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Oltre il cielo, oltre la terra - Jamie Zeppa

Jamie è una giovane insegnante canadese, fidanzata con Robert con il quale ha intenzione di convolare presto a nozze.
Mentre Jamie è impegnata ad inviare la domanda per un dottorato scorge un annuncio per la ricerca di un insegnante in Buthan, invia la domanda tra il timore di vedersela accettata e la volontà di conoscere una realtà nuova.
Tra lo sconcerto dei suoi cari riceve la comunicazione in cui vede accolta la domanda e prima di sposarsi decide di andare a lavorare per un anno in una remota località del Buthan, paese nel cuore della catena himalaiana che per centinaia di anni è rimasto isolato dal resto del mondo.

Parte convinta di essere assegnata ad un college ed invece viene inviata presso un paesino sperduto ad insegnare ad una scuola elementare. L’incontro con una civiltà completamente diversa inizialmente la terrorizza, sia per le condizioni di vita povere sia per le convinzioni e le credenze delle persone.
Progressivamente però quello che inizialmente la sconcertava, comincia ad affascinarla e a conquistarla totalmente.
Andarsene sarà come svegliarsi da un sogno, penso, il più intenso e il più meraviglioso dei sogni sapendo già che non lo rifarai più.
L’unico modo per non svegliarsi è non andarsene
Così decide di prolungare il contratto di insegnamento e viene inviata ad insegnare al college.
La realtà del college è diversa, ha un’abitazione carina con il bagno e i comfort, tutte cose a cui fa fatica ad abituarsi in primo momento, ma soprattutto si scontra con una realtà completamente diversa, in cui i giovani temono la politica e rischiano prendendo posizione contro il governo.
Dopo tre anni rompe i ponti con il passato, con il suo fidanzato e in generale con il mondo occidentale convertendosi al buddhismo.
Nella sua nuova vita si intrattiene spesso con gli studenti parlando delle realtà che sente più ostili in Buthan, ma discorrendo di letteratura di religione, in questi incontri si avvicina di più ad un giovane Tshewang. Il rapporto è soltanto platonico e molto combattuto dalla paura di fare qualcosa contro l’etichetta, ma alla fine l’amore trionfa, si sposano e hanno un bimbo.

E’ un libro veramente affascinante, perché descrive una realtà molto lontana da noi. La vita a Oriente è fatta di riti e di convinzioni religiose decisamente intriganti. Per quanto possano sembrare primordiali sono la base concettuale anche della civiltà occidentale, che si è evoluta lasciando alle spalle tradizioni e convinzioni arcaiche.
La storia di Jamie è una storia che la accomuna a tutte quelle donne che si innamorano di un luogo e trovano nell’amore la completa espressione del loro cambiamento.
Si tratta di una storia vera che ci può avvicinare molto alla nostra anima e al nostro "io" più profondo, cercando di capire che al di là delle sovrastrutture che ci costruiamo, la cosa importante siamo solo Noi.

L'Italiaccia senza pace - Giampaolo Pansa

"L’Italiaccia" (Rizzoli, 2015) è inerente agli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale con incursioni – è questa è la parte che potrebbe turbare un pochino il lettore – nella vita intima dei protagonisti delle numerosissime vicende che l’Autore conosce alla perfezione e descrive con icasticità.

Anche perché, è doveroso aggiungere, le stesse sono quasi tutte ambientate nel Monferrato, nella città di nascita dello scrittore, appunto Casale, nel Piemonte in generale ed, infine, in alcune zone limitrofe a quest’ultima regione. Buona parte del libro riguarda, e giustamente, la tragedia di una famiglia ebrea del capoluogo del Monferrato – i Segre-Foà – coinvolta non solo nelle persecuzioni, per effetto delle leggi razziali emanate dal regime nel 1938, bensì pure del dopoguerra, dopo la scomparsa di Samuele Segre, il capofamiglia e Direttore di Banca.
Quest’ultimo quasi sicuramente eliminato in un lager tedesco, Auschwitz, dopo l’arresto operato dalla Guardia Nazionale Repubblicana del governo di Salò; al riguardo, la moglie ed il figlio di Samuele esperiscono tutti i tentativi per conoscere la verità sul destino del congiunto, ma con grandissime difficoltà e con la quasi certezza dell’eliminazione del Direttore.

Fa da corposo contorno alle tristi vicissitudini della famiglia Segre-Foà, una serie di circostanze che mettono in evidenza, da una parte, tutti gli espedienti attuati dai cittadini per salvarsi e, dall’altra, l’articolazione della vita di tutti i giorni – sia prima, sia durante, sia alla fine delle ostilità – degli stessi, segnatamente sul piano delle relazioni umane vuoi sentimentali, vuoi sessuali nel significato peggiorativo del termine.
E siccome le vicende erotiche sono numerosissime, il lettore prende atto della libertà di costume vigente, da una parte, nel Monferrato e, dall’altra, nell’intero Norditalia; gli attori di tali storie sono tantissimi e si comportano senza falsi pudori visto che Pansa le narra con dovizia di particolari, talvolta pure scabrosi. E, in merito, sottolineiamo – quantunque la realtà fosse nota da sempre – che non ci siamo scandalizzati tenuto conto che nell’Italia settentrionale, in genere, i rapporti sentimentali sono sempre stati più aperti e disinvolti rispetto alle regioni del centrosud.

Ciò, ribadiamo, non rappresenta una colpa, bensì una mera constatazione anche se bisogna aggiungere che alcune relazioni – di uomini e donne, in linea di massima, ma ci sono anche amicizie particolari – descritte dall’Autore sono oltremodo aperte quantunque, oggi, siano presenti dappertutto senza che nessuno se ne meravigli più di tanto considerato che la natura umana è carica di pulsioni e di istinti di ogni tipo.

Ecco perché nel sottotitolo del volume – "Misteri, amori e delitti del dopoguerra" – lo scrittore avrebbe potuto aggiungere pure miserie umane dato che egli è prodigo di particolari piccanti non senza la designazione con le iniziali, e delle volte con nomi e cognomi, dei protagonisti dei fatti compiuti da personaggi effettivamente vissuti e conosciuti, ad onta della giovanissima età, dall’autore, e appresi dallo stesso in età adulta. Ma, il libro non è solo questo nel senso che esso è un trattato di storia recente se si guardano gli anni in cui si articolano gli eventi e vale a dire dal 1943 al 1948, un arco di tempo, cioè, abbastanza ampio per comprendere la storia d’Italia più recente, segnatamente gli ultimi due anni di guerra e il periodo post-bellico destinato alla rinascita.
Naturalmente, le ricostruzioni di Pansa sono non solo documentate, ma anche magistralmente narrate se si considera che egli fa muovere i moltissimi protagonisti delle vicende su un proscenio dinamico e realistico per dimostrare come sia in guerra, sia nel dopoguerra essi confermano la verità del detto di Plauto secondo il quale "homo sum, nihil humani a me alienum puto". E, in proposito, tra gli interpreti ci sono la irreprensibile Preside che irreprensibile non è, la levatrice che, ad un certo punto, esercita l’arte della maieutica anche in un altro senso, la qualunquista, il prete lascivo, il sacerdote comunista, e si potrebbe continuare.

