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Stavolta Elena Ferrante vuole vincere il premio Strega. Le prime cinquanta pagine de La vita bugiarda degli adulti sembra scritto per mostrare stoffa, stile e linguaggio propri, dopo anni di sbornie commerciali a prescindere. Geograficamente non troppo lontana dall’epopea di Lenù e Lila, la vicenda della 13enne Giovanna rimescola temi, speranze, crudezza delle emozioni di una crescita al femminile naturalmente grezza ed emotivamente tumultuosa cara all’autrice. L’incipit, come fu per il capostipite L’amica Geniale, è folgorante. Poche righe e viene lanciato l’amo della “bruttezza”.

Una indeterminata sensazione negativa, un pressante fastidio che prova la giovane protagonista, figlia di due insegnanti intellettualmente impegnati nel partito comunista, appartamento nel Rione alto, ipoteticamente isolati dalla Napoli più popolana. Proprio giù oltre il Vomero si nasconde l’identità reale di una parente “malvagia” mai conosciuta: la sorella del padre di Giovanna, zia Vittoria.

Questo il gancio solidissimo con cui Ferrante trascina il lettore subito dentro le viscere della storia. Perchè sono i genitori della protagonista a dire sottovoce, credendo di non essere sentiti dalla figlia, che Giovanna “s’è fatta brutta come zia Vittoria”. La 13enne origlia, registra il dato, riflette e viene travolta dallo sconforto. Brutta esteticamente? Brutta umanamente?

Fisicamente inguardabile o caratterialmente insopportabile? Il mistero della parente mai conosciuta, letteralmente cancellata dalla quotidianità e dalla storia della famiglia, l’assillante bisogno di verifica e confronto, si fanno rapidamente ossessione. La trappola letteraria è pronta. Perché mentre Giovanna finisce nel gorgo ruvido e screanzato della zia, a casa cominciano a volare stracci. Narrato con insistente disarmonia interiore in prima persona, La vita bugiarda degli adulti è un racconto di formazione sui generis che oscilla tra impulsi sentimentali e sessuali di Giovanna e questo mondo falso, ipocrita, impostato degli adulti che si trasforma radicalmente anch’esso accanto a lei.

Il contrasto tra classi sociali, tra culture, tra popolani rozzi, sanguigni e impulsivi e la borghesia progressista che si va a creare a cavallo dei sessanta/settanta è un elemento antropologico forte, una frizione realistica che si fa sentire in tutto il suo storico stridore. Ferrante cancella gradualmente le differenze, fa interagire, poi inglobare Giovanna nella vita di Vittoria, devota vedova del fu Enzo, ora chioccia apprezzata e benvoluta della prima moglie dell’amato e dei suoi figli praticamente maggiorenni. Giovanna però fugge d’istinto anche da quell’affettato e falso equilibrio casalingo. Con padre e madre che trescano con una coppia di amici, questi ultimi genitori delle due migliori amiche di Giovanna.

Il tipico mood da divorzio anni ottanta/novanta, flagello psicologico generazionale che nella protagonista diventa miccia e scintilla di una trasformazione da bimba a donna, attraverso il sesso. Le pagine esplicite, aspre e dirette sugli approcci di Giovanna con i ragazzi, lo schifo, la repellenza per molti e infine l’infatuazione per un ragazzo ancora una volta più istruito ed emigrato al Nord, sporcano il racconto quanto basta per donargli una tonalità di volgare realismo che si fa subito intonsa cifra linguistica tout-court, basculante tra ruvide e penetranti strutture sintattiche. La purezza dell’adolescenza è schizzata continuamente di sangue, sperma, intimità tradita, inadeguatezza sociale e culturale, un “dolore arruffato senza redenzione” che scava pagina dopo pagina il fossato che aiuterà Giovanna a diventare grande.

La seconda parte de La vita bugiarda degli adulti non avrà forse la forza e lo spleen della prima, il dipanarsi e districarsi dell’accumulo dei personaggi in certi istanti sembra necessitare sempre di un richiamo, di una piccola ripetizione sintetica, ma a lettura conclusa le vicende della nuova eroina ferrantiana rimangono frementi nelle memoria, ma soprattutto rimangono aperte, verso una Giovanna adulta di una nuova imprescindibile saga.