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Gli ultimi messaggi del Forum

R: Ninfee nere - Michel Bussi

Lento e noioso in alcune parti, ansiogeno in altre, con delle belle descrizioni paesaggistiche perfette per il luogo magico che è Giverny, ma personaggi appena delineati.
Con colpo di scena finale inaspettato ma che è piuttosto un imbroglio, vista la narrazione deliberatamente fuorviante, e perchè la rivelazione deriva da un evento che non ha alcun senso!
Alcuni punti scorrono male, grammaticalmente e temporalmente, ma non posso dire se sia per via della traduzione, o se sia un tentativo - mal riuscito - di far insospettire il lettore...
Troppi punti di vista, alcuni dei quali, in base alla rivelazione del finale, dovrebbero essere impossibili.
Non che si fosse mostrato un poliziotto professionale, ma che Serenac scappi con la coda fra le gambe lasciando un assassino psicopatico impunito, libero di ammazzare ancora, è inconcepibile.
Chiusura al limite del patetico.

La ragazza nella nebbia - romanzo di Donato Carrisi

Anna Lou e’ bellissima nella sua insicurezza di sedicenne timida, dai tratti ancora infantili, minuta tra i capelli rossi e le lentiggini.

“La giustizia non fa ascolti. La giustizia non interessa a nessuno.”
La giustizia non è abbastanza accattivante per i riflettori, quello che fa audience è il mostro. Trova il mostro e avrai il tuo pubblico, ghiotto di servizi in diretta, salotti pomeridiani, opinionisti da prima serata, turismo del delitto corredato da foto ricordo.
Cosa cercate quando accendete la TV dopo l’ennesimo tragico fatto di cronaca? Le scelte dei media seguono una regola precisa : l'offerta si adegua sempre alla domanda.

E nel frattempo Anna Lou è scomparsa.
Allontanata dalla sua casa, forse morta, sparita dalla memoria perchè lei è solo la vittima. Il suo nome verrà dimenticato, invoca giustizia. Roba vecchia la giustizia, nell’arena il pubblico vuole altro. Vuole vedere la belva che ha addentato, le fauci spalancate e le zanne che colano sangue.

Anna Lou amava i gatti . E scriveva d'amore su un diario segreto.

Letti dieci, cento o mille thriller i profili delle vittime tendono ad assomigliarsi, i modus operandi ad amalgamarsi, le tecniche investigative a coincidere. Per un buon esito serve allora quell’elemento in più che faccia la differenza, che insaporisca con qualcosa di decisamente nuovo un piatto già cucinato.
Qui c'è: si chiama prospettiva.
Nel gioco di Donato , mentre tu cerchi il killer, il killer cerca te. Tu sei il pubblico.
Sospetti, indagini, aggiornamenti dell'ultima ora, il sadico, lo stupratore, l'assassino, il maniaco. Gli indizi non hanno bisogno di giudice nel tribunale popolare in diretta nazionale.

Dal ritmo apparentemente blando e dalla trama a prima vista elementare, il romanzo coglie di sorpresa il lettore rassegnato alla mediocrità e prende velocità, tra colpi di scena inaspettati e capitoli che si mischiano in un’ardita e avvincente maglieria temporale.
Semplice ma abile, giochi di ombre e scivolii ghiacciati su un lago su cui camminiamo quotidianamente. Finchè il peso non diverrà insopportabile e verremo ingoiati da acque gelide.

Vi siete forse dimenticati della piccola Anna Lou ?

Buona lettura.

Aria di novità - Carmen Korn

“Käthe prese la rincorsa e cominciò a saltare. Giunta all’altro lato della strada si fermò, parve per un attimo senza fiato, poi si voltò verso Henny e riprese a saltare. Approdò infine tra le braccia dell’amica, che l’accolse con sollievo. Otto salti per arrivare da casa dell’una a casa dell’altra. Come facevano da bambine, ma allora potevano vedersi anche solo affacciandosi dalle rispettive cucine”.

Dopo “Figlie di una nuova era” (2018) e “E’ tempo di ricominciare”(2019), è arrivato in libreria il 2 marzo, ancora una volta con Fazi Editore (527pp), il terzo libro della “trilogia del secolo”, la “Jahrundert Trilogie”, della giornalista e saggista tedesca Carmen Korn.

