Vedi tutti

Ultime recensioni inserite

Qualcosa - di Chiara Gamberale

Ho letto il testo. Tutto. Fino in fondo. E non riesco a farmi un'idea precisa della cosa. Si, insomma, di cosa col suo romanzo (perchè sulla copertina c'è scritto che si tratta di un romanzo e no di una fiaba, abbondantemente illustrato da Tuono Pettinato, come se fosse una fiaba per ragazzi delle elementari o al massimo di 1a media) ci abbia voluto non dire la Gamberale. Non capisco se il testo è una provocazione, il frutto di uno stato confusionale, un disperato bisogno di scompigliare le idee degli altri per costringerli a cercare di capire un mondo sempre più complicato, un messaggio di resa verso una generazione di lettori considerata quasi perduta, un tentativo che non mi pare molto riuscito di scimmiottare un ben più significativo "piccolo principe". Boh. Davvero un testo che attriga, più che intrigare. Non so però se cercherò di rispondere a queste domande. Spero che altri lettori (ce ne sono ben 17 copie in rete e molte sono in lettura) segnalino le loro impressioni. Positive o negative che siano.

Cose in Comune - di Alberto Cioni

Letto. L'autore è stato una persona importate negli anni '90 nell'ambito dell'Amministrazione comunale di San Miniato (PI). Qui è stato indiscutibilmente il principale collaboratore dell'allora sindaco Alfonso Lippi. Qui ha vissuto la trasformazione di una stagione che all'inizio vedeva ancora, come ha scritto lui, i segretari di partito eleggere il sindaco, mentre alla fine di quel decennio il rapporto si era quasi completamente rovesciato ed erano i sindaci a nominare i loro segretari di partito. I bozzetti che ci ha regalato sono divertenti e curiosi. Ma le riflessioni e la testimonianza di prima mano che potrebbe donarci (ed io mi riferisco almeno alla situazione di San Miniato), potrebbero essere ancora più significativi e importanti per un dibattito culturale, prima ancora che politico, che su questi temi non riesce ad andare da nessuna parte.

La formula esatta della Rivoluzione - Marcello Fois, Alberto Masala, Otto Gabos

Operazione comprensibile questa tentata del libro dedicato alla rivoluzione francese e alla figura del grande scienziato Lavoisier, travolto dal clima terribile e sanguinario della rivoluzione. Certo che mettere al centro della storia un ragazzo per raccontare, divulgativamente parlando, una cosa così complicata come la Francia e Parigi tra il 1789 e il 1799, può essere la trovata giusta. Faccio immedesimare il giovin lettore col protagonista e lo porto per mano nella storia. Magari lo faccio giocare con un "grande chimico" e il ragazzo si appassionerà ancora di più. Poi ci metto una storia d'amore, perchè una storia d'amore ci vuole, sennò i ragazzi non leggono e il lettore è ... fatto prigioniero. Resta il problema del risultato. Sempre che se ne possa identificare uno. Dimenticavo. Tra che ci siamo, si ripugnala, metaforicamente parlando, il povero Marat (antipatico ed invidioso del grande Lavoisier). E... Boh?

Volando tra le nuvole - Perio Frassi

Davvero un gran bel libro su Pontedera e sulla Valdera guardate dall'alto. Un punto di vista decisamente insolito, almeno per la maggioranza delle persone. Un modo per scoprire posti e goderne lo sguardo abbracciandoli dal cielo. Prospettiva da cui, diciamocelo, tutto sembra più bello. Perfino certo costruzioni urbanistiche che viste dal basso appaiono orribili, sembrano acquistare un senso o quanto meno una dignità. Sì, merita di essere letto. Merita. E non costa nulla. Basta prenderlo in prestito in biblioteca.

