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Questa nostra Italia - Corrado Augias

«Mia nonna girava per casa con una fettuccia nera legata alla vita a mo’ di cintura dalla quale pendeva un anello con appese due chiavi, nere anch’esse, credo di ferro, di quelle che servono a poco, bastava una forcina per capelli a far girare la rudimentale serratura. Quelle chiavi erano il segno del suo potere, il solo e povero potere di cui disponesse: l’amministrazione della dispensa».

Scrive Corrado Augias di non aver mai saputo con certezza quel che la nonna custodisse con tanta cura, ma di poterlo immaginare benissimo, «poiché le dispense di quelle case erano tutte uguali: una bottiglia d’olio, un po’ di formaggio, dei dadi da brodo, un paio di vasetti di marmellata, forse del miele, qualche scatola di fiammiferi, delle spezie, qualche cartoccio di spaghetti… Il fornaio li vendeva sciolti, le rassicuranti confezioni sigillate da mezzo chilo erano di là da venire. Gli spaghetti erano così lunghi che prima di metterli a bollire bisognava spezzarli con le mani, un crepitio secco che ho sempre immaginato simile a quello provocato dai cavalli normanni di Pascoli quando "frangean la biada con rumor di croste"».

Il nuovo, bellissimo libro di Corrado Augias, "Questa nostra Italia" (Einaudi), è così: un lessico famigliare in cui fa irruzione quella che l’autore ritiene la vera unificatrice del Paese, la nota che definisce l’identità nazionale: la lingua, la letteratura. E la bellezza, che può prendere l’aspetto di un paesaggio marchigiano o di una poesia di Leopardi. Oppure, se si preferisce leggerlo nell’altro senso, il libro di Augias è una biografia letteraria d’Italia, in cui fanno irruzione le note sulla propria vita: il padre ufficiale dell’Aeronautica testimone della morte di Italo Balbo nel cielo di Tobruk, il servizio militare svolto accanto a una recluta burlona di nome Cesare Previti, le due fondazioni di «la Repubblica» e di Raitre, i periodi a Parigi e a New York, il dialogo faticoso e gratificante con i lettori, il tono alto ed educato del vivere e dello scrivere con una fascinazione rivendicata per il materiale e il mostruoso, il cibo e il circo, la cupezza e l’orrore, il Telefono giallo e il Grand Guignol, i popolani drogati di vino e polenta fatta con farine adulterate che «gridavano una gioia in realtà molto vicina alla disperazione» e lo zio tornato dalla Grande Guerra accecato dai gas: «Temevo e desideravo il momento in cui si sarebbe tolto i grandi occhiali neri che gli nascondevano le orbite, ma non accadde mai».

«Sono un italiano; nulla che sia italiano, o al più francese, ritengo a me estraneo» potrebbe essere il sottotitolo. Coerentemente, quello di Augias non è un libro ottimista. A tratti è dolente, quasi rassegnato al meno peggio. La lettura si fa allora di struggente malinconia, di rimpianto per quello che poteva essere e non è stato: l’agonia di Gobetti nell’esilio parigino, i dolori del giovane Leopardi, di cui scrive la sorella Paolina: «A dì 14 giugno 1837 morì nella città di Napoli questo mio diletto fratello divenuto uno dei primi letterati di Europa. Fu tumulato nella Chiesa di San Vitale, sulla via di Pozzuoli. Addio caro Giacomo: quando ci rivedremo in paradiso?». E poi l’incredulità di fronte alla memoria nostalgica o indulgente per il fascismo, e l’oblìo invece riservato ai «giovani messi al muro, chiusi vivi in una bara, impiccati col fil di ferro nei loro poveri abiti, le mani legate dietro la schiena, un cartello al collo "TRADITORE”, “BANDITO"… Nel lampo di pochi anni, quegli slanci, le parole, l’angoscia, l’ultimo grido — "Viva l’Italia!", "Mamma!" — sarebbe diventato sempre più fievole, perduto nel frastuono».

Il libro è un viaggio nell’Italia dei romanzi, della politica, dell’arte: Venezia, la sola nazione d’Europa a non aver mai bruciato un eretico; l’Istria, «una terra magnifica per natura, italiana anzi veneta per lunga tradizione»; Genova, «Superba per uomini e per mura» come la intuì Petrarca (anche se è difficile considerare genovese Umberto Terracini, nato sì a Genova ma da due famiglie piemontesi e trasferitosi a Torino a 4 anni); la «scontrosa grazia» del Friuli; «la fosca turrita Bologna» carducciana; il bellissimo ritratto morale di Michelangelo e di altri grandi toscani. E poi le antinomie tra le grandi città: «A Napoli non mancano le tragedie ma il colore dominante è quello della commedia, della beffa, dell’oltraggio. A Palermo è l’inverso. La commedia è presente ma a dominare è il cupo incombere della tragedia». Roma «capitale di una burocrazia neghittosa, grande produttrice di intralci e di lungaggini, di una politica inconcludente, di una popolazione anarco-indolente che fa da specchio ad amministrazioni spesso inefficienti… L’immagine di Milano riflette invece una borghesia industriosa, compiaciuta della sua agiatezza però attenta a non mostrarne più del dovuto». Una città borghese.

Il finale non è lieto. Augias ricorda con un sorriso amaro che Nievo aveva inizialmente pubblicato Le confessioni d’un italiano col titolo "Le confessioni di un ottuagenario": «Titolo simpaticamente vicino per chi ottuagenario lo è davvero, ha alle spalle una lunga sequenza d’anni dalla quale arrivano, anche nei momenti meno opportuni e di notte, mormorii frammisti a qualche grido, brividi, lampi di luce, talvolta di spavento». E l’animo italiano? C’è, ma è sommesso, balena qua e là, ma è sopraffatto dai localismi e dai rancori, che tendono a crescere anziché diminuire. «Non è bastata nemmeno l’epica di due guerre combattute sotto la stessa bandiera con sofferenze inenarrabili», comprese quelle di un altro zio, tornato dalla Russia a piedi. «Se nemmeno quell’immensa fatica è servita a costruire un immaginario condiviso, vuol dire che per il momento non c’è granché d’altro da fare». E ha ragione quindi Carlo Porta, di cui si cita l’invettiva "A certi forestee che viven in Milan e che ne sparlen":

"O Italia desgraziada
cossa serv andà a toeulla cont i mort
in temp che tutt el tort
de vess inscì strasciada
l’è tutt de Tì, nemisa toa giurada!
(…)
Mej i Turch coj soeu pal
che l’invidia e i descordi nazional.

O Italia disgraziata
cosa serve prendersela con chi è
morto
mentre il torto
di essere così stracciata
è tutto tuo, di te stessa nemica
giurata!
(…)
Meglio i Turchi con i loro pali
che l’invidia e le discordie nazionali".

Che la festa cominci - Niccolò Ammaniti

Un Ammaniti inedito per certi versi; toltasi la pesantezza di testi più grevi, si è lasciato scivolare una storia impazzita che ricorda certi musical degli anni ottanta, dove tutto è esagerato e paradossale (ma non troppo). La trama, in breve, è quella di un parvenu della peggior specie, Sasà Chiatti, un immobiliarista/palazzinaro, cafone quanto non basta e megalomane all’ennesima potenza, il quale organizza una super-mega festa a Roma, a Villa Ada, sua proprietà, ed invita “Tutti i nomi che contano” del rutilante mondo dei VIP. Ci sono proprio tutti: politici, attori e attoruncoli, artisti di svariati generi, calciatori, donne e donnine inconsistenti se non ornate di bellezza (per lo più rifatta), elefanti, tigri e quant’altro, insomma un campionario e una fauna umana, archetipi di una specie tanto stigmatizzata e, al contempo, corteggiata dai mass media perché spettacolarizza e sensazionalizza! C’è lo scrittore di successo, “Tu sei forte, tu sei bello, tu sei imbattibile, tu sei incorruttibile, tu sei un …AH…AH…Cantautore”, Fabrizio Ciba, preoccupato solo del suo ego e dell’immagine che deve dare di sé. Da antologia cinefila, la scena...”Con un colpo gli strappò la chiavetta USB da 40 gb dal collo…” del grande autore dei capolavori della letteratura italiana degli anni settanta, ormai cadavere.

Ci sono le belve di Abaddon, una patetica setta satanica di Oriolo Romano, il cui leader Saverio Moneta cerca nel male un riscatto alla sua tapina e fantozziana vita. Una folla di personaggi affolla la scena narrativa, impazza in preda ad un’euforia lugubre da bolgia infernale, è una festa tragicomica, iperrealistica e sopra le righe dall’inizio alla fine. Un’umanità tronfia e ridicola, persa nel suo isterico vaneggiare, tesa ad inseguire e perseguire, spesso il nulla, cieca nel non vedere il precipizio che gli si para di fronte. Sono scene apocalittiche, in tono mondano, fatuo e satirico, quelle che si palesano davanti agli occhi dei lettori, dove tutto è esasperato fino al parossismo, la comicità graffia e irride. Sembrano tutti delle marionette senza umanità e sensibilità, omnia transeat… “Con il tempo, anche questa brutta esperienza sarebbe passata, avrebbe perso la sua drammaticità e l’avrebbe ricordata con un misto di divertimento e di rimpianto”, gli Umani si orientano come certi voltagabbana della politica e non.

