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Due come noi - Luigi Cioni

Lettura non agile quella del testo di Cioni che decostruisce e ricostruisce due figure non facili della Bibbia e della tradizione cristiana, Caino e Giuda. Due cattivi, per l'appunto. Due cattivi come tutti noi, scrive Cioni. È una lettura non semplice per un non credente. Per uno, come me, che è portato a leggere la Bibbia in chiave storica, antropologica, letteraria, ecc. ecc., ma non crede nell'esistenza del dio della Bibbia e non crede neppure nella sostanza divina del Gesù dei Vangeli. Ciò premesso le meditazioni di Cioni su queste due figure profondamente innestate nella nostra cultura sono stimolanti e perfino sfidanti. E il breve ma denso libretto di Cioni ci invita ad una analisi profonda e meditata dei nostri simili cattivi. E di noi stessi come cattivi. Almeno potenzialmente. Come spesso accade le domande e le suggestioni dei libri sono più ricche della risposte. Perché le domande aprono sempre infinte possibilità di risposta. Mentre le risposte operano scelte e spesso deludono. Il libro di Cioni è ricco di domande e di suggestioni. Davvero una bella sfida di lettura per chi voglia misurarcisi.

Mia lingua italiana - Gian Luigi Beccaria

Saggio meritevole di essere letto. Niente di particolarmente originale, ma un agile volo riflessivo sulla storia della nostra lingua e dei tanti popoli italiani che la usano per cercare di diventare (senza riuscirci) un soggetto abbastanza unitario.

Un comunista al servizio della gente - Adriano Sartini

Un comunista al servizio della gente. Settant'anni di impegno politico / Adriano Sartini (a cura di Valentina Filidei), Tagete ed. 2017, pp. 100 e molte illustrazioni.

Il piccolo volume molto ben illustrato racconta la storia di un "soldatino" del PCI di Montecastello (Pontedera/Pisa), che poi ha aderito alle formazioni politiche che dal PCI sono discese per LA COSA-PDS-DS-PD.
Non si tratta di un saggio di memorie che riflettono sulla militanza politica di un comunista, ma di un omaggio editoriale alla lunga militanza di una persona che da sempre è stato attivo in politica sia pure in un contesto particolare e se si vuole in una specie di meraviglioso microcosmo come le campagne a est di Pontedera e il piccolo centro medievale di Montecastello.
La storia raccontata da Adriano (con l'aiuto di Valentina Filidei) elude quasi tutti i momenti importanti della storia politica cittadina e nazionale a cui sembrano alludere i settanta anni del titolo. Non è per parlare di queste cose che gli infaticabili amici di Tagete hanno curato e pubblicato il volumetto di Adriano.
Il breve testo costituisce soprattutto una botta di nostalgia per le generazioni più anziane, legate all'antica fede comunista. E l'oggetto stampato è soprattutto e per fortuna un album, ricco di fotografie, a cui il bianco e nero aggiunge un tocco di leggerezza e simpatia. Fotografie in gran parte collegate alle Feste dell'Unità, al lavoro di allestimento della manifestazione estiva e alle attività connesse alla ristorazione che di quella festa furono uno punto cardine ed un elemento affratellamento tra i partecipanti.
Ma consumata la nostalgia, non si può dimenticare che se i compagni di Adriano (e anche miei) avessero conquistato il potere centrale (lo Stato) nel secondo dopoguerra e se l'Italia fosse finita nell'orbita dell'URSS (insomma se i carri armati di Baffone fossero arrivati anche a Pontedera e a Montecastello, come molti compagni di Sartini e lui stesso almeno fino al 1956, avevano desiderato che accadesse), magari sarebbe stata abolita la democrazia, si sarebbe instaurato un regime totalitario, con un solo partito al potere, quello comunista, e l'Italia si sarebbe trasformata in qualcosa di simile all'Ungheria, alla Bulgaria, alla Polonia o alla Corea del Nord.
Per questo adesso penso che se i comunisti italiani ci fanno nostalgia è perché hanno (abbiamo) perso politicamente la loro (la nostra) partita. Perché sono stati politicamente sconfitti. E quindi possiamo vederli (ci) come brave persone. Ma così ci appaiono solo perchè sono stati neutralizzati e alla fine disinnescati fino a scomparire, senza neppure riuscire a trasformarsi in socialdemocratici, adottando un qualche modello di socialismo europeo.
Ma per capire come li (ci) avrebbero visto gli italiani se questo paese fosse diventato simile alla Polonia o all'Ungheria, per comprendere come sarebbero diventati i comunisti italiani se avessero conquistato il governo centrale, basta pensare a come polacchi e ungheresi oggi vedono Gomulka o Kadar. Ovvero più o meno come i protagonisti di un grande "Arcipelag Gulag" o di "Buio a mezzogiorno".
Lo so, lo so: i comunisti italiani erano un'altra cosa, sostiene una schiera di estimatori di Togliatti, Longo, Berlinguer, Ingrao e Napolitano.
Può darsi che sia così. E forse il mio argomento è crudo e impietoso. Ma, col senno del sessantenne, non credo che Togliatti e Secchia, se nel '48 avessero vinto le elezioni, ci avrebbero regalato un Paese migliore di quello che ha ritirato su la DC. Perciò, pur riconoscendo i difetti di una democrazia liberale e cattolica, sono contento che le cose siano andate così a noi italiani. E penso che abbiamo avuto molta fortuna.

