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Noi due come un romanzo - Paola Calvetti

Mancano pochi mesi al compimento dei cinquant’anni di Emma, la protagonista del libro Noi due come un romanzo scritto da Paola Calvetti, una donna soddisfatta della propria vita, con una carriera avviata, un figlio che la adora, tante amiche e un forte equilibrio emotivo, ma nonostante tutte queste basi solide, lei sente che è arrivato il momento della svolta, decide che deve cambiare qualcosa.

Inizia a guardarsi intorno per capire cosa può fare per modificare il corso degli eventi, ed ecco che la risposta arriva da sé. Emma riceve in eredità una cartoleria che decide di trasformare in libreria. La sfida è estremamente ardua, visto la forte concorrenza dei mega-store, come gli fa notare il suo amico commercialista che cerca di dissuaderla in tutti i modi per non indurla ad un suicidio premeditato. Ma Emma ha voglia di mettersi in dubbio, così si arma di coraggio e fantasia, ed apre il suo negozio.

Il nome della libreria è geniale, e ispira i lettori che iniziano ad affezionarsi al luogo chiamato “Sogni&Bisogni”. Sugli scaffali si possono sfogliare tutti i tipi di romanzi che parlano d’amore. I libri diventano una sorta di cura per i clienti del locale, che possono leggere ed acquistare romanzi prendendoli da scaffali con nomi alquanto bizzarri come “Cuori infranti”, “Missioni impossibili”, “Così fan tutte”.La libreria, per la protagonista del libro Noi due come un romanzo, diventa una sorta di seconda casa per molti, una famiglia alternativa in cui potersi riconoscere, dove è possibile condividere, incontrare nuova gente, scambiarsi consigli e scontrarsi con nuove storie.

Sono tanti i personaggi che sembrano uscire direttamente dai romanzi, e che sono, invece, persone vere, con le loro vite e la voglia di ritrovarsi. Ma “Sogni&Bisogni” non è soltanto questo, è il luogo in cui Emma ritroverà un amore del passato, Federico, che lavora a New York con il celebre architetto Renzo Piano alla ristrutturazione della Morgan Library.

La loro storia si baserà su un patto, quello di non perdersi nonostante la distanza che colmeranno scrivendosi lettere di carta. Solo una volta all’anno i due si incontreranno per vivere intimamente il loro legame e le loro passioni, ma in un mondo che va veloce, dove ogni cosa cambia continuamente, la loro relazione è messa a dura prova e i due comprendono che quasi mai è per sempre.

Noi due come un romanzo è una storia dalle mille sfumature che si concentra sull’animo umano e la sua realizzazione.

Le opere di Paola Calvetti:

L'amore Segreto, Baldini&Castoldi - 1999
L'addio, Rizzoli - 2001
Né con te né senza di te, Bompiani - 2004
Perché tu mi hai sorriso, Bompiani - 2006
Noi due come un romanzo, Arnoldo Mondadori Editore - 2009
Cara sorella, Bompiani -2011
Olivia ovvero la lista dei sogni possibili, Arnoldo Mondadori Editore - 2012
Parlo d'amor con me. Vita e musica tra le mura di Casa Verdi, Arnoldo Mondadori Editore - 2013
Gli Innocenti, Arnoldo Mondadori Editore - 2017

Pura vita - Andrea De Carlo

Con questo titolo Andrea De Carlo ci porta in viaggio, un viaggio in luoghi non ben definiti, un viaggio dentro noi stessi.

La trama di questo romanzo si basa, come è facile immaginare, su un viaggio compiuto da un ormai uomo insieme ad una ragazzina. Questo viaggio non ha come obbiettivo quello di farci visitare nuovi luoghi, farci conoscere le storie delle località visitate, no. Il viaggio è un susseguirsi di spunti per riflessioni sul senso della vita, e queste discussioni tra queste due persone di età parecchio differente sono alquanto intriganti.

Lei spesso in cerca di risposte, lui colui che ha l'esperienza apparente per poterle indicare la soluzione ai propri quesiti; ma spesso le parti sono invertite. Lei nella sua giovinezza e "semplicità" di pensiero va ad analizzare al meglio situazioni della vita di lui, legate per esempio al rapporto travagliato con M. che prende parte al romanzo grazie allo scambio di email e di chiamate con Giovanni (G. il protagonista). Proprio da queste discussioni con M. nascono molti spunti di riflessione, compresi quelli in cui si vanno a criticare comportamenti di Giovanni, che pur avendo unaa grande esperienza alle spalle, non riesce a cambiare; probabilmente perchè non vuole effettivamente cambiare.

Con quest'opera De Carlo gioca a carte scoperte sulle sue idee, riguardanti determinati argomenti legati al senso della vita, posto su vari aspetti. Il tutto spazia su un numero molto elevato di argomenti, dal rapporto tra donne e uomini, meccanismi di sopravvivenza, la noia... e molto altro.

I personaggi sono stupendi, come solito di De Carlo ci vengono presentati ed ci viene trasmesso, anche implicitamente, moltissimo sul loro carattere e su ciò che li riguarda lasciando però anche una piccola parte non ben definita che rende tutto più interessante, dando quella sensazione di incompiuto ma allo stesso tempo di chiaro.

Il tutto è piacevole da leggere per chi apprezza lo stile di De Carlo (che ovviamente può piacere come no) e lo consigliamo vivamente a tutti coloro che sanno di poter apprezzare un libro del genere, in cui la trama è solo un sottofondo per la grande opera generata da tutto il resto. Questo libro serve per tratte diversi spunti di riflessione e va preso dal giusto punto di vista. Per chi avesse voglia di avvicinarsi per la prima volta a De Carlo, forse è meglio iniziare con libri come Due di due, per poi passare in caso a titoli del genere.

"Da dove viene la noia?"

"Non viene. È lì. Nella mancanza di scopo e nella mancanza di senso e nell'incapacità di andare oltre. Siamo convinti che si infili a tradimento negli spazi vuoti, e che basti darsi da fare per mandarla via. Invece è il contrario, la noia è al centro dello spazio, e noi per non vederla la copriamo con schermi e paraventi mobili di attività concatenate."
"E cosa dovremmo fare, invece?"
"Dovremmo sapere che la noia è lì. E che ci può spingere a fare le cose più insensate, o a cercare di capire il senso delle cose. Se uno si sottrae sistematicamente alla noia, per quanto corra non va da nessuna parte."
"Perché?"
"Perché tutto nasce dalla noia. Le percezioni e le constatazioni e
le elaborazioni, le idee di ogni tipo."

I giorni del vulcano - Ragnar Jónasson

Un breve accenno sulla trama:

È una splendida giornata di giugno quando un turista, in cerca di meraviglie nei fiordi del nord dell’Islanda, trova l’orrore: di fronte a una casa isolata e solitaria, ancora in costruzione, il viaggiatore trova un cadavere sfigurato che giace accanto a un furgone.

