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Frammenti di felicità - Anne Østby

Vi siete mai chiesti che cosa sia la felicità? Se vi metteste a riflettere anche solo qualche minuto vi accorgereste che i momenti in cui siete stati più felici erano quelli scaturiti da cose semplici e piccole, come il sorriso di chi amate o una sorpresa inaspettata.

"Frammenti di Felicità" di Anne Østby, edito da Garzanti, mette al centro del suo bellissimo racconto d’amicizia proprio la gioia, quella che però scaturisce dal levare, invece che aggiungere alla propria vita. Una felicità che non può essere costante, ma che si fa forza di piccoli istanti che si accumulano, come frammenti di cioccolato dentro al nostro stomaco.

Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico c’è una piccola isola dove la terra incontra il cielo e il mare è così cristallino da riempire gli occhi di meraviglia. È qui che Kat ha scelto di vivere trovando nelle onde calde di sole e nelle distese di sabbia bianchissima frammenti di una felicità più grande. Una felicità costruita con pazienza, pezzo dopo pezzo, e che ora è pronta a condividere con le amiche di una vita. Per questo invia a ognuna di loro una lettera: per sfidarle a rischiare, a lasciarsi alle spalle tutto quello che non ha funzionato e ricominciare insieme all’ombra delle palme.

Le bacche di cacao, così come sono, sono amare, quasi immangiabili. Per diventare il cioccolato di cui tutti amiamo riempirci la bocca, c’è bisogno di un lungo processo di raffinazione. Ecco, le protagoniste di questa storia, Kat, Sina, Maya, Ingrid e Lisbeth sono esattamente come le bacche: arrivano nel bel mezzo del Pacifico che, nonostante gli oltre 60anni, sono grezze. Hanno accumulato dispiaceri, perdite e quant’altro e hanno bisogno di levare quel superfluo per comprendere cosa voglia dire davvero vivere ed essere felici e diventare cioccolato, impossibile da non amare.

Østby ci regala un’opera frizzante, perfetta per questo clima, in grado di emozionare e di ricordarci l’importanza dell’amicizia. I tratti di queste donne, così assolutamente diverse tra di loro, sono riconducibili comunque ad uno schema comune che permetterà a qualsiasi lettrice di trovare il suo specchio. Frammenti di felicità è in grado di raccontare più intrecci senza mai perdere il cardine centrale e senza mai peccare di superficialità. L’atmosfera che l’autrice riesce a trasmettere ti fa sentire gli odori e i sapori sulla tua pelle e basta leggere qualche riga per sentirsi trasportati nelle isole Fiji, dove i problemi non è che smettono di inseguirci, ma diventano solo più semplici da affrontare.

Levando il superfluo Østby offre un romanzo gustoso, evocativo che ci racconta come la vita, a qualsiasi età, è in grado di regalarci occasioni straordinarie che tocca solo a noi saper cogliere.

Buona lettura.

Quando Teresa si arrabbiò con Dio - Alejandro Jodorowsky

E’ difficile scrivere di Alejandro Jodorowsky, uno scrittore poliedrico con varie qualità che lo rendono un autore istrionico e un uomo ancora più affascinante e pieno di charme. Scrittore, poeta, drammaturgo, sceneggiatore di comics, esponente del teatro d’avanguardia, regista di film culto, come “El topo”e “La montagna sacra”, nasce in Cile nel 1929. Figlio di immigrati ebrei-ucraini, si trasferisce nel 1953 a Parigi, la città dove vive tuttora e dove hanno inizio le sue molteplici attività artistiche. Ha lavorato anche con Franco Battiato in “Musikanten” interpretando Ludwing van Beethoven e ha partecipato a Cannes con il film La danza de la realidad. Divulgatore e inventore della psicogenealogia, una corrente filosofica che usa l’espressione artistica a fini terapeutici, ogni mercoledì legge brani a una folla di ragazzi, davanti al Café Le Téméraire di Parigi. Quando Teresa si arrabbiò con Dio è la saga dei Jodorowsky, la sua famiglia, che ha inizio con la storia, raccontata fra realtà e fantasia, della nonna Teresa, che dà il titolo all’opera.

"Nel 1903 mia nonna Teresa, madre di mio padre, si arrabbiò con Dio e anche con gli ebrei di Dnepropetrovsk, in Ucraina, perché continuavano a credere in Lui malgrado la micidiale inondazione del fiume Dnepr. Durante l’alluvione era morto Giuseppe, il suo figlio prediletto. Dopo il funerale, inseguita dal marito e stringendo a sé i quattro piccini che le rimanevano, entrò come una furia in sinagoga, irruppe nella zona che le era vietata in quanto donna, spintonando gli uomini e imprecò: i tuoi libri mentono! Non hai fatto niente per salvare il mio povero Giuseppe. Ho rispettato i tuoi 613 comandamenti, non ho fatto male a nessuno, ti ho amato più dei miei genitori,ho dato un santo focolare alla mia famiglia, ho cucinato e spazzato pregando, mi sono lasciata rasare in testa in tuo nome, e tu, ingrato, che cosa mi hai fatto! Dinanzi al tuo potere di morte il mio bambino non è stato che un verme …"

Teresa non riesce a placare il suo dolore e rinnega la fede ebraica per il resto della sua vita, costringe Alessandro, suo marito, insieme ai suoi figli, ad andar via dalla Ucraina e da quella vita ormai ridotta alla miseria. A Marsiglia s’imbarcheranno su di una nave in partenza per il Cile mentre altre vicende vedranno i nonni materni imbarcarsi per l’Argentina. Dai nonni paterni Alessandro Levi e Teresa, a quelli materni Alessandro e Jashe, ai suoi genitori Giacomo e Sara, fino all’anno di nascita del nostro autore, il 1929, le vicissitudini di questi protagonisti seguono il corso di un inizio secolo segnato dalle prime migrazioni per l’antisemitismo, dagli ideali della rivoluzione russa e dalla drammatica dittatura staliniana. Le loro vite singolari, narrate in questo romanzo, ci condurranno in Cile, allorché Teresa diverrà una delle organizzatrici delle rivolte operaie come anche l’incontro che Giacomo, il papà del nostro autore, ateo convinto, ha con Luis Emilio Recabarren, fondatore del partito comunista cileno, divenendone un amico inseparabile. Le loro storie proseguiranno fra mito e realtà fino all’incontro magico di Giacomo con Sara che sigillerà la nascita di Alejandro, descritta a suo modo nel libro:
"… passai la gestazione finché non venne il momento esatto in cui avevo deciso di nascere: il 24 ottobre 1929, alle dieci del mattino, giornata mondialmente nota come il Giovedì Nero. A quell’ora scoppiò la crisi economica negli Stati Uniti e si estese a tutto il pianeta. Chiusero le banche, una dopo l’altra, e con ciò paralizzarono l’industria. Il Cile fu il paese più colpito dalla catastrofe. Gli stabilimenti di salnitro chiusero e un quarto della popolazione cadde in miseria. Il negozio dei miei genitori “ Casa Ucraina” per mancanza di clienti fallì. I miei genitori, con me fra le braccia, si trovarono dalla sera alla mattina senza un centesimo, a dormire in spiaggia e a dover far la coda davanti al municipio, fra i minatori affamati, per ottenere un piatto di minestra gratuito".