Sono presenti, inoltre, nel libro le vendette dei partigiani – i quali nella loro malvagità fucilano addirittura i propri compagni partigiani – i tantissimi eccidi non solo contro i fascisti, ma pure contro gente – spesso soldati reduci dal fronte o dai lager russi – innocente, i soprusi di vario genere, il cosiddetto "mattatoio di Milano", in cui furono eliminati, solo in questa città, 5000 fascisti, secondo le cifre fornite da Togliatti in persona.

Al riguardo, Pansa riproduce, per un verso, le vicende politiche del primo dopoguerra con i nuovi partiti che si affacciano sul palcoscenico della storia del momento e con gli uomini politici che tali vicissitudini interpretarono come, ad esempio, De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat e tanti altri, non escluso Guglielmo Giannini che col suo "Uomo qualunque" portò in Parlamento la bellezza di 40 deputati benché, in seguito, il movimento si dissolvesse rapidamente tanto da restare solo un ricordo.

Anche a Casale il commediografo Giannini ebbe un successo straordinario, purtroppo effimero anche perché i due maggiori partiti, DC e PCI, ebbero il sopravvento sugli altri movimenti meno organizzati; l’Autore si sofferma giustamente pure sulle elezioni del 1948 e sulla vittoria della Democrazia Cristiana sui partiti di sinistra, i quali sfruttarono anche l’espediente "Garibaldi" pur di vincerle. Ma, per dirla con Pansa, "quello del 18 aprile 1948 fu il voto della grande arroganza e della grande paura. Gli arroganti erano i comunisti e i socialisti raccolti sotto la bandiera del Fronte democratico popolare".

"Il volto che mostravano agli elettori non era il faccione di Stalin, completo di baffi e pipa, ma di un altro Giuseppe: l’Eroe dei due mondi, Garibaldi. I rossi erano convinti di vincere. E al tempo stesso escludevano che una eventuale batosta li avrebbe mandati al tappeto". Tutto questo ed altri molteplici episodi sono presenti nel pregevole lavoro di Giampaolo Pansa il quale, "more solito", si fa ancora apprezzare per la fluidità dello stile e per la vivacità delle descrizioni.

Senza consenso - Jon Krakauer

"Senza consenso" è un racconto basato su molte ricerche ed altrettante testimonianze riportate da Jon Krakauer, autore di "Aria sottile". La storia raccontata non è romanzata, almeno non come ci si potrebbe aspettare dal punto di vista strettamente narrativo.
La verità, o meglio, la presunta ricerca della stessa, è alla base della scrittura dell’autore che si presenta soprattutto come fonte di informazione e di diffusione della parola e della conoscenza riguardante un argomento molto importante ed altrettanto spinoso: lo stupro.
L’ambientazione coincide con Missoula, nel Montana, e precisamente analizza una serie di fatti accaduti tra il 2008 e il 2012 nel campus universitario della zona, dove venne perpetrata una serie lunghissima di stupri a danno di donne innocenti.

Ma il punto è proprio questo. Erano davvero vittime di quelle indicibili violenze?

L’autore parte proprio da questa domanda e fornisce tutti gli indizi a sua disposizione per mettere in moto un meccanismo sia di riflessione ma soprattutto di presa di coscienza da parte del lettore che si trova davanti non una storia ma un intreccio di più storie che narrano di come questi presunti stupri sono avvenuti e le vicissitudini che li hanno preceduti.
Ciò su cui è importante porre l’attenzione prima di tutto, è il riconoscimento insindacabile che tutte quelle violenze sono avvenute da parte di conoscenti. Questo significa che le vittime di quegli stupri conoscevano i loro aggressori, magari li frequentavano anche e verso di essi avevano persino mostrato un qualche interesse proprio come è accaduto ad una delle vittime che nel libro ha un nome falso per non rivelare la sua vera identità. La donna racconta di aver frequentato il giocatore di football Johnson e di aver passato diverse serate con lui prima di quella definitiva, nella quale si è consumata la violenza. La ragazza, di nome Cecilia nel romanzo, racconta la propria versione dei fatti e il giovane atleta viene in un primo tempo allontanato dall’università per poi essere nuovamente ammesso in un secondo momento.

L’autore pone l’attenzione proprio su questo aspetto: l’ingiustizia e l’incredulità che circondano una confessione del genere da parte di una donna e che invece di aiutarla e di sostenerla, finisce inevitabilmente per annientarla. Egli è convinto che lo stupro sia l’unico caso di violenza in cui è la vittima ad essere accusata e a finire sotto processo, ma perché?

Per mille motivi. Primo fra tutti, la società non è ben disposta a crederle, ad accettare che una donna possa subire un oltraggio simile quando magari era ubriaca, aveva una vita sessuale attiva o accusa il proprio aggressore semplicemente per vendicarsi o per fargli un dispetto.

In altre parole le vittime di stupro prima di essere credute, vengono quasi sempre considerate come delle streghe, delle arpie, delle vere e proprie macchinatrici di inganni e mistificazioni a discapito del povero malcapitato di turno.

Krakauer non critica né giudica le storie che racconta ma fornisce un quadro estremamente chiaro e lucido di quegli avvenimenti. Egli stesso ammette di non essersi mai soffermato su questo problema e di non aver mai riflettuto molto sul fatto che gli stupri sono davvero tanti e che la maggior parte restano impuniti. Il risveglio della sua coscienza a proposito di questo argomento, avviene quando gli capita di parlare con una sua conoscente che gli racconta di aver subito ripetuti abusi sia nell’infanzia che da adulta e l’autore rivela di aver provato tanta vergogna. Vergogna per non aver mai pensato alla gravità di questi fatti e di non essersi mai soffermato a riflettere sulle loro modalità. Proprio per questo motivo decide di effettuare una serie lunghissima di ricerche e di parlare con le vittime per quanto possibile, scrivendo un libro con uno stile molto tecnico e lineare, dove non ci sono aspetti romanzati ma bensì momenti in cui sono gli atti giudiziari, i responsi della polizia, e le voci delle vittime e degli stupratori che prendono nettamente il sopravvento.

"Senza consenso" pone l’attenzione sulla figura della donna e sul suo ruolo nella nostra società, sul come viene interpretata e vista da un mondo misogino e qualunquista. Un libro che sta dalla parte delle donne, che racconta in modo chiaro e spassionato, a volte persino straziante, ciò che devono subire nella loro solitudine e paura. L’arma più forte di uno stupro è il silenzio. Krakauer lo riconosce come il nemico più grande e cerca di evidenziare quali sono i meccanismi psicologici femminili che stanno dietro alla scelta di non parlare.
Gli stupri dichiarati sono tanti, tantissimi, immaginate quanti ancora non sono mai stati confessati e non verranno mai alla luce, perché ancora oggi, dopo tante lotte e sacrifici, la donna subisce inevitabilmente il terrore della confessione temendo di non essere creduta o ancora peggio, di essere vittima di qualcosa di molto più doloroso ed angosciante.

