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Diario di un parroco del lago - Gianni Clerici

Gianni Clerici, una delle firme più celebri del giornalismo sportivo italiano e non solo, tra i massimi esperti di tennis, è anche un raffinato scrittore. Ora torna nelle librerie con “Diario di un parroco del lago”. Il titolo riecheggia un po’ Georges Bernanos, con il suo “Diario di un curato di campagna” qui, però, non troviamo un diario scritto con cadenza ordinata e quotidiana ma riflessioni che narrano, in specie, la vita di un piccolo paese sulle rive del lago di Como nel secondo dopoguerra.

Giovanni Castelli è il parroco, l’io-narrante: non ha ancora trent’anni e proviene da una famiglia facoltosa, proprietaria di una delle maggiori seterie comasche, pensando ai genitori, ricorda l’uno:

“deluso per la mia scelta religiosa (…) invece di aiutarlo nei commerci che non sono fatti con l’unico scopo del guadagno ma anche di far del bene, e distribuire la giustizia”.

e l’altra:

“La mamma, impegnatissima e soddisfatta dei suoi bridge, delle sue attività benefiche di donna delle Orsoline, e della Società per i Gatti abbandonati”.

La guerra si è conclusa da poco, e il giovane viene assegnato a una piccola parrocchia a Lezzeno, sulle rive del lago, ove:

“un importante attrattiva del lago è la quantità di belle case che si raggruppano intorno alle coste. Si può credere che da nessun’altra parte si possa trovare un tale Paradiso di sereno riposo”.

La miseria e la fame sono condizioni usuali, al punto che il contrabbando di sigarette è l’attività principale di sostentamento delle famiglie:

“significa, per chi lo pratica, un’attività simile alle altre, a tutti i duri lavori che servono per sfamarsi, restare in vita, “tirare innanz”, come si dice qui”.

Sono storie che avvengono fuori dalla vista: nella notte, nelle “bricolle” (i sacchi dei contrabbandieri), nel confessionale, in case di gente taciturna, su “battell”, (piccole barche), tra una sponda e l’altra. Il parroco compie, sempre, nei confronti dei suoi parrocchiani, un’opera di mediazione. Si caccia, a volte senza volerlo, sempre in mezzo: fra uomini e donne, fra genitori e figli, fra contrabbandieri e finanzieri, fra notabili e gente minuta. Sono semplici scene che dipingono una comunità variegata dove la gente è molta ma spesso restia, silenziosa, vive di reticenze, e di

“si è sempre fatto così”
immutabile, ferma, a tratti anche ostica. Sono fotogrammi di una pellicola unica: la storia di un uomo di chiesa e della gente di paese che gli si affeziona e gli si stringe attorno. Dunque una galleria di personaggi semplici ma, in quanto tali, unici, molto ben caratterizzati, anche grazie all’impasto linguistico dialettale che conferisce alla narrazione un tono realistico e fascinoso.

Buona lettura!

Mio padre, il pornografo - Chris Offutt

La recente uscita della versione italiana di My father, the pornorgrapher. A memoir (2016) per Minimum fax (Mio padre, il pornografo, 2019) rappresenta una buona occasione per tentare un’incursione nella narrativa dell’americano Chris Offutt. Come rivelato dalla raccolta di racconti Nelle terre di nessuno (1992-2017) e poi dal romanzo Country Dark (2018), a fare da protagonista è un Kentucky marginale e insidioso, una presenza tanto ingombrante quanto silenziosa e dolorosamente affascinante. Dai fitti boschi di questo territorio quasi sconosciuto Offutt trae la linfa per modellare una narrazione snella e priva di retorica. Questo, infatti, è il primo fattore che si apprezza leggendo i suoi libri: una sintassi asciutta e agile che talvolta rasenta-salvo poi distaccarsene immediatamente, per non subirne il fascino-la vena poetica.

In Country Dark, per esempio, si trova una scrittura imbrigliata entro frasi concise che contraddicono l’oscurità cui il titolo sembra fare riferimento. Il protagonista del romanzo è un ex-soldato tornato dalla guerra di Corea («la guerra dimenticata») dove ha imparato a sparare e ad uccidere.

Scaltro e affezionato alle armi, Tucker accetta la violenza come una delle tante sfaccettature di questo mondo: «dove era cresciuto le armi erano comuni come i badili ma per la sua carabina M1 aveva nutrito un affetto sincero». L’incipit narrativo coincide con un incontro surreale: un camionista dà un passaggio a Tucker, costringendolo a bere whisky nel suo pick-up mentre gli punta una pistola addosso. Da questo momento il protagonista decide di mantenere alta l’attenzione, come se l’America si fosse improvvisamente trasformata in una pericolosa zona di guerra. Così, con il coltello fissato alla cintura e una pistola, si dirige finalmente verso casa, nel Kentucky.

Come succede in altri punti del romanzo, il racconto dell’azione si coniuga, sul piano stilistico, con un lirismo perfettamente calibrato in cui si specchia una delle facce della personalità di Tucker. Se da una parte maneggia con destrezza armi e coltelli, dall’altra è un romantico: «Tucker aveva sentito la mancanza della nuda distesa del cielo notturno, del grappolo delle Sette Sorelle, della Spada di Orione e dell’Orsa Maggiore che indicava il Nord. La luna era gibbosa, quasi non si vedeva, come se l’avessero presa a morsi». Non è sbagliato impiegare un termine come romanticismo per descrivere la dedizione e il senso di meraviglia di Tucker per il mondo naturale, sentimenti che, uniti ad una ferinità animalesca e ad un realismo spietato, condensano gli aspetti contraddittori di un ambiente sprofondato nel suo isolamento.

A discapito di un’associazione tra darkness e natura, bisogna puntualizzare che quest’ultima è la sola presenza affidabile all’interno di un mondo pervaso da insidie. Gli avvenimenti, distribuiti su quattro fasce cronologiche, ognuna corrispondente ad un anno preciso (1954, 1964, 1965, 1971), si riducono in sostanza al ritorno nel Kentucky, l’innamoramento e il matrimonio, l’attività di contrabbando di alcol cui Tucker si dedica per mantenere la famiglia, la prigionia, l’uccisione di alcune persone.

Al di sopra e al di là di questi eventi campeggia la Natura, una presenza costante e regolare cui sembra contrapposta la vita umana, che qui appare come l’evoluzione di macabri imprevisti. Sulla via per tornare a casa, sempre all’erta come un soldato-tanto che allestisce un vero e proprio «accampamento» nel bosco, dove scuoia e mangia un serpente-Tucker si imbatte in una circostanza annunciata da una «mancanza di suoni»: «gli uccelli non cantavano più». Come un augure legge i segni naturali, prima di agire Tucker fiuta l’aria e studia le orme impresse sul terriccio del bosco.

Così capisce che c’è qualcosa che non va: «ascoltò attentamente, girando la testa di scatto in direzioni diverse, annusando l’aria. Il suo corpo si rilassò d’istinto, una caratteristica che aveva sviluppato in combattimento». Si accorge così della presenza di una donna-la sua futura moglie-che riesce a salvare dalle grinfie di uno zio molestatore («l’uomo la prese per i capelli, le diede uno strattone all’indietro e la costrinse a mettersi a quattro zampe») a suon di pugni e sassate. È in questa situazione funesta che Tucker conosce la donna della sua vita, Rhonda, la cui bellezza lo porta ad «abbassare gli occhi». Immediatamente invaghitosi di lei,

«si sentiva come se a un tratto avesse fame di un cibo del quale aveva sempre ignorato l’esistenza. La tenne vicino a sé, senza muoversi. Le braccia e le gambe gli formicolavano come attraversate da una modesta corrente elettrica. Non si era mai sentito così tranquillo. Sperò che il temporale continuasse, che aumentasse di intensità, e prolungasse questa nuova idea di se stesso, dove ogni cellula era consapevole della bellezza del mondo».

