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Gli ultimi messaggi del Forum

Pesci piccoli - Alessandro Robecchi

Milano. Maggio e giugno 2023. Un furto, un miracolo, una manciata di piccoli casi polizieschi, vite parallele con possibili incroci. La quasi 42enne donna delle pulizie Teresa Comelli, sciatti capelli castani e luminosi occhi marrone chiaro, mentre sta pulendo gli uffici della IGO al terzo piano, per le scale inciampa in un sacchetto e si porta a casa sessantacinquemila euro, una decina di fogli in inglese su una diga in Ghana e una chiavetta usb nera.

Riceve una paga da fame e sempre in ritardo, l’ex marito non le paga mai l’assegno, dovrebbe cambiare la misera stanza, non sa che fare. Il bell’ex prete 40enne, cui ancora ci si riferisce chiamandolo don Vincenzo (Delli Frati), e la ritoccata bell’assistente, ex pornostar degli anni Novanta, Anna Taranti accolgono sempre più visitatori e donazioni intorno al portico di una villetta a Zelo Surrigone, a causa della corona di spine di un loro crocefisso che talora s’illumina, senza apparenti spiegazione e motivo, e di alcuni malati che sembrano guarire quando vanno ad assistere o a trovarli. Il caro mitico ironico Carlo Monterossi ha sempre bisogno di veder vivere le vite degli altri ed è chiamato in causa sia dai soci Oscar e Agatina alla Sistemi Integrati (agenzia investigativa non ufficiale), incaricati dall’ingegner Benaldi per capire qualcosa del furto alla Italiana Grandi Opere fondata nel 1923 con sede principale nella capitale (e conoscerà Teresa, dandole pure sostegno e consigli), sia dalla amatissima e furba conduttrice televisiva Flora De Pisis per un sopralluogo in vista di una puntata clamorosa, possibilmente con un miracolo in diretta.

Il sovrintendente Ghezzi e l’ispettore Carella hanno ben altro a cui pensare, devono smaltire denunce arretrate minori, almeno dodici, correre dietro a dei poveracci che campano di espedienti e che frequentemente compiono piccoli crimini o violano qualche legge (come anche l’ex marito di Teresa).

Il giornalista (spesso argutamente radicale e satirico), autore televisivo (con Crozza dal 2007) e affermato scrittore Alessandro Robecchi (Milano, 1960) continua l’ottima serie metropolitana d’alta qualità, inventando ogni volta notevoli romanzi con differenti impasti culturali storici sociali, ritmati con matura sapienza. Siamo alla decima godibile avventura della divertente raffinata epopea monterossiana (2014-2024), giunta tempo fa anche in televisione (protagonista il bravo attore Fabrizio Bentivoglio): ogni romanzo costituisce una storia a sé stante, con accenti specifici sui vari personaggi. La narrazione è in terza varia al presente, allegramente tragicamente noir. Il titolo, il capitolo 17 (dei 43 complessivi) sulla signora che denuncia la prostituta del condominio (soprattutto da quando ci va il figlio) e la copertina (pesce grande mangia pesce piccolo) riassumono il filo conduttore tragicomico di tutte le vicende: stando dietro agli sfigati si perdono di vista i pesci grossi, i veri grandi ricchi potenti ammanicati criminali.

Ghezzi e Carella marciano sempre insieme, concentrati sul lavoro come sono sul lavoro, seppur molto diversi tra loro. Le cascine di Zelo Surrigone forse valgono una visita, duemila abitanti in mezzo ai campi coltivati. Carlo è ovviamente consapevole che con Bianca non è proprio amore, lei comunque fa parte del mondo di Flora, dal quale lui continua a voler scappare. Questa volta Teresa lo fa confrontare con problemi che proprio non si vedono là nella Grande Fabbrica della Merda della tv commerciale, le sue strategie servono finalmente anche ad altro. Bianca glielo rinfaccia, davanti alla bottiglia di Ribolla Gialla. Lui insiste, è invaghito, e resiste con il solito costosissimo whisky e con le vecchie canzoni del grande Bob Dylan, che gli danno come sempre spunti in tutte le circostanze in cui si sente incapace o impotente.

Ricordatemi come vi pare - Michela Murgia

Quando chiedono a Andy Warhol come mai si ostina a ritrarre le persone scomponendole in tanti quadretti di immagini identiche tra loro ma dai colori giustapposti in maniera differente, risponde sornione: «La vita non è una serie di immagini che, ripetendosi, cambiano?». La frase mi viene in mente quando prendo in mano il nuovo libro di Michela Murgia, il secondo postumo, che la vede ritratta sulla copertina in stile warholiano. Dopotutto ha sempre raccontato di aver vissuto dieci vite, esemplificate in professioni e indirizzi diversi. Ripenso a quella frase quando nel libro mi trovo davanti a una sua risposta alla contraddizione di essere una scrittrice militante e allo stesso tempo di amare la moda e il k-pop. Dice: «Come se la contraddizione fosse un errore e non invece un arricchimento».

Ricordatevi come vi pare: in memoria di me esce il 30 aprile per Mondadori e a scriverlo non è stata esattamente Michela Murgia, che, invece, lo ha dettato a Beppe Cottafavi, suo editor per il precedente libro, a cui decide di raccontarsi accogliendolo nella sua casa romana per alcune sere di luglio, puntualmente dalle 18 alle 20. Una volta terminata la scrittura, il figlio d'anima di Murgia, nonché curatore editoriale delle sue opere e professore di italianistica all'Università di Yale, Alessandro Giammei, ha inserito alcuni racconti e discorsi che custodiva della scrittrice.

È così che in alcune pagine leggiamo i primi tentativi narrativi di Michela Murgia. Avvengono sulla piattaforma di un gioco di ruolo fantasy, Lot, di cui ha conservato le giocate di dieci anni in formato html come una promessa. È un gioco principalmente descrittivo e per nulla visuale, in cui Murgia è un'elfa, Ninque. Il racconto che ci arriva risale al 2005 ed è un incontro con uno stregone al chiaro di luna, che descrive con questa brillantezza: «Incredibilmente avanza di un passo verso di lui, lasciando che la luce banale dell'astro in cielo illumini pienamente il volto». Il racconto è lì perché serve per spiegare Michela Murgia, dice lei, che pubblica il suo primo libro nel 2006, Il mondo deve sapere, perché una casa editrice aveva scovato il suo blog in cui in forma anonima raccontava la sua vita all'interno di un call center in Sardegna. Dal gioco di ruolo ha imparato a scrivere, sì, ma di una scrittura che ha indissolubilmente bisogno di un'altra persona per andare avanti, un altro con cui intessere insieme una narrazione. Così è stato anche per il blog, i commenti facevano parte della trama narrativa dei suoi post, che spesso partivano dalle risposte. La scrittura di Michela Murgia è sempre stata a suo modo interattiva, nella sua accezione di essere "capace di agire in correlazione o reciprocità con gli altri". «Scrivere è collettivo», dice nel libro. Per questo quando scriveva anche solo un post, o delle Stories (come magari la rassegna che faceva di titoli di giornali che parlavano, male, di femminicidi o che chiamavano le donne sempre e solo col loro nome e mai col cognome come fanno con gli uomini) le sue parole ci sono sempre arrivate dritte, trafiggendoci a volte.

C'è un bellissimo capitoletto all'interno del volume in cui Murgia cerca di rispondere alla domanda “quindi, che mestiere hai fatto?” perché spiega di avere difficoltà a rispondere “scrittrice”. «Per la maggior parte del tempo, a dire il vero, non ho fatto la scrittrice, ho fatto altre cose. Ho lavorato, ho rotto le scatole, ho lottato», incalza. «Se dovessi dire che mestiere faccio, direi che, stando dentro la realtà, guardo il punto nero, quello scuro, e lo descrivo, racconto come si smonta, come si decostruisce e come si può battere. Come si pulisce questa macchia? Come si rende abitabile e vivibile questo angolo scuro? Ho usato diversi strumenti per rispondere a simili domande: ho usato la politica, l'attivismo, ho usato, molto, la parola». Oltre a interattiva, la scrittura di Murgia è stata performativa, capace, cioè, di generare cambiamento nel mondo. Spiega che ha sempre scritto in modo conflittuale, «per scardinare le certezze, rompere gli equilibri, guastare». La realtà dei call center e del lavoro precario, il concetto di eutanasia ai tempi di Eluana Englaro in Accabadora, il concetto di famiglia e di figlio d'anima in Chirù. In un paragrafo dichiara il suo amore per i romanzi fantasy, per Stephen King, il Trono di Spade: si intitola “Dio la benedica, la letteratura perturbante”.

