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Sorelle sbagliate - Alafair Burke

Dopo "La ragazza nel parco" e "La ragazza che ho sposato", come afferma la stessa autrice Alafair Burke, il suo nuovo thriller "Sorelle sbagliate", edito da Piemme, chiude una trilogia di romanzi autoconclusivi incentrata sulla figura femminile, sulla complessità delle loro relazioni e il ruolo che la donna occupa e svolge nella società contemporanea.

In "Sorelle sbagliate", infatti, la Burke affronta la tematica degli abusi domestici, del complesso rapporto tra due sorelle molto diverse tra loro, e di cosa è disposta a fare e nascondere una donna pur di mantenere la sua posizione di successo.

Ancora una volta, la Burke ci dimostra la sua eccellente dote narrativa e la sua preparazione giuridica, che rende i romanzi che scrive sempre molto realistici e perfettamente strutturati.
In questo suo nuovo thriller, le donne sono le protagoniste indiscusse. Donne forti, disposte a lottare per ciò che amano. Donne che non temono le conseguenze, ma che sanno anche nascondere le proprie fragilità. Le protagoniste di Sorelle sbagliate, sono donne che non hanno bisogno di uomini, che decidono del loro destino. Sono donne che hanno imparato dai propri errori, tenaci e scaltre.

Oltre a essere un thriller coinvolgente, intricato e dotato di un ritmo narrativo spedito, per l'ennesima volta la Burke ci presenta il magnifico mondo femminile da più punti di vista, presentandoci tutte le sfaccettature dal quale è composto.

Le protagoniste sono Nicky e Chloe Taylor, due sorelle completamente diverse. La maggiore, Nicky è quella più estroversa, problematica e sempre alla ricerca di attenzioni. Chloe, invece, è la preferita della famiglia. La sorella che ha studiato, che ha una posizione di successo, che fa sempre la cosa giusta.
Ma cosa si nasconde dietro queste apparenze?

Nicky è impulsiva, ha una dipendenza dall'alcool. Ha sposato di impulso il giovane avvocato Adam, ha cercato di essere la donna che lui voleva, ma poco dopo la nascita del loro figlio, Nicky si rende conto che non è brava a essere madre, e poco dopo Adam divorzia da lei e ottiene la custodia esclusiva del figlio.

Chloe, invece, ha lasciato la piccola provincia, vive a New York e scrive per una rivista di moda. Chloe è una donna che ha raggiunto il successo. Ma a quanto pare, non basta. Poco dopo il divorzio di Nicky, si sposa con l'ex marito della sorella, Adam, e cresce suo nipote come se fosse suo figlio per quattordici anni.

Adesso la vita di Chloe però viene sconvolta. Tornando a casa da una festa, proprio in uno dei suoi momenti di maggior successo, trova Adam morto. Assassinato.

Chloe non ha idea di chi sia stato. A prima vista, potrebbe sembrare l'opera di un furto andato male, ma le prove sostengono altro. La scena dimostra che Adam è stato ucciso per altri motivi.
Poco dopo l'omicidio, Nicky raggiunge Chloe a New York. L'arrivo della sorella la mette in ansia. Cosa vuole Nicky? Adesso che Adam è morto vuole riprendersi suo figlio?

Ormai da tanti anni, le due sorelle non vanno d'accordo, ma la Nicky di adesso è una donna diversa. Chloe si accorge che ha conservato il suo senso dell'umorismo, ma è più responsabile, riflessiva. Questo cambiamento mette leggermente in crisi Chloe. Prima, era lei la sorella perfetta, ma il cambiamento di Chloe la induce a riflettere su se stessa, a porsi delle domande. Chi è davvero la sorella buona? Chi delle due ha fatto le scelte più giuste?

Chloe ha dei segreti, il suo matrimonio non era una favole come poteva apparire in pubblico. Forse, lei non è migliore di Nicky. Lei ha imparato dai suoi sbagli, e adesso è maturata.

Questa nuova Nicky la spaventa, ma nello stesso tempo la sente anche più vicina. Sembra quasi che siano tornate bambine, quando erano inseparabili. Forse, Nicky non è più la ragazza distruttiva di un tempo, e forse lei, Chloe, non è la donna perfetta e di successo che vorrebbe far credere a tutti.
Perché Nicky è tornata? Chi ha ucciso Adam? Perché suo figlio si comporta in modo strano? negli ultimi anni, è stata una brava madre per Ethan?

Sono mille, le domande e i dubbi che la assillano.
Tra colpi di scena, rivelazioni inaspettate e segreti, Sorelle sbagliate è un thriller che conquista subito il lettore. Un thriller in cui l'autrice affronta il complesso rapporto tra due sorelle, raccontando le invidie, i rancori e l'amore che si celano dietro. Una storia dove nulla si può dare per scontato, e tutti nascondono un segreto.

In conclusione, la Burke ci dimostra di essere una garanzia, un'autrice eccellente, e Sorelle sbagliate si piazza tra i migliori thriller dell'estate 2019.

Consigliato!!

L'uomo che scherzava col fuoco - Jan Stocklassa

La recensione di oggi ha come protagonisti uno degli omicidi di carattere politico che più hanno commosso e sconvolto il Nord Europa, e Stieg Larsson, uno degli autori più amati in quella parte di continente, ma apprezzato e conosciuto in tutto il resto del mondo.

La particolarità del romanzo che abbiamo deciso di proporvi, approfondendo la storia che ne è il fulcro, sta nel fatto che Stieg Larsson era già morto da tempo quando è stato scritto, non è lui l’autore che ci ha regalato questo complesso e affascinante lavoro, ma nonostante ciò è come se avesse partecipato attivamente alla sua creazione, dando l’illusione al lettore di avere tra le mani un’opera postuma, qualcosa che l’abilissimo Jan Stocklassa abbia scritto in parte sotto dettatura, attingendo al materiale che Larsson ha raccolto in anni di indagini private.

Sinossi:

Il segreto più grande di Stieg Larsson è rimasto chiuso per un decennio in venti scatole abbandonate in un deposito. Nel 2004, la morte improvvisa del geniale autore svedese ha interrotto anche quella che doveva essere l’inchiesta della sua vita. Perché prima di essere un grande narratore, Larsson è stato un giornalista, un investigatore che aveva scelto i movimenti di estrema destra come cuore delle proprie ricerche e che – dalla sera dell’omicidio del primo ministro svedese Olof Palme, il 28 febbraio 1986 – iniziò a intuire un micidiale teorema di connessioni.

“Uno dei delitti più sconvolgenti di cui io abbia mai avuto l’ingrato compito di occuparmi” arrivò a dichiarare. Oggi il giornalista Jan Stocklassa, grazie al permesso esclusivo di aprire i venti scatoloni sigillati, riporta in vita l’ultima indagine di Larsson, un puzzle di affascinante complessità, il vero ultimo giallo dell’autore.

L’omicidio di Olof Palme fu un evento di portata internazionale; l’uomo che sfidò a viso aperto l’apartheid del Sudafrica fu ucciso mentre rientrava a casa con la moglie dal cinema. Stoccolma, la capitale della civilissima Svezia, si tinse di rosso e il nero della matrice politica del delitto impregnò le sue strade. Un intrigo che rimane alle fondamenta della trilogia Millennium.

Sven Olof Joachim Palme (Stoccolma 30 gennaio 1927 – Stoccolma, 1 marzo 1986) è stato un politico svedese, leader del Partito Socialdemocratico Svedese e primo Ministro della Svezia in carica al momento della sua morte per omicidio, durante un attentato nella tarda sera del 28 febbraio 1986.

Durante la sua carriera politica fu presidente del Partito Socialdemocratico dal 1969 al 1986, diverse volte ministro, primo ministro della Svezua dal 14 ottobre 1969 all’8 ottobre 1976, membro del parlamento dal 1976 al 1982 e poi di nuovo primo ministro dall’8 ottobre 1982 fino al giorno del suo assassinio, tuttora irrisolto, sebbene si sospetti il coinvolgimento di elementi dell’estrema destra. Gli succederà Ingvar Carlsson.

Pragmatico e deciso, Palme condusse una vita politica coraggiosa e rischiosa in chiave internazionale, opponendosi alla guerra in Vietnam, all’apartheid e alla proliferazione delle armi nucleari. Intrattenne buoni rapporti col blocco comunista (pur criticandone duramente il totalitarismo), con la Cuba di Fidel Castro e il Cile di Salvador Allende, manifestando una decisa opposizione diplomatica al governo dittatoriale di Augusto Pinochet, instauratosi nel paese sudamericano dopo la morte violenta di Allende durante il golpe del 1973 voluto dagli Stati Uniti, e con i paesi non allineati.

Fu nominato nel 1986 come mediatore dell’ONU nella guerra Iran – Iraq. Venne candidato anche alla carica di Segretario generale delle Nazioni Unite, fu vicepresidente dell’Internazionale Socialista, e favorì l’integrazione europea. In politica interna contribuì alla crescita e al rafforzamento della socialdemocrazia di tipo nordico (modello svedese), propugnando l’avvento di un tipo di economia pianificata in un contesto di socialismo democratico, cogestione delle grandi imprese e sindacalismo.

Olof Palme morì assassinato nel 1986. L’omicidio, il primo del genere nella storia della Svezia moderna, fu un grande trauma nazionale e politico; avvenne nel pieno centro di Stoccolma, in via Sveavägen, la sera del 28 febbraio 1986, mentre Palme stava rientrando a casa insieme alla moglie Lisbeth dopo essere stato al cinema. Alle ore 23:21, un uomo nascosto nell’ombra, gli sparò due colpi di 357 Magnum alla schiena, mentre gridava imprecazioni contro di lui.

La morte di Palme fu dichiarata ufficialmente il 1º marzo, sei minuti dopo la mezzanotte, per effetto di un solo colpo. La moglie fu ferita dal colpo andato a vuoto, ma di striscio e senza gravi conseguenze.

Quel giorno Palme era apparso preoccupato e nervoso dopo alcuni colloqui diplomatici, ma aveva congedato la scorta. Poco prima, aveva concesso la sua ultima intervista, uscita postuma e intitolata ‘Siamo tutti in pericolo’.