Critica feroce all’ex URSS, gli atleti sovietici partecipanti alle olimpiade del ’60 a Roma che preferiscono alla vita soffocante in Unione Sovietica quella altrettanto soffocante, ma libera delle catacombe: alla prigionia della mente la libertà di scelta... Siamo una società, si spera una parte, alla deriva, travolti da quell’onda anomala, “l’acqua della condotta esplose dal bacino ed aprì una voragine nella terra e sfondò la volta di tufo di una galleria che passava proprio sotto il lago, e cominciò a riempirla come fosse un’enorme tubazione”, che tracima e porta a galla senza una razionale selezione. Certo che siamo anni luce lontani dalla morale manzoniana della peste che amministra la giustizia separando i vizi dalle virtù; i confini tra il male e il bene non sono più tracciabili, tutto può essere accettato, importante che raccolga consensi e plausi pubblici.

Non è un pamphlet: Ammaniti non è un fustigatore delle storture e delle deviazioni di certa umanità, ma come gli artisti di razza, imbastisce una favola, solo che rovescia le parti, non sono protagonisti gli animali umanizzati, bensì gli uomini animalizzati in tutta la loro ferinità. Dialoghi comici e battute mordaci contrappuntano uno stile attuale e carico di vena sardonica dove galleggia ciò che resta della nostra “Povera Patria”, gli avanzi di un pranzo o di una cena mal digerita.

Niccolò Ammaniti è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato Fango (1996), Branchie (1997), Ti prendo e ti porto via (1999), Io non ho paura (2001), Come Dio comanda. Dei suoi libri sono stati tratti film di successo, di importanti registi. E’ pubblicato in 44 Paesi.

La bolla d'oro - Sergio Valzania

Il professor Bosconi, specialista di cose bizantine, svanisce nel nulla, nelle tappe di una trasferta negli archivi dei monasteri ortodossi del Monte Athos. Si stava occupando di verificare l’autenticità di una preziosa crisobolla, sigillo aureo dell’impero bizantino, per conto di un grosso istituto bancario. L’intraprendente Teresa Nitti, «una che risolve problemi», affida al suo vecchio compagno di studi Carlo Donna l’incarico di ritrovarlo. Inizia così il viaggio-ricerca di Carlo alla scoperta dell’universo chiuso e infinito dei monaci barbuti che abitano quei luoghi.

L’autore di "La bolla d'oro" (Sellerio) è un poliedrico uomo di cultura dalle molteplici professioni (storico, giornalista, autore radiotelevisivo e a lungo direttore di Radiorai).

Questo libro nasce da una sua visita al monte Athos in Grecia. La storia si apre con la notizia che un istituto bancario ha deciso per i suoi investimenti l’acquisto della Bolla d’oro di Alessio Comneno III, uno di quei documenti con cui, nell’antica Bisanzio, la Cancelleria trasmetteva, con l’aureo sigillo, i decreti imperiali. Sorge, naturalmente, una questione di autenticità, perché queste carte erano nell’Ottocento facilmente falsificabili, e la perizia è affidata ai due massimi esperti del settore: il professor Celletti e il timido Bosconi, suo allievo. I due danno pareri opposti e, a complicare l’operazione, il secondo dei due svanisce nel nulla, nelle tappe di una trasferta negli archivi dei monasteri ortodossi del Monte Athos. L’intraprendente Teresa Nitti, donna d’affari che si autodefinisce «una che risolve problemi», è incaricata della ricerca; la signora si rivolge, perché indaghi nelle tracce della scomparsa, al suo vecchio compagno di studi Carlo Donna, che sarà il protagonista della vicenda (alter-ego dell’autore).

L’espediente narrativo consente un vagabondaggio di 5 giorni su e giù per le pendici del monte sacro, tra i monasteri ortodossi incasellati nella magnifica natura e nei colori del mare greco. Le note di viaggio nascono dagli incontri con i monaci, con leggende, tradizioni, reliquie e riti che conferiscono un fascino particolare al resoconto, arricchito da alcune litografie dei monasteri più importanti che sono inserite nel testo, il fascino di luoghi che portano incisa nella materia una spiritualità altrove perduta.

Alla fine, dietro al mistero, si svelerà una truce cospirazione ma il romanzo ha anche una trama più profonda da comunicare: il viaggio-ricerca di Carlo, la sua scoperta dell’universo chiuso e infinito dei monaci barbuti che abitano i luoghi a precipizio sul mare protetti dai millenni. Per i fans della casa editrice siciliana un altro gioiellino da gustare piano piano.

Buona lettura.

Il colore della memoria - Care Santos

Questa storia si svolge tra i vicoli di Barcelona, è la storia di Violeta Lax, per la precisione è la storia della famiglia Lax al completo.

Attraverso le parole di questo scrittore abbiamo la possibilità di vedere la magnificenza di questa importante capitale catalana, di scrutare i migliori scorci e di viaggiare nel tempo insieme ai personaggi.

Violeta è una giovane studiosa d’arte ed un giorno riceverà una strana lettera da una gentile donna di Como, la quale vuole ospitarla a casa sua per spiegarle alcune cose della sua famiglia che riguardano anche lei.
La storia procederà su due binari ben distinti.
Una parte della storia parlerà principalmente di Amadeo Lax, nonno di Violeta, un celebre pittore spagnolo vissuto nei primi anni del Novecento mentre la seconda parte è ambientata ai giorni nostri e proprio la stessa Violeta dovrà scoprire ed affrontare alcuni misteri ancora irrisolti.

Nel libro oltre ad esserci una suddivisione in capitoli, l’autore ha deciso di inserire: lettere, email, alcuni articoli e persino le descrizioni di alcune opere di Amadeo.

Anche se i protagonisti principali sembrerebbero a prima vista Violeta e Amadeo in realtà le protagoniste principali sono le donne.
Donne piene di carattere, pronte anche a morire per poter difendere i loro sentimenti, donne piene di coraggio e di fascino.

La donna che più colpisce è proprio Teresa Brusès Bessa perché l’autore ce la fa conoscere attraverso varie sfaccettature. Ci fa scoprire una parte di lei attraverso l’affresco dipinto da Amadeo ed anche attraverso le varie descrizioni fornitaci.
Teresa è l'ossessione di Amadeo, in un certo senso diventa anche la sua sciagura più grande.

E' una storia estremamente intrigante e piena di sfaccettature, fra le più riuscite di Care Santos.
Tutti i personaggi sono stati ben delineati e come ci spiega l’autore alcuni di questi sono realmente esistiti. Vogliamo anche ricordare che anche se i salti temporali sono molti il lettore non ci farà molto caso perché l’autore è riuscito a costruire una storia che si amalgama bene insieme anche se i binari temporali sono due.

Si tratta di un libro pieno di amore carnale e spirituale, di odio e di pazzia, di lealtà, ma soprattutto di tradimenti.

Molto consigliato.

Vi vogliamo lasciare una piccola chicca di Modesto Lax, padre di Violeta:

"A proposito, lo sapete da dove vengono i colori del Barça?"
[…]
"Metà blu e metà rosso, i colori dello stemma del Ticino, un cantone della Svizzera italiana vicino a Winterthur, da dove veniva un signore dal nome complicatissimo.
Trasferitosi a Barcelona, decise di farsi chiamare Joan Gamper, tanto per semplificare la vita alla gente del posto. Fu lui a fondare la società (il Barcellona FC), ma prima era stato attaccante del Basilea, una squadra svizzera con la divisa blu e rossa."

La vita delle ragazze e delle donne - Alice Munro

"La vita delle ragazze e delle donne" è l’unico romanzo di Alice Munro, autrice soprattutto di racconti. E’ scritto come una biografia, ma ogni capitolo ha un titolo suo e, anche se legato agli altri dal filo dei ricordi di Del, potrebbe avere vita propria come racconto autonomo.

Il libro accompagna Del -Alice dai nove anni fino alla fine del liceo. Si intravede per lei un futuro radioso e votato alla carriera letteraria.
Attraverso i suoi ricordi Del ci presenta nei primi capitoli tutta una galleria di personaggi: lo zio Benny, la nonna, la madre, le due zie, la pensionante, l’ amata insegnante. I personaggi migliori, più intelligenti e fuori le righe sono donne a parte lo zio Benny che ha comunque un animo femminile. Gli uomini hanno spesso un lato poco piacevole più o meno nascosto, e quasi tutti hanno un qualcosa di pesante nei modi se non di osceno o di perverso. Questo lato oscuro è spesso legato in qualche modo diretto o indiretto al sesso. Anche se Del per molte pagine racconta le sue prime esperienze sessuali (più sessuali che sentimentali), tutto sommato l’impressione è che il suo giudizio sul sesso non sia molto diverso da quello negativo di sua madre. Il sesso è una specie di trappola per la donna, anche per quella emancipata e intelligente. Anche Del ci viene presentata caduta nella trappola e sul punto di esserne inghiottita.