Il caso è giurisdizione della polizia di Siglufjörður e se ne occupa Ari Þór, che scopre che la vittima si chiamava Elías Freysson, un forestiero impegnato nella costruzione del tunnel che collegherà la piccola città al resto dell’Islanda, considerato da tutti una brava persona.

A seguire le indagini arriva sul posto dalla capitale una redattrice del telegiornale, Ísrún, che sembra però fin troppo interessata all’omicidio, e la giornalista troppo curiosa, insieme a una serie di altri problemi, rendono il caso molto difficile per Ari Þór e i suoi collaboratori, che dovranno scavare nel passato per trovare i motivi del crimine.

Marsilio pubblica I giorni del vulcano, di Ragnar Jónasson, all’interno della collana Farfalle/GialloSvezia e offrendoci così l’occasione di incontrare nuovamente il brillante autore islandese, già letto in precedenza ne L’angelo della neve.

I giorni del vulcano è uscito in lingua originale nel 2011 con il titolo di Myrnætti, per poi affermarsi in lingua inglese come Blackout, e arriva ora in Italia per la traduzione dell’esperta Silvia Cosimini.
I giorni del vulcano appartiene alla serie Dark Iceland, composta al momento dai seguenti volumi: Snowblind, Nightblind, Blackout, Rupture e Andköf.
La casa editrice fondata a Padova ha quindi optato, per il momento, di saltare il secondo episodio passando direttamente al terzo.

Ragnar Jónasson è nato nel 1976 e vive a Reykjavík, dove insegna diritto d’autore, si occupa di giornalismo ed è anche molto attivo in qualità di traduttore, oltre a essere membro della UK Crime Writers’ Association. Insieme ad altri due autori, probabilmente più noti in Italia, quali Arnaldur Indridason e Yrsa Sigurðardóttir, Jónasson rappresenta il meglio del giallo islandese, una scena che, per quanto forzatamente piccola, è in grado di proporre fra i titoli più interessanti degli ultimi tempi.

La serie Dark Iceland ha come protagonista principale Ari Þór, ex studente di teologia arrivato a Siglufjörður da Reykjavík e diventato poliziotto quasi per caso. Sullo sfondo dei vari casi c’è la presenza costante del contrasto di questo piccolo borgo di pescatori, situato nel punto più a nord dell’isola e al quale si giunge solo tramite un tunnel, e la capitale.
Ari patisce questo cambiamento e avverte una certa ostilità da parte degli abitanti, abituato in sostanza a vivere in una comunità molto isolata e ben diversa da Reykjavík, ma riesce comunque a districarsi nei vari casi in modo brillante.

Le luci nelle case degli altri - Chiara Gamberale

A sei anni Mandorla perde improvvisamente Maria, sua madre, da lei era amata moltissimo.
Sarà un impatto durissimo con la realtà, non ha nessun altro al mondo.

Maria lascia una lettera dolcissima, piena di errori grammaticali, ma satura di affetto per quella bimba che aveva tanto amato e protetto.
In questo scritto si scopre che il padre di Mandorla è un condomino del palazzo di via Grotta Perfetta, 315.
Mandorla è stata concepita all’ultimo piano, nell’ ex lavatoio.
Le famiglie del palazzo, si riuniscono e decidono, piuttosto di scoprire il proprio marito in flagranza di adulterio, che preferiscono adottare tutti insieme Mandorla , non facendole mancare nulla, crescendola collettivamente.

Mandorla, bambina davvero buona, servizievole, obbediente, cresce però con grossi problemi, dovuti inizialmente alla perdita dell’adorata e unico genitore: in seguito alle grosse difficoltà di identificarsi ora con uno poi con l’altra famiglia del condominio.
Scopriamo così che ogni piano ospita coppie più o meno perfette, all’apparenza, e la piccola Mandorla si rivelerà spesso molto più matura e sensata di chi deve esserle genitore.
Quante paure, quante poesie rivolte ad oggetti, per poter diventare lei stessa oggetto, per scongiurare i suoi incubi, diventando inanimata, per non provare quei sentimenti di inadeguatezza, per essere una ragazzina come gli altri della sua età.

Per scongiurare il pericolo di incontrare Porcomondo, il balordo che girava per il quartiere anni addietro.
Per non dispiacere nessuno, cercarà di indossare gli abiti che le sono regalati, assumendo spesso le sembianze di una sorta di collage, dai colori e dai contenuti piuttosto strampalati.
Il racconto si articola tra continui sbalzi temporali, Mandorla reclusa in una cella carceraria, aspettando tutta la notte l’arrivo del suo avvocato, ricorda ogni passo della sua stana vita, ogni piano da lei abitato.
Ogni condomino in fondo le ha voluto bene ma nessuno di loro in realtà è il suo vero genitore.
Quel famoso test del DNA non è mai stato fatto, ora si è decisa, ha diciotto anni, pensa di voler conoscere la sua identità.

Chiara Gamberale è davvero originale in questo suo racconto, scorrevole e alquanto sorprendente.
Soprattutto nel finale.
Che dire di quello che trasmette questo racconto? Piacevolissimo e insolito, per nulla scontato, ai limiti della realtà.
Se dovessimo definire questa scrittrice , la paragoneremmo ai sudamericani, alla Allende, a Marquez, Esquivel, non tanto per il talento, ma per la capacità di mixare reale e fantasia al limite del consentito dalla ragione.

Non vorremmo essere azzardati con questa affermazione, tantomeno suscitare rivolte popolari, ma davvero dopo averlo letto vi chiederete quanto fosse verosimile ciò che scorreva via, trovandolo comunque piacevole.
Questo racconto è la conferma che in ogni famiglia c’è il buono ma anche la pecca, l’altro lato della medaglia.

Spesso le persone per non affrontare la realtà preferiscono mettere la testa sotto la sabbia.
Meglio non sapere, continuare così, nella menzogna e nel dubbio.

"La luce delle case degli altri" è un po’ l’erba del giardino accanto che sembra sempre più verde della tua, ma se la vai a vedere da vicino trovi un sacco di imperfezioni, a volte dei veri buchi.

L’amore vero di questa madre sfortunata che lascia sola la sua unica , fortemente voluta bimba, la dice lunga sulla vera forza dell’Amore materno, gratuito, generoso, dimostrando che se non sappiamo la verità a volte siamo arbitri incondizionabili. Spesso il pregiudizio ci confonde, condizionandoci (scusate il giro di parole).
Giudichiamo chi è diverso a priori.

Maria ha saputo proteggere la sua bimba con intelligenza, lasciandole la possibilità di crescere e di esprimersi per quello che valeva veramente.
Certo, il vuoto per la perdita materna non era colmabile, ma è stato contenuto.

Davvero affatto banale questa lettura, la Gamberale scrittrice si conferma giovane talento.
Vi consigliamo questa lettura, dotata di utile mappa del condominio, onde evitare confusione di nomi e cognomi.

Buona lettura...

Spicchi di un'arancia - Alain Elkann

Il libro, pubblicato dalla casa editrice Bompiani, raccoglie diciassette racconti, che Elkann ha composto e scritto nel corso del tempo. Massimo Onofri, con l’eleganza e la perspicacia del critico di talento, ha osservato che la cifra stilistica, che accomuna e consente di cogliere la ispirazione poetica che attraversa questi testi letterari, è la descrizione di un mondo oramai scomparso.