La salma di Palme è sepolta nel cimitero della chiesa di Adolf Fredrik a Stoccolma, mentre una targa commemorativa è stata apposta nel punto esatto in cui cadde il suo corpo dopo gli spari.

“È la prima volta nella storia, io credo, che un capo di governo viene assassinato senza che si abbia la minima idea dell’identità del suo assassino”

Con queste parole, scritte nel 1986, Stieg Larsson affrontava l’omicidio appena avvenuto del primo ministro svedese e tentava di fare luce negli angoli oscuri di una vicenda che sembrava essere senza soluzione, con molti potenziali moventi, altrettanti potenziali colpevoli, ma nessuno che potesse essere incriminato senza ombra di dubbio.

All’epoca, Stieg Larsson lavorava ancora per l’agenzia Tidningarnas, ma era già attivamente impegnato nella lotta contro gli estremismi di destra. In anni di indagini e ricerche minuziose, aveva costruito una fitta rete di contatti, nazionali ed esteri, a cui rivolgersi anche in un momento così delicato della storia politica del proprio paese.

Queste ricerche minuziose, che andarono avanti e si intensificarono dopo l’omicidio di Olof Palme, saranno alla base della saga ‘Millennium’ e, dopo la morte dell’autore, lasceranno una documentazione ampia e dettagliata per aiutare a venire a capo di un omicidio che sembrava non avere una soluzione individuabile, ma che, in realtà, come Jan Stocklassa ha potuto verificare, non era stato affrontato con il giusto impegno e le capacità investigative che Larsson, abilissimo giornalista d’inchiesta, possedeva in dote.

In relazione all’omicidio di Olof Palme, Larsson aveva scritto un memorandum di sette apgine, inviato al caporedattore di Searchlinght.

Proprio quel memorandum, più di trent’anni dopo, è diventato la base da cui Jan Stocklassa, diplomatico e giornalista svedese, è partito per tentare di arrivare a una soluzione a cui, l’autore ne era certo, Stieg Larsson sarebbe approdato se la morte prematura non gli avesse impedito di portare avanti un lavoro minuzioso, che stava facendo chiarezza laddove gli investigatori brancolavano nel buio.

Così, Jan Stocklassa ha convinto Daniel Poohl, caporedattore di Expo, a mostrargli la ricca documentazione raccolta da Larsson e custodita in un archivio.

La pista tracciata da Larsson lo ha portato ad approfondire, indagare, intervistare e viaggiare molto, depennando alcuni sospettati dalla lista dei potenziali colpevoli e concentrandosi su altri, gli stessi che Larsson aveva indicato, gli stessi che gli inquirenti avevano a malapena considerato, ritenendo le prove insufficienti per poterli mettere davanti a responsabilità innegabili.

Romanzo complesso, ma scorrevole, unico nel suo genere, scritto da uno straordinario giornalista d’inchiesta, a braccetto con un giornalista altrettanto bravo, ma ormai scomparso, il cui lavoro impeccabile ha permesso, trent’anni dopo, di potere riprendere in mano un’inchiesta altrimenti destinata a rappresentare un caso irrisolto e mai più risolvibile.

Un lavoro che fa riflettere su quanto capacità e determinazione possano arrivare laddove nemmeno gli inquirenti siano riusciti ad arrivare, su quanto l’arte di sapere scrivere in modo chiaro e organizzato possa costituire un dono non solo a livello personale ma per l’intera umanità.

Il lavoro svolto da Stieg Larsson per il piacere personale di comprendere, ha un valore inestimabile, che pone gli investigatori davanti a colpe gravi legate a una negligenza imperdonabile.

Ma non solo. Pur non potendo sapere se la mancata soluzione dell’omicidio di Olof Palme sia dovuta alla volontà di ignorare informazioni in parte abbordabili, o a una vera e propria incapacità investigativa degli inquirenti, adesso che Jan Stocklassa ha ricostruito l’intera vicenda tracciando una pista facilmente percorribile, il governo svedese non ha più scusanti.

Olof Palme merita una giustizia che può ottenere, così come lo meritano la Svezia e il resto del mondo, i cui equilibri politici sono in parte stati stravolti dalla scomparsa di un ministro che non aveva paura di portare alla luce realtà scomode, di mostrarle all’opinione pubblica e combattere affinché razzismo e corruzione non prendessero campo in un paese all’apparenza pulito e onesto.

Mentre la prima parte del libro è un fedele riassunto del lavoro svolto da Larsson, ricostruito con un ordine cronologico e spiegato al lettore in modo comprensibile, a proposito della seconda parte, Jan Stocklassa scrive:

“La seconda parte del libro descrive sostanzialmente le indagini che ho condotto di persona, arrivando laddove la polizia non era riuscita”, per sottolineare ancora una volta quanto il lavoro di squadra, possibile solo grazie a un ottimo archivio lasciato in dono, sia stato possibile solo perché due persone che hanno fatto della scrittura un mestiere si sono incontrate senza incontrarsi, a distanza di trent’anni, unite da due elementi fondamentali: la passione per un mestiere e l’abitudine a svolgerlo prendendo appunti, lasciando tracce comprensibili.

Sempre a proposito del romanzo, Stocklassa spiega che il libro non pretende di fornire un quadro completo dell’omicidio e dell’indagine, si concentra sulle piste e le teorie esposte da Larsson e su quelle a cui sono approdate le sue ricerche personali. In definitiva, Stocklassa non indica un colpevole certo, ma scrive un libro facilmente accessibile su un argomento difficile.

Se più persone ora comprendono il motivo per cui il caso Palme è ancora irrisolto, o il modo in cui potrebbe facilmente venire risolto, Stocklassa e Larsson avranno raggiunto il loro obiettivo.

Per fare ciò, è stato sufficiente fare un uso corretto del materiale a disposizione.

Restano ancora molte domande sospese, alcune forse destinate a non ottenere risposta, ma una su tutte si fa sentire adesso, forte e chiara: cosa hanno intenzione di fare gli inquirenti adesso che non ci sono più scuse credibili per ritenere chiusa un’indagine che può portare a una facile soluzione?

La Svezia e il mondo intero la stanno aspettando, affinché il messaggio che al governo di uno stato civile stia a cuore proteggere chi combatte, e a volte muore, per difendere democrazia e giustizia, continui a essere credibile, trovi nuove gambe su cui camminare, possa essere legato alla memoria di un uomo coraggioso, che ha perso la vita ma ha ottenuto giustizia.

Piattaforma - Michel Houellebecq

È falso sostenere che gli esseri umani siano unici, che siano portatori di una loro singolarità insostituibile; per quello che mi riguarda, in ogni caso, io non percepivo nessuna traccia di questa singolarità.

Queste parole sono pronunciate in uno dei primi capitoli della seconda parte del terzo romanzo di Houellebecq, Piattaforma (2019), dal narratore e protagonista Michel, quarantenne funzionario contabile del Ministero della Cultura francese, prodotto di un sistema nel quale liberalismo economico e liberazione sessuale sono talmente sbandierati e oppressivi che chiunque osi, come fa l’autore, rappresentarli in tutta la loro cruda e grottesca realtà, è immediatamente tacciato di essere un reazionario o, peggio, uno spirito antimoderno. Chiunque nel nostro tempo non partecipi con entusiasmo al festino del presente diventa ipso facto un collaborazionista delle forze del passato, ovvero un individuo la cui libertà viene sentita come una provocazione o uno scandalo.
Qual è, infatti, ai nostri giorni lo scandalo più grande? Quello di essere «contro il mondo, contro la vita», come suona il sottotitolo del primo libro di Houellebecq, dedicato all’opera di H. P. Lovecraft, in cui troviamo già il primo postulato della sua teoria del mondo:

Il capitalismo liberale ha allargato la propria presa sulle coscienze; di pari passo sono andati affermandosi il mercantilismo, la pubblicità, il culto bieco e grottesco dell’efficienza economica, l’appetito esclusivo e immorale per le ricchezze materiali. Peggio ancora, il liberalismo è passato dal campo economico al campo sessuale. Tutte le convenzioni sentimentali sono andate in pezzi. La purezza, la castità, la fedeltà, la decenza sono diventate marchi infamanti e ridicoli. Oggigiorno il valore di un essere umano si misura tramite la sua utilità economica e il suo potenziale erotico…

In un mondo in cui «il valore di un essere umano si misura tramite la sua utilità economica e il suo potenziale erotico» il romanzo è ancora possibile? È ancora possibile esplorare gli individui servendosi di armi sofisticate – quali il romanzo ha forgiato lungo la sua storia secolare – di fronte all’uniformizzazione delle loro esistenze? Di fronte alla disarmante semplicità delle loro esistenze?
In un’intervista del 1995, a chi gli chiedeva di enunciare alcuni corollari al suo primo postulato teorico, l’autore francese rispondeva:

Le società animali e umane mettono in atto diversi sistemi di differenziazione gerarchica che possono basarsi sulla nascita (sistema aristocratico), il censo, la bellezza, la forza fisica, l’intelligenza, il talento […] Tutti questi criteri sembrano più o meno allo stesso modo degni di disprezzo; li rifiuto. La sola superiorità è la bontà. Oggi ci muoviamo in un sistema a due dimensioni: l’attrazione erotica e il denaro. Tutto il resto, cioè la felicità e l’infelicità delle persone, discende da questo. Non si tratta per nulla di una teoria: viviamo effettivamente in una società semplice, che le poche frasi che ho appena pronunciato bastano a descrivere completamente.

È da questo genere di considerazioni che si deve partire per comprendere il ritmo ossessivo delle peripezie sessuali di Michel, la sua storia d’amore con Valérie, le sue relazioni con l’industria del turismo planetario – di cui Valérie e il suo capo Jean-Yves sono esemplari demiurghi –, il suo sguardo da etologo, allo stesso tempo patetico e clinico, che guarda all’uomo occidentale del XXI secolo come a una specie già morta o in via d’estinzione. E per comprendere, inoltre, la tensione, ma anche la deriva, di un romanzo che deve fare i conti come mai è accaduto prima con una semplificazione inaudita dell’individuo. «Particella elementare», essere biologico più che sociale, l’individuo è sempre più incapace di riconoscere quello spazio interumano senza il quale la nostra società cessa di essere tale, e cioè luogo di «singolarità insostituibili», e diventa un sistema di dominio gerarchico – non molto diverso da quello delle api – sottomesso alla sola legge dell’economia. Se non si comprende la labilità di questa frontiera – risultato del nostro sistema perfettamente liberale e perfettamente privo di vie di fuga – si rischia di fraintendere completamente sia il romanzo sia il suo personaggio protagonista.
Michel è immerso fino al collo nel suo presente, nella meccanica brutale delle relazioni umane che è il suo presente.

