Vedi tutti

Gli ultimi messaggi del Forum

Player one - Ernest Cline

Bello, si legge velocemente. Come stile, mi ha ricordato un poco la semplicità di Dave Eggers (che è un poco la linea espressiva del grande Michael Chrichton di Jurassic Park).
Pecca, ad esempio nel citare cartoni animati non tanto amatissimi da noi (bello però come li fa entrare nella storia) e nel non saper andare fino in fondo nelle introspezioni psicologiche, quasi assenti. E'un libro gioco, ma più gioco che libro.

Storia della danza occidentale - Silvana Sinisi

Se all'inizio ci introduce bene nella nascita della danza, bene per quanto si può dire delle origini, diventa un saggio ben scritto, ma senza la capacità di rendere un minimo delle emozioni della danza: poche illustrazioni, e uno sguardo troppo limitato sulla contemporaneità.
[Ci aspettiamo molti studi da Università italiane e cervelli: l'esaustività è difficilissima, è innegabile. Ma la noia rischia di stare in agguato. (E non possiamo permetterci di annoiare i futuri studenti che diventerebbero ex studenti con uno schioccar di dita).]

L' arte di ascoltare i battiti del cuore - Jan-Philipp Sendker

"Ci sono cose che le persone che vanno per il mondo su due piedi non possono capire. Credono che si possa vedere soltanto con gli occhi. E credono che le distanze si possano superare soltanto con i passi".

Anche Julia ne è convinta. Ingabbiata nella sua professione di avvocato e nella vita cittadina fatta di impegni frenetici e brevi incontri con sua madre al bar italiano, Julia è riuscita a poco a poco anche a mettere da parte l’improvvisa scomparsa di suo padre. Una scomparsa inaspettata quanto insolita. Nessun messaggio, nessun sospetto prima di sparire dalle loro vite. Le indagini sono a un punto morto quando Julia decide di seguire quei pochi indizi verso la verità che portano fino alla sconosciuta Birmania.

Estenuanti ore di viaggio tra aereo, autobus e carretti fungono da macchina del tempo a ritroso: la Birmania le appare da subito come una terra desolata e inospitale, inadatta alla vita così come Julia l’ha sempre intesa. È sempre più forte il desiderio di ritornare a casa eppure qualcosa la trattiene, un filo invisibile che sembra tenere le redini del passato di suo padre. È ancora vivo? È prigioniero? Le ha abbandonate consapevolmente?

"Ma ero così sicura che avrei davvero voluto sapere ogni cosa? Sarei riuscita a compatirlo? I figli desiderano veramente conoscere i genitori come persone dotate di una loro vita autonoma?"

U Saw, un vecchio sdentato e logoro che siede a uno dei tavolini del bar, sembra aspettare proprio lei, Julia, per raccontarle la storia di un bambino.

Una storia incredibile, quasi impossibile, fatta di perdite e privazioni, una storia di desideri soffici come speranze e di destini incrociati in maniera indissolubile.
Julia non vuole ascoltare, cosa pretende di sapere quel vecchio? Cosa davvero sa?
La curiosità, il desiderio di scoprire se suo padre è ancora vivo insieme al vago timore di scoprire la verità spingono Julia a restare. Un giorno, due giorni, tre giorni.

"Ci sono momenti in cui la vita cambia completamente il suo corso? In cui il mondo come noi lo conosciamo cessa di esistere? Momenti che ci fanno diventare di colpo diversi?"

Il racconto di U Saw procede lento, un lungo flashback che snoda i dolori dell’infanzia di Tin Win, il bambino speciale che da grande sarà il padre di Giulia. Un nome diverso, una vita diversa, venti anni che scompaiono nell’esistenza frenetica di New York per celare un segreto che riaffora solo adesso.
Tin Win non può essere suo padre, quel vecchio pazzo si sbaglia, suo padre non era cieco. Suo padre non amava un’altra donna, era sempre stato un uomo integerrimo.

"Vediamo solo quello che conosciamo. Siamo convinti che gli altri siano capaci di fare solamente ciò che sappiamo fare anche noi, nel bene e nel male […] Vogliamo essere amati come amiamo noi. Ogni altro modo ci è estraneo, lo guardiamo con dubbio e sfiducia, ne fraintendiamo i segni, non capiamo la sua lingua. Accusiamo. Affermiamo che l’altro non ci ama. E invece forse ci ama in un modo tutto suo, che noi non conosciamo".