Con “Aria di novità”, si conclude il viaggio dell’autrice tra gli avvenimenti più importanti che hanno caratterizzato il “secolo breve”, raccontati attraverso la storia di un’amicizia forte, inossidabile – con i suoi turbamenti e le sue debolezze – tra quattro donne: Henny, Käthe, Lina e Ida, tutte nate nei primi anni del 1900, nel quartiere Uhlenhorst di Amburgo. Un quartiere in cui si scontrano i loro mondi, così diversi: levatrici le prime due, insegnante e in seguito libraia la terza, altoborghese la quarta. Stante le diversità, le quattro si ritrovano profondamente unite nell’affrontare la vita, nella gioia e nelle sofferenze. E’ così che le loro storie e quelle delle loro famiglie si intrecciano, indissolubilmente, agli eventi cardine del ventesimo secolo.

Se con il primo romanzo la Korn aveva affrontato un arco narrativo che va dal 1919 al 1948 e con il secondo quello che va dal 1949 al 1969, nel terzo, la scrittrice ripercorre gli avvenimenti che vanno dal 1970 al 1999.

Nonostante il lungo arco temporale in cui si snodano le vicende delle protagoniste, l’accurata caratterizzazione, piena di dettagli e sfumature, ce le presenta vicine, empatiche, autentiche, incredibilmente ‘vive’.

“In un mondo in cui a dominare è l’incertezza, ancor di più c’è il bisogno di memorie collettive in cui potersi ritrovare”, ha commentato la Korn in una recente intervista.

“Aria di novità” si apre nel marzo del 1970 tra i preparativi del settantesimo compleanno di Henny. Dopo la prematura perdita di Lud e il difficile matrimonio con Ernst, Henny, ancora giovane nell’animo e nel corpo, si accompagna ormai da due decenni al medico Theo Unger.

Ma non sono stati soltanto quelli i grandi cambiamenti della sua vita: Henny ha perso dapprima suo padre, arruolatosi nel 1916 e mai tornato e ha quindi attraversato gli anni del nazismo con il terrore di non ritrovare la sua grande amica, Käthe, deportata così come suo marito Rudi, entrambi oppositori del regime. Dopo la ricostruzione, il peggio sembra passato e c’è davvero una grande aria di novità in quest’ultimo trentennio.

Ma l’orrore non è ancora finito: gli anni ’70 sono gli anni della Rote Armee Fraktion, in cui la Raf riscuote un certo consenso tra i giovani studenti universitari tedeschi, almeno nel periodo antecedente alla fase stragista. Oltre al gruppo terroristico in cui viene coinvolta anche Ruth, figlia adottiva di Käthe e Rudi, tradendo i suoi ideali pacifisti – sono gli anni della guerra in Vietnam – dove è voluta andare anche Katja, nipote di Henny, aspirante reporter dai territori di conflitto, della Germania della DDR e della Stasi – dalla quale aiutano ad evadere i fratelli Jon e Stephan –, degli scandali della Casa Bianca e della grande minaccia dell’Aids – che ha turbato anche le vite di Alex e Klaus.

E’ in questo periodo di grandi cambiamenti che continuano ad inanellarsi le storie di queste inseparabili amiche e delle loro famiglie, culminato in un momento epocale: il crollo del Muro del 1989, che ha segnato la fine di un’epoca.

La narrazione ci accompagna fino al capodanno del 1999, la fine del secondo millennio, mentre “Alex stava suonando su un piano fatto uscire tanto tempo prima, con l’inganno, dall’ormai defunta DDR”.

Con il terzo, attesissimo volume, Carmen Korn chiude questa trilogia davvero memorabile.

Un viaggio emozionante e avvincente nel XX secolo, tra gli orrori e le contraddizioni che hanno segnato la Germania e il mondo di quegli anni del nostro recente passato, raccontato con gli occhi di queste quattro donne, con le loro paure, speranze, sconfitte e coraggio. La scrittura è fluida e coinvolgente, e densa di riferimenti narrativi, poetici e musicali, in equilibrio perfetto tra pathos e ironia.

Tre libri che scorrono veloci, mantenendo un ritmo narrativo vivace ed avvincente, che non cede mai alla noia, nonostante le oltre 1500 pagine, grazie soprattutto alla eccellente caratterizzazione dei personaggi.

Una trilogia che, mescolando sapientemente sentimenti, guerra, politica e terrorismo ti trascina tra le strade di Amburgo e della Germania di quegli anni, che sembrano prendere vita tra le pieghe del racconto.

Tre libri magistrali, anche grazie alla eccellente traduzione di Manuela Francescon. Tre libri che, in verità, non vorresti mai finire.

L'educazione - Tara Westover

Tara Westover è cresciuta alle pendici di una montagna dell'Idaho: ultima di sette fratelli, ha avuto un'infanzia ed un'adolescenza molto particolari che ha voluto raccontare nel memoir che sembra un romanzo, “L'educazione”. Adesso Tara è una storica, dopo una laurea alla Brigham Young University, ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia a Cambridge.