Diario di guerra - Faliero Fantozzi

Michele Quirici fa un lavoro straordinario e meritorio di recupero e pubblicazione di memorie locali, paragonabile, per mole, agli annali muratoriani, ovviamente tenuto conto delle debite proporzioni. Anche in questo caso, grazie ad un ritrovamento nell'archivio di casa Vanni-Lupi, la Tagete edizioni tira fuori e consegna ai lettori pontederesi (ma non solo) la quotianità del vissuto di un manipolo di Pontederesi che coll'avanzare degli eserciti alleati verso l'Arno, anzichè sfollare a sud (ovvero andando ad incontrare gli alleati e liberarsi prima) si trasferì a Nord e quindi volontariamente allungò la propria agonia.
Certo nessuna delle famiglie sfollate a nord dell'Arno aveva, tra i propri ranghi, esperti militari che avrebbero potuto suggerire che il grande fiume, una volta distrutti i punti, avrebbe potuto trasformarsi in una barriera difficile da superare anche per l'attrezzatissimo esercito alleato.
E poi c'era la propaganda fascista che, per quanto in crisi, spingeva le persone a nord; e poi c'erano le voci, il passaparola, l'incertezza della vita quotidiana, la paura, e mille altre cose.
Così il Diario di Faliero Fantozzi ci fa conoscere i dettagli di 19 famiglie formate da 71 persone costrette alla coabitazione coatta in un rifugio a Montecalvoli sotto le cannonate americane e con le vessazioni dei tedeschi tra il luglio e l'agosto 1944
E si scopre o si ritrova (per chi, come me, ha ascoltato storie analoghe dai propri genitori) la storia di tutte le difficoltà della vita quotidiana forzata, a cominciare dall'espletamento delle esigenze corporali per continuare con i rastrellamenti, le tante violenze, la rabbia, la paura, lo stordimento, il coraggio. E i morti per i cannoneggiamenti. E la fame. Tanta fame. Quasi più della paura.
Devo dire che essendo figlio di due "rifugiati" tra Montecalvoli e Santa Maria a Monte, il racconto di Fantozzi non aggiunge quasi niente a quello che già sapevo. Semmai rinnova il dolore dei racconti che le famiglie Cerri, Marrucci, Guidi Marconcini mi hanno tramandato per oltre settanta anni.
Mio nonno, Giordano, fu colpito da una scheggia poco fuori dal suo rifugio di Santa Maria a Monte e trasferito a Firenze, a piedi, su un carretto da barrocciaio, dove morì pochi giorni dopo, per un'infezione che non si potè curare.
Mentre l'altro mio nonno paterno, Attilio, fu rastrellato dai tedeschi e come il protagonista del diario di Faliero riuscì fortunosamente a fuggire e a tornare al rifugio.
Ma per un mitico giovane di oggi (sperando di riuscire a fargli leggere a scuola qualcosa del genere), per un bambino della primaria, a cui Anna Vanni Lupi aveva pensato di far conoscere questa storia (ma oggi, alla primaria, si studiano solo i romani antichi se va bene, altrimenti ci si ferma alle favole sugli egizi e i babilonesi), una vicenda come quella di Faliero risulterà quasi sconosciuta, a meno che non ci sia ancora in giro un qualche bisnonno che la storia dei rifugi a nord dell'Arno l'abbia vissuta e che sia ancora lucido e abbia ancora voglia di raccontarla (senza omettere troppi particolari).
Comunque, la cosa importante è che Michele Quirici abbia scovato e quindi pubblicato questo straordinario diario, che ci racconta, in presa diretta, i due mesi del '44 di permanenza nel rifugio delle 19 famiglie pontederesi; e ci ripropone la memoria di Anna Vanni Lupi, che sintetizza e riassume, a posteriori, la stessa storia con gli occhi di una bambina.
Il libro resterà a disposizione dei buoni lettori e delle brave lettrici, che magari decideranno di leggerne qualche pagina ai loro nipotini. Resterà a disposizione delle tante maestre e prof delle medie che magari non hanno mai sentito parlare della loro straordinaria collega Anna, che su questi materiali fece lavorare i suoi bambini. Il libro e la testimonianza di Fantozzi, letti o non letti, rimarranno per i posteri. E nessuno potrà dire, senza sentirsi in colpa, di fronte ad avvenimenti di questo tipo, io non sapevo. Io non c'ero. Io non credevo. I libri infatti ci sono. E raccontano. Sono custoditi nelle case e nelle biblioteche, oggi sempre più accessibili. E come chi ha preso la patente di guida non può dire di non conoscere il codice della strada, chi ha imparato a leggere non può dire che non sa le cose perchè semplicemente non vuole leggere o non vuole arrivare in biblioteca a prendere un libro.
I libri infatti hanno tra i tanti meriti quello di conservare la memoria e di trasmetterla. E i contemporanei hanno l'obbligo morale di leggerli e di conoscerli.E se non lo fanno è un demerito ed una responsabilità dei contemporanei. I quali, tra tutte le scuse che possono accampare, non possono tirare fuori quella di non sapere.
Il libro è disponibile nelle librerie, nelle cartolibrerie ed in alcune edicole, oltre che, gratuitamente, presso la Biblioteca Gronchi.