Nato come un miracolo, l’idillio subisce una battuta d’arresto con la nascita dei loro figli, i quali, come si legge nel capitolo dedicato all’anno ’64, presentano deformazioni e gravi disturbi cognitivi. La narrazione sembra qui fermarsi per riavvolgersi verso l’essenza oscura di un mistero indecifrabile (questa volta sì dark): Big Billy, il più piccolo, «aveva la testa deforme, tre volte più grossa del normale, e così pesante che non riusciva a muoverla». Nonostante la disabilità, Tucker ama incondizionatamente i propri figli, forse più di Rhonda, che si abbandona ad una grave crisi depressiva, perseguitata dal rimorso di non aver dato al marito un «figlio maschio normale». Se il tema della relazione tra padre e figlio appare in Country Dark come in filigrana, per farsene un’idea più precisa bisogna leggere Nelle terre di nessuno e, ovviamente, il memoir di recentissima pubblicazione.

Il grande tassello dell’ispirazione –e della formazione- di Chris Offutt è la figura paterna: Andrew J. Offutt, prolifico scrittore di romanzi pornografici cui il figlio dedica il memoir Mio padre, il pornografo. Proprio come i boschi del Kentucky e le storie in essi custodite, la figura paterna incarna per il figlio il mistero più impenetrabile. Sia il padre sia le colline rappresentano per Chris, almeno fino quando le due cose non vengono scisse in età adulta, due insopportabili prigioni. Quando, però, la lotta contro i due titani si sarà conclusa, il narratore, privato della minaccia che essi rappresentano (specialmente dopo la morte del padre), confessa che «senza le manette contro cui lottare, il mondo è una cosa enorme, e mette paura. Ho perso uno scopo, in un certo senso; una ragione per dimostrare quanto valgo».

Megalomane e irascibile, il padre percepisce la presenza dei figli e della moglie come delle presenze che interferiscono con la sua solitudine. La mostruosità associata alla prole di Tucker e Rhonda (Country Dark) può essere letta a posteriori come una versione caricaturale della consapevolezza, espressa qui in una limpida e roboante prima persona, di essere un intralcio alla felicità del padre. Di qui il desiderio di trovare un rifugio all’infuori del nido familiare:

«Gli alberi mi conoscevano, gli animali accettavano la mia presenza, ma alle pietre piacevo sul serio. Avevo bisogno di credere all’amicizia delle pietre perché papà spesso minacciava di portarmi nel seminterrato e uccidermi. Citava diversi metodi, ma il suo preferito era impiccarmi per i pollici, un destino che mi lasciava perplesso.»

Come poi appreso dal figlio, queste minacce erano il frutto di uno stravagante modo di scherzare e di educare, una peculiarità che, condita in altre salse, si trovava in Segatura, uno dei racconti di Nelle terre di nessuno: qui si legge di un padre che prima spara al cagnolino cresciuto in famiglia e poi si impicca in giardino dopo il tentativo fallito di guarirne un secondo. Ma veniamo ad una delle descrizioni imbastite da Chris Offutt:

«Mio padre era un uomo brillante, un vero iconoclasta, fiero e fiducioso in se stesso, un genio oscuro, egoista, crudele ed eternamente ottimista. […]Non aveva hobby, nessuna attività con cui distrarsi[…] scrittore pulp alla vecchia maniera, una macchina inarrestabile. Nel suo studio, a casa, c’era un cartello scritto a mano che diceva Fabbrica della scrittura: attenzione ai participi vaganti»

Come ci ricorda Offutt, che tra le altre cose ricostruisce una storia della narrativa pornografica in America, il successo di quella tipologia raggiunge il suo apice durante gli anni Settanta, un periodo che coincide con quello prolifico del padre: «solo nel 1972 pubblicò diciotto romanzi. Papà scriveva storie pornografiche coi pirati, di fantasmi, di fantascienza, coi vampiri, a sfondo storico, coi viaggi nel tempo, con gli agenti segreti, camuffate da thriller, oppure ad Atlantide. Un inedito ambientato nel Vecchio West si apre con una scena di sesso in un fienile, con un pistolero che si chiama Silenzioso Smith…».

L’evento che costringe Chris a fare i conti con un’enorme mole di inediti, appunti e lettere è proprio la morte del padre, in seguito alla quale l’autore diventa l’erede (l’unico, anche perché i fratelli ne sono disgustati) del suo archivio, uno studio zeppo di manoscritti, bozze, fumetti: «quasi una tonnellata di materiale». Con un ritmo di quattordici ore al giorno l’autore («diventai un vero e proprio burocrate del porno»)si trova davanti «quasi cinquecento manoscritti», suddivisi a seconda del genere con lo scopo di ricomporre i tasselli della stravagante archeologia paterna. Quello che salta agli occhi del figlio è l’interesse per tutti i sottogeneri del porno e, in special modo, quelli che vedono la donna sadicamente sottomessa, un fattore che genera nel figlio non solo vergogna ma un improvviso calo del desiderio, tanto da fargli ammettere di aver perso la propria moglie, caduta nelle mani di «tori più giovani».

Si trova così, bombardato da contenuti erotici, a catalogare un «eccesso di sottogeneri»: «pornografia agricola», «western», «hollywoodiana», «pony training e schiavizzazione […] questo era lui-quello che gli piaceva, quello che raccoglieva, quello che scriveva. Ero riconoscente per la totale assenza di pedofilia». La presenza ingombrante di questo padre, che arriva ad inibire il desiderio del figlio, molto ricorda la figura paterna tratteggiata da Kafka nella sua Lettera: tiranno, inetto, eloquente ed operoso.

Per non parlare dei tentativi falliti di matrimonio che Franza Kafka rinfaccia al padre, un buon termine di paragone per leggere il desiderio prosciugato del nostro narratore. A differenza di Hermann Kafka, però, Andrew Offutt è uno scrittore e con questo fattore Chris è costretto a misurarsi, partendo dalle regole di casa: nessuno può permettersi di disturbare il padre mentre scrive. Così, la scrittura modula i ritmi casalinghi e permea di sé cose e orari. Allora, come per una sorta di circolo vizioso, Offutt figlio comincia sin da bambino ad oliare gli ingranaggi della scrittura sia per ottenere l’attenzione e l’ammirazione del padre, sia per superarlo.

Così, sin dalla quarta elementare la narrativa diventa «un’arma contro il mondo», così come la lettura si trasforma da strumento di istruzione alla «principale via di fuga» da un padre sulle cui orme il figlio ha deciso di incamminarsi trascinandosi dietro carta e penna per il resto della vita: «un’abitudine che coltivo da quasi cinquant’anni». Dunque, solo dopo avere ereditato il mestiere del padre, Chris Offutt ha potuto offrirci un elegante affresco della lotta per liberarsene, creando infine «un personaggio».

Doppia verità - Michael Connelly

Doppia verità è un thriller dello scrittore statunitense Michael Connelly, pubblicato a febbraio 2019, con protagonista il detective Harry Bosch e l’avvocato con Mickey Haller. La verità può essere di due tipi. Quella che libera, e quella che uccide.

“Sapeva che al mondo ci sono due tipi di verità: quella inalterabile, su cui si fondavano la vita e la missione di una persona, e quella flessibile, la verità dei politici, dei ciarlatani, degli avvocati corrotti e dei loro clienti, che veniva piegata e modellata secondo scopi precisi.”