La sua è una vicenda sconvolgente e drammatica ma anche bellissima perché ci racconta di una persona dalla forza e dal coraggio straordinari e ci ricorda quanto l'educazione, l'istruzione e la conoscenza siano potenti ed abbiano la facoltà di risollevarci da una vita misera ed infelice.

La luce della ragione che finalmente rischiara un'esistenza ottenebrata dalle false credenze, dal fanatismo religioso e dalla superstizione: Tara ha vissuto nella sua giovane vita ciò che ha caratterizzato l'evoluzione del pensiero occidentale in secoli di storia.

Cresciuta in una famiglia di mormoni integralisti, Tara non è mai andata alla scuola pubblica; lei ed i suoi fratelli non potevano andare all'ospedale, essere curati da un medico, prendere medicine, avere un certificato di nascita, mettersi la cintura di sicurezza in macchina. Erano guidati da un padre fanatico, probabilmente affetto da disturbo bipolare e da una mamma sottomessa all'autorità maschile. In questa situazione spesso pericolosa, aggravata dalla presenza di un fratello molto violento che la maltratta psicologicamente e fisicamente, Tara riesce a superare l'esame di ammissione al College ed inizia a conoscere tutto ciò che non le era mai stato spiegato durante l'infanzia e la prima adolescenza.

A diciassette anni infatti, non ha mai sentito la parola “olocausto” e pensa che l'Europa sia uno stato e non un continente. Comincia a capire che probabilmente non esiste un complotto di federali che vuole uccidere tutta la sua famiglia, come pensava suo padre.

Tara non può fare altro che mettere una distanza fra se stessa e una parte della sua famiglia, è una scelta che diventa inevitabile, necessaria, ma è anche estremamente dolorosa. Ciò che forse mi ha colpito di più nella lettura del memoir, e che lo ha reso autentico nella mia percezione, è stata la narrazione di questa sofferenza nell'essere rifiutata dalla famiglia: l'educazione l'ha liberata ma ha provocato anche dolore.

Sarebbe stato enormemente più facile rimanere là sulla montagna: seppellire le violenze sotto tonnellate di negazione e rimozione, fare la brava donna che accetta l'autorità maschile senza discutere, sfornare bambini confidando solo nell'aiuto di Dio e di qualche rimedio omeopatico. Avrebbe continuato ad avere l'affetto e l'approvazione della propria famiglia ed a vivere secondo ciò che le era stato inculcato. Invece no.

Tara ha avuto la forza di seguire un'altra strada, di aprirsi al mondo esterno ed alla conoscenza, ha avuto l'incredibile energia che ci vuole per attuare una metamorfosi, una trasformazione. E dopo non era più la stessa ed ha dovuto rimanere fedele a questa nuova Tara, diversa, evoluta, cambiata, grazie all'educazione.

«Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.
Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento.
Io la chiamo un'educazione.»

La donna che canta - un film di Denis Villeneuve

un film molto interessante che descrive con realismo ma senza retorica avvenimenti lontani nello spazio ma non nel tempo. Una donna dal passato misterioso anche per i suoi stessi figli che purtroppo scopriranno una verità atroce ma che contribuirà alla comprensione di una madre "strana" finalmente inquadrata nella giusta prospettiva sia storica che affettiva.

La Malaluna - Maurizio Mattiuzza

Stretta tra le due guerre mondiali, la famiglia Sbaiz, friulana di lingua slovena, attraversa di contrabbando il Novecento e, insieme, l’Italia. Andate e ritorni, uomini con la pistola in tasca e donne dal coraggio calmo, tutti abituati a vivere divaricati, friulani «persi fra l’orgoglio della propria lingua e una diffidenza talmente antica da sembrare eterna». Gente abituata all’indifferenza del mondo, che alle attenzioni di un altro non crede mai fino in fondo.

La malaluna, primo romanzo (pubblicato da Solferino) di Maurizio Mattiuzza, poeta, paroliere, performer che anche nei versi canta di guerre, di lavoro, di confronti generazionali, è una storia conficcata nei racconti di famiglia, in una memoria trasmessa di padre in figlio che non contempla eroi ma sradicamenti, vendette, l’accanimento del regime.

Dalla rotta di Caporetto allo sbarco in Sicilia, il romanzo si apre con una promessa — «Padre, io quando muoio, vi vengo a cercare» — e finisce con Giovanni che davvero si presenta, come un’apparizione, al padre ormai vecchio. Valentino Sbaiz detto Tin, fornaciaio sotto l’impero austro-ungarico, la guerra l’ha combattuta giusto per non farsi ammazzare prima e gli è servita per capire che, se i confini si spostano con i trattati, la pellagra rimane ferma sopra i campi e la patria della gente cresciuta nella fame è il mondo intero.

