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Pecoranera - Devis Bonanni

Ha solo vent’anni Devis, quando in lui scocca la scintilla: vivere altrimenti è possibile. All’inizio è solo un sentimento, un’aspirazione, che a poco a poco si trasforma in concreto progetto di vita. Inizia così la sua avventura: da un piccolo orto senza aver mai visto prima una pianta di pomodoro, coltivando patate e cereali per ritrovare un contatto più immediato con la Natura e realizzare una prima, rudimentale forma di autosufficienza alimentare, accompagnata da uno stile di vita semplice ed ecosostenibile. Passa un po’ di tempo e a chi prevede che presto si stancherà di tutto ciò risponde con un atto irrevocabile: a 23 anni si licenzia dall’impiego come tecnico informatico e si trasferisce in una casetta prefabbricata riscaldata da una stufa a legna per dedicarsi a tempo pieno a quella che battezza “vita frugale”. Sono gli anni della crociata solitaria, caratterizzati da avventure e disavventure di ogni tipo, da episodi epici e tragicomici. Sono gli anni in cui nasce e matura un rapporto simbiotico con la Natura e i suoi elementi. E proprio quando le forze sembrano esaurirsi e l’entusiasmo delle prime stagioni vacilla, in Devis matura la convinzione che non potrà proseguire oltre senza condividere con altri il suo cammino.

“Si definisce pecora nera della famiglia o di un gruppo di conoscenti un individuo che ha imboccato una cattiva strada o che non soddisfa le aspettative degli altri componenti.” Pecoranera potrebbe essere solo l’espressione di un disagio generazionale, di una frattura già vista tra genitori e figli, tra il boom economico e la decrescita felice. Ma nel libro c’è anche altro: proposta e non protesta, tensione positiva proiettata nel futuro, un percorso di crescita individuale che si snoda in una mescolanza di anarchia contadina e sensibilità ecologica.

"In questa nuova vita non ci sono domeniche. Le settimane non segnano più il passo. E' la natura a scandire il tempo. Non dovremmo portare più orologi al polso, come cappi al collo"

"Il diario di una bellissima esperienza, i ragazzi dovrebbero leggerlo" Barbara Palombelli

"La narrazione assolutamente genuina e spontanea di un'esperienza di vita" Luca Mercalli

"Un uomo che cambia, cambia il mondo. Questa è l'azione individuale che cambia la società. Devis l'ha fatto e questa è la dimostrazione che è possibile" Simone Perotti

"Pecoranera non narra solo la poesia dei boschi, entra anche per diritto nella vera letteratura, quella che mette innanzitutto sulla pagina la complessità di certe vite e di certe scelte, una letteratura che spiega, avverte, mette in guardia, e solo dopo invita a provare" Massimiliano Santarossa, Messaggero Veneto.

I traditori - Giancarlo De Cataldo

Sono passati 150 anni. Li abbiamo festeggiati, seppure con qualche polemica.
L'Italia, che in realtà è più un concetto geografico che culturale, è infondo terribilmente giovane: non sono trascorse che poche generazioni. A ben pensare, il nonno di mio nonno avrà a suo tempo dovuto prendere la decisione di schierarsi dalla parte del governo costituito o da quella dei cospiratori che volevano sovvertire l'ordine e, per un ideale romantico (o per una spinta utilitaristica?), conquistare ogni lembo di terra necessario a comporre il puzzle a forma di stivale.
Per lui Mazzini e Garibaldi, Cavour e Ricasoli, Pio IX e Vittorio Emanuele II erano come per noi la Merkel e Monti: contemporanei di cui giudicare le azioni e non figure storiche coperte da un alone di gloria o discredito.
Ecco, questo libro contiene una realtà vista con gli occhi del nonno del nonno di ciascuno di noi.
Sono presentate le motivazioni di coloro che si mossero pro e contro, il loro terreno di appartenenza, i loro valori, i loro obiettivi. E poi ci sono coloro che tradirono patria e ideali e che cambiarono bandiera più volte, costretti dagli eventi o da motivi utilitaristici.
C'è un Mazzini assai diverso da come lo abbiamo studiato a scuola, un personaggio un po' ambiguo: da una parte tollerante e capace di lasciar lavorare il tempo, dall'altra in grado di ordinare stragi ed insurrezioni incurante del numero di vite innocenti che sarebbero state annientate. Sicuramente un'intelligenza politica, forse non altrettanto brillante sul lato dell'economia.
C'è un Garibaldi con qualche dubbio e qualche stanchezza, anche se sempre grande stratega e combattente (Peppino non si discute!).
E poi ci sono figure di fantasia che alleggeriscono il racconto, ne rammendano i lembi storici e ci aiutano a tirare un respiro fra tante immagini crude e tragiche, come cruda e tragica è la guerra.
Un libro bellissimo. Non è un libro da spiaggia, soprattutto a causa delle sue quasi 600 pagine, ma la prosa elegante e scorrevole, la piacevolezza della costruzione, l'interesse del contenuto impediscono che lo si abbandoni e quasi con dispiacere si arriva alle ultime pagine, dando l'addio ai personaggi reali (che hanno costruito l'Italia) e a quelli di fantasia che sembran veri.
Al termine della lettura ci si ritrova con la curiosità di indagare oltre su un periodo che è stato assai più complesso di quel che ci raccontano sui banchi di scuola e vien voglia di iniziare un altro libro sull'argomento, seppure sviluppato in modo totalmente diverso: non un romanzo, ma un'indagine giornalistica a ritroso nel tempo per comprendere i motivi che spinsero all'unificazione e le conseguenze economiche e sociali che ne sono scaturite. Il titolo del libro è “Terroni”... ma questa è un'altra storia!

[…] Lorenzo allarga le braccia e si sforza di dominare la rabbia. Sono sbarcati da due giorni, e dovunque la stessa canzone. Dovunque al loro passaggio piazze deserte, case abbandonate, masserie svuotate d'ogni vettovaglia. E quel grido ossessivo: i briganti. I briganti. Dove sono i millecinquecento insorti di cui avevano letto sul “Mediterraneo” di Malta? Dove i Figli della Giovane Italia che avrebbero dovuto attenderli sul costone di Santa Roccella? [...]

Non dire notte - Amos Oz

Il deserto, come luogo dell’anima, anima i confini senza limite dei sentimenti umani.

Una cittadina israeliana Tel Kedar, di 8-9 mila abitanti, prostrata dal vento del deserto del Negev che manda frustate di polvere, fa da sfondo alla vicenda umana e sentimentale dei due protagonisti del romanzo: Noa e Theo. Il loro rapporto, dopo sette anni, comincia a mostrare segni di incomprensioni e insofferenze. Theo è un sessantenne, architetto di fama riconosciuta, vive in uno stato di attesa, ha ormai fatto quel che poteva fare, ora che si trova alla fine del mondo, Noa, professoressa di lettere in un liceo, più giovane di 15 anni, al contrario, è piena di entusiasmo e voglia di cambiamenti. La storia si snoda attraverso il racconto dei due protagonisti, in prima persona, lui osserva e ascolta lei, lei che guarda e giudica lui; è un rimando di pensieri e azioni che s’incrociano e si allontanano. Lei frenetica, rincorre il tempo, il suo daffare va tutto a spese della solitudine e della lenta discesa dal dolore verso la tristezza di lui. Il paesaggio desertico contorna e dà la dimensione e la scansione del ritmo della vita degli abitanti di Tel Kedar: il vento che alita come una falciata fredda e acuta, l’aggressività della luce e della polvere, la calce bianca che assorbe le sfumature del deserto, gli spazi aperti strisce di deserto macchiettato. Si respira e s’immagina questa immensa distesa di sabbia su cui il sole brucia con i suoi artigli di vetro acuminato ed è, per noi lettori, come essere novelli beduini che inseguono miraggi lontani e irraggiungibili. E’ la scrittura mirabile di Oz che ci ammalia e ci rapisce come musica dell’anima; lo stile lieve ed elevato solleva la mente in qualche altrove. Nel giorno che muore, si domanda Theo cosa promette l’ultima luce, che cosa ha in serbo; la notte, ma non il nero del buio. Come il chiaro di luna dà luce alla notte che cala, così l’incanto della natura bagliore ai nostri occhi illumina i momenti bui del vivere. "Non dire notte".