Una storia di bugie e sotterfugi. Eppure non era questa la sensazione che Julia sentiva sulla pelle. Conosceva suo padre ma, a poco a poco, inoltrandosi nel fitto sottobosco della Birmania fatto di credenze, di atmosfere surreali e di profondità dell’anima, Julia scopre il giovane ragazzo che è stato suo padre. Conosce l’uomo innamorato della vita e dell’amore, innamorato di una donna storpia che insegue con il pensiero e il cuore per tutto il tempo in cui è costretto ad allontanarsi.
Julia scopre l’amore, quello silenzioso e sottile che si insinua nell’anima fino a penetrarla, fino a non lasciare spazio per nient’altro.

Un amore difficile da comprendere perché investe la vita a tal punto da influenzare ogni pensiero, ogni aspetto, ogni sfaccettatura della realtà. Ad un tratto Julia si rende conto che il filo invisibile che ha unito due anime speciali, Tin Win e Mi Mi, non si è mai spezzato ma ha li condotti l’uno verso l’altra in ogni istante.

"C’è una forza contro cui né il tempo né la distanza possono nulla. C’è un potere che unisce gli uomini, più forte della paura e della sfiducia. Una forza che dà la vista ai ciechi e che non obbedisce alle leggi del degrado e della rovina".

Cosa troverà Julia al termine del suo viaggio? Ora che conosce la verità, ora che è dalla parte di Mi Mi, sarà pronta a rivedere suo padre, a perdonarlo, a comprenderlo? E lui, Tin Win, come accoglierà sua figlia in quello che per lui è un angolo di Paradiso talmente prezioso da averlo celato a tutti per cinquant’anni?

"I piedi ricordarono la terra. Quella terra morbida e calda che pizzicava in mezzo alle dita […]Salì le scale gradino dopo gradino. Non aveva fretta. Dopo cinquant’anni".

La storia si dipana in maniera lineare intercalata da brevi capitoli in cui Julia riaffora al presente per prendere una boccata d’ossigeno e fare i conti con le sue paure proiettando le nuove informazioni nella sua vita di figlia.

U Saw, il narratore attento e perspicace, accompagna Julia e il lettore in un mondo che sembra disconnesso dalla realtà. Un mondo fatto di immagini suggestive, speranze impossibili, realtà incredibili.

Il processo di trasformazione di Julia è un po’ anche quello del lettore, catapultato in una realtà surreale che sembra sfociare nel fantastico. L’abilità dell’autore consiste proprio nel portare alla luce la storia a poco a poco, facendo leva sulle perplessità di chi legge che diventano quelle di Julia.

L’incredibile diventa reale sfociando in un finale sorprendente e delicato che lascia una sensazione di appagamento e speranza ineguagliabili.

"La vita è un dono da non disprezzare. Un dono pieno di enigmi, nel quale dolore e felicità sono inscindibilmente legati l’uno all’altra, e ogni tentativo di godere dell’una senza soffrire dell’altro è destinato a fallire.

Non tutto ciò che si può spiegare è vero, Julia, e non tutto ciò che è vero si può spiegare".

Se la notte ti cerca - Romano De Marco

Romano De Marco arriva in biblioteca con "Se la notte ti cerca", con protagonista assoluta il commissario di polizia Laura Damiani, già conosciuta in "Città di polvere".

Ora è tornata a Roma e ai suoi comandi risponde una piccola squadra composta da due uomini: Paolo Silveri, ispettore capo trentadue anni, suo braccio destro; e Leo Fragassi, vice sovrintendente, ventisette anni, originario di Vittorio Veneto, un uomo giovane con un segreto che lo tormenta. Laura Damiani è alle prese con un omicidio che scotta: la brutale aggressione di una certa Claudia Longo, ricca cinquantaquattrenne, viziata, con parecchi interventi estetici, una donna che vive spendendo e spandendo senza limiti e passando con disinvoltura da un chirurgo plastico all’altro per contrastare le tracce degli anni. Insomma una donna che non riesce ad accettare il fallimento del suo matrimonio, incrudelita con tutti e tutto, che mantiene un cattivo rapporto con i figli e cura la sua depressione pagandosi una catena di amanti occasionali conosciuti al Single, un costoso club esclusivo di incontri particolari in zona Eur.