È in quel Friuli diviso tra Regno d’Italia e Austria-Ungheria durante la Prima guerra mondiale, con una popolazione civile strapazzata da tutte le parti, che il racconto di Mattiuzza si radica, innervando la storia con le vicende personali di gente semplice che ha un filo di anarchia nel sangue. Qui, in prossimità della frontiera orientale, il fascismo è una forza che vuole tutti arresi, una paura capace di rendere muti.

Mattiuzza ha voce poetica quando narra la loro appartenenza a quel paesaggio che è anche, in parte, scenario del nuovo romanzo di Giorgio Fontana, Prima di noi (Sellerio). Con le fiammate di indignazione dei suoi protagonisti racconta la brutalità dello squadrismo, impersonato nella figura della spia Enea Zompicchiatti; lo spaesamento seguito allo scoppio della bomba che il 29 ottobre del Diciassette esplode in una colonna di profughi in fuga, «una biscia nera in mezzo alla pianura» a cui gli italiani hanno fatto credere che, rotto il fronte di Caporetto, i soldati di Francesco Giuseppe avrebbero bruciato tutti i paesi fino al Piave. È così che Giovanni, che ha poco meno di 8 anni, e suo fratello più piccolo, Tinaz, restano separati dalla madre e dalla sorella in fuga, mentre il padre è nelle trincee del Carso a combattere una guerra con altri contadini e operai come lui, che vengono da posti in cui non è mai stato e che parlano una lingua che non capisce.

Lo scrittore spezza il racconto seguendo il ritorno di Valentino Sbaiz da una «strana vittoria» che ha comportato «un morto ogni venti metri di terra e migliaia di case bruciate dal Monte Grappa fin quasi dentro l’acqua dell’Isonzo». Caporale di fanteria decorato sul Carso di Gorizia, riparte dal paese in cui è nato e dove non è rimasto più nessuno, neanche i gatti, viaggiando di treno in treno o camminando lungo i binari divelti per cercare la famiglia persa nel fiume di profughi in fuga dagli austriaci.

Moglie e figlia sono sfollate a Livorno, i due figli a Firenze in un istituto per orfani gestito dagli americani (il più piccolo è diventato sordo e muto, per lo scoppio della bomba).

Il viaggio in Italia di Valentino attraversa un’umanità allo sbando che si riscalda in amplessi provvisori: borsaneristi col messale il mano, cronisti pronti a barattare la propria integrità per un posto a Roma, santi e carogne, tutti disposti a giocarsi la morte in una mano sola.

La saga di Mattiuzza è una cavalcata dolente in un piccolo mondo dimenticato dalla storia che torna a bussare alla memoria. Una guerra che sembra non finire mai lega i padri e i figli: obbedire è un verbo che si usa malvolentieri e fare finta di non avere più nulla da perdere è l’unico modo per fregare il destino.

Se il padre è stato due anni nelle trincee del Carso nella Prima guerra, il figlio Giovanni nella Seconda sarà tra quelle migliaia di morti che, secondo Mussolini, erano necessari a far sedere l’Italia tra le grandi nazioni del mondo. «Lontananza» lo hanno chiamano i commilitoni, non si sa se perché arriva da una manciata di pietre appena sopra Udine o perché non parla quasi mai.

Finirà a Gela, in Sicilia, insieme a migliaia di altri fanti che niente possono contro le navi cariche di uomini e contro gli aerei degli Alleati. Emigrazione, guerra, miseria, trincea e solitudine: Mattiuzza le attraversa in punta di penna seguendo il filo della vita in cui la vendetta è, a volte, l’unica forma di giustizia.

La confraternita degli storici curiosi - Jodi Taylor

La confraternita degli storici curiosi (Just one damned thing after another) è il primo romanzo di The Chronicles of Saint Mary’s, un formidabile mix di fantascienza, narrativa storica e humor anglosassone. L’autrice, Jodi Taylor, finora ha pubblicato dieci romanzi e una quindicina di racconti ambientati nel campus dell’immaginaria università di Thirsk, presso l’istituto di ricerca storica più strano e singolare che si sia mai sentito.

I suoi membri possono viaggiare indietro nel tempo a eventi specifici della storia, osservando e documentando il loro reale svolgimento. L’unica direttiva consiste nel non interferire né interagire con il passato, perché se cambi la storia questa farà del suo meglio per rimuovere il problema. E per problema s’intende qualsiasi storico s’intrometta.

