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La villa delle stoffe - Anne Jacobs

“La villa delle stoffe” (Giunti, 2018, titolo originale "Die tuchvilla", traduzione di Lucia Ferrantini) di Anne Jacobs, è una saga ricca di intrighi, amori e colpi di scena, narrata dal punto di vista dei domestici della Villa delle Stoffe.

Augusta, Germania, autunno 1913:

“Superò la Porta di Jakob e rallentò il passo. Nella zona orientale della città si apriva un nuovo mondo: non tranquillo e angusto come le stradine della Città Bassa, ma rumoroso e ostile. Tra ruscelli e prati si ergevano fabbriche circondate da mura per tenere lontani i curiosi e sorvegliare i lavoratori”.

La diciottenne Marie Hofgartner, dagli occhi neri e grazia innata aveva lavorato un anno in una sartoria industriale e in seguito sei mesi in una fabbrica di tessuti. La ragazza, orfana dall’età di due anni e cresciuta all’orfanotrofio delle Sette Martiri, si era fermata e aveva socchiuso gli occhi abbagliata dal sole. La fabbrica dei tessuti Melzer si trovava davanti a lei. Alcune finestre dell’edificio brillavano nella luce del mattino, come se dietro di esse ardesse un fuoco, ma le mura erano grigie e i capannoni quasi neri. Invece, sull’altro lato della strada, risplendeva la villa di mattoni rossastri. Meraviglioso castello da “Bella addormentata” in un parco immerso nei colori autunnali: era la famosa Villa delle Stoffe, residenza della famiglia Melzer. Marie si stava presentando per un posto di cameriera. I dipendenti di casa Melzer sapevano che lavorare alla Villa delle Stoffe era un privilegio, da guadagnare a suon di virtù: correttezza, zelo, discrezione e fedeltà. L’energica governante Eleonore aveva spiegato a Marie che doveva sottoporsi a un periodo di prova di tre mesi, con un compenso complessivo di venticinque marchi. Un inizio per la cameriera, la quale sarebbe diventata amica della coetanea Katharina, la figlia più giovane dei Melzer, e avrebbe affascinato il figlio maggiore Paul, selvaggi capelli ricci e occhi grigi, futuro erede dell’Impero di famiglia, il quale studiava Giurisprudenza a Monaco. La vita di Marie, perciò, si sarebbe sempre più intrecciata con quella della famiglia Melzer.

Anne Jacobs ha scritto già il seguito de “La villa delle stoffe”, che è uscito in Germania come libro tascabile con il titolo Die Töchter der Tuchvilla (“La figlia di Tuchvilla”).
Una prosa fluida e avvincente racconta la vita dei padroni e dei domestici apparentemente divisa dal differente ceto sociale, perché si ama e si soffre con la stessa intensità.

“Lui era il suo destino, l’amore della sua vita”.

Istruzioni per un'ondata di caldo - Maggie O'Farrell

“Che caldo. Che caldo. Sveglia Greta poco dopo l’alba, facendola balzare fuori dal letto e giù dalle scale.”

Nel luglio del 1976 una lunga e improvvisa ondata di caldo si era accanita su Londra, sul quartiere di Highbury e su Gillerton Road, dove abitavano i coniugi irlandesi di mezza età Greta e Robert Riordan, lei casalinga e lui pensionato bancario. La vampata di calore si era installata in casa come un ospite ormai non più gradito occupando corridoi, tende, divani e sedie. Da dieci giorni la temperatura aveva superato i 32°, non pioveva da settimane e l’acqua era razionata.

“Sopra i tetti delle case non fluttuano nubi lente e maestose come navi.”

Nonostante l’afa, Greta aveva iniziato la sua giornata come il solito, aveva cotto il pane al forno e aveva fatto la prima colazione con burro e marmellata, ingredienti che Robert le aveva preparato sul tavolo della cucina.

“È dai piccoli gesti come questi che capisci di essere amata.”

All’età dei Riordan questi piccoli gesti accadevano di rado almeno a sentire le amiche di Greta che si lamentavano perché si sentivano trascurate dai mariti “ignorate, invisibili, come mobili vecchi”.
La donna aveva visto suo marito uscire da casa alle sette meno un quarto come accadeva da oltre trent’anni. Durante il giorno Greta aveva pensato alle vacanze passate trascorse in Irlanda, “estati perfette”, aveva rivolto il pensiero ai suoi tre figli: Michael Francis, insegnante di storia sposato con Claire dalla quale aveva avuto due figli, Monica, che viveva nel Gloucestershire con il nuovo marito Peter e Aoife, la più piccola, la ribelle di casa, “la pecora nera” che era scappata a New York dopo un litigio con la sorella. Alla fine della giornata Greta aspettava il ritorno del marito ma i minuti trascorrevano inesorabili e Robert non tornava. Fuori sul vialetto della villetta il gatto dei vicini aveva inarcato il dorso, la strada in lontananza era deserta e in giro non c’era anima viva. Greta si era portata le mani ai fianchi chiamando il marito, una volta, due.

“Il suono del suo nome rimbalzava sul muretto di cinta del giardino.”

Le dinamiche familiari, i complessi rapporti tra genitori e figli e tra fratelli e sorelle sono i temi centrali di "Istruzioni per un’ondata di caldo" (titolo originale del volume "Instructions for a Heatwave", traduzione di Valeria Bastia), edito da Guanda, nuovo coinvolgente romanzo dell’autrice irlandese.

Vincitrice di numerosi premi letterari, già nota in Italia per il volume La mano che teneva la mia (Guanda), Maggie O’Farrell qui si dimostra maestra nel sondare tutto quello che il genere umano tiene celato nel proprio animo. È noto che un’ondata di caldo straordinaria agisca sulle persone, le mette a nudo e ne fa abbassare la guardia. Ci si comporta in modo insolito e si è tentati di fare qualcosa di avventato. È ciò che accade a Robert Riordan: una mattina esce da casa per non farne più ritorno. Solo dopo la sua scomparsa sua moglie Greta scopre che il marito ha portato via il passaporto e ha ritirato il conto in banca.