"Senza consenso" non è un libro facile, affronta una tematica delicata e attuale, nella quale è la voce delle vittime ad essere ascoltata ma anche il background che le ospita a partire dalle scelte e dagli atteggiamenti della giustizia che in questi casi, sembra non essere capace di reagire.
Il tasso di violenze è alto e non è solo questione di pratica, non si tratta solo di aggressioni fisiche ma anche di tutti quei comportamenti, quei gesti, quelle recriminazioni velate ma incisive che accompagnano la loro vita, rendendole schiave di una società che tende a zittirle e a manipolarle.

La sua analisi è accurata e non priva di indignazione al fine di mettere alla luce i maltrattamenti delle donne che vanno ben oltre uno stupro.

Per chi volesse leggere qualcosa di molto diverso, non privo di inquietudine e di realismo, e guardare più da vicino un aspetto che ci riguarda tutti, qualcosa che abbia un alto valore sociale e psicologico, che ci aiuti a capire ciò che ci circonda, "Senza consenso" è un libro forte e diretto per chi ama guardare le cose in faccia, chiamarle con il proprio nome e senza mezze misure.

I fiori del tempio - Rani Manicka

"...Dobbiamo scoprire la Bellezza che, caduta in errore, ha ceduto alla tentazione ed è rimasta nuda e senza amici, eppure resiste".

Straordinario questo romanzo che vede come protagoniste due sorelle gemelle legate da un vincolo indissolubile, Nutan e Zeenat appartengono l’una a l’altra.
Nutan forte e determinata, Zeenat dolce e remissiva, nascono e crescono in una Bali che non è solo quell’immagine paradisiaca che noi tutti conosciamo perché catturata nelle fotografie dei turisti, ma è un luogo magico, ricco di cultura e tradizioni, dove la natura umana è rimasta incontaminata dal degrado del vizio e del consumismo e la purezza è rappresentata da due gemelline bellissime che danzano con buganvillee tra i capelli. Per tutta la loro esistenza sarà importante il ruolo della nonna Nenek, una donna forte, provata dalla vita e ricca di spiritualità, sarà un punto di riferimento per ciò che è puro e sacro, un dolce richiamo alle proprie origini. Alla morte delle madre, Nutan e Zeenat vengono convinte dal padre a intraprendere un vacanza a Londra di solo tre o quattro mesi. Tra l’eccitazione per la scoperta di un mondo nuovo e un vago senso di tristezza per l’abbandono della propria terra e della tanto amata nonna, scopriranno sulla propria pelle che questa vacanza si rivelerà un viaggio che avrà come destinazione l’inferno.
- "E’ solo una vacanza" mi dicevo per mettere a tacere il mio senso di colpa. (Nutan) -
Arrivate in una caotica Londra incontreranno Ricky, personaggio cardine del racconto, un uomo che dal nulla si è creato un impero economico, una personalità carismatica e sprezzante delle virtù altrui, un diavolo tentatore sempre pronto a raccogliere e trascinare chi lo circonda in un baratro di infelicità e di dissoluzione. Ricky avrà il ruolo di traghettatore di anime perdute donando loro le chiavi per accedere al "Tempio del Ragno".
In un mondo dove tutto ruota tra droga, sesso e superficialità ci saranno anche Francesca, Elizabeth, Maggie, Anis e Bruce tutti vittime e carnefici di loro stessi. Tutti arriveranno al punto di vendere la propria anima e/o il proprio corpo pur di ottenere un po’ di quella felicità effimera e fasulla.
La debolezza alle facili tentazioni si alternerà con un desiderio di rinascita e liberazione.

Bellissima l’analisi psicologica dei personaggi, che in prima persona ti raccontano i loro stati d’animo, coinvolgendoti così nelle situazioni che vivono e come le vivono, cosa li porta ad avvicinarsi all’oscuro e a volerne far parte fino ad arrivare all’autodistruzione.
Attraverso le vite dei protagonisti, che raccontano dettagliatamente e in modo molto crudo le loro realtà, riesci a vedere con occhi smaliziati quanto può essere facile toccare quel punto di non ritorno, ma vedi anche quanto caro puoi pagare quel singolo attimo di debolezza che è l’inizio di un vortice maligno che sembra senza fine. Coinvolto nei loro eventi e cercando un barlume di speranza hai la possibilità di riflettere sulla continua lotta tra il male e il bene, l’inferno e il paradiso, il senso di abbandono verso il nulla e la volontà di riprendere la propria vita tra le mani, e chi tra loro è realmente coraggioso "forse" riuscirà finalmente a rivedere la luce.

A spasso con Bob - James Bowen

Quella che vi troverete di fronte se deciderete di leggere questa mezza biografia è forse una storia fuori dal comune, dai connotati atipici e senza dubbio surreale, ma è anche un grande insegnamento, un messaggio di speranza per chi ha fatto della solitudine la sua migliore amica.
Correva l’anno 2007, James, ex eroinomane che viveva alla giornata guadagnandosi da vivere come artista di strada quando in Coven Garden quando nelle altre zone di Londra, combatteva la sua battaglia contro la dipendenza consapevole che il percorso di disintossicazione e riabilitazione era ancora lungo e difficile. Mai si sarebbe aspettato di trovare quella palla di pelo rosso nel condominio dove abitava cercando di rifarsi una vita ne tanto meno avrebbe mai immaginato quale effetto benefico avrebbe avuto quel felino sulla sua maturazione personale.
Senza pretese e con semplicità James Bowen ci racconta la sua esperienza di uomo privo di radici, la sua adolescenza problematica, la conseguente caduta nel tunnel di droghe sempre più lesive e schiavizzanti e tutte inesorabilmente dirette al peggiore dei traguardi, l’eroina iniettata in vena, i vicoli sudici che gli hanno fatto da casa quando il suo unico pensiero era che le ore passassero affinché giungesse il momento della successiva dose, la sensazione di abbandono dettata da una famiglia priva di punti fermi e dall’incapacità di vincere la rabbia e crearsi dei legami affettivi, ma anche la rinascita che l’incontro con Bob ha significato per lui. Quando lo ha trovato – o forse chissà, è stato proprio il micio a trovare lui – il pel di carota aveva già 9 o dieci mesi, si trascinava al seguito ferite di guerra e una bella pancetta vuota ma del suo passato alcunché era noto. Eppure quel momento ha significato la rinascita per entrambi, perché alla fine questa è la morale della storia; essere salvati e nello stesso tempo salvare, conquistarsi quell’ambita seconda possibilità e non lasciarsela scappare.
Un’amicizia profonda che ha permesso all’uomo di crescere, che lo ha spronato a diventare una persona migliore, capace di credere in sé, negli affetti nonché di uscire dall’anonimato, dall’invisibilità in cui la solitudine lo aveva gettato conducendolo verso il baratro delle sostanze stupefacenti e tutto grazie al nascere di una nuova e mai provata responsabilità, quella di prendersi cura del suo amico a quattro zampe, di proteggerlo da chi non lo ama, di garantirgli un pasto decente e un luogo caldo in cui vivere, di far tutto il possibile per non perderlo. Perché dall’arrivo del rosso per James cambiano le priorità e la sola possibilità di restare senza il suo carotino lo fa impazzire.
Una lettura semplice caratterizzata da una scrittura minimale, diplomaticamente e pacificamente elementare, che si contrappone alla forza empatica ed emozionale di cui è intrisa. Semplicemente coinvolgente, di grande impatto. Un testo adatto a tutti, a chi ama le storie sugli animali e sul rapporto tra questi e gli umani, a chi ama i gatti, a chi erroneamente crede di conoscerli, a chi ha avuto un passato burrascoso ed ha bisogno di una giusta motivazione per intraprendere una nuova strada e darsi una possibilità.