In Ricordatemi come vi pare ci sono tutti i tasselli per mettere insieme come un puzzle Michela Murgia, che si racconta a Cottafavi dai primi anni a Cabras con la madre, di quando insieme una notte sono scappate dal padre e si sono rifugiate dalla zia, e di come questa zia è diventata a suo modo la sua seconda madre e di come da suo padre è nata la sua insopportazione per l'oppressione esercitata dai più forti. Ci sono tutte quelle che lei chiama le sue dieci vite, come insegnante di religione, l'impiego alla centrale termoelettrica che le costa il lavoro quando testimonia contro il datore per l'inquinamento ambientale che stava causando, la portinaia di notte, il call center, di come «dal 2007 in poi ho vissuto delle mie parole, della fiducia degli editori e di quella dei lettori e delle lettrici», fino alla sua idea di morte. «La morte ha un potenziale enorme. È una specie di lente d'ingrandimento gigantesca che mette a fuoco la transizione», poi: «Sa raccontarti benissimo, per esempio, quanta dell'esperienza della persona che se n'è andata continua ad agire nella sua». Facendo il verso alla poeta Patrizia Cavalli quando diceva che le sue poesie non avrebbero cambiato il mondo, Murgia dice: «Non l'ho certo cambiato tutto, ma la parte di tempo che ho attraversato non potrebbe dirsi quella che è se io non ci fossi stata».

A intermezzare la sua auto-narrazione ci sono il suo post Facebook in risposta a Salvini, il discorso contro Bruno Vespa che sessualizza in diretta tv il corpo di una donna, il post sul suo blog su Azione Cattolica, il suo articolo su come i BTS le hanno salvato la vita, tutti quegli interventi per cui ricordiamo chiaramente Michela Murgia che non erano raccolti prima nella forma legittimante di un libro, ma che hanno cambiato il nostro modo di pensare, reagire alle cose. Dice che il senso della morte di una persona sta nelle azioni che quelle vive compiono pensando a lei. «Centinaia di persone potrebbero alzarsi e dire: “Michela Murgia direbbe”». E allora "Dio la benedica, la letteratura di Michela Murgia”.

Tutti su questo treno sono sospetti - Benjamin Stevenson

Torna Ernest Cunningham, uno dei detective più improbabili e allo stesso tempo irresistibili degli ultimi anni, nato dalla penna del comico Benjamin Stevenson. Lo abbiamo conosciuto in Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno, un bestseller in oltre venti paesi di cui potete leggere la nostra recensione qui, di cui HBO ha acquistato i diritti per una serie tv; lo ritroviamo in una nuova avventura altrettanto coinvolgente e spassosa, Tutti su questo treno sono sospetti, tradotta da Elena Cantoni per Feltrinelli. Un romanzo che riparte dal precedente, per quanto leggibile separatamente.

Finito sotto i riflettori grazie all’opera in cui ha raccontato i crimini di famiglia in un resort di montagna, Ern è ormai un autore a tutti gli effetti e viene invitato al prestigioso Festival del Giallo sul Ghan, il treno che percorre l’Australia, insieme ad altri noti rappresentanti del genere. È in crisi perché di continuo incalzato dal suo agente a consegnare un nuovo manoscritto, ma gli manca l’ispirazione giusta: a fornirgli l’incipit di una storia è la morte improvvisa dell’ospite d’onore dell’evento, lo scozzese Henry McTavish.

Ebbene sì, mi sono rimesso a scrivere. Una buona notizia, presumo, per quelli che speravano in un secondo libro. Meno per chi ha dovuto morire per fornirmi una trama

L’ironica voce di Cunningham si prende gioco delle celebri regole sui polizieschi di S. S. Van Dine nella costruzione dell’intreccio, dalle vicende antecedenti agli omicidi fino allo scioglimento. Ne risulta una struttura metanarrativa in cui il protagonista/scrittore interviene dal principio per rassicurare sulla veridicità dei fatti, nonostante il suo punto di vista si faccia via via più inaffidabile e diventi compito nostro sistemare le tessere del puzzle. Impossibile seguire norme precise, d’altronde, quando le bizzarrie della vita ci si mettono di mezzo.

Non è chi scrive a decidere della storia: è chi legge. Le parole su una pagina non sono definitive finché non arriva un lettore

Al fianco di Ern c’è Juliette, partner sagace e assennata, e da lontano lo zio Andy, più distratto e sopra le righe che mai. Al cuore della trama, questa volta, i meccanismi del mondo dell’editoria – spesso torbidi e condizionati da pettegolezzi – svelati gradualmente dallo sguardo inesperto di Ern, entrato a farne parte suo malgrado. Rimane invischiato in una spirale di gelosie e rancori legati a torti mai chiariti.

Rendendo il personaggio principale un vero e proprio outsider, Stevenson indaga con abilità anche le dinamiche della sindrome dell’impostore: Ern si sente fuori posto non solo perché circondato da colleghi più navigati di lui, ma soprattutto in quanto sopravvissuto alla strage di famiglia. Per questo lo assale la necessità di dimostrare a sé stesso di essersi meritato la salvezza, oltre che uno spazio in un ambiente tanto elitario. Arrivare alla soluzione del caso, allora, è fondamentale per evitare il ripetersi del passato e per ricominciare a scrivere.

A quel festival c’erano cinque persone che lottavano per dare prova del proprio talento. Ma se anche potrà sembrare che pure io fossi spinto dalla stessa vanità, in realtà stavo cercando di dimostrare qualcos’altro: che qualunque fato avesse deciso che parte della mia famiglia dovesse morire e io restare vivo non aveva commesso un errore

Stevenson conferma la sua vocazione nell’unire giallo e commedia, sulla scia di Richard Osman, attraverso una prosa e delle personalità capaci di intrigare capitolo dopo capitolo.

La verità di Maria - Glenn Cooper

Cosa succederebbe se venisse trovato e autenticato un nuovo Vangelo, in cui Maria Maddalena assume il ruolo di apostolo, diventa moglie di Pietro e arriva a succedergli come papessa? È questa la domanda alla base del nuovo thriller di Glenn Cooper, La verità di Maria (ed. Nord), sesto romanzo con protagonista Cal Donovan, in tutte le librerie da martedì prossimo. Un fenomeno da oltre 3,5 milioni di copie, soltanto in Italia. Papa Celestino è morto in un attentato, e al suo posto i cardinali eleggono il primo pontefice americano, Giovanni XXIV. La sua prima proposta è rivoluzionaria: perché non nominare una capacissima suora del suo seguito, Elisabetta, come prossimo segretario di Stato? «Papa Francesco è un personaggio interessante, che certamente ha fornito le basi per il mio Celestino», dice via zoom lo scrittore americano, 70 anni, dall'elegante studio della sua casa nei pressi di Boston, mentre ogni tanto fa capolino il suo cane bianco, che i fan hanno battezzato Dante Alighieri. «Tuttavia non posso immaginare Francesco spingersi così lontano, come i miei papi».

Quanto deve a Dan Brown?
«Non ho potuto ignorarlo, lui è il pioniere del thriller vaticano. Ma credo di avere scritto libri diversi dai suoi».

Quanto c'è di Robert Langdon del Codice da Vinci, nel suo Cal Donovan?
«Sono entrambi professori di Harvard. Ma, grattando oltre la superficie, Cal Donovan è un personaggio molto complesso, non è una semplice trovata per far procedere l'azione. È una persona reale: per crearlo ho attinto alla mia stessa esperienza come studente».