Harry Bosch non ha lasciato il LAPD, il dipartimento di polizia di Los Angeles dove ha lavorato per una vita, nel più felice dei modi. Ma è da un po’ che ha voltato pagina: si occupa di “casi freddi” per la polizia di San Fernando, piccola municipalità dell’area di Los Angeles, e gli va bene così. Scavare nel passato, alla ricerca di nuovi indizi in vecchi casi rimasti irrisolti, gli sembra la cosa più adatta a lui, in questo momento della sua vita.
Ma quando due farmacisti della cittadina vengono ammazzati nel loro negozio, il suo nuovo capo gli chiede una mano: e così, insieme alla detective Bella Lourdes, Bosch si ritrova coinvolto in un caso che di “freddo” ha ben poco.
Nel frattempo, però, il fantasma del LAPD torna a fargli visita: Preston Borders, omicida e stupratore che trent’anni fa Bosch assicurò al braccio della morte, ha presentato un ricorso. A quanto pare, ci sono nuove prove a favore della sua innocenza, e Bosch è nel mirino: non solo avrà bisogno del suo avvocato, Mickey Haller, per difendersi da accuse di incompetenza e inquinamento di prove, ma soprattutto, agli occhi del mondo, rischia di essere nient’altro che il poliziotto che ha mandato in prigione l’uomo sbagliato. A meno che, nei nove giorni di tempo prima che Borders venga scarcerato, Bosch non riesca a smontare il nuovo caso, e trovare altre prove della colpevolezza del detenuto. Al detective, lasciato solo anche dai suoi ex colleghi, non resta così che lottare per far valere l’unica verità che conta. Sapendo che in ballo stavolta c’è il suo stesso onore.

"Bosch era nella cella numero tre del vecchio carcere di San Fernando, e frugava tra i fascicoli del caso Esme Tavares, quando ricevette un sms da parte di Bella Lourdes, che si trovava in sala detective.
«Il LAPD e il procuratore distrettuale stanno venendo da te. Trevino gli ha detto dov’eri.»
All’inizio della settimana, Bosch era quasi sempre nello stesso posto: seduto alla sua scrivania improvvisata, una porta di legno presa in prestito dai Lavori Pubblici, posata in orizzontale su due pile di scatoloni. Rispose al messaggio di Lourdes, ringraziandola, aprì il menu applicazioni dello smartphone e accese il registratore. Quindi posò il telefono con lo schermo in giù sulla scrivania, coprendolo in parte con un fascicolo del caso Tavares. Era una mossa preventiva: non sapeva perché gente del dipartimento di polizia di Los Angeles e dell’ufficio del procuratore stesse venendo a cercarlo di lunedì mattina presto. Non aveva nemmeno ricevuto una telefonata di preavviso, anche se era vero che la connessione, dietro le sbarre d’acciaio della cella, era piuttosto difficoltosa. Ma sapeva che le visite a sorpresa spesso erano una mossa tattica.
I suoi rapporti con il LAPD, dopo il pensionamento forzato che era stato obbligato ad accettare tre anni prima, erano sempre tesi, e il suo avvocato gli aveva consigliato di tutelarsi documentando ogni interazione.
Mentre aspettava la visita, si rimise al lavoro. Stava esaminando le dichiarazioni rilasciate nelle settimane successive alla scomparsa di Tavares. Le aveva già lette, ma a suo parere spesso il segreto per risolvere i casi freddi si nascondeva nei vecchi fascicoli. Era tutto lì, se sapevi cosa cercare. Una discrepanza logica, una traccia poco visibile, un’affermazione contraddittoria, una nota scritta a mano a margine di un rapporto… Tutte quelle cose lo avevano aiutato molte volte, in quarant’anni di carriera..."

Blu come la notte - Simone van der Vlugt

“Blu come la notte” (Ponte alle Grazie 2016, titolo originale Nachblauw, traduzione di Laura Pignatti) è un romanzo storico di Simone van der Vlugt una delle più prolifiche e acclamate autrici olandesi, che ha pubblicato libri per ragazzi e thriller. Nata nel 1966, vive ad Alkmaar con il marito e due figli.

Nel 1654, la bionda e attraente venticinquenne Catrijn Barentsdochter, rimasta da poco vedova di Govert, marito violento e spesso ubriaco, era da poco giunta a Delft, cittadina situata nella provincia dell’Olanda Meridionale. La giovane donna proveniva da un piccolo villaggio e la sua intenzione era “rifarmi una vita in città” mentre il suo sogno consisteva nel dipingere vasellame per mettere in piedi un’attività tutta sua. La piccola Catrijn decorava i mobili con il succo di rape rosse e prima di sposarsi, adornava, dipingendoli, mobili e piatti. Ad Amsterdam, dove la ragazza aveva lavorato come governante, aveva avuto il privilegio di incontrare Rembrandt, il massimo pittore del momento, e di ammirare i suoi quadri:

“il modo in cui riproduce la luce nei quadri è geniale”.

La città che la accoglieva “con i canali e le case dai timpani a gradoni”, stava per vivere un periodo di grande splendore artistico e commerciale, il Secolo d’oro, che avrebbe compreso i Paesi Bassi. Infatti la risoluta e abile Catrijn aveva trovato lavoro presso Evan van Nulandt, il quale possedeva un negozio e un laboratorio di ceramiche. Il suo compito consisteva nel dipingere le maioliche. Il grande talento e l’occhio da pittrice della ragazza erano destinati a intrecciarsi con la nascente ceramica bianca e blu. Anche l’amore aspettava Catrijn apparso nelle sembianze dell’affascinante Mattias:

“a lungo continuo a sentire il suo odore intorno a me e il calore della sua bocca”.

Una figura di donna moderna e intelligente illumina una narrazione in cui l’arte è protagonista grazie al “vero blu di Delft, tuttora un prodotto prezioso, molto amato all’estero”, colore intenso e bello, creato da maestri artigiani.

Nella postfazione Simone van der Vlugt ricorda che “le ceramiche blu di Delft entrarono in produzione pressoché all’improvviso attorno alla metà del Secolo d’oro e nel giro di poco tempo divennero molto popolari. Chiunque voleva ostentare ricchezza e buon gusto se le procurava. L’importazione delle porcellane cinesi originali iniziò tra il 1620 e il 1647, ma fu interrotta dallo scoppio della guerra civile in Cina. Da quel momento in diverse città olandesi, in particolare Delft, Haarlem e Amsterdam, si cominciarono a produrre le ricercate maioliche”.

Per la stesura del volume Simone van der Vlugt ha seguito le lezioni di un pittore di ceramiche “così ora possiedo un pezzo di ceramica blu di Delft dipinto da me” e ha compiuto accurate ricerche per ricreare l’atmosfera di quella fiorente stagione olandese del XII Secolo.

“Come sempre quando dipingo, divento tutt’una con il pennello”.

Nato fuori legge - Trevor Noah

“Nato fuori legge”, l'autobiografia del dj, attore, comico e conduttore tv Trevor Noah, è un libro che documenta la situazione del Sudafrica durante l’apartheid, attraverso la storia di un ragazzo che, grazie all’amore di sua madre, riesce a sopravvivere alle leggi razziali, alla povertà, alle ingiustizie e alla violenza di una società che non sembra avere spazio per lui...

In un aggettivo ci si imbatte spesso leggendo le recensioni di libri o di film: "necessario". Un prodotto culturale può essere necessario per diversi motivi: perché ci svela fatti di cui non eravamo a conoscenza, perché ci apre gli occhi, ci fa riflettere, ci aiuta a migliorare. Di solito un libro necessario è anche un libro che dovrebbe essere letto nelle classi, per sensibilizzare gli studenti e insegnare loro importanti lezioni di vita. Un libro necessario è il più delle volte una lettura edificante, una di quelle che, appena conclusa l’ultima pagina, prendendo un respiro, ti fa sentire diverso, ti fa pensare: «ne è valsa la pena».

Ecco, se non fosse un’espressione abusata, non si potrebbe definire diversamente Nato fuori legge, l’autobiografia del dj, attore, comico e conduttore tv Trevor Noah, pubblicata da Ponte alle Grazie con la traduzione di Andrea Carlo Cappi. E non solo perché documenta – con leggerezza e precisione – la situazione del Sudafrica durante l’apartheid (argomento che in Italia non si studia con sufficiente attenzione), ma perché è il racconto dell’infanzia di un ragazzo che, grazie all’amore di sua madre, riesce a sopravvivere alle leggi razziali, alla povertà, alle ingiustizie e alla violenza di una società che non sembra avere spazio per lui.