Vita - Melania G. Mazzucco

Riesce impossibile non apprezzare questo romanzo perché non racconta solo la vita del nonno e del padre dell’autrice, ma si tratta di una vera e propria testimonianza della nostra storia passata, in cui tutti possiamo rispecchiarci.
È incredibile come una volta gli italiani fossero considerati indistintamente degli assassini, dei nullafacenti, dei buoni a nulla, dei falliti.
Eppure l’America li accoglieva e dava loro la possibilità di riacquistare un po’ di dignità.
È facile giudicare la crudeltà con cui questi emigrati furono abbandonati alla fame e trattati come degli animali in un porcile, spesso derisi dai propri compatrioti che in qualche modo erano riusciti ad abitare nei quartieri vicini al Central Park o in quelli popolati dai primi moderni grattacieli.
Ma vogliamo parlare del "buon padre di famiglia" italiano che convinceva il figlio ad abbandonare la propria terra per cercare di far fortuna all’estero e per inviare al genitore i soldi con cui poterlo mantenere? Per lo più con soli 12 dollari cuciti nelle mutande?
È un romanzo che fa nascere un miscuglio di sentimenti, molto spesso contradditori, perché laddove la descrizione del quartiere degradato di Little Italy stimola dispiacere e compassione per i poveri che vi risiedevano, poi nel capitolo successivo, un’assistente sociale americana, piena di umiltà e benevolenza, bussa alla porta di una misera pensione e viene rifiutata in maniera diffidente, nonostante cercasse solo di dare il suo contributo nel miglioramento delle loro condizioni sociali.
La scrittrice, descrivendo uno dei periodi più bui della storia italiana, ha voluto lasciarci un messaggio importante: anche nella situazione più miserevole c’è sempre la possibilità di scegliere ciò che è giusto, di scegliere il bene.
Melania Mazzucco ha intitolato "Vita" il suo romanzo perché forse tutte le vicende girano attorno a questa ragazza sorprendente e piena di Vita, appunto.
Ma per la verità il reale protagonista è Diamante, un ragazzo tenace che preferisce tenersi stretto i propri valori piuttosto di seguire l’esempio dell’amico Rocco.
Per un periodo si fa trasportare anche lui dal desiderio di ricchezza, offertogli dalla Mano Nera attraverso azioni violente e pericolose, ma poi sceglie di costruire il suo futuro facendo uso solo delle sue capacità, senza dover rubare o uccidere, ma diventando qualcuno che potesse essere stimato e non inseguito continuamente dalla polizia.
Anche quando appare scontato giustificare la scelta del male perché costretti da determinate circostanze, probabilmente un uomo potrà finalmente sentirsi libero quando sceglierà la cosa giusta da fare, indipendentemente dalla difficile situazione in cui si trova.
E Diamante ce lo ha dimostrato: preferì la libertà alla ricchezza.

R: L' allieva - romanzo di Alessia Gazzola

Sarà lo stile così canzonatorio e ironico, sarà la leggerezza con cui si scivola lentamente verso la fine, sarà la facile immedesimazione con la protagonista, ma è inevitabile arrivare alla fine con facilità e in poco tempo.
Non si tratta di un thriller con suspance elevata. Questo romanzo è un libro da tratti gialli che però si intreccia con una serie di personaggi che creano invece delle sfumature più da commedia romance che da poliziesco.
Alice Allevi, la protagonista, è una specializzanda di medicina legale con un problema non esattamente trascurabile: è impacciata, imbranata, confusionaria e ritardataria. In un lavoro che richiede un certo tipo di puntualità e precisione, è come la pecora nera da additare continuamente in caso qualcosa non vada come dovrebbe. Attraverso i suoi occhi noi viviamo l'ambiente dell'ospedale e ci circondiamo della classica amica secchiona ma bruttina (Lara), dell'oca piena di sé con tanto carisma (Ambra) e del capo che ovviamente è bellissimo e antipatico (Claudio); inoltre abbiamo i dottori come il Boss, il Supremo e la Wally che vogliono farle ripetere l'anno, perché non si impegna abbastanza - e perché, diciamolo, è un pericolo pubblico. La cosa bella di questi personaggi che apparentemente appaiono un po' stereotipati è che vengono descritti con quell'ironia di fondo che non riesce a non farti sorridere e a farteli amare un po' - od odiare, a seconda dei casi.
La Gazzola prende innumerevoli cliché e li esalta con quel suo stile impareggiabile che porta il sarcasmo ad essere il vero protagonista del libro e a condurti fino alla fine - nonostante i personaggi, a una riflessione più profonda, siano veramente degli eccessi di stereotipi.
La quotidianità dell'ospedale si alterna all'indagine sul caso che sconvolge tanto Alice: la morte di Giulia Valenti, da lei conosciuta soltanto il giorno prima del decesso. La giovane specializzanda non capisce la necessità di evitare dei coinvolgimenti diretti con la vicenda e se ne invischia fino al collo, conoscendo la famiglia più da vicino e avviando una vera e propria indagine personale che la porterà a collezionare una serie infinita di guai.
Infine, ovviamente, fa da sfondo una grande storia d'amore, che nasce repentinamente - la stessa protagonista, verso la fine, si accorge di provare quest'enorme sentimento per qualcuno di cui non sa poi così tanto - ma che è talmente vera e pura che non puoi fare a meno di tifare per loro. Perché Alice è, di fondo, insicura, e fa leva sul lettore questa sua mancanza di autostima che pare si compensi con la vicinanza di Arthur, un giovane reporter di viaggi insoddisfatto del proprio lavoro ma pieno di entusiasmo per la vita e il futuro.

Tante linee narrative e tanti rapporti umani; troppi, forse, per presentarsi nella categoria di "giallo". Non si può dire che sia un classico del genere infatti, perché la trama dell'omicidio appare quasi un pretesto per descrivere la vita e le relazioni della giovane specializzanda, tanto che a metà lettura personalmente avevo intuito chi fosse l'assassino: è evidente, se si fa attenzione ai difetti di Alice, dove l'autrice voglia andare a parare - per questo il tentativo di sviare i sospetti per un amante del genere può apparire completamente inesistente.

In definitiva: un'ottima lettura, senza pretese particolari, ma che risulta piacevole da leggere proprio grazie al vero protagonista: il sarcasmo, compagno fedele dalla prima all'ultima pagina, che oscura il tema di giallo in sottofondo facendo diventare il libro più una serie di comic relief che di indagini e omicidi, ma che alla fine ti lascia un gran bel sorriso.
E la voglia, nonostante tutto, di sapere ancora qualcosa di più della dolce Alice.