Gli hanno appena ammazzato il padre e lui non trova di meglio che accendere la televisione e dedicarsi alla visione del suo quiz preferito. Il padre, questo «vecchio coglione» gli ha lasciato una montagna di soldi e Michel, i cui sogni mediocri sono identici a quelli di tutti gli abitanti dell’Occidente, non vede l’ora di praticare la sola religione che all’Occidente resta: il turismo. Michel, d’altra parte, non manifesta nessuna particolare inclinazione. Quando si mescola ai suoi simili si sente sempre a disagio. Coltiva, è vero, una grande passione per il sesso. Ma il sesso, in Occidente, regolato come tutto il resto dall’economia, è una lotta senza quartiere tra ricchi e poveri; l’umanità si sta definitivamente sbarazzando della volontà di procreare; non si desiderano eredi; o, se si desiderano, il desiderio deve conformarsi alle ragioni del mercato, alle possibilità tecniche di riproduzione in laboratorio; nessuno, infine, è più in grado di dare piacere con vero abbandono.
Tutto ciò alimenta un genere speciale di turismo: il turismo sessuale di massa.

La differenza tra Michel e gli altri turisti in viaggio in Tailandia (il viaggio organizzato occupa tutta la prima parte del romanzo) è che egli vive questa situazione come acquisita: per lui la logica del mercato coincide con la logica delle situazioni umane, a tal punto che la sola possibilità di sfuggirne (Michel e Valérie vorrebbero verso la fine lasciare tutto e stabilirsi su un’isola) è di avvantaggiarsi economicamente sulla concorrenza (Vantaggio concorrenziale è il titolo della seconda parte). Da qui l’idea conseguente e irreale di Michel che contagia Valérie e Jean-Yves: far entrare apertamente la sessualità all’interno del circolo economico della domanda e dell’offerta, creare una «piattaforma programmatica» del turismo sessuale nel mondo, sfruttando la miseria sessuale di milioni di occidentali e la fame di chi, non ancora entrato nelle fila del mondo libero, non ha che il proprio corpo come merce di scambio.

Il progetto fallirà a causa di un attentato nel quale Valérie perderà la vita e Michel sarà ferito. Quest’ultimo, ancor più estraneo al mondo e alla specie umana, terminerà i suoi giorni a Pattaya Beach (è il titolo della terza e ultima parte), una delle tante «cloache» esotiche del turismo sessuale dove i rifiuti della «nevrosi occidentale» vanno a morire.

Enigma: l’ipertrofia sessuale non è solo un dato delle nostre società occidentali finalmente emancipate da tutti i tabù, è anche la sola possibilità che Michel intravede per intraprendere la ricerca di ciò che sente perduto: la capacità di «offrire il proprio corpo come un oggetto gradevole», di «dare piacere senza pretendere nulla in cambio». È questo che egli ama in Valérie: «Tu sei normale – le dice Michel – non assomigli per nulla agli occidentali».

E l’amore? Che ne è dell’amore in Occidente se ormai non si riesce ad amare una persona se non per la sua capacità di «offrire il proprio corpo come un oggetto gradevole» ?
Verso la fine della vacanza in Tailandia, Michel, dopo una lunga nuotata, si avvicina a Valérie che sta prendendo il sole sulla spiaggia.

La prima cosa di cui mi resi conto mettendo piede sulla spiaggia fu che Valérie si era tolta il pezzo di sopra. In quel momento era sdraiata sulla pancia, ma si sarebbe voltata, era ineluttabile come un moto planetario […]. Di seni ne avevo visti parecchi, e parecchi ne avevo accarezzati e leccati; eppure, ancora una volta, rimasi sbalordito. Che avesse un seno magnifico l’avevo intuito; ma la realtà era addirittura migliore di come l’avessi immaginata. Non riuscivo a staccare lo sguardo dai capezzoli, dalle areole; lei non poteva non avvertire il mio sguardo – eppure non aprì bocca, per qualche secondo che mi sembrò molto lungo.

Dopo alcuni annunci, Michel si rende conto per la prima volta che si sta innamorando di Valérie. Tuttavia, il suo sguardo non si rivolge al volto della donna, ai suoi occhi. Sono i suoi capezzoli, le sue areole che gli riempiono l’orizzonte. L’amore che Michel prova per Valérie è ancora attrazione nei confronti di una persona unica? Consiste ancora nel desiderio del corpo di cercare nel corpo dell’altro qualcosa che lo trascenda? L’amore di Michel non ha bisogno dell’immaginazione: la «realtà» dei capezzoli di Valérie supera ogni «immaginazione», ogni possibilità di segnare una frontiera tra la sua anima e il suo corpo. Questa frontiera è diventata invisibile.
L’amore per gli uomini e le donne della specie umana del XXI secolo è, nel migliore dei casi, l’idillio di due esseri, discreti e muti, obbedienti alla leggi naturali della sessualità.

Post scriptum

Octavio Paz, nel suo saggio La duplice fiamma, diceva che l’erotismo, a differenza della sessualità che comprende tutto il regno animale, è solo umano. L’eros è sessualità socializzata e trasfigurata dall’immaginazione, dalla metafora, dalla poesia. Può esistere una società umana in cui la sessualità diventa la sola forma di poesia? Può esistere una poesia non erotica? Un pensiero non erotico?

Nelle pieghe della storia d’amore tra Michel e Valérie ci sono segni sufficienti per pensare che una tale società non solo sia possibile, ma sia già qui.

Calypso - David Sedaris

Ridere, ridere, ridere ancora... Vi ricordate le parole di questa canzone intramontabile? Nel nuovo libro di David Sedaris, Calypso, la risata apparentemente facile, spontanea, è però seguita da una riflessione che ci farà parlare non solo di ironia, ma anche di umorismo. Rispetto ai racconti precedenti c'è anche una vena nostalgica e una riflessione più vasta su temi tutt'altro che semplici: malattia, invecchiamento, dipendenze, morte. Eppure il tutto è trattato con la levità consueta, con quella capacità di guardare alla vita in modo del tutto originale, ed è proprio la sincerità dello sguardo senza filtri di Sedaris che rende anche Calypso un libro da aggiungere alla propria libreria.

Al centro dei racconti c'è l'autobiografia di David, con episodi che talvolta vengono ripresi qua e là, tracciando una linea di continuità intermittente e capricciosa all'interno della forma frammentaria. L'io narrante è, d'altra parte, il trait d'union più brillante di tutti i racconti, perché il piacere del raccontare e la spontaneità sono palesi. Quanto gli viene facile scrivere!, esclama inevitabilmente il lettore a ogni racconto.

E bisogna proprio dirlo: la fatica della scrittura, magari presente (solo l'editor di Sedaris potrebbe dircelo?!), è comunque totalmente dissimulata e così resta sovrano il piacere della narrazione distesa, divertita e divertente.

Ora il David-protagonista è di mezza età, osserva la vita con la stessa curiosità di prima, ma quel che gli si offre non è sempre piacevole: l'invecchiamento del padre eccentrico; l'alcolismo materno a cui nessuno ha osato porre un freno; il suicidio della sorella Tiffany, vero tarlo attorno a cui girano le conversazioni di grande effetto tra gli altri fratelli. Niente è come prima, tutti se ne rendono conto quando tornano nella casa al mare chiamata "Flutto di mare", comprata da David con un colpo di testa improvviso e poi condivisa tutti gli anni con la famiglia.

Alcuni racconti sono ambientati lì, dove David fa conoscenza con una singolare tartaruga azzannatrice con un'enorme escrescenza sul capo, a cui vorrebbe far mangiare un proprio... tumore! Sì, le assurdità sono all'ordine del giorno, e così le delusioni: "Mi sono sentito tradito, come quando scopri che il tuo gatto ha una seconda vita e si fa nutrire dai vicini che lo chiamano con un nome stupido tipo Calypso. E il peggio è che a loro lui vuol bene quanto te, ovvero poco o nulla. Il vostro rapporto è una tua invenzione".

Quante volte ci siamo imbattuti anche noi nel Calypso di turno? Quante volte la realtà è poliedrica e polimorfica, e cambia aspetto a seconda di chi la guarda? Questo relativismo è ben presente nella raccolta di racconti, e Sedaris sembra suggerirci che solo chi mantiene gli occhi della fantasia bene aperti può prendersi gioco della realtà, almeno per renderla più sopportabile.

Così una brutta influenza intestinale, potenzialmente drammatica per chi come Sedaris prende continuamente aerei per spostarsi da un posto all'altro per le sue letture, viene vista con il sorriso. O la sparizione della "volpe di casa" viene vista con la speranza un po' ingenua che l'animaletto sia semplicemente andato altrove: "Si sarà presa una piccola pausa, penso. Vuole affermare la sua indipendenza, alla sua età è normale.

Io, intanto, continuo a chiamarla quando esco in cortile di notte. Continuo a cercare tra le ombre un barlume di movimento, pronto a modificare la voce dal tono che si usa per chiamare qualcuno a quello, meno lamentoso e assai preferibile, con cui lo si accoglie di nuovo a casa".

Accanto al tono dolce-amaro di alcuni racconti, ce ne sono altri a dir poco esilaranti, come quello dedicato all'ossessione del FitBit che porterà Sedaris a camminare (raccogliendo rifiuti per strada) anche per sessantamila passi, in una continua sfida con sé stesso.

Di certo, se dovessimo descrivere con una parola sola questa raccolta, potremmo dire: varietà. Varietà di situazioni, di risate, di incontri-scontri, di sentimenti. E questo rende Calypso una raccolta matura, in cui Sedaris gioca con i lettori, portandoli dalla risata spensierata al sorriso amaro di chi avverte il trascorrere del tempo.

