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Non sfidarmi - di Lee Child

L’edizione originale di Non sfidarmi risale al 2016 con il titolo di Night School che, come vedremo, ha un collegamento diretto con quanto accade nella trama e ora possiamo godercelo anche qui in Italia nella collana La Gaja Scienza nella traduzione di Adria Tissoni.

Non sfidarmi è il ventunesimo romanzo nella serie di Jack Reacher e, ancor prima di invitarvi a divorarlo come i precedenti, vogliamo rassicurarvi sul futuro, quasi fossimo degli scoiattoli che accumulano noci per l’inverno: ci sono altri romanzi della serie già pubblicati, che arriveranno in futuro anche nello Stivale.

Cercando di riprendere le fila di questo personaggio, che abbiamo definito un moderno cavaliere errante, ricordiamo che il romanzo che ha preceduto Non sfidarmi, ovvero Prova a fermarmi, ci ha mostrato un Reacher in una situazione tutto sommato tipica, con l’ex ufficiale della polizia militare statunitense che, vagando per gli USA, si imbatte in una situazione problematica, in persone da aiutare che lo trascinano in missioni complesse e pericolose.

Prova a fermarmi è stato il ventesimo romanzo della serie e molto probabilmente Lee Child ha avvertito l’importanza di quella cifra: l’esordio del suo personaggio risale al 1997, sappiamo alcune cose del suo passato e siamo abituati a vederlo vagare, l’autore deve aver pensato che fosse ora di trascinarci nel passato della sua creatura e per farlo ha deciso di creare una storia radicalmente diversa dal consueto.
Differente in primis per la collocazione cronografica e geografica ma anche per attitudini e modus operandi del titolare della serie.

In Non sfidarmi vedremo infatti un Reacher ovviamente più giovane e ancora arruolato nell’esercito, ma vedremo anche e soprattutto un Reacher che, coinvolto in una complessa spy story, si mostra capacissimo di collaborare con altri agenti e ben disposto al lavoro di squadra, cosa che solitamente non è certo il suo tratto più caratteristico.
Bando quindi a ulteriori ciance, andiamo a scoprire la trama di Non sfidarmi.

"Nel 1996 Jack Reacher ha trentacinque anni, è arruolato nell’esercito, è appena rientrato da una missione importante nei Balcani, portata a compimento con successo: fa appena in tempo a ricevere la Legione d’Onore che deve immediatamente tornare in azione. O meglio, più che in azione, a lezione.
Lo aspetta infatti una scuola serale piuttosto speciale, che frequenta insieme a un analista della CIA e un agente proveniente dall’FBI".

"Ben presto il vero scopo di queste lezioni notturne sarà chiaro: ad Amburgo una cellula dormiente jihadista ha incontrato un corriere saudita che sta cercando di concludere un affare da circa un centinaio di milioni di dollari, una transazione che coinvolge il leader di una organizzazione segreta, nascosto in qualche remoto angolo dell’Afghanistan, alla ricerca di un’arma in grado di scatenare un massacro di immani proporzioni.
I tre dovranno intervenire per cercare di fermare il piano prima che sia troppo tardi…"

Non sfidarmi funziona alla perfezione come “pausa” dalle gesta attuali di Jack Reacher e ci mostra un protagonista che praticamente fin dall’inizio, come è solitamente richiesto da molte trame di spionaggio, è ben disposto a collaborare con altri agenti pur di ottenere il risultato finale.

Molto del passato di Reacher rimane ancora all’oscuro e c’è quindi la sensazione che Lee Child prima o poi tornerà indietro nel tempo. In lingua originale sono già usciti altri due romanzi, l’antologia No Middle Name e The Midnight Line e fra qualche mese, il 5 novembre 2018 per la precisione, arriverà Past Tense, il ventitreesimo capitolo delle gesta di questo cavaliere errante contemporaneo.

Zia Mame - Patrick Dennis [i. e. Edward Everett Tanner]

E' difficile riuscire a creare un personaggio come quello di Zia Mame e renderlo simpatico, divertente e istrionicamente coinvolgente. Certo, la simpatia in realtà è più un riflesso empatico nei confronti del povero nipote ''condannato'' dal destino a sopportare sua zia che un vero e proprio sentimento positivo nei confronti della protagonista; certo, il divertimento è più implicito che esplicito, più un sottinteso dell'assurdo mondo di zia Mame che un palese frutto di quegli episodi aneddotici che garrulamente infarciscono il libro ma che al giorno d'oggi verrebbero definiti, e forse ingiustamente condannati, come "umorismo da slap stick"; certo l'istrionicità del soggetto è affettata quanto è artificiale il soggetto stesso; eppure, malgrado tutte questi dubbi, il libro funziona e il personaggio di Mame risulta talmente incredibile da diventare credibile, credibile quanto il frutto della sarcastica constatazione che al peggio forse c'è un limite ma alla pacchianeria proprio no.

Zia Mame: se un personaggio del genere esistesse veramente, sarebbe la più strabiliante figura della società moderna e la più ''terrificante'' sciagura dell’uomo normale... nella realtà è arduo ipotizzare che riuscirebbe simpatica a qualcuno, eppure nel romanzo è perfetta, nella realtá è arduo ipotizzare che riuscirebbe a sopravvivere più di qualche giorno, eppure nel libro si ricava sempre la sua opulente nicchia e se la cava egregiamente in ogni situazione, fino a divenire lei il filo conduttore di tutto lo scritto e il faro che emana una luce sfarzosa anche nei momenti più scuri, tristi e deprimenti.

Tutti i critici hanno affermato che non c'è nulla da fare, "Zia Mame" o la si odia o la si ama. Sia il primo caso, sia il secondo una cosa è indiscutibile: l'autore è riuscito a creare un personaggio memorabile, la risposta femminile al Grande Gatsby, o meglio la sua evoluta disintegrazione, l'estremizzazione di quel mondo già conosciuto grazie alla penna di Fitzgerald e la sua polverizzazione, poiché se Gatsby, il personaggio, era frutto di quel mondo, Zia Mame ne è addirittura l'artefice: vi entra, o per meglio dire ci si intrufola in ogni modo, lo stravolge, lo deforma e lo reinventa a suo piacimento, in un continuo gioco di creazione e distruzione coincidente coi suoi capricci.

Per dirla in parole povere insomma Mame è Gatsby all'eccesso, e un simile eccesso per risultare credibile può solo essere ironico. Se il primo dunque è considerato un capolavoro letterario, il secondo essendone l'eccesso può essere contemplato solo come capolavoro della letteratura comica. Relegare il libro alla comicità in questo caso però non significa sminuirlo, di fatti come già ribadito è innegabile che Mame sia un personaggio, nella sua vitalità cartacea, nel suo egocentrismo ingenuo e nella sua inossidabile pacchiana eccentricità, memorabile al pari di quello creato da Fitzgerald.

Si è detto che rendere credibile un personaggio del genere e' senz'altro difficile, ma ancora più complesso deve essere stato riuscire a plasmare questo libro narrandone i fatti con uno stile pulito, divertente, irriverente e mai eccessivo. Sì, ancora più difficile, eppure anche qui l’autore non fallisce anzi riesce persino a fare del suo stile l’altro punto di riferimento del romanzo, a renderlo un adeguato contrappeso all’esuberanza della protagonista. Senza dubbio alcuno infatti, l'ironia che condisce le sue gesta sono l'altro filo conduttore di tutta la storia, ed è il loro intersecarsi che crea l'ossatura del romanzo, o per meglio dire gli antitetici opposti di un unico dipinto: Mame e' l'anormalità', l'eccesso, la variopinta sfrontata eccentricità, mentre lo stile con cui e' descritta e' quello dell'uomo comune, dunque la normalità, la misura e la decenza, il loro apparente contrasto ? ciò che regge in piedi tutta l'opera.