I Riordan s’interrogano sul motivo di questa fuga e il fatto inaspettato mette in luce tutto quello che non andava nella loro esistenza. Michael Francis è in piena crisi matrimoniale, l’indifferenza di Claire nei suoi confronti ha scatenato in suo marito “un panico sommerso”. Monica non riesce ad andare d’accordo con le giovani figliastre e Aoife a New York dopo aver smantellato la propria vita a Londra in pochi giorni sta cercando di farsene una nuova “a seimila chilometri di distanza verso occidente”. I figli di “Un padre che è fuggito Dio solo sa dove” da questa casa “piena di fantasmi”, non sono al corrente di un segreto che Greta si ostina a non rivelare e che potrebbe essere la causa della scomparsa del capofamiglia.

In una recente intervista l’autrice che è cresciuta tra il Galles e la Scozia dove risiede adesso, ha paragonato la famiglia a “un crogiolo, in cui personalità diverse si mescolano stringendo legami indissolubili".

Maggie O'Farrell è nata a Coleraine, in Irlanda del Nord, e cresciuta tra la Scozia e il Galles. All'età di otto anni perse un anno di scuola a causa di un'infezione. Questo evento ha ampio risalto in "La distanza fra noi" e nella sua biografia "Io sono, io sono, io sono".

Altre opere dell'autrice:

Dopo di te (After you'd gone)
My lover's lover
La distanza fra noi (The distance between us)
The vanishing act of Esme Lennox (2007)
La mano che teneva la mia (The hand that first held mine) (2010)
Il tuo posto è qui (This must be the place) (2016)
Io sono, io sono, io sono (I am, I am, I am) (2017)

Il bizzarro incidente del tempo rubato - Rachel Joyce

Apriamo la recensione di oggi regalandovi qualche cenno sulla trama di "Il bizzarro incidente del tempo rubato" (Sperling & Kupfer):

Nel 1972 Byron Hemmings ha undici anni e una vita perfetta: vive in una grande casa elegante, ha una mamma impeccabile che fa impallidire tutte le altre, frequenta una scuola privata che è l'anticamera di una carriera dorata e il suo migliore amico, James, è il ragazzino più sveglio che conosca. Tanto sveglio da leggere il Times e da scovare la notizia del secolo: quell'anno verranno aggiunti due secondi al tempo, per allineare gli orologi al movimento naturale della Terra.
Mentre James considera l'evento l'ennesima conquista del Ventesimo secolo - l'uomo è persino andato sulla Luna - per Byron quei due secondi diventano un'inquietante ossessione: come si può alterare il tempo senza provocare conseguenze irreparabili? La conferma ai suoi dubbi arriva la mattina in cui, come sempre, la mamma lo sta portando a scuola con la sua Jaguar fiammante: è in ritardo e, per fare più in fretta, rompe lo schema ordinato di ogni giorno imboccando una strada nuova. Dalla fitta nebbia sbucano case fatiscenti, alberi giganteschi e, all'improvviso, una bambina su una bicicletta rossa. Proprio mentre Byron vede le lancette del suo orologio andare indietro di due secondi. Poi tutto sembra tornare normale: la mamma non si è accorta di nulla, la scorciatoia li ha fatti arrivare puntuali e il tempo ha ricominciato a scorrere con il suo ticchettio regolare. Soltanto Byron sa che quell'attimo ha cambiato ogni cosa, che la sfera perfetta della sua esistenza si è impercettibilmente incrinata.

E' il 1972 quando James racconta al suo amico Byron di aver letto sul giornale che presto sarebbero stati aggiunti due secondi al tempo per allineare gli orologi al movimento naturale della Terra. Byron ne rimane sconvolto. In due secondi possono succedere molte cose. Lo sperimenta di persona quando per un banale ritardo sua madre decide di prendere una scorciatoia e, distratta dalla strada, investe una bambina in bicicletta, ripartendo poi come se nulla fosse. E' l'inizio della fine per la famiglia di Byron. Ma la storia non parla solo di questo, racconta anche di Jim, un uomo adulto che ha passato tutta la vita in un istituto e che dopo la sua chiusura si ritrova ad affrontare da solo le molte novità dell'indipendenza con un carico di problemi psicologici che rendono tutto ancora più duro.

Nel titolo scelto dalla casa editrice italiana si trova già l'aggettivo perfetto per descrivere questo libro: "bizzarro". Il libro segue in parallelo due storie: quella di Byron, un bambino che vive negli anni settanta, e quella di Jim, un cinquantenne afflitto da diversi problemi psicologici che l'hanno obbligato a passare tutta la vita in un istituto. Le due storie proseguono seguendo un certo nonsense. Jim deve affrontare i suoi problemi e le sue ossessioni e ci parla principalmente di questo, della sua quotidianità, della sua roulotte, della sua vita nell'istituto in cui ha vissuto fin da ragazzino. Non è uno di quei matti pericolosi, è un pericolo più per se stesso. E' ossessivo-compulsivo ed è convinto che affinchè vada sempre tutto bene lui debba eseguire tutta una serie di rituali. Tra questi ci sono l'abitudine di salutare gli oggetti nella sua abitazione, quella di sigillare con il nastro adesivo porte e finestre e quella di cercare sempre il due e l'uno in tutto ciò che fa, ripetendo ogni azione svariate volte per far apparire quei numeri magici nella sua vita. Deve fare sempre tutto in un certo modo e in un certo ordine, altrimenti teme che potrebbe accadere qualcosa di brutto. L'arrivo di Eillen sconvolge la sua routine. E' una donna piuttosto difficile e irrascibile, non un fulgido esempio di educazione e pazienza, ma in qualche modo lo affascina tanto da ritrovarsi per la prima volta in molti anni a desiderare di avere qualcuno accanto. La loro storia è molto bella e dolce, innocente come quella tra due ragazzini che non sanno bene cosa vogliono. Jim con lei si sente finalmente normale, sente che se c'è lei le cose andranno bene anche senza i rituali, ma sperimentare la complessità dei rapporti umani non sarà così facile per lui. Dall'altra parte seguiamo invece Byron alle prese con una vicenda piuttosto assurda. Sua madre Diana è una perfetta casalinga, sempre curata, una madre gentile, capace di occuparsi con grazia perfino dei lavori di casa più umili, sempre attenta a mantenere alta la reputazione della famiglia presentando al meglio sè stessa, la sua casa e i suoi figli. Ogni giorno guida la sua lussuosa Jaguar lungo le strade per portare i suoi ragazzi nelle loro prestigiose scuole, pagate dai sacrifici di un padre che lavora in città e torna solo nei fine settimana, un padre che pretende da ognuno di loro ordine e perfezione. Vivono in una bella casa, frequentano le persone giuste, hanno una vita comoda. Poi tutto cambia. E sono bastati due secondi. La sua storia è strana e bizzarra, ma punta a far capire quanto ogni secondo della nostra vita sia importante. Basta un secondo per prendere una decisione o fare una scelta, basta un secondo per cambiare le cose. E' questo che succede a Byron. Quei pochi secondi, quell'evento quasi insignificante, hanno dato il via ad una catena di eventi che hanno portato ad un epilogo tanto inaspettato quanto tragico...