Mondi divisi - Branko Milanovic

Libro complicatissimo, che cerca di mettere un po' di ordine attorno ad un tema intricato con l'obiettivo di rispondere alla domanda se la diseguaglianza sia cresciuta e stia crescendo o no su scala planetaria dagli anni '50 in poi.
Ma per rispondere ad una domanda del genere bisogna provare a mettersi d'accordo su cosa si intenda per disuguaglianza globale del reddito e contestualmente su come questa si misuri concretamente.
Poi bisogna capire se abbiamo le fonti numeriche (i dati statistici) sufficienti per misurare il tutto e poter esprimere dei giudizi attendibili.
Non a caso, quindi, alle questioni metodologiche Milanovic (che è un economista capo presso il Dipartimento di ricerca della Banca Mondiale) dedica una parte importante del sup volume, tirando fuori formule per me incomprensibili e grafici appena appena più facili da leggere (e che lui spiega con calma e pazienza).
Chiarito che ci sono almeno tre modi di leggere la diseguaglianza, Milanovic definisce l'andamento di questo fenomeno lungo il secondo dopoguerra, arrivando alla conclusione che la disuguaglianza cresce e che è drammatica e moralmente inaccettabile, con molte facce e tantissime articolazioni.
Nella parte finale del testo, Milanovic prova a definire anche quale sia il trend di questo fenomeno nella fase attuale e come possa essere combattuto o quanto meno arginato.
Nella prefazione all'edizione italiana, Milanovic sottolinea anche come le indagini sulle famiglie rivelino che "anche il 5% più povero degli italiani stia meglio di metà dei cittadini del mondo. La classe media italiana è più ricca -scrive sempre Milanovic- del 90% degli altri abitanti del pianeta e naturalmente il 5% più ricco degli italiani appartiene al più ricco percentile a livello mondiale. Eppure - conclude - la classe dirigente italiana non sembra aver ancora completamente assimilato questo fatto" (pp. VIII-IX).
Osservo che è soprattutto la gente comune in Italia, confrontandosi col 5% di chi sta molto bene in questo paese, non intende affatto pensare a chi sta ancora peggio (e persino molto peggio) nel resto del mondo.
Anche per questo non meraviglia che l'Italia resti un paese i cui aiuti allo sviluppo "sono molto modesti rispetto alle sua ricchezza". L'Italia versa infatti solo lo 0,3% del suo PIL, pari al 30% in meno della media dei paesi OCSE e oltre il 50% in meno di quello che era stato stabilito dalle Nazioni Uniti trenta anni fa.
Del resto ad una diseguaglianza globale corrisponde anche una diseguaglianza all'interno di ciascun paese e tra nazionale e nazione. E tutte queste diseguaglianze hanno effetti sicuramente negativi sul comportamento dei governi,
Il volume offre quindi una miriade di altri spunti di riflessione e nell'insieme fotografa un pianeta dove il 10% della popolazione ricca (pari a 700 milioni di persone) consuma il 50% del reddito prodotto dal pianeta. Mentre il rimanente 50% (pari a 6 miliardi di persone circa) si spartisce il rimanente 50%. Ciò significa che la stragrande maggioranza di africani, indiani e cinesi si colloca in una fascia di reddito medio che non supera i 5000 dollari all'anno. Mentre la stragrande maggioranza di americani ed europei viaggia tra i 20 e il 30.000 dollari annui. E questo nonostante Cina e India abbiano fatto negli ultimi 40 anni passi da gigante per uscire dal Medioevo e agguantare una contemporaneità che resta comunque, per ragioni storiche, fortemente disuguale.
Maggiori criticità di sviluppo restano poi in Africa e nell'America Latina, dove il barometro sociale sembra essere regredito anzichè progredito.
Almeno questo ci raccontano le complicate formule matematiche e i grafici che Branko Milanovic ha raccolto e interpretato.
Un bel libro per chi voglia riflettere sul tema della diseguaglianza, provando a partire dai numeri e non solo dalle impressioni o dal sentito dire.
Ovviamente questo non vuol dire che io sia in grado di valutare nè le formule nè le fonti statistiche citate.

Lo scempio del mondo - Johan Huizinga

Non è superiore al testo del 1935 su "La crisi della civiltà". Notevole l'introduzione. Condivisibili molte annotazioni sul senso della storia e sul protagonismo degli uomini (e della follia e di altri terribili vizi umani) nella storia. Attualissime riflessioni sul tempo breve della politica. Mi ritrovo interamente nell'appello agli uomini di buona volontà (pagine finali).