La scrittrice non fa alcun tentativo per spiegare la tecnologia alla base del viaggio nel tempo o per affrontarne i paradossi, ma si aspetta che il lettore sospenda il giudizio e accetti il fatto che la St. Mary ne abbia accesso e se ne serva per i suoi scopi. La parte scientifica, infatti, è ridotta al minimo lasciando ampio spazio ai personaggi e ai loro sentimenti. Tra le pagine del romanzo l’umorismo è dilagante, ma le situazioni comiche, anche se numerose, non sono mai eccessivamente esagerate.

La protagonista principale, la dottoressa Madeleine Maxwell (“Max”), è una storica con un tragico passato alle spalle e senza legami familiari. In questo primo libro della serie, viene reclutata dall’istituto di ricerca e con l'aiuto e la guida di un eccentrico gruppo di accademici, ingegneri e tecnici diventerà una delle migliori agenti della St. Mary.

La confraternita degli storici curiosi, opera forse di science fantasy più che di science fiction, può essere assimilata, nonostante le innegabili differenze, ai cicli fantascientifici della Oxford Time Travel Series di Connie Willis (in italiano sono stati tradotti soltanto Squadra antincendio e L’anno del contagio) e de La compagnia del tempo di Kage Baker.

Il libro:

Dietro la facciata apparentemente innocua dell’Istituto di ricerche storiche Saint Mary, si nasconde ben altro genere di lavoro accademico. Guai, però, a parlare di «viaggio nel tempo»: gli storici che lo compiono preferiscono dire che «studiano i maggiori accadimenti nell’epoca in cui sono avvenuti». E, quanto a loro, non pensate che siano solo dei tipi un po' eccentrici: a ben vedere, se li si osserva mentre rimbalzano da un’epoca all’altra, li si potrebbe considerare involontarie calamite-attira-disastri. La prima cosa che imparerete sul lavoro che si svolge al Saint Mary è che al minimo passo falso la Storia vi si rivolterà contro, a volte in modo assai sgradevole. Con una vena di irresistibile ironia, la giovane e intraprendente storica Madeleine Maxwell racconta le caotiche avventure del Saint Mary e dei suoi protagonisti: il direttore Bairstow, il capo Leon Farrell, Markham e tanti altri ancora, che viaggiano nel tempo, salvano il Saint Mary (spesso – anzi sempre – per il rotto della cuffia) e affrontano una banda di pericolosi terroristi della Storia, il tutto senza trascurare mai l’ora del tè. Dalla Londra dell’Undicesimo secolo alla Prima guerra mondiale, dal Cretaceo alla distruzione della Biblioteca di Alessandria, una cosa è certa: ovunque vadano quelli del Saint Mary, scoppierà il finimondo...

L’autrice:

Jodi Taylor è ed è sempre stata una fanatica di Storia. Nata a Bristol e cresciuta a Gloucester (cose che entrambe le città negano risolutamente), ha trascorso molti anni con la testa altrove, con grande dispiacere della famiglia, dei professori e dei colleghi, finché ha deciso di concretizzare tutte le sue fantasie e ha finalmente preso in mano una penna. Non ha ancora idea di quel che farà da grande. Il suo romanzo d’esordio, La confraternita degli storici curiosi, è un mix di storia, avventura, commedia, romance, tragedia e qualunque altra cosa vi venga in mente, ed è diventato un bestseller internazionale.

Jody Taylor, La confraternita degli storici curiosi, Traduzione di Elisabetta De Medio, Collana Narratori, Corbaccio, pagg. 384.

Lo scarafaggio - Ian McEwan

«Nomi e personaggi sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi somiglianza con scarafaggi reali, vivi o morti, è del tutto casuale».

Non c’è neanche bisogno di arrivare all’incipit della novella: basta l’epigrafe, è puro McEwan. Lo humour nero, il sarcasmo del giovane McEwan più che dell’umanista degli anni più recenti. Settantunenne, vincitore del Booker e autore di un bestseller a sorpresa (consegnandolo all’editore si scusò, «è un libro per pochi») che non solo ha venduto 6 milioni di copie (Espiazione, Einaudi) ma ha anche avuto una fortunata versione cinematografica, McEwan ha ora trovato la via d’uscita da un certo inevitabile imborghesimento — la bella casa settecentesca a Bloomsbury, lo studio con il megaschermo del Mac sul quale scrive davanti alle grandi finestre su una adorabile piazza — grazie a Brexit.

Stava girando il Regno Unito per la promozione di Macchine come me (sempre Einaudi), il suo homage ai libri di fantascienza di Isaac Asimov ambientato in una Londra del 1982 nella quale la guerra delle Falkland è finita con la sconfitta dell’Inghilterra, i Beatles hanno organizzato una reunion perché John Lennon non è morto, il matematico Alan Turing eroe della Seconda guerra mondiale (decifrò i codici di comunicazione tedeschi) è ancora vivo (in realtà morì suicida negli anni ‘50, perseguitato dalla giustizia britannica perché omosessuale e sottoposto a castrazione chimica).