Il banchiere dei poveri - Muhammad Yunus

"Il banchiere dei poveri" di Muhammad Yunus è un libro estremamente gradevole da leggere. Con una prosa chiara e in modo garbato, racconta la storia personale di Yunus e dei suoi molti tentativi di sconfiggere la povertà. Racconta del suo approccio analitico e pragmatico ai problemi, degli esperimenti portati avanti in prima persona, delle prove e degli errori, della capacità di imparare dall'esperienza fino a mettere a punto un metodo efficace di lotta contro la povertà da proporre al mondo intero.

Tutto nasce dalla ferma convinzione di Yunus che la povertà si può eliminare e che, se ci si pone l'eliminazione della povertà come obiettivo concreto, si ottengono risultati ottimi a tutti i livelli: condizioni di vita, condizioni economiche, grado di istruzione, consapevolezza personale, dignità, indipendenza, libertà. Si superano nella pratica quotidiana consuetudini sociali e religiose di discriminazione, ingiustizia e corruzione e si restituisce alle donne dignità umana e peso sociale. Naturalmente all'origine c'è una concezione della specie umana che non ha niente da spartire con l'usanza di considerare le persone, soprattutto i poveri, come pedine di un gioco altrui o nel migliore dei casi come esseri minori da gestire.

Yunus vede i poveri come persone molto capaci, perché, nonostante abbiano tutte le condizioni avverse, riescono a sopravvivere, e soprattutto li vede come esseri reali, singoli individui, ognuno con le proprie particolarità e con la propria dignità a priori, per diritto di nascita. Yunus dimostra che i poveri sono solvibili, che si può prestare loro del denaro e ricavarne un profitto. Secondo Yunus ogni essere umano che nasce, grava sulla società in quanto CONSUMATORE, ma come IMPRENDITORE può avere incalcolabile importanza per la società. Chi visita TDF e ne condivide l'impostazione umanista, troverà questo libro illuminante, potrà godersi la prospettiva universale che propone e la fiducia nell'umanità e nel futuro.

Una delle regole di Grameen, la banca dei poveri, è che chi aderisce al programma del microcredito ed ottiene un prestito, si impegna a mandare i figli a scuola. E' evidente l'importanza che si dà all'istruzione come strumento per affrancarsi dalla povertà, dalla passività, dalla dipendenza. Nei paesi in via di sviluppo l'analfabetismo è ancora molto diffuso, soprattutto fra le donne, ma anche nei paesi avanzati ci sono bambini che abbandonano la scuola, c'è sfruttamento minorile, magari da parte di organizzazioni criminali. Pensiamo a cosa potrebbero fare soltanto un paio delle sedici regole di Grameen nelle realtà di degrado sociale, di emarginazione, regno di spacciatori e magnaccia, che tutti conosciamo; basterebbero queste due: "si devono mandare i figli a scuola" e "non si devono fare né subire ingiustizie". Chissà, magari si scopre che, la famosa "arte di arrangiarsi", con cui molti sopravvivono, con un facile accesso al credito e con le regole di Grameen, potrebbe diventare in poco tempo crescita, imprenditorialità diffusa, lavoro indipendente e creativo.

Anche chi si occupa di volontariato e partecipa alle iniziative di aiuto ai paesi poveri, magari in collegamento ad istituti religiosi, potrebbe vedersi schiudere insospettate prospettive di autentica solidarietà umana, non la solita perniciosa elemosina, che serve al benessere di chi la fa e non a quello di chi la riceve, quando mai la riceve. Yunus è assolutamente contrario agli aiuti internazionali ed alle diverse forme di elemosina e spiega in modo molto chiaro come e perché siano proprio un danno per i più poveri, perpetuandone la condizione.

Yunus ha scoperto che in moltissimi casi la differenza fra schiavitù e libertà, fra lavoro disperato per non morire di fame e lavoro dignitoso per migliorare la propria vita, si gioca su pochi dollari, e che ciò che rende un povero povero a vita, è la mancanza di quei pochi dollari. L'economia mondiale, la grande economia, quella che detta le regole per tutti, anche in campi che economici non sono, si basa sul credito. Si prestano, a spese di tutti i cittadini, cifre astronomiche alle grandi imprese, ma al singolo povero si negano prestiti di pochi dollari, ovunque nel mondo. Yunus dimostra che una banca può guadagnare, in economia di mercato, che ha un profitto, e non fa l'elemosina, prestando quei pochi dollari ai poveri.

L'accesso al credito, per sviluppare lavoro indipendente, permette a molta gente di rimanere nei villaggi, frenando l'estendersi delle baraccopoli ai margini delle grandi città e arginando così il diffondersi di ulteriore disperazione e miseria. Invece dello spostamento delle persone, Yunus incoraggia in ogni modo lo spostamento delle risorse e delle più attuali tecnologie. Con l'accesso al credito e con le attuali tecnologie, si può entrare nel mercato con un lavoro indipendente praticabile ovunque. Ed anche su questo punto TDF e Yunus sono sulla stessa lunghezza d'onda. TDF sente molto la necessità di seria analisi economica, sociale, politica di realtà sempre più diffuse come le micro-aziende, dei micro-imprenditori che si affacciano sul mercato con grande spirito d'iniziativa e spesso idee innovative, ma con poco denaro e con difficile accesso al credito, e rischiano di continuo di essere cacciati in una condizione di povertà nonostante siano in grado di sviluppare ricchezza. Serve proprio un'analisi a tutto tondo della precarietà delle microimprese, del lavoro indipendente, ed una seria analisi della povertà. La povertà non nuoce solo ai poveri, ma appiattisce le potenzialità di tutta la specie umana, è uno dei limiti del nostro mondo, da valutare e superare.

Yunus è originario del Bangladesh, ha studiato lì ed anche negli USA, ha vissuto negli USA ed avrebbe potuto restarvi, come tanti, fare una carriera universitaria, integrarsi egregiamente. Ma Yunus voleva tornare a casa, voleva essere utile al suo paese, contribuire alla sua crescita economica. Anche nel suo paese avrebbe potuto integrarsi, ha dimostrato di essere un valido industriale, facendo nascere e prosperare una fabbrica di contenitori e di scatole di vari tipi, ma non gli interessava arricchirsi lasciando tutto come stava. Avrebbe potuto vivere nella sua condizione privilegiata di insegnante universitario, ma voleva davvero aiutare il suo paese e così ha impiegato tutta la sua imprenditorialità per sconfiggere la povertà. Ha impegnato la sua propria, privata, personale, individuale, eccellente capacità imprenditoriale per un obiettivo di interesse generale, collettivo, di solidarietà umana, di impegno sociale. Questa è forse la lezione più importante che possiamo ricavare da Yunus e la più divergente dalla comune mentalità di mercato, che vuole le persone agire sempre e soltanto per proprio tornaconto, per il proprio profitto. Yunus dimostra che, se ci stanno a cuore gli esseri umani, è possibile creare imprese basate non sulla cupidigia ma sull'impegno sociale e che queste imprese possono essere competitive e dare profitto, possono inserirsi a pieno titolo in un'economia di mercato, migliorando la vita dei più deboli e non sfruttandoli.

Anche qui è evidente la convergenza di Yunus e TDF. TDF sostiene la fattibilità di imprese etiche e la necessità di scuole che accolgano al meglio gli immigrati e diano una formazione che metta in grado chi vuole tornare al proprio paese d'origine, di saper usare mezzi tecnologici avanzati, di saper insegnare ed intraprendere.