Un uomo che ha vissuto - Riccardo Fogli, con Tommaso Labranca e Luca Rossi

Pontedese (di Gello di Lavaiano), piaggista, toscano, noto musicista e cantante, uno de "I Pooh", Riccardo Fogli è stato (ed è) molte cose.
Per i pontederesi (e anche per i piombinesi, come per quelli di Campiglia Marittima) è uno di loro. Uno di noi. Un uomo che è andato lontano, che si è inventato, con forza e coraggio, una strada assolutamente non scritta, estremamente originale e l'ha percorsa (e ancora la percorre).
Naturalmente fa piacere leggere le annotazioni sulla famiglia Fogli e su quella della madre. E' bello scoprire le lezioni di musica prese dal mitico maestro Santarnecchi di Montecalvoli (prima o poi qualcun dovrà dedicargli una piccola biografia). Fogli ci andava da casa sua in bicicletta (12 chilometri tra andata e ritorno, con la chitarra a tracolla). E poi il lavoro come fattorino alla Piaggio (sì, proprio alla Piaggio e questa esperienza gli resterà dentro per tutta la vita). E ancora la passione per il ping pong prima in parrocchia (già, Fogli ha fatto anche il chierichetto) e poi con la squadra "Sportiva Pontedera". E infine il licenziamento dalla Piaggio e tutta la famiglia che si trasferisce a Piombino, dove il padre apre un negozio di gommista.
Ma il demone che guida e orienta la vita del giovane e "capellone" Riccardo Fogli è la musica e il desiderio di avere successo e di esibirsi in pubblico. E allora ecco l'ingresso di Fogli nella band degli Slenders a Piombino, come bassista e voce, e poi il salto a Milano e l'incontro coi Pooh e poi quello con Patty Pravo e poi la rottura coi Pooh e le canzoni che scrive e che canta e tutto il resto della sua vita (mogli, separazioni, figli, relazioni) e della sua carriera, che non è affatto il caso di riassumere, ma che, ve lo giuro, vale la pena di leggere, succhiellando le pagine come una bibita deliziosa.
Tra le tante cose che si potrebbero dire del libro, mi piace sottolinearne una. Molto pontederese. Nella storia di Riccardo Fogli, una storia tipica del nostro dopoguerra, c'è la voglia di costruire il proprio destino, usando la testa e le mani, cercando di assecondare le proprie passioni e la propria voglia di emergere. Mettendo in gioco tutto se stessi. Limiti inclusi. Rischiando, costruendosi, facendosi e risfacendosi. Incontrando altri, cercando collaborazioni, ma sempre perseguendo una propria strategia di vita. Credendo in se stessi, ma seguendo anche le vie del mercato e le opportunità che si presentano lungo la strada.
In fondo quella del musicista Fogli è la storia di una impresa musicale (centrata su di lui e sulle sue capacità canore) che riesce ad attraversare e a durare per 60 anni sul turbolento e cangiante mercato musicale e discografico nazionale ed internazionale. E, come molte piccole imprese italiane di tutti i settori, sarà proprio il mercato internazionale (e quello dei paesi dell'Est in particolare, nel caso di Fogli) a dargli una mano a superare i periodi di crisi (negli intervalli tra u successo e l'altro) del mercato interno.
Davvero una storia bella e interessante.

