durante il viaggio gli sembra di riconoscere un uomo, meglio un assassino, che aveva ucciso una donna a lui molto cara e per cui aveva pagato con la pena di morte un innocente.
Aver rivisto questo criminale, che tutti credevano morto, fa ritornare Sam al passato e, stremato dalla cura disintossicante nel fisico e nel morale, ha continui flashback di quegli anni, che si intrecciano come un incubo continuo col presente.
Peraltro la regione dell’Assam in cui si trova è gravata da tristi presagi di morte, credenze popolari si sovrappongono a notizie di scontri in varie parti dell’India, in cui ormai brucia la fiamma dell’indipendenza.

Solo l’arrivo del sergente Banerjee lo potrà aiutare a trovare la calma necessaria a sbrogliare questa nuova intricata avventura in cui passato e presente si fondono ed in cui le ombre del passato riprendono vita in un inquietante girotondo.
Ma la storia, la grande storia va avanti, il sentimento anticoloniale sembra essere penetrato anche nell’animo pacifico del sergente Banerjee, che fa un discorso serio al suo amico Sam e che Sam capisce ed approva.

Questo romanzo, pur mantenendo l’aspetto consueto del thriller, ha una veste più sociologica ed introspettiva, cercando di farci capire il colonialismo dalla parte dei colonizzati, memorabile il colloquio tra Sam e Banerjee.
In questo romanzo l’autore volutamente cerca di farci capire che significa essere dominati, mettere la propria cultura in secondo piano e soprattutto vedere parte della propria gente stare dalla parte dei conquistatori per motivi d’interesse.
Naturalmente questo libro si può leggere anche da solo, ma il consiglio di lettura è leggerli tutti in sequenza, solo così si potrà capire l’evoluzione dei personaggi e della storia, con una totale immersione in un tempo ed in un mondo poco conosciuto ai più.
La narrazione è fluida, coinvolgente, direi quasi cinematografica, complice una magistrale opera di traduzione del sempre ottimo Alfredo Colitto.
Abir Mukherjee ci prende per mano e ci trasporta ora per i vicoli oscuri e maleodoranti di Calcutta, ora nei palazzi sontuosi e fiabeschi dei maharaja, ora in mezzo ai tumulti anticolonialisti, il tutto con grande maestria e mai sopra le righe.

Ma ancora tutti i romanzi, tutti, sono sottilmente ironici, un’ironia talvolta amara, manifestata spesso dai nativi nei confronti degli inglesi, e questo ancora in linea con il messaggio che l’autore non smette mai di mandare e che è quello di dare voce ai vinti.
Credo che questa saga sia imperdibile, sia per chi ama il genere thriller sia per chi ama i romanzi storici sia per chi in buona sostanza ama leggere, imparare e scoprire.
Sam e Banerjee diventeranno nostri amici, non ci allontaneremo facilmente da loro e aspetteremo sempre nuove avventure.
Due parole sull’autore: di origine angloindiana, nato a Londra nel 1974 e cresciuto in Scozia, si è laureato alla London School of Economics prima d’iniziare a lavorare nel mondo della finanza.

Nel 2014 ha partecipato, vincendolo, all’Harvill Secker crime writing competition indetto dal Telegraph con il thiller storico L’uomo di Calcutta, ambientato in India nel 1919 e avente per protagonista il capitano Sam Wyndham e in seguito ha continuato la serie con altri tre romanzi.
Vincitore dell’Ellis Peters Historical Award nel 2018 con L’uomo di Calcutta, vive e lavora a Londra con la moglie e i due figli.

La maestra cattiva - Suzy K. Quinn

Dopo una traumatica separazione per i comportamenti violenti del marito Olli, Lizzie sembra ritrovare finalmente la pace con il figlio Tommy trasferendosi in un quartiere lontano dall’abitazione del coniuge. Tutto cambia per madre e figlio: una nuova casa, una nuova scuola, pubblica ma di grande fama, il cui motto è Semper fortis, e che potrà dare una possibilità di riscatto a entrambi. Ma le cose non vanno come Lizzie aveva sperato: suo figlio torna da scuola sempre più stanco e triste, si lega ad amici poco raccomandabili, non la fa più partecipe come un tempo delle sue confidenze. Soprattutto ha malori inspiegabili e un’ansia che lo attanaglia. Inutilmente la donna cercherà di far luce sul disagio di Tommy: il preside e le insegnanti riterranno ingiustificate le sue preoccupazioni e si mostreranno ben poco collaborativi con la premurosa Lizzie. Non procediamo oltre con la trama de La maestra cattiva, lasciando al lettore il gusto di scoprire come si dipanerà la vicenda. Il romanzo ci presenta diverse voci narranti: quella di Lizzie, la madre, di Kate, l’assistente sociale che segue lei e Tommy, della madre di Lizzie e di altri protagonisti, inserendo anche diversi livelli temporali.