Infatti nel primo racconto, bello e commovente, Elkann descrive la sua vita di bambino accanto ai suoi amatissimi nonni, entrambi inseriti nel mondo cosmopolita dell’ebraismo internazionale. In un altro racconto vi è una evidente allusione agli effetti devastati prodotti dalla Shoah sulla cultura ebraica internazionale, la quale in seguito alle persecuzioni dei nazisti prima della Seconda guerra mondiale, venne sconvolta e annientata, sicché dopo la fine del conflitto mondiale e la sconfitta del totalitarismo nazista nulla sarebbe stato come prima.

Per Onofri in molti di questi racconti si trovano elementi autobiografici, dovuti alla cultura internazionale di Elkann, che ha vissuto a lungo nei principali paesi europei. Accanto alla rappresentazione di un mondo scomparso per sempre, quello dell’alta borghesia di origine ebraica, vi è, secondo Onofri, in altri testi, una descrizione molto efficace e stimolante della fatuità contemporanea e della insensatezza del mondo moderno.

L’orizzonte letterario in cui si muove Elkann, almeno in questi testi letterari, è quello dei grandi racconti di Alberto Moravia, che, insieme a Indro Montanelli, è stato un maestro per questo scrittore. In un racconto molto bello vi è un uomo che, mentre conversa con i suoi familiari in un caffè, riconosce una donna che ha amato in passato.

L’uomo, caduto in preda ad una travolgente passione, insegue la donna per il mondo intero, fino a riconquistarla. In molti di questi testi, soprattutto in quello dove un cane abbandona la sua padrona per andare a morire da solo, si avverte una somiglianza con i racconti di Goffredo Parise, raccolti nel celebre libro intitolato Sillabari. Per Onofri, grazie alla sua cultura cosmopolita ed al suo talento letterario, Elkann in questi racconti riesce a compiere un'operazione notevole che consiste nella riappropriazione araldica della realtà, poiché ogni testo letterario non può non misurarsi con il reale e la sua sfuggente complessità.

Antonio Debenedetti, ha ricordato, prima di esprimere un giudizio critico sul valore letterario dei testi di Elkann, quanto sia importante delineare una distinzione tra il romanzo ed il racconto.

A questo proposito, citando e menzionando un saggio di Thomas Mann contenuto nella raccolta Nobiltà dello spirito e dedicato ad Anton Cechov, Debenedetti ha osservato che sovente nella brevità e concisione dei racconti si racchiudono significati simbolici di grande valore intellettuale, grazie ai quali è possibile capire il nostro tempo. I libri di storia, per quanto possano essere scritti bene, non sempre riescono a dare una rappresentazione completa del passato e del tempo oramai perduto.

La letteratura, ha osservato lo scrittore Debenedetti, ha la capacità di evocare un'epoca, nei libri poeticamente riusciti, restituendo sulla pagina lo spirito del tempo e la cultura del passato.

Per Debenedetti in questi racconti di Elkann non vi è la descrizione della fatuità del presente, ma, diversamente, l'evocazione della grande borghesia ebraica del primo novecento di cultura cosmopolita e mitteleuropea, che tuttavia si muoveva in un mondo angusto e raffinato, scomparso per sempre.

Per la loro forma letteraria i racconti di Elkann possono essere considerati gotici, secondo Debenedetti, poiché li attraversa il sentimento della dolente nostalgia per la perdita di un mondo elevato socialmente, che l’autore da bambino ha conosciuto e frequentato. Grazie a questo libro, il lettore può comprendere quale fosse, nel secolo scorso, il rapporto tra la grande borghesia ebraica e la cultura mitteleuropea. In uno dei racconti, si parla dei cani di Hitler, che erano stati addestrati per aggredire gli ebrei rinchiusi nei lager.

E' oriente - Paolo Rumiz

C’è un pezzo d’Europa che si sta staccando, che stiamo lasciando dietro di noi, che abbiamo dimenticato dietro la cortina di ferro. Quando la cortina di ferro è caduta, quando anche il muro di Berlino è stato abbattuto dai venti di una nuova speranza, abbiamo continuato a ignorarla, a non considerarla.

Non per supponenza o razzismo, ma più semplicemente per ignoranza, per non conoscenza del nostro passato. Quando è scoppiata la guerra in Bosnia, l’abbiamo sentita lontana, una guerra non nostra; chi si scannava erano etnie primitive, slavi, mezzi nomadi, mezzi zingari, gente che era stata capace nei secoli solo di far la guerra, di ammazzarsi, in proprio o al soldo degli eserciti di tutto il continente. Uomini sanguinari, vendicativi. No, quei luoghi dai nomi impronunciabili, non erano Europa; quelle persone che morivano, quelle donne che si disperavano dentro lo schermo, quegli orrori a poche centinaia di chilometri da noi – più vicini di Berlino – non li abbiamo mai considerati gente di casa nostra.

In pieno XX secolo non avremmo mai accettato un assedio lungo tre anni a Parigi. L’abbiamo accettato senza battere ciglio a Sarajevo. È dalla consapevolezza di questa perdita, da questa ferita non ancora rimarginata, che si muove Paolo Rumiz. In Europa l’Oriente non c’è più, l’hanno bombardato a Sarajevo, espulso dal nostro immaginario, poi l’hanno rimpiazzato con un freddo monosillabo astronomico; “Est”.

Ma l’Oriente era un portale che schiudeva mondi nuovi, l’Est è un reticolato che esclude. Oggi di certi luoghi nemmeno conosciamo la geografia; Ucraina, Romania, Bulgaria, stentiamo a collocarle, immaginiamoci le città. È come se una nebbia fitta fosse calata su una parte del nostro mondo, sulla nostra specularità. Una parte forse necessaria al nostro equilibrio. Fino a cento anni fa Vienna e Istanbul erano più vicine e avevano più rapporti – a volte anche di guerra – di quanti ne abbiamo noi con la Svizzera. Imperi che il Danubio, nel suo lento fluire tra monti e pianure, univa e divideva. l’Islam e il mondo cristiano si conoscevano, mentre noi fatichiamo a considerare cristiani gli appartenenti alla chiesa ortodossa. Probabilmente l’Europa perde un pezzo di se stessa. Oggi noi occidentali sappiamo di Istanbul, Odessa o Sofia infinitamente meno di cent’anni fa, quando nessuno parlava pomposamente di Europa e di allargamenti a Levante.

Paolo Rumiz è viaggiatore che ama sentire gli odori, vedere, toccare, parlare con le persone. È come un medico che ausculta il reale. E fa di questo suo viaggiare una condizione delle scrivere, una necessità a cui non riesce a sottrarsi. Ci chiediamo se la forza del racconto non nasca nell’uomo da millenni di cammino, se il narrare (assieme al cantare) non nasca dall’andare. E se il nostro mondo abbia disimparato a raccontare semplicemente perché non viaggia più. Ecco, l’essenza del libro è tutta qui; e iniziare a leggere è un po’ mettersi in viaggio, è un po’ provare a comprendere, perché, come racconta a Rumiz un parroco in friulano stretto, "Qui si toccano due mondi: l’Occidente, dove la verità è adeguamento della cosa all’intelletto; e l’Oriente, dove la verità è ciò che sembra che la cosa sia".