La grande regressione - a cura di Heinrich Geiselberger

A parte il titolo (e alcuni interventi di valore minore), il volume ha una sua forza comunicativa e merita di essere letto e riflettuto. Offre, in gran parte, una visione eurocentrica della "regressione" socio-economica che secondo gli estensori dei contributi sarebbe in atto e fatica ad assumere una visione che inglobi nuove categorie descrittive. Domanda: ma si può oggi parlare di sistema-mondo senza sentire cosa ne pensano i cinesi? E si può ignorare che quella che forse è una grande regressione per centinaia di milioni di uomini costituisce invece un balzo nella "contemporaneità" per altre centinaia di milioni di esseri umani? E ancora: si può parlare di regressione a fronte comunque di standard di vita (beni consumati, longevità di vita, accesso alle cure e al welfare, gestione di fenomeni migratori senza precedenti.. ecc.) e di indicatori oggettivi che non hanno precedenti nella storia dell'umanità (il PIL non sarà tutto, ma non mi pare un indicatore da buttare)? Il volume, che complessivamente ha un taglio molto "critico" verso i fenomeni analizzati, è utile perchè cerca di costruire una visione globale dei fenomeni. La forma del saggio breve che i 15 autori hanno dovuto scegliere porta però a molte semplificazioni e a diverse ripetizioni tematiche. Infine manca, almeno per il lettore italiano, un apparato critico che indichi chi sono i 15 autori del volume (la loro rilevanza culturale), alcuni dei quali appaiono poco noti (ripeto, almeno nel nostro paese).

L'attesa della povera gente - Giorgio La Pira

La disoccupazione è un male morale ed economico, quindi dice Giorgio La Pisa se vi sono disoccupati, vanno occupati. Dio lo vuole. Dio chiede che l'uomo curi la terra e il paradiso terrestre. Quindi che lavori. E chiede che i denari che sono presenti nell'economia vengano messi a frutto e producano lavoro e occupazione. Keynes e Beveridge sono poi i riferimenti economici e politici di questa scelta di piena occupazione. Esempio pratico di questa azione il piano di investimenti per la costruzione delle case varato dai governi italiani nell'immediato dopoguerra e legato, in specifico, al nome del Ministro Amintore Fanfani, che La Pira cita diverse volte nel testo. Si tratta di due saggi brevi che con poche parole che vanno al cuore del problema, ma senza scansare anche complessi riferimenti economici. Certo gli uomini debbono lavorare perchè questo dispone il sentimento religioso di umanità che tutti ci accomuna. Certo gli uomini debbono lavorare perchè queste sono le attese della povera gente. E anche perchè alcuni grandi economisti sostengono che questa scelta è vantaggiosa. Produrrà inflazione? Pazienza. Meglio l'inflazione della disoccupazione. Ovviamente la lotta alla disoccupazione è un compito dello Stato. E senza quasi mai citare Marx e il Piano del lavoro lanciato in questi anni in Italia dalla CGIL, La Pira invoca un forte interventismo pubblico che mobiliti tutte le risorse possibili per dare lavoro a tutti. Perchè, ripete La Pira, è il lavoro quello che la gente chiede. E attraverso il lavoro si creerà altro lavoro e altro sviluppo. Va detto che alla fin fine anche le argomentazioni che oggi Papa Francesco sostiene sull'esigenza di creare e dare lavoro (non paghette però, ma lavoro vero) non sono lontane da quelle di La Pira del 1950. Solo il contesto è un po' cambiato. E con esso il concetto di "povertà". Ma c'è un forza disarmante in queste pagine che saltano da un'analisi del "Sole 24 ore" e dalla lettura dei bollettini di Banca d'Italia alle citazioni del Vangelo. E di sicuro c'è una certa attualità. Certo 70 anni sono passati da quella stagione e anche le riflessioni di La Pira richiederebbero una qualche storicizzazione. Ma i profeti, si sa, sanno andare al di là dei loro tempi.