La guardarobiera - Patrick Mcgrath

Inghilterra, 1947, un paese vincente ma ancora al verde mostra il proprio volto intristito dai residui postbellici mentre un gelido inverno imperversa su Londra, alle prese con smog, ruderi, vestiti logori e cibo scadente, topi e crateri di bombe.
È qui che si piange la morte inattesa di una star del teatro, Charlie Grice, compianto ed amato da concittadini e colleghi, dal dolore inconsolabile della algida e bellissima moglie Joan, ebrea di nascita, e della talentuosa e fragile figlia Vera.
La disperazione di Joan, guardarobiera al Beaumont Theatre, la spinge in un baratro di negazione convincendola che Charlie non sia completamente morto; in fondo sono stati inseparabili per ventisette anni, due parti di un tutto, e oggi, in questi tempi di freddo, bisogno e lutto lui non è più qui a guidarla. Quando tornerà a casa ?
Lei è arrabbiata e spaventata e non vorrebbe che ascoltare di nuovo la sua dannata voce. È una donna forte che ha da sempre considerato il lavoro come il compito di una vita non ammettendo la vaghezza e l’imprecisione ne’ il nebuloso contorno delle cose.
Inizialmente avrà la tendenza ad assumersi la colpa di quello che è stato, anche se in ogni tragedia è assente qualsiasi volontà che comincerà a vedersi solo nel contorno più chiaro delle cose.
Poi un’idea, al confine tra paranoia e realtà, che Charlie sia morto e sopravviva nel corpo di un altro, un certo Daniel Francis, attore di scarso successo che ne reinterpreta il ruolo nello spettacolo che era di Charlie e la certezza che in lui risieda l’anima del defunto.
Qui comincia un’altra storia, una frequentazione sempre più assidua (tra Joan e Daniel-Charlie), la ricerca del passato, la raffigurazione di un presente che si vorrebbe diverso, un progressivo livello di confidenza e intimità che farà vacillare e cadere ogni supposizione, quel cominciare a vedere il mondo da una prospettiva diversa.
Il ritrovamento di una spilla insinuerà nuovi dubbi corroborati da reiterate certezze ed una narrazione che si è spinta in avanti con altri scenari proposti dalla propria immaginazione.
Da semplice contenitore di Grice Frank aprirà un insanabile strappo, la progressiva apparizione dell’uno offuscherà l’altro e un terribile dubbio risolto.
Agli occhi di Joan finalmente Frank si è fatto uomo, ma in primis rimane un attore, proprio come Vera, ed entrambi conservano una certa riluttanza a togliersi quel vestito di dosso, forse perché sotto non hanno poi molto.
Uno spettacolo teatrale in preparazione, la propria vita rinata, la figura di Grice che ha lasciato solo una maschera di se’, così fedele al proprio lavoro di artista, ma forse era stata tutta una recita e lui era sempre stato altrove. E allora dove inizia la finzione e dove si spegne, quale la realtà e la sua rappresentazione, e la rappresentazione di cosa?
Forse Charlie non era semplicemente un uomo al quale aggrapparsi, ma solo un’idea di qualcuno che Joan avrebbe potuto e voluto amare per sempre, che invece si era nutrito di odio e violenza.
Ma c’è una voce che improvvisamente ritorna e continuerà a perseguitarla, abbandonandola ai profumi dell’alcool e della follia, dolce e terribile consolazione.
E che ne sarà di Vera, quella figlia problematica che sin da bambina aveva respirato il teatro ed alla quale era stato instillato il senso del gusto, ossessionata dalla figura paterna e da quella terribile coercizione a dovere competere e primeggiare dalla quale non riusciva a sottrarsi?
Solo confusione e uno spettacolo consolatorio, ma anche un senso di rinascita e lo sbocciare di un talento tra passato presente e futuro (Vera), la rinuncia di se’ per il pubblico, il desiderio di gloria, la ricerca di un consenso e il fallimento di una vita, mentre la propria coscienza ogni tanto ritorna (Frank).
Al di fuori del palcoscenico incombe la crudeltà della vita e un fantasma interiorizzato è ormai assidua presenza (per Joan), la propria ossessione pazzia manifesta, mentre il mondo sorride e applaude una rappresentazione scenica (lo spettacolo) con un fallimento in vista (la vita).
Si finisce col domandarsi: qual è il vero spettacolo e con quali protagonisti? Tutto è solo una grande rappresentazione scenica? E il palcoscenico della vita alla fine dove ci porta?
Un thriller psicologico dai contorni noir, un viaggio nel groviglio di una mente continuamente percossa da incredulita’, dolore, lutto, rabbia, follia, perversione, ma anche capace di amore, tenerezza, paura, piacere, in un sottile confine tra normalità e follia, la stessa che include realtà e recita, arte e vita, e quel continuo e misterioso ribaltamento di ruoli.
Questo è un McGrath piuttosto romanzato, una trama scandita da una traccia precisa e ben sviluppata, con personaggi meno totalizzanti ed includenti, in taluni casi poco presenti, anche se Joan, l'indiscussa protagonista, possiede la folle profondità e la ossessiva ed oscura indefinitezza del McGrath a noi più noto e gradito.

Grazie dei ricordi - Cecelia Ahern

"Voglio continuare a precipitare, ma mio padre sta chiamando l’ambulanza e mi stringe la mano con una tale intensità come se fosse lui che si sta aggrappando alla vita. Come se fossi tutto quello che ha. Mi sposta i capelli dalla fronte e piange forte. Non l’ho mai sentito piangere. Nemmeno quando è morta la mamma."

Joyce è una giovane donna irlandese vittima di un banale quanto grave incidente: una trasfusione di sangue le ha salvato la vita, ma non ha impedito la perdita del bambino che portava in grembo. Un trauma, quello subito, che la porta a rompere definitivamente un rapporto matrimoniale ormai logoro e a trasferirsi nella casa della sua infanzia, dove ritrova un padre affettuoso e tantissimi ricordi. A partire da questo momento, però, le succedono cose davvero strane: ha memoria di fatti che non appartengono al suo passato, ha sogni ricorrenti, scopre di saper parlare lingue straniere, di conoscere il latino e di essere un’esperta in materia di storia dell’arte. Anche la vita di Justin, un professore statunitense trasferitosi a Londra per stare vicino alla figlia, subisce qualche cambiamento a partire dal momento in cui è stato convinto a donare il proprio sangue: non solo gli capita sempre più spesso di incontrare una donna che sembra avere con lui uno strano legame, ma comincia a ricevere piccoli doni anonimi con semplici messaggi di ringraziamento. Il rapporto con la trasfusione appare subito evidente, ma risalire alla persona che ha ricevuto il suo sangue rimane impossibile.