Sorelle - Bernard Minier

Nel 1993 Martin Servaz è da poco entrato a far parte della polizia giudiziaria di Tolosa. Il suo aspetto un po’ trasandato e la sua giovane età suscitano l’ilarità dei colleghi e la diffidenza della gente. Il primo caso a cui partecipa si rivela sin da subito eclatante: due sorelle, Alice e Ambre, vengono ritrovate senza vita, abbigliate come due comunicande. Fra le loro carte la polizia rinviene una corrispondenza epistolare tenuta con il noto scrittore di gialli Erik Lang. Il tono delle lettere e altri indizi sembrano puntare direttamente alla colpevolezza di Lang, quando un compagno di scuola delle due sorelle si toglie la vita, lasciando una confessione in cui si auto-accusa del duplice omicidio. Trascorsi venticinque anni, Servaz è diventato comandante e si è trovato spesso ad affrontare il male. In una gelida notte di febbraio si reca una villa, teatro dell’orribile morte di una donna, vestita da comunicanda. Incrociando lo sguardo del marito della vittima, si ritrova davanti Erik Lang.

Solo una coincidenza?

Sorelle, quinto romanzo di Bernard Minier, ripropone il personaggio di Martin Servaz, che tanti lettori ha conquistato. In questa nuova avventura non deve affrontare, almeno non direttamente, il suo nemico storico, Julian Hirtmann. Le vicende sono ambientate in due periodi ben distinti, il 1993 e il 2018. Nel primo l’autore ci racconta l’ingresso in polizia del protagonista e la sua non condivisione dei metodi brutali di superiori e colleghi.

Giovane e ancora inesperto, Servaz ha delle buone intuizioni sull’omicidio delle due ragazze, ma poi il caso viene archiviato con il suicidio del presunto colpevole. Venticinque anni dopo, la vita di Martin è totalmente cambiata, soprattutto per l’inaspettata comparsa del figlioletto Gustav (come Gustav Mahler, il grande compositore e direttore d’orchestra austriaco… e non è una coincidenza), “regalo” della sua nemesi Hirtmann.

Il destino lo mette di nuovo di fronte a Erik Lang e gli indizi lo portano a riaprire le indagini sulla morte di Alice e Ambre. Questa volta Servaz è al comando delle operazioni ed è deciso a fare di tutto per provare la responsabilità dello scrittore di gialli.

I colpi di scena abbondano e, mai come qui, conta il detto per cui “la vendetta è un piatto che va servito freddo”. Anzi ghiacciato, considerate le basse temperature che caratterizzano il febbraio di Tolosa. Molti sono i riferimenti ai quatto romanzi precedenti che consigliamo di “recuperare” perché ne valgono davvero la pena.

Il tribunale degli uccelli - Agnes Ravatn

Tutti commettiamo errori nel corso di una vita. A volte più gravi, a volte meno. Sono inevitabili. Spesso sono necessari. Possono far cambiare il corso degli eventi e modificare l’esistenza di chi li ha commessi. Migliorandola o peggiorandola. Diversi sono i modi in cui vengono affrontati questi passi falsi, questi sbagli. C’è chi guarda in faccia alla realtà che si è venuta a creare, che le sue azioni ha causato e c’è chi da quella realtà fugge senza nemmeno riuscire a voltarsi indietro, cercando di far perdere le tracce di sé, nella speranza che tutti dimentichino il proprio nome e la propria faccia.

“Com’è facile abbandonare tutto, pensai stupita. Se ne rendono conto le persone?”

Allis Hagtorn giunge nella proprietà di Sigurd Bagge, in un luogo solitario sulle rive di un fiordo, proprio con l’intenzione di cambiare radicalmente la sua vita, schiacciando il passato con una pietra, cambiando lavoro e abbandonando il marito e provando, per quanto è possibile, ad ignorare quello che ha fatto e le conseguenze che ha comportato.

Sigurd Bagge è un quarantenne dal fascino misterioso che durante l’assenza della moglie ha bisogno di qualcuno che si prenda cura del giardino, che tenga in ordine la casa e che gli serva tre pasti al giorno. Tutto questo rispettando regole da lui imposte e soprattutto senza disturbarlo.

Allis che aspira all’isolamento dopo il frastuono da cui è scappata, cerca di interpretare al meglio il ruolo richiesto bramando rifugio nella solitudine e trovando nel curare il giardino un modo per sistemare le cose dentro se stessa. Lei che si sente una bambina smarrita, che cerca un modo per difendersi dalla tristezza, che lamenta una mancanza di volontà e di autodisciplina. Lei che sa adattarsi alla perfezione alle persone con cui si trova ad interagire. Lei che avverte la nostalgia di un’assenza nell’inconsistenza di una presenza.

La situazione che si viene a creare è fin da subito strana e sospetta e i ruoli che si sono imposti finiscono per incrinarsi e i due protagonisti di questa storia cupa scivolano lentamente l’uno verso l’altra.

“C’era qualcosa che non andava in tutto quanto.”

Agnes Ravatn, giovane scrittrice ed editorialista norvegese, con “Il tribunale degli uccelli” segna il percorso del lettore. Un percorso fatto di mistero, per le atmosfere cupe che si respirano nei boschi e sulle rive del fiordo; di inquietudine, per gli atteggiamenti dei personaggi soprattutto per i modi di Sigurd che semina il dubbio in ogni parola, che spesso agisce contraddicendosi, che poi si lascia andare mostrando una natura che da sempre è risultata malcelata; di turbamento per come le vicende siano pronte ad un ribaltamento, a sovvertire certezze che non hanno una base reale ma nate nel trasporto di sensazioni.
Una prosa ricca di suggestioni, grazie alle descrizioni dettagliate di una natura che è speculare alle azioni del romanzo, alimentata dalla leggenda dei miti nordici con questi dèi potenti e implacabili che si riversano sulla terra e sugli uomini, segnata da un incubo che si nutre del senso di colpa, dell’impossibilità di concedersi il perdono e che minaccia di essere reale.

Una trama che procede senza impedimenti avvolgendoti nelle spire del dubbio, portandoti a dubitare di ogni fatto, disseminando indizi nascosti che si scoprono essere rivelatori, che si nutre ed è fondamento dei due personaggi principali, che si stringono attorno a te, con i loro sguardi, i loro gesti, i loro silenzi e infine con le loro parole, in un processo che ti imprigiona nella loro realtà.

La moglie del mercante di zucchero - Erica Brown

“La moglie del mercante di zucchero” (Newton Compton 2019, titolo originale “The Sugar Merchant’s Wife”, traduzione di Martina Rinaldi) è il nuovo romanzo dell’autrice Erica Brown, pseudonimo di Lizzie Lane, nata a Bristol, ma vive a Bath, nota per i suoi romanzi ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

“Se perdo Anne, giuro su Dio che non farò mai un altro figlio, mai”. A Bristol, Blanche e Conrad piangevano la scomparsa della loro figlioletta Anne, morta a causa del colera. Il mondo non sarebbe mai più stato lo stesso. Non ci sarebbero mai più state risate, Anne ora era accanto a Dio e Blanche non riusciva nemmeno più a piangere. E questa era la cosa più strana, in effetti.

Tutta la paura e l’angoscia dei giorni precedenti dovevano aver assorbito ogni lacrima, ogni filo di voce. Blanche sentiva solo un enorme vuoto al posto del cuore.

Dall’altra parte del Pianeta, a Boston, Tom Strong, figlio adottivo di Jeb Strong, dopo dieci anni di lontananza dalla famiglia, potente dinastia la cui ricchezza era legata alla coltivazione di zucchero e allo sfruttamento degli schiavi, meditava di tornare a casa. Ma dieci anni prima, era accaduto qualcosa che aveva colpito Tom profondamente, per non parlare della sua antica e mai sopita passione per Blanche anche se sua cugina Horatia, sempre disperatamente innamorata di Tom, aspettava pazientemente il suo ritorno sicura che prima o poi sarebbe diventata sua moglie. Per la prima volta dopo tanti anni, Tom desiderava tornare in Inghilterra, a Bristol, ora devastata da un’epidemia di colera, che aveva fatto strage tra la popolazione infantile. Sì, tornare a casa per regolare vecchi conti, per capire una volta per tutte che cosa Tom volesse dalla vita.

Tornare al passato per capire come indirizzare il futuro, pensare alla possibilità di seguire l’espansione dell’impero sia familiare, sia del Paese. Boston aveva improvvisamente perso ogni fascino agli occhi di Tom Strong. Vecchi amici e una città ben più antica di quella, lo stavano aspettando. “Non c’è altro da dire”.

È stata la madre di Erica Brown che le ha trasmesso l’amore per la scrittura e il raccontare storie e in queste pagine l’autrice inglese si dimostra abilissima nel concepire una trama al centro della quale vi è una grande famiglia, che ha urgenza di risollevare le sorti del proprio impero economico. Gli Strong, rami dello stesso albero, uomini e donne tenaci e passionali, spesso in contrasto l’uno con l’altro, ma legati da uno stesso comune destino.

"Mio caro ragazzo, quella che hai appena visto è una donna con la D maiuscola. Il più ammirevole esempio del suo genere".

Perdere la Terra - Nathaniel Rich

1979-1989 il decennio decisivo per il cambiamento climatico, quando ancora si poteva fare qualcosa, quando avremmo potuto fermare il cambiamento climatico e non abbiamo fatto niente.

Perdere la Terra è l'impressionante racconto di come avremmo potuto fermare il cambiamento climatico e non lo abbiamo fatto.

Il libro affronta quello che secondo l'autore è stato il decennio decisivo per il futuro del mondo: dal 1979 al 1989 infatti il genere umano è giunto per la prima volta a una vasta comprensione delle cause e dei pericoli del cambiamento climatico, grazie a un accordo globale per la riduzione delle emissioni di carbonio.