E anche se è solo grazie alla dinamica ironia dello scontro tra normalità ed eccesso che si tiene in piedi tutto quanto non va comunque sminuito lo sforzo di Dennis. Poichè se è difficile creare un libro impegnato e drammatico e' altrettanto difficile scrivere un libro leggero e ironico senza che sembri stupido. Patrick Dennis, o comunque si chiamasse o volesse farsi chiamare, ci e' riuscito e per questo gli va riconosciuto il merito.
Certo, non sempre e' tutto oro quel che luccica, talvolta la narrazione ha momenti di stanca, più che altro dovuti alla ripetitività di certi cliché, altre volte sembra fin troppo slegata facendo presumere, e a ragione, che il libro inizialmente fosse stato concepito come una serie di racconti separati, tuttavia anche in questi momenti, la sfarzosa esuberanza, quasi autoironica, di Mame riemerge dalle scure acque del banale e riprendendo per mano il lettore lo riporta sulla via che lo condurrà in un crescendo di divertimento al degno finale di questa strabiliante farsa.

"Zia Mame" di Patrick Dennis è uno di quei libri che incrociano sempre il nostro sguardo alla solita puntatina in libreria, ma che, per un motivo o per l’altro – sindrome dello Studente Squattrinato, animo dello Scozzese e altre varie ed eventuali – rimangono lì, dolenti, a guardarci andare via, quasi come bimbi con le braccine allungate in attesa di un abbraccio che sistematicamente viene negato.

Buchi nella sabbia - Marco Malvaldi

"Buchi nella sabbia", questo il titolo del romanzo di Marco Malvaldi pubblicato da Sellerio, ci porta, come spesso avviene nelle opere di questo scrittore pisano, in Toscana, ma questa volta, non trattandosi di un volume della serie del BarLume, ad attenderci è una Toscana un po’ diversa.
E per cercare di conoscere questa regione italiana e i personaggi che animano la vicenda bisogna fare un accurato salto indietro nel tempo, un salto di oltre cento anni.

La vicenda è infatti ambientata nella Toscana dei primi del Novecento e appartiene a quel gruppo di gialli storici nei quali Malvaldi utilizza la forma del giallo d’indagine per intrattenere il lettore mentre lo informa anche d’altro, mentre parla con noi di vari particolari e dettagli di un’epoca passata, regalandoci squarci di una vita che fu.

Cerchiamo di scoprire cosa si nasconde in questi Buchi nella sabbia:

Pisa, 1901. Le autorità sono in fibrillazione: è un momento storico di attentati alle autorità e la Toscana è terra d’anarchia, ma al Teatro nuovo sta per andare in scena la Tosca di Giacomo Puccini ed è attesa la presenza di Vittorio Emanuele III, amico del compositore.
Molte delle persone coinvolte nell’opera, a partire dal tenore della compagnia Arcadia Nomade, molti tecnici e i vari cavatori di marmo e operai chiamati per i lavori, sono simpatizzanti con la causa internazionalista e il rischio che possa accadere qualcosa al re è abbastanza alto.

E qualcosa accade, qualcosa di tragico anche se di diverso rispetto a quel che ci si poteva attendere: a morire non è il Re bensì un attore della compagnia, colpito a morte da quello che evidentemente non era un proiettile a salve. L’omicidio accade al culmine della rappresentazione della Tosca e non si riesce a comprendere se si è trattato comunque di un attentato anarchico o di qualche resa dei conti fra gli attori.
A indagare troveremo il carabiniere Gianfilippo Pellerey e il suo superiore Ulrico Dalmasso, accompagnati da un terzo e imprevisto incomodo: Ernesto Regazzoni, giornalista de La Stampa, poeta, anarcoide e antimilitarista e grande amante della bottiglia.
Riuscirà l’improbabile trio a far luce sulla vicenda?

Che scriva dei simpatici vecchietti del BarLume o di questi gialli storici, la scrittura di Marco Malvaldi mantiene sempre il raro dono della densità nella leggerezza, del prenderci per mano e regalarci dettagli e particolari di mondi che alcuni fra noi conoscono ben poco, come è il caso dell’Opera per il sottoscritto.
E lo fa con grande abilità, senza nessuna condiscendenza o discorso dall’alto, con un tono e un tatto come se ci raccontasse queste cose al parco, seduti su una panchina, discutendo amabilmente.

Il 2015 è stato un buon anno per Malvaldi, che ha visto comparire alcuni suoi racconti sparsi per varie antologie, nonché il saggio Le regole del gioco. Storie di sport e altre scienze inesatte per Rizzoli e ora anche questo "Buchi nella sabbia".

Avrò cura di te - Chiara Gamberale, Massimo Gramellini

“E’ questa la scelta di coraggio che ogni essere umano è chiamato a compiere nel corso della vita: aprirsi all’amore, a costo di provare il dolore. Tu hai preso la decisione giusta, ma ogni tanto la rinneghi e ti assenti da te stessa per rifugiarti nel bosco delle tue insicurezze, dove non è mai facile ritrovare la strada di casa. Cercheremo di fare uscire le tue orme da quel bosco, imboccando una nuova direzione. Senza per questo rinunciare alla tua sensibilità. Alla tua antenna.”

Un libro a due voci. Da una parte abbiamo Chiara Gamberale che da voce a Gioconda detta Giò, una donna di trentacinque anni, piena di dubbi con un anima inquieta. Dall’altra parte, Massimo Gramellini, la voce maschile dell’angelo Filèmone, il quale ha la capacità di comprendere non solo la complicata storia familiare di Giò e i suoi turbamenti ma le fa una promessa: Avrò cura di te. Questa promessa dà il titolo al romanzo, ponendosi come un invocazione, un grido di aiuto di una donna smarrita che sta naufragando nel mare delle sue emozioni. Difatti, Giò dopo la separazione da Leonardo, si ritrova a vivere a casa dei suoi nonni, morti a distanza di pochi giorni e simbolo di un amore perfetto. Qualcosa, però presto cambierà la sua vita. Inizierà, dalla notte di San Valentino, uno scambio di pensieri, consigli tramite lettere tra lei e il suo angelo custode.

Intenso, appassionato e pieno di meditazione, il dialogo tra Giò e Filèmone dona al romanzo un atmosfera di spiritualità e riflessione. Attraverso i consigli dell’angelo, ella inizierà a ripercorrere le tappe della sua vita, a mettere a nudo la sua anima, spogliandosi di ogni maschera, di ogni inganno. Tutte le sue paure saranno lì visibili a tormentarla. Tuttavia, la presenza del custode di Giò (il quale può incarnare la figura di persone che noi riteniamo vicine a noi, di cui ci fidiamo o magari per i credenti e aderenti alla religione anche un angelo stesso), allevia il suo dolore. Si pone come la voce della sua coscienza, indirizzandola su cosa è giusto e cosa è sbagliato, rimproverandola quando assume un atteggiamento infantile ed incoraggiandola a seguire sempre la sua strada.

Tale romanzo si presenta come una guida ai sentimenti per affrontare le proprie emozioni senza farsi sopraffare da esse. Molto spesso, quando siamo dentro una situazione non riusciamo a vedere in maniera lucida ciò che sta succedendo. Finché ci siamo dentro non siamo in grado di giudicare in maniera obiettiva, visto che ci lasciamo trascinare da ciò che proviamo. Tentiamo, comprendiamo, lottiamo per salvare ciò che riteniamo valga la pena di essere nella nostra vita ma non sempre riusciamo nel nostro intento. Forse, bisogna distaccarsi un pò, fare in modo che l’altro prosegua un pezzo di strada senza di noi. Alla fine, quando avrà ritrovato il suo essere ci si potrà rincontrare. Perché, in fondo, prima di amare un’altra persona, bisogna amare se stessi e avere la pazienza che l’altro capisca quanto amore voi potreste dare a lui/lei se solo si lasciasse andare. Mai sopraffare l’altro come faceva Giò, bensì fare in modo che la persona che abbiamo accanto a noi possa esprimere ciò che sente senza sentirsi come un peso, come uno sbaglio.