La sua uccisione pare essere un delitto passionale. Ma le incognite sono troppe, e nulla è chiaro. Trova collegamenti con altre morti, ma le alte sfere non permettono a Laura di riflettere bene e di condurre indagini in modo approfondito. Anche la piemme, una donna bolognese, arguta e preparata, nutre perplessità e dubbi. La vittima, Claudia Longo, è sola e infelice come lo è Angela Scala, una donna di mezza età, lavoratrice precaria, che pretende di essere una scrittrice, ma vive male, senza successo e senza speranze. Claudia ed Angela, prede deboli e insicure, sono vittime ideali. Anche Angela frequenta il Single, dove suonano i Mash Crew, un gruppo il cui frontman, Andy Lovato, è un personaggio molto intrigante, al punto che perfino Laura subisce il suo fascino indefesso. Certo questa sua momentanea debolezza mette in luce evidente i dubbi, e l’alternarsi delle vicende una più oscura dell’altra.

Un thriller ad alta tensione, con protagonista assoluta la solitudine. La solitudine di tante donne e di tanti uomini, prede facili in cerca di un gesto consolatorio che metta fine ai loro patimenti e ai loro dolori. Una vicenda che fa riflettere, soprattutto per l’angoscia vissuta sulla propria pelle da chi è vittima del proprio passato, chi non riesce ad andare oltre, ad affrontare i cambiamenti. Al di sopra il ritratto di Roma, città dove si alternano precari equilibri di potere e che diventa a tratti una presenza minacciosa, con i suoi troppi vizi e trasgressioni, e l’oscurità di segreti inconfessabili, che potrebbero coinvolgere e travolgere persino i protagonisti. Un’ottima lettura, avvincente ed intrigante per il lettore, condotto per mano in un continuum di colpi di scena.

Divergent - Veronica Roth

#YOUBOOK
Un romanzo ambientato in una Chicago post-apocalittica divisa in cinque fazioni con caratteristiche differenti: Eruditi, Intrepidi, Abneganti, Pacifici e Candidi. In età adolescenziale, ogni cittadino deve scegliere la fazione che più lo rispecchia, dopo essere stato sottoposto a dei test. Ma tramite quest'ultimi si può scoprire che tra gli abitanti, possono esserci anche i Divergenti, cioè persone che appartengono a più di un gruppo e che sono considerate un pericolo per la società. E la protagonista Beatrice è propria una di questi e deve cercare di trattare la cosa come un segreto, per non rischiare di farsi uccidere.
Divergent è il primo libro di una trilogia di Veronica Roth, la quale unisce in esso amore, azione, fantascienza, avventura e politica e riesce a far appassionare il lettore ad una storia dove la distopia è l'elemento principale.

Da soli - Cristina Comencini

«Questi sono due modi della mia scrittura: quello femminile, più intimo, in cerca di nuove sensazioni che sono ancora senza parole, e quello maschile, ereditato da millenni di cultura dei padri, si affiancano, si accavallano, armonici o in conflitto: sono entrambi io».

Due coppie, Andrea e Marta da un lato e Piero e Laura dall’altro. Un incontro sul ponte di una nave, venticinque anni prima, due matrimoni, due figli i primi, tre i secondi, una doppia separazione quella del presente. Marta lascia Andrea perché schiacciata dalla vita di coppia, da quella solitudine dettata dalla consuetudine, da quel ricordo di un padre scappato per le stesse identiche ragioni, dal desiderio impellente e folgorante di indipendenza, al contrario Piero lascia Laura perché non si sente amato e perché desideroso di conquistare una presunta libertà che di fatto soltanto il legame coniugale era in grado di dargli. E così, nella seconda metà della vita ti riscopri un fiume in piena, un fiume alimentato dalla foga di chi scappa e dalla calma di chi resta, da quel silenzio che adesso è proprio di stanze riempite di un vuoto tanto ricercato, di serie tv sul divano, di pasti da rosticceria presi all’ultimo e consumati in ambienti sconosciuti e arricchiti da foto ricordo di un passato sempre più sbiadito, da una rinnovata complicità con i figli, dalla riscoperta del corpo, del tempo, dei pensieri, di sé stessi, di quel che si era e di quel che si è.