Addio alla provincia rossa - Mario Caciagli

La prima cosa da fare è ringraziare Mario Caciagli per aver condotto questa ricerca, con costanza e per così tanto tempo, sulla cultura comunista nell'area della provincia di Pisa detta anche "zona del Cuoio", essendo i comuni coinvolti (San Miniato, Santa Croce s.a., Montopoli ecc.) centri di uno dei più importanti distretti conciari italiani.
Ed è veramente bello che Caciagli abbia avuto la tenacia e la forza per chiudere questa lunga ricerca (che ha coinvolto anche diversi collaboratori, tra cui Carlo Baccetti e M. Carrai), durata oltre trent'anni e che ha raccolto oltre 250 intervistati.
Il testo che ci consegna infatti non è una collezione di studi già pubblicati, ma una muova rielaborazione del materiale accumulato e una riflessione originale che rimette in gioco anche quello che lui stesso aveva scritto nel corso degli anni (anche in polemica, scientifica, con altri politologi italiani come Ilvo Diamanti).
Mario Caciagli è uno dei massimi esperti italiani di scienza politica (attualmente prof emerito dell'Università di Firenze); è un profondo conoscitore delle dinamiche dei partiti politici (anche a livello europeo) e conosce bene anche il basso Valdarno, in cui in parte è vissuto e vive.
Tema e cuore del libro, la dinamica della subcultura politica comunista in questo territorio. Una subcultura che ha le sue origini in quella socialista e anarchica di fine secolo, ma che ha anche radici profonde nel senso civico, nel mutualismo mazziniano/repubblicano e nel municipalismo di queste terre.
Certo Caciagli è consapevole che definire una cultura politica è come tentare di inchiodare un budino al muro. Eppure con questa prova si cimenta, con ironia e con la passione più distaccata possibile (ha diretto anche l'Istituto Gramsci Toscano).
Ne esce fuori una storia di famiglia ed in particolare delle famiglie rosse del basso Valdarno, anche perché tra le fonti che l'A. usa per raccontare la storia di questa evoluzione (che ha anche un po' il sapore di un giallo...rosso) ci sono 4 o 5 cicli di interviste a elettori (e a volte militanti) comunisti nell'arco di tempo che va dal 1984 al 2006. A fianco di queste fonti "orali", che Caciagli usa in maniera deliziosa (con citazioni gustose e molto significative), l'A. utilizza giornali e riviste locali, ricerche sociologiche, fonti d'archivio (anche se quelle del PCI sono molto lacunose), dati elettorali e dati Istat, pubblicazioni e studi accumulati da lui e da alcuni sui collaboratori. Insomma una bibliografia sterminata che accompagna una ricchezza di fonti documentaria importante.
Il fenomeno della cultura "rossa" del Basso Valdarno viene quindi inquadrato nel contesto più generale della trasformazione socio economica dell'area, che evolve da zona mezzadrile e parzialmente industriale a comprensorio a prevalenza industriale e di servizi, con uno spazio agricolo sempre più marginale e abitativo.
Ma la forza e la crescita della subcultura rossa Caciagli la riporta alla mezzadria e soprattutto alla capacità di riscatto che la cultura comunista assegna al mondo contadino locale. Ma va anche aggiunto che altrettanta forza il PCI la trova nello sviluppo industriale conciario e nei lavoratori finiti in fabbrica dopo l'esperienza dei campi. Perchè se tantissimi mezzadri dal 1946 in poi si iscriveranno e voteranno per il PCI nei comuni del Cuoio, altrettanti operai di S. Croce e Ponte a Egola e molti padroncini (soprattutto tra i contoterzisti) prenderanno la tessera del partito, militeranno nelle sue sezioni territoriali e voteranno il PCI alle elezioni politiche e amministrative. Mezzadri e operai sono dunque per l'A. gli ancoraggi sociali forti della subcultura rossa della Terra del Cuoio. Logico quindi che la crisi di questa cultura si manifesti con la fine della mezzadria e con l'avvento della società postindustriale, perchè, scrive Caciagli, il vero capolavoro del PCI da queste parti è stato catturare i mezzadri e poi tenere insieme operai e padroni nelle fabbriche: gioco questo che ha funzionato bene per 40 anni (il tempo di giungere a maturità ed invecchiamento della generazione che aveva vent'anni alla fine degli anni '40) e poi ha cominciato a sfaldarsi.