Ha visto le serie tv di Sorrentino, "The Young Pope" e "The New Pope"?
«Amo i suoi lavori e credo che sia uno dei migliori registi di film e tv in circolazione. Visualmente lo trovo splendido, anche se nella seconda serie il personaggio interpretato da John Malkovich era un po' sopra le righe. Ho visto tutto quello che ha fatto, comprese le opere più bizzarre e folli».

Perché l'idea di un Vangelo di Maria Maddalena è così rivoluzionaria?
«Perché comporterebbe la necessità di confrontarsi con delle nuove verità. La Chiesa dovrebbe rivedere interamente la sua millenaria tradizione. A quel punto, come si fa non prendere in considerazione le donne sacerdote?».

Potrebbe esistere un Vangelo come quello?
«Sappiamo che esiste, perché metà del testo è già stato trovato. Ciò che ho fatto è stato soltanto immaginare la parte mancante. Che apre uno squarcio di luce su chi era Maria e su quali basi si fondò la Chiesa di Pietro. Sappiamo dai frammenti non canonici che a lei fu proposto un ruolo assieme al più potente degli apostoli. A dire il vero, Maria Maddalena ha comunque un posto rilevante anche nei vangeli ufficiali: è la sola persona presente al momento della crocifissione e della risurrezione. Soltanto alla fine del sesto secolo la narrazione cambiò, quando papa Gregorio I disse che si trattava di una prostituta. Ma la sua fu una totale invenzione. Qualunque fosse l'intenzione di Gregorio, di fatto diminuì il suo ruolo tra gli apostoli e quello delle donne nella chiesa. Forse l'ordinazione femminile non era abbastanza popolare».

McGlue - Ottessa Moshfegh

Se dovessi scrivere cosa mi affligge, arriverei qui

I personaggi di Ottessa Moshfegh hanno sempre a che fare, in modo o nell’altro, con l’annichilirsi. Tentano tutti, cioè, di annullarsi, o vi sono costretti, o il mondo li porta proprio lì, nella zona del non essere più – ricordate il sonno de Il mio anno di riposo e oblio, no? In McGlue, edito da Feltrinelli nel 2024 ma libro d’esordio dell’autrice, il desiderio del protagonista è lo stesso: scivolare nel nulla, smettere i panni dell’individuo per liberarsi dalla responsabilità di esistere.

Si potrebbe pensare che molti di noi attraversano fasi della vita più o meno lunghe in cui provano sensazioni del genere, una stanchezza dell’essere per così dire. Eppure se quasi in ogni circostanza – se non nella vita, quantomeno in letteratura – le cause sono chiare, nei libri di Moshfegh e qui in particolare, non c’è nessuna ragione per cui McGlue dovrebbe stordirsi con l’alcol fino a scomparire. È solo la sua natura, una natura universale, perché tutti riusciamo a ritrovarci, un atteggiamento che sembra congenito alla condizione umana: è l’incarnazione del monito antico di Sileno «meglio sarebbe per l’uomo non essere mai nato». E da queste premesse comincia la storia.

Sono ancora troppo ubriaco perché me ne importi

McGlue è su una nave, si sveglia su una branda ed è intontito perché la sera prima, come ogni giorno che dio gli ha dato, si è ubriacato. Questa volta, però, qualcosa non va, perché insieme al vento che scricchiola il legno vecchio e allo sciabordio delle onde sente anche le voci intorno a lui – un po’ confuse e ovattate – ripetergli che ha ucciso Johnson. Questo gli costerà caro, dicono, c’è il massimo della pena per una cosa del genere. Ma lui non sa di cosa stiano parlando, e così ci ride su, ma quando anche il capitano scende sottocoperta per accusarlo, allora McGlue si convince di essere nei guai. Ma lui, quel Johnson di cui parlano non può averlo ucciso. Anzi, si può dire, in qualche senso, che i due si amassero.

Che si amassero nell’unico modo in cui si possono farlo i personaggi di Moshfegh, e cioè di un amore torbido, violento, crudele. L’amore che rappresenta l’autrice è sempre un amore che prevarica l’altro, lo vuole assoggettare – è un sentimento che si nutre della debolezza, una lotta tremenda da cui, Johnson ne è l’esempio, solo uno esce vivo.

McGlue è un ragazzino quando incontra Johnson. È scappato di casa, vuole far fortuna, e l’altro, più grande, affascinante, con un cavallo e una pistola, gliela promette. Gli fa scoprire il vizio, terribile, dell’alcol, e quello rabbioso del sesso – con le donne, tante e deboli, masticate e sputate, e tra loro due. Qualcuno trova anche da ridire su quella passione oscena, ma Johnson e McGlue sono creature di un altro mondo, demoni impavidi e pericolosi perché fanno di tutto per smettere i panni della propria umanità, troppo ingombrante, per vestirne di più fatali.

[...] amo di più quando soffrono terribilmente e sono piene di rabbia

McGlue è pieno di realtà. Talmente pieno che fa venire il voltastomaco, perché non rappresenta il mondo come vorremmo, ma nella sua essenza – che poi, per Mashfegh, è il male. I libri buoni sono quelli che ti fanno venire i brividi mentre leggi, perché ci vedi dentro tanta verità che non puoi non averne paura. Ecco, qui succede questo, vengono i brividi. Quando McGlue infila le dita dentro il taglio e la spaccatura che si è fatto alla testa per cavarsi il cervello, noi siamo disgustati non tanto per quelle unghie che frugano tra sangue, ossa e pus, ma perché ciò che sta facendo riverbera in noi che leggiamo. È l’atto ultimo della nostra bestialità che per non sentire, per non pensare più oltre, per essere qualsiasi altra cosa fuorché un essere cosciente, disperata, tenta di strapparsi il centro della ragione, dell’umano – sentimento questo universale, come si diceva.

La realtà, dentro questo libro, deborda, è disgustosa ed eccessiva, e noi lettori dobbiamo fare una scelta: possiamo chiudere il libro e lasciarci travolgere dalla repulsione, oppure possiamo costringerci a guardare e a riconoscerci in quel fondo scuro e mefitico. Vi consiglio, con tutto il cuore, la seconda via.

Pensare a Johnson mi fa venire male alla testa. Dev’essere lì a scavarmi nel cervello con un’unghia lunga. Me lo immagino rannicchiato lì dentro che guarda disgustato tutto il marciume e il liquame che gli sguazza intorno e sventola il cappotto per tenerlo pulito. Conosco tutti i suoi gesti, tutte le sue piccole manie.

Lettori si cresce - Giusi Marchetta

Siamo abituati a sentirlo dire e forse, a volte abbiamo partecipato anche al coro: leggere fa crescere meglio, educa, fa bene, serve, allo studio, alla cultura. In una parola, leggere è necessario. Nulla di più sbagliato; se non nella sostanza, certamente nella forma. Se leggere è noioso e respinge, prendiamone atto. Non sgridiamo i giovanissimi perché dicono la verità: che leggere è difficile, poco attraente e che non li rende felici. Cerchiamo di capire perché questo avviene e cambiamo strada: solo divertendosi e scegliendo di farlo, leggere può diventare un piacere. E dunque la soluzione sta nel conquistare i ragazzi alla lettura, con giochi, scambi e parole. Mai imposizioni, solo seduzioni.

Con Lettori si cresce, Giusi Marchetta, scrittrice casertana di nascita e insegnante a Torino, punta il dito sui luoghi comuni che hanno a che fare con la lettura e analizza senza sconti il perché adolescenti e ragazzi fuggono dalla pagina scritta per rifugiarsi tra web e tv. E si rivolge a insegnanti e genitori, affinché non si ostinino a calare dall'alto affermazioni del tipo "leggere è interessante e divertente" alle quali neanche loro spesso credono, tenuto conto che pochi di loro hanno a che fare con i libri. Li esorta, invece, a impegnarsi per immaginare modi, metodi e strade per stimolare e interessare i ragazzi. Senza demonizzare social network e rete, ma anzi indicandoli come una possibile palestra per avvicinarsi alla lettura.