McEwan non aveva in programma di scrivere un altro libro, almeno per un po’. Tra una presentazione e l’altra però, bombardato dalle notizie su Brexit che quotidianamente lo rabbuiavano, ha reagito allo stress nell’unico modo a disposizione di un romanziere: ha scritto un libro. Soltanto 112 pagine pubblicate dalla Penguin in un corpo tipografico decisamente abbondante, con larghi margini: è un racconto lungo nel quale McEwan parte da un’idea buffa — rivisitare La metamorfosi kafkiana, la storia di un uomo che si risveglia all’improvviso trasformato in uno scarafaggio — per lanciare un j’accuse da progressista indignato contro il primo ministro Boris Johnson e il suo «do or die», la scelta di realizzare Brexit a tutti i costi entro il 31 ottobre.

L’insetto di McEwan fa il percorso opposto di quello kafkiano e da scarafaggio si ritrova nei panni di un uomo. Un uomo con un lavoro molto importante: il primo ministro del Regno Unito.

«Quella mattina Jim Sams , intelligente ma superficiale, si svegliò dopo aver fatto sogni inquieti: si era trasformato in una gigantesca creatura (gioco di parole sul Gregor Samsa kafkiano, ndr)». Sams è una caricatura di Boris Johnson, premier-scarafaggio che capisce subito, pur nella confusione di quel risveglio sotto forma umana, che anche i membri del suo governo sono in realtà scarafaggi con sembianze umane. È un ex-insetto anche il presidente americano Tupper, che elogia Sams e lo invita a creare problemi all’UE anche se McEwan non usa mai la parola «Brexit»: nella sua versione, il Regno Unito è spaccato non tra «Leave» e «Remain» ma tra «Reversal» e «Clockwise», inventando una demenziale teoria secondo la quale sono i lavoratori a dover pagare i datori di lavoro.

È pura satira politica perché dopo poche pagine l’idea kafkiana si dissolve e lascia il posto alla descrizione di un mondo politico allo sfascio dove i ministri-insetto suggeriscono al frastornato Sams di «isolare i dissidenti e prorogare il parlamento», e l’unica persona sensata governa la Germania. È un instant book di satira politica, ma non è un McEwan memorabile.

È uno sfogo, scritto con classe. Come ha spiegato l’autore a Today, il programma radiofonico della BBC: «Dovevo sfogarmi, scrivere qualcosa, lo humour e la satira erano l’unica via rimasta».

Non perdetevelo

L'infermiera di Hitler - Mandy Robotham

Sinossi: Germania, 1944. Prelevata dal campo di concentramento in cui era prigioniera, Anke Hoff non ha idea del destino che la attende. Quando le viene ordinato di assistere, come ostetrica, qualcuno molto vicino a Hitler è costretta ad accettare: in caso contrario tutta la sua famiglia verrebbe uccisa. Nonostante l’odio per il regime che ha perseguitato lei e i suoi cari, Anke dovrà fare del suo meglio per prendersi cura della misteriosa donna e del bambino che porta in grembo, la cui vita è legata a doppio filo alla sua. Ma nel rifugio di Berghof, la residenza segreta del Führer tra le Alpi bavaresi, niente è come sembra. Molte delle persone lì presenti, infatti, sono sottoposte allo stesso ricatto di Anke. E affezionarsi a uno di loro potrebbe complicare ancora di più le cose, mettendola davanti a una scelta impossibile da compiere. L’amore può sopravvivere agli orrori di una guerra?

Recensione

Si narra che Adolf Hitler avesse avuto molte donne anche se si professava sposato solo con il Reich. Quando ormai la fine fu alle porte, si sposò con Eva Braun, la sua storica amante.

Anke è una giovane levatrice tedesca. E’ ariana, ma è stata sorpresa dai nazisti ad aiutare famiglie ebree, pertanto lei ed i suoi famigliari sono stati ritenuti nemici della Germania e spediti nei campi di lavoro.
Non ha più contatti con il padre, la madre e la sorella, ma vista la sua particolare bravura, assiste le donne ebree incinte nel campo di concentramento che cercano in ogni modo di mettere al mondo i loro bambini, anche se il mondo è contro di loro.

Un bel giorno, viene fatta chiamare con un chiaro ricatto e segretamente portata a Berghof, la tranquilla residenza tra le Alpi bavaresi di Hitler. Da quel momento, si trova ad affrontare il più grande dilemma morale del suo lavoro: aiutare la madre a far nascere il figlio di un uomo spietato o accettare la proposta della resistenza.
Finzione letteraria ben radicata nella storia anche se effettua una deviazione nella vita personale di Adolf Hitler, così come la conosciamo.