Alejandro Jodorowsky è un autore particolarmente visionario e in questo romanzo fonde la sua cultura yiddish, il cosiddetto "galgenhumor" alla cultura del realismo magico latinoamericano delle sue origini, mescolando la storia della memoria dei suoi antenati con figure immaginarie determinando un romanzo in bilico tra realtà e favola. Senza dimenticare che Jodorowsky è anche un autore di cinema, Quando Teresa si arrabbiò con Dio è un libro ricco di humour, magia e surreale che merita di essere letto perché comunque la realtà è la trasformazione progressiva dei sogni, non c’è altro mondo se non quello onirico.

L' uccello che girava le Viti del Mondo - Murakami Haruki

L’uccello che girava le viti del mondo di Haruki Murakami (Einaudi) è quantomai attuale: un percorso intimo, una ricerca profonda, profonda come l’esperienza di calarsi in un pozzo senza più acqua e fermarsi li, perché li si è perso qualcosa, qualcosa si è interrotto e solo da li è possibile ricominciare.

Okada Toru, anche detto Signor Uccellogiraviti, è il protagonista di questo viaggio all’interno del sé, un sé mediocre dimentico del proprio io, cullato da un’esistenza mesta e senza pretese.

Finché da un giorno all’altro sua moglie, della quale è profondamente innamorato, ma anche di questo probabilmente si è dimenticato, lo abbandona apparentemente senza alcun motivo, dando l’avvio a una narrazione che mescola il giallo al romanzo d’avventura il cui scenario è l’inconscio del protagonista.

Qui entrano in scena personaggi assurdi, venuti da lontano, apparentemente estranei, ma legati ad Okada da un cordone ombelicale nascosto nel tempo; ognuno a suo modo lo guiderà verso la riscoperta di sé stesso.

«Chiusi gli occhi, volevo dormire. Passo molto tempo prima che riuscissi ad addormentarmi. Poi sprofondai in un sonno tranquillo, lontano da tutto e da tutti.»

Il sonno e il sogno sono i co-protagonisti del percorso di Okada Toru all’interno delle proprie viscere, sono come una placenta dalla quale ogni volta deve tirarsi fuori per attraversare mondi e spazi e tempi differenti per ritrovare sua moglie e alla fine di tutto il filo perduto della sua vita.

«Andai in giardino, aprii il coperchio del pozzo e mi sporsi a guardare dentro. Buio pesto, come sempre. Ormai conoscevo quel pozzo come se fosse un’estensione del mio corpo…»

Murakami è un autore sorprendente, capace di passare da un comune romanzo d’amore un saggio sulla corsa come mezzo di auto-miglioramento a opere come questa in cui, accanto alla grande ricerca sui temi, sui personaggi e sugli intrecci fra essi aggiunge un tocco surreale.

È capace di far passare per perfettamente normale il fatto che una persona passi un certo numero di ore al giorno in fondo a un pozzo, senza mai farti sorgere il dubbio che possa essere un’esagerazione o un’espediente per portare avanti il suo racconto.

La scrittura permette di leggere quest’opera da oltre 800 pagine con la voracità degna di un succulento pranzo di Natale, lasciando il lettore con quel senso di bella stanchezza che risulta dopo un lungo viaggio e con tante domande che si chiariranno solo con il tempo, ma già con la mente al viaggio successivo.

Aringhe rosse senza mostarda - Alan Bradley

Flavia de Luce, un’insolita undicenne appartenente a nobile famiglia inglese ormai decaduta, è la protagonista di “Aringhe rosse senza mostarda”, uno fra i vari romanzi a sfondo giallo scritto da Alan Bradley.

E’ questo uno dei libri della serie “I misteri di Flavia de Luce” (Flavia de Luce’s Mysteries) che ha come protagonista una ragazzina intraprendente e decisamente ficcanaso che, negli anni Cinquanta, vive insieme al padre e alle sorelle Ophelia e Daphne in un’antica magione, anche se la famiglia non possiede grandi ricchezze economiche essendo la mamma Harriet morta improvvisamente e non disponendo il padre di consistenti rendite proprie. A causa della mancanza della mamma, le tre sorelle seguono, forse un po’ troppo, i propri interessi. Ophelia appare frivola mentre Daphne è più colta e studiosa. Flavia, appassionata di chimica, è decisamente la più intraprendente e a qualsiasi ora gira qua e là per Bishop’s Lacey, il villaggio in cui vive, facendo spesso incontri poco adatti ad una ragazzina.

Durante una fiera consulta una vecchia zingara che le rivela qualcosa sia del passato che del futuro; una visione che attira la curiosità di Flavia ma che è interrotta da un incendio nella tenda della zingara. Non è l’unica volta in cui Flavia incontra la veggente che, in seguito, viene gravemente ferita al capo e trovata sanguinante proprio dalla protagonista abituata a scorrazzare per ogni angolo del paese a bordo di “Gladys” , l’inseparabile bicicletta.

Poco tempo dopo, a render più seria la situazione, ha luogo l’omicidio di un uomo di dubbia fama il cui corpo viene ritrovato appeso ad una statua. Flavia si appresta ad indagare per conto proprio per cercare la verità. La ragazzina è praticamente onnipresente: qui la si vede al ritrovamento del cadavere, là durante gli episodi salienti della storia di cui, naturalmente, non si può svelare il finale.

Perché il titolo “Aringhe rosse senza mostarda”?
“L’aringa rossa, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, era considerata un piatto di qualità inferiore e ancor oggi è definita una pietanza grossolana per uno stomaco volgare.”

All’apparenza, si fa riferimento ad alcuni personaggi poco onesti e stimabili della storia, ma, in inglese, “a red herring” è un’espressione idiomatica che ha ben altro significato: quello di una “falsa pista” che può essere seguita durante le indagini.

Non è la strada che percorre Flavia che, al contrario della polizia stessa, nella vicenda non si lascia depistare e mostra una maestria insolita per una ragazzina della sua età. La sua presenza rende il thriller decisamente meno crudo e adatto, quindi, ad un vasto pubblico di lettori più o meno giovani, a patto che vogliano seguire passo dopo passo i numerosi indizi ed avventurarsi nelle quattrocento pagine della storia.

L' archivista - Cooley Martha

È risaputo che esistono "ombre" più coinvolgenti ed incisive, in arte, della realtà corporea stessa. Prova ne abbiamo avuto già in pittura con la splendida tela di De Chirico, "Mistero e malinconia di una strada", dove l'ombra di una bimba che gioca con il cerchio, crea una enigmatica ed inquietante emozione. E ora la suggestione si ripete in letteratura con il romanzo di Martha Cooley, L'Archivista, che Guanda ha portato in Italia nella bella traduzione di Barbara Lombatti. Questa volta la metaforica "ombra" è niente di meno che il grande poeta Thomas Stearns Eliot - che non è il protagonista del romanzo -, ma che ne ritma la pagina, punteggiata dall'appropriata e costante citazione che l'autrice offre dei suoi versi, creando quasi l'illusione di una magica voce fuori campo.

Quella della Cooley è una prodigiosa opera prima, armonioso mix di lingua immediata e di una vis letteraria sofisticata e densa di sottigliezze. Temi forti, che si intrecciano abilmente nella pagina, sono quelli dell'identità religiosa (conflitto tra giudaismo e cristianesimo) e soprattutto dell'incomunicabilità affettiva e quindi della tangibile paura di amare.
C'è un passo chiave - in chiusura del romanzo - che mette in luce chiaramente il problema - quando Matt (l'archivista, personaggio principale del libro) spiega a Roberta, l'ultima figura femminile entrata in scena, che il suo amore nei confronti di Judith - la moglie morta suicida - è stato insufficiente, inadeguato, perché - dice -: "...avevo troppa paura di lei, della sua ardente tenacia - della sua capacità di vedere e percepire - per amarla abbastanza. Nello stesso modo in cui lei mi amava".