I vari personaggi sono spesso eccentrici, fuori le righe, particolari e il fatto che vengano descritti con simpatia o con affetto o perlomeno con divertito e impertinente compiacimento rende la lettura piacevole anche per chi non è un appassionato di memoir.
All’inizio i primi capitoli sono legati dal comune “mi ricordo che”.. ma sono molto vicini al racconto, cioè sono un po’ slegati e saltellanti.
Poi però la narrazione diventa fluida e corposa, da romanzo, inoltrandosi nella vita di Del a partire dalla sua esplorazione del mondo.

Il romanzo vuole appunto parlare della vita delle ragazze e delle donne. Ne racconta tutti gli aspetti: amicizie, relazioni, amori e soprattutto scoperta del sesso, in modo apparentemente leggero. Ma certamente coglie in queste vite e cerca di evidenziarlo, il senso assurdo della direzione sbagliata, che allontana le donne dalla propria realizzazione spingendole lungo strade tracciate da altri.
“Che cos’era una vita normale? Era la vita delle ragazze al caseificio, i rinfreschi per nozze e battesimi, la biancheria per la casa, le batterie di pentole, i servizi di posate, tutto il complicato regolamento della femminilità e, all’estremo opposto, era la vita della sala da ballo Gay-la, era viaggiare di notte ubriachi per le strade nere, ascoltare le spiritosaggini degli uomini, rassegnarsi a loro, e al tempo stesso riuscire ad acciuffarne uno, esatto, acciuffarli, perché un lato di quella esistenza non poteva sussistere senza l’altro e accettandoli e abituandosi a entrambi, una ragazza si incamminava sulla via del matrimonio”.
Anche le donne più intelligenti sono spinte a coltivare il proprio aspetto allo scopo di rendersi desiderabili, secondo un copione piuttosto insensato (L’amore non è cosa per le non depilate) che allontana la donna dal corretto uso delle sue doti intellettuali. Certo Alice-Del non dispera.

“E’ in arrivo un cambiamento, secondo me, nella vita delle ragazze e delle donne. Sì. Ma spetta a noi favorirlo. Finora le donne sono state solo quello che erano in rapporto a un uomo. Punto e basta. Una vita non più autonoma di quella di un animale domestico. Quando il tempo la passione gli avrà spento, poco più del suo cane ti avrà accanto, del suo cavallo non ti avrà cara altrettanto. L’ha scritto Tennyson ed è vero.”
In nessuna relazione Del sembra fare sul serio. Alla fine del romanzo, la madre di Del assume un aspetto molto diverso dalle prime pagine, sembra quasi un’eroina o comunque sembra avere una visione saggia e profetica della vita. All’inizio nelle prime pagine sembrava quasi ridicola per certi aspetti (il connubio di intelligenza e candore); ma poi viene rivalutata. Le sue idee strampalate del mondo hanno una notevole dose di saggezza.

Le manie religiose di Del invece sono ben lontane da quelle della nonna, ma vanno sempre nella direzione della ricerca di inclusione e di un pubblico più che di risposte esistenziali. Del ha sempre un forte desiderio di successo, di essere al centro della scena, di emergere che ce la fa immaginare nel fiume a lottare con qualcuno (uomo probabilmente) che le tiene la testa sotto l’acqua. Ma a differenza di sua madre ha muscoli d’acciaio.

Alice Ann Munro (Wingham, 10 luglio 1931) è una scrittrice canadese, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 2013.
La maggior parte dei racconti di Alice Munro è ambientata nella sua regione natale, l'Ontario, e indaga le relazioni umane attraverso la lente della vita quotidiana, con uno stile solo ingannevolmente semplice. La sua scrittura è stata definita "rivoluzionaria" per come ristruttura completamente l'architettura del racconto breve, in particolare per il suo trattamento del tempo del racconto, la cui narrazione si sposta continuamente dal passato al futuro.

Il rumore delle cose che iniziano - Evita Greco

Se esiste davvero un Dio delle piccole cose deve avere toccato la mano di Evita Greco. Leggete per un attimo l’attacco de "Il rumore delle cose che iniziano" (Rizzoli): "Per Ada ci sono rumori che meritano più attenzione di altri. Il rumore che fa un’orchestra quando gli strumenti vengono accordati, un attimo prima che il concerto inizi. Quello che fanno le foglie quando si alza il vento. E anche quello che fanno le tazzine quando i baristi le sistemano sopra le macchine del caffè. Ada sa che ci sono cose che, quando iniziano, fanno rumore. E quando sente quel rumore, si ferma e ascolta. Ascolta il rumore delle cose che iniziano”.

Forma, senso e struttura si fondono in una scrittura che per qualche attimo sembra come librarsi in una metrica da componimento poetico tout court. Non c’è da cercare chissà quale analisi del presente, chissà quale pertinenza sull’attuale, per il romanzo d’esordio di una ragazza dislessica di 30 anni che, dopo esser stata bagnina, animatrice in colonia, cassiera in un supermercato, segretaria e baby-sitter, ha concluso un percorso pedagogico e di rivincita sulle beffe che può riservare il destino. La patologia maligna delle sillabe che non si leggono a dovere, i numeri che traballano nefasti in un labirinto incomprensibile di segni, sono solo un’eventualità con cui convivere, una sfida personale che viene traslata in questo racconto semplice e immediato, in narrazione fluida e priva di fronzoli minimalisti, per una sovrapposizione autobiografica tra Evita e Ada, la protagonista del libro, che merita infinito rispetto e ascolto.

Già, proprio Ada, allevata da nonna Teresa dopo esser stata abbandonata da bimba, che ricorda quegli episodi d’infanzia e adolescenza che ne hanno fortificato carattere e resistenza al dolore a fianco dell’amata parente. L’insistenza sulle "cose che iniziano" e "il rumore che fanno" è un viaggio nel ricordo che lascia sorpresi per sintesi e profondità, per fascino e sicurezza di scrittura. Tempo di qualche pennellata, qualcosa di fortemente empatico, e Ada è definitivamente in un presente continuo, tra le stanze e i saloni di un ospedale, reparto oncologico, dove Teresa sta consumando con grande fierezza e lucidità i suoi ultimi giorni. Lì Ada incontra Matteo, l’uomo che amerà con sincera fanciullezza e poetica stravaganza, e Giulia, l’infermiera amorevole di buonissima famiglia che tutto controlla ma che toppò gli esami di ammissione a medicina.

Il romanzo di formazione si compie già. Il simbolico passaggio è il chiaro superamento di una soglia, dal porto sicuro delle certezze al mare aperto in tempesta dell’esistenza; ma è anche un espediente letterario che affascina e coinvolge per come è strutturato e sviluppato. L’attesa di una morte che verrà, dell’abbandono dell’allegria per far spazio alla tragedia, sembra essere l’unico finale possibile a livello di trama. Poi all’improvvisa e morbida intrusione dell’addio, a nemmeno metà racconto, subentra una seconda parte legata al sentimento amoroso, al tradimento, alla fiducia tra esseri umani, vertigine altrettanto scivolosa nei meandri dell’intimità. Matteo, reticente nel darsi definitivamente ad Ada, riserva un segreto che permette alla scrittrice di ricominciare da capo, a descrivere di nuovo "il rumore delle cose che iniziano". La scrittura in terza persona che sembrava concentrata sulla descrizione di Ada, triplica invece sguardo e prospettiva sia per Matteo che per Giulia, con una capacità di saltare in tre differenti tipologie di carattere che arricchiscono il romanzo di una varietà e variabilità di senso, dettaglio che distingue l’opera della Greco da tutti quei romanzi d’esordio che mostrano la monotonia descrittiva di personaggi agli antipodi e soprattutto dell’onnipresenza di deliranti performance autocelebrative.

Tra una serie infinita di oggetti, di "cose", che vogliamo citare perché appassionano, perché ci fanno tornare vivi attori di una socialità e di una memoria materica nell’evo gutturale di pixel e chat, la Greco conclude affidandosi a un colpo di scena, ad una costruzione da consumata compositrice di storie, tre sottofinali altrettanto ipnotici nella loro ordinaria semplicità strutturale. Eccole "le cose" di Evita, vi piaceranno, diventeranno vostre: le margherite regalate in un bar d’ospedale, caramelle e anelli, fette biscottate nascoste, le scarpe rosse di nonna, gli zaini e la cartelle, i tovaglioli, le tazzine e le graffette, il casco da palombaro regalato a Matteo, le forcine per capelli, un astuccio, orologi, una cassapanca e un auto d’epoca. "Ogni inizio ha un rumore" è scritto nel romanzo. E per Il rumore delle cose che iniziano è quello delle lacrime che scendono copiose e di un applauso per la soddisfazione di averlo letto.