Yunus ci trasmette la consapevolezza delle grandi difficoltà che il microcredito incontra ovunque, perché il lavoro indipendente è osteggiato in tutti i paesi del mondo, non piace alle multinazionali, alle grosse imprese, ai governi tutti. Se il microcredito non riuscirà ad eliminare la povertà, non sarà a causa dei suoi intrinseci difetti, ma per volontà politica di chi ha potere: se il neonato non sopravviverà, non sarà perché è nato morto, ma perché verrà ucciso nella culla. Il libro serve a farlo vivere, perché altri mezzi d'informazione non ne parlano, e non dicono, per esempio, che Clinton e signora ne sono sostenitori.

Il microcredito è, alla fine, uno strumento internazionale, globale, per l'indipendenza delle persone, per la libertà ed anche TDF fa molto affidamento sulla libertà, per poter scegliere la via che crea futuro. Questo libro è fondamentale per chi sta dalla parte dell'umanità.

Gli ultimi giorni dei nostri padri - Joël Dicker

Durante la seconda guerra mondiale molti giovani sono costretti ad abbandonare le loro famiglie e i loro progetti per combattere. Paul Emile, per gli amici Pal, lascia l’anziano padre a Parigi e viene reclutato dai servizi segreti britannici: insieme ad altri ragazzi come lui dovrà sottoporsi a un duro addestramento prima di svolgere missioni ufficiali in Francia, con lo scopo di aiutare la Resistenza contro i tedeschi. L’addestramento si svolge nel sud dell’Inghilterra e in Scozia ed è massacrante, tanto che alcuni giovani non riescono a completarlo.

Pal fa parte di un gruppo che con il tempo diventa la sua nuova famiglia: c’è Gros, ingenuo e affettuoso, Claude, al quale la guerra ha impedito l’ingresso in seminario, Stanislas, che è il più anziano e si sente un po’ il padre di tutti. L’unica donna è Laura, ragazza inglese di buona famiglia, che porta una ventata di dolcezza tra gli orrori della guerra: lei e Pal si innamorano e cercano di portare il loro sentimento sano e salvo alla fine del conflitto, essendo costretti a separarsi per lunghi periodi durante le missioni francesi. Ognuno di loro ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa, anche fosse solo un fiore cresciuto in mezzo alla neve, per superare lo strappo dalla vita precedente, la totale incertezza sul futuro, la paura concreta di morire: è importante, quando si è in condizioni disperate, avere qualcosa per cui sopravvivere.

Oltre a fornirci elementi di carattere storico, Joël Dicker in questo romanzo si concentra sull’animo umano e sulle sue sfumature: in primo piano troviamo Pal, che si colpevolizza per aver lasciato solo il padre e per non potergli fare avere sue notizie secondo le regole dei servizi segreti; l’anziano signore aspetta ogni giorno il ritorno del figlio, non chiude più la porta di casa perché Pal possa entrare in qualsiasi momento. Vi sono scene, come quella del padre che prepara la sacca da viaggio per il figlio, che suscitano il pianto e trovo che Dicker sia straordinario nel sollevare emozioni in modo così genuino.

Un’altra figura significativa è il tedesco Kunszer, di stanza a Parigi all’hotel Lutetia: è un nemico, quindi dovrebbe essere determinato e spietato; in realtà ha perso l’amata nel bombardamento di Amburgo, è fragile e insicuro riguardo alle sorti della guerra e forse non gli importa gran che di vincere, tanto ormai la sua vita e l’umanità intera sono irrimediabilmente devastate. La premura che manifesta nei confronti del vecchio padre di Pal è un’altra delle vette che Dicker raggiunge nel parlarci dell’Uomo. Egli infatti non parla di buoni e cattivi, di alleati e nemici: parla di Uomini che, di qualunque fazione facciano parte, si ritrovano costretti a compiere azioni abominevoli, disumane. Sono Uomini che non si sentono più tali, smarriti davanti a ciò di cui l’Uomo è capace.

"Gli ultimi giorni dei nostri padri" è un grande romanzo e merita di essere letto anche da chi non è appassionato di storia perché di fatto non è la storia che ci racconta, ma gli Uomini che l’hanno fatta.

Piccoli esperimenti di felicità - di Hendrik Groen

"Anche quest’anno i vecchi continueranno a non piacermi. Il ciabattare dietro i girelli, l’impazienza fuori luogo, le lagne interminabili, i biscottini con il tè, i sospiri i mugolii. Ho 83 anni e ¼". Questo è il folgorante incipit di "Piccoli esperimenti di felicità" dell’olandese Hendrik Groen, un romanzo che nasce a puntate sul sito di Torpedo Magazine e che viene notato dalla casa editrice Meulenhoff prima di diventare un caso editoriale inseguito dai maggiori editori di tutto il mondo e tradotto in ben 20 paesi. A parlare è lo stesso Hendrik dalle pagine del suo diario che raccontano la vita all’interno della casa di riposo in cui si trova per 365 giorni esatti. Le sue giornate sono monotone, tutte uguali: due chiacchiere con l’amico Evert, la curiosità per i nuovi arrivati e la sopportazione della severissima direttrice. Hendrik ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco, ma ora si chiede se davvero ne sia sempre valsa la pena: "Negli ultimi anni i nuovi arrivi negli ospizi consistono principalmente di nonnetti malmessi che non sono più in grado di vivere una vita autonoma. Se ti assegnano codice 3 (mi pare), finisci direttamente nel reparto psichiatrico. Con il codice 2 in molti ospizi ti tocca prima qualche anno di lista d’attesa. E alla fine può darsi che neanche serva più. Le liste si esauriscono da sole. Negli anni Settanta e Ottanta c’erano coppie di neosettantenni, sani e arzilli, che decidevano di godersi la vecchiaia in casa di riposo. Adesso arrivano soprattutto relitti umani, che potrebbero affondare da un momento all’altro". E allora, siccome nella vita bisogna sempre avere progetti o perlomeno fare esperimenti, Hendrik decide due cose: farsi dare dal suo medico la pillola della dolce morte e concedersi un anno, prima di prenderla, nel quale fondare un club. Nasce così il Club dei vecchi ma mica morti con regole di ammissione rigidissime per partecipare alle varie attività, tra cui: l’ingresso a un casinò, un workshop di cucina, un corso di tai chi… Piccoli esperimenti di felicità è un libro unico nel suo genere, non soltanto perché la voce del protagonista riesce sempre a essere pungente e originale, ma perché ci costringe, seppure con il sorriso sulle labbra, a considerare da una nuova prospettiva l’individuo alla fine del suo ciclo produttivo nella società. Spesso si dice che gli anziani tornino a essere bambini, con i loro capricci, le loro idiosincrasie, le loro fissazioni e convinzioni e magari piuttosto che associare questa – percepita dai più – regressione a principi di senilità, forse bisognerebbe riflettere sulla possibilità che sia semplicemente una condizione più naturale dell’uomo, lontano dalla cattività del merito e del guadagno, dal giudizio e dalla competitività: "Quando sei giovane hai voglia di diventare grande. Da adulto, fino più o meno ai sessant’anni, la cosa che desideri maggiormente è rimanere giovane. Quando sei vecchio non c’è più un obiettivo a cui puntare. Questa è l’essenza del vuoto esistenziale qui da noi. Non ci sono più obiettivi. Niente esami da superare, niente più carriere da portare avanti, niente figli da crescere. Siamo troppo vecchi anche per occuparci dei nipoti. In questo contesto così ricco di ispirazione non è sempre facile prefiggerti piccoli obiettivi. Intorno a me vedo occhi nei quali è rimasta soltanto la rassegnazione. Occhi di persone che passano dal caffè al tè e dal tè al caffè. Forse ho già detto questa cosa. Forse non dovrei lamentarmi in questo modo. Bisogna solo impegnarsi di più perché ogni giorno valga la pena di essere vissuto. O almeno un giorno su due. Servono anche dei giorni di riposo, come al Tour de France". Essere adolescenti o anziani sono probabilmente le uniche due fasi di vita in cui possiamo essere davvero noi stessi senza l’affanno dell’avere. Ed è proprio così che Hendrik si propone a noi: libero, senza inibizioni, totalmente scevro da qualsiasi condizionamento politicamente corretto, capace di raccontarsi con la necessaria leggerezza e autoironia, consapevole di essere in viaggio verso la luce da più di 84 anni.