Imperium - Robert Harris

“Imperium” è il romanzo di Robert Harris dedicato all’immortale e mistificata immagine di uno dei più controversi uomini politici della Roma del I sec a.C. : Marco Tullio Cicerone.

Attraverso le parole del fedele servo Tirone, Harris descrive tutti i “dietro le quinte” di una caotica vita forense, sfondo dell’ascesa al potere dell’illustre Cicerone che, seppur “homo novus” e provinciale, riesce a raggiungere il suo scopo, il consolato, muovendosi in uno scenario di corruzione, dove l’antica nobiltà detiene ormai solo titoli ammuffiti e la nuova borghesia fonda il proprio potere su denaro sporco.

Deriso in quanto “secondo avvocato di Roma”, alla stregua di Ortensio Ortalo, riesce a spodestarlo smascherando il suo protetto Verre, avido e prepotente governatore della Sicilia, che aveva spolpato i possidenti provinciali sino all’osso, protetto e incoraggiato dai colleghi, che legalizzavano ogni suo capriccio in cambio di sontuosi doni.

La carriera di Cicerone subisce una svolta e il suo nome entra a far parte dei giochi di potere: rifiutando l’amicizia di Marco Crasso per ben due volte e schierandosi con Gneo Pompeo, in auge grazie alla vittoria in Spagna, sancisce la sua posizione. Il primo, ricco e calcolatore, pupillo del Senato e amico intimo di un’altra importante figura emergente, Caio Giulio Cesare, è infatti acerrimo nemico del grande condottiero, presuntuoso e assolutamente inadatto alla politica, a meno che questa non sia collegata a un campo di battaglia.

Seppur la stima di Cicerone per questi tre individui rasenti lo zero, egli sfrutta le antipatie, i colpi di scena e i voltafaccia per concludere il cursus honorum, che lo porterà a rivestire il ruolo di console affiancato dall’inetto Hybrida, e che nel contempo susciterà l’odio di Catilina, furioso e senza scrupoli, pronto a vendicarsi con qualsiasi mezzo a sua disposizione.

L’immagine che si ricava dal romanzo è quella di una Roma corrotta, monopolio di chiunque abbia abbastanza denaro per potersela permettere, madre di un popolo debole disposto a credere a qualsiasi promessa, o a vendere la propria fiducia a uomini che spesso non sono politici, ma millantatori con qualche spicciolo in tasca.

La più grande e potente città del mondo allora conosciuto si reggeva dunque su basi fragili, demolite dal potere, impegnato solo a proteggere se stesso, tarpando le ali a nuove leve e insabbiando atti atroci, corrompendo limpide menti costrette a luridi compromessi.

E a coloro che pensano che non ci sia attualità in un romanzo incentrato su fatti risalenti a più di duemila anni fa, ricordiamo: gli Stati sorgono e tramontano, il potere non cambia mai.

Robert Dennis Harris (Nottingham, 7 marzo 1957) è uno scrittore e giornalista televisivo inglese.
Laureato presso il Selwyn College della Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell'Observer e del Sunday Times.

È diventato famoso in tutto il mondo nel 1992 con il romanzo ucronico Fatherland, che lo ha inserito nel ristretto gruppo di autori che hanno ridefinito e ampliato i confini del thriller e da cui è stato tratto l'omonimo film nel 1994.

Il successo è stato confermato da Enigma (1996), da cui è stato tratto l'omonimo film nel 2001, Archangel (1998), da cui è stato tratto l'omonimo film nel 2005, Pompei (2003), Imperium (2006), e Il ghostwriter (2007), da cui è stato tratto un film intitolato L'uomo nell'ombra, diretto da Roman Polanski, uscito in Italia il 9 aprile 2010.

Prima di dedicarsi interamente alla narrativa ha scritto numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Fuhrer, I diari di Hitler (2002). Tutte le sue opere sono edite in Italia da Mondadori.

Il tempo invecchia in fretta - Antonio Tabucchi

"Il tempo invecchia in fretta" di Antonio Tabucchi è composto da nove racconti con un punto che li accomuna e fa da collante: il tempo. Quello che i personaggi sono costretti a vivere o si apprestano a vivere, quello dei ricordi, quello che si fa sentire nell’anima.

Ma il tempo sembra inafferrabile, ingestibile, spesso sfugge, a volte si ferma, poi riparte e travolge, quasi sempre ci chiede il reso conto. Il tempo confonde e inganna, ci rende suoi schiavi. Ed è così anche per i protagonisti dell’ultimo libro di Antonio Tabucchi.

Le storie che vengono raccontate ne "Il tempo invecchia in fretta" non hanno una collocazione ben precisa nel tempo, perché hanno una ripercussione senza freni sulla vita dei protagonisti e sulla Storia.

Abbiamo un uomo dall’aria tranquilla che poi scopriamo essere la spia che pedinava Bertold Brecht. Un ex ufficiale che ha subito le radiazioni dell’uranio impoverito prestando servizio in Kosovo e che decide di spiegare a una bambina l’arte di poter scoprire il proprio futuro guardando le nuvole.

E poi un altro uomo che per affrontare la sua solitudine si racconta delle storie, ma dopo un po’ diventa il protagonista di ciò che ha inventato.

Insomma ne “Il tempo invecchia in fretta” tanti racconti che si affacciano nella nostra vita lasciando un piccolo segno al loro passaggio.

Come dicevamo, il tema di fondo che tesse la trama di queste nove storie è quello del tempo, ma ad esso, strettamente legati, anche quello della memoria e dell’identità. Vale a dire questioni che toccano ciascuno di noi in modo profondo.
Priverei il lettore del piacere della scoperta riassumendone i contenuti; mi soffermerò, tuttavia, su due racconti, a mio avviso particolarmente suggestivi, in quanto, emblematicamente, racchiudono in sé le zone d’ombra della dimensione umana costantemente percorsa dall’illusione, dal dolore e dalla nostalgia.