L'autrice tiene a precisare che la sua è un'opera di finzione per cui "tutti i personaggi sono immaginari, tranne il poeta T. S. Eliot, la sua prima moglie e la sua amica Emily Hale. Nella realtà quest'ultima ha donato le numerose lettere ricevute da Eliot alla Princeton University".

La figura di Matt rende quasi inevitabile il rimando a Marcel Proust che - nel suo finissimo saggio Sulla lettura (titolo originale: Journées de lecture) - sembra tracciarci i lineamenti dell'innamorato dei libri, di colui per cui la lettura appunto "diventa la distrazione più nobile, soprattutto la più nobilitante, poiché il sapere e la lettura sono i soli a creare "le buone maniere dello spirito".

Siamo dunque di fronte - nel romanzo - ad un archivista di una grande biblioteca di Washington, votato a trovare nella lettura motivo di costante ed insaziato godimento interiore, custode gelosissimo del carteggio intercorso tra Eliot e l'amica americana Emily Hale. Quando Roberta chiede di vedere queste lettere, Matthias sospetta che la curiosità della giovane sia dettata anche da insoluti motivi personali - nodi non ancora sciolti - chiusi dentro la sua storia familiare: i suoi genitori sono infatti ebrei , fuggiti dalla Germania all'inizio degli eventi bellici, che hanno nascosto alla figlia la loro conversione dalla religione ebraica a quella protestante. Questo "occultamento" ha profondamente vulnerato e offeso la giovane.
L'archivista stesso è interessato non solo culturalmente, ma anche umanamente al carteggio dove ritiene si parli del dramma della vita coniugale di Eliot. Il parallelismo si fa forte tra la follia di Judith - moglie di Matt e quella di Vivienne, altrettanto sfortunata consorte del grande autore di Terra desolata e Quattro quartetti. Sia il poeta che il protagonista del romanzo si ritengono colpevoli di non sufficiente dedizione nei confronti delle mogli ricoverate in clinica psichiatrica, vittime dei loro "demoni" interiori, talmente devastanti da condurle all'annientamento di se stesse.

Un amore più caldo e generoso avrebbe potuto salvare Judith, la sventurata poetessa di origine ebraica, ossessionata dall'orrore dell'Olocausto e oppressa dall'incapacità di uscire dalla sua visione allucinata della realtà? E Eliot perché ha abbandonato Vivienne, privandola per lunghi anni della sua presenza fisica e spirituale?

I passaggi psicologici nella narrazione sono sottili, dosati con dostoevskijana bravura; specularità delle situazioni e rimandi intrigano sempre più il lettore (che, con buona probabilità, sarà anche stimolato a riprendere in mano i testi di Eliot - il poeta "inevitabile", che ha dato un svolta decisiva al mondo della poesia moderna).

Anche i personaggi minori hanno un loro considerevole spessore: la madre di Matt, così animata da "ferocia cristiana", il padre spietato, gli zii di Judith - Carol e Len - con tutto il loro bagaglio di segreti, svelato pian piano, quasi in epilogo della storia.

Struggente il diario di Judith che incontriamo nel cuore del romanzo, confessione di un'anima incompresa, che rivela tutto il suo strazio interiore, e fa drammaticamente capire al protagonista e a noi lettori - per dirla con Eliot - che: "...quello per cui i morti non trovavano parole, da vivi/Ve lo possono dire da morti: essi comunicano/Con lingue di fuoco al di là del linguaggio dei vivi".

Una più uno - Jojo Moyes

Jess Thomas è una giovane mamma single: donna delle pulizie e cameriera in un pub, fa i salti mortali per cercare di racimolare qualche soldo e dare una vita dignitosa ai suoi due figli, Nicky, un ragazzo che tutti definiscono particolare per il suo stile e la sua presunta omosessualità (e per questo motivo vittima di bullismo) e Tanzie, una maga con i numeri, un genio della matematica, capace di risolvere problemi molto complessi, ben al di sopra delle capacità di tutti i suoi coetanei. E a questo piccolo nucleo famigliare, protagonista di Una più uno, si aggiunge anche Norman, un cane gigante e bavoso, pigro e dolcissimo, soprattutto con la piccola Tanzie. Sarà proprio il viaggio per consentire a quest’ultima di cambiare la propria vita, a costituire l’occasione di incontro con Ed Nicholls, uomo d’affari accusato di insider trading e in attesa di processo; uno “strano viaggio dove le solite regole non valgono“, un viaggio difficile, non solo per i problemi oggettivi incontrati, ma anche per i caratteri che, costretti in uno spazio così piccolo, si rivelano nella loro essenza, nella loro veste più autentica.

Jojo Moyes riesce, con incredibile sapienza, a mostrarci mondi diversi, punti di vista diversi, emozioni diverse. Il dialogo incalzante ci rende inconsapevolmente partecipi di tutto ciò che accade, e ci tiene col fiato sospeso, pagina dopo pagina, nella spasmodica attesa di ciò che accadrà di lì a breve.

Una più uno si sviluppa in un arco di tempo relativamente breve, nel quale, tuttavia, i personaggi ormai allo sbando delle proprie vite, vedono crollare e risorgere le loro convinzioni e i loro sogni. Una storia d’amore quasi irreale, eppure così intensa, raccontata con straordinaria empatia.

E un messaggio, fondamentale, che rischiara l’intera vicenda: “a volte devi solo continuare a provarci”.

Scorrevole, leggero e allegro. Jojo Mojes regala ai suoi lettori un romanzo fresco, di scoperta interiore e ricerca di quei on the road - le tazzine di yokosentimenti che a volte bisogna solo aprire gli occhi per capire che sono lì, proprio davanti a noi.
Jess Thomas è una donna che guarda la vita affrontandola a viso aperto, cercando di smussarne gli angoli e saltarne come può gli ostacoli. E’ una mamma single con due figli adolescenti a cui badare, un lavoro serale in un pub e uno diurno in un’agenzia di pulizie. Le cose non vanno bene, l’ex-marito non passa gli alimenti e a fine mese ci arriva mostrando i denti.
Forse con un pò di cinismo e uno sguardo volto alle apparenze si fa da subito un’idea sbagliata di Ed. Lui sembra avere tutto, soldi, fascino, nessuno di quei problemi che tocca i comuni mortali… non sa quanto è andata lontana dalla realtà!
Edward Nicholls, ancor prima di essere considerato un uomo d’affari, è un povero sgraziato. Era a un passo dal diventare tutto quello che Jess immaginava di lui, ma un piccolo stupidissimo errore fa crollare tutti i castelli di carta e il grande impero di software diventa un ricordo lontano. Ora c’è solo l’attesa del processo che gli pende sulla testa come una spada di Democle.

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

È vietato leggere i classici della letteratura come “Lolita”, “Il Grande Gatsby”, “Orgoglio e pregiudizio”. È vietato alle donne mostrarsi senza velo, ridere o truccarsi, perché ritenuti atteggiamenti “inopportuni”. Questi sono solo alcuni degli aspetti della Repubblica Islamica in Iran, a cui un seminario clandestino composto da sole donne cerca di sfuggire almeno quelle poche ore alla settimana.

Leggere Lolita a Teheran, ambientato a Teheran, è un romanzo autobiografico. Racconta la storia di una professoressa di letteratura inglese, Azar Nafasi, dal 1979, data della salita al potere dell’ayatollah Khomeini, al 1981, quando decide di dare le dimissioni e creare un seminario privato. È proprio da qui che inizia il racconto: la professoressa Azar organizza ogni giovedì nel suo salotto un seminario di letteratura composto da sole donne, le sue sette studentesse più meritevoli. Gli incontri sono clandestini: devono rimanere segreti perché si leggono libri proibiti, considerati specchi della empia cultura occidentale.