Già con il suo primo romanzo L'iguana non vuole (Rizzoli 2011), Giusi Marchetta aveva narrato il mondo della scuola. Adesso con questo breve saggio di autentica schiettezza, lega ricordi d'infanzia e citazioni, consigli e ricordi e, convinta che dei libri "ci si può innamorare", sottolinea che gli adulti hanno il dovere almeno di provare a iniziare i giovanissimi all'arte del leggere. Perché solo così, di "libri si cresce".

Per i giovani leggere non è un piacere, perché?
"Con le dovute eccezioni, a me sembra che molti ragazzi pensino che leggere sia difficile, noioso e che non ne valga la pena. È comprensibile. Di solito possiedono un vocabolario ristretto che stenta a espandersi: in parte perché, per quanto assurdo possa sembrare, non fanno spesso esperienza di parole nuove; quando succede, (soprattutto a scuola, dove vengono continuamente stimolati a cercare il significato di ciò che non conoscono), non sempre fanno lo sforzo di capirle e ricordarle. Col tempo queste parole diventano piccoli ostacoli sparsi su ogni pagina, spine che rendono inavvicinabile un testo. O peggio: lo rendono noioso. Faticando a confrontarsi con il significato di un brano, non c'è da meravigliarsi se considerano la lettura l'ennesimo gravoso compito assegnato a scuola. Senza contare che tutto ciò che li diverte in genere è immediato e privo di mediazioni (un videogioco se piace, piace da subito; un libro ha bisogno di tempo e un minimo di concentrazione). Eppure mi sembra che contro la difficoltà e la noia insite in questo modo di intendere il rapporto con la lettura potrebbero spuntarla genitori e insegnanti decisi a convertirli al libro. La vera sfida invece sarebbe abbattere quel pregiudizio secondo cui racconti e romanzi non valgono la pena di essere letti. Una convinzione, questa, che non riguarda solo i giovani ma anche gli adulti. In una società con una percentuale così alta di non lettori, perché dovrebbero essere proprio i ragazzi a dare il "buon esempio"?"

Chi rende i libri noiosi?
"È noioso un libro presentato in modo noioso. Un libro che l'insegnante non ama, ma che deve infilare per forza nel programma di quell'anno. È noioso un romanzo letto quando non è ancora il momento per te di affrontare quella storia. Sono noiose le pagine assegnate e mandate giù senza capire realmente che cosa dicono. Sono noiosi i libri noiosi e anche quelli che non lo sono, se le persone che ci circondano ci convincono che sia così. Del resto non abbiamo associato negli anni il libro al nerd, allo sfigato, al socialmente impedito? Molte campagne a favore della lettura, poi, non hanno fatto altro che assegnarle un'impronta morale: leggi perché fa bene, ti fa pensare, ti rende migliore. Insomma: leggi anche se in fondo è noioso. Ma la lettura è tutt'altro: è scoperta di qualcosa che non sapevi e che magari non avresti voluto sapere; è avventurarsi nei pensieri e negli incubi di un'altra persona, scoprendo che non sono troppo lontani da quelli che ti tengono sveglio. È permettere che il mondo ti faccia traballare. Se riusciamo a superare la difficoltà nell'interpretare un testo e la conseguente noia della pagina, il potenziale lettore si ritroverà davvero a contatto con quello che lo scrittore intende raccontargli. Andrà avanti, non per dovere, né perché ritiene importante informarsi o diventare migliore, ma solo perché troverà tra le pagine qualcosa che gli parla. E molto spesso quello che gli adolescenti cercano è il racconto del male, della rabbia e del veleno che sentono dentro e fuori di sé. Devono averlo, è un loro diritto. Leggeranno cose che bruciano, non quelle che educano (ammesso che esistano e che possano realmente educare). I libri che bruciano non sono noiosi: li rendono noiosi tutti quelli che vogliono spegnerli prima di metterli in mano ai ragazzi".

Come far entrare la lettura nella vita di ragazze e ragazzi nell'era di Google?
"Portando Google dalla nostra parte. In realtà la rete potrebbe essere un'ottima sponda per crescere i lettori di oggi. Se da un lato non esiste libro di cui un adolescente disperato non abbia cercato la trama su internet per compilare l'orrenda scheda di fine lettura, dall'altro esistono una marea di siti che possono essere usati con l'avallo dell'insegnante e non col solo scopo di sfuggire ai compiti che assegna. Si potrebbe, per esempio, costruire una biblioteca di classe che duri per tutto il percorso di studi con le recensioni e le stroncature degli alunni. Sarebbe anche per loro un ricordo di quegli anni, una traccia delle letture fatte insieme. Esistono poi studi molto interessanti su Twitter e la letteratura. L'idea di condividere un contenuto che ci sta a cuore è qualcosa che Facebook ha fatto entrare nella vita di tutti: su Twitter questa condivisione potrebbe incentrarsi sul libro che si sta leggendo. Non parlo solo di citazioni, ma anche di veri e propri esercizi di sintesi (con uno storify a fine percorso), giochi di ruolo (assumendo il punto di vista di un personaggio), ricerca di contenuti ispirati al testo letto (quadri, canzoni). Senza contare la presenza in rete di riviste che recensiscono romanzi o pubblicano racconti: perché non seguirne qualcuna per scegliere insieme il prossimo libro da leggere? Dopo, ci sarebbe anche il gusto di trovarsi in accordo o in totale disaccordo con il recensore. Si potrebbe benissimo dire che questi non sono altro che espedienti, mezzucci con cui si cerca disperatamente di portare i ragazzi a leggere qualche riga. Penso però che valga la pena provare perché rendere stimolante l'idea di lettura che hanno sarebbe già un risultato: ripensare l'educazione sentimentale sperando che un giorno si innamorino davvero".

Una festa in nero - Alice Basso

Una festa in nero segna la chiusura della seconda serie di romanzi firmata da Alice Basso, un’autrice che, meritatamente, può contare su tante lettrici e lettori molto affezionati alle sue storie.

Basso, classe ’79, vive in Piemonte e lavora per diverse case editrici. Dopo aver proposto la serie di libri dedicati alle avventure della ghostwriter Vani Sarca (L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, Scrivere è un mestiere pericoloso, Non ditelo allo scrittore, La scrittrice del mistero e Un caso speciale per la ghostwriter, tutti editi da Garzanti), nel 2020 ha fatto debuttare una nuova protagonista, Anita, al centro di opere come Il morso della vipera, Il grido della rosa, Una stella senza luce e Le aquile della notte.

Questa seconda serie (sempre pubblicata da Garzanti), ambientata nell’Italia degli anni ’30, si chiude dunque ora con Una festa in nero.

Il libro è ambientato nella Torino del 1935: i fari della Balilla Spider Sport fendono il buio della notte. Il fatto che alla guida ci sia una donna potrebbe sembrare strano per l’epoca, ma non per Anita. Sono mesi, infatti, che fa cose non proprio consone a una donna, per non dire disdicevoli, sicuramente proibite. Come rimandare il matrimonio con Corrado solo per la voglia di provare a lavorare. Come scrivere, sotto lo pseudonimo di JD Smith, racconti gialli ispirati a fatti di cronaca per portare un po’ di giustizia dove ormai non esiste più. Un segreto che condivide con Sebastiano Satta Ascona, editore della rivista Saturnalia. Per essere sinceri scrivere, non è l’unica cosa proibita che fanno insieme. Ma ora qualcosa è cambiato, per quello Anita si trova su quella macchina.

Ora qualcuno ha iniziato a seguirli. Ora c’è un impermeabile beige sempre un passo dietro di loro. E con le spie non si può scherzare. Non ci si può fermare troppo a parlare, a volte bisogna solo fare quello che chiedono. Anche se non è giusto. Anche se le richieste arrivano a stravolgere l’esistenza pacifica di un gruppo di persone che ormai Anita può chiamare amici. Tra loro c’è la saggia Clara, l’irriverente Candida, la dolce Diana, l’affascinante Julian, il ribelle Rodolfo e ovviamente Sebastiano. Il suo Sebastiano. Perché vivono anni così difficili? Perché non possono fidarsi di nessuno se non l’uno dell’altro? Perché non smettono di tenerli d’occhio? Anita non ha risposte, forse i protagonisti delle storie gialle che ha imparato ad amare potrebbero averle.