Finale a sorpresa - Gloria Bardi

Il bel libro che assembla le immaginifiche creazioni grafiche di Stefano Stacchini e i racconti di Gloria Bardi spiazza fino dalla sovraccoperta, con un titolo un po' alla Beckett e un'immagine che suggerisce viaggi in mondi possibili, ma non necessariamente reali.
Il depistaggio praticato sia dalla grafica che dalla scrittura contiene però un invito alla lettura pieno di serenità e mi trasmette un'idea di accoglienza. Un'accoglienza calda. Della serie: ti spiazzo ma non per turbarti, bensì per aiutarti a stare meglio. O almeno questa è la sensazione (il messaggio) globale che il volume mi fa arrivare mentro lo sfoglio, lo leggo, lo poso sul tavolo, infine me lo infilo nella borsa e lo porto a casa.
Poi ci sono le singole parti e i dettagli. Qui la cosa si fa più complicata.
I racconti di Gloria Bardi, brevi, spesso fulminanti, ironici e ammiccanti, sono ricchi di temi e situazioni che giocano a svelarsi solo nel finale. A volte perfino con l'ultima parola. L'ultimo nome. Si fanno leggere. Velocemente. Però obbligano a stare attenti, a riflettere. E alla fine, di solito, strappano un sorriso. In questo senso sono racconti accoglienti. Rassicuranti. Solo in alcuni casi (pochi a dire il vero) inquietano. Hanno bisogno di un lettore sveglio (come vispo deve essere l'osservatore delle immagini). Ma non sospettoso. Un lettore che abbia fiducia nel mondo. Che si lasci prendere per mano. Certo, Gloria Bardi pretende una lettura vigile, non distratta, perchè ogni parola è un tassello, una piastrella, un pezzetto di mosaico indispensabile per reggere e comprendere l'intera costruzione (anche quando il racconto è minuscolo). Colpiscono la fantasia e la versatilità che attraversano i testi; e da lettore un po' bambino quale sono, mi piace la trovata che precede il punto finale e svela, spesso rovesciandolo e ancora più spesso chiarendolo, non tanto il senso della storia quanto il vero volto del protagonista.
La narratrice gioca col suo lettore e solo in apparenza gli offre storie semplici. Ma, ripeto, non lo fa per ingannarlo. Semmai per stupirlo e per farlo amorosamente divertire.
Le produzioni visive di Stefano Stacchini si muovono sulla stessa lunghezza d'onda. Ma quelli di Stefano sono oggetti culturali diversi e più difficili da decifrare. Almeno per me. Gioco, ironia, manipolazioni, spiazzamenti, enigmi da risolvere, ok, anche questi ci sono tutti nelle sue creazioni grafiche e mi riportano alla mente i rebus o per meglio dire certi oggetti d'arte che contengono messaggi in codice che se correttamente decifrati potrebbero svelare mondi. Ecco... l'impressione è che ci sia in queste elaborazioni grafiche qualcosa di più che mi sfugge. Forse è un'idea sbagliata. Magari è solo una suggestione che collego all'attività di un artista che conosco da lungo tempo, al quale mi lega un rapporto di amicizia, ma che conserva intatto un suo fascino misterioso. Indecifrabile. Per uno che di arte e di cultura visiva, parlo di me, ne sa poco. Certo, che Stacchini giochi con la città di Finale Ligure e con i luoghi e gli elementi architettonici e paesaggistici di questo comune che lui ritiene più significativi, non ci sono dubbi. Che ci sia una esplicita volontà di manipolare, raccontare e perfino reinventare Finale come nessun altro aveva mai fatto prima, è altrettanto chiaro. Che ci sia perfino il desiderio di creare un legame tra Finale Ligure e Pontedera, questo si percepisce bene, almeno per un osservatore che sia nativo di Pontedera come il sottoscritto e che conosca l'importante lavoro grafico che Stacchini ha dedicato alla sua città natale. Del resto sia Pontedera che Finale da circa un secolo hanno in comune il fatto di aver ospitato (e di avere ancora sul proprio territorio) grandi capannoni industriali edificati dalla Società Piaggio.
Ma a parte questa condivisione di paesaggi industriali, ritrovo nelle immagini elaborate da Stacchini il suo gusto per gli assemblaggi visionari. E ancora uno stile e contenuti che, per quanto ammantati di mistero e densi di simboli un po' esoterici, esercitano su di me un effetto rassicurante, gioioso, gradevole, amichevole.
Ed è esattamente per questo che il volume mi sorprende …....piacevolmente.