Una storia di solitudini è quella che ci narra Cristina Comencini con il suo ultimo romanzo “Da soli”. È un libro, questo, dove la maturità propria dell’età dei protagonisti non traspare a dimostrazione che anche in una fase dell’esistenza di solito associata a calma, saggezza, esperienza e bilanci, si è invece preda di tempeste, si è prodighi alle decisioni e non si ha timore di lasciare e di separarsi dal passato perché quel futuro è ancora un desiderio intatto e costituisce un traguardo da raggiungere e conquistare. Ci si risveglia e ci si chiede: “Quando ho iniziato a nascondermi? Quando la mia sfera dell’io è diventata maggiore della sfera del noi? Perché ho cercato di cautelarmi lasciandomi una dimensione individuale a discapito della coppia? E alla fine, alla fine dei giochi, cosa resta”?

Di fatto questi destini non si separano mai del tutto. La sofferenza, le disillusioni, i tradimenti, le passioni e anche quel vissuto che si è trascorso insieme è e resta un qualcosa di vivo e pulsante. Perché lo stesso malessere non è mai dell’uno, bensì è di tutti. Può essere rappresentato in modo diverso tra uomo e donna, ma alla fine tutto si mescola e sovrappone, confondendosi.

«Il nostro mondo è fatto di separazioni, di individui liberi e soli. Lo sarà sempre di più. Forse si resterà insieme fino alla crescita dei cuccioli, come in alcune coppie di animali, e poi tutti in mare aperto, incrociando ogni tanto qualche altro nuotatore, ci si ferma per un po’ a riposare su un’isola, per poi riprendere a dare bracciate, immersi nei pensieri solitari, tra messaggi silenziosi, qualche rara telefonata, senza voci.»

Con questa opera l’autrice dà voce nella dimensione della rottura a due voci, a due cori, il cui confine tra l’uno e l’altro è sottile, tanto che soventemente finiscono con l’invertirsi, l’amalgamarsi. Il tutto in un continuo alternarsi di quegli stereotipi per cui la donna è la parte debole, fragile e abbandonata e l’uomo è l’insofferente alla realtà familiare.

E così, mentre un uomo fugge perché convinto di non essere amato e mentre una donna è alla ricerca dell’autonomia tardiva, il fato sopraggiunge inarrestabile in quanto non si può fuggire da quello che è la sorte di tutti dovendosi difendere dal sopraggiungere di eventi non programmati quali il dolore e la malattia.

Rinascita, senso di fallimento, rottura, ricostruzione, il rischio di cadere in una voragine, la tentazione di essere felici, la fatica di restare a galla magari crogiolandosi nelle illusioni ma pur sempre senza quella maturità che lo scorrere degli anni comportano, è l’elaborato della sceneggiatrice. Perché per quanto Marta, che di lavoro è una ristrutturatrice d’interni, sia alla ricerca di novità e di continuo cambiamento, non si è mai liberi da quel fardello, da quella valigia pesante e ingombrante, che fa parte del nostro trascorso. Una valigia, in realtà, doppia.
Uno scritto psicologico, riflessivo, da leggere con calma e sui cui meditare.

«L’altra volta, quando ora, tra dieci anni, per sempre, un anno ancora, tre giorni, domani… Il significato di quello che ci è accaduto, la morte, la separazione, è indecifrabile e chiarissimo, un insieme di eventi futuri, presenti, passati, che muoiono e tornano a esistere. La sua mano si posa sulla mia, la contiene tutta, la tiene stretta.»

La Scatola dei bottoni di Gwendy - Stephen King Richard Ghizmar

“What if you had a button, a special magic button, and if you pushed it, you could kill somebody, or maybe just make them disappear, or blow up any place you were thinking of? What person would you make disappear, or what place would you blow up?”

La scatola dei bottoni di Gwendy è una novella dove la tensione nasce come un ronzio di sottofondo a volume crescente.

Ci troviamo a Castle Rock, un’immaginaria cittadina che sta ai romanzi di King come Cabot Cove sta a quella portatrice di iella ambulante che è Jessica Fletcher. È il 22 agosto del 1974 quando Gwendy Peterson, al culmine del suo quotidiano appuntamento con l’esercizio fisico, si vede consegnare una scatola misteriosa dalle mani di un ancora più misterioso individuo che viaggia sotto le spoglie di Richard Farris. Se non bastano le iniziali di questo nome a oscurare l’orizzonte con infausti presagi, ci pensa lo scenario d’incontro di questi due personaggi. Gwendy, infatti, fa in tempo a scoccare uno sguardo inquieto all’uomo in nero prima che quest’ultimo, un perfetto sconosciuto, per lei, la interpelli dalla panchina in ombra sulla quale è seduto:

“Hey, girl. Come on over here for a bit. We ought to palaver, you and me.”