In questo “spazio magico”, tra caffè e pasticcini, le ragazze possono sentirsi libere di esprimersi e di mostrarsi senza velo o senza nessun simbolo imposto loro dall’opprimente Repubblica islamica. Nel rifugio del salotto le studentesse ritrovano la loro personalità, i loro colori e il loro essere donna.

Gli autori e i loro libri vengono reinterpretati secondo le vicende personali delle ragazze e, seppur all’inizio con qualche timore, il gruppetto impara a lasciarsi andare e ad affrontare diversi temi, anche quelli più scottanti.

Il seminario dura circa due anni ed è per tutte un appuntamento irrinunciabile, la loro “ora d’aria” in quella prigione chiamata realtà.

Da lì Leggere Lolita a Teheran si sposta sulla vita di Azar come insegnante e sulla sua continua lotta per far comprendere l’importanza della letteratura non come semplice specchio della realtà ma come “epifania della verità”. Azar è fermamente convinta che i libri siano la vera forma di ribellione perché tramite essi si può capire la realtà e la propria condizione.

Durante i suoi corsi all’università, prima di Teheran e poi di Allameh Tabatabai, grazie o a causa del suo programma che prevedeva la lettura di Lolita, Il Grande Gatsby, Orgoglio e pregiudizio e Daisy Miller, Azar deve imbattersi nelle opinioni di diverse personalità: ci sono gli studenti fondamentalisti; i marxisti; le ragazze che nonostante il velo non riescono a nascondere occhi ribelli, occhi tristi o occhi impauriti.

Non bisogna tralasciare che sullo sfondo delle vicende viene descritta la lunga e logorante guerra contro l’Iraq, la quale non fa altro che peggiorare la situazione del popolo iraniano e mostrare ancora di più l’inutilità delle decisioni prese dai vertici del governo.

L' amore molesto - Ferrante Elena

Un corpo livido e gonfio galleggia sulle acque di Minturno. Sconcio, semivestito, addosso ha solo un reggiseno di una taglia troppo piccola e dalla foggia troppo moderna. Il seno straborda in una posa oscena. E’ quel che resta della vitalità di Amalia, la fine dopo una notte di bagordi. Oppure è solo quello che riesce a vedere sua figlia Delia, tornata a Napoli per ricomporre i cocci di una vita che è finita nei sottotetti dei ricordi.

L’amore molesto, romanzo di Elena Ferrante, scritto qualche anno fa e riedito dalla casa editrice E/O, è una lettura per cui molte parole non bastano a contenere tutta una serie di violenta e ribollente emotività. Non si sa molto sull’identità della scrittrice, qualcosa mi dice che sia una donna, certamente è qualcuno che sa far male con le parole, che sa sbattere la crudeltà in faccia al lettore, scavando a fondo con uno scalpello che tocca il timore, lambendo quella zona del quieto vivere che occlude la mente alle domande.
Delia, compie un’operazione di distacco che in pochi hanno il coraggio di fare, slega Amalia da sé e la fa persona, non più personaggio ammantato dall’aura rosea dell’infanzia.

Amalia ne viene fuori come una donna satura di sensualità, che ride con fare ammiccante, che trasuda un eros festoso e represso dal marito padrone, frustrato e violento. Forse ha un amante, o forse un uomo che la perseguita, o forse è solo fantasia di una bambina cattiva, una figlia vendicativa e sola che non può sopportare il peso di un distacco crudele, generato da un attaccamento mai nato.

Elena Ferrante, conosce bene il significato del perturbante nell’accezione più freudiana del termine, quell’oggetto che sconvolge per la sua non appartenenza a ciò che ci è noto, familiare. E, quell’oggetto è Amalia, è la madre, è l’heim, è la casa, è la patria. Amalia e Napoli in questo romanzo sono due facce della stessa moneta di solitudine e sopruso, un misero soldino che entità estranee si sono divertite a lanciare nell’aria di una città ferina come solo la loro può essere. Napoli è la città da cui Delia è fuggita per viaggiare altrove, Napoli sembra aver generato Amalia e le sue colpe congenite, è come una madre reietta da cui stare alla larga che ha partorito uomini volgari e sguaiati, portatori malsani di una sessualità che suscita disgusto. Padri, mariti di donne consumate dalla maldicenza, recluse in case scrostate che mai hanno custodito un momento di gioia.

Delia è un’entità incompiuta che riesce a risolversi forse, solo nel finale, nell’unico gesto di amore incondizionato verso Amalia. Quello della resa, dell’accettazione, dell’identificazione in una Amalia che è stata, non più madre ma donna, con i suoi peccati, con i suoi misteri.

La treccia - Laetitia Colombani

La treccia (Editrice Nord), romanzo d’esordio della sceneggiatrice, regista e attrice francese Laetitia Colombani, è stato un fenomeno editoriale, una vera rivelazione, fin dalla sua prima uscita in Francia: dopo aver suscitato l’interesse di molte case editrici straniere alla London Book Fair dello scorso anno, è ora in corso di traduzione in 26 paesi.

Proprio come indicato dal titolo, il romanzo racconta di tre donne legate da una treccia o, in altre parole, di tre destini uniti come le ciocche di una treccia.
India, Italia e Canada. Smita, Giulia e Sarah. Donne diverse in luoghi diversi che nulla sembrano avere in comune; eppure, senza conoscersi e senza esserne consapevoli, animate da uno stesso coraggio, queste tre donne condividono una battaglia per la libertà, contro le discriminazioni e contro i pregiudizi.

Villaggio di Badlapur, Uttar Pradesh, India:
Smita è una dalit, un’intoccabile, una razza a parte, giudicata troppo impura per mescolarsi agli altri, un rifiuto spregevole che va scartato. Come lei, milioni di altre persone vivono ai margini dei villaggi, della società, alla periferia dell’umanità:

“Ogni mattina lo stesso rituale. Come un disco rotto che suona all’infinito la stessa sinfonia infernale, Smita si sveglia nella squallida baracca in cui vive, nei pressi dei campi coltivati dai jat. Si lava la faccia e i piedi con l’acqua che la sera prima ha preso al pozzo riservato ai dalit. Impossibile avvicinarsi all’altro, quello delle caste superiori, sebbene sia più vicino e accessibile. C’è gente che è morta per molto meno. Smita si prepara, pettina i capelli di Lalita, dà un bacio a Nagarajan. Poi raccoglie la sua cesta di giunco intrecciato, la cesta che era stata di sua madre e la cui sola vista le dà il voltastomaco, quella cesta dall’odore persistente, acre e indelebile, che porta tutto il giorno come si porta una croce, un fardello osceno. Quella cesta è il suo calvario. Una maledizione, un castigo. Forse per una colpa commessa in una vita precedente, da pagare, espiare. Questa vita in fondo non è più importante di quelle passate, né di quelle a venire, è solo una delle tante, diceva sua madre”.

Palermo, Italia:
Giulia è una ragazza decisa e intraprendente che non frequenta, come i suoi coetanei, bar o discoteche. Preferisce il silenzio ovattato della biblioteca comunale, in cui si reca ogni giorno all’ora di pranzo: lettrice insaziabile, Giulia adora la quiete delle grandi sale tappezzate di libri, turbata soltanto dal fruscio delle pagine.