I due diventano allora protagonisti di uno strano quanto divertente gioco del destino e degli equivoci che li porta a rincorrersi e sfiorarsi tra la folla, cercarsi e riconoscersi senza però potersi mai incontrare e, tanto meno, chiarire. Questo, almeno, fino al finale, quando l’ennesimo colpo di scena permetterà a Joyce e a Justin di comprendere che non sempre bisogna aver paura di ciò che sembra inspiegabile e che spesso è bene lasciarsi guidare dai sentimenti .

L’ultimo romanzo di Cecelia Ahern, nota autrice di successi quali P.S. I love you – romanzo d’esordio da cui è stato tratto l’omonimo film -, e Se tu mi vedessi ora, trascina il lettore in una Dublino vivace, ricca di storia e di arte per vivere, insieme ai protagonisti, una storia di profondi affetti familiari e di amicizia, dove non mancano situazioni divertenti.
Il pretesto da cui la vicenda prende inizio è basato su alcune teorie che fanno riferimento non solo alle esperienze di persone che, avendo subito un trapianto di cuore, sostengono di aver avuto inaspettati effetti collaterali, come l’aver ereditato ricordi, gusti, desideri e abitudini del donatore, ma anche alla capacità della scienza di comprendere il funzionamento della memoria. Un settore dove operano scienziati pionieri della ricerca nel campo dell’intelligenza del cuore e delle basi biochimiche della memoria nelle cellule. Il legame che si instaura quindi fra Joyce e Justin sembra prendere quasi, a loro insaputa, il sopravvento sulle loro vite e guidarli in un viaggio che è insieme riscoperta di un passato che credevano ormai lasciato alle spalle, e del fatto che il destino spesso concede una seconda possibilità.

Forse la vita non ha sempre i toni del rosa, come la vivace copertina del romanzo della Ahern, ma, ancora una volta, la sua abilità nel raccontare storie di forti legami affettivi - d’amore come di amicizia – consiste nell’affrontare con leggerezza, ironia e un pizzico di magia, questioni che coinvolgono i lettori: come vivere o ricostruirsi un’esistenza dopo un trauma? Le avversità possono renderci più forti? Quale debito abbiamo con chi ci ha cresciuto, consegnandoci i suoi ed i nostri ricordi?

Queste sono le domande.

Vent'anni che non dormo - Marco Archetti

Marco ha studiato filosofia e ha smesso. Ha lavorato nelle toilette di un autogrill e ha smesso. Ha convissuto con una ragazza e ha smesso. Ha voluto una famiglia e ha smesso di volerla. Ora lavora in una pizzeria e già non ne può più. Cerca casa e la trova in condivisione con Chiara, una giovane senz'arte né parte ma con molti, troppi amici e soprattutto con una spiccata propensione a consumare in una notte, con l'ingenuità di un cuore facile, un grande amore dopo l'altro. È allora che a Marco viene l'idea: e se questi ‟grandi amori” glieli procurassi io, dietro adeguato compenso? Detto, fatto. Mentre le giornate se ne vanno, fra il puzzo di pesce e l'orrore dei mangianti, le notti portano quattrini dentro le pagine di un Atlante Geografico De Agostini (il luogo convenuto dove i clienti lasciano le banconote). Ma Marco è veramente un pappone? E Chiara è veramente una prostituta? Per arrivare a una vera risposta bisogna attraversare la ricchezza – davvero sorprendente – del romanzo, dove si incrociano i più bizzarri personaggi (Samantha, un travestito dal cuore d'oro, lo slavo Dragan verde come i suoi detersivi da cucina, il cane Mario – il più fedele compagno di Chiara –, l'implacabile Gestore della pizzeria) e dove, soprattutto, insieme alla storia raccontata prende forma un vero e proprio mondo, con una sua lingua, con una sua ibridatissima filosofia, con una sua smagliante consapevolezza dell'asprezza del vivere. Un vivere che Marco usma – ha un olfatto fuori dall'ordinario – e usmandolo, riconosce come puzza, come fragranza, come speranza. Avvitato in un presente difficile, oscuro (dal ‟mondo” arrivano di tanto in tanto frammenti di notizie tutt'altro che confortanti), Marco è comicamente sospeso fra la bella saggezza di un nonno che ripensa con beatitudine agli anni della guerra e l'oscura ingovernabilità dei propri affetti, della propria morale, delle proprie intenzioni. Siamo oltre il romanzo generazionale: di formazione non si parla più. Archetti ci parla di sopravvivenza e ridendo castiga opinionisti e sociologi.

La signora dei segreti - Candida Morvillo, Bruno Vespa

“I migliori affari si fanno a tavola” - diceva Oscar Wilde - e saper invitare le persone giuste nel miglior modo possibile, è un’arte che pochi conoscono. Era una vera e propria ‘regina dell’invito perfetto’, Maria Angiolillo, al secolo Maria Girani, vedova del senatore del Partito Liberale e fondatore del quotidiano Il Tempo, Renato Angiolillo. Nei saloni del Villino Giulia – la sua splendida casa sopra piazza di Spagna, si sono incontrati i potenti italiani tra le due Repubbliche per più di cinquant’anni. In quelle stanze - con pareti ornate di stucchi e antichi bassorilievi, con finestre che facevano entrare il verde profumato del giardino e l’azzurro del cielo di Roma - si è consumata la storia politica e mondana del nostro Paese, si è dato vita a trame e a complotti, ad affari e ad alleanze che hanno fatto storia.

La sua vita e molte altre cose che sono successe, che sono state fatte o che sono state decise in quella casa da molti chiamata – non a caso -“Quarta Camera”, ci viene raccontato ne ‘La Signora dei Segreti’, il libro scritto a quattro mani da Candida Morvillo e Bruno Vespa.

Quando è morta, nell’ottobre del 2009, Maria Angiolillo è stata salutata dal Parlamento con un minuto di silenzio, mentre lei, sul letto dell’addio, riposava perfettamente serena, come se il rigore della morte non osasse sfiorarla.

“Fasciata in un abito rosa, anche nel momento fatale sembrava la gran signora in attesa dei trentacinque ospiti dei suoi celebri pranzi. Sul tavolino da notte, era ancora aperto il quadernetto dove, con un paio di mesi di anticipo come sempre, aveva cominciato ad annotare i nomi degli invitati ai due ricevimenti natalizi, fissati tra un martedì e un giovedì di metà dicembre”.