Sempre d'amore si tratta - Susanna Casciani

“Sempre di amore si stratta” è il nuovo libro di Susanna Cascini che tratta una tematica molto delicata: la depressione.
Essa è affrontata attraverso il racconto della vita di Livia, una ragazzina la cui madre – Caterina – è affetta da questa malattia . La narrazione si svolge attraverso diversi punti di vista: quello della madre, del padre, della migliore amica, della nonna, eppure mai attraverso Livia, se non all’ultimo capitolo. Tale suddivisione non stanca affatto, anzi ci permette di conoscere diverse sfaccettature della vita della giovane, di scoprire non solo come essa venga vista e percepita dagli altri. Ci fornisce pareri obiettivi in merito alla sua persona, così come ci fornisce informazioni in merito alle persone che la circondano e fanno parte della sua vita.

“Vorrei insegnarle a cadere, perché farlo
è inevitabile, prima o poi, ma anche a volare
perché accogliere la felicità non è così facile
come potrebbe sembrare.”

E infatti in “Sempre di amore si tratta” è proprio la ricerca della felicità a regnare sovrana. Una felicità quasi inafferrabile, e che mai lascia Livia pienamente soddisfatta. Una felicità ch’ella ritiene non fare per sè, ed accanto tale ricerca c’è quella dell’amore.

Perché Livia ha bisogno di essere amata, di essere felice, seppur ritenga di non essere in grado di amare. Ed è ciò che la frena e che poi la induce in uno stato di apatia. La sua infanzia, l’adolescenza, e prima età adulta si svolgono in funzione di sua madre, per la quale obnubila la propria personalità. Livia ci prova a spiccare il volo, ad allontanarsi da quella cittadina – Montecatini – troppo stretta per una ventenne. Eppure una chiamata di suo padre la costringe a tornarvi e rimanervi. Benché l’amore materno sia tanto forte da tenere Livia legata a Caterina, a sostenerla, a restarle sempre accanto; è proprio esso a cambiarla, a renderla una ragazza cinica e poco fiduciosa nei confronti di questo sentimento e a renderla, in parte, insoddisfatta.

“Per scuotere un cuore che ha sofferto ci
vuole il doppio dell’amore che ha perso”.

Nonostante la protagonista del racconto sia Livia, accanto a lei sono presenti i suoi affetti più cari e sono trattati altrettanto dettagliatamente. L’autrice ci fornisce minuziose descrizioni non solo estetiche e caratteriali, ma anche biografiche. Insomma nulla è lasciato al caso, piuttosto tutto è trattato nei minimi dettagli con la dovuta attenzione.

La Casciani riesce a far immedesimare il lettore nei propri personaggi, come se al momento della lettura diventasse il lettore stesso il personaggio; e se così non fosse, in ogni caso, si sente un legame con la protagonista. C’è qualcosa di Livia che è parte anche di te. Forse il cinismo e la mancanza di fiducia nei confronti di un sentimento che spesso spaventa, la paura di non riuscire ad amare, di non riuscire ad essere felici, l’apatia. Elementi che spesso si riscontrano nel proprio essere, e che Susanna riesce a scovare e portare alla luce.
“Sempre di amore si tratta” è un libro che, non appena finito, si ha già voglia di rileggere. Un romanzo che emoziona e che riesce a toccare le diverse corde emotive del lettore.

“La nostalgia è un sentimento agrodolce che
non può fare del male. E’ il ricordo di qualcosa
che è stato, qualcosa che per un certo periodo abbiamo
dato per scontato, qualcosa che è diventato
speciale con il tempo.
[…]
Provare nostalgia è aver imparato a
dare valore alle cose”.

Scegliere di essere felici, amare sè stessi altrimenti non si sarà mai in grado di essere amati e di amare gli altri, perdonare i propri errorri ed accettare i propri sbagli; è ciò che “sempre di amore si tratta” trasmette.

Buona lettura.

Il grande inverno - Kristin Hannah

Con la frase «Nessun uomo è un’isola» si potrebbe sintetizzare uno dei temi di fondo de “Il grande inverno”, il nuovo romanzo di Kristin Hannah, tradotto da Federica Garlaschelli e in libreria per Mondadori dal 28 agosto 2018.

Trama - La comunità di una cittadina dell’Alaska si riunisce intorno ai nuovi arrivati, la famiglia Allbrigh. Ernt è stato prigioniero durante la guerra del Vietnam, episodio che l’ha inevitabilmente segnato, e decide così di trasferirsi insieme a sua moglie Cora e alla figlia tredicenne Leni in Alaska per trovare un po’ di tranquillità.