Nathaniel Rich identifica i principali attori e responsabili, gli errori che sono stati fatti lungo la strada fino ad arrivare alla situazione drammatica in cui ci troviamo ora. Non è però solo una dolorosa rivelazione di opportunità mancate, ma una valutazione chiara ed eloquente di cosa possiamo e dobbiamo fare prima che sia davvero troppo tardi.

Dalla quarta di copertina:

C’è stato un momento, fra il 1979 e il 1989, in cui i rappresentanti politici e la grande industria si sono dimostrati disposti a mettere in primo piano la tutela del pianeta e a collaborare con scienziati e attivisti per affrontare le conseguenze del riscaldamento globale. In più occasioni, durante quel decennio, le maggiori potenze mondiali sono arrivate a un soffio dal condividere un serio impegno sul cambiamento climatico. Ma non ce l’hanno fatta.

Perdere la Terra racconta i retroscena di questo fallimento, concentrandosi sul ruolo di uno dei principali responsabili di emissioni di anidride carbonica, gli Stati Uniti d’America, e ricostruendo l’infaticabile contributo di alcuni eroi che hanno lottato per risvegliare la coscienza pubblica, come Rafe Pomerance, «lobbista per l’ambiente», e James Hansen, astrofisico e climatologo. Il primo si muove attorno al mondo della politica, il secondo parte dalla ricerca scientifica, ma il loro obiettivo è comune: spingere il governo del loro paese ad agire prima che sia troppo tardi, e a farsi promotore di un accordo internazionale vincolante.

Le loro vicende personali e professionali si intrecciano con quelle di numerosi altri personaggi:

- scienziati appassionati e incerti;
- filosofi ed economisti «fatalisti»;
- negazionisti senza scrupoli;
- compagnie petrolifere e del gas, come Exxon, interessate ai benefici economici di un clima stabile e di risorse energetiche alternative;
- giornalisti alternativamente allarmisti e sprezzanti;
- giovani politici, come Al Gore, che provano a cambiare le cose dall’interno delle istituzioni;
- presidenti degli Stati Uniti, come Ronald Reagan e George H.W. Bush, capaci, con il loro entourage, di alterare da un giorno all’altro il destino del mondo intero.

Quella raccontata da Rich sembra una classica storia americana, in cui buoni e cattivi si danno battaglia a suon di rapporti scientifici e disegni di legge, udienze pubbliche e commissioni, tentativi di censura e campagne infamanti. Ma di questa storia tutti noi, oggi, siamo vittime e insieme protagonisti, perché il finale è ancora da scrivere.

Il passato ci insegna che politica, scienza, tecnologia ed economia da sole non bastano a raggiungere una soluzione di fronte al cambiamento climatico. È necessario riportare al centro la dimensione etica del problema.

Ora che l’esistenza della nostra civiltà è incontrovertibilmente minacciata, cosa siamo disposti a fare? Siamo disposti a modificare il nostro stile di vita? Riusciremo a scrivere una storia diversa per i nostri figli e nipoti?

Arrivederci, signor Cajkowskij - Nicola Fantini, Laura Pariani

Orta Novarese, dicembre 1878. In uno dei suoi primi soggiorni italiani Pëtr Il’ič Čajkovskij risiede sul lago Cusio, cercando ispirazione e sollievo per la propria inquietudine. Sull’isola di San Giulio, a poche bracciate dalla riva, soggiorna la ricchissima vedova Nadežda Filaretovna von Meck, mecenate innamorata del compositore con cui ha stretto un singolare contratto: i due non devono frequentarsi né vedersi, ma pur vivendo in case separate si impegnano a scambiarsi ogni giorno lunghe lettere. E questo insolito legame, per gli abitanti del paese è principio di dicerie, forma di mistero.

E non è l’unico. L’atmosfera brumosa del lago e il basso continuo delle vite modeste dei suoi abitanti sono sconvolti da un delitto e dall’inspiegabile segregazione di cinque inglesine in una villa dell’isola. Tutti vengono coinvolti: dal medico al vecchissimo banditore, dalle due gemelle canterine alla Marchesa Colombi, dalla veggente al fotografo. Sarà forse l’effetto delle cinque Notti Nere del solstizio d’inverno che – come spiega al compositore russo l’affittacamere colta e emancipata – segnano il momento magico in cui vivi e nonpiù-vivi comunicano. Perfino Čajkovskij ne è toccato: perché gli è stato insegnato che ogni donna uccisa vicino all’acqua si trasforma in una rusalka famelica di sangue maschile.

Una storia corale che racconta non solo chi vive nel paesino piemontese, ma anche gli abitatori delle Tenebre-di-mezzo, che ogni notte scendono dal cimitero di San Quirico a indagare con curiosità ciò che succede dietro i muri delle vecchie case.

Così Arrivederci, signor Čajkovskij si colloca come seguito ideale al precedente romanzo di Fantini e Pariani, Nostra Signora degli scorpioni: saga di un «piccolo mondo antico» del novarese.

Il cimitero di San Quirico domina il paesino di Orta Novarese e gode di un’ampia vista sul lago Cusio. I turisti che ci capitano nel fine settimana lo definiscono un posto pittoresco anche se «faticoso» a causa delle ripide stradine a ciottoli. Noi che a Orta siamo vissuti, a tali scomodità non abbiamo mai badato né ci è mai passato per la testa di andare a vivere altrove per evitarle; e, se qualcuno ha dovuto per forza maggiore allontanarsi dal Cusio, l’ha fatto malvolentieri. Chi nasce sulla riva di questo lago non si sente a suo agio lontano da qui; e prima o poi fa in modo di tornare, anche da non-più-vivo: perché fuori da questa valle si sentirebbe perso e perché ha la certezza di essere aspettato se non dagli esseri umani, perlomeno da noi delle Tenebre-di-mezzo.

Naturalmente i turisti – soprattutto certi busecconi di Milano, abituati a vivere in alti palazzi su strade chiassose – potrebbero storcere il naso se capitassero a Orta in un pomeriggio feriale d’inverno, tra il lusco e il brusco, quando un silenzio più antico del tempo riempie vicoli e cortiletti. Le poche volte che è successo, ci è toccato ascoltare i loro commenti perplessi sulla mancanza di negozi aperti e di luminarie: «In questo paese vivono come nel passato», oppure «Ma non si annoiano?».

Annoiarci noi? Ci fanno proprio ridere! Quello che i turisti conoscono del mondo è niente, assolutamente niente, a confronto di ciò che accade a Orta. Forse, se qualcuno di loro sul far della notte facesse un giro per certi stradelli che salgono verso il cimitero di San Quirico, avrebbe un soprassalto e magari sguignerebbe di paura al sentire il brusio del nostro parlottare da una tomba all’altra: i fantasmi dei soldatini magri, partiti in guerra col sacco in spalla e riportati a Orta dentro una bara, amoreggiano con le fiòle che finirono sottoterra per mal d’amore; gli spiriti dei vecchi pescatori contano le avventure col più grosso luccio della Bagnera; i bambini morti in culla bisbigliano tra loro cantilene sulla svàjna e la spersùria... Essì, qui si dorme mica: passiamo la notte chiacchierando, ché noi non-più-vivi abbiamo tutto il tempo che vogliamo, in vita non ne abbiamo mai avuto così tanto, neh. E se facciamo un giretto giù in paese, nessuno ci fa caso: gli ortesi alla nostra presenza sono abituati e non batton ciglio. Presèmpio, una di noi – la Ninetta Lengua-longa morta nel 1746 – si mise un pomeriggio del mese scorso a sedere sulla scala del Palazzotto a scaldarsi gli ossicini privi di carne, mentre i bambini, senza fare una piega, giocavano lì accanto con i monopattini, quasi che lei fosse stata una delle loro nonne. Credeteci, non c’è posto migliore di Orta per noi non-più-vivi.

Del resto non c’è mica così tanta differenza tra morti e viventi: siam fatti uguali, al massimo loro, i vivi, son più pesanti. In fin dei salmi che cos’è la vita? Una garza sottilissima che un bùff di vento può sghirare.

Chiaro che non tutti i trapassati di Orta abitano qui al cimitero di San Quirico. Alcuni, pochini in verità, appena seppelliti volano via verso il cielo dei santi; e, per contrasto, son parecchi gli scungiurâ che, trascinando le proprie catene, se ne vanno a scontare le sò colpe nello sprofondo della grotta dell’Orchéra, le cui pareti trasudano gocce gelate che si spiaccicano al suolo con un tonfo sordo... Solo noi che siamo né troppo buoni né troppo barabba aspettiamo la tromba del Giudizio qui sulla collina, nelle Tenebre-di-mezzo, a smemorarci raccontando a baobabào.

Pure dobbiamo ammettere che quanto stiamo per narrare è stato memorabile anche per quest’angolo di mondo, dove all’insolito – draghi compresi – ci abbiam fatto il callo.

Dunque tutto iniziò di mercoledì, nel dicembre del 1878. Una strana stagione di vento tagliente e freddo barbino, ma senza neve. Cominciò con una lettera...

Sono stato fortunato - Luciano De Crescenzo

La vita si può attraversare. Passeggiarci dentro. Esplorarla, persino. Può essere un paradiso da camminarci a piedi scalzi o un inferno che neanche con le scarpe chiodate. Qualche volta ti viene da pensare di essere stato il primo a capire, a intuire come va il mondo. Ma non crederci. Ognuno vede le stesse cose, ma è il modo di raccontarle che è diverso. Luciano De Crescenzo non fa eccezione. Sono stato fortunato non è (solo) un’autobiografia. È un’ammissione di colpe. Mai di rimpianti. Per questo il giudice archivierà il caso. L’autore ci ha trovato pronti gli ingredienti giusti. Una famiglia che a raccontarla ci vorrebbe un romanzo. Una location, Napoli, che è nata già per essere una storia. Due mestieri che sono anche due vite. Ingegnere e scrittore. E vale anche il contrario.