Perché se è vero che durante l’apartheid la vita per i neri era un inferno, per quelli come Trevor – meticcio, nato da madre nera e da padre bianco – lo è ancora di più. Perché in un mondo in cui esiste il razzismo, i gruppi si dividono secondo schieramenti cromatici e Trevor non sa a quale appartenere. Non sa in quale classe andare, in quale zona del cortile fermarsi durante l’intervallo, a quale ragazza chiedere di uscire il giorno di San Valentino. E non sembrano esserci alternative: “A un certo punto bisogna scegliere. O nero o bianco. Prendere posizione. Puoi cercare di nasconderti. Puoi dire ‘Oh io non prendo le parti di nessuno’, ma presto o tardi la vita ti costringe a farlo”.

«Un’avventura umana intensa». Fabio Geda
«La strepitosa storia di Trevor Noah». Gad Lerner
«La stupidità del razzismo si combatte con l’ironia». Marco Aime
«Una immensa storia d’amore filiale». Alberto Rollo

108 metri - Alberto Prunetti

“E ricorda bene anche te, che sai trovà a modino le parole e hai studiato le metafore e le sai misurà col calibro, ricorda che quel ferro t’ha sfamato e t’ha fatto studià. Càntagliele sode e vedi di raccontalla per le rime la nostra storia… Ora tocca a voi doventà i padri”, dice così Quattr’etti ad Alberto, quando torna dall’Inghilterra con un sacco pieno di storie e un po’ bel di delusioni, di sogni traditi, e in questa frase si trova molto di 108 metri. The new working class hero: la centralità del racconto, la necessità di creare un’epica della classe lavoratrice che sappia parlare di e a un noi vasto, plurale, internazionale; c’è il lavoro sulla lingua, con il tentativo di calcare i moduli dell’oralità, aprendola a regionalismi, dialetti, idiomi diversi; c’è il ferro, intorno al quale da secoli gli abitanti di Piombino e dintorni hanno fuso la loro identità; c’è lo studio, il mito – tradito – della mobilità sociale; c’è la visione della cultura che fu di un dato momento storico e che oggi sembra superata, svalutata, un fossile; e poi c’è lo spettro della paternità, un cruccio intorno a cui molti scrittori oggi lavorano.

Con 108 metri, (dimensione in centimetri dei binari che si producevano a Piombino), Prunetti torna a fare sentire la propria voce dopo il successo di Amianto (Alegre, 2014 – “L’Indice” 2013 n.2), in maniera più consapevole, matura e diversa; il primo dato che colpisce è l’abbandono della ricostruzione documentaria; in Amianto l’autore e l’editore avevano scelto, per esempio, d’includere le fotografie del padre Renato, la cui malattia rappresenta il nodo tematico centrale, oppure vi era un intero capitolo dedicato all’iter giudiziario della famiglia Prunetti per vedere riconosciuti i “benefici” dei lavoratori esposti all’amianto, e dove erano presenti numeri, date, elenchi di nomi e decreti legge. Nel nuovo volume Renato è ancora presente, così come la brutta malattia, ma stavolta il racconto prende un’altra piega, meno documentaristica e più inventiva; la letteratura inglese d’avventura funziona da modello, Stevenson in particolare, da cui deriva l’energia creativa e lo slancio per raccontare le avventure di una nuova working class internazionale, rappresentata come una ciurma che si riunisce intorno a un giuramento, non di pirati, ma di “cuochi del Regno Unito”, icona dello sfruttamento lavorativo contemporaneo, che si dichiarano disposti a pugnare “i famigerati pathogenic bacteria” e altri simili felloni che rischiano di piegare i sudditi di Sua Maestà. Si deve principalmente a questa ascendenza letteraria il tono baldanzoso e fin quasi spaccone, gagliardo e esuberante di uno dei pochi testi italiani che racconta il lavoro senza cedere alla retorica della sconfitta, della rinuncia, dei vinti, ma al contrario avanzando pretese a voce alta, facendo risuonare minacce come non si leggeva da alcuni decenni (la citazione in esergo recita: “Finalmente una chiave inglese: se va bene serve a girare i bulloni e svitare, se no, calata di taglio, spacca”).

Non solo romanzo d’avventura:

Interpretare 108 metri solo come un romanzo in cui la classe lavoratrice ritrova la sua energia vitale è però riduttivo, perché Prunetti lavora moltissimo anche sulla forma: le vagabondaggini del protagonista sono raccontate attraverso un intreccio d’idiomi sapiente e singolare: francese, inglese, italiano, spagnolo, latino, toscano, napoletano e altri dialetti sono mescolati talvolta nello stesso paragrafo restituendo al lettore una koiné che è propria dei lavoratori contemporanei, costretti a mettersi alla ricerca del lavoro perduto portando nel bagagliaio lingue alla rinfusa, tutte approssimative.
Altro aspetto formale curato con attenzione è la gestione dei modelli letterari. Si è visto come il giuramento dei lavoratori-pirati introduca i codici del romanzo d’avventura, ma nel testo sono presenti anche pagine d’ispirazione realistica o che si rifanno al genere horror (di matrice anglosassone, stavolta Lovecraft), le quali immettono nella prosa elementi surreali. Questa ultima scelta è funzionale alla volontà dell’autore di portare la sua battaglia verbale nel cuore stesso del sistema neoliberale: l’Inghilterra dei primi anni ottanta, quella grigia e dura dell’Iron lady, che Prunetti decide di annoverare tra i personaggi trasfigurandola in forme varie e mostruose; il primo ministro inglese diventa così un “sinistro idolo”, poi un “feticcio”, altrove la “dea Kali”, oppure si cela dietro una “testa di polpo”, manifestando la sua presenza attraverso influssi magici, ma soprattutto con un nauseabondo lezzo che getta il narratore in una realtà altra, in preda ad allucinazioni e malessere fisico.

108 metri aggiunge un altro tassello alla letteratura sul lavoro che dalla metà degli anni novanta si sta producendo in Italia, una ventata di aria fresca che propone un nuovo approccio al tema e nuovi riferimenti, letterari ma non solo, cercando soprattutto di cantare la storia di una classe sociale che non è mai scomparsa, ma che anzi, condivide più di quanto sospetta.

Città irreale - Cristina Marconi

Città irreale (Ponte alle Grazie), il romanzo d’esordio della giornalista Cristina Marconi (nella foto di Alessandro Mariscalco, ndr), racconta la storia che in molti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato: cosa sarebbe successo se, invece di restare in Italia, avessimo deciso di partire per Londra e ricominciare da zero?

Pensiamoci. Probabilmente avremmo dovuto lasciare un lavoro, spezzare i legami, abbandonare la quotidianità. Avremmo dovuto cancellare anni di università e master, nonché progetti, ambizioni, desideri, per ricollocarci in una società in cui l’unico posto disponibile sembra essere quello nelle retrovie; quello di chi a malapena conosce la lingua, quello di chi è appena arrivato e non ha niente.

Dopotutto è un frase che si sente di continuo: ma cosa ci stai a fare qui in Italia? Vai all’estero, tu che sei giovane. Qui non c’è lavoro, non c’è speranza.

Iniziano a dirtelo quando fai l’ultimo anno del liceo e cominci a fantasticare sulle prospettive che potrebbero disegnare il tuo futuro. Continuano a ripetertelo con biasimo quando ammetti, con un po’ di pudore, di aver scelto di rimanere per frequentare un’università italiana. E ancora, durante tutto il periodo di studi, sopraggiungono voci, più o meno autorevoli, che ti spronano a scappare via, che tanto qui non c’è niente, non ci sono possibilità, mettitelo bene in testa.