"In Alaska non ha alcuna importanza ciò che eravate prima; qui conta soltanto ciò che diventate. Siete in una terra selvaggia, ragazze. Questa non è una favola né una fiaba. Ed è tosta. Presto arriverà l’inverno e, credetemi, un inverno così non l’avete mai provato."

I protagonisti approdano così in una terra nuova per loro, che li coglierà impreparati. Grazie alla comunità riusciranno però a sopravvivere e a passare i tanto temuti inverni, anche se non dovranno affrontare solo pericoli esterni, ma madre e figlia saranno costrette a lottare contro minacce interne. Le ombre attorno a Ernt diventano sempre più fitte e neanche l’Alaska sarà in grado di curarlo.

Ne «Il grande inverno» la scrittrice traccia il percorso di crescita della giovane Leni che sarà un sostegno anche per la madre; così le due donne prenderanno insieme coscienza della loro forza. Proprio il rapporto tra le due mette in luce l’amore che lega reciprocamente una madre e una figlia, ma pagina dopo pagina emergono anche tante altre forme di questo sentimento, che muove le vite di tutti i personaggi del romanzo.

A coronamento di tutti gli ingredienti che caratterizzano «Il grande inverno» c’è l’Alaska che affascina con la sua bellezza e regala un senso di libertà, spaventando al contempo con le sue quasi infinite ore di buio in inverno e la presenza di altri abitanti temibili oltre gli esseri umani. Sembrerebbe quindi delinearsi una visione romantica del contatto con la natura, che attrae ma allo stesso tempo incute timore, risultando non completamente accessibile:

«Malgrado tutte le foto che Leni aveva visto e tutti gli articoli e i libri che aveva letto, la bellezza selvaggia e spettacolare dell’Alaska la colse di sorpresa. Era una terra in un certo senso soprannaturale, magica nella sua immensità, un paesaggio ineguagliabile costellato di svettanti cime bianche coperte di ghiacciai che correvano lungo tutto l’orizzonte, con sommità aguzze come coltelli stagliate in un limpido cielo blu fiordaliso.»

Kristin Hannah ci regala un romanzo dalle molteplici sfaccettature, che indaga sul rapporto dell’uomo con la natura, analizza i legami di una famiglia, riflette sulle dinamiche di una società ed esplora la forza delle donne: tutti elementi raccolti in un’unica storia che con un ritmo serrato e incalzante narra le avventure degli Allbright.

Una coppia pericolosa - James Patterson

Con la pubblicazione di Una coppia pericolosa i fan di James Patterson, in particolare i completisti fra loro, avranno un grande motivo di gioire perché potranno aggiungere un importante tassello alla loro collezione.

Collezione che, per l’appunto, somiglia sempre di più a un puzzle, visto che l’autore newyorchese accoppia a una stupefacente prolificità anche una grande varietà nelle sue produzione. Inoltre ha un certo disordine molto creativo, che lo porta a moltiplicare le serie di cui si occupa e ad aggiungere ai cicli anche vari romanzi a sé stanti, come per esempio Una coppia pericolosa.

Se a tutto ciò aggiungiamo anche le collaborazioni con altri autori, la saggistica, i molti libri per bambini e tutti i racconti prodotti, è ben chiaro che chi vuole collezionare l’opera omnia di James Patterson ha di fronte una impresa non da poco.

Il creatore della serie di Alex Cross sta avvicinandosi a passi da gigante all’inverosimile traguardo dei quattrocento milioni di copie vendute. Un buon aiuto verrà dato senza dubbio, nel corso di quest’anno, dalle vendite de Il presidente è scomparso, il suo più recente thriller, scritto insieme all’ex Presidente degli USA Bill Clinton.

Nello scrivere la biografia di James Patterson abbiamo identificato, fra le tante, due date importanti. Da un lato il 1976, che è il momento in cui riesce a pubblicare il suo primo romanzo, The Thomas Berryman Number, grazie al quale ottiene anche il Premio Edgar in qualità di migliore esordio.

Dall’altro lato ecco il 1993, annus mirabilis per l’autore statunitense: sforna Along Came a Spider, da noi conosciuto come Ricorda Maggie Rose. Nasce quindi il personaggio di Alex Cross, che spiana la strada a Patterson e gli assicura quella tranquillità economica che gli permetterà di dedicarsi alla scrittura in maniera intensiva ed esclusiva.

Cosa c’entra tutto ciò con Una coppia pericolosa? C’entra perché James Patterson, fra il 1976 e il 1993, ha pubblicato una manciata di romanzi, alcuni dei quali sono apparsi anche in Italia, come per esempio Il club di mezzanotte, e Una coppia pericolosa appartiene a questo gruppo.
Per i più curiosi la lista è composta, oltre ai due titoli già menzionati, da: Season of the Machete (1977), See How They Run (1979), Virgin (1980) e Black Market (1986).

Una coppia pericolosa è Season of the Machete, e lo potremo presto trovare sugli scaffali delle librerie e nei negozi online grazie a Tre60 Libri, un marchio di TEA, per la traduzione di Flavio Iannelli. Procediamo ora a riassumere qualche elemento della trama di Una coppia pericolosa.

L’isola di San Dominica sta trasformandosi da paradiso tropicale e gemma dei Caraibi in un inferno di violenza e omicidi. Le acque limpide del mar dei caraibi si tingono spesso di rosso, così come le sabbia, bianca e finissima, finisce con il diventare cremisi per il sangue delle vittime.

I responsabili sono Damian e Carrie Rose, marito e moglie, entrambi killer professionisti, spietati e violenti, che colpiscono con ferocia inesorabile e mira accurata per poi lasciare spesso ad altri mercenari il compito di smembrare i cadaveri a colpi di machete.

La serie di brutali omicidi distrugge la pace dei resort di lusso e le spensierate vacanze dei tanti turisti che affollano il luogo, ma quali sono i motivi dietro questi gesti? Quali gli scopi della coppia di killer? Sono queste le domande che si pone Peter Mac Donald, un ex marine che era arrivato a San Dominica pensando di potersi rilassare, lavorando come barista e godendosi le spiagge insieme alla sua ragazza.