Va precisato che tutto questo avviene grazie anche alla creazione di una "corona" di associazioni ed enti satelliti che si radica nel territorio e che consente alla cultura rossa (e al PCI) di creare una egemonia territoriale forte che consente di: a) controllare una numerosa base elettorale (in alcuni comuni a sud dell'Arno i voti arriveranno anche al 70% dell'elettorato nel secondo dopoguerra), b) controllare le amministrazioni comunali e quindi rafforzare ancora di più l'egemonia locale; c) avere forza contrattuale rispetto ai proprietari agricoli e alle imprese; d) orientare lo sviluppo socio-culturale locale; e) affermare una forte presenza nel mondo della scuola (tra maestri e professori).
Il volume scandaglia poi il mondo dei valori comunisti, le feste, i simboli, la diffusione della stampa, la memoria, la tradizione antifascista e quella che potremmo definire la quotidianità comunista, ovvero quell'insieme di comportamenti e di riti che facevano sentire i comunisti delle persone "diverse", delle persone speciali, moralmente un po' superiori (vero o falso che questo sentimento fosse). Un po' come è tipico di tutte le "sette religiose".
Il libro analizza anche il difficile passaggio della cultura comunista da una generazione all'altra (in particolare da quella dei nonni-ventenni alla fine degli anni '40- a quella dei nipoti) e il ruolo dei nonni nella conservazione e nella trasmissione dei valori e della memoria.
Ma nelle circa 400 pagine di testo l'A. mette una tale quantità di carne al fuoco che non è possibile farne il riassunto in poche frasi.
La parte finale è poi dedicata alle ragioni del declino della cultura rossa nel Basso Valdarno, con note comparative rispetto ad esiti analoghi rintracciabili in altre regioni europee (come Germania, Francia, Austria).
Nell'insieme, ripeto, si tratta di un lavoro straordinario che meriterebbe di essere esaminato e sezionato punto per punto, perchè tante delle osservazioni di Caciagli potrebbero essere considerate solo punti di partenza e non di arrivo. Ma questo gioco di inchiodare il budino non è possibile nemmeno per me e quindi mi limiterò a poche annotazioni che mi sembrano più significative.
Comincio da una nota bianca. La subcultura rossa del Cuoio infatti convive e si affianca per 60 anni con una forte subcultura bianca (quella cattolica/democristiana per intenderci) e perfino con una subcultura nera (quella fascista).
I cattolici manterranno nel Cuoio (soprattutto sul versante lucchese dell'Arno, ovvero a Nord) alte percentuali di penetrazione e i comuni di Castelfranco e Santa Maria a Monte vedranno questa cultura contrastare con quella rossa e a tratti prendere il sopravvento nelle amministrazioni locali. Del resto anche la cultura bianca ha costruito nel "Cuoio" una sua corona e una sua capacità egemonica che certo affonda le radici più nella tradizionalista cultura lucchese bianca che in quella rossa del resto della Regione.
La seconda riguarda il terreno privato (morte, battesimo, cresima, comunione e matrimonio). Su questo piano la cultura rossa, che pure recuperava l'anticlericalismo anarchico e socialista di fine ottocento, non spodestò mai nel Cuoio la cultura e i valori cattolici; e questa "criticità" del "privato" rosso (che Caciagli non sottolinea abbastanza) costituisce a mio avviso uno dei fattori di debolezza della cultura rossa, che si evidenzierà soprattutto quando gli individui perderanno un po' di senso di appartenenza alla classe (mezzadrile e operaia) e si troveranno di nuovo a fare i conti con la propria individualità.
La terza annotazione è che la cultura rossa non è rimasta immobile per tutto il dopoguerra, ma è evoluta, secondo una gittata lunga e fortemente differenziata. La cultura rossa è cambiata nel corso degli anni. E' traghettata infatti da una fase fortemente rigida, dura, "antisistemica" e rivoluzionaria (tipica degli anni '40 e '50, l'epoca dei comunisti stalinisti, per semplificare) a quella più sistemica e riformista degli anni 60/80, fino a diventare una cultura integrata nel sistema nazionale ed in quello europeo degli anni '80/'90, quando il PCI concluse la sua parabola e si sentì perfino obbligato a cambiare nome, tanto la sua "natura" e quindi la sua "cultura" era mutata. Di questa trasformazione Caciagli non fornisce il senso forte (ma mi rendo conto che per trattare una cosa del genere gli ci sarebbero volute altre 200 pagine di testo e il volume avrebbe assunto un carattere troppo faticoso).
Come testimonianza di questa evoluzione radicale della subcultura rossa indicherei, ad es., il filosovietismo e l'antieuropeismo degli anni '40 e '50 che si rovesciano in filoeuropeismo e nella morte del mito dell'URSS negli anni '70 e poi '80. Il che però significava che i termini di "bene" e "male" con cui erano stati vissuti il filosovietismo e l'antieupeismo si rovesciano e provocano smarrimento.