E allora, a un certo punto, è possibile che tu possa pensare davvero che la soluzione migliore sia andarsene. Ti sei guardato intorno: nessuno (o quasi) dei tuoi amici è riuscito a realizzare i propri obiettivi, e chi sembra avercela fatta è frustrato, stanco, infelice. Tanti continuano a lottare disperatamente per un contratto a tempo indeterminato che probabilmente non arriverà mai; sopportano da anni una paga misera per un lavoro estenuante, nell’illusione che un giorno tutto questo cambierà. Ma tu lo sai che non è così, per questo decidi di trasferirti.

Proprio come Alina, che viene da Roma e che di anni ne ha 27. Londra per lei è molto più che una meta da raggiungere: è la possibilità di essere libera, di ricominciare davvero tutto da capo. E dire che a Roma non se la passava neanche tanto male. Aveva un ottimo lavoro e, se fosse stata paziente come tanti dei suoi colleghi, piano piano sarebbe riuscita a crescere o, come si dice, a fare carriera.

Ma Alina ha capito che quella vita non avrebbe mai potuto renderla felice: guarda la sua responsabile e spera di non diventare mai come lei; ascolta le conversazioni dei suoi amici e non si sente compresa. Ha qualcosa che le brucia dentro, qualcosa che assomiglia all’ambizione, alla voglia di distinguersi da tutti gli altri. Qualcosa che in Italia, forse, non potrebbe mai trovare sfogo. E ora che lo sa, non c’è niente che possa trattenerla.

Nemmeno il cibo? Il clima mite? Le abitudini?, le chiedono gli altri, scettici e forse invidiosi. Sei proprio sicura di volertene andare? Io non ce la farei mai. Lo insinuano con un po’ di cattiveria, quasi con la speranza che Alina possa fallire e tornare indietro.

Ma lei è decisa. Non le mancherà il cibo, in fondo la pioggia non è poi così male e, per quanto riguarda le abitudini, se ne potrà sempre costruire di nuove. Non le importa di dover assumere un ruolo che non equivale alla sua formazione. Se vivere a Londra significa retrocedere e passare la giornata a riempire file Excel, che ben venga. Ben vengano anche le serate trascorse con estranei a chiacchierare del nulla, senza riuscire a instaurare mai un legame sincero e duraturo. Come quello con Iain, un ragazzo scozzese buono e responsabile, che sulla carta sembra essere tutto quello che Alina ha sempre desiderato, ma che è destinato a dissolversi perché avere una relazione significa sempre, in qualche modo, rinunciare alla propria libertà.

E per quella libertà Alina, come molti degli italiani che riempiono le strade di Londra, ha messo in gioco tutto. Si è allontanata dalla sua terra – che monitora con nostalgia dalle foto sui social – dalla sua famiglia, dalla sua lingua, e adesso vive in una città fluida, irreale. Una città dove c’è tutto e dove tutto può essere realizzato, anche se il prezzo da pagare è molto alto.

Con una prosa scorrevole e piana, e una struttura che oscilla tra un prima e un dopo Brexit, Cristina Marconi evoca i fantasmi di una delle (ex?) mete più ambite degli italiani che emigrano all’estero, raccontando la storia di chi scappa perché non può restare, la storia di chi si è rassegnato davanti alla consapevolezza che la fuga non è solo l’ultima soluzione, ma anche l’unica.

Buona lettura.

La ballata dei sassi - Carlos Solito

Due destini attratti dal paesaggio della città di Matera, capitale europea della cultura 2019. Un incontro di anime in un duplice viaggio in cui si rimane incantati dalla bellezza e dove i protagonisti di bellezza vogliono vivere. Arte e sacro, profano e ancestrale fanno da cornice a La Ballata dei Sassi, edizione Sperling & Kupfer, ultima opera letteraria dell’autore, fotografo e regista di Grottaglie Carlos Solito che, come nei precedenti lavori, da contemporaneo cantastorie, accompagna il lettore in un tour magico, questa volta nella natura lucana, dopo aver raccontato in un road trip emozionante e avventuroso il Salento ne Sciamenescià.

Nel libro torna a rivivere la Gagliano di Cristo si è fermato a Eboli del romanzo autobiografico scritto da Carlo Levi. Ettore è fuggito dal Sud e ha conquistato Milano con una carriera di successo facendo della sua professione l’unica ragione di vita. I sogni nel cassetto, la voglia di riuscire e sfidare il mondo con il suo talento e quella rabbia in corpo inespressa sono stati il motore che lo hanno spinto ad abbandonare tutto migrando verso la metropoli del Nord. Ma una volta conquistata la notorietà e raggiunti i suoi obiettivi lavorativi tutto questo per il protagonista sembra non avere più senso. Ha bisogno di ritornare alle origini, nel luogo dal quale era partito perché la paura gli ha aperto gli occhi e il bisogno di rinascere di nuovo si è acceso in lui. La Murgia, il vento e i sapori di un tempo e la macchina da scrivere che gli aveva regalato suo nonno “Il Grigio” diventano la sola via di fuga per ricordare quella saggezza fatta di silenzi e riscoprire se stesso in una lunga notte di luna piena che illumina Matera e la case costruite sul tufo come in un piccolo presepe permanente.

Maria con le parole ci lavora, le mescola sapientemente. Trova sempre il modo per raccontare, narrare, incuriosire il lettore. Ma ha il rammarico di non aver saputo esprimere i suoi sentimenti al momento giusto, quando quegli occhi in un incontro inaspettato le parlavano d’amore, ma lei è scappata senza riuscire a mettere a nudo il suo cuore. E forse di non aver saputo leggere gli occhi dell’altro. Nella ballata letteraria di solito il faro della speranza riaccende il desiderio di Maria che è sempre alla ricerca di nuove storie da scrivere e pubblicare. Sarà lei a ritrovare altre poesie lasciate in un bar da un poeta misterioso.

Quasi una traccia da seguire, in una continua caccia al tesoro fatta di pathos e in cui ci sarà il modo di rincontrare l’amore perduto. E Maria, adesso, non ha alcuna intenzione di far spegnere la scintilla che ha dentro, diventando la lettrice della sua vita. Vivendo e scrivendo da autrice la fiaba che aspettava da tempo.

Cat Person - Kristen Roupenian

"Cat person", il racconto della trentaseienne Kristen Roupenian pubblicato dal "New Yorker", sta facendo discutere. Se all'apparenza può essere letto come il resoconto di un pessimo appuntamento, in realtà è una manifestazione piuttosto chiara di una serie di comportamenti fin troppo comuni nelle donne, specialmente giovani: si prendono la responsabilità delle emozioni del partner, cercando di non farlo arrabbiare o annoiare, e usano gran parte del loro tempo per fare in modo che tutti intorno siano felici, entrando in una spirale di sensi di colpa da cui escono con difficoltà...

La prima cosa da dire su Cat person, il testo di cui si parla in questi giorni non solo negli Usa, scritto dalla trentaseienne Kristen Roupenian e pubblicato dal New Yorker, è che si tratta di un racconto. Non un articolo, non un saggio, non un diario. Un racconto, con una struttura drammaturgica in tre atti, un protagonista ben definito che ha un problema e cerca di risolverlo. Niente di più classico, insomma. E come tale andrebbe analizzato, commentato, descritto.

Margot conosce Robert a lavoro. È più grande di lei, anche se all’inizio non sa esattamente di quanto; lui le chiede il numero di telefono e messaggiano, messaggiano, messaggiano. Lei freme per uscirci, e nei loro scambi via chat i lettori possono vedere tutte le tappe dell’evoluzione del rapporto tra i due sessi.

L’appuntamento va così così, lei se ne prende le colpe. Sarà perché gli ho dato l’aria di essere una snob? Ho detto o fatto qualcosa di sbagliato? È colpa mia se ho vent’anni e non posso entrare nel bar in cui lui mi ha portato? Lui la tranquillizza, la bacia. Il bacio è fastidioso, e lei si chiede come sia possibile che un uomo, chiaramente più grande di lei, non sappia baciare. Ma a questo lei soprassiede.