La Quinn conduce il lettore in un labirinto, tenendolo per mano attraverso i vari passaggi della storia, sino all’imprevedibile colpo di scena finale. Passiamo dall’atmosfera asettica e inquietante della scuola “perfetta” di Tommy al disordine delle case delle madri single che allevano figli tra solitudine e inadeguatezza, supportate da assistenti sociali come Kate, che credono nel loro lavoro a tal punto da mettere in discussione gli equilibri familiari, abbandonate da un sistema assistenziale come quello inglese, sempre più povero di fondi e di personale. La figura di Lizzie è tracciata con notevole abilità, perché spinge facilmente il lettore ( o meglio la lettrice) a immedesimarsi nelle difficoltà della sua vita, costretta com’è a districarsi tra una madre anaffettiva e bugiarda al limite del patologico, e un marito per cui ha lasciato il lavoro e i propri sogni e che invece non le ha dato la felicità promessa. La trama procede scorrevole e coinvolgente; è rilevante la disinvoltura con cui la Quinn ha giocato col patto narrativo tra lettore e autore. La maestra cattiva si dimostra un piacevole e intrigante giallo con cui trascorrere piacevoli ore.

Elegie della patria - Ayad Akhtar

“Dico solo che non afferro perché sta qui se pensa che è tanto dura”. Si sedette e attese la mia risposta. Quando alla fine parlai mi tremava la voce: “Sono qui perché sono nato e cresciuto qui. È qui che ho vissuto tutta la vita. Nel bene e nel male – e c’è sempre un poco di entrambi – non voglio stare da nessun’altra parte. Non ci ho mai neppure pensato. L’America è la mia casa”.

È proprio nelle ultime parole di “Elegie alla Patria”, di Ayad Akhtar, edito in Italia da La Nave di Teseo, che si annida tutto il senso di quest’opera. Un racconto intimo, in buona parte autobiografico, sulla difficoltà di essere americano e musulmano nell’America del post 11 settembre. L’autore – Premio Pulitzer per la drammaturgia 2013 con ‘Disgraced’ – racconta in prima persona la sua storia e quella delle sue origini, pur mettendo in guardia il lettore citando Lawrence: “Non fidatevi dell’artista. Fidatevi del racconto”.

Figlio di due medici pakistani arrivati negli Stati Uniti dopo il 1965, terra che gli ha dato i natali, Ayad Akhtar ha sperimentato fin da subito le differenze in seno alle due culture, quella pakistana e quella statunitense. Clamoroso il repentino cambio di atteggiamento dello ‘zio Latif’, grande amore di sua madre, anch’egli un medico stabilitosi in America, con il suo precipitoso rientro in patria: “Più tempo passiamo qui, più dimentichiamo chi siamo”.

Ayad è cresciuto in quell’America cui i suoi genitori guardavano in modo assai differente: suo padre, Sikander, cardiologo di fama, riponeva in essa una enorme fiducia: la terra delle opportunità; di contro, sua madre: “non trovò mai nei vari tesori del suo nuovo paese nessun risarcimento adeguato alla perdita di ciò che si era lasciata alle spalle”.

Per molti anni l’autore non presagì quel che sarebbe successo e quello che anche la sua professoressa ai tempi dell’università, Mary Moroni, aveva intravisto con così grande anticipo: un significativo cambio di passo della società americana verso gli immigrati, in particolare quelli musulmani. Fu solo molti anni dopo, superato il lungo periodo in cui era ‘sempre al verde’, dopo l’incontro con Riaz Rind, e quando era ormai riuscito ad affermarsi come drammaturgo, che Ayad si trovò di fronte una nuova realtà, post 11 settembre, in cui il mondo cambiò. Quell’orribile giorno di settembre gli aveva, infatti, precluso il futuro, il suo e quello dei musulmani come lui, per almeno un’altra generazione.