“Da quasi un secolo, la sua famiglia vive della « cascatura », la tradizione siciliana di conservare i capelli tagliati o caduti spontaneamente per ricavarne parrucche e toupet. Fondato nel 1926 dal bisnonno di Giulia, quello della famiglia Lanfredi è l’ultimo laboratorio di questo genere ancora in attività a Palermo. Dà lavoro a una decina di operaie specializzate che districano, lavano e trattano le ciocche di capelli che, una volta assemblate, vengono spedite in Italia e in Europa. Il giorno in cui aveva compiuto sedici anni, Giulia aveva deciso di lasciare la scuola per aiutare suo padre al laboratorio”.

Montréal, Canada:
Ogni giorno che comincia, per Sarah Cohen, equity partner del prestigioso studio legale Johnson & Lockwood, uno tra i più rinomati della città, è una continua lotta contro il tempo. Da quando si alza, fino a quando si rimette a letto:

“Ogni mattina si sveglia alle cinque. Non c’è tempo per dormire, ogni secondo è contato. La sua giornata è cronometrata, millimetrata, come i fogli di carta che compra ogni anno per le lezioni di matematica dei bambini. Sono lontani ormai gli anni della spensieratezza, prima del lavoro, della maternità, delle responsabilità. […].
Sarah aveva costruito un muro perfettamente ermetico tra la sua vita professionale e quella familiare; ciascuna seguiva il proprio corso, come due rette parallele che non s’incontrano mai. Era un muro fragile, precario, che ogni tanto si crepava e che un giorno, forse, sarebbe crollato. Ma non le importava”.

Sono tre donne che si trovano ad un punto cruciale della loro esistenza.

Smita ha preso una decisione che fin da subito le è apparsa irrevocabile: sua figlia andrà a scuola. Non porterà Lalita con sé, non le non mostrerà il lavoro dei pulitori di latrine; e quando il suo progetto sembra perdere ogni possibilità di realizzarsi, troverà il coraggio di lasciare tutto, di fuggire con la figlia alla ricerca di un futuro migliore.
Giulia, invece, dopo l’incidente che ha lasciato il padre in coma, ha scoperto che l’impresa di famiglia si trova sull’orlo del fallimento. Contro il parere della madre e della sorella maggiore e dopo molti ripensamenti, la giovane troverà nuove strategie per salvare l’azienda e, con esse, l’amore.
Sarah, cerca in tutti i modi nascondere la malattia – il cancro – al suo capo, ai colleghi, ai figli e, in fondo, anche a se stessa, così da non dover rinunciare al ruolo di donna e di avvocato di successo che ha faticosamente raggiunto.

Ma quello dello studio legale è un ambiente che non perdona alcun momento di debolezza, né ammette una malattia dal decorso lungo, insidioso, che logora e indebolisce: lei, che ha sacrificato tutto in nome del lavoro, oggi viene sacrificata a sua volta sull’altare dell’efficienza, della produttività e del rendimento.
Per i colleghi non è più un avvocato malato, ma una malata che fa l’avvocato.
Il cancro l’ha isolata, allontanata dagli altri: proprio come Smita, di cui non immagina neppure l’esistenza dall’altra parte della Terra, Sarah è diventata un’intoccabile, una reietta della società.
Ma se contro la malattia Sarah sa come combattere, ha armi, terapie, medici su cui contare, qual è la cura contro l’esclusione, contro la discriminazione?

In questo primo romanzo, costruito con straordinaria maestria, Laetitia Colombani attinge agli innumerevoli riferimenti che sui capelli troviamo nella storia di tutte le società, dalle più antiche ad oggi.
Segno di salute, di avvenenza e di bellezza, il loro taglio è stato espressione, nelle diverse tradizioni religiose e culturali, di sacrificio, persino di perdita della propria identità profonda.
Una particolare simbologia lega i capelli al dolore e al lutto o, comunque, a una trasformazione netta della propria individualità. Anche i trattamenti rituali dei capelli, di cui l’espressione più evidente è il taglio della capigliatura nelle cerimonie d’iniziazione e di consacrazione, possiedono una grande valenza: essi rappresentano la rinascita dell’anima e del corpo.

Sono dunque i capelli e il loro valore simbolico, a tenere saldamente unite queste tre vicende, che si alternano e si intrecciano perfettamente, andando a formare il tessuto di un unico ed originale elemento narrativo che, caratterizzato da una scrittura fluida e coinvolgente, saprà sicuramente raggiungere le corde più profonde di ogni lettore.

Una stella tra i rami del melo - Annabel Pitcher

Il romanzo d’esordio di Annabel Pitcher inizia così: “Mia sorella Rose abita sulla mensola del camino”. A raccontarci la storia della sua famiglia è Jamie, un bambino che alla vigilia del suo decimo compleanno si trasferisce da Londra in campagna con il padre e la sorella Jasmine. Rose no. Perché Rose è morta cinque anni prima negli attentati di matrice islamica che hanno causato la morte di decine di persone a Londra.

La famiglia di Jamie si è aggrappata al ricordo di Rose, ma questo l’ha trascinata a fondo ed è andata in pezzi; la madre è fuggita con Nigel, il responsabile del gruppo di auto-aiuto che avrebbe dovuto aiutarla a superare il dramma; il padre si è chiuso in una stanza con i ricordi di Rose e una bottiglia di vodka, come se in questo modo potesse colmare il vuoto che si porta dentro; Jas, gemella di Rose, esasperata dall’essere vestita e trattata come un clone della sorella, si è tinta i capelli di rosa e non mangia più, quasi avesse un nodo allo stomaco troppo grande e troppo difficile da sciogliere. Jas è la sola ad occuparsi di Jamie, ad essere per lui porto sicuro in cui cercare conforto.

L’argomento è decisamente impegnativo, ma la voce leggera di Jamie ci accompagna nelle pagine del racconto con un sorriso: ci commuove e ci fa ridere allo stesso tempo, è capace di svelare le verità più dolorose con il suo sguardo limpido e attento.

“Jas è dei Gemelli, il che è strano visto che lei non è più gemella di nessuno. Il mio segno zodiacale è il Leone. Jas si è messa in ginocchio sul cuscino e me l’ha indicato in cielo. Non assomiglia molto a un animale, ma lei ha detto che ogni volta che qualcosa va storto devo pensare al leone d’argento che mi sta sopra la testa e tutto andrà per il meglio. Volevo domandarle perché diceva una cosa simile proprio ora che papà ci aveva promesso di ricominciare tutto da capo, ma poi ho pensato all’urna sulla mensola del camino e ho avuto troppa paura della risposta. La mattina dopo ho trovato una bottiglia vuota di vodka nella spazzatura e ho capito che la vita nel Lake District sarebbe stata esattamente la stessa che a Londra.”

Jamie ci racconta della scuola, dei compagni che lo picchiano e lo insultano, dell’amicizia con Sunya, la sua compagna di banco musulmana. Sa che il padre, che incolpa ogni musulmano della morte della figlia, non approverebbe, ma Sunya è diversa. A scuola sono il bersaglio di tutti gli altri: Jamie con addosso per settimane la maglietta di Spider-Man che la mamma gli ha regalato, Sunya col suo hijab che le svolazza intorno al viso come il mantello di un supereroe.

Sunya vorrebbe essere come gli altri, ma non lo è: è molto di più. Jamie e Sunya cercano di resistere con la fantasia, il desiderio di lasciar scivolare quello che fa male, quello che è passato, perché la vita continua.