E se Hitler avesse avuto un figlio?
Se la gravidanza della madre fosse stata tenuta nascosta per evitare che un’eventuale complicazione potesse indebolire la forza del Reich?

Il bambino sarebbe stato un mostro come il padre o un’altra vittima innocente?
La moralità di Anke viene messa a dura prova e di riflesso anche quella del lettore.

Riuscirà Anke a considerare quel bambino un essere innocente nonostante il padre e tutto quello che rappresenta?
Riuscirà a rimanere imparziale anche se sta uccidendo lentamente la sua famiglia e tantissimi innocenti?

E così le pagine scorrono veloci verso un finale plausibile.

Mandy Robotham

ha due passioni: la scrittura e i bambini. Per questo è diventata un’ostetrica e ha completato un master in scrittura creativa alla Oxford Brookes University. Con questo romanzo ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica.

Psychokiller - Paolo Roversi

TRAMA

Sta succedendo qualcosa di orribile e spaventoso nella città di Milano e nel suo hinterland. Un personaggio misterioso, con un travestimento alla “Arsenio Lupin” ingaggia due balordi della periferia per un colpo milionario presso una banca di affari milanese, il colpo riesce, ma a beneficiare dei soldi è solo lui, i suoi sfortunati e impediti complici non solo restano con un pugno di mosche in mano, ma vengono anche individuati e arrestati dalla polizia. Ma chi è il misterioso capo della banda e come ha fatto a portare a termine un colpo tanto complesso in una banca così controllata e prestigiosa? Il commissario Diego Ruiz non lo sa, ma è determinato a indagare a fondo e arrivare a capo della faccenda. Ma proprio quando cerca di concentrarsi sulla rapina iniziano ad arrivare a suo nome lettere anonime di un misterioso e pericolosissimo assassino che sta già mietendo vittime da qualche tempo e che ora lo invita a fermarlo prima che uccida ancora e poi sparisca nel nulla. Come se non bastasse, il povero Ruiz e il suo braccio destro sembrano coinvolti in qualche modo anche negli omicidi di alcuni magistrati influenti e molto conosciuti nel territorio di Milano. Uomini e donne uccisi brutalmente e per una ragione che spetta agli inquirenti trovare e scoprire per fermare anche quest’ultima scia di sangue.

Ma chi c’è dietro questa ondata di violenza e morte a Milano? C’è un nesso in tutto quello che sta succedendo? E Ruiz è una pedina o l’unica persona che può fermare tutto questo? Intanto in una bellissima narrazione in controcanto arriva a Milano Gaia Virgili, giovane e brillante profiler in cerca della sua grande occasione per dimostrare a tutti il proprio valore. Due poliziotti. Due numeri uno per un doppio colpo di scena fiale al cardiopalma.

PERSONAGGI

Paolo Roversi fa un lavoro eccellente nella creazione di ogni personaggio. E se il commissario Diego Ruiz, con le sue brutte dipendenze, il suo carattere da lupo solitario, la sua determinazione che a tratti sfocia in spossatezza vera e propria, è sicuramente un protagonista riuscito, il suo alter ego al femminile è la vera scoperta per i lettori di questo romanzo. Gaia Virgili è fragile, emotiva, volitiva, determinata, sola, spaventata eppure assolutamente consapevole di sé stessa e di quello che vuole. Una donna a tutto tondo che non si vergogna di portarsi a letto un uomo che le piace e di guardarlo a stento in faccia il giorno dopo, mantenendo tutta la sua professionalità. Gaia Virgili è un personaggio post moderno. Una donna che non potrà non piacere a tutte le lettrici di Psychokiller, probabilmente il personaggio capolavoro di Roversi. Difficile da dimenticare e auspicabile che i lettori possano trovarlo anche nei prossimi lavori dell’autore.

Un autore che, però, appare davvero ispirato anche per tutti gli altri personaggi. Dal poliziotto con problemi economici che blatera su toghe rosse amiche degli immigrati e che pensa seriamente di attraversare la linea sottile che divide la legalità da altro, alla poliziotta tutto di un pezzo sul lavoro e in divisa che non disdegna esperienze “estreme” nella vita personale. Al braccio destro del commissario Ruiz che con qualche scheletro nel suo personale armadio prima o poi dovrà fare i conti. Psychokiller non è un romanzo corale nel vero e proprio senso del termine, ma ha protagonisti che arrivano immediatamente al cuore di chi legge e coprotagonisti tratteggiati con altrettanta cura e bellezza. E tutto questo fa sicuramente la differenza.