Sogni infranti, visto che Peter ha assistito a un omicidio ed è ora allo stesso tempo testimone e probabile futura vittima dei diabolici coniugi.

Chiudiamo ricordandovi, per correttezza, che Una coppia pericolosa, essendo uno dei primi romanzi di James Patterson, è opera considerata da molti lettori e critici come immatura, con stile incerto e trama inutilmente complessa, ma lasciamo a voi ogni giudizio, ricordandone comunque l’importanza dal punto di vista collezionistico.

Il segreto di Gaudì - Daniel Sanchez Pardos

Barcellona, 1874: il giovane Gabriel Camarasa, dopo alcuni anni vissuti a Londra, torna nella sua città natale, dove frequenta la facoltà di Architettura. Scampa all'investimento da parte di un calesse grazie all'intervento di un brillante ed elegante ragazzo di nome Antoni Gaudí, assieme al quale scoprirà i segreti più avvincenti della propria famiglia e della propria città.

"Voi mi salvate la vita, e io non vi chiedo neppure come vi chiamate”. “Gaudí, Antoni Gaudí”. I giovane si sfilò il guanto destro e mi tese la mano con la stessa deferenza con cui quattro ore prima, nella Rambla, mi aveva restituito il cappello sporco di fango. Il gesto mi sembrò strano, ma non mi dispiacque. Nessuno mai prima d’ora si era sfilato il guanto per me".

L’incontro tra Gabriel Camarasa e Antoni Gaudí è voluto da un disegno complicato e articolato del destino: i due giovani studenti di architettura, il primo molto romantico nella sua essenza, il secondo geniale e stravagante, si aprono l’un l’altro degli spiragli su un futuro, ma soprattutto su un passato, molto fumoso. In particolare per Gabriel, catapultatosi a Barcellona assieme alla famiglia e con un padre, Sempronio Camarasa, intento a occuparsi del suo nuovo progetto editoriale, un notiziario di cronaca nera dal titolo Notizie Illustrate. È il suo amico Martin Begg a dirigerlo, mentre sua figlia Fiona, la quale ha evidentemente avuto una relazione sentimentale con il giovane Camarasa, si occupa delle illustrazioni.

Il principale concorrente di Notizie Illustrate, ovvero La Gazzetta della Sera, viene sabotata da un incendio che porterà un pesantissimo occhio di bue sulla famiglia Camarasa che finirà sotto accusa per quel gesto meschino in particolare da Victor Sanmartín, giornalista convinto di sapere le reali intenzioni di Sempronio Camarasa: tornare a Barcellona per muoversi contro la Repubblica e architettare un trionfale ritorno della monarchia. Ciò scaturirà molte domande nel giovane Gabriel che, con l’aiuto di Gaudí, inizierà a indagare sulla sua famiglia, soprattutto in seguito all’assassinio di Eduardo Andreau, ex mercante ed ex conoscente di suo padre. Convinto dell’innocenza del padre, opinione condivisa dallo stesso Gaudí, cercherà di unire i tasselli di un mosaico fatto di intricate vicende sospese.

l segreto di Gaudí è un romanzo avvincente, che si lascia leggere piacevole. Non si fatica a ingranare la marcia giusta perché le vicende non si fanno subito succulente e perché quella Barcellona teatro sì di magia, ma anche di delinquenza e instabilità, si lascia scoprire a poco a poco dalla penna di Pardos.

L’epilogo di questo giallo velato di storia giunge solo nelle ultime pagine, risvoltandosi completamente e inaspettatamente in un baleno. Sono da apprezzare in particolare le descrizioni del giovane Antoni Gaudí, del tutto inaspettato con la sua essenza fresca, un po’ dandy, ma già molto visionaria.

Quinto comandamento - Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi è uno dei divulgatori culturali più noti al pubblico italiano. Usiamo il termine “divulgatore” perché attraverso di lui, la cultura, si è espressa a più livelli: Manfredi, professore e archeologo, ha scritto saggi storici, sceneggiature per cinema e televisione; come presentatore tv ha condotto programmi come Stargate – Linea di confine, ed è autore di romanzi che hanno raggiunto oltre 15 milioni di lettori. Le sue opere più note riguardano due grandi personaggi dell’antichità, Ulisse, con la saga Il mio nome è Nessuno, e Alessandro Magno, con la saga Aléxandros.

Quinto comandamento, il suo ultimo romanzo, edito da Mondadori, racconta sempre una vicenda calata nella storia e il cui protagonista è un personaggio che per certi versi possiamo considerare eroico, solo che la storia raccontata qui è più recente di quella di Alessandro e Ulisse, poiché riguarda gli anni Sessanta del secolo scorso, quel momento delicato che vide l’emancipazione del Congo dal colonialismo belga e, contemporaneamente, l’emergere di disordini e violenze in cui alla sete di potere si sono mescolate le rivendicazioni razziali.

Per quanto riguarda il protagonista, si tratta di un padre saveriano inviato come missionario in Congo che sarà costretto a impugnare, oltre che la croce, il fucile, e ad affiancare alla Fede la violenza necessaria a salvare se stesso e il prossimo.

Egli viene a contatto con le tribù locali, ne conosce i codici sociali che, a tratti, si applicano con violenze terribili e il sacrificio umano, diventa amico di Louis, un padre che abbandona la fede per l’amore, e vive quasi in presa diretta eventi terribili come l’omicidio di Patrice Lumumba, primo ministro congolese per pochi mesi, prima di venire ucciso, fatto a pezzi e disciolto nell’acido.

Il padre Marco Giraldi del romanzo, è un personaggio realmente esistente. Come specifica Manfredi stesso, si tratta di un uomo che ha davvero vissuto in Congo in uno dei momenti più tragici della storia di questo Paese e che si è trovato costretto a prendere decisioni che stridevano con il suo ruolo di uomo di fede (e di pace). In un momento in cui tutti fuggivano, egli è rimasto e, insieme ad altri compagni raccolti per strada, ha messo insieme un gruppo chiamato Quinto comandamento. Un nome che nel lettore non può non evocare dilemmi fondamentali: è giusto “non uccidere” anche quando si rischia di essere uccisi e combattere è il solo modo di difendere i nostri cari?