Da quel corpo inanimato, i due autori sono risaliti ad una storia tutta italiana, da loro conosciuta molto bene, perché Vespa è stato tra i più assidui frequentatori di quel salotto con 51 presenze, e la Morvillo è stata la giornalista che sulle pagine di IO Donna, il settimanale del Corriere della Sera, svelò nel 2012 l’esistenza di Udo Maria Gregory Franck de Beurges, il figlio segreto di Maria Angiolillo, oltre a ricostruire il giallo dei gioielli scomparsi dopo la sua morte, oggetto di grandi contestazioni e cause giudiziarie tra i figli delle prime nozze di Renato Angiolillo e il primo figlio di Maria Girani, Marco Bianchi Milella.
Ultima signora di Roma ad invitare i suoi ospiti con una telefonata speciale (il cartoncino veniva spedito solo a invito accettato), Maria riusciva a carpire i segreti di chiunque e i suoi 1600 ricevimenti hanno visto la partecipazione di banchieri, di grandi nomi dell’industria e giornalisti, ma, soprattutto, di grandi personaggi dell’opposizione e della maggioranza, indipendentemente dal colore politico: da Fanfani ad Andreotti, da Berlusconi a Bossi, da Fini a D’Alema, da Bersani a Bertinotti, da Gianni Agnelli a Henry Ford fino ad alti prelati come Paul Marcinkus. Ci sono stati tutti – o quasi – perché “nessuno conta se non è passato lì”. A casa sua si sono fatti e disfatti i governi, si sono conclusi affari colossali, fatte nomine dei presidenti del Consiglio e della Repubblica e, tra le altre cose, si sono svolte le trame rimaste misteriose della P2 e dello scandalo del Banco Ambrosiano.

Nel libro si parla anche di un’altra grande regina dei salotti romani, Isabelle Colonna, vedova del principe Marcantonio Colonna, conosciuta anche come l’Arcipapessa o la regina supplente, che usciva poco dal suo palazzo e invitava i non divorziati. L’editore Renato Angiolillo, che aveva avuto il figlio Amedeo fuori del matrimonio, era un invitato d’eccezione al suo salotto, perché per lui madame Colonna aveva una particolare ‘simpatia’. I suoi pranzi erano leggendari, impostati come in un altro secolo: i cardinali non erano inferiori – per numero e grado – a quelli incontrati negli stessi salotti da Stendhal, all’inizio dell’Ottocento. “Si viveva in pieno Stato della Chiesa: che fuori ci fosse ormai la Repubblica era solo uno sgradevole incidente della storia”. L’incontro tra la Colonna e la Angiolillo merita di essere letto e non raccontato per non rovinare il gusto della sorpresa.
La prima volta che andò ospite a casa Angiolillo, nel novembre 1995, Massimo D’Alema rivelò da dove nasceva il nomignolo di ‘Spezzaferro’ che era comparso sui giornali: “Per allentare la tensione, spezzo con le mani in otto frammenti i tappi dell’acqua minerale”. E aggiunse serio: “Fini non ne sarebbe capace”.

Dopo la sua morte, sparirono i suoi gioielli, stimati duecento milioni di euro, un tesoro scomparso dalla cassaforte murata dietro un quadro. Tra questi, il Prince Diamond: 34,65 carati, taglio cuscino, due centimetri per due e mezzo, colorazione IIa, la più pura. E’il terzo diamante al mondo, imparentato al Koh-i-noor, quello incastonato nella corona della regina Elisabetta, battuto all’asta da Christie’s nell’aprile 2013 per 39 milioni di dollari. Il diamante apparteneva al senatore Angiolillo e nel suo testamento i monili non erano menzionati: per il diritto di famiglia dell’epoca, spettavano ai figli. Li tenne invece la vedova, che ne rimandava la restituzione.

Oggi, a Campobasso, è i in corso il processo che vede imputati il figlio di Maria Girani, Marco Oreste Bianchi Milella e il gemmologo svizzero Louis Hervè Fontaine. Secondo l’accusa e in base alle intercettazioni telefoniche, sarebbe stato proprio il figlio di Maria Girani a prendere i gioielli di Renato Angiolillo dal Villino Giulia a Piazza di Spagna e ad interessare il gemmologo per la vendita.

Un caso ancora irrisolto e che continuerà a far parlare di Maria Angiolillo ancora a lungo, ne siamo sicuri.

Felicità - Will Ferguson

Il primo libro di Will Ferguson è stato pubblicato nel 2002 e si intitola Felicità®: la sua particolarità sta tutta nel titolo, apparentemente così scontato, ma straordinariamente sconvolto da quell’esponente che in quel ricciolo di “r”racchiude tutta la sua irriverenza.

La quarta di copertina dell’edizione italiana curata da Feltrinelli attira subito il lettore alla storia di Edwin de Valu, un editor trentenne della Panderic, una media casa editrice americana, nella quale egli è addetto al settore dei manuali di autoaiuto, ossia quei libri che aiutano, per l’appunto, i lettori assetati a bere indicazioni, consigli, mantra e stili di vita che potrebbero (forse, magari, un giorno lontano) condurli a vivere la vita che desiderano, insomma, ad essere felici. Edwin, costretto, quindi, ad editare libri appartenenti ad un genere più che odiato da ogni impiegato di una casa editrice, ogni mattina posa gli occhi su una “discreta” pila di dattiloscritti, inviati alla Panderic da sedicenti scrittori. Un giorno, praticamente incastrato dal suo capo nella ricerca di un best-seller che avrebbe dovuto coprire le mancanze di uno scrittore di punta della casa editrice, tale Mr Ethics (da poco arrestato per motivi poco etici), parte all’inseguimento disperato di un manuale di autoaiuto di circa mille pagine, intitolato Quello che ho imparato sulla montagna, scritto da un tale Tupak Soiree. L’editor Edwin, artefice dello scellerato cestinamento della copia di quel libro che avrebbe potuto salvarlo da un possibile licenziamento, corre per tutta la città, sperando di ritrovare quel mucchio di fogli coperti di adesivi a forma di margherite bianche, promettenti futuri sorrisi splendenti. L’impresa sembra più ardua di quella che il protagonista avrebbe potuto mai immaginare, ma le conseguenze del ritrovamento dell’oggetto inseguito saranno ancora peggiori delle condizioni della sua ricerca. Quello che impariamo sulla montagna viene dato alle stampe così com’è, senza alcun tipo di correzione o revisione editoriale, perché così pretende il misterioso Tupak Soiree, con il quale Edwin comunica mediante strani fax, che gli fanno presagire il disastro imminente. Pian piano il romanzo inizia a vendersi e, contemporaneamente, attorno al protagonista, giovane ironico, sarcastico e normalmente frustrato, comincia a muoversi un caos calmo dotato della sinuosità di una felicità tanto nuova quanto spaventosa: il libro di Tupak Soiree promette, attraverso i metodi descritti, la possibilità di smettere di fumare, di avere rapporti carnali spiritualmente idilliaci, di sentirsi bene con se stessi, di abbandonare l’alcol e di avere la forza di lasciare il lavoro e qualsiasi tipo di occupazione materiale apponendo un semplice cartello alla propria porta recitante queste parole: “sono a pesca”. Il fenomeno Soiree investe l’America e la Panderik incassa vagonate di denaro, fino a poter depositare il marchio felicità e a guadagnare ogni volta che qualcuno utilizzi quel termine nel senso datogli dalla filosofia del famigerato Tuapak Soiree, il quale presenzia in tutti i talk show, cavalcando l’onda e ammaliando le masse con il suo fare ostentatamente fuori dal mondo materiale. Le persone divorando le mille pagine del manuale di autoaiuto appaiono entrate in una dimensione altra, in cui ci si è spogliati da ogni pulsione vitale, da qualsiasi stato d’animo che possa contrastare con quello creato dallo scrittore, che è molto simile ad una pacata serenità senz’anima. L’unico a non essere travolto dall’ondata Soiree è proprio il suo editore, il quale continua a coltivare il suo carattere nervoso, depresso, iroso, divertito, giocoso, dipendente da vizi passeggeri e dal senso, in una parola, umano. Il mondo si spegne in una dimensione d’ innaturale serenità e, dopo l’ennesima minaccia ricevuta da parte delle aziende produttrici di tabacco, alcol e quant’altro possa consolare brutalmente un uomo, Edwin decide cosa fare e parte alla ricerca di Tupak Soiree; tutto pur di vendicare il sorriso pulsante di colei che non avrebbe dovuto leggere quel libro e farsene rapire, entrando anche lei in uno status di pace dell’anima, della donna che ama e che ha sempre dovuto vestire dei panni ora di amante ora di amica, perché costretto in una vita coniugale con una moglie che ogni santo giorno lo accoglieva in casa chiedendogli “ti sembro grassa?”