Il titolo del primo racconto è "Il cerchio". Una donna di circa quarant’anni partecipa a una festa della famiglia del marito, riunita per una commemorazione, in una bella casa sulle rive di un lago in Svizzera. L’occasione favorisce le rievocazioni, il ricordo delle generazioni che si sono succedute ma la donna, seppure affettivamente legata a quella grande famiglia, sente nascere dentro di sé un profondo senso di estraneità. Per "opposizione" alla situazione che sta vivendo – davanti a un lago "traboccante d’acqua", in mezzo a una famiglia dalle solide tradizioni – le riaffiorano alla mente dei nomi, delle immagini, apparentemente incongrue, appartenenti al passato. Sono ricordi, o forse solo "falsi ricordi" legati alle sue fantasie di bambina, quando ascoltava i racconti della madre che le parlava "con il suo accento antico" di un luogo nel cuore del deserto dove, da sempre, erano vissuti i suoi progenitori. Una geografia e lei sconosciuta, molto diversa dalla casa parigina nella quale aveva trascorso la propria infanzia. Si chiede, per la prima volta, come mai, dopo tanti anni, dal suo matrimonio non fossero nati dei figli. L’attraversa un pensiero nuovo e si domanda se quel luogo delle origini non avesse lasciato delle tracce nella memoria del suo corpo. «Le sembrò di capire che tutto dipende dall’acqua e non poté fare a meno di chiedersi se al suo corpo mancasse l’acqua, se anche lei non potesse sottrarsi al destino delle sue genti che per secoli avevano lottato contro il deserto resistendo alla sabbia […]».

Il racconto si chiude con un’immagine, sospesa tra il sogno e la realtà, di una mandria di cavalli (un richiamo ai cavalli berberi) che avvolgono la donna in un cerchio, rappresentazione della circolarità della vita, e che la riportano «in un luogo di cui non conservava memoria ma che sentì con nitidezza assoluta».

Il secondo racconto si intitola "Le nuvole". Si svolge in una località di villeggiatura ex territorio di guerra. Un ufficiale italiano in convalescenza da una missione di pace nel Kosovo, durante la quale ha subito gli effetti dell’uranio impoverito, inizia a dialogare con una bambina di undici anni simpatica e intelligente. Incuriosita da quell’uomo schivo e visibilmente sofferente, la bambina lo incalza di domande e, con puntigliosa determinazione, recita le lezioni che ha imparato dagli adulti su ciò che è bene e ciò che è male, sui valori, sul rispetto delle differenze, sulle guerre giuste e ingiuste. Ma con il procedere della conversazione, che si fa via via più personale, incominciano a apparire delle incrinature: la bambina confida all’ex soldato che, sì, nonostante il nome, è "italianissima", ma è figlia adottiva di una coppia che si sta separando per dissensi esistenziali e lei stessa va a parlare da uno psicologo perché ha delle crisi di età evolutiva e poi, che no, quel mondo degli adulti lei non lo capisce perché troppo pieno di contraddizioni.
L’uomo riconosce quello smarrimento (che in fondo è anche il suo), in cui intravede l’ombra di delusioni passate e presenti accompagnate da una dolorosa incertezza per il futuro. Propone, allora, alla ragazzina di insegnarle la nefelomanzia. E’ un’arte antica, la rassicura, che consiste nel leggere il futuro nelle nuvole. Le insegna, potremmo dire, a dare una forma all’ignoto, e attraverso la capacità immaginativa, a trasformare le paure in un’attesa fiduciosa.

Tabucchi, nel tratteggiare le vicende e i destini dei suoi personaggi con grande sensibilità, riesce a catturare l’immagine di un tempo anacronistico, discontinuo sebbene lineare, che si muove costantemente tra la presenza e l’assenza, tra la memoria e la coscienza, e in cui l’attuale è inestricabilmente legato al passato mentre già anticipa il futuro.

E inevitabile che la questione della temporalità, abilmente trasposta dall’autore in forma narrativa, colpisca l’attenzione dello psicoanalista: non solo in quanto elemento costitutivo della soggettività umana, ma in quanto elemento fondamentale dell’esperienza analitica.
Questo tempo che invecchia in fretta "che fugge e si ferma, gira su se stesso, si nasconde, riappare a chiederci i conti" è, per così dire, il rovescio "del tempo che non passa", di cui scrive J. B. Pontalis in un suo libro (Questo tempo che non passa, 2004) e che costituisce l’insegnamento principale della psicoanalisi – forse l’unico – nonché la prova dell’inconscio, cioè dell’estraneo che abita in ciascuno di noi.

Un tempo che si svolge altrove, su un’altra scena o meglio, per usare le parole di Pontalis, «Dei tempi che si giustappongono, si mescolano, si incastrano, si intrecciano, contemporaneamente incollati e separati. Questo tempo che non passa non è la negazione del tempo che passa. Ne è la realizzazione».

La condanna - Anne Holt

Einaudi pubblica "La condanna" di Anne Holt, un romanzo che, oltre a confermare la statura dell’autrice norvegese, è un importante punto di snodo nella sua bibliografia in quanto utilizza un personaggio che è presente anche in un’altra sua serie.

"La condanna" è uscito in lingua originale nel 2016 con il titolo "I støv og aske", è stato quindi pubblicato in lingua inglese come "In dust and ashes" e ora sbarca nelle nostre librerie nella collana Stile Libero Big della casa editrice fondata a Torino.

"La condanna" è il decimo romanzo all’interno della serie che Anne Holt ha dedicato ad Hanne Wilhelmsen, ma in questo volume prende sempre più importanza la figura del detective Henrik Holme, che abbiamo già incontrato recentemente ne "Il presagio", appartenente al ciclo di Johanne Vik e Yngvar Stubø.

In quel caso, nel 2011, Holme era un giovane poliziotto neodiplomato, ne "La condanna" lo ritroviamo, cinque anni dopo, più esperto e in grado di collegare indizi e convincere la stessa Hanne Wilhelmsen, che gli ha insegnato il mestiere, a ripensare a un caso che si riteneva risolto.

Un veloce sguardo alla trama:

Nel 2001 Dina, una bambina di appena tre anni, muore in un tragico incidente d’auto. Non passa molto tempo e anche sua madre muore in circostanze poco chiare e Jonas, il padre di Dina, diventa il sospettato principale e poco dopo finisce in carcere con una condanna per omicidio.

Facciamo un balzo avanti di ben quindici anni e, nel 2016, troviamo Henrik Holme alle prese con il fascicolo Jonas e al primo impatto il detective avverte subito che c’è qualcosa che non quadra in tutta la faccenda. Dopo un esame approfondito del fascicolo d’indagine Holme è sicuro che siano stati compiuti errori, più o meno volontari, e riesce a convincere Hanne Wilhelmsen a tornare a indagare in quanto Jonas potrebbe essere vittima di un errore giudiziario.

I due scopriranno ben presto che le cose sono ben più complicate di quanto poteva sembrare a un primo esame e che quel che è accaduto a Jonas sembra essere collegato ad altri due eventi del recente passato: il suicidio di un blogger molto eccentrico e il sequestro del nipote di un milionario.

Jonas è stato davvero vittima di un "semplice" errore giudiziario o c’è qualcosa di più losco in ballo?

La regina contemporanea del thriller nordico ritorna sul suo archetipo privilegiato, la famiglia, con una storia di disfacimento plurimo. Tre esistenze lacerate, usate e manipolate da una forza che non intende risolvere il dilemma sulla sua natura: tragico caso o piano criminale? Con il pathos di sempre e il suo linguaggio incalzante, l’autrice dà forma e vita a una storia gelida dentro cui gli abituali spigoli caratteriali della sua eroina, sempre intransigente verso se stessa ed esigente verso gli altri, si combinano perfettamente. Gioca con le nostre paure, le nostre fobie più comuni senza farne romanzo psicologico (né tantomeno sociale), la preghiera incessante che quello che si sta leggendo resti pagina di libro.