Un messaggio chiarissimo di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco, gli giunse a distanza di poche ore dal crollo delle Torri gemelle, quando era oramai convinzione comune che gli autori del vile attentato fossero di matrice islamica; mentre attendeva il suo turno per donare il sangue, gli giunsero insulti feroci dalla folla colà assiepata: “Non vogliamo il tuo sangue arabo’ Involontariamente risi, e (lui) si arrabbiò ancora di più. “Lo trovi divertente? Lo trovi divertente arabo del cazzo?’ ‘Le spiace star zitto signore? Gridai all’improvviso. Ma mi resi conto che la mia voce suonava debole, e questo peggiorò le cose. ‘Non dirmi che devo fare, fottuto terrorista’.

Gli anni che seguirono non migliorarono le cose. Anzi peggiorarono in maniera irreversibile con l’elezione alla carica di Presidente dell’ultraconservatore Donald Trump. Ed è proprio durante il mandato presidenziale di Trump che anche suo padre, che era stato un suo fervido sostenitore, venne colto da una crescente frustrazione per quel paese in cui aveva creduto così tanto e che ora lo metteva all’angolo, decidendo di tornare in Pakistan, così come aveva fatto anni prima Latif .

Ayad si troverà così sospeso, suo malgrado, tra due mondi: da una parte, gli Usa in cui viene ritenuto ‘pericoloso’ e guardato con sospetto per via delle sue chiare origini etniche, dall’altro, il Pakistan, in cui viene considerato alla stessa stregua di uno straniero non gradito.

Con un’opera a metà tra il dramma familiare e il romanzo picaresco, Akhtar offre uno sguardo attento e profondo sugli Stati Uniti e sulle loro contraddizioni, mescolando finzione e biografia e raccontando la storia di un padre e un figlio, dei rapporti con il passato e con le proprie radici.

Un romanzo impeccabile, dallo stile asciutto ma pregno di una fortissima carica emotiva che ci induce a riflettere sulle conseguenze che le incomprensioni tra i popoli, soprattutto se legate a questioni religiose, possono avere su tutti noi. Ma anche uno spaccato su ciò che è diventato oggi il Paese delle opportunità, ormai chiuso su se stesso e silente.

Una lettura irrinunciabile.

C'era una volta adesso - di Massimo Gramellini

Gramellini anche in questo romanzo non sorprende. una storia dai forti sentimenti, in cui a causa della forzata convivenza in casa per la pandemia, un ragazzino di nove anni ci mostra, attraverso i suoi occhi, luci ma soprattutto ombre di relazioni umane che incontrano molte difficoltà a cambiare.

Il pozzo della discordia - Cristina Rava

(tratto da lavocedigenova.it)

Ho intervistato altre volte Cristina Rava, sempre in concomitanza dell’uscita dei suo coinvolgenti romanzi noir.

Ogni volta è una bella esperienza di chiacchiere culturali tra donne curiose e in Cristina Rava trovo sempre una miniera di creatività brillante, amicizia e simpatia.
È appena uscito il suo nuovissimo romanzo “Il pozzo della discordia”, edito da Rizzoli per la collana Nero Rizzoli, che presenterà venerdì 11 giugno alle 18 ad Albenga in Piazza delle Erbe, con gli amici Marco Ghini e Bruno Robello De Filippis in veste di scanzonati critici letterari.

“L’ultima storia raccontata è ancora intensamente impressa nella mente e nel cuore e si muore dalla voglia di sapere l’effetto che farà. In fondo l’uscita del libro è la verifica del proprio lavoro”, sono le parole che Cristina Rava affida ai social per annunciare agli impazienti lettori l’uscita de “Il pozzo della discordia”.

Da appassionata della sua scrittura e dei suoi incredibili intrecci, attendo con ansia anche io di poterlo leggere per conoscere il nuovo caso noir che vedrà il pacato Bartolomeo Rebaudengo, Commissario in pensione, ancora insieme alla ruvida e schietta Ardelia Spinola, medico legale, per indagare e portare a galla la verità.
Nel frattempo, mi sono fatta raccontare qualcosa, così posso anticipare che in questo ultimo lavoro, nelle Langhe i segreti di una famiglia riaffiorano da un torbido passato.

Bartolomeo Rebaudengo e Ardelia Spinola, strana coppia di amici da una vita ed ex amanti, non smettono mai di punzecchiarsi, ma insieme sono effettivamente formidabili.