Oppure anche loro non potrebbero fare altro che dirle di non avere paura, che il pericolo è l’adrenalina della vita. Ma Anita non è abituata a fuggire. Non è abituata a mentire. All’improvviso è dentro uno dei racconti di JD Smith, solo che stavolta Anita non ha la minima idea di come può andare a finire…

Alice Basso, cosa prova con l’arrivo in libreria dell’ultimo capitolo di una serie a cui ha lavorato per anni?
“Innanzitutto diamoci del tu, per la miseria, ché questa faccenda che la serie di Anita sia già finita mi sta facendo già sentire fin troppo vecchia. Mi sembra ieri che annunciavo il primo libro e mi rotolavo come un husky nella neve (anche se era tarda primavera) nei dubbi e nei timori che non venisse accolta bene!”.

E invece…
“Sì, Anita ha fatto la sua strada e adesso eccomi qui a tirare su col naso tutta commossa di fronte ai commenti che dicono ‘Oddio, già la fine? Mi mancherà’. Sapeste a me, ciccini. Ma va bene così: nonostante sia sempre un po’ un trauma (e sia seguito dal terrore di dover ricominciare ogni volta da zero con un nuovo personaggio), continuo a essere una fierissima sostenitrice delle serie brevi e conclusive, con un capo e una coda, un inizio e una fine, possibilmente neanche troppo distanti fra loro e progettati sin dall’inizio”.

Cosa ti mancherà più di Anita?
“Intanto la rete di personaggi di cui lei fa parte, non solo lei. Mi piace moltissimo creare, come dire?, delle ‘famiglie’, dei cast da far muovere in sincrono libro dopo libro e a cui affezionarsi (io per prima) come a una piccola comunità. Quando è il momento di separarsene, è come salutare, che so, gli amici delle vacanze. E poi la mia croce e delizia: l’ambientazione storica. Dedicare del tempo a studiare, approfondire, prendere appunti, scoprire dettagli, scegliere come (o se) usare questo o quello; e poi anche correggere, ritoccare, chiedere aiuto alla preziosissima redazione di Garzanti per verificare qualcosa. Ma in verità non mi mancherà davvero, perché sto già studiando altrettanto per la prossima serie (anche se non sarà di ambientazione storica). Uh, sto spoilerando troppo? Mi cucio la bocca! Be’, insomma, era solo per dire che, evidentemente, del tempo libero dallo studio per leggere i romanzi che vanno a me, a quanto pare non lo voglio proprio avere”.

Visto che hai parlato della fase di studio, quali sono state le difficoltà principali nell’ambientare dei romanzi nella Torino degli anni ’30?
“Ricreare un ambiente credibile, vivo, colorato, immersivo, e allo stesso tempo evitare le pedanterie che – diciamocelo – spesso le ricostruzioni storiche si portano dietro. A volte è molto frustrante leggere una quintalata di pagine che descrivono il tal quartiere, o la tal professione, e poi doverci dare dentro di cesoie per ridurre la messe di informazioni a quello stretto indispensabile, ma ben selezionato, che restituisca l’immagine giusta ma senza appesantire. Dopotutto si tratta di una serie di gialli ironici, prima ancora che storici: il lettore ci si avvicina prima di tutto per essere intrattenuto, e non sarebbe preparato a ricevere in pieno sterno paragrafi su paragrafi di descrizioni dettagliatissime come invece è normale per chi sceglie consapevolmente un romanzo storico in libreria”.

A questo proposito, l’incrocio tra giallo e commedia – che da sempre caratterizza le trame dei tuoi libri – affascina molto lettrici e lettori di oggi: come mai, secondo te?
“Be’, posso dirti perché affascina me, che sono una utente, oltre che una autrice, di libri del genere: io mi riconosco un conflitto interiore fra, da una parte, la curiosità, il desiderio di imparare, di scoprire cose che non sapevo, di sbirciare oltre muri e muretti, e dall’altra il desiderio di leggerezza, di ‘staccare’, da giornate già abbastanza impegnative perché abbia voglia di faticare pure quando mi metto a leggere. Quindi, se mi arriva fra le mani qualcosa che mi intrattiene senza richiedermi particolare sforzo, e che però allo stesso tempo mi apre a nuove conoscenze, sono la persona più felice del mondo”.

Prima Vani Sarca, poi Anita: hai anticipato della nuova serie… hai già in mente la protagonista?
“Ah, ma allora vuoi proprio trascinarmi sulla strada proibita dello spoiler! Senti, diciamo che ci sono in canna non uno ma addirittura un paio di progetti dei quali sono mesi, ME-SI, che mi trattengo dal blaterare in giro, alle presentazioni, nelle interviste. E non è facile, perché quando qualcosa mi appassiona io divento ancora più logorroica del normale (e sì, sembra impossibile). Quindi, insomma: non vorrai mica distruggere il mio impegno di mesi per fare le cose con ordine e non sbracare sul futuro quando c’è ancora tutto un appassionante presente anitesco da finire di esplorare insieme, vero?”.

Un nuovo papa - Glenn Cooper

Autore di libri di fantapolitica, storie verosimili, ma certamente amatissime dal pubblico italiano ecco una novità di Glenn Cooper, il prolifico autore americano di bestseller.
L’avevo cominciato a recensire nel 2010, e ora lo incontro a distanza di anni con un romanzo dirompente Un nuovo papa (editrice Nord, 2022, trad. di Elisa Banfi), capace di far sobbalzare molti cattolici conservatori e anche molti lettori che con il tema centrale affrontato dallo scrittore hanno qualche difficoltà - e temo che non saranno pochi.

Cooper immagina che un giovane cardinale inglese, sua eminenza Anthony Budd, vescovo ausiliario di Westminster, uomo bello, sano, sportivo, è un forte nuotatore, sia chiamato a partecipare al Conclave, che dovrà eleggere il nuovo pontefice romano. Budd viene da una famiglia modesta, ha studiato con i suoi soli mezzi, ha subito violenza da suo padre, ha una forte vocazione che sostiene la sua fede, anche se nasconde dentro di sé un segreto drammatico.

Nella prima parte del romanzo il cardinale appare distaccato dal tema della elezione: in conclave si affrontano progressisti e conservatori, e sembra che avrà la meglio il potentissimo cardinale Speranza, inserito nei riti e nei ricatti della Curia, sostenuto dalla parte più retriva del collegio cardinalizio che vede con sospetto il prelato colombiano Moreno, su cui si cerca di costruire un passato di complice di un prete pedofilo per eliminarlo dalla competizione.
Il conclave si protrae a lungo, perché non si riesce a trovare il nome giusto che accontenti le varie correnti presenti nella Chiesa.

Inutile dire che alla fine, del tutto inaspettatamente, verrà eletto proprio il quasi sconosciuto Budd, che anche se sconcertato dichiara di accettare l’elezione.
Prenderà il nome di Innocenzo VIII, secondo papa inglese della storia.
Ma poche ore dopo la fumata bianca, quando il neo eletto ha affrontato una prova di coraggio salvando dalla morte Moreno, rapito dai guerriglieri delle Farcas, ecco giungere in Vaticano un sedicente avvocato, che è a conoscenza del segreto di Tony Budd, e che lo ricatta: in cambio del silenzio vuole cinque milioni di sterline.

Il papa, sconvolto, non accetta di essere ricattato e decide di dichiarare al mondo intero il dramma che vive fin da bambino.

Inutile dire il terremoto mediatico che sconvolge il mondo cattolico e non solo.
Nulla aggiungo alla trama di questo romanzo molto coraggioso, capace di affrontare un tabù che la società attuale, anche la più aperta, stenta ad accogliere e ad accettare. Molte implicazioni teologiche compaiono nel testo, molte risposte al tema durissimo per la violenza che subiscono, lo stesso papa ne è testimone, le persone che nascono con il suo stesso problema.