Non è così ovviamente. Non ci apparteniamo, anzi le nostre vite sono molto appetite da interessi che non comprenderemmo neanche se ce li spiegassero dieci volte. Ecco perché le pagine di Anne Holt, più che parlarci, ci prendono a schiaffi.

Aspettando domani - Guillaume Musso

Il solito Musso scodella il solito romanzo con i soliti personaggi.

Il solito Musso combina romance e fantasy in tinta gialla con il suo stile ormai inconfondibile. Il romanzo ha una struttura originale dal punto di vista grafico: ogni capitolo è introdotto da una citazione ("Da quando l’uomo si è drizzato sugli arti posteriori tutto è posa", Stanislaw Jerzy Lec), non manca qualche frase suggestiva ("Amare qualcuno per la sua apparenza è come amare un libro per la sua rilegatura") che sembra – essa stessa – una citazione, molte pagine sono serrati scambi di email.

I temi sono quelli cari all’autore, rinvenibili anche nelle opere precedenti. Basta scorrere i titoli dei capitoli: "casualità degli incontri"; "apparenze"; "linee parallele"; "oltre il confine"…

La storia si esaurisce in meno di una settimana, quella prima del Natale ("Si rese conto che mancava meno di una settimana a Natale e a quel pensiero si sentì assalire da un misto di dolore e di panico") e potremmo così condensarla:

I giorno: l’entusiasmo del conoscersi
II giorno: preparativi per incontrarsi e indecisione della vigilia. Per poi mancare l’appuntamento!
III giorno: essere assaliti dai dubbi (Sarà uno "squilibrato e farabutto"?), sbollire la delusione
IV giorno: idea dell’anastasis (resurrezione). Realizzare il paradosso che ha impedito l’incontro ("Lei viveva nel 2010. Lui viveva nel 2011. E, per un motivo che le sfuggiva, il computer portatile pareva essere il loro unico mezzo di comunicazione") e maturare un’idea creativa: "Doveva fare di tutto per convincere Emma a impedire l’incidente di Kate"
V giorno: penetrare il futuro dal passato. Per re-inventarlo
VI giorno: Finalmente incontrarsi?

I personaggi sono bellissimi, intelligentissimi, infelicissimi ma mai disposti a rinunciare alla felicità. E combattono strenuamente per agguantarla
LUI è Matthew Shapiro, "un docente di filosofia sexy"
LEI è Emma Lovenstein, una "bella sommelier"
LUI è vedovo inconsolabile di Kate, bellissima (rifatta) cardiologa, che è anche una spia russa. E, parlandone da viva, spudoratamente tradisce Matt
LEI (Emma) sta cercando l’amore e, nelle sue imprese, si fa aiutare da un geek: il sedicenne Romuald Leblanc, nerd in odore di hacker.

Il nostro giudizio:

Anche di fronte a un romanzo che sa di déjà vu, ancora una volta ci si diverte. Forse funziona il detto “repetita iuvant”?
E’ un po’ come quando uscivano i dischi del “secondo Battisti”: molti puristi storcevano il naso e nostalgicamente invocavano i bei tempi del binomio Mogol-Battisti. Per noi Lucio Battisti era sempre Lucio Battisti. E, seppur su un altro piano, Musso è sempre Musso e ha sempre il suo bel perché.

Guillaume Musso (Antibes, 6 giugno 1974) è un romanziere francese di origine italiana. Il suo romanzo di maggiore successo è "L'uomo che credeva di non avere più tempo" .

Una lama di luce - Andrea Camilleri

Tutto inizia con un sogno fatto dal Commissario che si ritrova in una campagna sperduta, dove poggiata nella terra vi è una bara contenente un cadevere coperto da una tela con ricamate delle iniziali. Nel sogno vi compare anche l'agente Catarella, che per chi non lo conoscesse è un personaggio grottesco creato dal Maestro Camilleri, che parla in latino e il proprietario dell'appezzamento di terra. Sarà questo sogno a turbare l'animo del commissario per l'intero arco del romanzo.

Non solo, viene messo in risalto anche la crisi personale che lo colpisce "sempre cchiù 'mmalincunutu, sempri cchiù acuta la sinsazioni d'aviri sbagliato ogni cosa della vita". Questa crisi nasce dal suo rapporto a distanza con Livia, ed anche l'aver conosciuto una gallerista Marian "beddra, auta, occhi granni, zigomi rilevati, capilli longhi e nìvuri come l'inca. A prima 'mprissioni, pariva na brasiliana. Anche Livia comunque vive un periodo turbato da un'angoscia continua ed assillante, che lei stessa non riesce a spiegare. Non riesce neanche ad alzarsi dal letto per andare a lavorare.

Le indagini di cui si occupa unitamente ai fedeli Mimì Augello e Fazio, sono una rapina a mano armata con violenza sessuale ai danni di una ragazza diciannovenne sposata, che sfocerà con un omicidio; un traffico d'armi da guerra, secretati in un casolare di campagna ad opera di ribelli tunisini opposti al regime del loro governo; ed infine un traffico d'opere d'arte trafugate.

Un romanzo articolato e molto complesso per come si dipanano le indagini, in cui Montalbano viene estromesso dalla Questura per quanto concerne quella sul traffico di armi. Ma lo stesso non demorde iniziando un'indagine parallela e sottobanco.

Il Maestro lascia sempre con il fiato in sospeso con molti colpi ad effetto. Indagini svolte minuziosamente senza lasciare nulla al caso, pesata ogni parola, ogni situazione, con descrizione di segnali corporei e stati d'animo delle persone coinvolte. E nei momenti di solitudine e lucidità che al Commissario vengono le idee su come districare la matassa, che coincidono quasi sempre dopo "una bella mangiata" con annessa passeggiata sul molo.

Il titolo del romanzo è una di quelle cose per cui si ama Camilleri e il suo stile enigmatico, originale, di come sa tessere le trame. Nulla è lasciato a caso. E quella stessa lama di luce che lega gli stati d'animo dei personaggi e che alla fine mi ha fatto commuovere lasciandomi l'amaro in bocca per la sua tragicità.

Dialoghi, descrizione dei personaggi e dei luoghi in rigoroso siciliano, a parer nostro comprensibile a tutti, ma dato che siamo di parte, ci offriamo volontari in qualità di bibliotecari per qualsiasi traduzione e/o interpretazione per coloro i quali si cimenteranno nella lettura del romanzo.

Non si muore tutte le mattine - Vinicio Capossela

Questo di Capossela è un libro anomalo. Come la scienza ha dimostrato l’esistenza dell’antimateria, si può in questa circostanza parlare di antiscrittura. Intendendo con il termine la qualità di chi si avvicina alla scrittura demolendone la struttura narrativa, i canoni, le convenzioni; l’approccio di chi ha l’incoscienza di ricorrere a prospettive differenti – oblique, laterali, sovrastrutturali -.