“Ogni volta che ci diciamo addio, io muoio un pò, ogni volta che ci diciamo addio, io mi domando perché”

Molti potranno trovare questo libro banale, scontato, stucchevole ma in verità se si va oltre ciò che si vede, si comprenderà che dietro le loro parole ci sono semplici riflessioni sulla vita e l’amore. Credere, che c’è sempre una soluzione agli errori commessi. Di conseguenza, si evince che:

- Bisogna imparare dai propri errori e che finché c’è vita c’è speranza di trovare una soluzione
- L’amore perfetto non esiste, semmai esistono persone che si amano in maniera incondizionata ma che riescono a trovare punti d’incontro
- Addomesticare ansie e paure, cercando di fare un passo indietro per permettere all’altro di dar voce al suo Io emotivo.
- C’è sempre qualcuno pronto ad aiutarci ma il miglior aiuto viene da noi stessi. Siamo noi giudici e censori delle nostre scelte.
- Vivi, ama e lascia vivere. Non scappare di fronte agli ostacoli ma lotta sempre contro ogni timore. Non soffocate mai le vostre emozioni, lasciatele libere.

Stella o croce - Gian Mauro Costa

Gian Mauro Costa, dopo aver firmato la serie di libri che avevano visto protagonista il radiotecnico Enzo Baiamonte, che in difficoltà economiche inizia ad accettare vari lavoretti per aprire uno studio di investigazioni; ora torna in libreria con una nuova figura femminile, Angela Mazzola, poliziotta che anima il libro Stella o croce.
Una figura di poliziotta, nuova ed intrigante, un po’ sui generis, che tende a sorvolare su quelle che sono le regole del commissariato, per attuare iniziative strettamente personali. Con una perfetta conoscenza di quell’ambiente particolare che è Palermo, in cui:

“Era stata , perché adesso sembrava essere stata venduta, più che al diavolo tout court, ai variopinti demoni del commercio. Il reticoli di vicoli e viuzze si era trasformato in una fitta ragnatela costituita dapprima da negozi etnici (avevano fatto da apripista in zone considerate a rischio dai palermitani) e poi dai pub e dalle trattorie che avevano dato vita a magazzini fatiscenti o ex bordelli in disarmo. Palazzine sull’orlo del collasso, ancora abitate da indigeni superstiti e residenti stranieri ammassati, erano state affiancate da edifici ristrutturati, sontuosi negli interni e riportati, all’esterno, all’imitazione degli antichi splendori. In molti degli appartamenti resuscitati erano state avviate floride attività di bed and breakfast popolate da turisti affascinati dai luoghi comuni tanto da accontentarsi, talvolta , anche dei bagni in comune. (…) E la fauna assumeva di volta in volta le sembianze meglio adatte alle offerte.”

In questo contesto avviene un omicidio tanto brutale quanto inspiegabile: una parruccaia viene trovata morta nel suo negozio. Lei era un personaggio molto noto nel centro di Palermo, perché oltre a lavare, pettinare i capelli di artisti, travestiti e di donne più o meno ricche, più o meno in terapia oncologica, si comportava con i suoi clienti con gentilezza ed affetto, distribuendo a tutti consigli e suggerimenti. E allora? Dopo una prima investigazione che non porta a nulla, i superiori di Angela vogliono chiudere l’indagine. Troppo pochi indizi che conducono ad un’empasse dell’indagine. Ma Angela non si dà per vinta, ed inizia una ricerca personale con pochi mezzi, nel tempo libero, scoprendo un mondo assai diverso da quello prospettato.

L’autore formula il ritratto di una poliziotta giovane e pimpante, brillante, amante del sesso senza troppi coinvolgimenti emotivi, del buon vino e della buona cucina, molto legata agli affetti familiari d’origine, molto intelligente e perspicace. Non si parla di mafia in questo romanzo. Ne scaturisce una lettura veloce, bella, per un giallo dalle caratteristiche “classiche” nella trama e nell’investigazione; ma molto bel congegnato e strutturato, ricco di colpi di scena, che animano brillantemente il tessuto narrativo.

Le nostre anime di notte - Kent Haruf

La storia è ambientata ad Holt, una cittadina americana inventata da Haruf, e ruota intorno ad Addie Moore e Louis Waters, due anziani ormai in pensione. Addie e Louis sono entrambi vedovi e, pur conoscendosi da molti anni, non si sono in realtà mai fermati davvero a parlare l’uno con l’altro. Questo cambierà una sera di maggio quando Addie proporrà a Louis di dormire insieme. Nella proposta di Addie, tuttavia, non c’è assolutamente niente di indecente o indecoroso, solo la voglia di avere un po’ di compagnia durante le lunghe notti solitarie.

“[…] Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. […] Non parlo di sesso. No, non intendo questo. Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di passare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”

Una proposta improvvisa, quella di Addie, forse un po’ stramba e anche imbarazzante ma sicuramente coraggiosa. Inizierà così un rapporto particolare, una storia d’amicizia che nascerà timidamente e crescerà piano piano, trasformandosi in una dolce storia d’amore.
Ai due anziani si aggiungerà anche il nipotino di Addie, Jamie, che passerà l’estate dalla nonna a causa dei problemi coniugali dei genitori. Si verrà così a formare una sorta di piccolo nucleo famigliare composto da Jamie, Addie e Louis, un rapporto che diventerà sempre più forte durante il corso dell’estate, attraverso gite, lezioni di softball e semplici pranzi all’aperto.

La narrazione ruota soprattutto intorno ai dialoghi, serrati e continui, tra i due protagonisti. Addie e Louis parleranno a lungo, raccontandosi poco a poco della loro vita, dei rispettivi matrimoni, dei figli e dei drammi che hanno segnato le loro esistenze. Nel buio della notte si confideranno soprattutto i segreti, i rimpianti e i rimorsi di una vita ormai passata, lasciata scorrere, non pienamente vissuta. Segreti spesso rimasti chiusi tra le mura domestiche, per cercare di mantenere una facciata decorosa e rispettabile davanti agli altri abitanti di Holt.
E sarà proprio la società bigotta e curiosa della piccola cittadina americana a giudicare la relazione tra Addie e Louis, considerandola come un qualcosa di scandaloso, non socialmente accettabile, sino al punto che persino i loro figli cercheranno di dissuaderli dal frequentarsi, proprio per evitare pettegolezzi imbarazzanti. Significativo in tal senso è il dialogo tra Louis e sua figlia:

“[…] A me sembra solo imbarazzante.
Per chi? Per me non lo è.
Ma la gente sa di voi.
[…] Tu ti preoccupi troppo della gente di questa città.
Qualcuno deve pur farlo.”

Una realtà piccola ma ingombrante, quella di Holt, che si intrometterà silenziosamente nella relazione tra Addie e Louis, pronta a trarre conclusioni affrettate e a condannare i due protagonisti. Ma è davvero così sbagliato quello che i due anziani stanno facendo? È davvero così scandaloso? In fin dei conti, come ribadisce Louis alla figlia ancora scettica si tratta solo di “una scelta, di essere liberi. Persino alla nostra età”.
La scrittura di Kent Haruf è delicata, quasi atemporale, ed è sempre presente una sorta di malinconia, un sentimento di urgenza, quasi una corsa contro il tempo, una volontà di assaporare e vivere ogni piccolo momento della vita perchè potrebbe essere l’ultimo.

“Continui ad avere dubbi sul fatto che possa durare.
Tutto cambia.”

Un romanzo dolce sull’amore, sulla famiglia ma soprattutto sul coraggio di vivere la vita pienamente, fino alle fine, anche quando sembra non avere più sorprese per noi. Una storia che vi toccherà il cuore.

“Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna, li cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.”

Che dire di più?

Le assaggiatrici - Rosella Postorino

"Le assaggiatrici" di Rosella Postorino (Feltrinelli) è la storia di Rosa Sauer, chiamata a servire Hitler rischiando la vita ogni giorno, o meglio ad ogni pasto.

Ha perso la mamma durante un bombardamento e ora vive a casa con i suoceri, lontano da Berlino, in attesa che il marito Gregor ritorni dalla guerra. Un giorno le SS bussano a casa, la vita di Rosa non sarà più la stessa. Da quel momento diventerà l’assaggiatrice dell’uomo più potente di Europa.

Insieme a lei altre donne, con le quali condividerà la paura della morte e la mensa. Il contrasto tra il mondo esterno, fatto di paura, fame e morte e… l’apparente mondo di ricchezza e tranquillità che si respira in quelle stanze. Il cibo non è mai solo cibo, specialmente in tempo di guerra.