Un altro elemento che cambia e stravolge la cultura rossa è l'avvento dei diritti civili (rivoluzione sessuale, divorzio, aborto, libertà personali). Tra gli anni '60 e gli anni '80 infatti il paese passa da una cultura fortemente collettivista ad una cultura più individualista e liberale e questo modifica i modi di pensare anche sul piano locale.
E' quindi la somma delle trasformazioni locali e di quelle nazionali (ed internazionali) a sfarinare la subcultura comunista anche in questa parte della Toscana. Perchè se ad. es. molti vecchi comunisti restano "sentimentalmente" filosovietici (perchè rompere col mito sarebbe troppo doloroso), tanti giovani comunisti rigettano la mitologia sovietica, non vedendo affatto in quel paese un "paradiso sulla terra", ma semmai un grande Gulag da cui prendere le distanze.
Aggiungo che tra gli ancoraggi culturali della subcultura rossa non ci sono quasi mai riferimenti ai libri. Caciagli non parla quasi mai testi sacri. Marx e Lenin non sono quasi mai citati. Stalin molto di più. Anche Gramsci è presente. Ma a parte le "Lettere dal carcere", l'opera di Gramsci è troppo complessa per diventare una lettura popolare. Insomma alla cultura rossa, al popolo rosso, è mancato (nel "Cuoio" come altrove) un testo di riferimento chiaro, forte, stabile, a cui si potesse tornare nei periodi di crisi per fare domande ed ottenere risposte. E anche se "Il manifesto dei comunisti" di Marx sarà sicuramente stato citato nelle interviste realizzate tra gli anni '80 e il 2006, questo opuscolo non può assumere nè il valore nè la forza evocativa paragonabile a quella recitata dalla Bibbia nella cultura bianca . Non a caso anche di recente un importante esponente politico post-comunista toscano, che tra l'altro è tornato a parlare di "rivoluzione socialista", alla domanda di quali testi suggerirebbe ai giovani di leggere oggi, ha risposto indicando il XXIV Capitolo della "Teoria generale dell'occupazione.." di John Maynard Keynes (sic!) e "L'attesa della povera gente" del messianico ma cattolicissimo fiorentino Giorgio La Pira (un testo che in Italia non risulta più ristampato dal 1983).
Confesso che il libro di Caciagli mi ha poi stimolato moltissime altre e, almeno per me, intrigantissime riflessioni sulle quali però non è il caso qui di dilungarsi, avendola io già fatta troppo lunga.
Concludo invece dicendo che, diversamente da quanto in parte sostiene Caciagli, credo che molti degli elementi che formarono la subcultura rossa in Italia e nella zona del Cuoio non solo preesistessero all'avvento del "comunismo" nostrano ma siano ancora vivi anche se poco vegeti e ormai poco diffusi e praticati. Mi riferisco a forti sentimenti di antimilitarismo, antistatalismo, anticapitalismo, anticlericalismo, gusto per la cooperazione collettiva, senso civico, profondo senso di giustizia e di egualitarismo. Tutti questi sentimenti e valori erano molto radicati in queste aree della Toscana e in diverse aree del paese prima del XX secolo e sono rintracciabili anche adesso all'inizio del XXI, ma in forma assai più blanda, minoritaria e mescolata. La vera "magia" che seppe realizzare il PCI nell'area del Cuoio, in Toscana ed in molte aree del paese per un trentennio, fu di riuscire a fondere tutti questi elementi in un insieme culturale e nel riuscire a farlo funzionare come identità a sostegno della propria politica che divenne in molti contesti (come quello del Cuoio) largamente egemone.
Da questo punto di vista oso sostenere che se la subcultura rossa si è certamente sfarinata, molte delle sue componenti chimiche sono disperse nell'ambiente almeno toscano e altrettanto potenzialmente potrebbero essere riaggregate sia pure impastate con miscele politiche diverse. Anzi di fatto lo sono. Perchè ad es. il grillismo toscano pesca molto nelle componenti chimiche "un tempo rosse" anche se le mescola con elementi provenienti da altre esperienze e da altre subculture.
In fondo, è questa la mia tesi, le culture politiche reimpastano sempre elementi che sono già presenti nell'aria e sul terreno ovvero si trovano radicati nelle mentalità e nelle tradizioni dei popoli e dei microcosmi. Questi elementi però sono "cangianti" e sfuggenti e quindi sono difficili da definire con precisione (anche in un libro) e da chiarire esaustivamente. Perchè cambiano impercettibilmente ma continuamente e sono influenzati da mille fattori. Per questo il volume di Caciagli è un'opera preziosa. Perchè tenta davvero di inchiodare il budino al muro e in gran parte, devo dire, ci riesce.