Questa irriverente opera di Will Ferguson regala un’amara consapevolezza della dipendenza dall’infelicità da cui l’uomo è affetto, facendo ridere a crepapelle, inorridire di fronte a quel diamante falso che è l’editoria, scoprendo i lati marci e totalmente slegati dall’amore per la letteratura di un mondo non composto da carta stampata profumata, ma da un unico, sudicio pensiero elevato alla terza potenza: soldi, soldi, soldi. Felicità® di Ferguson, nonostante un finale sentimentale, e per questo leggermente slegato dal filo rosso che percorre la storia, è il classico romanzo da consigliare, composto da una serie di generi diversi incollati fra loro per mezzo dell’ironia, la rabbia, il disgusto e la rassegnazione provata calpestando un pianeta che non possiamo fare a meno di amare. Concedetevi delle pazze risate dal sapore agrodolce con Edwind De Valu e i suoi compagni di storia mancanti di qualche rotella.

Uomini senza donne - Murakami Haruki

“What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.”

Sono versi, questi, tratti dal primo dei Four Quartets dal titolo Burt Norton di T.S.Eliot, ai quali viene spontaneo pensare leggendo la raccolta di racconti di Murakami Haruki, recentemente pubblicata da Einaudi con il titolo “Uomini senza donne”. Le sette storie, infatti, hanno un filo conduttore comune, pur essendo assai diverse tra loro, che si identifica con lo straordinario senso del tempo, con la consapevolezza dell’irreversibilità degli eventi accaduti che vanifica la ricerca di una felicità terrena, e induce a rifugiarsi in una sfera fantastica.
Tutti questi sette racconti descrivono, infatti, storie ai limiti della realtà, o meglio storie che peccano volutamente di razionalità. Anomalo è il comportamento di Kafuku (Drive my car) che decide di diventare amico dell’amante della moglie, dopo la morte di lei, per capire qualcosa di più su una donna che credeva di conoscere alla perfezione, come anomalo è il rapporto di amicizia che lega Kitaru e Aki e che coinvolge anche Erika (Yesterday). Sono legami destinati a interrompersi e a finire in una recondita e sofferta parte della memoria. Molto significativa è la libera e arbitraria traduzione che Aki fa dei versi della canzone dei Beatles, “Yesterday”: “Ieri è l’altro ieri di domani, il domani dell’altro ieri.” Il tempo dunque, come elemento fondamentale e imprescindibile in tutta la narrazione. Irrazionale e alquanto assurdo, appare nel terzo racconto la tesi del dottor Tokai secondo la quale ogni donna è dotata di un organo indipendente che le permette di mentire. È tuttavia proprio l’incapacità di Tokai di prendere decisioni e stabilire rapporti duraturi che lo condanna a una morte per inedia. Come non pensare al “I would rather prefer not to” del Bartleby di Melville?
Sempre in relazione al tempo si snoda il racconto Sherazade, ispirato alle Mille e una notte. Il procrastinare all’infinito la conclusione della storia raccontata da Sharazade a Habara crea una dimensione irreale, che sarà rifugio per il protagonista. “Perché le donne offrivano un tempo speciale che annullava la realtà, pur restandovi immerse.”
Anche Kino, il personaggio centrale della storia successiva, tradito dalla moglie, si rifugia in uno spazio e in un tempo che sembrano sospesi. “Il mondo era un immenso oceano privo di punti di riferimento e Kino una barchetta che aveva perso carta nautica e ancora” Egli non riesce infine più a ricollegarsi alla realtà.
È “Samsa innamorato” il racconto che meglio esprime, tuttavia, l’esigenza di Murakami di rappresentare un mondo assurdo in cui è difficile orientarsi e ritrovare i valori tradizionali. Qui è La metamorfosi di Kafka, che offre l’ispirazione allo scrittore giapponese. L’assurdo è il tema centrale ed è in ogni caso la condizione in cui si dibatte l’uomo.
Uomini senza donne sono dunque coloro i quali non riescono ad avere rapporti stabili e duraturi, in un mondo in cui di stabile e duraturo è rimasto ben poco.
Ogni racconto è narrato al ritmo d’una musica di successo, che siano i Beatles o jazzisti afroamericani come Ben Webster, Coleman Hawkins o Billie Holiday, o che sia il tema del film di Denver Daves “Scandalo al sole”. Le numerose fonti di ispirazione di matrice occidentale e la predilezione per la musica anglo americana, fanno sì che Murakami Haruki sia uno scrittore particolarmente gradito alla cultura eurocentrica, pur conservando tutte le caratteristiche della cultura del suo paese.

Io vi maledico - Concita De Gregorio

Giuseppe Corisi, operaio dell’Ilva di Taranto, pochi giorni prima di morire ha fatto mettere davanti casa una lapide che recita: «Nei giorni di vento da nord veniamo sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas provenienti dalla zona industriale Ilva. Per tutto questo gli abitanti maledicono coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare.» Il viaggio di Concita De Gregorio e del suo "Io vi maledico" comincia da qui.

Nel prologo, l’autrice paragona le testimonianze che ha raccolto a tante piccole pietre di un rosario («non di una preghiera, però. Di una maledizione»), ma questo libro può essere qualcosa di più. Le storie che vengono qui raccontate trapelano di sentimento, di rabbia, frustrazione, indignazione, scoramento, indignazione, speranza. Le voci messe insieme dalla De Gregorio sembrano costituire un unico blocco di dolore che, osservato da vicino, mostra tutte le sue sfaccettature, i suoi dilanianti particolari. Non un teatro della sofferenza, ma il mosaico della dignità umana di fronte alle angosce inflitte da chi non ascolta e si gira dall’altra parte. Il rischio di scivolare impietosamente nel lamento patetico era grande, ma scorrendo le pagine di Io vi maledico al lettore non viene permesso di lasciarsi trasportare dalla rabbia cieca, né c’è spazio per un disgusto fine a se stesso e per la facile condanna. Con questo libro Concita De Gregorio consente il ritorno alla più semplice e alla più potente delle pratiche civili: l’ascolto.