AMBIENTAZIONI

Di tutto un po’. Roversi conosce molto bene quello che scrive e descrive e quindi con molta facilità passa dal centro di Milano e il glamourissimo quartiere di Brera, ai club notturni più o meno esclusivi, ai bar di periferia dove si può incontrare e osservare l’umanità più disparata, al vero e proprio hinterland cittadino. Una semi terra di nessuno o ancora meglio un’area protetta da bande e clan dove la sopravvivenza passa inevitabilmente dalla propria capacità all’adattamento. E non importa se Peschiera Borromeo ha anche villette borghesi e appartamenti curati e abitati da gente per bene, i serial killer di solito se ne fregano di queste cose e colpiscono chirurgicamente chiunque abbia i “requisiti necessari” per far parte della loro macabra collezione. Ed è proprio questo contrasto tra ambienti finanziari esclusivi, villette di periferia, appartamenti abitati da balordi e club dove le donne sfoggiano mise audaci a dare il climax giusto alla narrazione. Un ritmo preciso e coinvolgente che spinge a girare pagina ancora e ancora.

CONSIDERAZIONI

Questo non è il primo libro di Paolo Roversi che leggo e ancora una volta mi viene da dire che i suoi romanzi sembrano avere, più di altri, una eco internazionale ben visibile. Ho sempre pensato che Roversi è un autore che potrebbe essere letto con gusto e con partecipazione anche in Finlandia o nel Maine, o a Tokyo. Perché le sue storie non hanno quasi mai avuto quella “regionalità” propria di molti altri nostri autori. Un aspetto che non rende questi ultimi meno bravi, ma che inevitabilmente li confina un po’ nelle traduzioni. L’ultimo lavoro di Roversi è ambientato nel territorio milanese, è vero, ma chi è che non considera Milano un posto internazionale e conosciuto altrove ormai? Roversi ha un’aura internazionale tutta sua e Psychokiller non fa eccezione, per questo la sua originalità sembra essere più netta.

Se poi, proprio, dovessi trovare il famoso pelo nell’uovo a questo lavoro direi che l’unica cosa che, come lettrice e amante dei libri, mi ha lasciata smarrita per buona parte delle prime pagine è stato l’uso dell’indicativo presente. Una scelta autoriale che non posso mettere in discussione, ma un tempo verbale a cui i lettori di romanzi del genere forse non sono abituati a trovare. La sensazione di disorientamento, però, passa subito e la narrazione tiene un ritmo perfetto.

PARLA L'AUTORE

Paolo, il personaggio di Gaia Virgili colpisce immediatamente chi legge per la sua modernità, per la sua incredibile determinazione e anche per le sue tante fragilità. È una profiler molto diversa da tante altre presenti in questa letteratura di genere. Tu cosa ami in particolare di lei e cosa ti piace meno di questo personaggio?

Mi piace la sua determinazione e la sua forza di volontà, la sua preparazione e, per certi versi, anche il suo coraggio. Devo confessare che mi piace a tutto tondo e che non vedo nulla di negativo in lei.

Molta parte del tuo romanzo è ambientato nell’hinterland milanese, che però tu personalizzi all’eccesso fino a farlo diventare qualcosa di unico, incomparabile alla stessa città di Milano, e quasi come se fosse esso stesso un altro personaggio de libro. Quanto è stato difficile dare una entità così precisa a questa terra di mezzo dove tutto sembra confondersi con tutto?

Ho ambiento quasi tutti i miei romanzi a Milano, una città che amo e che conosco profondamente quindi raccontarla mi viene quasi naturale. In questo thriller ho descritto il lato più oscuro della città – non c’è la spensieratezza di certe atmosfere come nella serie di Radeschi ad esempio – in linea con il mood della vicenda e l’indole dei personaggi.

C’è un leit motiv in Psychokiller di cui il lettore sembra accorgersi fin dalle prime pagine: ovvero l’intenzione autoriale di spingere l’intera lista dei sospetti sempre più in là. Per fermare il killer è necessario entrare nella mente dell’assassino, ma la stessa mente sembra evolversi e mutare a ogni nuovo delitto. A cosa o a chi ti sei ispirato per creare un personaggio così sfuggente e spaventoso?

L’idea del romanzo è nata in me in un’afosa estate di qualche anno fa: volevo raccontare di un serial killer che sfidasse la polizia e che fosse sempre un passo avanti… Da lì, piano piano, sono nati i personaggi e la trama. Il cattivo è stato il perno della storia, quello su cui ho costruito tutto. Più scavavo nella sua mente e più scoprivo aspetti inquietanti che poi raccontavo. Fino al doppio colpo di scena finale...