Padre Marco Giraldi è un uomo che incarna il quinto comandamento e le contraddizioni in cui può incorrere nel corso della storia umana, segnata dalla violenza e dalle guerre. È interessante notare come rispetto alle sue saghe precedenti, Manfredi attui un processo inverso: anziché pescare dal passato remoto un personaggio leggendario per rendercelo accessibile, ne racconta uno del nostro tempo, ignoto ma la cui biografia ha le connotazioni avventurose e anche mitiche di un Ulisse o un Alessandro. Il risultato è simile, ci regala una vicenda densa di avventura e di tematiche attuali fin da quando esiste l’uomo, dove politica e religione, individualismo e storia si incontrano e si scontrano. E ci lascia con una nota positiva: gli eroi e l’avventura non appartengono solo al passato, ma a ogni tempo.

Valerio Massimo Manfredi, ispirandosi liberamente a una storia vera, scrive uno straordinario romanzo epico. Partendo da fatti della nostra storia recente che non molti conoscono e raccontandoli con maestria narrativa, mostra le amare radici di ciò che abbiamo oggi sotto gli occhi. Quinto comandamento è un libro indimenticabile, come i personaggi che animano le sue pagine ed entrano indelebilmente nel cuore dei lettori.

Il diritto di morire - Dacia Maraini dialoga con Claudio Volpe

Dacia Maraini sembra essere stata predestinata, dalle vicende della sua vita, ad occuparsi di diritti umani.
Nel 1943, a sette anni, si trova in Giappone, dove il padre Fosco sta portando avanti i suoi studi di etnologia. Quando nasce la Repubblica di Salò i giapponesi, che sono alleati di Italia e Germania (il famoso asse Roma – Berlino – Tokyo ovvero “ROBERTO”, altra prova della stupida grandeur di Mussolini) chiedono a Fosco di giurare fedeltà a Salò. Fosco e la moglie rifiutano e per questo vengono rinchiusi in un campo di concentramento con le figlie per due interminabili anni di sofferenze e soprattutto di fame disperata.

Quando torna in Italia, Dacia viene portata a visitare il paese di origine della famiglia materna e si rende conto delle condizioni disumane in cui vivono le donne, e non solo le più povere. In “Bagheria” la Maraini ha scritto delle pagine drammatiche sulla condizione femminile. Sono andato a rileggerle: “Un corpo munito di utero deve solo nascondersi e negarsi. Ogni accettazione, anche solo di una parola o di uno sguardo, è considerata una resa incondizionata”. E racconta vicende umane che oggi appaiono incredibili, come quella di una donna che era stata nuovamente messa in cinta dal marito dopo che per 14 volte le gravidanze si erano concluse con la morte del feto prima del parto. O dei tanti uomini che violentavano le figlie e poi le figlie delle figlie, in un girone infernale di violenza e di abbrutimento (qualcosa di simile ricordo anch’io dai tempi della mia infanzia, a metà degli anni Quaranta, in Abruzzo).

Ora la Maraini – anche a seguito della perdita del suo compagno, ucciso dalla leucemia – rivolge la sua attenzione, in un libro/intervista con il giurista Claudio Volpe, ai problemi del fine vita, chiedendosi se dinanzi ai progressi vertiginosi della scienza non sia il caso di fermarsi un attimo a riflettere. L’autrice insiste soprattutto sul tema della dignità umana: “C’è ancora qualcuno che si preoccupa della dignità della persona umana, prima che del potere fine a se stesso? Quella di tenere vivo un corpo morto con agenti chimici e macchine evolute può sembrare una vittoria dell'uomo sul suo destino mortale ma può costituire invece una prigionia crudele e alla fine una sconfitta della collettività nel suo complesso. Fra l'altro c'è una contraddizione logica in chi sostiene le ragioni ideologiche e religiose della vita a tutti i costi e l'idea che è Dio a decidere quando un uomo deve vivere o morire: se deleghiamo a una macchina la sopravvivenza di un uomo, dove sta la volontà di Dio?”.

Intense le riflessioni della Maraini – che fa esplicito riferimento alla vicenda di DJ Fabo ed al processo a Marco Cappato – sul suicidio e sull’aiuto a commetterlo: “Siamo di fronte a una volontà da rispettare o a un atto illecito da condannare? Secondo la religione cattolica un uomo non ha il diritto di togliersi la vita, che è un dono di Dio e solo il Santissimo può decidere di toglierla o lasciarla. Il suicidio viene interpretato come un atto di disobbediente arroganza”. E invece, almeno in gran parte dell’Europa, siamo arrivati a distinguere le leggi della Chiesa da quelle dello Stato: “di conseguenza la vita non appartiene più a un Dio incomprensibile e lontano, ma alla stessa persona che la porta nel proprio corpo”.

E qui la Maraini evidenzia le contraddizioni sul tema: “la Chiesa proibisce il suicidio ma lo Stato no. Però l'istituzione pubblica, come pentendosi di questa scelta coraggiosa, ha deciso di assolvere il suicida ma condannare chi in qualche modo assiste, aiuta, incoraggia o partecipa anche solo come testimone a questo suicidio. Non si tratta di una ipocrisia? Non è umano che chi si appresta a lasciare questa vita senta il bisogno di una compagnia che faccia da testimone, gli tenga la mano per l'ultimo salto, gli dica una parola di conforto prima di andarsene? E che senso ha non condannare il suicida e denunciare colui o colei che gli dà l'ultimo saluto?”.

Il 23 ottobre, con la sentenza della Corte Costituzionale, sapremo se l’articolo 580 del nostro codice penale (“Istigazione o aiuto al suicidio”) – che per primo penso di aver definito “clerico/fascista” – resterà in vigore o sarà modificato da una sentenza “additiva” che lo renda compatibile con il “diritto di morire”.