Identità - Adriano Prosperi

Contiene la riedizione di due saggi scritti e pubblicati tra il 2007 e il 2012. Ci sono molte osservazioni interessanti. Nel secondo saggio il tema dell'identità si allarga al continente europeo. Manca, a mio avviso, una riflessione sul rapporto tra identità e lingua. Ma l'approccio all'identità europea sposa la tesi di una realtà plurale e meticcia (oltre che storicamente in evoluzione). Il resto è quindi una conseguenza.

Storia della Georgia - Francesco Trecci

Testo semplice e breve per chi voglia avvicinarsi alla storia della Georgia, regione e oggi stato indipendente di quell'area del Caucaso al centro di molte tensioni e conflitti, dopo il crollo dell'URSS e lo scollamento delle Repubbliche Sovietiche. L'A., un italiano innamorato della Georgia, racconta in 100 pagine la storia trimillenaria di una regione grande tre volte la Toscana ed abitata oggi dal circa 4 milioni di persone. Si parte con gli Ittiti e l'antichità assiro-babilonse per arrivare fino ai giorni nostri. E si narra la storia di una terrà che ha attraversato diverse fasi (inclusa l'invasione araba, il dominio turco, lunghi periodi di indipendenza, la sottomissione prima alla russia zarista e quindi alla Repubblica socialista) che si concludono con la riconquista della indipendenza nazionale dopo il 1990. Si parla di una terra che anche recentemente l'A. nel corso di una presentazione del libro ha definito ospitale e costituita di persone gentili ed accoglienti. Forse anche per questo tante georgiane che sono in Italia lavorano come badanti e sono gentili coi nostri anziani.

Vedi tutti

Ultimi post inseriti nel Forum

Il mondo alla rovescia / Giangiacomo Nardozzi, Il Mulino, Bologna, 2015, p. 184

Il libro spiega benissimo, ma in maniera molto complicata, come la finanza finalizzata a guadagnare su tutto abbia preso il sopravvento sulla politica e sugli stati. Usando la metafora di Tom e Jerry, Nardozzi illustra come il topo punti alla caccia del formaggio e ne combini di tutti i colori pur di arrivare alla meta. E di come il povero gatto tenti in tutti i modi di ostacolare il topo, senza riuscirci. Il topo ovviamente è la finanza e il gatto la politica e lo Stato. Ma non fatevi ingannare dalla metafora. Dietro ci sono i meccanismi di valorizzazione del capitale e le sue grandi capacità speculative di cui Marx prima e i suoi epigoni poi avevano colto benissimo le dinamiche. Da leggere insieme al libro di Fernand Braudel, La dinamica del capitalismo (Il Mulino, 1981) e Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

I miei scaffali

Le mie ricerche salvate

Non vi sono ricerche pubbliche salvate