“Una stella tra i rami del melo” è un romanzo intenso, pieno di vita. Possiede la forza di muovere qualcosa nell’animo, trascina il nostro cuore in una altalena di emozioni e ci mostra il mondo con le sue sofferenze ma anche con la sua incredibile bellezza attraverso gli occhi di un bambino. Jamie ci insegna che, nonostante tutto, la felicità dipende anche da noi, se sappiamo credere ancora nei sogni e nella nostra forza di realizzarli.

Annabel Pitcher ha 30 anni e si è laureata in letteratura inglese a Oxford. Ha fatto numerosi lavori prima di decidere di viaggiare per il mondo e dedicarsi alla scrittura. Una stella tra i rami del melo è il suo romanzo d’esordio. L’idea le è venuta in un ostello in Ecuador, ma ora vive nello Yorkshire col marito.

Aléxandros - Valerio Massimo Manfredi

Ci troviamo di fronte ad una grandissima opera di Valerio Massimo Manfredi, che da archeologo qual è ci porta a conoscere un piccolo tassello della storia antica. In questa trilogia veniamo trasportati in Macedonia, in una città chiamata Pella, dove prenderà forma una delle più grandi imprese di sempre: Tutto ciò per opera di un bambino nato con il nome di Aléxandros.

Sarebbe totalmente inutile riportarvi la trama di questo testo, perché risulterebbe alquanto riduttiva e non renderebbe abbastanza la qualità di tutto ciò. La trama è quella che ci insegna la storia, coronata da particolari e sottigliezze che magari possono non essere percepite, ma che rendono la lettura veramente piacevole.

Ci si trova davanti ad un romanzo storico, che se ci è concesso, ha un andamento di tutt'altro genere. Questo a nostro avviso potrebbe benissimo essere inserito nel genere fantasy, perché presenta una visione di tutte le vicende che si avvicina moltissimo a questo genere, ma in ogni caso ci troviamo lo stesso nell'ambito dei romanzi storici e quindi gli eventi non sono inventati come nel genere fantasy. Con questa trilogia Valerio Massimo Manfredi mette alla portata di tutti un libro facilmente comprensibile e che da la possibilità di seguire le gesta di una figura leggendaria: Alessandro Magno.

Se deciderete di avvicinarvi a questa lettura preparatevi ad immergervi in queste vicende, perché almeno nel nostro caso, ci risulta estremamente facile immaginarci a giocare con il giovane Alessandro, prendere parte alle lezioni che furono il fondamento del pensiero di Alessandro, partecipare alle grandi battaglie che hanno scritto la storia nei panni di un soldato qualunque e allo stesso tempo ritrovarci al termine di esse seduti al tavolo per il consiglio di guerra nella tenda del Re di Macedonia.

Tutto ciò ci sarà offerto da questo libro, che vi mostrerà l'intero percorso della vita di Alessandro Magno, dalla nascita alla morte; Ma non è tutto, vi sarà permesso di osservare anche le debolezze, i dubbi, le reazioni di questo personaggio... permettendovi di amarlo od odiarlo.

Per chi ama la storia questo libro merita assolutamente di essere letto perché offre la possibilità di effettuare un viaggio nel tempo, grazie ad uno stile semplice ma non trascurato che ci trasmette moltissime informazioni di questo mondo antico, ovviamente legate anche alla parte leggendaria di quest'impresa.

Per quanto riguarda la scrittura, come già accennato sopra è buona ed allo stesso tempo molto scorrevole. La presenza di termini specifici ed antichi non va assolutamente a rallentare la narrazione, anzi la eleva ad un livello ancora superiore arricchendola.

Relativamente alla trama non diciamo nulla, oltre al fatto che seguirete Alessandro ovunque dal campo di battaglia alla tenda o camera da letto, lo vedrete nei panni del gran conquistatore o nei panni del giovane ragazzo pieno di dubbi ed incertezze, del tiranno o dell'uomo clemente. I dettagli non mancano, ma per quanto riguarda le battaglie molto spesso le descrizioni sono veloci e permettono uno scorrimento maggiore del racconto.

Tutto ciò vi attende cari lettori.

Vi lasciamo con uno frammento del testo, una parte che secondo noi è stupenda e che sta alla base della nascita del sogno.
Buona lettura a tutti.

"A volte, quando trascorreva un periodo di riposo nel palazzo di Pella, lo portava con sé dopo cena sulla torre più alta e gli indicava l'orizzonte verso oriente, dove la luna sorgeva dalle onde del mare.
"Lo sai che cosa c'è laggiù, Alessandro?"
"C'è l'Asia, papà" rispondeva lui."Il paese dove nasce il sole."
"E lo sai quanto è grande l'Asia?"
"Il mio maestro di geografia, Cratippo, dice che è grande più di diecimila stadi."
"Ha torto, figlio mio. L'Asia è cento volte più grande di tanto. Quando combattevo sul fiume Istro, ebbi modo di incontrare un guerriero scita che parlava macedone. Mi raccontò che oltre il fiume si estendeva una pianura vasta come un mare e poi montagne così alte da perforare il cielo con le loro vette. Mi spiegò che c'erano deserti così estesi che occorrevano mesi per attraversarli e che oltre c'erano montagne completamente tempestate di pietre preziose: lapislazzuli, rubini, corniole. Narrò che in quelle pianure correvano mandrie di migliaia di cavalli ardenti come il fuoco, instancabili, capaci di volare per giorni sulla distesa infinita. "Vi sono regioni" mi disse "attanagliate dal ghiaccio, chiuse nella morsa della notte per metà dell'anno, e altre bruciate dall'ardore del sole in ogni stagione, dove non cresce un filo d'erba, dove tutti i serpenti sono velenosi e la puntura di uno scorpione uccide un uomo in pochi istanti." Questa è l'Asia, figlio mio."
Alessandro lo guardò, vide i suoi occhi ardere di sogni e capì che cosa bruciava nell'anima del padre."

I giorni nudi - Claudio Piersanti

Alberto è uno sceneggiatore televisivo cinquantenne. Egoista, narcisista, vive con distacco il suo ambiente di lavoro e i rapporti umani: mette tutto e tutti a distanza. Questo è il suo problema. Poi gli accade un incidente con la moto e in ospedale, con la gamba ingessata, incontra Lucia, anche lei fratturata, ragazza ventiquattrenne con laurea scientifica, ricercatrice precaria. Ne nasce un rapporto. Sullo sfondo la società di sceneggiature che Alberto ha creato con l’amico Guido, il quale ha sposato la sua ex moglie: un ambiente trendy ma vacuo. La storia d’amore è narrata da Claudio Piersanti in “I giorni nudi” (Feltrinelli, pp. 210) attraverso una serie di spostamenti progressivi: dall’incontro sentimentale a quello dei corpi, dalla ricerca di un’armonia comune all’allontanamento di lui, e al lancinante dolore di lei.

Alberto è anaffettivo, in questo simile ai due precedenti protagonisti dei romanzi dello scrittore, in bilico tra il fallimento e la ricerca spasmodica di sé; appare quasi impermeabile ai sentimenti, poiché capisce che amare significa soffrire e se ne sottrae. Autore dal ritmo cadenzato, riflessivo, pacato, Piersanti ha scritto una storia che sembra muoversi tra stereotipi e luoghi comuni, e invece riesce a raccontare qualcosa di nuovo sul rapporto amoroso e sulla depressione prodotta dalla separazione. I suoi personaggi, quelli maschili in particolare, in cui penetra con maggior profondità e acutezza, sembrano non possedere alcuna profondità; la voce narrante che li muove, appare distaccata, così che nello spazio che intercorre tra i protagonisti e il narratore filtra qualcosa di denso e insieme misterioso, che è il vero centro del racconto.