[…]

“I’m not supposed to talk to strangers.”
“That’s good advice.” He looks about her father’s age, which would make him thirty-eight or so, and not bad looking, but wearing a black suit coat on a hot August morning makes him a potential weirdo in Gwendy’s book. “Probably got it from your mother, right?”
“Father,” Gwendy says. […]
“In that case,” says the man in the black coat, “let me introduce myself. I’m Richard Farris. And you are—?”
She debates, then thinks, what harm? “Gwendy Peterson.”
“So there. We know each other.”
Gwendy shakes her head. “Names aren’t knowing.”

La scena ricalca grossomodo l’incipit di IT, e chi ha letto il romanzo sa che da una conversazione di questa risma non possono che derivare risultati raccapriccianti. Ai sorrisi diabolici di Pennywise lo sconosciuto sostituisce un fascino tranquillizzante che vince qualsiasi remora della ragazzina, tant’è che Gwendy, dopo un istante di scetticismo, accoglie l’invito di sedersi accanto a lui. Nel dialogo che segue all’adescamento è inquietante osservare come quest’uomo infagottato a lutto riesca a pizzicare le corde a lei più sensibili, quali il fattore peso, fonte di derisione ed emarginazione fra le mura scolastiche.

Gwendy si vede assegnare, per motivi che hanno la trasparenza del fango, questa scatolina decorata con due leve e delle serie di bottoni colorati di cui il signor Farris si premura di illustrare il funzionamento: una leva farà emergere un cioccolatino dai poteri rimpinzanti, perché Gwendy non soffra più di attacchi di fame, l’altra risputerà una moneta d’argento dal valore spropositato per l’epoca. Ciascun pulsante colorato rappresenta un continente, a eccezione di quello rosso e di quello nero.

Lo zio Ben una volta disse: Da un grande potere derivano grandi responsabilità. E saranno pressappoco queste le criptiche parole che il signor Farris rivolgerà a Gwendy all’atto del passaggio di proprietà della scatola. Col senno dei suoi dodici anni, Gwendy subisce tutto il magnetismo di questo “dono”. Dal momento in cui lo sconosciuto le pone la scatola fra le mani, la ragazzina la rivendica come sua, in un’improvvisa manifestazione di attaccamento materiale che ammicca tanto al rapporto malsano fra Gollum e l’Unico Anello.

Il confine fra paura e ossessione è labile e Gwendy lo scavalca ancora prima di rincasare, mentre si affanna alla ricerca di un nascondiglio sicuro dove riporre il tesoro da poco acquisito. Nessuno deve trovare la scatola o le conseguenze saranno devastanti, di questo è convinta. Il tempo scorre lesto grazie allo stile minimale di King: l’apprensione di Gwendy cresce giorno dopo giorno, insieme alla sua età, ai cioccolatini mangiati e al cumulo di monete d’argento. Le cosce si rassodano, abbandonati sono gli occhiali da vista, migliorano i voti a scuola. Sfiorare i bottoni con la punta del dito diventa presto un rituale imprescindibile, ma Gwendy si guarda bene dal premerne anche solo uno. Soprattutto quello nero. E la tensione sale, oh se sale...

Ma nonostante faccia un uso tutto sommato “nobile e morigerato” della scatola, l’aggeggio infernale non manca di condizionare la vita della ragazza: genitori e amici cominciano a ravvisare un cambiamento in lei, e non in positivo. Gwendy trema al pensiero di privarsene, all’idea che qualcuno la scopra, ma al contempo si chiede se lo sconosciuto si rifarà mai vivo in quel di Castle Rock per riprendersi quel caval donato che ora come ora ha raggiunto una mole troppo ingombrante per starsene docile e celato nelle tenebre di un armadio. E se questo scheletro, questo parallelepipedo di mogano, volesse essere trovato, come l’anello di Sauron? Gwendy avrà la forza di resistere al richiamo del male?

SK è una garanzia di stile: mostra quando deve mostrare, racconta quando deve raccontare. Soprattutto, non infarcisce il racconto con dettagli ininfluenti e lascia che siano le azioni e le parole dei personaggi a dare spessore alle scene. La sua penna si mantiene a una certa distanza e racconta l’adolescenza e l’alba dell’età adulta di Gwendy in terza persona, una scelta azzeccata che ha anche un che di alienante.