Lo spunto che il romanzo propone è interessante, come lo sono il celibato, il ruolo delle donne nella Chiesa, l’omosessualità, la condanna della pedofilia, tutti temi al centro di molti dibattiti dolorosi all’interno del mondo cattolico nella comunità mondiale che lo scrittore americano intercetta in modo problematico in molte pagine del libro.
La storia raccontata da Cooper farà discutere, ed è un bene, nell’interesse di chi ha a cuore le sofferenze di chi per troppo tempo le ha dovute tenere nascoste.

Ho qualche domanda da farti - Rebecca Makkai

La cronaca nera ama le ragazze morte, ha una vera ossessione per le minorenni incensurate. Possiamo anche non farci caso, ma è così. Nei mass-media le vittime di cronaca nera sono oggettificate, feticizzate. Giovani, belle, ricche. Morte. Scatta il delirio collettivo. Gruppi di discussione sui social, blogger che conducono indagini indipendenti, podcast, programmi televisivi. Di questa e altre subdole derive parla Rebecca Makkai nel romanzo Ho qualche domanda da farti, da poco uscito per Bollati Boringhieri (sarà al Salone del Libro di Torino l’11 maggio e al FestivaLino di NoLo a Milano il 13). E Rebecca ne parla con me, in videochiamata da Chicago.

Giovani, belle e morte: sono le star del true crime.
«Uno dei motivi principali per cui i podcast di true crime si occupano di vittime femminili è il pubblico: non tutti lo sanno, ma è per la maggior parte fatto di donne che si identificano di più in vittime femminili. E poi le vittime uomo hanno storie meno interessanti».

In che senso?
«L’uomo viene ucciso per questioni di soldi, di droga, in una lite fuori dal bar. Storie tristemente squallide».

E le donne?
«Le donne vengono uccise quasi sempre in ambito domestico, le loro storie possono parlare a tutte. Io credo che i podcast di true crime servano a tante donne come corso di sopravvivenza. Imparano a riconoscere certi segnali, a non commettere imprudenze».

Solo per quello?
«E anche per fissare lo sguardo direttamente sull’oggetto delle loro paure. Però c’è anche il pubblico maschile, a cui piace la vittima giovane e bella per altri motivi. Ma non del tutto riprovevoli. Un mix di feticismo e desiderio di protezione. Sommando gli interessi del pubblico maschile e quelli del pubblico femminile il modello di vittima che emerge come più popolare è quello rappresentato da una giovanissima ragazza, bella, bianca, ricca e sessualmente attiva».

Al centro del suo romanzo c’è un caso di cronaca proprio come nei noir. Il true crime in questione risale agli anni ’90 e si tratta dell’omicidio di una diciassettenne in una boarding school, ossia una scuola superiore con campus. Lei è sposata con un insegnante e vive proprio nel campus di una boarding school.
«La vede quella porta dietro di me? Da lì si entra nella scuola. Mio marito e io viviamo in una casa dentro il campus».

Quindi l’idea di scrivere un romanzo ambientato nel campus le è venuta dalla sua vita reale.
«Sì, la boarding school è un luogo fantastico per ambientare un romanzo: è chiuso, isolato, in mezzo alla campagna, pieno di ragazze e ragazzi negli anni dell’adolescenza. È un’ambientazione che ti porta inevitabilmente verso una trama noir. E allora ecco l’omicidio di Thalia negli anni ’90, ecco la rapida conclusione delle indagini che porta all’arresto dell’unico nero della scuola, ecco la protagonista, Bodie, compagna di stanza di Thalia, che torna in quello stesso collegio a distanza di quasi 30 anni per tenere un corso di podcasting, ecco i dubbi su quell’omicidio lontano nel tempo, il tentativo di colmare tutti i buchi lasciati dall’indagine dell’epoca, la battaglia per fare riaprire il caso».

La vera protagonista della storia è la memoria. È importante ricordare bene, ma è difficilissimo.
«Non volevo che la voce narrante fosse quella di un’adolescente della boarding school, ma di una donna che guardava al passato. In quello stesso periodo mi ero interessata al true crime e ai casi irrisolti. Anche i casi irrisolti hanno a che fare con il guardare al passato, no? La donna che guardava indietro ai giorni della scuola superiore non doveva farlo per ricordare il ballo, ma per un motivo molto urgente, in cui diventava importante capire quanto fossero nitidi i suoi ricordi. Cosa ricordiamo davvero di quello che pensiamo di ricordare? Ci sono casi in cui la questione è fondamentale, non contano le opinioni, conta la ricostruzione esatta del passato. Dov’eravamo quel giorno a quell’ora? La nostra memoria è affidabile?».

Nel suo libro scopriamo un mondo di blogger che si dedicano corpo e anima allo studio di casi irrisolti di cronaca nera.
«Sì, col true crime certi vecchissimi casi sono ridiventati pubblici. È un fenomeno un po’ inquietante».

Perché?
«Perché nel mondo iperconnesso di oggi inevitabilmente tutti hanno una teoria. Nascono comunità online che discutono il caso, lo analizzano, lo rendono parte di un dibattito pubblico, a volte lo sminuiscono, lo volgarizzano. Le famiglie delle vittime non sono sempre contente che ciò accada. Però ogni tanto da quel mondo vengono fuori pezzi di grande giornalismo d’inchiesta, che diventano podcast o libri».

Poi abbiamo un uomo che viene accusato di molestie da una sua ex stagista dopo molti anni (forse pretestuosamente) e finisce in una gigantesca shitstorm sui social con conseguenze gravi anche dal punto di vista professionale. Abbiamo quindi una situazione in cui ci sono due vittime: la vittima delle molestie e la vittima della vendetta.
«I ricordi degli ex studenti e di Bodie svelano che negli anni ’90 praticamente tutte le ragazze del collegio avevano subìto ogni tipo di abuso da parte dei compagni di sesso maschile e che anche gli insegnanti non erano irreprensibili. Eppure nessuna si era mai nemmeno posta domande su come reagire. Subivano, subivamo in silenzio. Per la mia generazione (ha 46 anni, ndr), il #MeToo è stata una grande occasione collettiva di condivisione proprio perché da ragazze abbiamo sempre lasciato fare».

Quindi nessuna critica al #MeToo?
«Ci mancherebbe. Però mi interessava riflettere sull’intero spettro del #MeToo, non solo su un aspetto e dunque ho messo in scena Jerome, l’ex marito di Bodie, che si scopre vittima di una strana forma di vendetta da parte di un’amante tradita e diventa il bersaglio del sadismo social e della violenza purificatrice di attivisti da scrivania».

L’altro estremo dello spettro…
«Esattamente all’altro estremo dello spettro rispetto agli abusi subiti in silenzio dalle donne della mia generazione c’è la messa sotto accusa di un’intera generazione di maschi bianchi di mezza età solo per il fatto di essere maschi bianchi di mezza età e mi interessava rappresentare la complessità di un argomento come questo. Mi chiedo ancora oggi: dov’è la linea che divide un comportamento discutibile da un reato?».

Oggi conviene avere opinioni assolute.
«Un libro non deve semplificare la vita, deve complicarla, fare nascere domande, sbiadire i confini. La mia Bodie, che è una nota podcaster femminista, perde la pazienza e, mezza ubriaca, twitta una sguaiata arringa in difesa dell’ex marito accusato di essere un “predatore”. Questa scena ha diviso le mie lettrici e i miei lettori in modo molto netto. Più bassa è l’età, maggiore è l’indignazione per il comportamento di Jerome e minore la disponibilità ad ammettere che nella vita esistono le sfumature».