Si comincia da lontano e quasi per caso, sempre che ci sia ancora qualcuno che crede davvero al destino. Luciano non doveva neanche nascere. Mamma e papà si sposano tardi. A metterli insieme ci pensa ’onna Amalia ’a Purpessa, sensale di matrimoni. E poi c’è ancora chi dice che le nozze combinate non funzionano. Mamma Giulia è così eccezionale che anche quando sbaglia fa la cosa giusta. Inevitabile dedicarle il libro. E la mammitudine italiana qui c’entra e non c’entra. Come quando Luciano chiede l’annullamento alla Sacra Rota e lei è divisa tra amore per il figlio e rispetto per la verità. Ma questa è un’altra storia. Di un amore che non è mai finito anche quando i due sono diventati ex. E una figlia e poi un nipote che sono più di un collante per tenere insieme tutto e per sempre. Prima c’erano stati gli amori e la scuola. L’università e gli esami preparati in una casa di appuntamenti, che detto così sembra brutto ma, forse, era il meglio che potesse capitare.

Il piccolo De Crescenzo viene su sopra un balcone che è come guardare una cartolina con i peggio (o i meglio) stereotipi su Napoli: il Vesuvio, il Golfo, Posillipo. Un’imprinting che ti lascia il segno della bellezza stampato sulle cornee. Capisci che, a questo punto, la fortuna te la sei trovata servita sul davanzale della finestra. Che, poi, fortuna non vuol dire che tutto fila liscio. E grazie al cielo. Negli occhi e nella penna di De Crescenzo c’è sempre qualcosa che a pensarci anche tu avevi visto ma non hai saputo cogliere così bene. «Scrivere un libro è un mestiere, fare un film, invece, può essere anche un vizio» dice lui. Ma ci sono mestieri che non sono lavori. E vizi che non ti portano alla perdizione. Che poi per Luciano lo scrittore e il regista (ma anche l’attore) vengono sempre dopo. In senso cronologico, almeno.

Prima c’era l’ingegnere dell’Ibm. Un lavoro (o un mestiere?) avanti con i (suoi) tempi. In mezzo, ma solo per diletto, anche uno squarcio da atleta e da cronometrista. Roba importante. C’era De Crescenzo, per esempio, il 3 settembre 1960 allo stadio Olimpico di Roma, con un cronometro in mano a contare i venti secondi e cinque centesimi che impiegò Livio Berruti a correre i duecento metri che lo dividevano da un oro che non si dimentica. Il campione primo di una lista di star incrociate in una esistenza giocata a tuttocampo. Con un ricordo che non sbiadisce: per Federico Fellini, un napoletano nato per sbaglio in Romagna. Ma se si parla di cinema c’è solo un uomo da ricordare: er Panciera, il tuttofare trovato sul set. Difficile dire cosa fa, perché fa tutto, ed è tutto: «er Panciera è furbo, cinico, volgare, inarrestabile, camaleontico, umile con i registi, protervo con le comparse». Un esemplare da studiare, quasi, ma siamo su un altro piano, come i «filosofi» della portineria accanto o del bar di sotto. Gli ispiratori di Bellavista e dell’uomo di amore e di libertà. Quelli che gli faranno comprendere la sottile (larga o chissà come?) differenza tra un partenopeo e un milanese.

«La napoletanità era per me il dialogo, i rapporti interpersonali, la musica, il sentimento e tutte quelle manifestazioni umane di cui più sentivo la mancanza a Milano». Che, però, regalava altre visioni del mondo: «La milanesità, invece, era il rispetto per il prossimo, la capacità di mettersi in fila, la puntualità e il senso civico». Al punto che quando sei a Napoli parli bene di Milano e quando ti trovi a Milano ti viene voglia di esaltare Napoli. La fortuna è esserci stato qui e là. Prendere il bello e anche il buono. Riconoscere i lati oscuri. Capire che il segreto è mettere insieme le diversità, senza credere che il tuo stare al mondo è meglio. Come la tua donna che, spiega De Crescenzo, è sempre la stessa anche se cambia nome, età e lavoro. Sei tu che cambi sempre.

«Del resto, se ci pensate bene, l’orologio è soltanto un oggetto che segna il tempo. Il suo tempo».

La memoria della cenere - Chiara Marchelli

Elena è una scrittrice, sa leggere le storie sui volti delle persone. Una notte, un aneurisma la colpisce nella sua casa di New York. Sopravvive, e insieme a Patrick decide di trasferirsi in Francia, nell’Auvergne, in un paesino ai piedi del vulcano Puy de Lúg. Durante la convalescenza, la mente di Elena arde di pensieri, di memorie interrotte, di sentimenti riscoperti, di attese e incertezze, come il magma che ribolle sottoterra, a pochi chilometri da lei. Quando i genitori vengono a trovarla per un breve soggiorno, il loro arrivo coincide con un’improvvisa eruzione del vulcano. E mentre una colonna di fumo, cenere e lava inizia a uscire dalla bocca del Puy de Lúg, i protagonisti si trovano bloccati tra le mura
di casa, in un tempo sospeso che sovverte ruoli e sicurezze, paure e desideri.
Scritto in una lingua nitida e forte, capace di trascrivere le emozioni, La memoria della cenere racconta di una rinascita, di un’anima che si rigenera, alla ricerca di un fragile, delicato equilibrio con le verità impassibili che governano la vita.

Questo libro è per chi ama correre la mattina presto lungo il fiume, per chi conserva sottopelle i minuscoli dettagli dei ricordi, per chi ricorda il cielo e le strade di cenere del vulcano islandese, e per chi ha scelto di scappare lontano, fin dall’inizio, imprimendo così il suo primo, infinito passo di danza.

“È come se la scrittrice mandasse nel terreno dei rapporti famigliari una sonda di carotaggio per testarne la compattezza e quando trova un cedimento porta in superficie la falla.” Cristina Taglietti – La Lettura, Corriere della Sera

“La guarigione, ci dice Marchelli in questo romanzo dove l’interno riverbera di continuo con l’esterno, arriva proprio quando si torna a vedere fuori dal perimetro di sé.“

Il cuoco dell'Alcyon - Andrea Camilleri

Tutto ha inizio con il ritrovamento del corpo di Spagnolo Carmine, che “arrinisciuto a trasire dintra al capannone”, ha posto termine alla sua vita impiccandosi. Lo stabilimento all’interno del quale ha luogo il decesso è quello della Trincanato, “n’a fabbrica di scafi che fino a dù anni avanti era ghiuta bona” impiegando oltre duecento persone. Poi, alla morte del vecchio proprietario l’attività era passata al figlio Giovanni, il quale aveva la testa soltanto per “il joco e le fìmmine”. Il padre questo lo sapeva bene e aveva tentato di estrometterlo dalla gestione (seppur mantenendovelo nominativamente), purtroppo non riuscendovi. Ma davvero le condizioni economiche della Trincanato erano così malmesse da richiedere una chiusura immediata e improvvisa senza soluzioni di continuità e/o alcuna altra chance se non quella del licenziamento in tronco di tutti i dipendenti e del fallimento?

Il primo approccio tra Salvo Montalbano e Giogiò è tutt’altro che positivo e a complicare le cose ci si mette l’arrivo di una goletta tutta bianca “che pariva na’ navi spitali, […] longa venticinco metri e larga quasi setti”, con il nome Alcyon “scrivuto a prua”, che ben presto risulta evidente essere collegata proprio a questo imprenditore di dubbia rettitudine morale.

Tuttavia, le sorprese per Montalbano non sono ancora finite perché proprio durante lo sciorinamento delle indagini, ecco che, da ordini superiori, viene messo a riposo immediato – per “ferie accumulate” – per dieci giorni. Raggiunta Livia in Liguria, ecco che quello che sembrava essere un semplice periodo di sospensione si tramuta in ben altro: Salvo infatti apprende che il suo non è un congedo temporaneo, che i suoi uomini sono stati trasferiti di punto in bianco in vari e diversificati distretti e con varie e diversificate mansioni e che di fatto il suo commissariato è stato smontato. Ma perché? È davvero così?

Che i suoi superiori abbiano studiato a tavolino un complotto per liberarsi di lui magari sfruttando una qualche sua reazione istintiva e imprudente a seguito dell’allontanamento forzato? O forse dietro la facciata c’è ben altro? Perché alla fine, se si fosse trattato davvero di una manovra a suo danno, il piano Bonetti-Alderighi non sarebbe stato reso pubblico… Cosa sta succedendo in verità? Qual è il ruolo delle picciotte? E cosa succede a bordo dell’Alcyon? E perché verso Giovanni Trincanato vengono prese delle misure così estreme?

Nato come soggetto per un film italo-americano, a cui poi è venuta a mancare la produzione e non quindi come romanzo, una decina di anni fa, “Il cuoco dell’Alcyon” vede tornare in scena il tanto – e meritato – amato Salvo Montalbano con Fazio, Augello, Catarella e tutti i membri più fidati della sua squadra per risolvere un caso tutt’altro che semplice e costruito sulla combinazione di più misteri e circostanze che vedranno la partecipazione anche di forze d’oltreoceano.

Il risultato è quello di un giallo diverso dai soliti Montalbano perché strutturato con caratteri tipicamente scenografici, e quindi non canonicamente letterari, ma che comunque conquista sin dalle prime pagine il lettore che è travolto dalle vicissitudini tanto da non riuscire a staccarsi dall’opera. È un flusso che come un campo magnetico impedisce di interrompere il leggere.

All’investigazione, inoltre, è possibile ravvisare tra le pagine anche le profonde riflessioni dell’autore che tramite i fatti narrati si interroga su quelle che sono le problematiche della società attuale, in particolare focalizzando l’attenzione su quella che è la realtà del mondo del lavoro.

Il tutto grazie ad una trama comunque solida, una penna magnetica e familiare, personaggi stratificati e l’indiscussa genialità di un Camilleri che non delude le aspettative.

Favola di New York - Victor LaValle

Uno scrittore deve avere qualcosa da raccontare. E’ un’affermazione che può sembrare ovvia ma non è sempre così scontata. Victor LaValle è indubbiamente uno scrittore che ha qualcosa da raccontare.

E non perché la sua Favola di New York si dispiega per più di cinquecento pagine bensì perché la sua è una storia piena di accadimenti, senza fronzoli o manierismi. Travalica i generi e gli stili, portando a spasso il lettore in una favola moderna sullo sfondo di una abbastanza inedita New York.