Tutti i romanzi di quest’autore hanno il medesimo andamento: inafferrabili, difficili da catalogare, sembrano usciti da un’esperienza umana profonda, che tuttavia non viene mai rivelata sino in fondo. La moralità di Piersanti scrittore consiste nell’arresto, nell’elusione, anche quando porta sino a compimento le sue storie. “I giorni nudi” del titolo sono quelli della depressione, il mood di quest’epoca in cui gli individui sembrano incapaci d’amare davvero.

Ma a cosa gli serviva la forza? Non poteva battersi con il vuoto. I passanti, onorevoli o barboni che fossero, gli sembravano tutti uguali. Animali con la testa china sul cappuccino bollente. Non desiderava la loro compagnia, voleva soltanto svanire, confondersi, diventare un passante qualsiasi, uno sconosciuto. Dopo aver camminato a lungo si concesse un’abbondante colazione in un bar appena aperto. A quell’ora c’era una grande scelta di paste, così ne ordinò un vassoio per assaggiarne più d’una. Lo servì una bella cameriera straniera, con gli occhi azzurri e il sorriso gentile. Doveva essere abituata a uomini dall’appetito forte, perché aveva abbondato con le paste. Purtroppo Alberto, pur attirato dai dolci appena sfornati, riuscì a mangiarne soltanto uno, il più piccolo, e per mandarlo giù dovette chiedere un’altra aranciata.

“Ho gli occhi più grandi della bocca”, si scusò con la ragazza, che gli sorrise senza capire. Gli succedeva da giorni. Credeva di avere molta fame, si sedeva a tavola, stendeva il tovagliolo sulle ginocchia, e alla prima forchettata doveva arrendersi alla gola chiusa. Il suo organismo accettava soltanto pochissimo cibo, preferibilmente liquido. Molto probabilmente i disturbi del sonno e quelli alimentari erano sintomi dello stesso male. Lo stress non gli era certo mancato in quei mesi. Si era separato da un socio e dalla sua giovane compagna, chiunque ne avrebbe risentito. Decise che si sarebbe fatto visitare dal suo amico medico, genio indiscusso fin dai tempi del liceo. Insegnava all’università ed era un internista irraggiungibile, ma con i vecchi amici faceva volentieri eccezione e li riceveva in tara o tardissima serata in una clinica privata.

Un libro che appena finisci di leggere comincia a lavorare dentro di te, parola dopo parola.

Nella mente dell'ipnotista - Lars Kepler

Sono passati quattro anni dalla pubblicazione de L’ipnotista di Lars Kepler, ma il ricordo del suo impatto e del suo successo planetario è ancora ben forte nella mente di molti lettori: più di 200.000 copie vendute in Italia, traduzioni in molte lingue e infine il passaggio quasi obbligatorio con la trasposizione filmica nel 2012, per la regia di Lasse Hallström.

Longanesi ha da allora confermato tutto il suo interesse per questo autore svedese, offrendo ai suoi lettori, nel giro di tre anni, altrettante opere: L’esecutore, La testimone del fuoco e L’uomo della sabbia e preparandosi ora a pubblicare, a partire dal 12 gennaio 2015, anche il recente Nella mente dell’ipnotista, apparso in originale nel 2014 con il titolo di Stalker.

L’ipnotista del titolo è ovviamente il celebre Erik Maria Bark che, reduce da precedenti collaborazioni con la polizia, si trova in questa avventura a dover fare i conti con un killer che sembra ben difficile da fermare e, in aggiunta, con un nemico potenzialmente ancora più pericoloso: la sua stessa mente.

"Erik Maria Bark continua a fornire le sue prestazioni alla polizia svedese in qualità di ipnotista, ma da circa un anno il rapporto non è più lo stesso, soprattutto a causa della scomparsa dell’ispettore Joona Linna che era, senza ogni dubbio, la figura che più si fidava di lui..."

Linna è letteralmente scomparso nel nulla, è quindi stato dichiarato morto e ora a Bark non rimane che occuparsi del caso più recente: c’è un nuovo assassino seriale in azione, un uomo freddo e calcolatore, paziente e preciso, in grado di sfidare testa a testa la polizia penetrando in casa delle vittime e uccidendole inesorabilmente.

Vi è però un sopravvissuto, Björn: il killer gli ha ucciso la moglie e lui è convinto di conoscere dei particolari che potrebbero condurre all’identità dell’omicida.
Ma quei segreti sono nascosti in fondo alla mente di Björn, che non riesce a ricordare nulla: spetta quindi a Erik Maria Bark scavare nella psiche dell’uomo.
E questa volta a emergere dalla nebbia della memoria sono dei particolari imprevisti, che potrebbero addirittura collegarsi al passato dell’ipnotista e incriminarlo pesantemente…

Non accenna quindi a esaurirsi la brillante e prolifica alchimia fra Alexander e Alexandra Coelho Ahndoril, i coniugi svedesi che hanno creato lo pseudonimo di Lars Kepler nel 2009 e che hanno scoperto con sorpresa e piacere che il loro connubio era in grado di produrre romanzi di gran successo, fra i quali Nella mente dell’ipnotista è ormai il quinto della fortunata serie dedicata all’ispettore della omicidi Joona Linnna.

Buona lettura.

Nelmondodimezzo - Massimo Lugli

Massimo Lugli, il più noto giornalista di cronaca nera a Roma, firma prestigiosa del quotidiano La Repubblica e autore di molti romanzi legati alla cronaca più recente, non poteva non cimentarsi nella descrizione di scenari incredibili, di personaggi caricaturali, di politici di mezza tacca doverosamente corrotti, di poliziotti onesti e purtroppo di alcuni venduti alla malavita che sono il retroscena di quello che i giornali hanno chiamato “il mondo di mezzo”: ci riferiamo agli scandali agghiaccianti che hanno messo in crisi l’immagine della capitale, anche sulla stampa estera, mettendo Roma e i suoi abitanti alla berlina di una giustificata gogna mediatica. Gli avvenimenti che si sono succeduti durante lo scorso inverno, gli arresti, lo scoperchiamento di pentole dentro cui bollivano atti delittuosi che hanno rischiato di far affogare un’intera classe di amministratori, sospettati o accusati di collusione con la parte più violenta di una mafia che sembra aver infettato tutto e tutti vengono raccontati da Lugli in un romanzo giallo convincente, dal titolo Nel mondo di mezzo. Il romanzo di mafia capitale (Newton Compton Editori).

Il protagonista Marco Corvino, alter ego dello stesso autore, mette in scena la tragicommedia di un vecchio boss della camorra, il napoletano ormai romanizzato don Michele Guaglisi, che ha messo al libro paga un ventaglio di sottoposti che gestiscono con estrema violenza prostituzione, droga, rapine ma soprattutto strozzinaggio. Prestiti ad usura con interessi che crescono in modo stratosferico riducono alla disperazione i malcapitati che accettano qualunque prezzo pur di sopravvivere: Sofia, una avvenente bouticcara romana e il suo innamorato infelice Michele non sono che le vittime più vistose di un sistema stritolante, che non perdona, che distrugge sistematicamente chi è finito in quel baratro.

Ma il «mondo di mezzo» non è solo questo: gli imprenditori della malavita organizzata hanno compreso che il nuovo e più redditizio affare sono gli immigrati che arrivano a migliaia nel nostro paese, la loro sistemazione ed accoglienza. I politici ambiziosi e corrotti che amministrano la città sono il primo obiettivo di un’industria del malaffare che punta sempre più in alto: frange di terroristi di destra fanatici e spietati tenteranno un’alleanza scellerata con Don Michele, il cui punto debole, come in ogni storia di mafia, sarà proprio il nipote Ciro, un giovanotto arrogante, ambizioso, viziato, violento, a causa del quale il vecchio boss subirà una drammatica sconfitta.