La stranezza che ho nella testa - Orhan Pamuk

Orhan Pamuk, Premio Nobel per la Letteratura del 2006, ci presenta il suo nuovo libro: "La stranezza che ho nella testa". Parla, come ci racconta l’autore, "della vita, delle avventure, dei sogni, degli amici e nemici di Mevlut Karatas, il venditore di boza".

Pamuk oltre a farci scoprire e vivere la vita del protagonista, ci porta all’interno delle case, nelle vie e nei locali di una città, Istanbul, che cambia, che si trasforma, fino a diventare quella che è oggi. Le tradizioni, i colpi di stato, i furbetti, la famiglia, i matrimoni combinati, l’istruzione e la religione, influenzeranno la vita di un uomo che pur dovendo affrontare molte difficoltà, non perderà mai l’ottimismo.

Diciamo poco sulla trama perché non vogliamo influenzarvi ma incuriosirvi.
Non fatevi spaventare dalla mole del libro (560 pagine), questa è una storia che va letta e assaporata riga dopo riga, perché il venditore di boza è un uomo che ha vissuto una vita che può sembrare ordinaria, ma che nella sua ordinarietà è veramente straordinaria.

Una frase per farvi capire qualcosa in più di Mevlut, da molti definito ingenuo e sognatore:

"Mevlut, se avessi vinto il primo premio della lotteria, cosa avresti fatto?..Sarei rimasto a casa con le mi figlie a guardare la televisione, non avrei fatto nient’altro".

Per quanto riguarda lo stile, sicuramente ne resterete piacevolmente colpiti. Particolare è la scelta, oltre a quella di raccontare la storia del protagonista, di dar voce ai vari personaggi, che volta volta, in prima persona, raccontano la loro verità. Davvero singolare. Inoltre in molti casi anticipa quello che poi verrà narrato.

Vi lasciamo con quest’ultima frase:

"Il collegamento tra le intenzioni del cuore e le intenzioni delle labbra era la fortuna, naturalmente: uno può avere intenzione di fare una cosa, ma finisce per dirne un’altra; la fortuna era il ponte che poteva unire le due intenzioni".

Consigliatissimo, ne resterete affascinati.

Ave Mary - Michela Murgia

Una riflessione importante sul ruolo della donna, sulla condizione di subordinazione cui sarebbe stata relegata nei secoli, legittimata e sacralizzata dalla morale cattolica. Forse le radici della discriminazione sono riconducibili alla superiorità biologica della donna, che l'uomo intende compensare sul piano sociale, assumendo ruoli di predominio. In tale ambito non riesce ad accettare il "no" dell'altra, che è invece segno inequivocabile della sua identità, della sua libertà. L'accettazione di questo no è condizione di reciprocità, inclusione della diversità, presupposto essenziale di ogni autentica "democrazia", che, appunto, supera la diversità, a partire da quella di genere.
L'immagine più dolce di questo libro è il riferimento ad una riflessione di Giovanni Paolo I, secondo cui "Dio è padre e madre", e il richiamo ad un dipinto di Rembrandt "Il ritorno del Figliol Prodigo", in cui l'autrice ha voluto vedere le mani che abbracciano il figlio, nella diversità di genere, mano di uomo, callosa e forte, e mano di donna, dolce ed affusolata...
Resta, dopo la lettura di questo libro, la consapevolezza di una meravigliosa complementarietà tra questi due esseri, dono di Qualunque Dio Nascosto, che sublima la vita e le dona un senso nuovo e migliore.
Al di là del tema impegnativo, il libro di Michela Murgia è, come gli altri, costruito su una lirica disarmante, periodi fluidi, concetti chiari, e la potenza inesorabile delle Parole, che non sono mai scritte o dette a caso, perchè la Parola è vita, è creazione, infine, nella prospettiva Cristiana, Salvezza.

« Finalmente Zeus ebbe un'idea e disse: "Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi »

(Platone, Simposio).

L'altra figlia - Annie Ernaux

Annie Ernaux ci aveva già abituato a libri straordinari quanto inattesi. Ne "L’altra figlia", un breve racconto, una lettera inviata virtualmente alla sorella morta di difterite nel 1938, qualche anno prima che lei nascesse, si conferma una scrittrice dal talento eccezionale, dalla penna efficace, dallo stile asciutto, cartesiano, sintetico, ma non per questo meno evocativo di paesaggi dell’anima, di sentimenti celati, di emozioni che tutti proviamo o abbiamo provato, anche se nessuno come lei riesce ad esprimerli nelle poche pagine (appena 80), nelle quali riesce a condensare il dramma di una intera esistenza, quella dei suoi genitori, e anche il suo proprio, il destino della figlia nata ed esistita solo per sostituire la morta.

Annie viene a sapere per caso che prima che lei nascesse c’era stata un’altra figlia dal nome antiquato, Ginette, che malgrado i tentativi di salvarle la vita, a soli sei anni era morta durante una epidemia di difterite, il vaccino contro quella orrenda malattia sarebbe stato introdotto pochi mesi dopo. Sua madre, che gestiva una drogheria, si trovò a raccontarne la dolorosa perdita a una cliente, mentre lei giocava, ma non riuscì a non ascoltare quella tragica confessione. Aveva dieci anni, e da quel momento tutto lo scenario familiare subì una mutazione: lei non osò mai rivelare ai genitori che conosceva il loro segreto, e continuò a osservare la foto sfocata della morta, a dormire nel suo lettino di legno rosa, a sentire qualche racconto della cugine più grandi, continuando a interrogarsi sul perché della morte di quella bambina, santificata nel ricordo dei genitori, devotamente legati alla Vergine di Lourdes, alla quale si doveva, tra l’altro, la prodigiosa guarigione della stessa Annie, ferita da un chiodo arrugginito e salva per poco da una forma di tetano che la stava per uccidere.
Annie Arnaux è una scrittrice dalle molte letture, che ritornano nel testo a marcare il territorio della scrittura: ecco Jane Eyre, Peter Pan, Rossella O’Hara, La lettera al padre di Kafka, I fiori del male, Beauvoir, Claudel, Bossuet, presenze affettive, come Cesare Pavese, morto suicida la sera del 27 agosto del 1950, in un desolato albergo torinese. Forse, quella stessa domenica di agosto, Annie ha appreso mentre giocava dalla voce bassa della madre la storia di Ginette. La madre riconoscerà solo quando già è malata di Alzheimer di aver avuto due figlie; il confronto con la morta santa, un angelo amato da Gesù, non fa che allontanare la sorella superstite ribelle, scontrosa, da quel modello irraggiungibile, procurandole sin da piccola continue malattie che forse sono un modo inconscio per attirare su di sé un affetto che in quanto sostituta non crede di meritare. Un groviglio psicologico, un continuo rimestare nel passato, alla ricerca di una verità: è nata solo perché Ginette era morta? I genitori non fanno che accreditare questa tesi con i loro gesti e le parole che misurano i “costi di gestione” di una figlia, le uniche spese che sono in grado di affrontare. Ginette finalmente può esistere quando la sorella riesce a scriverne.