Il quotidiano appuntamento con la morte per queste giovani donne è diverso da quello dei soldati ma la paura che stringe lo stomaco, provoca la nausea e obbliga ad andare avanti… è la stessa della trincea.

Rosa scoprirà presto che le sue compagne di mensa non sono amiche, anzi. Incontrarle al Villaggio è quasi spiacevole. Quanto è segreta la loro missione? Con il passare del tempo i legami diventano più profondi e progressivamente aumentano anche i segreti da nascondere.

Rosa non interagirà mai con il Führer direttamente, loro sono lì sono per assaggiare e nemmeno le stesse cose. Divise in gruppi, mangiano pietanze differenti. Nell’eventualità di un avvelenamento affronterebbero la morte da sole.

La vita di Rosa prende una piega ulteriore verso lo sconforto quando scopre che Gregor è disperso in Russia. Si può dire addio a qualcuno senza avere la certezza della sua morte?

"Si può smettere di esistere anche da vivi; Gregor forse era vivo, però non esisteva più, non per me. Il Reich seguitava a combattere, proteggeva Wunderwaffen, credeva nei miracoli, io non ci avevo mai creduto. La guerra continuerà finché Goring non riuscirà a infilarsi i pantaloni di Goebbles, diceva Joseph, la guerra sembra dover durare in eterno, ma io avevo deciso di non combattere più, mi ammutinavo, non contro le SS, contro la vita. Smettevo di esistere, seduta sul pulmino che mi portava a Krausendorf, la mensa del Regno".

Rosa ha conosciuto l’intimità coniugale per un anno, ha il sogno nel cassetto di diventare madre ma la scomparsa di Gregor mette la parola fine alle speranze future. Quale futuro si può sognare?

Di Rosa conosciamo tutto, ogni pensiero. Postorino ci “obbliga” ad entrare nella sua testa e in quel contesto così particolare e sconosciuto. In tempo di guerra è tutto lecito? Le riflessioni su vita e morte sono ricorrenti e ci spiazzano per la loro forza.

"Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. Tant’è vero che può arrivare qualcuno a chiederti di sacrificarla, la tua vita, per qualcosa che ha più forza. La patria, per esempio..."

La morale corrente viene sospesa, si creano nuovi valori, nuove credenze. Cosa si è disposti a fare per rimanere vivi…ma soprattutto, conoscendo Rosa, ci chiediamo: è davvero vita quella?

Le ragazze guadagnano duecento marchi ma rischiano di morire ogni giorno, eppure la vergogna per quello stipendio così alto è un sentimento diffuso. Seguiamo le loro ritrosie, le storie d’amore clandestine, gli aborti celati. Sussurriamo in quei bagni, respiriamo gli odori dei loro corpi, delle pietanze e l’inevitabile odore della paura.

In questo libro succedono tante cose, ci sono colpi di scena e dolori difficili da sopportare ma diventano tali perché Postorino ci fa calare perfettamente nel personaggio di Rosa. Dolenti o nolenti la vediamo mentre si scruta il corpo cercando i segni del decadimento e della prossima decomposizione. Sentiamo il desiderio sessuale che brucia sulla pelle, condividiamo l’impellente bisogno di una gravidanza, di una rinascita.

Capiamo subito il suo bisogno di accettazione, la voglia di integrarsi, la ricerca del contatto e ci stupiamo quando non riesce a trovarlo. La accompagniamo in un finale commovente (seppur troppo sbrigativo rispetto al resto della storia) e per un attimo, quando chiudiamo il libro, ci sembra di vederla. Rosa è lì vicino a noi, sola, immersa nei propri pensieri con il suo piatto – quasi immacolato – davanti.

"Le assaggiatrici" ha trionfato alla trentaquattresima edizione del Premio letterario Rapallo per la donna scrittrice 2018, imponendosi sugli altri due romanzi finalisti: “La ragazza di Marsiglia” di Maria Attanasio (Sellerio Editore, 2018) classificatosi al terzo posto e “Non fa niente” di Margherita Oggero (Einaudi, 2017) che ha ottenuto il secondo posto.

Nel corso della serata finale, svoltasi sabato 4 agosto 2018 sono stati assegnati anche il premio opera prima a Sabrina Nobile con “Per metà fuoco, per metà abbandono” (SEM, 2018), ed il premio speciale della giuria, intitolato ad Anna Maria Ortese, che è stato attribuito a Ilaria Scarioni per il suo romanzo d’esordio “Quello che mi manca per essere intera” (Mondadori, 2017).

La donna alla finestra - A. J. Finn

Respiriamo atmosfere un po' retrò, che rimandano ai vecchi film in bianco e nero, in questo thriller psicologico di A. J. Finn.

Anna Fox, stimata psicologa infantile, vive sola in una magnifica abitazione signorile ad Harlem, New York. E' separata dal marito e dalla figlioletta, Olivia. Anna soffre, da circa dieci mesi, di agorafobia, il terrore degli spazi aperti: questo la costringe a non uscire mai di casa. Trascorre le sue giornate bevendo molto merlot, giocando a scacchi online e... osservando tutto il vicinato grazie al teleobiettivo della sua macchina fotografica.

Siamo alla fine di ottobre quando nella villa davanti alla sua si trasferisce una nuova famiglia, i Russell, formata da un padre, una madre ed un figlio adolescente. Stranamente la solitudine di Anna viene scardinata sia dal ragazzo, Ethan, sia dalla madre, Jane, della famiglia Russell, che si presentano entrambi a casa sua, pur non insieme e per motivazioni diverse. La nostra protagonista prova subito un'innata simpatia per la stravagante Jane Russell e un moto d'affetto per il giovane Ethan, un vero e proprio “bravo ragazzo”.

Ma una sera Anna, affacciata alla finestra di camera sua, vede accadere qualcosa nel salotto dei Russel: di che cosa si tratta in realtà? Perché nessuno crede all'attendibilità di Anna?

Il ritmo della narrazione scorre piuttosto lento - ma che non influisce negativamente sulla lettura - fin oltre la metà del libro, per poi regalarci un finale inaspettato e molto coinvolgente. L'autore, tramite la voce narrante di Anna Fox, si sofferma sul dolore e sull'angoscia della protagonista, che cerca in ogni modo di “anestetizzarsi” con alcool e farmaci per non affrontare l'evento traumatico che l'ha resa agorafobica. Eppure Jane Russell era riuscita a scalfire la sua estrema solitudine: che cosa è successo a Jane? Anna dovrà far funzionare di nuovo bene gli ingranaggi arrugginiti della sua razionalità per riuscire a capirlo.

Siamo di fronte ad un thriller molto mentale, psicologico. Non ci sono particolari eccessivamente violenti. Il male può nascondersi dove non ci aspetteremmo e soprattutto, mai sottovalutare la potenza della mente, nel bene o nel male.

L'autore ha dichiarato di essere lui stesso, come del resto la protagonista del suo romanzo, un grande estimatore del cinema d'autore in bianco e nero ed in particolare del grande Hitchcock. L'opera quindi esplicita i modelli a cui l'autore si è ispirato: ne risulta un thriller sofisticato ed intrigante da cui sarà presto, pare, tratto un film.

«Eccezionale. Un thriller contemporaneo ma con un retrogusto da vecchio film noir» - Stephen King

Il presidente è scomparso - di Bill Clinton e James Patterson

"Il presidente è scomparso" è considerato il thriller dell’anno, e reca in sé due autorevoli firme: uno è stato il Presidente degli Stati uniti nel 1992, rimasto in carica fino al 2001. Concluso il mandato ha creato la Clinton Foundation, dedicata al miglioramento delle condizioni di salute della popolazione mondiale, allo sviluppo delle pari opportunità per le donne, alla lotta contro l’obesità infantile e alla prevenzione in campo medico, allo sviluppo delle opportunità di crescita economica e allo studio degli effetti del cambiamento climatico. E’ autore di una serie di saggi che ha riscosso un grande successo di pubblico. L’altro, James Patterson, è un giallista di fama internazionale. Detiene il record dei Guinnes dei Primati per il numero di volte in cui i suoi romanzi hanno raggiunto il primo posto nelle classifiche del New York Times.