Si ascoltano una dopo l’altra le storie di Giacomo Firinu, minatore della Carbonsulcis che voleva partecipare a X-Factor, di Paola che non accetta i calmanti prescritti dal medico per suo figlio Michele, quattro anni e troppo vivace, di Flavia Schiavon che ha dovuto occuparsi della ditta del padre dopo che quest’ultimo si è sparato per i debiti, c’è il racconto di Anna, laureata in Lettere classiche con un professore che non sapeva aprire le email. E ancora, le cronache vere della Spagna e della Grecia, delle donne dei call center costrette a rispondere ai maniaci per non perdere gli 80 centesimi dello scatto, di Emmanuela Antonucci e della casa crollata che ha seppellito le operaie al lavoro nel «sottano», di Biagio Sciancalepore morto nella cisterna che aveva trasportato zolfo fuso.

Episodi noti e meno noti grazie e per colpa della cronaca, che si imprimono nelle pagine come un marchio infuocato, indelebile. Si continua a leggere e qualcosa si muove nella mente, nel petto, nello stomaco, qualcosa che ci dà la sensazione di non essere di fronte a queste storie, ma di essere inevitabilmente al loro interno, come fossero nostre e di chi ci è vicino. Io vi maledico riesce a superare sia l’impostazione tradizionale dell’inchiesta, sia quella del saggio “narrato”, assumendo le fattezze di un vero e proprio racconto nella sua forma più semplice e tradizionale. Un racconto che sa di oralità, che nonostante il trasporto non si sbilancia e riesce a essere miracolosamente sobrio e appassionato, fermo ma echeggiante. Nessuna disillusa apoteosi della rassegnazione, perché non basta ricordare, non serve infuriarsi. Un libro può animare le coscienze solo quando il racconto della storia viene affidato a un grande interprete, tuttavia Concita De Gregorio non si limita a interpretare: la sua voce e quella dei suoi protagonisti diventano un avvolgente e pericoloso tutt’uno, che si confonde con i sospiri di chi legge.

Concita De Gregorio, giornalista e scrittrice, firma storica de «la Repubblica» dove attualmente lavora, è stata per tre anni direttore de «l’Unità». Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue (Laterza). Per Mondadori sono usciti Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (2006) e Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2008). Nel 2010 è uscito Un paese senza tempo. Fatti e figure in vent’anni di cronache italiane (il Saggiatore). Nel 2011 ha pubblicato per Einaudi Stile Libero "Così è la vita".

La profezia della curandera - Hernan Huarache Mamani

La storia descritta ne «La profezia della curandera» di Hernan Huarache Mamani è una vicenda sorprendente, che parte da un’esperienza qualunque, raccontata con un linguaggio quotidiano e si sviluppa verso una dimensione sacra, come se volesse diventare un testo profetico nel vero senso del termine.

Kantu è una ragazza comune, che vive senza farsi troppe domande profonde e, come una ragazza qualsiasi, si innamora di un uomo che non la sa ricambiare. Ovviamente ha davanti a sé due possibilità di scelta: lasciarsi trattare come un giocattolo usa e getta da lui, oppure troncare la relazione e costruirsi un futuro. Lei non accetta nessuna delle due possibilità, poiché un vecchio curandero le ha detto che in lei sta un grande potere: quello dell’energia vitale femminile che, se sviluppato e messo a frutto, può portare a educare il suo amato all’amore. Una banale delusione sentimentale diventa allora per lei la scoperta di un percorso che, secondo le antiche religioni precolombiane, porterà l’universo femminile a guidare quello maschile verso la salvezza spirituale e materiale del mondo intero.
Inizia per Kantu un processo di iniziazione che è quello a cui venivano sottoposte le antiche sacerdotesse andine. Qui il lettore rimane affascinato, ma anche un po’ turbato. Quello che si racconta ha tutta l’aria di essere reale, o per lo meno possibile in quello specifico contesto (non certo nella nostra società consumistica!). Il misticismo a cui Kantu arriva attraverso prove dure è onirico, a tratti inquietante, però poi viene inserito nella successiva vita quotidiana della protagonista in maniera fluida. Diventerà la base di una nuova vita qualunque, in cui però è avvenuto un miracolo: una donna con la sua forza d’animo ha insegnato l’amore ad un egoista dal cuore di pietra. E, cosa ancora più importante, una ragazza scettica e sognatrice è diventata una donna dai grandi poteri curativi per le altre persone.

La vicenda lascia in bocca un sapore irreale che un po’ delude, ma insieme anche la speranza che l’essere umano possa, prima o poi, scoprire dentro di sé quella parte potente e positiva, di cui tutte le religioni parlano e di cui ogni epoca, a modo suo, è andata alla ricerca.

L'anno breve - Caterina Venturini

Dall’esperienza in prima persona di Caterina Venturini, insegnante delle scuole superiori per anni in servizio presso un ospedale in cui sono ricoverati tanti ragazzi, nasce “L’anno breve” (Rizzoli, 2016), romanzo dai contenuti intensi e profondi.

Ida Ragone, protagonista delle vicenda, è un’insegnante precaria che sceglie, causa mancanza di altre cattedre, di svolgere il proprio servizio ai ragazzi ricoverati in ospedale. Si trova, quindi, davanti a una realtà totalmente diversa da quella cui era abituata: non il caos delle classi, non i vocii, i rumori dei ragazzi ma un ambiente apparentemente più tranquillo dietro il quale si celano giovani vite che vorrebbero trascorrere spensieratamente l’adolescenza ma che dalla malattia sono costrette a mutare radicalmente, ad accettare cure, a sopportare pesanti effetti collaterali, a convivere quindi con il dolore, un termine di cui a quell’età certo si può conoscere qualcosa perché la vita anche di esso è fatta, ma non in modo così intenso e destabilizzante.
Già l’approccio al luogo di lavoro è per Ida difficile: i ragazzi sono là, nella torre, quell’edificio in cui estate non è mai, quel limbo in cui attendere chi con speranza, chi con amarezza, un destino che neppure i dottori conoscono. Anche la prof si deve adattare: camice, soprascarpe, mascherina sono necessari per entrare in reparto, per non turbare i fragili sistemi immunitari dei ragazzi e poter, allo stesso tempo, entrare in contatto con loro. Tanti sono i giovani presenti nelle corsie e così diverse le patologie e i loro atteggiamenti.
Difficile stabilire un rapporto con i ragazzi: chi si avvicina a loro, prof compresa, ha la tendenza a occuparsi prima della malattia; a Ida viene invece ben spiegato che a quella penseranno i medici mentre lei dovrà, nei modi e tempi consoni, svolgere l’attività di insegnamento. Per la protagonista, docente di lettere, mai come in questo caso risulta faticoso insegnare attraverso le parole lette o scritte. Ogni ragazzo, poi, ancor più causa la patologia, è un’isola, un mondo a sé e l’approccio non è facile, varia a seconda delle condizioni e delle cure. Quindi, se per mesi ci si ritrova a non poter far lezione con un’alunna, ecco che la si rivede improvvisamente ristabilita, tanto desiderosa di vivere così che l’assenza di capelli viene nascosta dietro moderne parrucche e le occhiaie nascoste dal trucco vistoso oppure il dolore e la sofferenza vengono comunque celate dietro un semplice smalto colorato che può ricordare che la femminilità non è cancellata dalla malattia. Lo stesso vale per i ragazzi, per le loro passioni, i loro interessi che durano… fino a che c’è vita. Nel romanzo, infatti, c’è spazio anche per chi non ce la fa e, nonostante l’inguaribile ottimismo, viene falciato dalla malattia.