Un'idea di destino - Tiziano Terzani

Questo libro è ricavato da parti di appunti, annotazioni, riflessioni di un diario tenuto per oltre un ventennio, fino ai primi anni del 2000.
In esso emerge la graduale evoluzione degli ultimi decenni di vita di un grande giornalista e scrittore, ma soprattutto di un uomo alla ricerca di significato e, in definitiva, di se stesso.
Chi ha letto i suoi ultimi libri non si sorprenderà del suo cammino interiore intrapreso, della scoperta che "nel viaggio della vita non si può essere solo autostoppisti".

Quest'uomo innamorato dell'Oriente deve continuamente constatare la durezza della Storia e il crollo delle illusioni ad essa legate. Pur subendo il fascino della Cina, annota: "Poveri comunisti cinesi (...). Senza relazione col passato, vagano verso il futuro".
Meglio l'India che, nonostante la sporcizia che non manca di annotare, irradia una essenza di spiritualità, percepibile in vari luoghi.
Il Giappone lo delude assai.
Affiora, intanto, la sua condizione di depresso; dice di tendere al passato e al futuro, "ma il presente mi annoia".

Il giornalismo non lo interessa più; unico punto fermo rimane l'affetto familiare.

Una svolta decisiva giunge nel '97, quando gli viene diagnosticato il cancro.
Comincia ad interessarsi sempre più alle varie forme di spiritualità orientale ed è proteso alla stesura del suo ultimo libro.

Un personaggio di Potok dice che "la conoscenza del dolore è importante (...): distrugge la nostra arroganza, la nostra indifferenza. Essa c'induce a constatare quanto siamo (...) fragili".
Terzani sente sempre più acutamente la verità delle cose: "L'adrenalina del successo (...) dura solo qualche ora. Poi subentrano il vuoto, il silenzio" ; "Incomincio ad abituarmi all'idea (...) di non avere un'identità legata a qualcosa che è fuori di me".

Prende la decisione di ' sottrarsi al mondo ' : trascorre lunghi periodi di solitudine in una piccola costruzione in pietra, a 2300 metri di altitudine, davanti all'Imalaya, dove "ci sono mille ragioni per non fare, perché si scopre il bel piacere dell'essere" : "...rifletto su chi sono e per la prima volta sento forte che non sono il mio corpo".

L'aspirazione ora riguarda, come scriveva M. Yourcenar, "il sentimento che riunisca il sacro, la bellezza e la felicità della vita".
Ed è proprio su questo presupposto che, al matrimonio della figlia, pronuncia il bellissimo discorso, la cui traccia è posta a chiusura del libro.

L' anatomista - Federico Andahazi

Il Dizionario Battaglia lo definisce, con un po' di disprezzo, "rudimentale" (non si sa rispetto a che), il Dizionario Storico del Lessico Erotico ci informa che il termine deriva dal greco (klinein, inclinare, kléitor, collina, kleitoris, solletico in una delle sue accezioni), che fu introdotto nella lingua italiana da Falloppio, che è così indefinito e sfuggente da essere vuoi di genere femminile che maschile.

Compare nella letteratura pornografica come oggetto quasi sempre minaccioso e gigantesco, mentre attraversa raramente e sempre come diafana comparsa i romanzi degli ultimi trent' anni, da Porci con le ali (di Ravera e Lombardo Radice), a Lettere a Marina (di Dacia Maraini) a Le persone normali (di Aldo Busi). Adesso finalmente il geniale e misconosciuto attrezzo diventa il protagonista di un romanzo, a giorni in libreria, che viene dall' Argentina e si intitola severamente "L'anatomista", traduzione e postfazione di Alessandra Riccio. Il suo autore si chiama Federico Andahazi, come un personaggio dei romanzi ungheresi per signore di Ferenc Kormendi: e del resto lui è di nobile origine ungherese, ha trentacinque anni, sfreccia per il mondo in motocicletta, ha occhioni dolcemente demoniaci, barbetta nera e capelli legati a coda di cavallo come l' irresistibile John Turturro del Grande Lebowski, cerchietto all' orecchio destro come gli stupendi Rom dei film di Kusturica. Quando si annuncia l' arrivo di un romanzo (o di un film, o di una notizia, o di qualsiasi cosa) venduto come spinto, trasgressivo, sporcaccione, c'è ovunque un gran fermento, e infatti dopo il grande successo in Argentina, soprattutto tra le signore che di quel benedetto strumento protagonista del romanzo sono depositarie spesso neglette, negli Stati Uniti è stato comprato per 200 mila dollari e la traduzione affidata a Alberto Manguel, l' autore dell' affascinante Una storia della letteratura. Purtroppo per gli appassionati del ramo,

"L'anatomista" non è per niente volgare ed è anche più divertente e leggiadro di quei veri best-sellers che alla fine del ' 700 venivano contrabbandati, per ingannare la censura, come "libri filosofici", in cui si raccontava di novizie soggiogate da padri confessori instancabili in ogni nequizia erotica o di utopie fantastiche che con la scusa di una nuova morale descrivevano le massime porcherie. Di quella letteratura proibita il nuovo romanzo ha la grazia ironica, l' approssimazio- ne scientifica e sessuale, i personaggi classici (lo studioso, in questo caso anatomista, la bellissima puttana, la vedova casta e dedita alle opere sante, il cattivo decano) e i luoghi canonici (il bordello veneziano, il convento fiorentino, l' università padovana, la corrotta corte papale).

L'ingegnoso Andahazi immagina che a metà del XVI secolo il chirurgo anatomista Matteo Renaldo Colombo, deciso a fare innamorare di sé la quindicenne e ricchissima cortigiana Monna Sofia, parte alla ricerca di erbe e decotti che la streghino, fino a quando per puro caso, nel tentativo di rimettere in salute la comatosa e deliziosa vedova Inés de Torremolinos, finisce col massaggiarla dove non dovrebbe e scopre così l' Amor Veneris, il Dulcedo Apeleteur, insomma volgarmente, il/la clitoride. Come tanti decenni prima Cristoforo Colombo ha scoperto l' America, lui nel secolo delle Grandi Scoperte, il Rinascimento, trova "qualcosa che tutti gli uomini hanno sognato almeno una volta: la magica chiave che apre il cuore delle donne, il segreto che governa la misteriosa volontà dell' amore femminile... quello che hanno sognato monarchi e governanti, per pura ambizione di onnipotenza: lo strumento per soggiogare la instabile volontà femminile". Realdus Columbus è realmente esistito, fu anche il medico di Michelangelo, ma gli si attribuisce soprattutto la scoperta nel corpo delle donne delle meraviglie della circolazione del sangue, in anticipo su Harvey che se ne prese tutti i meriti.

Ma è vero che proprio Padova era diventata nel Rinascimento il centro europeo degli studi sulla fisiologia femminile. Vennero messe in dubbio le teorie di Avicenna e Galeno, care alla Chiesa, soppiantate da quelle di studiosi non misogini come Paracelso e Vesalio. E di sicuro si sa che in quella Università e in quegli anni a descrivere il clitoride fu Falloppio, "offrendo nuovi orizzonti per la conoscenza del piacere sessuale nella donna, ottusamente annebbiato da aristotelici e teologi", come scrive Romeo De Maio in Donna e Rinascimento. Davvero sino al 1558 come immagina il romanzo, quella protuberanza esterna al più utile e bramato (dal punto di vista maschile) sesso delle donne, che pure era da sempre visibile all'occhio nudo degli eventuali terrorizzati curiosi, ma non alle sue pie o svergognate proprietarie, era ignota alla scienza, se non al più furbo volgo, anche nelle sue ingegnose e sorprendenti reazioni? Il sarcastico medico chirurgo francese Gérard Zwang, già sapiente del ramo nel 1972 quando ha pubblicato "La funzione erotica", ha detto che gli estimatori dell' Amor Veneris "hanno parecchio merito.

Essi si onorano della preoccupazione di conferire tutta la sua importanza a un organo circondato da tali tabù, velato da tale occultamento, da un così totale disconoscimento culturale, ufficiale, che periodicamente, nell' antichità, nel Medioevo, certi medici, quali Averroè, quali Realdus Columbus, ancora nel 1593 (data diversa da quella indicata da Andahazi), hanno potuto vantarsi di averlo scoperto (che grandi scienziati!). Certamente l'avevano scoperto prima certe popolazioni soprattutto africane, che ricorrevano all' escissione e infibulazione per tenere quiete le loro signore, come continuano a fare oggi, certi che quella insignificante eppure malvagia appendice metta in pericolo la supremazia maschile.