Insieme si cimentano nella scrittura a quattro mani, che diventa una ricetta perfetta per scrivere un thriller politico destinato a divenire un bestseller mondiale. Uno ha la competenza e una perfetta conoscenza dei meccanismi della politica americana e l’altro quelli della tecnica investigativa. Uniti sono questi gli elementi che caratterizzano e segnano fortemente tutta la narrazione, tramutandola in un thriller che non può non affascinare il lettore.

Il libro si apre con il Presidente degli Stati Uniti, Jonathan Duncan, impegnato a difendersi davanti alla Corte Costituzionale da un’accusa tanto grave quanto infamante, quella di impeachment:
“prima o poi, ogni presidente si trova a dover prendere decisioni in cui la scelta giusta da un punto di vista pratico è invece quella sbagliata sul piano politico. Se la posta in gioco è alta, bisogna seguire la propria coscienza e sperare che l’opinione pubblica cambi idea. In fondo è per quello che si viene eletti.”.

I suoi avversari politici sono furiosi e scatenati, vogliono assolutamente annientarlo. Lo accusano di aver avuto contatti telefonici ufficiosi ed equivoci con una delle pedine più importanti del terrorismo internazionale, tal Suliman Cindoruk:
“E il capo di questi Figli della Jihad non è forse un tale Suliman Cindoruk, signor presidente?
Ecco ci siamo. Cala l’asso.
Sì, Suliman Cindoruk è il loro leader.
Ed è considerato il cyber terrorista più pericoloso e prolifico del mondo, è così?
Mi sembra una buona definizione.
E’ nato in Turchia, ma non è musulmano. E’ un estremista laico e nazionalista che vuole combattere l’influenza occidentale sul Medio Oriente e sull’Asia Centrale. La sua jihad non ha nulla a che fare con la religione.”

Inoltre la scomparsa in Algeria di un importante agente americano, pare sacrificato alla causa, apre scenari inconsueti per il Presidente, che attaccato ovunque decide di sparire temporaneamente. Pare per salvare il suo stesso Paese e la sua integrità. Ma un Presidente può scomparire nel nulla, anche se per poco tempo, senza che nessuno ne sappia nulla? L’uomo più potente e difeso al mondo scompare, evanescente come l’acqua. Lo stesso Bill Clinton in alcune interviste ha specificato che in casi di grave ed assoluta criticità anche l’uomo più potente al mondo può scomparire, sebbene per periodi brevi e al fine di risolvere questioni spinose. Così operando anche ad essere protetto nel modo e ne tempi normalmente configurati. Il libro è molto intrigante, e traspare nettamente una conoscenza perfetta non solo dei meccanismi e dei sotterfugi della politica americana, ma anche del ruolo e della vita che si svolge all’interno della Casa Bianca. L’ambientazione è tratteggiata in modo sapiente, ad esempio quando parla:
“La “stanza” è la Sala Roosevelt, di fronte allo Studio Ovale. Perfetta tanto per le riunioni, quanto per la finta udienza della commissione speciale, visto che tra i cimeli appesi alle pareti campeggia sia il ritratto di Teddy Roosevelt a cavallo con l’uniforme dei Rough Riders, sia il Premio Nobel per la pace attribuitogli per la risoluzione del conflitto russo-giapponese. Non ci sono finestre, gli ingressi si possono chiudere e proteggere facilmente.”

Un thriller che scarica adrenalina, si sente e si percepisce la pressione degli eventi, il peso delle decisioni lampo, il ruolo determinante ed egemonico di una figura così importante. Di grande attualità per gli argomenti trattati, che spaziano dalla minaccia jhadista, al terrorismo internazionale alla minaccia del cyber e dell’hackeraggio. Un libro che narra con perizia e sapienza narrativa dei misteri e dei segreti celati intorno alla Casa Bianca, quella fortezza che pare inespugnabile agli occhi di tutto il mondo, ma che forse non è proprio così. Per non parlare delle difficoltà psicologiche, delle logiche astruse di potere, vissute da un uomo forse più potente al mondo, che in questo caso si rivela anche e soprattutto nel lato umano della propria personalità e della propria intima solitudine. Nessun dubbio che questo libro sia destinato ad avere un successo planetario.

La madre di Eva - Silvia Ferreri

Ogni genitore desidera il meglio per il proprio figlio. Ad ogni madre è capitato di fantasticare, carezzandosi dolcemente il pancione, sul futuro del proprio bambino e sul suo essere una madre diversa, migliore, dichiarando che lo avrebbe lasciato libero di scegliere quello che sarebbe voluto diventare pur di vederlo felice. Poi però la vita non è quasi mai una equazione lineare. Ti fa arrabbiare, infuriare, inorridire di fronte alla ferrea volontà di un essere uscito dal tuo corpo ma che non riconosci più e vedi come un alieno. Tutto ha principio dal corpo. Un corpo prigione. In La madre di Eva (Neo Edizioni) Silvia Ferreri tratta senza remore e senza sconti un tema delicato e spinoso, scandagliando in profondità una questione diventata cruciale nella nostra età contemporanea: l’identità sessuale, l’appartenenza a qualsiasi cosa sia in grado di contenderci e convincerci di essere anche solo un po’ adeguati. Racconta, a volte in modo raggelante, l’inadeguatezza che si prova rispetto a certe scelte estreme dei figli come quella di voler cambiare sesso. Una inadeguatezza che porta a compiere atti in sé inenarrabili per pudore o a metà strada fra senso di colpa e redenzione, trasformando il crudo fatto dell’attesa di una operazione chirurgica in una di quelle storie magnetiche che rendono la letteratura quanto di più vicino ci possa essere alla vita.

La madre di Eva, che non ha altra connotazione se non quello di essere madre, né nome proprio, si trova a fare i conti con una di quelle realtà scioccanti che ti obbligano a passare in rassegna ogni fotogramma della tua vita con la lente di ingrandimento per capire dove hai sbagliato. La donna si interroga, si tormenta e si confessa. Vive di dubbi, assilli, contraddizioni e interrogativi che esigono risposte difficili. Affronta una quotidiana battaglia tra il senso della sua vicissitudine dolorosa, che ha un nome di tre parole “disforia di genere”, e il credito concesso all’esistenza, alla sua possibilità di risarcire: «Ci sono genitori i cui figli a vent’anni sono campioni di nuoto o di ginnastica. […] E ci sono genitori che hanno figli che a vent’anni muoiono su una strada, lasciano la vita contro un guardrail o a un incrocio non rispettato. […] Ci sono genitori che hanno figli che vanno lontano, figli che si sposano, che divorziato. Figli che fanno figli.
E ci sono genitori che hanno figli che cambiano sesso. A diciotto anni. Dopo una vita passata a guardarti con gli occhi sbagliati».

È un romanzo pieno di dolore, feroce, attraversato da una forte energia intima che non ha paura di qualche affermazione difficile. Insieme ai pensieri, le immagini e sensazioni che attraversano la mente della madre è il corpo di Eva il protagonista occulto, con pelle, peli, pube, pene e seni. Il dolore è il collante che tiene insieme il tutto. Un dolore lancinante, muto, coinvolgente e virulento. Essere madri non è semplice: «Capii allora che la paura era entrata nella mia vita per non andarsene più. Come se insieme al mio seme e a quello di tuo padre se ne fosse impiantato abusivamente un altro, quello dell’inquietudine, del terrore per il mondo in cui stavo piantando un figlio. E quel seme abusivo cresceva insieme a te, anzi, si nutriva di te e della vita che ti avrebbe portato fin qui».

La madre di Eva è chiamata a decifrare non solo la figlia ma anche se stessa e i suoi tormenti interiori. È una donna che cerca di guardare avanti rimanendo sospesa sul filo della sua storia, cercando di non romperlo quel filo e di non cadere. Sarà lei ad accompagnare quella che all’inizio sembrava una comune adolescente spigolosa e arrabbiata che mastica silenzi, in Serbia per operarsi.