Le otto montagne - Paolo Cognetti

Romanzo furbo. Accattivante. Contemporaneo. Con le montagne e fare da sfondo, palestra di azione e luogo di metafore e i rapporti tra un padre e un figlio (che deve diventare adulto) e due ragazzi (uno dei quali è il figlio del padre di cui in precedenza) che dovrebbero diventare grandi.
Naturalmente i padri e i figli non si capiscono mai bene, se non dopo che i padri sono morti e i figli scoprono di loro storie che durante la loro relazione non sono venute fuori. E anche qui le cose stanno in questa maniera.
L'incomprensione sta dunque al centro della storia padre figlio, così come ci sta il tentativo del padre di fare del figlio una propria proiezione (sai che novità! Ma non sono le novità a fare grandi le storie e a portarle al successo: semmai vale l'eccesso di stereotipi che qui non mancano). Ovviamente il desiderio dei padri, come è noto, destinato a fallire e provocare nei genitori un senso di scacco e di sconfitta.
La storia familiare di Cognetti si dipana in una realtà socio-economica (e anche politica), marginale certo, ma sempre più disincantata, che rende il conflitto reale, ma un po' patetico. Anche se il fatto che ad un padre così impegnato (laureato in chimica e autentico stakhanovista) corrisponda un figlio che non conclude un vero percorso di studi e quindi non sa costruire un chiaro progetto di vita, se non andando a zonzo per montagne (e non solo quelle nostrali), torna con tanto immaginario contemporaneo. Un immaginario di tanti "sdraiati" alla Michele Serra, che nel libro di Cognetti assumono però una dimensione non comica, ma nemmeno drammatica. Neppure nel finale.
Poi c'è la relazione tra la voce narrante (il figlio del chimico) e il montanaro.
Si tratta di una strana amicizia (a cui corrisponde una mezza fratellanza, vista la relazione della madre e anche del padre chimico con il ragazzo montanaro) che cresce col tempo e che si snoda in una realtà plausibile, ma piena di suggestioni e con molti elementi fiabeschi.
Conclusione. Il testo, pieno di stereotipi, funziona. A tratti commuove. Perchè certe strane relazioni (e gli stereotipi che li accompagnano) piacciono e fanno luccicare gli occhi ai lettori e alle lettrici. Le incomprensioni piacciono. Le colpe attribuite dalla società che però non sono vere colpe, anche queste piacciono. E soprattutto piacciono gli strani e i buoni selvaggi. E poi ci sono le montagne, le camminate, i paesaggi, la neve. E le vette orientali. E diverse altre cose che non vale la pena di rivelare