Gli occidentali hanno preferito ricorrere a una guerra più silenziosa ma sempre efficace: o l' oblio, o l' anatema scientifico, o l'ignoranza frettolosa degli uomini o il senso di colpa o vergogna delle donne. Si sa quante colte sciocchezze ha scritto Freud sulla povera signora clitoridea, per non parlare delle sue prime seguaci, come Marie Bonaparte, scatenate contro le eretiche squilibrate che malgrado l' autorevole e paterno parere del grande Maestro si ostinavano a non rinunciare a quel particolare grottesco della loro anatomia, condannandosi a non conoscere i piaceri passivi e perciò sublimi della penetrazione. Quella instabile signora incapace di accettare la complessità sessuale e non freudiana delle donne, tentò persino di avvicinare chirurgicamente i due componenti del sesso femminile, con esiti ovviamente disastrosi per le poverette.

Ma gli spaventi non erano finiti: improvvisamente Masters e Johnson ritirarono fuori dalla sepoltura il sonnacchioso Dulcedo Apeleteur restituendogli tutti i suoi gloriosi meriti e pochi mesi dopo le femministe americane imposero alle loro coraggiose seguaci di guardarsi tra le gambe con uno specchio, per conquistare finalmente l' ignoto ritratto della loro gloriosa anatomia. Da anni ormai pare purtroppo che la scoperta di Colombo sia tornata nell'ombra e sono molte le ragazze giovani che, furibonde, si lamentano dell'imperizia e distrazione dei loro innamorati. Ancora, come cent'anni, mille anni, duemila anni fa, probabilmente sin dai tempi degli ominidi. Chissà che "L'anatomista" faccia tornare di moda il caro strumento, come capita alle gonne lunghe e allo yo-yo. In ogni caso l'affascinante e malizioso Andahazi ha alla fine un colpo di genio femminile: il povero Colombo è certo di aver scoperto ciò che gli darà l'amore dell'amata e che attraverso il piacere sottometterà le donne, fatte di carne e prive di anima, alla volontà e allo spirito degli uomini. Ma le due donne della sua vita, come in una grande beffa vendicativa, si sottraggono a un nuovo destino di colonizzate, di sottomesse. Si ribellano alla fragilità del loro corpo, se ne impossessano, scelgono vittoriose la morte.

Quella soddisfazione, no, non la daranno mai, né a lui né a tutti gli altri.

R: Esche vive - Fabio Genovesi

Mugnone, piccolo paesino dell’entroterra toscano, non è in grado di offrire grandi prospettive ai propri abitanti, ma fa da sfondo alle vicende di Fiorenzo, Mirko e Tiziana. Tre perfetti sconosciuti, con paure e desideri molto simili, le cui vite si intrecciano in un susseguirsi di eventi che daranno loro la forza necessaria di superare quegli ostacoli che dapprima apparivano insormontabili.

"Esche vive" è uno di quei libri che, tramite l’intreccio delle vite di perfetti sconosciuti, insegna al lettore che per quanto i problemi siano grandi e per quanto possiamo sentirci soli, sono tante le persone che possono comprendere i nostri sentimenti.

All’inizio della storia facciamo subito la conoscenza di Fiorenzo, un ragazzo che all’età di 14 anni si è ritrovato con una mano in meno e tanti problemi in più. Adesso ha 19 anni ed è riuscito a trovare un nuovo equilibrio, nonostante le dure critiche che deve sopportare ogni giorno e soprattutto nonostante la perdita di sua madre. Poco dopo fa capolino una nuova voce narrante, quella di Tiziana, una ragazza tornata al paese d’origine dopo aver svolto un prestigioso master all’estero.

Quella di tornare a casa e mettere al servizio di Mugnone le nuove conoscenze acquisite si rivela ben presto una pessima decisione per lei che comincia a sentirsi a un punto di stallo della propria vita. Infine facciamo la conoscenza di Mirko, piccolo campione e futura promessa del ciclismo, scoperto e allenato dal padre di Fiorenzo che chiede ai genitori del ragazzo di poterlo portare a vivere con sé nel proprio paese, in modo da seguirlo meglio negli allenamenti. Tutti i giovani del paese odiano Mirko, soprattutto Fiorenzo che, a causa dell’incidente della mano, ha dovuto abbandonare il ciclismo, evento che lo ha irrimediabilmente allontanato dal padre.

La cristallizzazione di un immaginario radicato e solido, quello della provincia, che non vuole uscire dalla propria realtà -anche giustamente-ma che paga la colpa di non saper trasmettere la forza ai suoi figli, bloccandoli nel vuoto pneumatico di una quotidianità da decifrare.

Fabio Genovesi non si sposta dalla sua Toscana, fotografandola con tutta la realtà possibile, lontano dalle cartoline e vicino alle rughe della gente, sottolineando marcatmente il male dell'immobilismo, per far emergere più vividamente il bene della semplicità. Genovesi non fa giri di parole, il suo scrivere è chiaro, fluente, leggero ma mai superficiale ed anzi quasi dogmatico -nella veste migliore del termine- nella sua caratterizzazione dei personaggi.

Se Mirko Colonna, il bambino prodigio della bicicletta e non solo, è una figura che non dimenticheremo facilmente - ogni sua frase è un inno alla ragione primordiale come paradigma, la sua volontà di arrivare primo senza vincere è l'esempio massimo - risultando il centro di questo romanzo di formazione dolce amaro (e genuinamente ironico, non quindi sporcato dall'ironia dalle intenzioni sagaci e dalla natura fasulla che caratterizza il pensiero di certo culturame); Tiziana è la sconfitta di una generazione (sconfitta subita disarmati, inerti) ma non per il suo ritorno al paesello immaginario (Maglione, nella piana pisana) dopo gli studi e l'alloggio berlinese, e neanche per la fuga finale, ma per il malessere che accompagna ogni sua azione: il germe che affligge un tempo, questo, che ha perso il coraggio di esistere.

E poi c'è Fiorenzo, il ponte tra il trauma - doppio nel suo caso - e la riscossa, la dissoluzione in riva ai fossi pieni d'acqua stagnante e la redenzione – fasulla? parziale? non realmente desiderata? – metallica sui palchi di tutto il mondo, dove il protagonista è lui e non la mano che non ha, e la mediocrità è lasciata a chi non ha orecchie per sentire. Nella sua storia con Tiziana – e ancora di più nel rapporto con il piccolo Mirko – vediamo l'emergere del seme che lo farà uomo e guerriero per vocazione, senza paura, come dev'essere.

C'è tutta l'Italia in questo romanzo, dal razzismo immaginario all'ossessione senile – i mostri che nuotano nei fossi – e Genovesi riesce a ritrarla con pochi gesti, imbastendo un mondo dentro un bicchiere di Gatto Silvestro.

R: Un calcio in bocca fa miracoli - Marco Presta

"Io ho avuto addirittura due figli: un comò e Anna.
Il comò è il primogenito, lo realizzai nel '65 per un cliente che, non avendo il denaro necessario, me lo lasciò in laboratorio. Mi piaceva, lo presi in casa io. Chiunque veniva a trovarci, gli attribuiva uno stile diverso. [...] Anna nacque due anni dopo. Anche di lei non ho mai capito esattamente in che stile sia. Ora vive a Milano con il marito, sono tutti e due avvocati. La vedo poco, la sento poco, la conosco poco".

"Il lamento della carogna". Così si sarebbe potuto intitolare il romanzo di Marco Presta.

Come un Portnoy versione 2.0 (e senza ambire a quella gigantesca statura, naturalmente), il narratore di "Un calcio in bocca fa miracoli" passa in rassegna il mondo dal basso della sua vecchiaia, e dà i voti.

Dà i voti a tutti: alla moglie che l’ha lasciato e ora si rivolge a lui come farebbe con "un gommista qualunque"; alla portinaia dello stabile in cui vive, che guarda concupiscente sognando tour esotici fra le sue architetture, salvo poi doversi rassegnare a vederla cadere vittima del barista arrembante dai denti rifatti; ai quarantenni abbronzati, il cellulare all’orecchio e la volgarità che trasuda da ogni poro, tamponati al semaforo da innocui vecchietti (a differenza di lui, che non è innocuo ed è un vecchiaccio) cui vorrebbero intentare pubblicamente un processo; soprattutto dà i voti al suo unico, vero amico, scomparso poco tempo fa: Armando.
E per quest’ultimo, la promozione è a pieni voti.

Armando è stato tutto ciò che lui non ha avuto il coraggio di essere, nella vita. Un sorriso riconciliato con il proprio posto nel mondo, un guizzo di comprensione per il prossimo, la capacità empatica di mettersi nei panni degli altri e la coerenza di comportarsi di conseguenza, aiutando e spargendo semi di gentilezza autentica attorno a sé.
La voce dell’Armando, quando questi era vivo, faceva da contraltare al borbottìo ininterrotto del nostro narratore, e nel suo negozio di pizzicagnolo trovavano rifugio in molti.
Il suo lascito per il mondo è una storia d’amore fra due ragazzi che abitano nel quartiere dove lui aveva il negozio. Giacomo e Chiara non si conoscevano, ma grazie ai premurosi uffici di Armando si sono incontrati, e forse dal loro incontro potrà scaturire un amore grande, di quegli amori che valgono una vita.
Nel concorrere al consolidamento dell’amore fra i due ragazzi, il nostro protagonista senza nome dovrà rinunciare a certe sue granitiche certezze, per fare spazio a più miti possibilità.