La domanda più importante, che ci si pone quando chi legge intuisce che l’autrice sta per andare a parare sul sesso, è: "io, donna, ho il diritto di rifiutarmi di avere un rapporto sessuale con un uomo che ho sedotto, perché mi sono resa conto troppo tardi del fatto che non mi piaccia, poi, granché?"

Sì, perché Margot, dopo tre birre, è eccitata e lasciva, ha voglia di fare l’amore, glielo fa capire. Robert la porta a casa sua, e in una scena-preludio in cui lui armeggia con le chiavi – le sue chiavi della sua casa – non riuscendo ad aprire subito la porta d’ingresso, noi lo vediamo più avanti, quando nudo, con il pancione peloso a pochi centimetri dalla faccia di Margot, traffica con il reggiseno, che proprio non riesce a slacciare. Fanno sesso, un sesso che lei reputa pietoso, un sesso volgare, e Margot prova disgusto, a tratti paura, ed esce da quella casa con un solo desiderio: non rivederlo mai più.

Cat person è un ottimo esempio della gestione del potere in entrambi i sessi. Margot messaggia con il suo Robert personale, la versione di lui che ha creato, un uomo che può capire, perdonare, coccolare. Robert, dal canto suo, dopo il rapporto sessuale avuto con lei prova a contattarla e, in seguito alla specifica richiesta di non sentirsi più, lui si mostra comprensivo: “Spero di non aver fatto niente che ti abbia messo a disagio”. E lei quasi si sente in colpa – di nuovo. Ma la colpa dura poco. Perché quando Robert la vede in un bar, un mese dopo, prova a ricontattarla, le scrive prima gentilmente, poi con aggressività crescente. Fino all’epilogo. Un pulito, freddo, rancoroso “Puttana”.

E il dibattito è normale conseguenza.

I terribili segreti di Maxwell Sim - Jonathan Coe

C’è tutta la tradizione letteraria britannica in questo bel libro di Jonathan Coe, “I terribili segreti di Maxwell Sim”, dall’ispirazione ai temi del romanzo picaresco, che dal settecento in poi ha dato un’impronta determinante allo sviluppo del novel fino ai giorni nostri, all’influenza palese, in alcuni episodi, della corrente gotica, la più idonea a creare quella atmosfera di suspense così gradita ai lettori. Né si può ignorare che uno dei temi centrali del romanzo sia il tentativo spasmodico di superare il conflitto padre-figlio, un diverso ma altrettanto efficace viaggio riconciliatore di Ulisse verso Telemaco e viceversa, sulle orme dell’insegnamento di Joyce.

Ma ciò che appare estremamente originale e interessante in questo romanzo è la struttura dell’opera, che non può né deve essere sottovalutata. Sulla scia dei “Four Quartets” di T. S. Eliot, che vengono ripetutamente citati perché versi cari al padre del protagonista Harold Sim, lui stesso poeta, il romanzo si sviluppa in quattro parti fondamentali, all’interno delle quali sono inserite quattro storie sottotitolate “Acqua: il disadattato”, “Terra:la buca delle ortiche”, “Fuoco:la fotografia piegata”, “Aria: The rising Sun”: i quattro elementi come quattro quartetti, leitmotiv del romanzo, quattro novels in the novel. L’ultimo capitolo, “Fairlight Beach”, riepiloga gli eventi e svela il vero significato dell’opera.

Al protagonista, Maxwell Sim, il cui nome è estremamente significativo, perché fa riferimento alla scheda telefonica, memoria di fatti, eventi, messaggi e spostamenti di ogni individuo che viva quest’epoca tecnologicamente avanzata, è affidato il compito di ripercorrere il passato durante il suo viaggio verso il futuro. Ed è qui che di nuovo ci si riporta ai “Four Quartets” di Eliot, i cui versi sono un chiaro riferimento alla teoria bergsoniana del tempo, fluire continuo di passato,presente e futuro, in cui ogni attimo di ciascuno è contenuto nell’altro. Dunque la memoria permette non solo di rivivere momenti passati, ma di procedere verso il futuro con maggiore consapevolezza e conoscenza.

La storia di Maxwell Sim, le sue vicende personali, i suoi rapporti con il padre, con le donne e con gli amici, il suo identificarsi con il navigatore solitario Donald Crowhurst, mistificatore e “disadattato”, non sono altro, tuttavia, nell’intento di Coe, che il mezzo per esplicitare una sorta di teoria del romanzo. Egli è il nucleo intorno al quale il romanziere raccoglie e sviluppa temi a lui cari, inserendo episodi, avvenimenti e riflessioni, tratti dall’esperienza personale. Dunque è anche questo il lavoro dell’artista: creare un’opera che abbia uno schema costruito quasi geometricamente, che possa comunque essere letta e recepita ai livelli più diversi, che tenga desta l’attenzione del lettore, senza risultare pedante o noiosa. E Coe vi è riuscito, una volta ancora, in maniera eccellente.

Una menzione particolare merita la copertina dell’edizione universale economica Feltrinelli, curata da Alessandro Lecis e Alessandra Panzeri, che contiene tutti i temi fondamentali del romanzo.

The Danish girl - David Ebershoff

"The danish girl" è ambientato agli inizi del Novecento a Copenaghen, i tempi non sono ancora quelli più indicati per i cambiamenti radicali, ma quando non ci si sente a proprio agio nelle vesti che s’indossano è giusto lottare per essere se stessi.

Quello che accade a due giovani pittori in un giorno che non faceva presagire nulla di differente da ciò che Einar e Greta vivevano quotidianamente. Quel mattino Greta chiede al marito il favore di posare per lei, in mancanza della sua modella, per finire un ritratto di una cantante d’opera.

Seppur restio inizialmente, Einar si convince e indossa gli abiti femminili che servono per ultimare il quadro. Il contatto della sua pelle con la stoffa morbida e avvolgente del vestito, lo affascina talmente tanto da turbarlo. Il passo è breve per far capire a Einar di avere dentro qualcosa di diverso da ciò che ha sempre espresso.
Einar innamorato della moglie, come lei, non avrebbe mai sospettato di poter essere attratto da un bisogno completamente differente legato alla sua sessualità.

Da quel gioco innocente cambia tutto ed Einar inizia a interpretare il ruolo di una donna persino in società, un po’ per scherzo un po’ per soddisfare la sua curiosità crescente verso quel lato nascosto di sé.

Il tempo passa e l’uomo si sente sempre più naturalmente felice a indossare vestiti femminili, a truccarsi e muoversi come una donna. La moglie capisce che qualcosa di grande sta per accadere, ma entrambi decidono di non affrontare l’argomento per non dover ammettere ciò che è evidente ormai da tanto a tutti e due. Questo significherebbe rompere il legame così saldo che hanno, dividersi e ricominciare una vita completamente diversa.

Einar però non riesce a non pensare alla donna che interpreta quando indossa i suoi panni e a quel ruolo che lo fa sentire felice. La moglie inoltre scopre che in passato Einar aveva baciato un suo amico e questo le rende ormai chiaro quale sarà il loro futuro.

Pur di non perderlo, la moglie asseconda le sue esigenze e gli lascia fare ciò che vuole, ma quando un medico visita Einar giunge alla conclusione che l’atteggiamento di Greta è sbagliato e che l’uomo sia malato.

I due non si arrendono e quando incontrano un luminare della medicina, un chirurgo con vedute ampie che vanno controcorrente rispetto al periodo storico in cui vivono, spiega che ci sono delle possibilità, che Einar potrebbe vivere la sua vera sessualità appieno.

L’uomo sarà così il primo a essere sottoposto a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale con non pochi problemi ovviamente e sarà anche il primo a essere identificato come transessuale.

The danish girl non solo ci racconta una storia vera, intensa che mostra l’importanza di esprimere se stessi incurante delle imposizioni sociali, ma ci immerge in un romanzo d’amore unico.
La figura di Greta è magica, abbiamo una donna combattuta tra il desiderio di avere al suo fianco l’uomo che ama e la voglia di realizzare il suo sogno, che è quello di diventare donna a tutti gli effetti.