La storia conta una trentina di capitoli molto corti che possiamo interpretare come episodi della vita di Gwendy. Potremmo, in senso lato, considerarlo un romanzo di formazione che segue Gwendy dal suo ingresso alla scuola media al college. In ogni caso, numerosi battiti di mani all’accoppiata King-Chizmar per questo manualetto di stile.

R: Noi, lo giuro: #bf - Yuri Leoncini

Il racconto di due migliori amiche, Ana e Marta, due ragazze molto diverse: il sole e la luna, la gioia e la tristezza, la sicurezza e l'insicurezza. Un romanzo che si focalizza sull'adolescenza, sul razzismo e sul bullismo nei confronti di Ana, poiché appartiene ad una famiglia sinta, sull'amicizia ma anche sull'amore. Un libro con tre punti di vista narrativi (seconda e terza persona e diario in prima persona), veloce da leggere, e pensato soprattutto per gli adolescenti, ma anche per adulti, in quanto contenga delle riflessioni sui genitori e insegnati.

Il debito - Glenn Cooper

Glenn Cooper esce con la sua ultima opera intitolata “Il Debito” che fa parte della nuova raccolta delle avventure del professore Cal Donovan. Un romanzo che è scritto in maniera impeccabile e che cattura sempre l’attenzione del lettore di pagina in pagina, caratteristica tipica che viene riscontrata in quasi tutti i romanzi di Cooper. I personaggi sono sempre ben delineati sia a livello caratteriale che fisico e le descrizioni dei luoghi e degli avvenimenti sono sempre precise, accurate e permettono al lettore di ricostruire nella propria mente ogni singola scena nel dettaglio. Nonostante questo, anche se la vicenda narrata si discosta molto da quella raccontata da Dan Brown in “Angeli e Demoni”, il contesto è molto simile: un professore americano esperto in una materia che si imbatte in un intricato mistero tra i manoscritti vaticani. Il confronto tra Dan Brown e Glenn Cooper e i rispettivi protagonisti (Langdom e Donovan, ndr) è inevitabile. Di chi è lo stile narrativo più incisivo e coinvolgente? Il dualismo tra i due grandi scrittori continua…

Cenni sulla trama:

Cal Donovan è un professore di teologia di Harvard e, grazie alle sue brillanti doti che gli hanno permesso di risolvere un intricato caso sul sacerdote con le stigmate (Padre Bernardino, “Il segno della Croce”, ndr), ha ricevuto la possibilità da Papa Celestino VI di accedere in maniera illimitata alla raccolta di tutti i documenti della Biblioteca Vaticana e dell’ Archivio Segreto Vaticano. Un privilegio concesso a pochi eletti e un’inesauribile e preziosa fonte di approfondimento per un docente universitario di teologia. Cal si butta a capofitto nel suo lavoro di ricerca con l’obiettivo di recuperare più materiale possibile su un cardinale italiano vissuto in un periodo storico molto delicato per l’Italia e per il Vaticano: metà 1800! Durante la lettura di molteplici manoscritti l’attenzione di Cal viene catturata da un documento che riporta ad un ipotetico rapimento di un banchiere da parte della Curia romana: un evento avvolto dal mistero che attira lo studioso come una calamita. Gli sforzi per riuscire a capire le cause di questo episodio si moltiplicano col passare delle ore fino a che Cal si imbatte in documenti sconcertanti che riportano alla luce un debito che la Chiesa ha contratto con un istituto bancario ebreo dell’epoca. Il fatto, in sè, non desterebbe grande attenzione se non fosse che il debito non è stato mai saldato e gli interessi accumulati fino ai giorni nostri si sono moltiplicati in maniera esponenziale!! Cal rimane stupito da questa scoperta sensazionale ma ancora di più dalla richiesta che Papa Celestino VI gli avanza dopo essere venuto a conoscenza di questa vicenda: trovare più prove possibili dell’esistenza effettiva di questo debito e accertare la sua validità per provvedere a saldare il debito! Perchè il Papa vuole portare alla luce un debito così ingente che è rimasto sepolto per decenni mettendo in subbuglio l’equilibrio del mondo ecclesiastico? Qual è il suo progetto? La Curia come reagirà alla decisione di Papa Celestino VI?