Tutto ciò va ad intersecarsi con le vicende personali di Ida, con il suo insoddisfacente rapporto con Mario, l’uomo che lei aveva conosciuto al G8 ma che ora è tanto cambiato e non coltiva più ideali; con il desiderio della protagonista di non restar precaria, di farsi strada anche attraverso la pubblicazione della propria tesi che, per esigenze di mercato, dovrebbe esser però sfrondata di tante note significative.
La nuova realtà va a smuovere nel profondo l’animo di Ida facendole ricordare anche un passato che l’ha segnata profondamente. L’amicizia con Elis, sua coetanea e compagna di scuola, era stata una tappa fondamentale dell’adolescenza di Ida; le due ragazze erano accomunate da un insano desiderio, quello di perdere peso. Ida rivive così, in quell’anno breve, l’intenso rapporto con l’amica ma il difficile relazionarsi di ambedue con il proprio corpo e il proprio sé e la sofferenza di ambedue a causa di gravi disturbi alimentari. Sembra quasi che la permanenza accanto a chi soffre sia una catarsi, una liberazione da antichi dolori: la protagonista lo fa ricordando, provando dolore come quando era ragazza ma pare se lo possa quasi permettere ora che è vicino a chi già soffre. Si instaura fra insegnante e ragazzi un rapporto intenso che fa bene a entrambi e, anche se Ida ha nostalgia delle classi chiassose, non s’accorge che sta effettuando un percorso profondo, quasi un’analisi e che, soprattutto, da questa esperienza uscirà diversa.
Il rapporto con i ragazzi si rivela profondamente intenso e riesce a cambiare anche l’approccio all’insegnamento di Ida come docente. Loro le fanno capire che non si deve dare nulla per scontato, che è necessario ascoltare ognuno nella propria singolarità e da lì costruire il percorso didattico – educativo.

L’esperienza in ospedale risulta non facile per la protagonista ma sottolinea l’importanza della figura di ogni insegnante. A ognuno di essi viene richiesto molto e non è inusuale sentirsi inadeguati. Eppure quel che vien fatto, seppur paia poco, è fondamentale perché è l’input per la motivazione, per l’interesse. Lo si evince anche qui, attraverso queste pagine di Caterina Venturini, dove ogni piccolo passo avanti è in realtà quasi un passo da gigante e apre lo sguardo verso il futuro. Dopo questa esperienza sconvolgente e fortissima, Ida non sarà più quella di prima e sarà lei a voler rimettere in discussione tanto della propria vita. “L’anno breve”, fatto di autunno, inverno e primavera, sarà come aver vissuto per tante e tante volte con irripetibile intensità.

Il mare dove non si tocca - Fabio Genovesi

«Le storie vengono da lontano, ma respirano sott’acqua e hanno ali giganti per raggiungerti ovunque».

Fabio ha soltanto sei anni quando scopre che i suoi undici nonni con undici nomi tutti con la "A" (perfino Rolando, che non si capisce perché proprio così dovesse chiamarsi l’ultimo figlio, ma che problema vuoi che sia, si aggiunge una vocale e il gioco è fatto, Arolando, eccolo qua!) e di cui dieci scapoli ed uno coniugato, unico soggetto dal quale è nato di fatto suo padre Giorgio e quindi anche unico legittimato ad essere chiamato per davvero “nonno” da quell’unico nipote che il medesimo rappresenta, non sono in realtà nonni bensì zii. “Eh”, dicono loro innanzi a detta constatazione, “lo sapevamo che non dovevamo mandarti a scuola!”. Eppure Fabio che con questi zii ci è cresciuto, che con questi zii ha imparato a far di conto e a tirar su un perfetto pollaio, non potrebbe mai immaginare la sua vita privata della loro presenza.
Una crescita, la sua, in quel de “Il villaggio Mancini” (in cui è chiaramente fatto divieto di entrare), ben diversa da quella degli altri bambini poiché unica nel suo genere. Giunge infatti all’età della scuola dell’obbligo con tutti i giorni della settimana suddivisi per trascorrere del tempo con i familiari e mai, è per lui disponibile, un giorno libero, un giorno di riposo, da trascorrere con i coetanei, o ancora giunge alla scuola dell’obbligo senza saper giocare a nascondino eppure super aggiornato circa gli esiti del Festival Della Canzone italiana di quell’anno. Vogliamo poi aggiungerci la storia della maledizione? Aramis, Aldo, Athos, Adelmo e tutti gli altri fratelli, sono stati vittima di un sortilegio che ne ha comportato la follia: a detta dei più, difatti, se gli uomini della famiglia Mancini non si sposano entro i quarant’anni, diventano matti. Semplice e chiaro.
Stranezze, in cui la giovinezza del protagonista si dipana, evolvendosi pagina dopo pagina con naturale maturale della persona. Stranezze che disorientano, ma soltanto in apparenza.
L’opera di Genovesi, ripercorre, passo passo il diventar grande di Fabio stesso, e nell’esposizione delle vicissitudini attinenti al ragazzino – di poi uomo – si nascondo e celano molteplici riflessioni su quello che è il senso della vita, su quello che significa esistere, cercare e trovare la propria strada, far proprio un desiderio, un sogno, consentirgli di diventare realtà.
Perché tutto, è riassumibile non tanto al problema, quanto, all’atteggiamento di fronte al problema. Come l’autore ha più volte ribadito, anche durante la presentazione a cui personalmente ho avuto modo di partecipare, saremo contestati e messi in discussione per qualsiasi cosa, ma questa è solo e soltanto la CROSTA. Scavando nelle profondità di quest’ultima, cercando, incuneandosi, non mancheremo di riflettere su quei “Calamari giganti” che nelle spazio più intimo ed oscuro del mondo, con i loro tentacoli, lottano, nuotano, si cibano.
Il toscano ci ricorda ancora che ciascuno ha un proprio percorso, un tragitto che magari si fa attendere, che magari ci lascia perplessi, che magari tarda a farsi scoprire e raggiungere, ma che prima o poi arriva.

«Perché i pesce tuo non te lo prende nessuno. Nuota strano, nuota a caso, ma eccolo che arriva da te.»

E quando arriva tutti i tasselli del puzzle si incuneano al loro posto, formando quel disegno così arcano ed oscuro che ci ha lasciato interdetti, che ci ha lasciato basiti, spaesati innanzi alle circostanze, innanzi ai colpi al fianco che non mancano mai nello scorrere dei giorni. Così come, ci sprona ancora l’autore, ciascuno ha la sua storia. Una storia in discesa ed in ascesa, una storia in bilico e una storia di certezze, una storia che talvolta si interseca alle altre, una storia che talvolta è e resta parallela a quegli incontri che sono determinanti nell’esistenza. Un destino, a cui non è possibile sottrarsi, perché la storia, se mixata al proprio “pesce” piano piano riporta lì, a quel quadro dipinto e ricco di colori.
Con “Il mare dove non si tocca”, Fabio Genovesi si mette a nudo raccontandoci e romanzandoci quella che è stata la sua infanzia, ma anche destinandoci di riflessioni e di analisi che lasciano il segno. Al tutto si somma uno stile che si conforma perfettamente all’età del personaggio delineato, uno stile fluente che conduce, che non lascia spazi e che non molla sino alla conclusione dell’opera. A completezza, ancora, si inseriscono attimi di pura ilarità e genialità, dove, eroi indiscussi sono gli zii e le avventure che li vedono protagonisti.
Tra tutte le opere a sua firma, certamente, questa nuova proposta editoriale, è tra le migliori e merita di essere letta. Un poco alla volta, o tutta d’un fiato, ma non delude.
In conclusione: esilarante, riflessivo, indelebile.