Se inizialmente Greta ci può apparire fragile e indifesa, piegata al volere del suo uomo, nelle pagine successive del libro sarà evidente la forza interiore di questa ragazza che ama talmente tanto Einar da stargli accanto in questo cammino arduo e doloroso per entrambi che porta l’uomo a diventare Lili Elbe.

Il tutto avviene poi in un ambiente altolocato e bigotto, che porta i due protagonisti a dover combattere contro pregiudizi e malelingue, in una società di inizio Novecento ancora restio, se non proprio contrario, a manifestazioni di questo tipo.

La magia della storia si ritrova proprio nel grande amore che lega Einar e Greta, talmente intenso che per molto tempo entrambi si mettono da parte per dare spazio all’altro e vederlo felice.

Il film riporta fedelmente sia la storia del romanzo di David Ebershoff sia lo spirito intimista e coinvolgente di questo legame puro. Con il libro avremo modo di guardare con maggiore sensibilità all’omosessualità, alla transessualità e a tutti i problemi che comporta l’essere se stessi ancora adesso che siamo nel 2016.

"The danish girl" è un libro da leggere per conoscere attraverso una biografia romanzata una vicenda vera e di valore, che ha cambiato la storia e ci rende tutti più liberi, grazie a chi ha lottato indirettamente ma efficacemente anche per noi.

Leone - Paola Mastrocola

Può la preghiera rivoluzionare un'intera famiglia e smuovere una scuola? Sì, a quanto pare. Bisogna leggere Leone, il nuovo romanzo di Paola Mastrocola, per scoprire quanto può essere eversivo un bambino di sei anni che, all'improvviso, viene visto pregare. E non è il fatto che Leone preghi ovunque, a destare sospetto: è proprio l'atto in sé di sussurrare Ave Marie e di parlare con il suo "amico invisibile" Gesù a generare lo stupore generale - e anche l'irritazione, a dirla tutta. Perché sua madre, Katia, non ha tempo da perdere dietro simili stranezze; si fa in quattro per mantenere Leone, tra turni massacranti al supermercato e rinunce continue: mai una gratificazione per sé, mai un vestito nuovo... Solo ciò che è necessario per tirare avanti. Intanto Leone cresce sotto i suoi occhi, prima in compagnia della nonna, da poco defunta, e poi a casa di un compagno di classe. E dire che Leone non si trova neanche tanto bene con questo suo presunto amichetto! Preferiva di gran lunga stare con la nonna, ma adesso che è "volata in cielo" - così gli hanno detto - non sa come parlarle di nuovo. Però non si lamenta, non lo ha mai fatto, grato dei sacrifici di sua mamma Katia.

Quindi, Leone è un bambino che non ha mai fatto problemi, anzi. Almeno fino a questa storia delle preghiere, che desta anche lo sconcerto del padre Oscar, solitamente assente e portato ad aggirare i problemi finché è possibile. Di certo, però, lui che ha voluto chiamare "Leone" quel bambino minuscolo, non può tollerare che adesso i compagni di scuola deridano suo figlio!
La questione si fa molto più grande di quanto saremmo portati a pensare e persino la scuola segnala il comportamento di Leone come scorretto nei confronti dei compagni di altre religioni. Dunque, che fare, soprattutto visto il silenzio recalcitrante del bambino?

Si apre così un romanzo dolcissimo, studiato da vicino da Paola Mastrocola, ora indagando il punto di vista di Leone, ora quello di Katia e, più raramente, quello di Oscar. Lo sguardo plurimo sulle sensazioni e i pensieri dei protagonisti, così ben calato nelle loro realtà e nella loro medietà, è un saliscendi emotivo per noi lettori, che ci sentiamo immersi in un mondo estremamente verosimile. Accanto alla vicenda principale, poi, non mancano gli spunti di riflessione (mai palesi, sempre sottilmente legati ai fatti) sulla crisi economica, sulla pretesa inclusione scolastica (che è ancora ben lontana dall'essere tale), sulla diversità di un bambino che con le sue preghiere, solo cinquant'anni fa, non avrebbe neanche richiamato l'attenzione. Ma un bambino orgoglioso della sua fede è il nuovo diverso? Può sembrare una domanda paradossale, ma nel romanzo incontriamo più risposte, tutte credibili e coerenti col nostro presente.

Se la prima parte del romanzo è quella più genuinamente realistica, in cui è più semplice calarsi, la seconda parte richiede di lasciarsi trasportare, perché assume i connotati della favola, con chiari rimandi biblici che ora desteranno un sorriso, ora lasceranno a pensare. Ed è incredibile come - almeno per chi è stato bambino in una famiglia cattolica - risuonino certi piccoli rituali (come il presepe, in cui bisogna aggiungere Gesù Bambino solo nella notte di Natale, e non prima di mezzanotte!), insegnamenti (l'esame di coscienza prima di dormire) e rituali (a messa si va col vestito speciale "della festa").

E forse sono anche questi echi privati a rintoccare nel lettore di oggi; viene da chiedersi se i bambini di oggi, nella maggior parte dei casi cresciuti in una dimensione di agnosticismo o di ateismo, potranno, tra vent'anni, apprezzare questo romanzo. Ma il quesito resta, per forza, sospeso. Intanto, godiamoci oggi questo romanzo estremamente moderno, che fa della tradizione un tratto di sorprendente rivoluzione.

Morto che cammina - Irvine Welsh

"Morto che cammina" è l’ennesimo capitolo ben riuscito della saga di quei ragazzacci di Trainspotting.

Ne è passato di tempo dai macelli nei sobborghi di Edimburgo. Renton è un agente internazionale di dj. Sick Boy ha seguito la sua vocazione verso l’altro sesso aprendo un’agenzia di escort che lui reputa molto più di classe di quello che probabilmente è davvero. Franco Begbie ha avuto la trasformazione più sorprendente di tutti diventando un artista rinomato. Spud invece è rimasto in quel fognolo nel quale lo abbiamo sempre lasciato dimostrandosi probabilmente il più sincero di tutti.

'In "morto che cammina", i quattro schiantati si ritrovano per circostanza diverse, tutti a Edimburgo. In quella Leith che li ha visti crescere, in qualche caso evadere e pure litigare a morte. Come nel caso di Renton che ha sul groppone ancora la ruggine con Begbie e con il suo miglior nemico Sick Boy. Vorrebbe chiudere i conti col passato in tutti i sensi. Restituire il maltolto ai compari ma non sarà così semplice'.
Come sempre si metteranno nei guai e scopriranno nuove opportunità disoneste di guadagno, tipo il commercio di organi umani. O nuove droghe, tipo il DMT, stupefacente come l’escamotage visivo usato per raccontarlo.

Begbie sembra ormai un’altra persona. Calmissima. Ma sarà così?

Il buon vecchio Spud, sempre rimasto fedele a se stesso, vive di espedienti e gli servirà il danaro che un Mikey Forrester dimesso, mezzo in tiro, gli metterà sotto il naso troppo facilmente.
Sick Boy dal canto suo non ha perso il vizio di manipolare le persone. E quella Marianne che in tante situazioni, e tanto sesso, la ha plasmata per i suo voleri, potrebbe fargli uno scherzetto niente male. Forte da farlo tornare sui suoi passi di latin lover e sciupafemmine.

"E Renton, cosa combinerà stavolta? Lui che è in grado di creare e distruggere la stessa cosa in due momenti diversi? Ora che è agente dei dj gira il mondo e se la spasserebbe pure se non fosse che si è innamorato e vorrebbe arrivare a una nuova vita. Ma se non chiude i conti con la vecchia non si potrà fare, purtroppo".
Leith intanto è sempre la stessa con i suoi paesaggi tetri e fermenti malefici, ma dai sentimenti struggenti che conosciamo dagli altri libri di Welsh. Ma anche con una luce nuova perché i ragazzacci di Trainspotting non sono più eroinomani da un pezzo e sembrerebbero indirizzati a una coscienza del sé più alta.