Inizia così una serie di avvicendamenti dal ritmo incalzante che portano ad un finale non scontato. Giochi di potere, interessi economici che nulla hanno a che vedere con i dogmi del Vangelo e una classica lotta tra il Bene e il Male sono i protagonisti principali della seconda metà del romanzo.

“Con tutto il tempo che trascorro esaminando le nostre disastrate finanze, sono scoraggiato da quanto ci siamo allontanati dai semplici insegnamenti di Cristo tramandati dai Vangeli sulla carità e sull’umiltà . La missione della Chiesa non è accumulare ricchezze ma aiutare il nostro gregge, in particolare coloro che non possono aiutare se stessi”.

Il resto di niente - Enzo Striano

Lo scrittore Enzo Striano vuole dare rilievo, con il libro Il resto di niente, a una figura storica, Eleonora de Fonseca Pimentel, non sempre esaminata con la dovuta attenzione.

Passata, forse, troppo spesso in sordina: un destino che, curiosamente, la accomuna all’autore del romanzo, semisconosciuto fino alla pubblicazione del suo capolavoro indiscusso, Il resto di niente, un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1987.

Figura, quella della spagnola Eleonora de Fonseca Pimentel – napoletana d’adozione, poetessa e intellettuale, prima donna al mondo a dirigere un giornale politico, il Monitore Napoletano della neonata Repubblica napoletana del 1799 – che può considerarsi un grande esempio di forza ed eroismo femminile, vittima e martire di quella società napoletana di fine Settecento, retrograda e conservatrice, ostile al cambiamento, al progresso, agli ideali di libertà e democrazia, che proprio in quei decenni stavano cominciando a farsi strada nel resto dell’Europa, sulla scia della Rivoluzione Francese.

Attraverso gli occhi di una donna forte e fragile insieme, che quasi si fa trascinare dal turbinio degli eventi che segnano un momento storico così importante, possiamo osservare una Napoli antica, vecchia, ma familiare, incantevole, con impressionistiche descrizioni paesaggistiche, piene di colori, immagini vivaci e al contempo pittoresche, talvolta volutamente idealizzate, altre volte amaramente realistiche – aiuta qui uno stile descrittivo che procede per accumulazione.

Al tempo stesso, tuttavia, ci troviamo di fronte ad una Napoli chiusa nelle proprie tradizioni, nella propria miseria, nella sporcizia, nell’ignoranza e nell’arretratezza, una Napoli che non vuole la Repubblica, non vuole la libertà, perché questo significherebbe rinunciare alla protezione del re, a cui essa preferisce sottostare pur di continuare a vivere la vita così come viene, alla giornata, lavorando a nero e rubacchiando.

Perché la libertà è scomoda, è cara e difficile da gestire. Perché, per citare una delle frasi ricorrenti nel libro Il resto di niente, che identifica appieno il popolo napoletano dell’epoca – ma che forse può ancora considerarsi attuale – «accossì adda i’. Come dicono i lazzari: così deve andare. Tu non ce puo’ fa’ niente. Il resto di niente.»

Ciò che rende ancor più notevole questo romanzo storico è sicuramente lo stile di scrittura: vivace, rapido, multiforme e multilinguistico, corredato di frasi in napoletano, francese, spagnolo, italiano, che contribuisce a dare un quadro completo di quella realtà composita e complessa che è la Napoli che viene coinvolta – direttamente e indirettamente – in movimenti ed eventi storici che vogliono cambiare il mondo.

Da un lato, quindi, troviamo il popolo misero e ignorante, che rappresenta la maggioranza, incurante di ciò che succede al di fuori del regno, che si culla nella sua oasi povera ma felice, che trova rifugio in lavoretti modesti e senso di sicurezza in un mondo che percepisce come immutabile; dall’altro lato vi sono i nobili e i borghesi intellettuali, una piccola minoranza animata dagli ideali del progresso sociale e civile, che vuole la rivoluzione come strumento di conquista di quelle libertà e di quei diritti umani che erano stati osannati nel corso della Rivoluzione Francese.

Il resto di niente è libro illuminante per chi vuole conoscere Napoli e la sua storia e soprattutto per chi vuole comprenderla, capire le radici profonde dei suoi insormontabili problemi sociali.

Da questo libro di Enzo Striano, ambientato nel periodo della rivoluzione napoletana del 1799, è stato tratto un omonimo film nel 2004 diretto dalla regista Antonietta De Lillo.