Il personaggio inventato da Marco Presta – storico conduttore de "Il ruggito del coniglio" – è impregnato di uno humour solo in apparenza cinico e scorretto. Il lungo monologo, punteggiato da osservazioni caustiche su di un mondo che si pretende buono ma in realtà è spietato coi più deboli, trova un ritmo che sicuramente beneficia della tecnica radiofonica affinata nel corso degli anni da Presta.
Il tono è brioso, arguto, ricco di metafore spesso divertenti e i personaggi evocati dal torrenziale eloquio del vecchiaccio protagonista sono ben disegnati, rapidi schizzi che colgono nel segno e fanno sorridere.

Lo stile di Presta è leggero e semplice. Non usa paroloni forbiti, ma neanche volgarità. certo, qualcuna ce n'è nel romanzo, ma non così tante da disturbare o da far sembrare il protagonista uno scaricatore di porto (chissà perché poi gli scaricatori di porto dovrebbero parlare male e non in maniera educata). Ha scelto di narrare il tutto in prima persona facendoci entrare nella testa del suo personaggio che non ci nasconde niente, parlando ai propri lettori come fossero un gruppo di ascoltatori riuniti attorno a lui. Nonostante questo è molto bravo a coinvolgere anche gli altri personaggi, perché dalle descrizioni che il vecchietto ne fa è possibile intuire le loro reazioni e talvolta anche il loro pensiero.

Il giudice meschino - Mimmo Gangemi

“Il giudice meschino” è uno dei romanzi più conosciuti dell’ingegnere/scrittore calabrese Mimmo Gangemi; e la popolarità di questo pregevole romanzo è stata accresciuta dall’omonima fiction che ne è stata tratta, interpretata da Luca Zingaretti, l’attore che normalmente interpreta il Montalbano di Camilleri, passando qui da commissario a giudice, quindi.

Questo non è, come si potrebbe credere, un romanzo sulla ‘ndrangheta, la nota organizzazione criminale calabrese, o meglio non è solo un romanzo di cronaca malavitosa.
Certo, Gangemi è calabrese, nato e cresciuto nel cuore del territorio che alla malavita della Calabria ha dato vita, sviluppo e notorietà, tuttavia sarebbe semplicistico etichettare Gangemi come un cronista delle malefatte dei suoi concittadini, è riduttivo credere che Gangemi narri del fenomeno malavitoso endemico nella sua terra di origine, spiegandone magari i meccanismi, i rituali, la struttura o azzardando un’analisi sociologica del fenomeno.

Tutt’altro; la ‘ndrangheta per Gangemi, pur presente e con un peso non indifferente nel suo romanzo, è semplicemente un pretesto, un pretesto per parlare di ben altre nefandezze, ben altre meschinità. Perché il titolo si riferisce sì a un giudice “meschino”, il protagonista del romanzo Alberto Lenzi, interpretato sullo schermo da Zingaretti, ma allude, e fortemente, a ben altre meschinità. Alberto Lenzi è un magistrato in servizio presso una procura calabrese, ed è un indigeno, un nativo dei luoghi dove esercita la sua professione, quindi. E dei luoghi conserva tutti i tratti esteriori peggiori: è pigro, indolente, ignavo, tende a sorvolare sui fatti di evidente matrice malavitosa che avvengono sui luoghi della sua giurisdizione, ma non per cattiveria, cattiva professionalità o, peggio ancora perché corrotto o colluso con i mafiosi che deve indagare.

No: semplicemente perché il suo vivere a diretto contatto con l’ambiente lo ha reso in un certo qual modo assuefatto al modus vivendi dei luoghi, è innato in lui una certa rassegnazione, un certo tollerare, fingere di non vedere per quieto vivere, sminuire la portata penale di fatti ed eventi pressoché quotidiani del posto, conscio che certi comportamenti, lo sconfinare spesso e volentieri nell’illecito e nell’irregolare sono divenuti una vera e propria necessità dell’esistenza, un obbligo esistenziale nato dall’assoluta incapacità sociale di uno stato assente nei suoi presidi preventivi ed invece presente sul territorio con solo connotati repressivi. Ma una repressione più simbolica che reale, tanto è oramai soccombente alla struttura capillare malavitosa, al suo tenace permearsi nelle strutture politiche, dirigenziali, civili e sociali del territorio. Privo di altri mezzi, la malavita, almeno quella più lieve, è una necessità per i calabresi, non esistono alternative quando si nasce in certi luoghi, o così o la fame, tra l’altro endemica e secolare. Lenzi lo sa perfettamente, e perciò si adegua, lascia correre i piccoli reati, le piccole ruberie, le irregolarità di vario tipo, le truffe e gli imbrogli a cui troppo spesso per assoluta mancanza di alternative sono costrette a ricorrere i nativi per sbarcare il lunario. Perciò allora Lenzi è detto meschino, il giudice meschino; intendendo con ciò non tanto che è un povero di spirito, tutt’altro, è un uomo intelligente, capace, un uomo retto e con saldi principi morali, come lo sono in genere tutti i calabresi, persone fiere, oneste, degnissime di stima e di rispetto: no, il termine meschino sta qui a significare un uomo dalla moralità elastica, un uomo che riconduce la morale ad essere ridisegnata con un profilo più basso di fronte a certe circostanze tutto sommato riconducibili ad un livello accettabile.
Alberto Lenzi è un uomo superficiale, ma non leggero o incosciente; è un donnaiolo, ma non privo di sentimento; è capace e intelligente, ma sa come spesso occorre girare la testa dall’altro lato.

Meschino in questo senso, tollerante per forza di cose: ma quando il limite è superato, quando si esce drammaticamente e crudelmente fuori dal seminato, ma non più per bisogno ma per avidità, non per vivere ma per lucrare sull’esistenza altrui, ecco che Lenzi perde il suo essere placidamente e fatalisticamente accondiscende e rivela la sua vera essenza di calabrese tosto, intransigente e tenace come la dura roccia aspra montana. Il giudice più caro amico di Lenzi è brutalmente assassinato, e il giudice meschino si scuote, si tuffa a capofitto nelle indagini: non più inefficiente, scarso, limitato, superficiale nelle piccolezze al punto da apparire vile e spregevole, ma deciso, pervicace, onesto, schierato apertamente dalla parte giusta. E si lancia nelle indagini, e si ritrova, a proprio rischio, coinvolto in una storia purtroppo non nuova, quello di un traffico illegale di rifiuti radioattivi.

Evento non nuovo, ma certamente non ancora ben reso evidente nei suoi contorni all’epoca in cui il libro fu scritto. E Gangemi a questo fa riferimento nel suo libro: ad essere meschino non è tanto il piccolo calabrese coinvolto in piccoli traffici poco puliti, esiste ben altra meschinità, esiste ben altra infamità Esiste una malavita organizzata assai più immorale di quella endemica a San Luca, a Piatì, nella piana di Gioia Tauro o al Santuario di Polsi, è una malavita immonda, lercia, insana, composta da politici, da persone fuori dalla Calabria, dei quartieri alti delle capitali, insospettabili, persone perbene eppure pesantemente intrise di malvagità ed infamia, che non esitano a fare della Calabria, una regione che potrebbe essere un paradiso incontaminato, dare pane e lavoro legittimo ai suoi onorati nativi, una discarica per gli interessi MESCHINI, queste sì, veramente meschini, di società di autentico malaffare. Se la ndrangheta calabrese è una società meschina, chi avvelena deliberatamente un’intera regione con rifiuti tossici, facendone una pericolosa, immensa discarica abusiva e assassinandone gli abitanti, soprattutto i bambini e i più deboli con le conseguenti radiazioni, è un infame, un immenso infame, disprezzato finanche dai capi onorati dell’antica ndrangheta.

Questo Alberto Lenzi lo sa, perciò preferisce schierarsi ed essere, semplicemente, il giudice meschino.

Origin - Dan Brown

Dopo la quinta avventura che ha come protagonista il professore di simbologia Robert Langdon, si può finalmente dire: Dan Brown ha scelto la sua collocazione tra gli scrittori contemporanei, e non ha la minima intenzione di smuoversi da quel modus operandi che lo ha portato al successo con quei due capolavori che sono "Il codice da Vinci" e ancor di più "Angeli e demoni". Le storie di Langdon sono, in fin dei conti, tutte molto simili tra loro, solo proposte in "salsa" diversa.