Ne viene fuori un libro ad accumulo, ad impilamento. Se si toccano entrambi gli elettrodi si scarica all’istante, e si rimane come percorsi da una corrente di immagini e di metafore tumultuosa. Un blitz energetico, un lampo che incenerisce. Capossela è narratore/viaggiatore di alto profilo. A cominciare dalla lingua: una lingua di caglio e di coliche, putrida scolatura di pasta. Vomitata e vomitante, sporcata di neologismi, di onomatopee, di parole italianizzate da dialetti simileuropei. Una lingua da motel, una lingua da viaggiatori. Si legge pagina dopo pagina in febbricitante sovrapposizione ed è come essere attraversati da una radiazione invisibile. Sembra non sia rimasto segno, invece nel tempo affiorano scottature ovunque.

Non c’è un racconto unico, ma un intreccio di esistenze transumanti, che si richiamano e si rimandano segnali di sopravvivenza. Migrazioni che deviano dal percorso, svicolano in strade laterali, si impantanano in recessi temporali. Poeti strampalati, musicisti di pianura, tangenziali corrose dal traffico, spianate ipermercate, antennisti filosofi, costruttori di soldatini di piombo, sollevatori di peso. È una valanga. Forse un’ecatombe. Si sopravvive morendo; accettando la bruttezza e la bellezza, accettando ciò che si è, anelando improbabili ribellioni donchisciottesche. Più che detti, gli accadimenti sono suggeriti, più che ottenuti, subiti. E in quell’anelito si compiono, si compenetrano.

Come recensire un libro surreale? Un libro dove la razionalità è solo una forma dismessa di conoscenza, un abito troppo stretto o troppo largo? Mi è piaciuto? Forse. Però l’ho letto. Tutto. Fino all’ultima goccia, fino all’ultimo morso.

Vinicio Capossela è uno dei nostri più raffinati e poetici cantautori. Istrionico e sentimentale quanto basta, i suoi interessi artistici spaziano in ambiti differenti. Il suo ultimo lavoro, presentato al Festival di Internazionale a Ferrara e di Locarno, è il film Indebito che narra della crisi economica in Grecia, paese culla di tutta la cultura occidentale, la terra per cui oggi siamo quello che siamo.

"Non si muore tutte le mattine" è il suo primo libro pubblicato nel 2004 e vincitore come opera prima del Premio letterario Frignano. Nato ad Hannover da genitori di origine irpina, al rientro in Italia fu notato da Francesco Guccini e dal Club Tenco in poi è stato un crescendo di successi nazionali ed internazionali. "Non si muore tutte le mattine" ha uno stile narrativo così particolare da non permetterne la classificazione in un romanzo vero e proprio, come spiega l’autore stesso fin dalle prime pagine, nel capitolo Ouverture - Elogio della quantità:

"Vorrei che queste pagine si potessero prendere a etto, sfuse, a capitoli, a ognuno la parte che gli serve, come dal macellaio".

Consigliato a sognatori anarchici (ne esistono ancora?), da centellinare ben freddo, nella paralizzante solitudine di un tempio inca.

Proibito parlare - Anna Politkovskaja

Nell’ottobre 2006, la giornalista russa Anna Politkovskaja ha pagato con la vita la sua lotta volta a smascherare le bugie del regime. Quella della reporter di origini newyorkese è una testimonianza che ha spinto il Premio Terzani a raccogliere in un libro intitolato “Vietato Parlare” tutti gli scritti della coraggiosa paladina dei diritti umani. Non solo le efferate morti dei profughi ceceni, ma anche le stragi del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan riempiono le decine di pagine raccolte dall’organizzatore del premio.

La prefazione al testo, scritta da Adriano Sofri, racconta di una donna che non si è mai arresa alla menzogna, nonostante numerosi tentativi di avvelenamento e attentati alla vita. Figlia di diplomatici ucraini, Anna iniziò ben presto a “dare fastidio” attraverso le pagine della rivista “Novaja Gazeta”, divenendo una delle croniste più audaci e intraprendenti. Minacciata più volte da gruppi armati ceceni e russi, la Politkovskaja non rinunciò a documentare ciò che di scomodo scorgeva, tanto da scrivere un testo nel 2005 intitolato “La Russia di Putin”. I suoi duri reportage sulle guerre in Daghestan e Inguscezia le portarono il Global Award di Amnesty International nel 2001, prestigioso riconoscimento per la sua attività di giornalismo d’inchiesta.

"Io vivo la vita e scrivo di ciò che vedo", questo rispondeva ogni volta Anna, quando le chiedevano durante le interviste se avesse paura. Non si sono fermati i suoi aguzzini una mattina di ottobre di 4 anni e mezzo fa, quando hanno sparato ad una donna inerme che si apprestava a deporre le borse della spesa nella propria abitazione. La voce degli emarginati è stata “zittita” in un attimo, nel silenzio di un timido autunno russo.

La Cecenia è protagonista della stragrande maggioranza degli articoli qui raccolti. La strage di Novye Aldy (2000), nei pressi di Groznyi, apre la sequela di orrori: in poche ore, i soldati federali appartenenti al ministero della Difesa e a quello degli Affari Interni hanno barbaramente ucciso cinquantacinque persone. La pagina più tragica, scrive la Politkovskaja, della seconda guerra cecena. Una guerra “cristallizzata” che procede tra rapimenti e rappresaglie, uomini picchiati selvaggiamente e corpi spariti nel nulla. I federali di solito non consegnano i corpi, i kadyrovcy invece, conoscendo le rigide regole cecene secondo le quali la colpa degli assassini si moltiplica se non si riconsegna almeno il corpo, cercano di lasciare i cadaveri “in luoghi visibili”.

I nomi dei responsabili sono lì, scritti nero su bianco sulle pagine della “Novaja Gazeta”. Nomi, cognomi, indirizzi, responsabilità, accuse. Li leggo, li hanno letti. E’ per questo che Anna Politkovskaja è stata uccisa, il 7 ottobre 2006, nell’androne del palazzo in cui viveva. Ha denunciato in maniera inappuntabile i massacri, gli scempi, le vergogne e le colpe di chi, invece, avrebbe potuto e dovuto garantire la legalità, la sicurezza e la giustizia.

Tra le pagine più forti ci sono quelle dedicate a due degli episodi di terrorismo più inquietanti del nostro secolo: le stragi del teatro Dubrovka (23-26 ottobre 2002) e della scuola di Beslan (1-3 settembre 2004).