Infatti La madre di Eva racconta dell’incapacità di amare una figlia, una moglie, una madre, provando comunque a farlo ma spesso in modo sbagliato, insufficiente, inadeguato rispetto all’idea stessa di cosa debba essere l’amore. Racconta di un padre e marito che, incapace di districarsi in un fatto più grande di lui, rimane intrappolato nell’incompiutezza del tempo presente e lascia che la moglie affronti tutto da sola.

Il flusso di pensieri allenta l’azione e la dilata oltre la pagina e i muri di casa sfiancando il lettore ed esigendo una partecipazione vigile.
L’implacabilità della prosa ha il potere di cancellare le normali coordinate grazie a cui ci orientiamo nella realtà, e distinguiamo il passato e il presente, il giusto e l’ingiusto.

Kafka sulla spiaggia - Murakami Haruki

Un ragazzo di 15 anni che sembra un vecchio e un tale ingenuo come un bambino partono da Tokyo per un viaggio che li porterà negli stessi luoghi. Noi sentiamo che il loro destino è legato, ma non sappiamo come. Tamura Kafka, il ragazzo, è in fuga dall’orribile profezia che gli è stata fatta dal padre: “Un giorno tu mi ucciderai e giacerai con tua madre e tua sorella”. Perciò scappa di casa e si rifugia nella biblioteca di un paesino lontano. Il vecchio, che è profetico e un po’ toccato, non sa né leggere né scrivere, ma in compenso parla con i gatti.

La sensazione è che questo romanzo sia un concentrato di tutti i motivi narrativi. Mentre Tamura Kafka cerca di sfuggire al mito di Edipo, si perde nel bosco come Pollicino, con tanto di alberi contrassegnati e radure. Murakami se ne frega che sta ripetendo l’Edipo tale e quale: copia sfrontatamente. Poi il racconto di Pollicino si mescola a quello dei soldati giapponesi, nascosti nella foresta e ritrovati dopo molti anni, convinti di essere ancora in guerra. E questa è cronaca.

Ma il racconto diventa anche "Picnic ad Hanging Rock", dove il contatto con la natura si trasforma in brivido e mistero: in Australia, nel 1900, un gruppo di ragazze provenienti da un aristocratico college vanno a fare un picnic in montagna, dove alcune di loro scompaiono. Solo una torna indietro, priva di memoria di quanto è accaduto.Kafka sulla spiaggia. Cronache Letterarie
Analogamente gli allievi della gita scolastica in montagna di Murakami svengono tutti senza alcuna spiegazione. Poi tutti si riprendono, tranne Nagata che si risveglierà alcune settimane dopo, anche lui senza memoria: non solo non ricorda cosa è successo, ma ha dimenticato tutta la sua vita precedente e ha perso la facoltà di ricordare.

Murakami si e ci tiene in equilibrio sul confine tra sogno e realtà, anche grazie alla sua capacità di “trasformare l’irreale in qualcosa di perfettamente plausibile e sensato”. Come se niente fosse, a un certo punto arriva Johnnie Walker che rapisce i gatti, li squarta, ne mangia il cuore ancora palpitante, li decapita per poi mettere le loro teste in frigo: e qui siamo in pieno horror!

Tragedia greca e dramma famigliare, romanzo di viaggio e romanzo erotico, horror e mistery, cronaca e favola, per non parlare del giallo e del surreale danno luogo a un incredibile miscuglio narrativo. Si passa da un tipo di narrazione all’altra e non si sa più in quale ci si trovi. Quello che Kafka-Pollicino ha perso nel bosco, oltre alla strada, è il genere del romanzo, perciò lo spaesamento è ancora più grande. Insomma, leggendolo ci si sente sperduti in tante mitologie. E’ così che questo romanzo parla della struttura del romanzo. E’ un viaggio attraverso i generi.

Chi sono i genitori di Tamura Kafka?
Il padre è un pittore molto noto che dipinge labirinti e secondo il figlio è un essere odioso: ma è evidente che il ragazzo sta attraversando una difficile fase edipoca. La madre lo ha abbandonato quando aveva quattro anni, portandosi via anche la sorella. La signora Saeki, che Kafka sospetta essere sua madre e che è anche la donna di cui è innamorato, ha scritto un libro sui fulmini. Ha girato tutto il Giappone cercando persone colpite dai fulmini e le ha intervistate. La signora Saeki è schiacciata dai ricordi del suo amore giovanile ed è un po’ come se anche lei fosse sopravvissuta a un fulmine. Il giovane Kakfa è tormentato dall’abbandono della madre e non smette di interrogarsi sul perché l’abbia fatto. Si sente in colpa e crede che se ne sia andata perché lui è indegno.

Per scampare alla maledizione di Edipo, Kafka fugge a una distanza di sicurezza. Quando però il padre muore, il ragazzo perde i sensi e si ritrova con le mani sporche di sangue. Ha la sensazione di aver ucciso il padre, malgrado si trovi lontanissimo da Tokyo. Perché?
Perché nel regno dei sogni e della metafora non esistono distanze, o barriere, che possano impedire alcunché e tutto è possibile. Anche una pioggia di sgombri e sardine e un vecchio che prevede che cadranno pesci dal cielo.
D’altro canto, prima che Jung e Freud illuminassero l’inconscio con la psicanalisi, dice Murakami in Kafka sulla spiaggia, questo era unito al soprannaturale ed erano entrambi avvolti nelle tenebre. Mentre la narrazione procede in un territorio dai confini incerti in cui i “testa o croce” non si escludono, viene da chiedersi: quando si sveglierà il sognatore di questo sogno? Quando torneremo alla realtà? Ma non si può tornare da nessuna parte perché “ogni cosa nel mondo è metafora”.

Quello che affligge Kafka “è un tema ricorrente nella tragedia greca. L’uomo che non sceglie il proprio destino, ma ne è scelto”. Il protagonista non sa più dov’è il confine tra quello che credeva di aver scelto e quello che era già stabilito. Gli sembra che il suo destino vanifichi tutte le sue scelte e i suoi sforzi. E poi l’ironia della sorte, nell’opera di Sofocle, è che “a causare la tragedia di Edipo non sono pigrizia e stupidità, da cui è immune, ma il coraggio e il senso di giustizia che lo animano”.

Se Edipo non fosse tanto coraggioso non ucciderebbe il padre. Magari lascerebbe passare il re Laio e non se la prenderebbe troppo per un cavallo morto. E’ il fatto di essere un uomo onesto e probo che gli fa compiere il più “universale” dei crimini.
“Forse io ho ucciso mio padre attraverso i sogni”: si chiede Kafka. “Sono penetrato in qualche particolare circuito onirico e sono andato a ucciderlo”.
“Questo è quello che pensi tu”: gli ribatte il suo amico Oshima. “E può darsi che per te sia in un certo senso reale. Ma né la poesia, né nessun altro ti riterrà punibile per le tue responsabilità poetiche. Nessuno può trovarsi in due posti allo stesso tempo. E’ una verità dimostrata scientificamente da Einstein e riconosciuta dalla legge”.

Nessuno può trovarsi in due posti allo stesso tempo, tranne che in un romanzo di Murakami. E non è la colpa, ma il senso di colpa che fa di te un colpevole. Anche se sei innocente, non puoi scrollarti di dosso il peso del tuo delitto immaginario. I sensi di colpa contano più delle colpe e se questo sfugge al codice penale, vale nella vita della gente. “La responsabilità comincia nei sogni”: e questa è poesia.

Per salvarsi Tamura Kafka deve superare la prova del labirinto.
Il protagonista si trova davanti a un ordine contraddittorio: “Non entrare nella foresta perché potresti perderti e non uscirne più” e “Vai nella foresta perché solo lì troverai la spiegazione al mistero che ti tormenta, perché soltanto entrando nel labirinto e uscendone potrai superare la prova che farà di te un uomo”. Nelle favole sembra che la soluzione sia quella di non entrare nel bosco, ovvero la scelta assennata e prudente, anche se il protagonista sceglie sempre l’altra. Pollicino non può evitare di entrare nel bosco perché è lì che i genitori lo abbandonano e anche Tamura Kafka accetta la sfida e va fino in fondo.