Qui vive Apollo con la moglie Emma Valentine e il piccolo Brian. Il bambino ha il nome del nonno paterno che ha abbandonato Apollo quando aveva quattro anni lasciando la moglie Lilian Kagwa. La donna, ugandese fuggita dal suo paese, aveva incontrato Brian, belloccio di Syracuse, durante uno sciopero dei netturbini della Grande Mela. Dopo pochi mesi era nato Apollo – che il padre avrebbe voluto chiamare Rocky in omaggio al film che aveva fatto da sfondo al loro primo appuntamento – e la vita della nuova famiglia scorreva tranquilla e senza grandi drammi. Ben presto però l’idillio famigliare si spezza, Brian li abbandona lasciando al piccolo Apollo solo una scatola con la scritta “Improbabilia” piena di oggetti legati al pezzo di vita trascorsa con loro.

Lascia in eredità anche un incubo ricorrente che termina sempre con Brian che bussa alla porta del figlio
ripetendogli le parole “vieni via con me”. Ma quella speranza per Apollo viene sempre e costantemente negata. Passano gli anni, Apollo diventa un commerciante di libri e conosce Emma, una bibliotecaria all’apparenza fragile ma dai modi decisi. La loro sembra una famiglia normale, allietata dall’arrivo del piccolo Brian, fino a quando cominciano a verificarsi strani fenomeni che fanno virare il racconto in un dramma nero e sempre più tragico. Tra isole buie e sinistre, cimiteri ed ex manicomi e una foresta che raccoglie entità mostruose, la favola si tinge di nero, percorsa dal desiderio di scoprire cosa sia successo davvero a Emma.

LaValle riesce a tenere insieme tanti fili del racconto, in una storia ricca di snodi imprevedibili ma mai fuori tono dove i personaggi agiscono in modo credibile e mai scontato. Ci sono i social network e la tecnologia usata nella sua accezione più straniante, le streghe e il soprannaturale, la New York più scura e il racconto dei legami famigliari, tutto tenuto insieme da uno sguardo intriso di (inaspettato) realismo.

Anche nel racconto delle relazioni moderne e della sfida di essere genitori. “Se devi salvare le persone che ami, diventi una persona diversa, ti trasformi. L’unica magia è in quello che siamo capaci di fare per le persone che amiamo”. New York fa da sfondo ma al tempo stesso è anche uno dei protagonisti di questa fiaba, con la sua natura grandiosa e – forse anche per questo – multiforme e sinistra. Perfetto contrappunto estetico di un racconto che tiene insieme nature e suggestioni diverse. Ma che in fondo rimane pur sempre una fiaba. “E vissero felici, almeno per oggi”.

I provinciali - Jonathan Dee

Mark Firth è un uomo che guarda la vita di sbieco e mai di fronte. O meglio, schiacciato dallo sguardo che gli altri hanno su di lui e che in qualche modo lo definisce.

E’ questo il lato peggiore a suo dire della provincia, della piccola cittadina di Howland in Massachusetts, dove tutto appare sempre concatenato e quindi immutabile, dove nulla è mai una novità e il cinismo la fa da padrone. In questa realtà che taglia le gambe, acuminata e dolente come lo sguardo lucido e preciso di Jonathan Dee, Mark lavora come imprenditore edile e, dopo essere stato vittima di una truffa che gli è costata migliaia di dollari, ha l’occasione di occuparsi della ristrutturazione della casa di un broker newyorchese – Philip Hadi – che a seguito dell’undici settembre decide di trasferirsi in provincia per tentare la carriera politica locale. “C’era qualcos’altro in Hadi, una noncuranza, un anticarisma, che paradossalmente lo attraeva. Questi erano gli uomini che controllavano il mondo.

Non gliene fregava niente di quello che la gente pensava di loro. Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti”. Di piacere alla moglie Karen, tutta preoccupata per l’avvenire della figlia Haley e decisamente meno empatica con i problemi del marito, di piacere a Candence, la sorella insegnante con una storia clandestina e un disperato bisogno di sentirsi fondamentale per qualcuno, di piacere a Gerry, fratello ed eterno competitor dalla vita irregolare. Sullo sfondo un’America cinica e animata dal rancore e dal desiderio di rivalsa, fotografata negli anni dal post undici settembre fino alla bolla finanziaria e alla pesante crisi economica che l’ha investita. Il libro di Dee è un romanzo a tutti gli effetti ma ha la precisione e l’acume che si addicono a un testo di critica sociale dove il presente, nella sua cruda realtà, entra nelle pieghe del racconto e ne diventa una chiave di lettura efficace.

Ma Dee dimostra anche la capacità di costruire una storia corale con personaggi vividi e pieni di sfaccettature, che interagiscono tra loro indipendentemente dall’estrazione e dalla provenienza sociale ed in qualche modo non rinunciano mai al confronto, sia esso ironico o aspro. Come per altri grandi narratori americani, questo romanzo ci restituisce il racconto di un microcosmo ben orchestrato che diventa per estensione paradigma dell’intera nazione, dove i rapporti sono ormai spesso consunti dall’utilitarismo e dalla disillusione, dove poco spazio è lasciato alla possibilità di cambiamento. Perché cambiare è difficile e il fallimento troppo pesante da sopportare. Ci vuole una scusa, un’occasione per rivendicare. “Chiedere giustizia ai potenti era un errore tattico. Nel farlo rinunciavi alla sola arma a tua disposizione: privarli del potere di dire no”. Il potere dei provinciali.

Le figlie del capitano - María Dueñas

New York, 1936. Sulla Quattordicesima Strada, nel cuore della comunità spagnola della Grande Mela, viene inaugurato il piccolo ristorante El Capitán. La morte accidentale del proprietario, Emilio Arenas, costringe le sue tre figlie ventenni a lasciare la Spagna per prendere le redini dell’azienda di famiglia. Catapultate nella nuova realtà americana, le indomite ragazze saranno costrette a combattere per riuscire a integrarsi in una terra straniera piena di contraddizioni: inizia così l’avventura di Victoria, Mona e Luz Arenas, giovani coraggiose, determinate a farsi strada tra grattacieli, compatrioti, avversità e amori, spinte dal desiderio di trasformare in realtà il sogno di una vita migliore.

Leggere questo romanzo significa venire proiettati in un’altra epoca e in un’altra città, precisamente nella New York del 1936.

“(…) zona di Cherry Street, l’insediamento di spagnoli più antico della città. Lì, all’estremo sud-est dell’isola di Manhattan, davanti al waterfront, vicino ai moli, sotto il frastuono infernale dell’inizio del ponte di Brooklyn, dalla fine del secolo precedente si concentravano diverse migliaia di anime provenienti dallo stesso angolo del mondo. All’inizio era soprattutto gente di mare: fuochisti e ingrassatori, cuochi, scaricatori, semplici cercatori di incerta fortuna e frotte di marinai che si imbarcavano e sbarcavano in un continuo andirivieni. Poi, con la crescita della colonia, i mestieri si erano diversificati, erano arrivati parenti, compaesani, sempre più donne, perfino famiglie intere che si ammucchiavano in appartamenti a buon mercato nelle strade vicine: Water, Catherine, Monroe, Roosevelt, Oliver, James… Alla Ideal compravano braciole, animelle e sanguinaccio; per il polpo si rifornivano da Chacón; per sapone, tabacco e vestiti già confezionati andavano a Casa Yvars y Casasín; per le medicine, alla Farmacia Española. Alcolici e caffè li prendevano al bar Castilla, al caffè Galicia o al Chorrito, dove il proprietario, il catalano Sebastián Estrada, li serviva con i suoi oltre cento chili di energia contagiosa, ricordando a tutti, un giorno sì e l’altro anche, che la grande Raquel Meller era una cliente assidua ogni volta che metteva piede in città. Il Circolo Valenciano, il Centro Vasco-Americano e alcune associazioni locali galleghe avevano sede da quelle parti; c’erano sarti, barbieri osterie e negozi di alimentari come Llana o La Competidora Española dove fare provvista di ceci, fagioli e paprica. In definitiva, in quell’intreccio di caratteristiche regionali c’era un caldo senso di comunità.”

La delineazione dell’ambiente è compiuta in modo certosino e curato, lasciandone intravedere alle spalle un grande lavoro di ricerca. Nessun dettaglio è lasciato al caso, le strade attraversate dai personaggi sono reali, testimonianza di ciò è anche la mappa che correda l’inizio del libro. Inoltre all’interno, a suffragio di alcune menzioni realistiche inerenti luoghi e attività, sono ricorrenti numerose foto dell’epoca. Tutto ciò contribuisce a creare una scenografia di forte impatto e altamente ancorata al reale.

Le descrizioni dei quartieri della Little Spain, luoghi fulcro del libro, sono fortemente suggestive e sembrano coinvolgere non solo il senso della vista, ma anche l’udito, l’olfatto e il gusto. Inoltre, pur basando la storia su immigrati spagnoli, non viene trascurata la nozione di New York quale melting pot, ossia come calderone includente individui di disparate etnie. Infatti nella folta galleria di personaggi e comparse alcuni sono afferenti a nazionalità che esulano da quella spagnola.

“Avevano appena detto addio al padre, sepolto sotto un misto di fango e neve al cimitero del Calvario nel Queens: lì Emilio Arenas avrebbe riposato per l’eternità, circondato dalle ossa di gente che non aveva mai parlato la sua lingua e non avrebbe mai saputo che lui lasciava questo mondo nel momento meno opportuno. In realtà, quasi nessun momento è adatto per morire, ma a cinquantadue anni, con un oceano che lo separava dalla sua terra e lasciando una famiglia straziata, una modesta attività appena avviata e qualche debito da saldare, la situazione diventava ancora più cupa.”