Alla radice di entrambe le stragi l’odio: io temo l’odio. Si accumula sempre di più ed è fuori controllo. Il mondo, per lo meno, ha escogitato su quali leve giocare per avere la meglio sui capi dell’Irak e della Corea del Nord, ma nessuno potrà mai scoprire i percorsi delle vendetta personale. Davanti a questo il mondo è del tutto indifeso. Nel teatro Dubrovka sono morte circa 200 persone (il numero esatto è ancora in dubbio). La stessa Politkovskaja ha partecipato ai colloqui con i sequestratori ceceni per favorire il rilascio di alcuni ostaggi. Ed è lei a raccontare il dopo. Non parla direttamente di ciò che è avvenuto al Nord-Ost, ma lo lascia raccontare da chi è sopravvissuto ai misteriosi gas utilizzati dalle forze speciali russe prima di procedere con il blitz. Quel gas maledetto che ha asfissiato gran parte degli ostaggi. Famiglie annientate, madri devastate, bambini soffocati. A distanza di anni non c’è chiarezza, non c’è verità. Le versioni si moltiplicano e le incongruenze tra le testimonianze di chi era in quel teatro e le versioni ufficiali di Putin e del Governo sono incredibili. Le indagini non hanno ancora portato a nulla. E chi è sopravvissuto non ha ottenuto nessuna spiegazione, nessuna giustizia.

La scuola n. 1 di Beslan, cittadina dell’Ossezia del Nord, inizia regolarmente ogni 1 settembre. Anche in quel tragico 2004. Genitori e bambini sono pronti per dare avvio alla cerimonia di apertura dell’anno scolastico. Circa 1200 persone, però, vengono prese in ostaggio da un gruppo di 32 (forse) terroristi: separatisti ceceni e fondamentalisti islamici. E l’orrore di un paio di anni prima, quello del teatro Dubrovka, si ripete. Stavolta però la maggioranza degli ostaggi sono bambini. Tantissimi bambini. Ammassati in una palestra per tre giorni, sotto la minaccia delle armi e di cariche esplosive disseminate ovunque. Anna Politkovskaja lascia raccontare i presenti, i sopravvissuti, i genitori che hanno perso i loro figli. C’è chi non ha riavuto indietro nulla. Nemmeno un cadavere. L’irruzione delle forze armate russe si è conclusa con l’uccisione dei sequestratori e di 186 bambini. Un numero altissimo, un numero impossibile da sopportare. Un’ecatombe. E la vita di chi è sopravvissuto non è stata tutelata in alcun modo. La Politkovskaja è spietata e chiara: nessun sostegno psicologico, nessun aiuto, niente. Lo Stato è inesistente. C’è chi ha preferito il suicidio, c’è chi non è più uscito da casa, chi non riesce a rimanere in luoghi affollati senza impazzire, chi sogna ogni notte i detonatori e i volti coperti dei sequestratori.
I russi odiano i ceceni. Apertamente, spudoratamente. Le due stragi hanno segnato la storia russa e non solo. Infatti nell’ultima parte di “Proibito parlare” la giornalista si sofferma sulla “Russia oggi”, sui suoi contrasti, sulle sue anomalie, sulle sue menzogne.

Leggere questo libro procura indignazione e anche sofferenza. Un mondo che sembra distante da noi ma che, in realtà, non lo è poi così tanto. Le parole della Politkovskaja hanno scosso e scuotono tuttora e cozzano violentemente contro la reticenza di uno Stato che continua a somigliare fin troppo ad un regime totalitario.

La meraviglia degli anni imperfetti - Clara Sanchez

Fran è cresciuto nella solitudine degli anni imperfetti, con un padre perennemente assente e una madre alla costante ricerca di frivolezze, apparenze e affetti con cui riempire la sua esistenza di donna di casa, circostanza che si è tramutata in totale disinteresse per quel figlio così introspettivo, romantico, fuori dal comune, abbandonato a sé stesso. E se da un lato il ragazzo cresceva osservando e scrutando la figura materna nel susseguirsi della prima di molte dipendenze, quella sportiva con il fedele Mr. Gambe, dall’altro coltivava un unico rapporto di amicizia, quello con Edoardo, discendente della famiglia di veterinari della zona. Mentre lui viveva insieme a tanti altri nel complesso residenziale, l’amico e sua sorella Tania, di cui si crede innamorato, risiedevano in una villa isolata dal resto del mondo. Così come diverse sono state le abitazioni, altrettanto vari sono stati i percorsi di studio, in una scuola privata per quest’ultimo, in una pubblica il protagonista, con un lavoro ordinario – in una videoteca – Fran ed alle dipendenze di un misterioso Boss Edu.

La linea di demarcazione del romanzo è data dalla decisione di sposarsi della giovane; da quel momento ciascuno intraprende la propria strada, Fran è allo sbaraglio, vede la sua esistenza scorrere senza un vero obiettivo. Il padre chiede il divorzio alla madre che torna a lavorare dal dentista presso cui prestava la sua opera prima di coniugarsi nella consapevolezza di non potersi più dedicare interamente a sé stessa. I contatti con l’amico di un tempo sembrano ormai definitivamente recisi, eppure, in un pomeriggio come tanti, Edu fa la sua comparsa affidando all’altro una misteriosa chiave. Da qui la sua scomparsa. Fran scopre rapidamente quel che questa è in grado di aprire, mentre più tempo gli è necessario per comprendere le ragioni di quel gesto, di quella visita. Cosa ha voluto veramente dirgli Edu? Cosa gli ha lasciato in realtà?
Il testo è interamente permeato di una profonda malinconia, pagina dopo pagina assistiamo alle vicende dell’anti-eroe incapace di far alcunché per migliorare la sua posizione (anche solo per desiderare di incrementarla), per crearsi degli obiettivi, per amare. Idealmente lo scritto può essere suddiviso in due parti, quella infantile-adolescenziale e quella dell’età matura di quell’ormai uomo disilluso e disincantato dalla vita, dalle circostanze, dalle emozioni.

Lo stesso si snoda altresì sul piano filosofico lasciando al lettore l’onere di scegliere il suo un messaggio di destinazione. E’ chi legge che deve interpretare ed interrogarsi sul senso del volume, la morale altrimenti è sfuggente, oscura, semplicemente da ricercare tra le righe. Stilisticamente la scrittura è forbita e la lettura risulta piacevole seppur caratterizzata da un inizio lento ma non per questo noioso. Non presenta particolari colpi di scena, siamo nella mente di Fran, che non è un personaggio né scontato né semplice, bensì complesso, viviamo e percepiamo i fatti mediante le sue riflessioni, i suoi pensieri, i suoi dubbi, il suo lasciarsi trasportare dagli eventi, ed è da ciò che vicende prendono atto.

«La mente non si ferma. Anche se non vuole pensare, pena. Ma cosa pensa? Tutto dipende da ciò che le dai, se la rifornisci abbastanza, perché in caso contrario dovrà adattarsi a ciò che ha di volta in volta. Di volta in volta l’irresistibile sensazione che annega la coscienza con i suoi piccoli specchi che la moltiplicano. Forse da qui provengono le ossessioni patologiche, dal tentativo di saziarsi nella stessa sensazione, rigirandola, mangiandola a poco a poco o trangugiandola e in tutti i modi possibili. I pezzi dello specchio che si compone nelle forme della memoria. Abbiamo bisogno di riserve per il pensiero futuro».

«Comporta un grosso peso diventare responsabile della speranza di qualcuno, perché diventi responsabile anche della sua delusione. E io ho paura di deludere l’unica persona che è capace di credermi infallibile».