I romanzi di Murakami sono sempre test proiettivi in cui ognuno costruisce la propria versione e la propria verità. Alla fine del viaggio il giovane Kafka torna nel mondo della normalità, ma grazie al suo amico Oshima fa un’importante scoperta: “Forse, Tamura Kafka, sono pochissimi a desiderare davvero la libertà. Pensano solo di desiderarla. E’ un’illusione. Se tutti ricevessero in dono la libertà, la maggior parte la vivrebbe come un problema. Cerca di tenerlo a mente: alla maggior parte degli uomini la libertà non piace affatto”. Perciò mi chiedo: forse si entra nella foresta solo nei romanzi e nelle favole, mentre normalmente la maggior parte degli uomini gira i tacchi e e se ne torna a casa?

La musica del caso - Paul Auster

Dire che questa romanzo Vi piacerà sarebbe riduttivo, dato che inchioda alle pagine fino all’ultima riga. Non riuscirete proprio a mollarlo. Garantito.

Parla di un uomo, tale Jim Nashe, che, dopo l’abbandono della moglie e un lascito inaspettato, si lancia in un lungo viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti senza una meta precisa, trovando un piacere quasi ossessivo da una guida estenuante che lo porta a percorrere centinaia di chilometri in pochi mesi. Seppure consapevole del fatto che insieme al motore sta consumando anche le ultime riserve di denaro, Nashe non riesce più a fermarsi, dominato dalla necessità di un continuo viaggio che in realtà è una continua fuga da se stesso.

Finché un bel giorno – ma sarebbe meglio scrivere "brutto" – scorge lungo la strada la figura di un ragazzotto malconcio e insanguinato; l’istinto gli dice di non fermarsi, ma ormai il piede ha già premuto sul freno. Da quel momento Jack Pozzi, un giocatore di poker avventato e balordo, entrerà di getto nella sua vita per trascinarlo in vicende rischiose e sempre più assurde. Come ad esempio quella della sfida a poker con degli eccentrici miliardari, che costringerà i due compagni di viaggio a subire una condizione tanto angosciante e mortificante quanto surreale, degna di un romanzo kafkiano.

Non sveliamo altro della trama, sarebbe un peccato mortale. Provate a leggere il libro: non ve ne pentirete. Aggiungiamo solo che anche questo è un romanzo, come molti altri dell’autore, impostato sul potere sconfinato del caso e su quella serie di conseguenze negative che spesso investono chi si ostina a sfidare la sorte, a giocare continuamente d’azzardo. Il protagonista, infatti, pur trovandosi in situazioni già pericolanti tenta lo stesso di fare ulteriori passi arrischiati, ritrovandosi ogni volta più impantanato di prima e sempre più vicino all’orlo del precipizio.

Paul Auster, com’è nel suo stile, si diverte a pilotare la vicenda oltre i limiti della ragionevolezza e del buonsenso portando all’estremo anche le reazioni emotive dei suoi personaggi, che sono quasi sempre degli eroi disorientati alle prese con un mondo enigmatico, difficile, incomprensibile. Perché, come già sanno i suoi affezionati lettori, l’obiettivo principale dei suoi racconti è proprio quello di osservare il comportamento umano nel momento fatidico in cui arriva quel quid che sconvolge ogni piano. Tutto il resto, che è noia, Auster lo lascia scrivere tranquillamente agli altri.

A partire dal romanzo "Trilogia di New York", dove la storia nasce da un fatto casuale e prosegue secondo i capricci della sorte, l’autore si è sempre dilettato nella ricerca di quelle strane coincidenze, apparentemente insignificanti, che irrompono all’improvviso nella vita, colpiscono e spiazzano deviando per sempre un corso già stabilito. Di fronte alla riflessione se siamo vittime più o meno consapevoli del caso o se c’è un deus ex machina che ci programma l’esistenza e quindi tutto è già scritto nel nostro destino, Auster propende per la prima ipotesi. «Possiamo prendere decisioni, fare scelte, porci degli obiettivi», spiega in un’intervista, «e se siamo determinati magari riusciamo anche a raggiungerli, ma spesso gli eventi interferiscono, l’inaspettato si manifesta costantemente».

Non aggiungiamo altro, su questa incredibile storia.

Buona lettura.

Trilogia siberiana - Nicolai Lilin

Romanzo caratterizzato da stile scorrevole e brillante, coinvolgente e accattivante, che arriva ad essere irresistibile per la sua fluidità; l’autore non risparmia al lettore giochi linguistici, finali di capitolo a sorpresa e sfumature ironiche; ricordiamo ad esempio la fine del rocambolesco e violento compleanno del protagonista: “dopo tanti pensieri e discussioni con me stesso sono arrivato alla conclusione che non si risolve niente con il coltello e le botte. Così sono passato alla pistola”.

Non mancano neppure i disegni che decorano con linee nette ma raffinate, alcuni punti cruciali della storia.
Lo stile agile vivace e disinvolto, la sintassi ben strutturata, elaborata e corretta rivelano al contrario delle aspettative, contenuti e scene brutali che arrivano ad essere atroci e impietose; vengono descritte minuziosamente armi di tutti i tipi, dalle più semplici alle più elaborate, come se fossero cose quotidiane simboliche e magiche, ‘il coltello è trattato come un oggetto di culto tipo la croce ’; le armi vengono depositate in casa vicino alle adorate icone ortodosse, sempre nei soliti posti con ricercata meticolosità; ricevere in regalo la picca, coltello dalla lama affilata, è segno di crescita nel cammino di formazione siberiana, tappa fondamentale del passaggio del ragazzo nel mondo degli adulti; inoltre armi come vanto, sicurezza, maturità, terribili segni di riconoscimento.

Grazie alla lucidità di un siberiano acuto ed intuitivo, quasi filosofo, vengono raccontati e commentati gli scontri tra bande, le ferite inferte, le cicatrici, i carceri minorili dove si dimentica cosa sia l’essere umano per la mancanza di igiene, la malnutrizione, le percosse, luoghi dove è difficile sopravvivere, dove chi sta male viene lasciato in un angolo a morire; il lettore è posto davanti anche alle atrocità e ai sadismi dei gulag, inferti per puro divertimento alle mamme e i loro bambini, quella follia illogica che porta a chiedersi: si può arrivare a tanto? E la storia ci dice di sì.

Non mancano violenze sessuali su donne e minori, vendette tra bande, accoltellamenti, non esistono le forze dell’ordine, gli odiati e ridicoli sbirri, ma ci si vendica facendo subire all’aggressore quello che ha fatto, la solita tortura, la vendetta è irrinunciabile segno d’onore; l’autore non tralascia nulla, tutto raccontato e descritto nei minimi particolari, tutto come se fosse l’unica realtà possibile esistente.
Lo stato sociale che dovrebbe rieducare i disadattati e adottare misure per la prevenzione del crimine, non esiste.

Non si leggono i libri, i giornali o le riviste, ma si leggono i corpi, i corpi tatuati sono la storia, il tatuaggio deve essere fatto da un esperto e deve avere un suo significato spaziale e temporale, deve rappresentare un determinato avvenimento della vita ed è diverso da zona a zona, da banda a banda; il corpo del delinquente siberiano deve parlare, è un'autobiografia, si mostra agli altri come un documento di identità e mostra la zona di provenienza, l’età, le esperienze, i contatti, le origini familiari, la religione, i carceri frequentati e i maestri che hanno eseguito l’opera.
Siamo a Fiume Basso, quartiere periferico di Bender, città di una zona della Transnitria, luogo sperduto e dimenticato dell’Unione Sovietica, il freddo pungente invernale e il rovente sole estivo non spaventano gli abitanti della Siberia; i ragazzi conoscono bene la natura impietosa del clima continentale, amano il loro fiume che percorrono costantemente con barche costruite dalle famiglie, si immergono spesso in questi territori aspri e selvaggi, li vivono e li sentono parte integrante della loro indole, indifferenti e soprattutto per nulla attratti dal consumismo americano che a volte e attraverso piccoli oggetti fa la sua apparizione.