Particolarmente da condividere, per chi non credente, sono le aspre critiche alla cultura ecclesiastica ancora così influente nel nostro paese. La Maraini definisce così quelli che per lo più vengono chiamati “teodem”: “i fondamentalisti”. Essi prendono alla lettera “un libro religioso scritto quasi duemila anni fa, in tempi in cui la vendetta sostituiva la giustizia, in cui la schiavitù era la norma, in cui lapidare gli adulteri era considerato giusto e gettare gli omosessuali da una rupe era considerato il volere di Dio”. Ed aggiunge: “Il nostro è uno Stato ancora molto timido nei riguardi della Chiesa. Timido perfino nei riguardi di Cristo, che per me è stato un grande rivoluzionario. La Chiesa l'ha mandato in cielo, ne ha fatto il figlio umano di un Dio soprannaturale, ma nello stesso tempo ha sempre trascurato le sue parole, che erano una bomba rispetto alla mentalità del tempo e lo sono ancora oggi. Praticamente Cristo ha contraddetto la Bibbia, ha sconfessato la schiavitù, ha predicato l'uguaglianza degli esseri umani mentre la Chiesa ha continuato a benedire le classi, mettendosi quasi sempre dalla parte dei privilegiati, ed a trattare con disprezzo chi praticava una religione diversa, quando non decideva di andare semplicemente a uccidere i <miscredenti>, come ha fatto con le crociate”.

Tornando all'attualità, la Maraini giudica positivamente la legge sul Testamento Biologico ed in particolare l’articolo che ammette il ricorso alla sedazione profonda per i malati terminali o in condizioni di insopportabile sofferenza. Ma ritiene sia giunto il momento di legalizzare l’eutanasia per consentire non solo a queste categorie di malati di esercitare appieno il diritto alla autodeterminazione nelle scelte di fine vita.

Dunque possiamo immaginare che la Maraini, abruzzese onoraria visto che trascorre sei mesi l’anno nel cuore del Parco Nazionale, darà il suo autorevole e attivo sostegno alla battaglia che l’Associazione Coscioni condurrà in Parlamento per arrivare alla legalizzazione della eutanasia: una battaglia che si può vincere, visto che il primo firmatario della legge sul testamento biologico è stato un parlamentare del M5Stelle, Matteo Mantero, e che lo stesso Presidente della Camera, Roberto Fico, in un dibattito che ho sostenuto con lui nel dicembre scorso, si è mostrato molto aperto su questa tema, che incontra il favore del 70% degli italiani.

"La vita è il diritto primigenio, presupposto di ogni altro diritto umano. Ma proprio perché è tale, non può diventare un’imposizione. Che cosa c’è di sbagliato nel pretendere che ognuno decida della propria vita e della propria morte, in altri termini della propria libertà?"

L' armata dei sonnambuli - Wu Ming

Il collettivo Wu Ming colpisce ancora, pubblicando un romanzo articolato, complesso, polifonico.
Si tratta de "L'armata dei sonnambuli", l'ennesima riscrittura della storia in cui eccelle il gruppo di autori bolognesi.
Il romanzo è deliberatamente strutturato come un lungo copione teatrale, capace di mettere in scena
tanti attori, tante maschere, tanti volti catturati dalle cronache dell'epoca, uomini politici, re e regine, monarchici, patrioti, sanculotti, malfattori, cortigiane; il grande teatro è la Francia post rivoluzione intorno agli anni 1792.

I Wu Ming sono abili penne nel raccontare la storia passata utilizzando materiali dell'epoca e riempendoli di vita e movimento, di pensieri ed azioni, rendendo gli eventi palpitanti davanti agli occhi del lettore. La Storia perde il manto polveroso, abbandona la staticità in cui il tempo l'ha relegata, per divenire vitale, per tornare in auge, per assumere i connotati di una grande allegoria.

Il periodo storico che ispira il romanzo è tra i più ferventi: anni di lotte, di fazioni, di intrighi politici, di terremoti sociali.
Un periodo che si presta a divenire palcoscenico; si incastrano come scatole cinesi immagini legate alla Rivoluzione dove gli uomini combattono per strada e nelle piazze, immagini di internati psichiatrici utilizzati come cavie per i nuovi esperimenti in campo medico che prevedono l'utilizzo dell'ipnosi, immagini di compagnie teatrali, immagini d corpi straziati dalla lama della ghigliottina.
Una galleria sfaccettata di uomini, un'orda affamata di pane e diritti, una masnada di furfanti e poveretti, una vera e propria armata di uomini la cui mente viene controllata con nuove tecniche scientifiche per scopi abietti e di opportunismo politico e sociale.
Una rivoluzione scissa in tante rivoluzioni, ciascun personaggio combatte la propria; chi cerca la giustizia, chi il pane, chi la libertà, chi la sopraffazione, chi la vittoria.

Lo spaccato offerto dagli autori è un groviglio incandescente, è un coro di voci che grida, è la Storia che si mescola ad un pizzico di fantasia, è il passato raccontato dai protagonisti.
E' un lavoro dall'impianto poderoso, costruito su solide basi storiche e documentali, nulla è lasciato al caso ma tutto confluisce verso il filo conduttore, verso il significato che gli autori vogliono attribuire alla gigantesca rappresentazione; la storia di ieri che si rispecchia in quella successiva e odierna.
Il linguaggio è scoppiettante, ribolle di termini gergali, turpiloqui, si adatta perfettamente al clima e al pathos della narrazione divenendo concitato e febbricitante.

Wu Ming non offre una lettura agevole, per la moltitudine dei personaggi, per le citazioni riportate, per la concatenazione degli eventi; eppure questo ultimo romanzo è una avventura che va vissuta fino all'ultimo rigo per poterne cogliere appieno l'essenza ed il messaggio.
Si accomodi il lettore in platea e si accinga ad essere catapultato per le strade di Parigi, affollate, imbrattate di sangue, brulicanti di vita; crocevia di amara realtà e sogno di speranza.