La stanza dei libri - Giampiero Mughini

Libro sui libri "rari" di Gianpiero Mughini, un intellettuale anomalo e volutamente eccentrico rispetto al panorama culturale italiano. Il volume è centrato soprattutto su una collezione di libri/opuscoli che ha a che fare con la stagione del terrorismo, sulla quale Mughini scrive cose molto condivisibili. E poi su una parte della collezione di Mughini (che ha avuto una lunga stagione di opinionista televisivo) che riguarda il futurismo e certi libri di arte connessi a questo movimento. Molti sono gli elementi autobiografici del libro, che, tutto sommato, non trovo particolarmente interessante.

Sinistra e popolo - di Luca Ricolfi

La realtà socio economica e politica è molto molto complicata. Le spiegazioni di questa complessità sono tante. Libri e teorie si moltiplicano. Come è giusto che sia. E si fanno complicati. A leggere e a digerire. Il volume di Ricolfi sta in questa massa di testi che provano a spiegare i fenomeni che caratterizzano il nostro presente. Ma spesso i concetti con cui si prova a leggere il mondo non sono semplici da decifrare. Peccato.

Introduzione alla politica mondiale - Fabio Fossati

Il mondo è avvolto da una incredibilità quantità di spiegazioni e credenze in merito al proprio funzionamento. Del resto il pianeta terra è abitato da 7 miliardi di persone (circa), distribuite in circa 206 Stati (196 riconosciuti ufficialmente da tutti), e che professano le più svariate idee. Per farsi un'idea delle idee che circolano sul sistema-mondo e quindi la politica mondiale degli ultimi 200 anni e del presente il libro di Fossati, necessariamente sintetico, è estremamente utile. Il mondo (e facebook) sarebbe molto più silenzioso se chi volesse esprimere delle idee sulla politica internazionale fosse prima costretto a leggere e possibilmente meditare su questo 300 pagine dello studioso attualmente in forze presso l'Università di Trieste. La sola bibliografia occupa una quarantina di pagine. La sintesi è che la realtà contemporanea sembra davvero un guazzabuglio incomprensibile e che richiede spiegazioni multiple e aperte. Lettura di tipo universitario (testo di studio) e per curiosoni dalla mente aperta.

Il mestiere dello scrittore - Murakami Haruki

Libro che può servire per diventare scrittori? Non si può escludere. La sintesi estrema è: coraggio, disciplina, costanza e fortuna. Ovviamente nell'ordine. Molte annotazioni del testo sono comuni a tanta manualistica su questo genere di argomento. E' bello vedere che un libro di saggistica ha ben tre lettori in Bibliolandia (almeno in questo momento, agosto 2017).

Il nostro futuro - Alec Ross

Vale la lettura. Ovviamente per chi è interessato a comprendere il presente e a leggere il fluire del mondo con occhi abbastanza disinteressati e senza particolari ideologie. L'autore (ex collaboratore di Hilary Clinton e del governo americano) esamina i principali trend che vanno sotto il nome di globalizzazione: l'avvento della robotica (che non lo spaventa), l'evoluzione biomedica e l'allungamento della vita media (con tutti gli aspetti positivi e negativi), la codicizzazione del denaro (pagamenti sempre più elettronici), le nuove forme dei conflitti tra stati, i big data che tanto ci insegnano e ci raccontano, il ruolo dei paesi emergenti.... Sconsigliato a sovranisti, razzisti e narcisisti.

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Il mondo alla rovescia / Giangiacomo Nardozzi, Il Mulino, Bologna, 2015, p. 184

Il libro spiega benissimo, ma in maniera molto complicata, come la finanza finalizzata a guadagnare su tutto abbia preso il sopravvento sulla politica e sugli stati. Usando la metafora di Tom e Jerry, Nardozzi illustra come il topo punti alla caccia del formaggio e ne combini di tutti i colori pur di arrivare alla meta. E di come il povero gatto tenti in tutti i modi di ostacolare il topo, senza riuscirci. Il topo ovviamente è la finanza e il gatto la politica e lo Stato. Ma non fatevi ingannare dalla metafora. Dietro ci sono i meccanismi di valorizzazione del capitale e le sue grandi capacità speculative di cui Marx prima e i suoi epigoni poi avevano colto benissimo le dinamiche. Da leggere insieme al libro di Fernand Braudel, La dinamica del capitalismo (Il Mulino, 1981) e Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

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