I delinquenti siberiani nascono vivono e conoscono solo questa realtà, concepita come unica possibile, come la sola formazione che un bambino possa avere; hanno però le loro leggi, i loro principi, ‘i sani principi dei delinquenti’ e soprattutto la loro dignità, forza irrinunciabile e motore fondamentale della loro vita violenta. Si deve rispettare gli anziani, saggi detentori di innumerevoli segreti ed esperienze, solo dai loro insegnamenti i giovani possono mettere le basi per la vita futura, si onora la famiglia, la madre, la religione naturale e quella ortodossa e le splendenti icone che adornano le modeste ma dignitose case. Si rispettano anche i tanti malati di mente che, fuggiti dalle città principali, si rifugiavano in queste zone sperdute dove sperano in una vita migliore, a Fiume Basso qualcuno può occuparsi di loro e i bambini diversi possono giocare con gli altri; le abitazioni del quartiere sono di tutti, ci si incontra, ci si aiuta e si parla tra famiglie della solita etnia o provenienza, c’è anche il guardiano che controlla chi entra e chi esce dal quartiere, lo straniero può essere un nemico o può arrivare un gruppo di sbirri; la miseria non spaventa nessuno, non c’è denuncia sociale, anzi forse si può essere più schiavi dell’oggetto inutile imposto dal consumismo. La fame e la povertà vanno e vengono, la dignità una volta persa non torna più e non si può recuperare.

Il romanzo ha inoltre una struttura particolare che si allontana da molta narrativa d’azione contemporanea, la storia non ha un ordine cronologico lineare, si tratta di una sorta di diario che segue il tempo interiore del protagonista, molti ricordi, commenti a questi e ancora incisi e flashback, storie di personaggi scomparsi, morti in carcere o spariti nel nulla, i cadaveri scomodi vanno nella tomba di un altro; i ricordi affiorano netti e precisi, dai contorni nitidi, tutto per mettere in primo piano le regole ferree del delinquente onesto e soprattutto dell’educazione siberiana.

La voce del violino - Andrea Camilleri

Ne «La voce del violino» (Sellerio) il commissario quarantaseienne Montalbano è alla quarta indagine, svolta tra tante difficoltà. L’ambiente di lavoro non gli facilita l’espletamento del compito e nei suoi riguardi è evidente l’ostilità del nuovo questore, il bergamasco Bonetti-Alderighi. Con lui entra subito in conflitto. L’antipatia è reciproca: se la rinfacciano nel corso di una conversazione quando il superiore lo informa della decisione di revocargli il caso di cui si sta occupando col pretesto di avere alterato il nostro commissario la scena del delitto. Anche con il Capo della Scientifica, che è un fiorentino, il rapporto è difficoltoso. E nemmeno tranquilla può dirsi la vita privata, perché costellata di incomprensioni: il legame con Livia, la sua donna di Boccadasse, comincia infatti ad affievolirsi. Entro questi rapporti che non possono dirsi tranquilli prende corpo una vicenda abbastanza intricata, i cui interrogativi trovano soluzione grazie al metodo di investigazione di Montalbano. Che cosa lo distingue? Il ragionamento e sul piano tattico l’uso delle emittenti televisive locali ne sono aspetti fondamentali.

E l’intuito, di come se ne parla, è come una sorta di voce che agisce inconsciamente: bisogna abbandonarvisi per giungere all’illuminazione, cioè alla visione improvvisa necessaria a identificare la molla che fa scattare il delitto: la parte peggiore della ricostruzione poliziesca perché, a suo dire, bisogna entrare nella mente di un uomo, in quello che egli pensa. L’incipit del romanzo, che si fa leggere in maniera spedita per la freschezza e la vivacità della scrittura, muove dalla casualità dell’evento. Per caso viene scoperto il luogo del delitto: una villetta disabitata nella cui camera da letto Montalbano scorge il corpo nudo d’una donna, morta per soffocamento. Fra i diversi personaggi, rilevante è il ruolo della signora Clementina Vasile Cozzo, una sua cara conoscenza, donna acuta e lucida con cui può fruttuosamente ragionare sull’indagine: in effetti, la funzione di costei è anche quella di consentirgli un dialogo in funzione della chiarificazione del problema. Ecco allora alcune delle domande con cui egli deve fare i conti: perché l’assassino si è portato appresso i vestiti, le mutandine e le scarpe della “povirazza”? E il violino?

Poiché il giallo ruota attorno a questo strumento musicale, non ci si può non chiedere quale posto occupi nella sua soluzione. Diciamo intanto che la narrazione si rivela durissima contro il potere costituito e mette a fuoco la falsità del suo operato, esercitato anche a danno di cittadini estranei ai fatti. In tutto questo, il commissario rappresenta il contropotere: il comunista come gli ripete Fazio. E’ nell’epilogo che il fascino espressivo raggiunge esiti eccezionali. L’accusato e l’accusatore si fronteggiano: da un lato, Montalbano dimostra all’assassino la sua colpevolezza; dall’altro, questi, che tenta invano di sfuggire agli argomenti schiaccianti, alla fine cede, ricorrendo al suicidio. La conclusione risulta affidata alla voce narrante:

"Tutto era stato, fin dal principio, uno scangio dopo l’altro. Maurizio era stato cangiato per un assassino, la scarpa cangiata per un’arma, un violino cangiato con un altro e quest’altro cangiato per un terzo, Serravalle voleva farsi cangiare per Spina".

Romanzo pirandelliano, dunque, «La voce del violino» che narra il motivo del gioco delle parti.

Non sono venuto a far discorsi - Gabriel Garcia Marquez

“Non sono venuto a far discorsi” è una raccolta di scritti selezionati dall’autore stesso, che raccontano la vita di un uomo, un grande uomo. Si parte dal lontano 1944 fino al 2007.

“Ci sono due cose che mi ero ripromesso di non fare mai: ricevere un premio e tenere un discorso”.

Un Marquez personale, sincero e ironico, che nella sua avversione ai discorsi e ai premi ci racconta la sua vera natura.

Sono molti i temi toccati dall’autore, da quanto nel lontano 1944 fece, a diciassette anni, il suo primo discorso. Si parla di cultura, di politica, di amore per un paese che l’ha accolto e un altro che l’ha generato, di amicizia e di temi di attualità.

Una serie di discordi che ripercorrono una vita e ne affrontano le varie tappe salienti come il discorso tenuto in Svezia per il ritiro del Nobel e quello dedicato ai giornalisti. Marquez ci racconta le sue verità, i suoi aneddoti e come è nata la sua passione per la scrittura. Tra le altre cose anche uno spaccato del suo quotidiano e la sua fortuna con il libro “Cent’anni di solitudine”.

Potremmo continuare ancora, ma quello che vogliamo far capire è che questo è un libro che va letto, non solo per gli amanti dell’autore, che così avranno la possibilità di conoscere un Marquez più intimo, ma anche per gli altri, perché davanti si troveranno gli scritti di un uomo che non ha avuto paura di dire la sua verità, anche se poteva essere una verità scomoda.

Un Marquez brillante, che con il passare degli anni (e quindi dei discorsi) cambia e si evolve. Sincero, ironico, serio nei momenti giusti e diretto quando c’era bisogno di una scossa. Vi lasciamo con qualche estratto:

“E questo mi consente di dirvi una cosa che posso sapere solo adesso, dopo aver pubblicato cinque libri: il mestiere dello scrittore è forse l’unico che diventa più difficile quanto più lo si pratica. La facilità con cui mi sedetti una sera a scrivere quel racconto non può essere paragonata alla fatica che mi costa adesso riempire una pagina”.

“In realtà, l’utilizzo professionale ed etico del registratore è ancora da inventare. Qualcuno dovrebbe insegnare ai giornalisti che non è un sostituto della memoria, ma un’evoluzione dell’umile blocco per gli appunti che ha prestato così buon servizio alle origini del mestiere. Il registratore sente ma non ascolta, registra ma non pensa, è fedele ma non ha cuore, e alla fine dei conti la sua versione letterale non sarà altrettanto affidabile di quella di chi fa attenzione alle parole vive dell’interlocutore, le valuta con la sua intelligenza e le giudica con la sua morale”.

Buona lettura.

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