Lugli non lesina critiche violente agli amministratori di Roma, a partire dal sindaco, nei confronti del quale ostenta il disprezzo di moltissimi cittadini romani: “Il sindaco, arrivato solo otto mesi prima, si era impegnato a fondo nel trasformare il traffico in una bolgia. Andava in giro su una ridicola bicicletta elettrica, scortato e preceduto da due vigili ansimanti sui pedali e credeva di governare il municipio di Amsterdam. Le sue prime delibere avevano scatenato un coro di proteste furiose ma lui tirava dritto con l’incrollabile determinazione dei poveri di spirito...”

Nel raccontare le vicissitudini e le malefatte di spietati assassini, implacabili corruttori, carabinieri corrotti, Massimo Lugli dà voce a tanti cittadini romani impotenti e rassegnati, interrogandosi in modo accorato: “se vivere a quel modo, se districarsi ogni giorno in problemi enormi per le cose più semplici avesse contribuito alla maleducazione, alla violenza, all’aggressività che dilagava ovunque, dai quartieri residenziali alle borgate. Risse stradali finite a colpi di cacciavite, questioni di precedenza risolti a coltellate, diverbi da movida o da discoteca che finivano nel sangue. I furti e le rapine , così come tutti i reati violenti, erano in crescita esponenziale, questura e carabinieri si limitavano a nascondere i dati esattamente come la giunta comunale sembrava ignorare i suoi stessi fallimenti...”

Non c’è ottimismo nella lucida ricostruzione romanzesca che appare più vera di quanto non si immagini, nel libro che appare quasi un’inchiesta giornalistica documentata, mestiere nel quale l’autore eccelle. Scritto con il piglio autorevole di chi conosce la materia che sta trattando, il libro riassume fedelmente mesi di articoli di cronaca nera che avevamo spesso saltato, dopo la saturazione sopraggiunta ad ogni nuovo arresto, nuova scoperta, nuovo marciume dissepolto, pur se trasfigurati in una trama narrativa in cui compaiono personaggi di fantasia, la fidanzata, il figlio, la criminologa, o ambienti, la finta palestra di arti marziali, il ristorante romano di gran lusso copertura per il riciclaggio dei soldi sporchi, che raccontano una Roma: “derelitta, abbandonata a se stessa, costretta in ginocchio ad ogni temporale, ridotta a mostrare scenari da terzo mondo. Pardon. Paesi emergenti.”

Massimo Lugli non perde l’ironia, anche costretto a confrontarsi con il peggio dell’odierna storia di “Roma capitale” come pomposamente ci si ostina a nominarla.

Da non perdere.

Prometto di perdere - Pedro Chagas Freitas

Pedro Chagas Freitas, scrittore, giornalista e insegnante di scrittura creativa è diventato un caso editoriale internazionale grazie al passaparola dei lettori.

“Prometto di perdere” (Garzanti) è il terzo volume di quelli che possiamo definire i suoi "non-romanzi". Non ci troviamo davanti al classico romanzo ma a dei monologhi a metà strada tra racconti e poesie, tutti con uno stesso filo conduttore: l’Amore con la A maiuscola. Non quello delle favole, in cui alla fine tutti vissero felici e contenti ma quello vissuto ogni giorno, in tutte le sue forme e le sue sfumature, raccontato con l’originalità che contraddistingue Pedro Chagas Freitas.
Al primo impatto i suoi romanzi possono sembrare al lettore un mucchio di pensieri senza senso con un unico tema.

In molti hanno scritto dell’amore, ma Pedro Chagas Freitas lo fa in un modo innovativo e soprattutto autentico, descrivendo in maniera fedele tutti i vari tipi di amore; lo fa considerando tutti i punti di vista, quello dell’uomo e della donna, della madre, del figlio, del traditore e del tradito, ma in un modo in cui è difficile smettere di leggere perché ogni singola parola arriva dritta al cuore.
Perché l’amore non va inteso solo tra uomo e donna ma ne esistono di diversi tipi, come l’amore tra madre e figli, l’amore non corrisposto, l’amore che non può essere palesato, quello tradito, quello che non può essere vissuto, l’amore imperfetto, quello impossibile, di chi non trova il coraggio per viverlo o di chi a volte, invece, trova quel coraggio, anche se sa che finirà, perché l’amore lega per sempre.

“Prometto di perdere. Perché solo chi ama corre il rischio di perdere; gli altri corrono solo il rischio di essere perduti. Prometto di perdere, Perché solo chi non ha mai amato non ha mai perso”.

Pedro Chagas Freitas in “Prometto di perdere”, come anche in “Prometto di sbagliare” (il primo della serie), seguito poi da “Prometto di sposarti ogni giorno”, racconta la verità sui sentimenti che ognuno di noi conosce, ma sono veramente in pochi gli autori capaci di esprimere e soprattutto comunicare ai lettori, emozioni così forti e profonde.

“Ho capito il motivo per cui non ci potrà mai più essere un noi, ho capito che potrei darti solo quel che resta di me, e quello che siamo non accetterà mai solo una parte del tutto che sappiamo essere (se potessi scegliere che parte vorresti?)”

Davanti ad un romanzo di Pedro Chagas Freitas non si conoscono mezze misure, o si ama o si odia.
“Prometto di perdere” è il terzo volume che lo scrittore pubblica con questa formula, si potrebbe pensare ad un déja-vu, anche perché rischia di diventare ripetitivo sia per lo scrittore che per il lettore, ma con il suo modo accattivante di scrivere lascia il lettore lì a pendere dalla sua penna.

Lo stile è indefinibile, potremmo dire si tratti di monologhi, a volte poesie, a volte racconti. Non è facile spiegare, alla lettura del primo libro si potrebbe rimanere stupiti poi, cibandoci di ogni storia, lo ameremo profondamente. Non è assolutamente un libro da leggere in poco tempo, data anche la complessità del linguaggio, ma è un libro da assaporare, da vivere e assimilare lentamente per goderne pienamente. Solo in questo modo si riesce a comprenderne interamente il significato.

Sicuramente non adatto a tutti ma solo a chi ha voglia di qualcosa di diverso, a chi ha voglia di osare, a chi cerca qualcosa di insolito, fuori dagli schemi, ma anche a chi ama i libri da sottolineare, a chi cerca frasi bellissime.

“Oggi esci fuori, esci da te. Bacia chi devi baciare. Ma bacia come si deve. Bacia con la lingua, bacia con tutto il corpo, bacia con tutto te stesso, bacia come se il tuo unico limite fosse ciò che senti. Che cos’è la felicità se non avere come unico limite ciò che sentiamo? Oggi dimentica il pudore, dimentica le chiacchiere maligne, dimentica il politicamente corretto. Oggi sii oscenamente scorretto, pornograficamente imperfetto. Palpeggia, sperimenta, gioca, corri, fa ciò che più desideri perché desiderare ti fa sentire bene. Che cos’è vivere se non fare ciò che più desideriamo?”.

Pedro Chagas Freitas è uno scrittore, giornalista e insegnante di scrittura creativa portoghese. Scrive romanzi, racconti e cronache. Ha ricevuto diversi premi, tra cui il premio Bolsa Jovens Criadores del Centro Nacional de Cultura Português. "Prometto di sbagliare" è il suo primo libro pubblicato da Garzanti nel 2015; nel 2016 esce "Prometto di sposarti ogni giorno", sempre per Garzanti.

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