"Origin" non fa eccezione, anche se a quest'ultima fatica manca una componente importante che da sempre ha contraddistinto lo scrittore statunitense, e che probabilmente gli dava un qualcosa in più: la componente artistica e misteriosa. Si, perché mentre nelle sue vecchie avventure ritroviamo un Langdon alle prese con le opere dei più grandi artisti della storia, tra i capolavori del Louvre, del Vaticano, L'ultima cena di Leonardo, L'inferno del maestro Botticelli, alla ricerca di indizi nascosti che possano portarlo allo step successivo dell'avventura, in Origin tutto questo è non dico assente, ma quasi. A discapito della copertina, che suggerirebbe tutt'altro(giusto per informarvi, la "Creazione di Adamo" non ha alcun ruolo nella storia, se non quella di copertina che possa rimandare al tema del libro), l'arte ha lasciato il posto alla tecnologia.

Dan Brown si legge con piacere e ti tiene incollato alle pagine; è uno degli autori di intrattenimento più capaci che esistano attualmente sulla scena, che fa sapiente uso delle sue doti per trasmettere alle masse informazioni storiche e artistiche in maniera che sia piacevole. E' l'autore che più mi fa prendere lo smartphone per informarmi e saperne di più su tutto quello che cita e inserisce nelle sue storie. Di certo non potevamo aspettarci una profondità che, in fondo, non è mai stata nel suo stile. Ma, bisogna dire, che pare non molto ispirato e speriamo non abbia dato fondo a tutte le sue risorse!!

Il nostro caro Langdon, oltre a recarsi tra varie difficoltà nel luogo dove si nasconde il suo obiettivo, fa poco altro. Inoltre, l'attenzione è stata data a una moltitudine di personaggi, a discapito dello stesso protagonista che abbiamo imparato ad apprezzare. Ma andiamo nel dettaglio:
Robert Langdon si trova al museo Guggheneim di Bilbao, invitato da un suo vecchio allievo (e caro amico) diventato un futurologo ultramiliardario, che ha organizzato un evento in quel museo allo scopo di svelare la sua più recente scoperta, la quale promette di essere una rivoluzione alla pari se non superiore a quelle di Darwin, Copernico e tanti altri luminari della scienza del passato. La scoperta di Kirsch promette di rispondere scientificamente alle due domande che affliggono l'uomo dall'alba della specie: "Da dove veniamo? Dove andiamo?". Inutile dire che l'imminente annuncio di Kirsch ha attirato milioni di persone in tutto il mondo, ma anche l'attenzione di esponenti religiosi che farebbero di tutto per metterlo a tacere, salvaguardando la fede nel mondo. Persone senza scrupoli, che nonostante la realtà che rappresentano non disdegnano l'uso di sicari, pur di salvaguardare il proprio Dio.

Durante la presentazione avviene qualcosa che nessuno si aspetta, che comprometterà la trasmissione del video in cui è contenuta la verità. Langdon, accompagnato dalla solita donna di bell'aspetto, che sara nientemeno che la promessa sposa del principe di Spagna, e da un'intelligenza artificiale potentissima di nome Winston progettata dallo stesso Kirsch, si troverà lanciato alla ricerca di una password nascosta (nemmeno troppo bene). Le energie mentali e le competenze di Langdon non verranno messe a dura prova come al solito, come ci piaceva vedere, ma si troverà immischiato quasi in una "caccia al tesoro" nemmeno troppo complessa.

"Origin si legge con piacere, ma manca quel qualcosa in più che ha sempre contraddistinto Dan Brown, e questo potrebbe far storcere un po' il naso. Speriamo che questa fase discendente iniziata con "Il simbolo perduto", non sia irreversibile...

Per concludere, il tema di questa storia mette in risalto come la tecnologia stia prendendo il sopravvento in questa nostra società contemporanea, quasi assorbendola. E' un bene? Un male? Non sapremmo dirlo, ma una cosa la possiamo affermare: in questo libro è stato sicuramente un male, perché ha tolto parecchio di quel fascino che il nostro passato (per quanto imperfetto) emana, e che Dan Brown era bravo a portare alla nostra attenzione.

Efficienza a discapito della bellezza, quella vera. E' questa la direzione che stanno prendendo umanità e letteratura? Speriamo di no.

"Fin dalla notte dei tempi, la mente umana si è continuamente evoluta, e non starà certo a me impedire questo sviluppo. Dal nostro punto di vista, però, non c'è mai stato un progresso dell'intelletto che non abbia incluso Dio."

Buona lettura.

La strada senza ritorno - Andrzej Sapkowski

Un cavaliere costretto a combattere per una congrega di maghi potenti e senza scrupoli; un manipolo di soldati finiti per sbaglio nell’inquietante città delle streghe; una giovane pronta a stringere un patto con un demone pur di vendicarsi di chi le ha mancato di rispetto; un re trincerato nella torre più alta del suo castello, in attesa che avvenga un miracolo…

I personaggi che animano gli otto racconti raccolti in "La strada senza ritorno" si trovano loro malgrado ad affrontare sfide pericolose e scelte impossibili, battaglie sanguinose e tradimenti inaspettati. Armati solo del proprio coraggio, dovranno attingere a ogni risorsa immaginabile per sopravvivere in un mondo in cui nulla è come sembra, in cui il mostro più feroce si nasconde dietro la maschera dell’uomo comune e persino il più innocente dei sorrisi può celare una minaccia letale.

Dopo aver concluso la saga dello strigo Geralt di Rivia – considerata da pubblico e critica un capolavoro della letteratura fantasy e da cui è stata tratta la fortunatissima serie di videogiochi The Witcher –, Andrzej Sapkowski torna alla forma narrativa che ha segnato gli esordi della sua carriera: in queste storie ricche di avventure, magie e graffiante ironia, si ritrovano le atmosfere cupe e i colpi di scena spiazzanti che caratterizzano lo stile unico di un autore inimitabile.

I racconti Coś się kończy, coś się zaczyna (trad. lett. Qualcosa finisce, qualcosa comincia) e Bitewny pył (trad. lett. La povere della battaglia), contenuti nell’edizione originale di questo libro, non sono presenti nell’edizione italiana per esplicita richiesta dell’autore.
L'autore

Andrzej Sapkowski è nato a Łódź, in Polonia, nel 1948. Nonostante gli studi di economia, ha sempre amato raccontare storie e, all’inizio degli anni ’90, con la pubblicazione della serie che ha come protagonista Geralt di Rivia, ha ottenuto un travolgente successo prima in patria e poi all’estero, coronato dall’uscita della serie di videogiochi The Witcher, ispirati ai suoi romanzi. Attualmente è uno degli scrittori fantasy più letti d’Europa.

La saga di Geralt di Rivia:

Il guardiano degli innocenti

La spada del destino

Il Sangue degli Elf

iIl tempo della guerra

Io vivo nell'ombra - Comandante Alfa

“Vivendo nell’ombra, si riesce a seguire meglio lo Stato, la sicurezza dei cittadini. In realtà è una vita piena di luce. E di sacrifici, certo, però tutto questo lo facciamo molto volentieri”. C’è il carabiniere, c’è l’uomo delle forze speciali, c’è il marito e il padre. È una vita a 360 gradi quella raccontata dal Comandante Alfa nel suo ultimo libro, "Io vivo nell’ombra". Il Comandante Alfa è uno dei fondatori del Gruppo intervento speciale, GIS, dell’Arma dei Carabinieri.

Oltre quarant’anni di servizio sul campo, tanta esperienza e tanti premi, all’estero come in Italia, l’ultimo la Croce d’Oro al merito dell’Arma dei Carabinieri. In giro per l’Italia a promuovere il libro, racconta di sé, della nascita del GIS (Gruppo di Intervento Speciale) ma anche della vita privata, dei ricordi di ragazzo, di come nonno Ciccio gli abbia inculcato il primo amore per la legalità e quindi la scelta di campo fatta già da bambino, contro ogni tipo di mafia. Alle sue presentazioni c’è sempre un pubblico numeroso desideroso di incontrarlo, di stringergli la mano. Molti sono giovani ed è un ottimo segnale: evidentemente c’è ancora voglia di eroi della giustizia che diano l’esempio.

Il Comandante Alfa è un uomo di gran carisma ed è un grande comunicatore, si vede che ama stare in mezzo alla gente. Ma ha dovuto imparare la solitudine e a parlare soprattutto con gli occhi: chi fa una certa scelta di vita, chi lavora in segreto per la nostra sicurezza, per l’incolumità propria e di chi gli vive accanto – perché le mafie non perdonano, mai - non può mostrare il volto, deve nasconderlo nel mephisto, il passamontagna nero che copre anche la bocca. Lo racconta lui stesso nel libro, dove la vita operativa fa il paio con quella familiare, dove l’amor di Patria è un tutt’uno con quello per gli affetti, moglie e figli in primis, e gli amici. E ci sono gli episodi, anche le rivolte pericolose e domate (una per tutte, quella del supercarcere di Trani del 1980), l’importanza di essere una squadra e sapersi muovere all’unisono, come una perfetta partitura musicale. E le tante missioni all’estero, tra cui l’Iraq e Nassiriya con gli altri incursori del Consubim e del Nono, con il ricordo dell’attentato devastante alla base Maestrale dove morirono cinque militari, il cooperante Marco Beci, il regista Stefano Rolla e dodici carabinieri tra cui Enzo Fregosi, uno dei cinque fondatori del GIS.