Se c'è un segreto da svelare, un pettegolezzo da confidare, una voce da riportare, la gente di Langa si rivolge a loro cenza dubbio alcuno.

Così succede con la telefonata di Costanza, chirurgo plastico che, rimasta l'unica superstite della famiglia Alfieri dopo la morte della madre, nutre forti dubbi sulle cause del suo decesso, apparentemente un malore.

Per la chirurga qualcosa non quadra, tanto più che nella villa dei genitori continua a trovare le tracce misteriose di una presenza, forse un fantasma? E, per non farsi mancare niente, anche la vicina che abita nella villa di fronte, trasformata in B&B, nutre una strana curiosità nei suoi confronti. Presto l’incredibile coppia di investigatori si troverà coinvolta in una sequenza di eventi oscuri e colpi di scena che si moltiplicheranno come in una reazione a catena, investendo anche il passato della stessa Ardelia.

“Il decesso della donna viene attribuito in prima istanza a un infarto, poi viene incolpato un uomo che a livello psicologico non è perfettamente centrato, la vittima sacrificale perfetta. Ma per Bartolomeo e Ardelia le cose stanno diversamente e indagheranno con attenzione per far emergere infine la verità – mi racconta Cristina, - Si tratta di una storia costruita sulla memoria, ma non sulla celebrazione del passato, piuttosto su ciò che si vuole o non si vuole ricordare” conclude la scrittrice ingauna.

Cristina Rava è una scrittrice albenganese che coltiva la passione per il racconto fin da bambina. Attirata dal mistero, sceglie il filone noir e, nel 2002 pubblica il primo romanzo autofinanziato. Arriva il successo e seguiranno nel tempo altri 16 libri, passando per le case editrici Frilli, Garzanti e, dal 2019, Rizzoli.

Oggi è una delle voci più acute del noir al femminile in Italia. Con il suo stile fluido e coinvolgente, racconta le vicende più intricate, scavando nel garbuglio di emozioni, sensazioni e sentimenti che sfociano nel disagio mentale, da cui è affascinata e a cui porta profondo rispetto. Nei suoi romanzi, Cristina Rava pone il lettore nella condizione di farsi delle domande e riflettere sulle motivazioni che portano una persona a compiere un atto delittuoso.

Ne evidenzia la componente patologica, perché il delitto in fondo è una condizione di sofferenza che non trova altro modo di esprimersi. Un male che va ovviamente perseguito, ma anche curato. D’altro canto, il giallo per Cristina Rava è un modo per parlare di un male legato alla natura umana e per raccontare le profondità più intime dei suoi personaggi.

Cristina Rava (Albenga, 1958) è una scrittrice italiana.

Dopo aver iniziato gli studi in medicina ha fatto tutt'altro, lavorando nel settore dell'abbigliamento e poi in campagna. Già autrice di due raccolte di racconti e di una memoria storica, tutte legate al territorio ligure, dal 2007 ha intrapreso la via del noir con la pubblicazione di Commissario Rebaudengo: un'indagine al nero di seppia, che introduce il personaggio del commissario Bartolomeo Rebaudengo. Nel 2012 con Un mare di silenzio inizia una nuova serie, spinoff della precedente, dedicata al medico legale genovese Ardelia Spinola.

Serie del commissario Bartolomeo Rebaudengo:

Commissario Rebaudengo: un'indagine al nero di seppia, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2007
Tre trifole per Rebaudengo : un'indagine ad Alassio, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2007
Cappon magro per il commissario : Rebaudengo indaga nei carruggi di Albenga, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2008
Come i tulipani gialli : il commissario Rebaudengo indaga con Ardelia, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2009
Se son rose moriranno : intrigo spinoso per Rebaudengo, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2010
Di punto in bianco, Milano, Rizzoli, 2019
I segreti del professore, Rizzoli 2020

Serie del medico legale Ardelia Spinola:

Un mare di silenzio, Milano, Garzanti, 2012
Dopo il nero della notte, Milano, Garzanti, 2014
Quando finiscono le ombre, Milano, Garzanti, 2016
L'ultima sonata, Milano, Garzanti, 2017

Altri libri:

Maravarez: racconti per le veglie, Albenga, Delfino Moro, 2001
Historie strampalate, Albenga, Delfino Moro, 2004
I giovedì di Agnese: donne in guerra, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2006
Le albicocche di Aglaia: storie tra Liguria e Piemonte, Genova, Coedit, 2015.