Il punto d’inizio della narrazione è la morte di Emilio Arenas, il padre delle tre protagoniste, Victoria, Mona e Luz. La scrittrice già dal principio esprime quella sensibilità che pervade l’intero libro e che risulta essere un filo conduttore estremante coinvolgente. Tale caratteristica si percepisce dal motivo della sepoltura in terra straniera lontano dalla patria tratteggiato in modo sintetico quanto incisivo. Ma la situazione di lutto triste di per sé risulta ancor più difficile e straziante a causa del fattore economico e del risiedere in un luogo nuovo e sconosciuto. L’eredità lasciata ai suoi familiari consiste in un’attività che stenta a decollare e a numerosi debiti. Il padre delle tre ragazze, dopo aver trascorso buona parte della propria vita distante dalla famiglia alla continua e avventurosa ricerca di nuove e precarie attività per sbarcare il lunario, ha deciso di stabilizzarsi acquistando un ristorante, El Capitán, nella Quattordicesima strada, zona occupata da altri compatrioti. In seguito a tale scelta e alle difficoltà attraversate dalla sua famiglia nella natia Malaga, la moglie e le figlie lo raggiungono a New York.

“Magre, sciupate, intirizzite dal freddo, con lo stomaco chiuso e la sensazione di avere la bocca piena di stoppa: così erano approdate a New York le sorelle Arenas in una gelida mattina di gennaio. Arrivare fin lì gli era costato undici giorni a consolarsi a vicenda tra nausea, vomito e lacrime: una settimana e mezzo di traversata infernale con miseri biglietti di terza classe per le cuccette sottocoperta, fino allo sbarco al molo 8 dell’East River; ormai da qualche anno anche i nuovi arrivati delle classi più umili non avevano più bisogno di passare da Ellis Island per ottenere l’autorizzazione a entrare nel paese. L’ingresso nel maestoso porto non le aveva lasciate impassibili, naturalmente. Difficile non emozionarsi passando accanto alla gigantesca statua verdastra e galleggiante di quella strana signora con una corona a sette punte e una torcia in mano, anche se loro ignoravano che rappresentava la libertà.”

L’arrivo delle sorelle Arenas è rappresentato minuziosamente in tutto il suo contrasto, da un lato la stanchezza di un viaggio faticoso e l’angoscia nell’aver abbandonato Malaga, dall’altro stupore e ammirazione nello scorgere la maestosità della Statua della Libertà. Da tali passi trapela una profonda capacità di introspezione e immedesimazione, i sentimenti provati dalle tre ragazze probabilmente sono gli stessi condivisi da intere e folte generazioni di immigrati al momento dello sbarco.

“ (…) dal giorno dell’arrivo, tra le pareti che le accoglievano non ci fu mai un attimo di pace. Ogni giorno, come una noria inarrestabile, passavano dai musi lunghi alle grida, dalle grida al pianto e dal pianto alle liti, ai rimbrotti e alle minacce. E poi ricominciavano. A turno e con lingua pungente, accusavano della loro disgrazia il padre Emilio e la madre Remedios, (…) Tornare. Sentendo quella parola, qualcosa si incrinò nella loro corazza. Tornare, le sette lettere che rappresentavano il motore della colonia intera, il carbone che riempiva le caldaie dell’anima realizzare il sogno tanto anelato. Mona, al centro del trio, conficcò i gomiti nei fianchi delle sorelle, e con quel rapidissimo movimento, senza bisogno di nient’altro, complici come sempre, le tre ragazze si capirono. Anche se controvoglia, sapevano di non poter fare altro che cedere.”

Le tre sorelle non accettano di buon grado il trasferimento ed esprimono la loro disperazione creando caos e un clima teso in casa, senza prestarsi ad aiutare nel ristorante. Il loro atteggiamento comincia a mutare nel momento in cui capiscono che solo lavorando possono realizzare il proprio desiderio di rientrare in patria. Nonostante siano appena giunte a New York, auspicano di ritornare quanto prima in Spagna, proprio tale pensiero tipico del migrante lo distingue dalle altre tipologie di viaggiatore. Pur avendo trovato qualcosa che le sproni, le ragazze però continuano a mantenere comunque un atteggiamento di distacco e di completa solitudine dal resto del mondo esterno.

“Le tre sorelle Arenas andarono a letto senza risposta la sera del funerale. Esauste, confuse, attanagliate da un groviglio di sentimenti nelle viscere e nel cuore; con la stessa domanda martellante e implacabile. E adesso, noi, cosa facciamo? Le addolorava profondamente la morte del padre, l’uomo che stavano cominciando a conoscere dopo tutta una vita costellata di assenze. Ma non era quella la loro unica angoscia, al nudo dolore si sovrapponeva qualcos’altro: la consapevolezza che con lui se n’era andato l’unico vincolo che le legava a quella città straniera dove l’inverno non finiva mai, una metropoli di sette milioni di anime che si apriva davanti alle spagnole come una landa d’infinita desolazione.”

Saranno le difficoltà seguite alla morte del padre a costringerle a cambiare atteggiamento e a doversi adattare a un posto estraneo e che rifiutano. La necessità di agire condurrà le ragazze a prendere in mano le redini della propria vita e a scoprire che l’unico modo di superare le avversità è affrontarle. Man mano dovranno superare la paura che circonda quella città ignota e rapportarsi con situazioni del tutto nuove.

“Incertezza, angoscia, insicurezza, esitazione. Loro lo ignoravano, ma tutte quelle sensazioni spesso erano la patria comune degli esuli, le grandi inquietudini che straziavano l’anima di quasi tutti coloro che avevano abbandonato il proprio mondo in cerca di un altro migliore. Una volta sradicati, trasferiti e insediati, c’era sempre qualche decisione da prendere per il futuro, più grande o più piccola. In famiglia, sul lavoro, sui traslochi e in amore. A volte ci si affidava al caso, in molte altre la decisione veniva seriamente soppesata. Spesso i dilemmi si risolvevano di comune accordo e c’erano momenti in cui la tirannia si imponeva in modo arbitrario su un collettivo, una coppia, un clan. A volte ci si azzeccava, altre invece l’alternativa scelta si rivelava un errore madornale. Ma, in un modo o nell’altro, bisognava affrontare la situazione, non c’era via di scampo. Le quattro donne della famiglia Arenas stavano attraversando un momento simile, in quel mezzogiorno di marzo del ’36, proprio loro che si erano sempre mosse seguendo la corrente, senza vedersi mai costrette a prendere decisioni. Affrante, turbate, spaventate, sole. Con un abisso spalancato ai loro piedi”

L’esistenza della famiglia Arenas sarà travagliata da continue e nuove difficoltà che sorgono sul loro orizzonte. In questa loro strenua resistenza incontreranno una folta e variegata schiera di personaggi, tutti fortemente caratterizzati e influenzati dalle storie vissute nella propria vita. Ognuno di questi è dotato di una propria complessità non immune da sfumature. Le tre sorelle protagoniste, Victoria, Mona e Luz non risultano essere un unico e omogeneo blocco assimilato, bensì sono contraddistinte dal possesso di un proprio carattere, dalle differenti ambizioni e aspirazioni amorose.

“Perché siete immigrate. Perché siete analfabete, ignoranti e povere. Perché siete donne. Mettete questi fattori nell’ordine che preferite: il risultato non cambia. Avete tutte le carte in regola per vincere alla lotteria delle probabili vittime di abusi e ingiustizie. E nessuno sarà disposto a darvi una mano con un minimo di onestà (…)”

La loro vita comincia ad aprirsi sulle strade di New York e verso gli individui che le popolano, ciò se da un lato permetterà loro di scoprire che, persino in una città sconosciuta e così grande, in realtà non si è mai veramente soli, dall’altro però le condurrà a scontrarsi anche con gente priva di scrupoli e pronta ad approfittare delle tre giovani e belle ragazze. La loro condizione di donne, immigrate, povere e ignoranti, le pone in una condizione di massimo svantaggio. Ma la volontà di non soccombere e la forza ripostavi potrebbero trasformare la situazione disagiata in un punto di slancio verso una vita migliore.

La madre delle ragazze, Remedios, ritrovandosi in un luogo così diverso e distante da quelli della propria vita, è quella che soffre maggiormente la lontananza da casa e che mostra meno capacità di adattamento. Ella arriva anche a temere che le proprie figlie possano americanizzarsi e non voler più ripartire per la Spagna, ma al di là di tali premesse è proprio lei ad essere portatrice nei propri pensieri di quel sogno americano che ha fatto vagheggiare tanta gente inducendola a partire.

“Quant’è vero, sospirò. Quant’è vero, Signore. Anche se qui a New York le cose sono diverse, rifletté Remedios con la sua cupa saggezza. Qui, si disse ferma sul pianerottolo, sembra più facile per la gente uscire dalla miseria, sembra che non sia una condanna aver avuto la malasorte di nascere dove si è nati. Qui, concluse, è come se tutti potessero davvero aspirare a una vita migliore. Remedios era così soddisfatta (…), di assaporare per la prima volta l’essenza di quell’American Dream che da oltre due secoli attirava navi cariche di immigranti dal mondo intero, che la sua mente cominciò a fare progetti mentre scendeva le ultime rampe di scale, schiarendosi le idee uno scalino dopo l’altro. “

La narrazione è condotta da una voce esterna onnisciente capace di calarsi ad alternanza nell’intimità dei diversi protagonisti. La voce narrante si dirama attraverso i diversi eventi e su diversi piani temporali, accompagnando il lettore in un viaggio a tutto tondo all’interno della storia ricca di suspense e di continui colpi di scena. Non vi è un momento in cui addentrandovisi si provi noia o insoddisfazione, è un’opera che propende ad avvinghiare il lettore. Accanto all’ arguta e introspettiva espressione di sentimenti e pensieri pertinenti la condizione di immigrato vi è una trama ricca e intrigante.

La scrittura è scorrevole e accurata, mai scialba, non si avverte mai la sensazione di eccessiva prolissità o sinteticità, risulta perfettamente dosata e riuscita nella propria compiutezza.

Si tratta di un romanzo monumentale, degna effigie letteraria e celebrativa di tutti coloro che hanno avuto il coraggio di abbandonare la propria terra e attraversare il mare in cerca di realizzazione in un territorio sconosciuto. Un libro in grado di suscitare una lunga serie di emozioni e sentimenti, commovente ed emozionante ma a tratti anche divertente. Una storia di un ricercato riscatto in un impervio cammino osteggiato da mille difficoltà, del coraggio di tre donne ritrovatesi controvoglia in una terra straniera senza alcuna conoscenza e aiuto.

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