È una finestra su un certo mondo, quella descritto nel libro, dove chi legge riesce a immedesimarsi, quasi a seguire in presa diretta le storie, come in una sequenza cinematografica, dove però la finzione non esiste, dove è tutto vero e per niente romanzato, solo ben raccontato. Ci fa sorridere o indignare, che sia l’arresto dei carcerieri di Cesare Casella o la liberazione di altri ostaggi rapiti come la piccola Patrizia Tacchella e qui al carabiniere si aggiunge il padre, al dovere il cuore.

A Roma, evento organizzato dall'associazione SQUAD S.M.P.D., "Io vivo nell’ombra" è stato presentato due volte lo scorso 24 giugno: la mattina alla biblioteca Nazionale, il pomeriggio nella sala Pietro da Cortona dei musei Capitolini con la giornalista Clara Salpietro a fare da moderatrice. Partendo da quel che ha scritto, il Comandante racconta storie di vita vissuta, da uomo di legge come da padre di famiglia.

“Ho scritto il libro per due motivi: il primo, perché i proventi andranno in beneficenza per i bambini del reparto oncologico dell’ospedale di Castelvetrano. Il secondo, per far conoscere meglio questi ragazzi del GIS, la loro vita, il fatto che per chi fa una scelta del genere non esiste nemmeno la gioia di andare a un concerto e goderselo fino in fondo, perché devi essere sempre pronto a partire entro trenta minuti. Per un ragazzo, è una vita veramente sacrificata. L’obiettivo è far capire agli italiani che questi ragazzi sono disposti anche a perdere la loro stessa vita per il Paese. Siamo l’unica Forza Armata (Carabinieri) che lavora sul territorio, come forza di Polizia, comprese le scorte ai magistrati e con gli interventi speciali, dove rischiamo molto, però acquisiamo molta esperienza”.

I GIS sono nati per volere dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, con il terrorismo politico molto attivo. Il fine, ieri come oggi, è prendere i criminali possibilmente vivi, salvare gli ostaggi se ci sono, intervenire in condizioni di estremo pericolo.

“Siamo tutti paracadutisti, perché prima di accedere al GIS si passa per il reggimento del Tuscania, veniamo tutti dalla stessa formazione, quindi i ragazzi già possiedono le qualità richieste. Dopo il corso fanno un anno di esperienze sul campo”, racconta il comandante.

“Nel ’78 è iniziata la nostra storia, all’inizio “scopiazzando” le Forze speciali degli altri Paesi come israeliani, tedeschi, inglesi, americani. E pian piano siamo arrivati a farci rispettare e apprezzare in tutto il mondo e anche a insegnare le nostre tecniche. In quasi quarant’anni siamo passati dall’essere bistrattati perché italiani, quindi il solito stereotipo di pizza e mandolino, all’essere considerati al top, tanto che ora sono gli altri che copiano noi”.

Alcuni valori sono assoluti, non negoziabili. Ed è importante passare il testimone alle nuove generazioni, che però devono essere informate.

“I giovani non hanno bisogno di insegnamenti, hanno bisogno di esempi, soprattutto se parliamo di certi valori che si tramandano di generazione in generazione, il senso di Patria, l’orgoglio di essere italiani. Io vado anche nelle scuole e cerco di far capire ai ragazzi la bellezza della legalità e noi possiamo farlo, perché siamo un esempio. E i ragazzi si interessano, tanto che poi vogliono sapere che caratteristiche bisogna avere per entrare nei Gis. Io dico loro che se vogliono vivere una vita entusiasmante nonostante i tanti sacrifici, dove non ci si annoia mai, se vogliono sfidare se stessi ogni giorno, dove a ogni prova superata ce n’è già un’altra da affrontare, il GIS fa per loro”.

Spesso ci si dimentica che dentro una divisa batte un cuore. Accanto alla squadra, all’azione, al proprio dovere, c’è anche una famiglia che è tenuta a mantenere la segretezza, c’è una donna, ci sono i figli che vorrebbero gridare al mondo che il loro padre ha salvato un bambino e non possono nemmeno scriverlo nel tema di classe. Nel libro, come anche nelle parole del comandante Alfa, l’ammirazione per le donne è incondizionata.

“Tutte le donne meritano un applauso, sono il pilastro di tutto. Quando sei in zona operativa sai che devi essere pronto a fare il tuo lavoro, che cerchi di fare al meglio per poter tornare dai tuoi affetti… Oltre al senso di Patria, ai ragazzi mi piace parlare dell’importanza della donna, del rispetto che le è dovuto.

Le donne fanno fatiche enormi in ogni famiglia, figuriamoci la moglie di uno che fa il nostro mestiere e che, spesso e volentieri, a causa della nostra assenza, deve fare tutto da sola, a cominciare dall’educazione dei figli. Io ringrazio sempre mia moglie: i sacrifici che ha dovuto affrontare sono stati tanti, insieme alla preoccupazione di sapere suo marito in giro, nei teatri di guerra o nelle situazioni più difficili. E la ringrazio perché mi ha permesso di fare il mio lavoro standomi accanto. Non è una cosa semplice, né scontata. Altri miei colleghi non sono stati così fortunati, tra noi c’è una percentuale molto alta di separazioni. Devo dire che l’unico rammarico che ho è che non mi sono goduto l’infanzia dei miei figli. Me li sono trovati grandi, mi hanno anche accusato di essere stato un padre egoista ma poi, attraverso questo libro e il precedente, hanno capito delle cose di me e si sono riavvicinati, è stato importante...”.

Ai giovani va il pensiero del Comandante Alfa, perché sono il futuro, perché è importante passar loro il testimone dei valori dello Stato. E perché riscoprano la bellezza dello stare insieme oltre la tecnologia, che pure è importante.

“I ragazzi oggi, con le nuove tecnologie, sono tutti dietro lo schermo del computer o del telefonino, anche per dirsi ciao e sono seduti vicini. Una volta, quando c’era meno tecnologia, si parlava di più. In realtà, mandandosi una mail invece di parlarsi, si perde tempo. Se si discute prima, è meglio. Però sul lavoro la tecnologia ci ha aiutato moltissimo. Ora, come operatore del GIS non vi posso spiegare perché, ma vi assicuro che ha semplificato delle situazioni che fino a dieci anni fa erano difficilissime. Però è importante ricordare che dietro la tecnologia c’è sempre l’uomo”.

La luce della sera - Edna O'Brien

"La luce della sera" è un romanzo meraviglioso, un dialogo di grande passione ed emozione tra due generazioni, e due idee di Irlanda che si stanno allontanando: la tradizione e la modernità. Dilly è in ospedale: non era fuoco di Sant’Antonio, ma cancro. Il marito la va a trovare, lasciando il lavoro della fattoria, sempre in lotta con le spese e con il rischio di vendita. Ma è la visita della figlia Eleonora che Dilly desidera più di ogni altra cosa, mentre, spaventata e sola, rivive le immagini della sua vita. Con malinconia e qualche rimpianto.

Un viaggio della speranza in America, come tanti irlandesi, il lavoro da serva nelle case di chi ce l’ha fatta e vive nel lusso, un amore, una delusione. Poi il ritorno alla fattoria, il matrimonio con Cornelius, le sofferenze, i vizi del marito, l’alcol, la pena per un paese alla rovina, la paura della guerra e una casa umida da difendere coi denti. Eleonora se n’è andata, ha scelto la letteratura, ha dato scandalo, è sola dopo un divorzio travagliato e ha dei figli da crescere. Il paese ne parla, sussurrando pettegolezzi e malignità.

Ci sono le lettere di Dilly, che racconta le piccole storie della sua giornata, ci sono i pacchi che Eleonora le manda, regali, vestiti inadatti per la vita in fattoria, frutto dei suoi giri per il mondo, uomini e feste, il successo. I brevi incontri di madre e figlia sono fatti di mancanze: “ Eleonora pensò a quante cose non si erano dette, a come avesse tenuto sua madre a distanza per la semplice paura di crollare miseramente davanti a lei, per non doverle confessare quanto fosse infelice”.

I soldi che Eleonora manda servono per la tappezzeria, una sedia a dondolo sulla quale fare passare le serate. Piccoli progetti che raccontano una vita. In mezzo c’è il silenzio, l’attesa. L’incontro in ospedale è frettoloso, ma in quegli attimi c’è tutto, l’accettazione, la comprensione, il dolore, l’amore. C’è un malinteso e il diario di Eleonora finisce nella mani di Dilly portando verità, come uno schiaffo. Ma una madre accoglie nel suo corpo malato anche questo, e lo tramuta in sentimento. Sono le confessioni, anche involontarie, che solo una madre e una figlia possono condividere e sopportare. Momenti di intimità che schiudono l’animo e portano la pace, anche quando gli occhi si chiudono e scende la luce della sera. Una storia di cuore, struggente e indimenticabile.

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