Come ogni libro di Welsh, vola pagina dopo pagina. Si arriva a quella svolta nella storia che leggiamo con il batticuore che per l’affetto che abbiamo sviluppato nel tempo non vorremmo leggere. Perché succede davvero qualcosa di triste a uno dei personaggi di Trainspotting.
La solita grande capacità di scrittura porta il lettore in un viaggio letterario nei luoghi dove si svolge la trama, tra Edimburgo, Miami, Los Angeles, Amsterdam, l’entroterra inglese e altri posti che si pitturano di colori accessi e di situazioni veloci, schizzate e imprevidibili.

Un’altra bellissima storia tutta da leggere per sapere come andrà a finire. Per poi chiedersi: sarà il capitolo finale della saga di Trainspotting?

Irvine Welsh, nato in Scozia, si è trasferito negli Stati Uniti dopo aver vissuto e lavorato a Edimburgo, Amsterdam, Dublino e Londra. I suoi libri sono:

Trainspotting
Ecstasy
Acid House
Il lercio
Tolleranza Zero
Colla
Porno
I segreti erotici dei grandi chef
Una testa mozzata
Crime
Tutta colpa dell’acido
Serpenti a sonagli
Skagboys
La vita sessuale delle gemelle siamesi
Godetevi la corsa
L’artista del coltello.

In Italia sono tutti pubblicati da Guanda.

Per nessun motivo - Marco Vichi

Marco Vichi, autore della trilogia dedicata al Commissario Bordelli e di altri racconti e romanzi noir, (in alcuni dei quali ha espresso anche molto talento) ha scritto con uno stile piacevole un romanzo a tratti avvincente a tratti inverosimile intitolato "Per nessun motivo". É inverosimile, ad esempio, che Antonio Bastogi, tranquillo pensionato preoccupato solo di dedicarsi al suo hobby, modellismo navale, decida all’improvviso di mollare tutto ed andare a Parigi. La molla che fa scattare l’azione è quando la moglie gli fa leggere una lettera che per tanti anni gli aveva tenuto nascosta, lettera dalla quale Bastogi scopre l’esistenza di un legame di sangue strettissimo. A Parigi è ambientato quasi l’intero romanzo e si consuma una recherche all’ultimo respiro. Perché essa non termina quando Antonio trova ciò che cercava. La ricerca della persona e il tentativo del disvelamento altro non sono che l’allegoria della ricerca del proprio sé, sempre incatenato tra essere e voler essere. Prevarrà il primo.

Parigi, la plus belle ville du monde, una città di cui l’autore conosce piaceri e spigolosità, viene raccontata attraverso le sue strade, le sue abitudini – buone e cattive –, i suoi scorci, le sue brasseries. Sullo sfondo di questa capitale anche garbatamente disvelata al lettore, si consuma una storia d’amore, densa di particolari banali. C’è la palpitazione per l’attesa, c’è la sensualità di un incontro che non dovrebbe essere tale, c’è una corrispondenza biunivoca ma non esattamente coincidente, c’è una fanciulla bellissima, come da copione.

Sono i destini che si incrociano – e, soprattutto, quelli che non si incrociano – i veri protagonisti di questo romanzo che scorre su due binari paralleli: la voce in prima persona che rievoca ricordi, vivifica rimpianti affacciati su nuovi propositi e la narrazione in terza persona, il vero motore della vicenda, una vicenda che ha però i suoi richiami speculari nella prima voce.

Non si tratta di un noir a 360 gradi ma Vichi mantiene del genere i trucchi della suspense: la tecnica dell’attesa, del colpo di scena, il climax di emozioni che però lasciano a volte l’azione in balia del prevedibile.

L’autore racconta il mistero di due vite con una narrazione fluida e precisa, le immagini sono leggere ma intense, i dialoghi scivolano via piacevolmente e, a parte le forzature romanzesche, rimandano a una quotidianità rassicurante. La carambola di emozioni è quella voluta dall’autore, così come ha dichiarato in un’intervista: «Non mi interessa l’idea d’inventare con la testa, preferisco seguire le tracce della storia mentre avanza, fidandomi di quello che mi raccontano i personaggi. In questo modo vivo sorprese che fanno della scrittura un cammino appassionante, e ovviamente spero che le mie emozioni passino sulla pagina e arrivino a chi legge».

Io sono un gatto - Natsume Sōseki

La transmedialità delle opere è sicuramente una caratteristica fondamentale in Giappone. Potremmo addirittura dire che sia una “tradizione” molto antica. Basti pensare al Genji monogatari, diventato un emakimono (un rotolo illustrato) già tra il 1120 e il 1140, poco dopo essere stato scritto.
Non solo: oggi non è comune soltanto il passaggio dalla forma scritta a quella cinematografica o fumettistica, ma è semplice trovare manga che diventano light novel, anime che diventano manga e così via.

Tutto questo per dire che non è una cosa così fuori dal comune vedere grandi classici diventare manga. In questa lunga tradizione si inserisce anche "Io sono un gatto" di Natsume Sōseki.

Primo romanzo di Sōseki, era stato originariamente concepito come un romanzo breve, pubblicato a puntate su una rivista di haiku. Le vicende di questo gatto, però, appassionarono tantissimo il pubblico, tanto che la sua stesura durò due anni, con risultato un libro abbastanza corposo.

"Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho.
Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. E’ lì che la prima volta ho visto un essere umano".

La storia, raccontata in prima persona, è affidata al punto di vista di un gatto che, una
volta adottato, segue le vicende del suo padrone e della sua famiglia.
Kushami è un professore di inglese, doppio di Sōseki stesso (reduce da un disastroso viaggio a Londra), che non gode di ottima fama: scrive opere in inglese piene di errori, si dedica disastrosamente a diverse discipline, per poi sprofondare inevitabilmente nel sonno ogni qual volta che si propone di studiare.
Fanno visita al professore studenti, imprenditori, netturbini, dalle personalità più disparate, ognuno rappresentante di un “tipo” che si poteva incontrare durante il periodo Meiji: dalla madre che si preoccupa di combinare un matrimonio conveniente per le sue figlie, al filosofo distaccato dalla società, agli ammiratori dell’Occidente.

E’ infatti una critica alla società che Sōseki mette in scena, in maniera piuttosto satirica e pungente. Una società i cui comportamenti sono, inevitabilmente, collegati al periodo storico che il Giappone sta vivendo.
Siamo agli inizi del ‘900: il Giappone sconfigge la Russia, riesce a colmare il divario che lo separava di gran lunga dall’Occidente, che viene, però, sempre preso come modello da seguire. E’, quindi, una società in contrasto. Questo conflitto risalta particolarmente all’occhio soprattutto nel manga, che ci mostra come il professore vada a lavoro vestito all’occidentale, per poi indossare abiti giapponesi una volta rientrato a casa.
L’intento umoristico e satirico è evidente, in realtà, già dal titolo del romanzo con l’utilizzo del pronome wagahai, estremamente pomposo, soprattutto se poi a dirlo è un gatto; oppure dal nome del professore, Kushami, che in giapponese significa “starnuto”.

Diviso in sette capitoli, riporta gli episodi pregnanti, non perdendo di vista il punto originale di Sōseki e non alterandone il senso. Soprattutto, evita che il lettore si annoi.
Se poi si ha particolarmente timore nell’accostarsi alla prosa di Sōseki, crediamo che il manga sia un ottimo modo con cui iniziare. Attraverso i disegni ci si prepara alla storia il cui stile, infatti, non è molto immediato.
Per quanto riguarda i disegni, sono in bianco e nero, ma l’utilizzo e la prevalenza di un colore rispetto all’altro cambiano man mano che il gatto cresce e in base alle sue emozioni. Mi sono piaciuti moltissimo i disegni, semplici e puliti e per questo bellissimi.

Buona lettura.

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