Spingendo la notte più in là - Mario Calabresi

"Spingendo la notte più in là" è uno di quei libri che ogni tanto fa bene leggere. Mescolando cronaca e storie famigliari, a partire dalla propria, ci parla di chi ha pagato il prezzo più alto degli “anni di piombo”. Le pagine ripercorrono in fretta quel periodo, soffermandosi con delicatezza sulle vittime, sul dolore lasciato, sugli orfani e sulle vedove, senza indugiare più del dovuto, giusto il tempo di stabilire un contatto umano, una vicinanza, un’intima solidarietà.

Parlare delle vittime e delle loro famiglie, occuparsi di loro, ricordarle è una scoperta relativamente recente. Per lunghi anni il centro della scena è stato occupato dai rei, dai colpevoli o presunti tali, dagli assassini, verso cui si scaricano le nostre reazioni emotive più forti e che si prestano maggiormente ad analisi socio-psicologiche più o meno valide e a strumentalizzazioni politiche, ideologiche, mediatiche. Nei confronti delle vittime ha invece prevalso spesso l’imbarazzo, il disagio rivestito pudicamente di rispetto, e infine l’oblio.
Ma un po’ alla volta sono sorte iniziative, si sono costituite associazioni, si sono scritti libri e dunque adesso si può dire che, dopo essersi a lungo occupati di Caino, da qualche tempo ci si sta interessando anche di Abele, pur in proporzioni ancora molto diverse.

Mentre su Caino siamo sempre pronti a radicalizzare le nostre idee, a dividerci e scontrarci, a dare giudizi netti quanto spesso frettolosi e superficiali, su Abele invece esitiamo, siamo più turbati, non troviamo le parole, i gesti, gli sguardi.

Spingendo la notte più in là parla anche di pacificazione, però autentica e non di facciata come quasi sempre avviene. Più condizionati dalla sociologia e dalla politica che guidati da attenzione alle relazioni umane, spesso tendiamo a equiparare la “pacificazione” ad un colpo di spugna sui reati, ad un indebolimento del confine tra la ragione e il torto e al pieno reinserimento sociale dei colpevoli, termine che qualche volta si vorrebbe persino sostituire con il semplice “sconfitti”.
Incredibilmente troppo spesso ci si dimentica che una pacificazione autentica imporrebbe di chinarsi prima di ogni altra cosa verso le vittime, evitare che si riaprano ferite che faticano a rimarginarsi, occuparsi prima dei loro sentimenti e poi dei “diritti” del reo.

Come non esiste pena possibile o risarcimento possibile per la soppressione di una vita umana (le leggi stabiliscono dei limiti convenzionali dettati dal grado di civiltà e cultura giuridica raggiunto) così una vera riconciliazione non può avvenire per semplice procedura burocratica. I provvedimenti più o meno liberali che possono essere adottati dallo Stato sono una cosa ben diversa dal superamento delle barriere per proprio moto dell’animo. E le barriere possono essere superate, sembra suggerire il libro di Calabresi, ristabilendo innanzi tutto la verità senza opacizzarla, riconoscendo il male provocato senza cercare giustificazioni, trovando il coraggio di piangere lo stesso pianto della vittima, su un’unica sponda, non due pianti diversi su sponde diverse.

E’ giusto che uno Stato liberale e un sistema giuridico non vendicativo aiutino i rei a voltare pagina. Ma per parlare di ritorno alla normalità e di riconciliazione occorre che la pagina riescano a voltarla anche le vittime. Leggendo il bel libro di Calabresi ci si rende conto che mentre i primi sono accompagnati nel loro percorso da una folla fin troppo numerosa di supporter e di curiosi, le vittime sono lasciate spesso sole e devono trovare da sé l’energia, la voglia e il coraggio di guardare avanti.

Vietato calpestare i sogni - a cura di Alessandro Scarpellini

Raccolta di racconti e poesie. Letto con curiosità ma senza rimanerne particolarmente colpito.
Una sola eccezione merita di essere ricordata.
Il racconto di Francesca Mugnai intitolato “La luna maledetta” rapisce per una ventina di minuti e si fa leggere per davvero tutto d’un fiato. In queste poche pagine, i vicoli, le stanze e i personaggi prendono corpo e stimolano la fantasia del lettore verso le migliaia di direzioni che potrebbe prendere la storia.
Alla fine del racconto non ci rimane che pensare ai segreti di cui potrebbe essere depositario il carabiniere, o alla sensualità e alla vita misteriosa di Claudia. Insomma, alla fine del racconto si rimane soddisfatti ma anche un po’ incuriositi.
La forma del racconto, quando il racconto è appassionante (come in questo caso), rappresenta a volte un limite. Così tante idee e poche pagine da riempire

Lo sbaglio - Antonis Samarakis

In uno Stato senza nome governato da una dittatura, il Servizio Speciale è impegnato assiduamente nella caccia degli oppositori. Ogni mezzo è lecito: così la delazione, lo spionaggio, i pedinamenti sono all’ordine del giorno. E quando c’è bisogno, l’uso della forza estorce qualsiasi informazione.
Ma è evidente che questo non basta …. E allora a livello centrale si studia un nuovo piano, per riuscire a capire se un cittadino è colpevole o non colpevole (in un sistema totalitario nemmeno essere un “cittadino tranquillo” è sufficiente per essere considerato innocente).
L’occasione della prima applicazione del piano non si fa attendere: saranno l’Inquirente, l’Impresario e lo sfortunato malcapitato gli attori principali. Tutto sembra proprio andare come previsto, ma il piano contiene “uno sbaglio”.
Ed è uno sbaglio importante, visto che forse tutti gli stati totalitari alla fine finiscono per lo stesso motivo. In questo senso è bellissima l’idea di non dare un nome ai protagonisti, alle città …. In modo da applicare la stessa storia in ogni tempo ed in ogni luogo.
Da leggere: grazie a personale della biblioteca per il consiglio!