Territorial pissings - Kurt Cobain

"Il piano per la mia vita, da quando riesco a ricordare, era diventare un artista commerciale"

È questa frase, tra le molte memorabili che abitano le otto interviste qui raccolte, il perno attorno a cui ruota la contraddittoria – ancora oggi – vicenda di Kurt Cobain, la sua figura equivoca(ta), trasfigurata, polverizzata e ricomposta in forme simboliche diverse e opposte. La frase proviene dalla chiacchierata con Jon Savage del luglio 1993. In Utero sarebbe uscito due mesi più tardi. Kurt è padre da neppure un anno, diviso tra l’amore per la famiglia – dichiara spesso di considerarla ciò che lo rende felice – e l’insofferenza per l’attrito tra questa nuova dimensione, la società e i media.

Col nuovo album intende riallacciarsi a quell’intento, ma farlo con le proprie regole: aggrappato a un’espressività sincera, genuina, senza dover pagare pegno alle aspettative del pubblico e della major per cui la band ha firmato. Vive la prospettiva dei tour nei grandi stadi come una noiosa, insopportabile routine. Un mese più tardi dichiara a Edgar Klüsener: “Abbiamo suonato nei grandi festival all’aperto. È stato orrendo. Mi faceva schifo. Krist e Dave stavano tipo a dieci metri da dove ero io. Era tipo ‘Hey, ciao!’ C’era qualcosa di sbagliato”.

L’esperienza traumatica del divorzio dei genitori, il buco nero dell’assenza paterna (e della sua presenza anaffettiva), il dolore cronico allo stomaco, l’insofferenza per la mentalità provinciale e sessista di Aberdeen, la tossicodipendenza: questo concorso di eventi che strutturarono negli anni il disagio profondo di Cobain, sembra trovare nella parabola artistica un paradigma perfetto e ahilui catastrofico. Scoprirà, Cobain, che nello stesso processo che poteva schiudergli la possibilità del riscatto si nascondeva una trappola, il lucchetto che lo avrebbe incatenato definitivamente al sistema e privato di quel po’ di sé che aveva saputo trovare nelle canzoni.

Nell’aprile del 1990, intervistato da Laura Begley e Anne Filson, dichiara: “A noi non interessano le major. Sarebbe bello avere una distribuzione migliore, ma a parte quello le major portano solo merda”. Vale a dire: ne era consapevole. Sapeva bene da cosa doveva guardarsi. Ma il frangente storico e soprattutto il rapporto di sincera amicizia con musicisti che avevano attraversato il Rubicone (i Sonic Youth che firmano per Geffen, i R.E.M. per Warner…), convinsero lui, Novoselic e Grohl che si poteva fare. E ne finì – Cobain – stritolato.

Ancora a Savage, agosto 1993, dichiara: “Spero che riusciremo a fare uscire il nostro Metal Machine Music l’anno prossimo… (…) So che sono troppo testardo per concedermi di fare compromessi sulla musica, o di cominciare a fare cose nell’ottica di diventare famosi”. Più avanti, nel gennaio ‘94, a John Fricke: “Mi fa schifo dirlo ad alta voce, ma non riesco a immaginare che i Nirvana resistano per più di un altro paio di dischi, a meno che non ci impegniamo davvero a sperimentare. Cioè, guardiamo in faccia la realtà. Quando le stesse persone restano troppo tempo insieme a fare la stessa cosa, si limitano. Io sono davvero interessato a studiare cose diverse, e so che lo stesso vale per Krist e Dave. Ma non so se siamo in grado di farlo insieme”.

Quello che colpiva di più nelle interviste di Cobain è il modo in cui le utilizzava per scoprire le ferite, per rivelarsi, malgrado non mancasse di esprimere la sua insofferenza per il rituale delle interviste. Anzi, proprio perché ogni volta sembra voler strappare il sipario, boicottare il dispositivo promozionale alla base del canonico meccanismo domanda-risposta, aggiunge sabbia alla benzina, si estranea dal ruolo. Intervistato, Cobain è lo spettro di se stesso, l’immagine dietro l’immagine, un pallido riflesso dell’individuo dentro la rockstar. Un vuoto problematico.

Nell’ultima intervista, concessa nel febbraio 1994, Chuck Crisafulli gli chiede cosa accade nella sua mente durante i celebri anti-assolo, quando cioè “arriva il momento di dare sfogo alla chitarra”. La risposta di Cobain è folgorante: “Meno di quanto immagini”.

Per quanto mi riguarda, questo volume ribadisce ciò di cui sono convinto da un pezzo: Kurt Cobain è uno dei misteri più analizzati, esposti, sottoposti a molteplici forme di autopsia esegetica. Eppure rimane, nella sua essenza, fuori dall’obiettivo. Indecifrato. Osceno. L’elemento intruso, tossico, che potrebbe guastare la pozione e crackare l’incantesimo. Ma non lo fa, perché neppure lui – così potente – è forte abbastanza.

La mia Ingeborg - Tore Renberg

Il vecchio Tollak, protagonista di La mia Ingeborg (Fazi, traduzione di Margherita Podestà Heir) dell’autore norvegese Tore Renberg, è un uomo pieno di contraddizioni: orgoglioso e furioso, giusto e tenero. Ormai vecchio e solo, non fa che imprecare contro il mondo che da tempo, per lui, ha smesso di avere senso. Solo una cosa lo teneva attaccato alla vita: sua moglie Ingeborg, amatissima, scomparsa diversi anni fa…

Il romanzo dell’autore classe ’72, premiato come miglior libro dell’anno dai librai norvegesi, trascina lettrici e lettori in un racconto “teso come un thriller e commovente come una storia d’amore“, attraverso il ritratto di una famiglia che, capeggiata da un uomo distruttivo, va in pezzi.

Dopo la scomparsa della moglie, i suoi due figli, ormai adulti, lo hanno abbandonato alla vita desolata della provincia remota da cui provengono, e passano a trovarlo di rado; soltanto Oddo è rimasto con lui: Oddo lo scemo, come lo chiamano i vicini, di cui Tollak si prende cura da quando, ancora bambino, è stato abbandonato dalla madre.

Tollak insiste affinché sua figlia e suo figlio tornino a casa ancora una volta: ha bisogno di parlare e condividere il suo segreto prima che sia troppo tardi. O meglio, i suoi segreti. Le verità che Tollak ha sempre tenuto per sé sono molteplici, e sono una più terribile dell’altra.

Un estratto del libro:

La mia Ingeborg.

Riesco a vedere il suo viso. Quei lineamenti così belli. Riesco a vedere il modo in cui camminava per la stanza, come l’ondeggiare dei suoi passi si diffondeva per tutta la gamba fino a raggiungere i fianchi. Riesco a vederne la schiena, la maniera in cui si chinava. Riesco a sentirne il suono della voce, dentro la quale si mescolavano profondità e leggerezza:

Non sei di molte parole, Tollak.

A volte lo diceva con amore. Ogni tanto in preda alla disperazione. Qualche volta con dolore. Spesso con irritazione. Aveva ragione. Non sono un tipo loquace.

Mentre sto qui davanti alla finestra, mi torna alla memoria una sera di molti anni fa. Era il periodo in cui Hillevi e Jan Vidar frequentavano le elementari. I bambini si erano addormentati e noi eravamo a letto, io e Ingeborg, due corpi, uno accanto all’altro. Dopo l’amplesso ci sentivamo sempre così caldi e sazi. Eravamo così, io e Ingeborg, ci aggrovigliavamo come due animali e non potevamo farci niente.

Ci penso di continuo.

Lei godeva di me e io godevo di lei.

Quella sera mi appare così nitida davanti agli occhi. Io mi ero nutrito di lei e lei si era dissetata di me. Sdraiato sul letto, ero stremato, eppure ero stato assalito di colpo dal desiderio di parlare.

Ingeborg, le avevo detto girando la testa verso di lei. Giaceva accanto a me con gli occhi chiusi, alcune ciocche di capelli le si erano appiccicate sulla pelle olivastra, ero rimasto a contemplarla perché per me era bellissima.

Lo facevo di continuo.

I vicini che abitavano come me nella valle avevano sicuramente notato quanto fossi orgoglioso di mia moglie.

Sììì?

Aveva strascicato il suono, pigramente.

Anche se non parlo molto, le avevo detto, non significa che mi manchino le parole.