La ragazza corvo - Erik Axl Sund [i.e. Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist]

“La ragazza corvo” collega tre storie una all’altra, con tante sotto-vicende, che oltre a presentare una miscellanea di morti ammazzati sadicamente, segue certe spiccate dinamiche psicologiche e psichiatriche. Niente di illeggibile, intendiamoci, ma l’intreccio è decisamente da psicothriller, considerata la professione di una delle due protagoniste e la patologia di una delle comprimarie più importanti, una sindrome dissociativa da personalità multipla.
Teatro principale delle azioni è Stoccolma. In scena sono la psicoterapeuta Sofia Zetterlung e l’ispettrice di polizia, poi commissario, Jeanette Kihlberg. La prima è pure una straordinaria profiler e la seconda le commissiona una consulenza tecnica per definire i caratteri dei responsabili dei crimini efferati al centro delle sue indagini, in cui impegna tutta se stessa, delusa da una vita privata più ricca di delusioni che piena di soddisfazioni. Lo stesso si può dire della dottoressa e il gioco è fatto: la collaborazione professionale favorisce la conoscenza l’una dell’altra, la vicinanza genera un affiatamento tra le due e l’amicizia aiuta a procedere verso la verità, nell’ambito di casi decisamente dolorosi.
Da una parte, infatti, Sofia e Jeanette hanno a che fare con violenze sadiche e abusi psicologici gravissimi, che possono dimostrarsi ancora più crudeli delle brutalità fisiche. Dall’altra, certi episodi coinvolgo minori e questo sarà senza dubbio un aspetto difficile da accettare per qualcuno dei lettori. Che ne dite di bambini soldato in Sierra Leone e di pedofilia?

Si parte da una serie di delitti ai danni di giovani immigrati in Svezia, per passare ad altre sparizioni e ad altri omicidi, mentre i profili psicologici delle due donne si definiscono sempre più distintamente. Si dovrebbe dire, i profili delle tre donne, visto che c’è anche la turbatissima Bergman, che nasconde più di un segreto ed ha un terribile ricordo del padre, che l’ha segnata per sempre. Una memoria da incubo.

Allo stesso tempo, proprio le caratteristiche tipiche di una soluzione narrativa tanto strutturata, quale si rivela quella di Jerker Eriksson e Håkan Axlander Sundquist, rendono francamente arduo, se non proibitivo, azzardare qualche anticipazione sulla trama, né si può dire di più sul carattere dei personaggi, senza correre il rischio serio di disturbare la lettura con suggerimenti anche involontariamente rivelatori.
A questo punto, per evitare di incorrere sia pure fortuitamente in qualche spoiler, sembra preferibile augurarvi buona lettura...

La confraternita dell'uva - John Fante

Le diatribe familiari, i rancori tra fratelli, la disillusione dell’età matura, il conflitto mai sopito con i genitori ormai anziani sono alcuni dei temi di questo bel libro di John Fante che, a ragione, è considerato il capolavoro dell’età matura dello scrittore italo-americano. I temi non sono proprio una novità e non solo nella letteratura perché ogni figlio si trova a fare i conti con i sentimenti ambivalenti di Henry Molise (alter ego di John Fante ormai vecchio, malato e alle soglie della morte). I genitori invecchiano diventando in parte lo specchio futuro di quei figli che, ormai adulti, sono chiamati a prendersene cura.
Nick Molise non è stato proprio un modello di virtù e tutti i figli hanno risentito del suo egoismo e della sua incapacità relazionarsi con i membri della famiglia. Henry e i fratelli non hanno avuto un’infanzia serena, e ciascuno a modo proprio ha dovuto prendere le distanze da quei genitori che avevano indicato loro un’unica strada senza alcuna possibilità di deviazione: cattolici e muratori. Come spesso accade nelle famiglie troppo soffocanti, quelle che cercano di tracciare passo per passo la vita futura dei figli, nessuno dei giovani maschi Molise ha realizzato il destino loro prescritto. Stella, in quanto femmina, non aveva goduto di grande considerazione da parte del padre, che invece aveva cercato tenacemente di far diventare muratori i tre maschi (Henry, Mario e Virgil), boicottando, per il suo fine egoistico, le loro aspirazioni.

L’atteggiamento critico, ma allo stesso tempo tollerante, verso entrambi i genitori è ciò che distingue Henry dai suoi fratelli ed è il segno che è ormai un uomo adulto che può stigmatizzarne i difetti senza negare a se stesso l’affetto profondo che lo lega al padre e alla madre. Può anche riconoscere in se stesso alcuni dei difetti dei genitori, poiché sono parte del suo modo di essere. Una volta sceso a patti con l’ambivalenza del legame con i genitori, Henry Molise/John Fante può riconoscere anche i loro meriti: l’abilità della madre nel tenere unita tutta la famiglia, manipolandone gli umori attraverso i suoi deliziosi piatti, e il talento del padre che ama il suo lavoro più di qualunque altra cosa (o persona) al mondo.

Il tono leggero (nonostante la drammaticità dei temi trattati), l’ironia che trapela da ogni pagina rende simpatici i membri della famiglia Molise, che, a ben vedere, vengono descritti in tutta la loro miseria umana. Non si salva nessuno. I fratelli sono immaturi e pavidi, incapaci di allontanarsi dal solco tracciato per tentare altre strade, incapaci di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, vivono alimentando il rancore verso i genitori, unica giustificazione per i loro fallimenti. Lo stesso Henry è impietoso verso se stesso: è consapevole di avere, a volte, piegato la sua arte alle ragioni del dio denaro, sa di non avere una grande personalità e di attrarre la simpatia altrui attraverso le lacrime, che non si vergogna di utilizzare per raggiungere i suoi fini.

Al pari di Nick Molise (alter ego di suo padre, morto da più di cinquant’anni e che rivive solo grazie alle parole scarabocchiate dal figlio), John Fante era affetto da una grave forma di diabete che gli aveva causato la cecità e l’amputazione delle gambe, ma che non gli impedì di lasciarci questo racconto ironico e commovente.

Buona lettura.

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