Gelosia - Jo Nesbø

Immergiamoci in una fantasia tra il letterario e il cinematografico. E immaginiamo un film sull'Otello shakespeariano diretto da Alfred Hitchcock. La tragedia del sospetto immersa nelle atmosfere de La donna che visse due volte. Il tema universale del capolavoro teatrale abbinato allo sguardo del mago della suspense. Intrigante, no? Anche perché, alla fine, scopriremo quello che in fondo sappiamo già: e cioè che il re dalla pelle nera e Iago non sono maschere contrapposte, ma i due volti di una stessa persona.

La pellicola, ovviamente, non esiste né esisterà mai. Ma la combinazione Shakespeare-Hitchcock si incarna alla perfezione in Gelosia, il nuovo Jo Nesbø in uscita per Einaudi Stile libero. Originale, nella produzione del maestro noir norvegese, per l'abbandono degli scenari sanguinolenti e della figura classica del serial killer. E per la forma: una raccolta di racconti, diversi nella lunghezza, nei luoghi, nelle motivazioni di chi commette crimini e misfatti. Però non a scapito dell'unità del volume: ad accomunare le storie ci sono, oltre al tema citato nel titolo, l'utilizzo della prima persona; la duplice faccia, da vittima e da carnefice, che accomuna i protagonisti; la capacità di ciascun episodio di lasciarci senza fiato, con un senso di disagio disturbante e insieme catartico.

Ma veniamo alle singole short stories. Cominciando dalla più corposa, un vero e proprio romanzo breve: Gelosia, appunto. In cui Nesbø lascia la sua Norvegia per trasferirsi in un'isola greca, dove un tedesco in vacanza sembra aver ammazzato il suo gemello identico: la questione, centrale, del doppio viene dunque tematizzata in maniera esplicita. Il protagonista, però, è un terzo personaggio, l'io narrante, che riassume in sé il senso dell'intero libro: l'uomo della gelosia.

È un poliziotto sui generis chiamato a indagare ogni volta che, in un delitto, affiorano possibili moventi passionali. Su questo terreno lui è un mago: per vocazione, per esperienze pregresse. Insomma niente soldi, niente scalata al potere politico o finanziario. Il follow the money che caratterizza tanto noir sociale contemporaneo, compreso quello scandinavo - pensiamo alla compatriota Anne Holt - qui, semplicemente, non esiste. A motivare la violenza (mai mostrata, descritta sempre a posteriori e sempre sobriamente, e quasi sempre maschile) è quella cecità, quello scollamento, quella psicosi innescata - non generata - dalla scoperta di un tradimento sentimentale: "Perché la nostra gelosia elimina la differenza tra te e me, i nostri comportamenti cominciano a somigliarsi trasversalmente al ceto, al genere, alla religione, al titolo di studio, al QI, alla cultura, all'educazione, così come i comportamenti dei tossicomani incalliti si somigliano, siamo tutti dei morti viventi che barcollano per le strade spinti da un unico scopo: riempire il grande buco nero che abbiamo dentro di noi".

E per colmarlo, i personaggi dei racconti di Nesbø sono pronti a ogni nefandezza: dalle aspiranti suicide al netturbino con problemi di gestione della rabbia, dallo scrittore in crisi al marito spiantato con moglie ricca, il vuoto, il silenzio assordante da far tacere a tutti i costi, sono i motori di ogni azione. E danno il ritmo alla narrazione, incalzante, morbosa, anche quando sembra esserci calma piatta: l'equivalente, sulla pagina scritta, di quanto accade sullo schermo ne La donna che visse due volte.

In questo contesto il riferimento a Shakespeare - di cui Nesbø riscrisse, qualche anno fa, il Macbeth, in un volume edito da Rizzoli - diventa esplicito: è una celebre citazione dall'Otello, in cui la gelosia viene definita "un mostro dagli occhi verdi", ad aprire la raccolta.

Ma anche Hitchcock fa capolino, quando nel primo racconto, ambientato su un volo Londra-New York, il narratore si appresta a passare il tempo guardando il suo Delitto per delitto. Capolavoro centrato sullo scambio di ruoli: uomini tra loro estranei decidono di commettere l'uno l'omicidio desiderato dall'altro. Il primo si ferma, il secondo no.

E a noi resta la sensazione che proprio come Otello e Iago, proprio come i gemelli identici di Nesbø, questi due personaggi siano in realtà gli estremi di un unico Io diviso in due.