Aveva aperto gli occhi e, girata la testa, mi aveva guardato. Lo so, aveva risposto.

Dentro di me, avevo continuato, sì, quella sera non avrei mai smesso di parlare, dentro di me ci sono tantissime parole.

Lo so, aveva risposto Ingeborg prendendomi la mano, ho sempre creduto di poter sentire le parole che sono dentro di te.

Non puoi, ricordo di aver pensato, ma ero rimasto in silenzio.

È perché ti conosco così bene, aveva detto Ingeborg, lo sai vero, Tollak?

Avevo annuito, perché era così bella mentre se ne stava lì sdraiata, ma dentro di me avevo pensato: No, adesso esageri, nessuno mi conosce davvero.

Mi sembra di ricordare che si fosse messa a ridere.

Mia moglie rideva facilmente. Era come se avesse la risata pronta che, quando aveva la possibilità di sgorgarle dal petto, non si faceva pregare.

Invece per me è difficile ridere. Mi sono chiesto come mai. Non ci riesco. Ho un blocco. Una contrazione all’altezza dei muscoli della bocca. Qualcosa mi dice che devo trattenerla per non rendermi ridicolo. Vale per tutto. Però quando si tratta di Ingeborg, mi sento in colpa.

Con lei mi sarebbe piaciuto aver riso di più.

Degli altri non mi interessa.

Sì, sì.

Il rimorso non serve a cambiare il passato.

Mi avvicino alla finestra e guardo fuori in cortile. La stalla è illuminata. Oddo. È là. Non lo vedo da stamattina. Ha trascorso una mattinata tranquilla. Non sa che stanno per arrivare.

(continua in biblioteca...)

Tore Renberg è un autore norvegese. Nato nel 1972 a Stavanger, e` uno degli scrittori norvegesi piu` popolari, versatili e acclamati dalla critica. Ha vinto numerosi premi letterari e i suoi libri sono stati tradotti in ventidue lingue. Ha esordito nel 1995 con la raccolta di racconti Sovende floke, alla quale sono seguiti quindici romanzi. Ha scritto anche sceneggiature e opere teatrali. Oltre alla scrittura si dedica alla musica: ha suonato in diversi gruppi, tra cui i Lemen, formazione in cui lui era la voce e Karl Ove Knausga°rd il batterista. Nel 2024 Fazi Editore pubblica in Italia, La mia Ingeborg, finalista del Premio Strega Europeo 2024.

Le figlie di Sparta - Claire Heywood

Un bellissimo libro, specchio della forza interiore della figura femminile, che sia figlia, madre o moglie.
Narrazione introspettiva dei suoi dolori, i più profondi, provocati dall' imperio maschile che ha generato e genera la guerra, di tutti tempi.

Un'ora di fervore - Muriel Barbery

In realtà la sua vita era stata appesa a tre fili e solo l’ultimo era un fiore. L’arte era uno dei tre fili della sua vita

Al tramonto della propria esistenza un uomo si trova a osservare, ormai da lontano, la trama della sua vita, ripercorrendone le fila e ricostruendo i sottili leitmotiv che l'hanno costellata con grazia. La stessa grazia con la quale Muriel Barbery, l’autrice che ha conquistato la prima volta i suoi lettori con l’Eleganza del riccio e l'ultima con il libro uscito nel 2021 Una rosa sola, torna a stupire. La storia questa volta è di Haru Ueno, padre della Rosa del titolo precedente, appunto, che vediamo ripercorrere a ritroso le tappe di una vita tutta tesa – se non appesa – all’essenziale.

Era incantato che secoli di ricerca spirituale avessero portato a quella disposizione precisa. Tutti quegli sforzi tesi verso un significato, pensava anche, e alla fine una pura forma

Haru era infatti uno di quelli che cercano la forma ed è proprio questa passione a guidarlo nelle sue scelte trasformandolo da figlio di un mercante di sakè in mercante d’arte. Lo seguiamo nel corso degli anni che egli rievoca e risale fino alla fonte, facendo scorrere sullo schermo della nostra immaginazione tutte le tappe, i trasferimenti e gli incontri che lo hanno plasmato, così come la materia docile nelle mani di un vasaio.

A vent’anni aveva voltato le spalle alle montagne di Takayama e al commercio del padre per trasferirsi a Kyōto. Decisivo fu per lui l’incontro con Tomoo Hasegawa, un produttore di documentari d’arte per la televisione di Stato ma anche un ricco mecenate che si presenta subito a noi come un grande Gatsby orientale, con una casa in cima alla collina di Shinnyo-dō, che nei primi anni Sessanta egli «aveva concepito, disegnato, fatto costruire e aperto a coloro che erano assetati d’arte, di sakè e di festa». Nonostante la poca propensione dei giapponesi a ricevere in casa, da lui si incontravano artisti giapponesi e stranieri, ma anche tanti altri tipi di persone che non erano artisti ma che, come gli altri, andavano e venivano da casa sua a tutte le ore, che lui ci fosse o meno. In una di quelle serate, Haru incontra Keisuke, che oltre a essere pittore, calligrafo e poeta, praticava l’arte del vasaio.

La cosa notevole dell’incontro fra Haru e Keisuke era stata la ciotola che al principio c’era stata tra loro. Haru l’aveva vista e aveva capito che sarebbe stata la sua vita. Non si era mai imbattuto in un’opera del genere, la ciotola sembrava antica e nuova insieme, in un modo che riteneva “impossibile”.
Dopo essere stati presentati avevano suggellato con il sakè la loro amicizia. Ed è proprio l'amicizia con i suoi valori che costituisce un altro leitmotiv fondamentale. Di una vita, la sua, che «si riduce a tre nomi: Haru, quello che non voleva morire; Keisuke, quello che non poteva; Rosa, quella che avrebbe vissuto». Keisuke rappresenta il secondo filo, Rosa il terzo.

Rosa sarà figlia di una relazione fugace con una straniera di passaggio, di origini francesi. Ma la madre, una donna che soffre di depressione, impedisce ad Haru di vedere la figlia. Così egli non la conoscerà mai, ma per tutta la vita la vedrà crescere solo grazie alle fotografie. E grazie ai rapporti di un investigatore privato, che in realtà egli ha ingaggiato per seguirne da lontano la crescita. Con lei parlerà in cuor suo e le trasmetterà spiritualmente la parte giapponese che le manca. A lei, Haru Ueno rivolgerà il suo ultimo pensiero prima di morire. Che non significa scomparire, ma cambiare forma.

Dato che era buddhista solo per tradizione, ma voleva tenere insieme il tutto della sua vita, si era plasmato la convinzione che buddhismo fosse il nome che la sua cultura dava all’arte, o almeno a quella radice dell’arte che si chiama spirito. Lo spirito inglobava tutto. Lo spirito spiegava tutto. Per ragioni misteriose la collina di Shinnyo-dō ne incarnava l’essenza. Facendo quella passeggiata circolare Haru percorreva la vita nella sua ossatura nuda, spogliata dalla sua oscenità, lavata dalle sue trivialità. Con gli anni aveva capito che quelle illuminazioni nascevano dalla configurazione del luogo. Nel corso dei secoli gli uomini avevano messo insieme le costruzioni e i giardini, avevano disposto i templi, gli alberi e le lanterne, e alla fine quel lavoro paziente aveva generato un miracolo: percorrendo i viali ci si sentiva dare del tu all’invisibile. Molti ne attribuivano il merito alle presenze superiori che popolano i luoghi sacri, ma Haru aveva imparato dalle pietre del suo torrente che lo spirito nasce dalla forma, che esiste solo la forma e la grazia o la mancanza di grazia che ne risultano, l’eternità o la morte contenute nelle curve di una roccia.
Una storia dunque all’insegna dell’amicizia come «parte dell'amore», ma anche delle relazioni famigliari nelle loro sfumature più dolorose, dell’arte come ricerca della forma essenziale e, infine, della natura in quanto tempio dello spirito. Il tutto innaffiato da sakè e immerso nella grazia.