«Poi però l’ho capito che l’anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella e più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre. […] Per farlo vergognare di avermi chiamato pazzo. Perché pazzi erano quelli che le decidevano le guerre e ci mandavano a morire le persone. [..] Però lui non aveva ragione, e magari non ce l’avevo nemmeno io, ma chi se ne frega. E’ per avere ragione che cominciano le guerre, poi a forza di bombe e cannoni te lo scordi e sono solo medaglie sul peto e morti sottoterra. E allora sarò strano, sarò pazzo, non lo so e non mi importa. So solo che lascio il modulo com’è, sbagliato e giusto insieme, e corro giù. Una stesa di scale e la strada, e la mia storia vola già da un’altra parte.»

Il commesso viaggiatore - Arnaldur Indriðason

Pubblicato in lingua originale nel 2015 con il titolo di "Þýska húsið", Il commesso viaggiatore non appartiene alla serie del commissario Erlendur Sveinsson e arriva nelle librerie italiane con la traduzione di Alessandro Storti.

Arnaldur Indridason è uno dei massimi autori di genere giallo del Grande Nord e ormai non deve dimostrare più nulla a nessuno: due premi Glasnyckeln consecutivi (per "Sotto la città" e "La signora in verde"), un Grand prix de littérature policière (per "La voce"), un Barry per "Un corpo nel lago" e il prestigioso Gold Dagger Award sempre per "La signora in verde" sono solo alcuni dei trofei che testimoniano l’alta qualità delle sue opere.

E ben venga quindi questo "Il commesso viaggiatore" che, slegato dalla serie di grande successo di Indridason, permette all’autore di esplorare nuovi territori immergendo il lettore in un 1941 islandese poco esplorato dalla letteratura e di conseguenza poco noto a tutti noi.
È obbligatoria la presenza di soldati e svastiche, ma Arnaldur Indridason riesce a evitare alcune delle trappole più tipiche di una scelta tematica del genere, vuoi per via dell’ambientazione vuoi per la scelta dell’insolita e azzeccata coppia di protagonisti.

Islanda, 1941. La Seconda guerra mondiale è ormai in corso da tempo e la neutrale Islanda passa da un’occupazione all’altra: prima l’Inghilterra e ora gli USA. Gli americani, come da tradizione, si pensano superiori a qualsiasi altra nazione e hanno scarso rispetto per gli islandesi. Anche per via dell’interesse e curiosità che le ragazze dell’isola mostrano nei confronti degli americani, possibile viatico per una vita migliore altrove, la tensione fra occupanti e occupati è sempre molto alta.
Detta tensione culmina con l’omicidio di un commesso viaggiatore apparentemente innocuo e irreprensibile. L’uomo viene rinvenuto cadavere in un appartamento di Reykjavík, freddato da un colpo di pistola in testa e con una svastica incisa in fronte. IL fatto che il proiettile sia di fabbricazione statunitense non aiuta certo il distendersi della tensione e il quadro si complica ancora di più con la scoperta che il proprietario del luogo del delitto, tale Felix Lunden, è figlio di un medico tedesco dalle malcelate simpatie naziste.
Per un caso del genere servirebbe un poliziotto esperto ma a investigare troviamo Flóvent, il solo agente rimasto in forze alla polizia locale in seguito allo scoppio del conflitto. Flóvent è giovane e pieno di energia e buona volontà, ma le alte sfere preferiscono non correre rischi e gli affiancano un altro giovane, Thorson, un canadese di origini islandesi appartenente alla polizia militare.

Questa giovane, irruente, inesperta e dinamica coppia dovrà quindi imparare a muoversi con circospezione in una indagine nella quale a ogni mossa si rischia di offendere qualche parte in causa, fino alla sorprendente soluzione del caso.
"Il commesso viaggiatore" è il primo titolo di una futura serie di Arnaldur Indridason che, per forza di cose, sarà ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e nel dopoguerra islandese.

Pane - Maurizio De Giovanni

"Pane (per i Bastardi di Pizzofalcone)" è l’ultimo libro edito da Maurizio De Giovanni, con protagonisti i Bastardi di Pizzofalcone. Chi sono i Bastardi? Sono uomini e donne capaci, abili, intelligenti, poliziotti "segnati", ovvero hanno tutti commesso errori o sono stati coinvolti in situazioni che li hanno pesantemente contraddistinti. E per punizione sono stati mandati dai superiori in un commissariato difficile, in odore di chiusura. Certi di poterli definitivamente sconfiggere. Ma ciò non accade: "i Bastardi" scoprono un perfetto gioco di squadra, frutto di abilità e di certe conoscenze in campo investigativo, e con lo stupore di tutti risolvono gli enigmi.
In questo caso la vittima è un panettiere, trovato morto di prima mattina fuori dal suo forno. Gli hanno sparato. Siccome qualche anno prima era stato testimone di giustizia in un processo di mafia, per poi ritrattare, immediatamente si tenta di rubricarlo come omicidio, frutto di una vendetta mafiosa. Interviene l’Antimafia; ma l’ispettore Lojacono si accorge subito di alcune incongruenze con le caratteristiche tipiche di questi tipi di uccisione. E allora: "Buona caccia, Bastardi! Aragona si illuminò. Buona caccia, Bastardi. Madò! Quanto mi piace!”. Parallelamente si apre un’altra inchiesta: una denuncia per stalking sottoscritta da uno studente universitario nei confronti della sua ex fidanzata. Ma anche qui qualcosa non torna perchè quest’ultima è bellissima, mentre lui..."
Sullo sfondo le meraviglie della città partenopea.
Chi legge per la prima volta questa serie, iniziata nel 2013, nota che ogni storia è conclusiva, con alcuni fili narrativi che percorrono l’intera sequela. Esiste sempre un prologo favolistico, un corpo centrale, e uno finale. Qui il primo è la storia del Principe dell’Alba che il panettiere racconta al nipote Totò, a cui è assegnato l’onore di tenere vivo il lievito madre. Il cuore è una sorta di epifania: una carrellata di chi non ha il pane; e il finale svela che i napoletani confessano i propri crimini la domenica, e non confesso oltre. "La domenica è senza pane. La domenica i forni rimangono chiusi, e se volete pane fresco dovete procurarvelo da un’altra parte, ma non sarà lo stesso. Non succede mai niente di domenica; ma se qualcosa succede, è in modo imprevisto".
Al di sopra di tutto ciò, l’amore, in tutte le sue sfaccettature e dimensioni. L’amore è una costante mascherata di tutto il romanzo, lo percorre interamente, in lungo e in largo. L’amore malato dello stalking, l’amore al di là dei pregiudizi e delle convenzioni. L’amore frutto di continui turbamenti e conflitti negli animi dei protagonisti. L’amore per la persona amata, perseguito fino all’ultimo istante, cercato e trovato in ogni modo e momento, che non si cura di nulla e di nessuno.
Una lettura pregnante, intrigante, molto commovente a tratti.

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