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Dall'Homo sapiens all'Homo ridens - Sonia Fioravanti, Leonardo Spina

Abbandonare il paradigma della “Valle di lacrime” per abbracciare quello della Gioia con l'obiettivo di una ri-evoluzione della specie: “Dall'Homo Sapiens all'homo ridens”, che è il titolo del nuovo libro di Leonardo Spina e Sonia Fioravanti. Partendo dalla loro esperienza e dai loro studi, gli autori seminano nel testo appigli culturali alla speranza verso un cambiamento individuale e collettivo che abbia come punto di partenza l'arte di ridere.

“Ridere è il linguaggio dell’anima”, diceva Pablo Neruda. Con questa dedica si apre il libro “Dall’Homo sapiens all’Homo ridens”, ultimo lavoro su carta di Leonardo Spina, sceneggiatore, attore e autore teatrale e pioniere della gelotologia, e di Sonia Fioravanti, psicoterapeuta, saggista e ricercatrice nel campo della psicologia energetica e delle nuove scienze.

Coppia nella vita e insieme fondatori della Comunità ospitale La Terra del sorriso, dell’associazione Ridere per Vivere, dell’istituto di ricerca, documentazione e formazione Homo Ridens, a cui sono dedicate alcune delle nostre video storie, Leonardo e Sonia sono prima di tutto amici che è sempre un piacere incontrare e con i quali anche una chiacchierata di aggiornamento on line, come in questo caso, si trasforma in un nutriente incontro e confronto sul terreno comune del cambiamento.

L’occasione è stavolta la pubblicazione del loro terzo libro, un libro che intreccia i loro interessi, ricerche e professioni, muovendosi lungo un percorso costruito insieme negli ultimi 30 anni di vita. L’intento è quello di offrire strumenti di crescita personale e formazione a operatori sanitari, scolastici e singoli individui.

Una proposta per la ri-evoluzione delle specie che ci invita a passare dal Paradigma della Valle di Lacrime, proposto dalla genesi biblica, in cui l’essere umano è maledetto dalla divinità e costretto a vivere un’esistenza all’insegna della paura, del senso di colpa e del dolore”, al Paradigma della Gioia. E la gelotologia,la comicoterapia, l’arte di ridere, traducono perfettamente la frequenza, la vibrazione della gioia.

Le parole sono importanti. Come dare appigli culturali alla speranza

“Le parole sono importanti – dice Sonia – abbiamo sentito la necessità di tradurre, con parole che diano immediatamente delle emozioni, quelle azioni che sentiamo necessarie oggi. La parola auto-guarigione, ad esempio, è una parola che viene prima percepita dal cuore e dall’anima, solo dopo dalla parte razionale. Le persone attivano, di fronte a parole come autoguarigione, trasformazione della specie da Homo sapiens a Homo ridens, ri- evoluzione, paradigma della gioia, un ascolto che non è passivo cognitivo ma un ascolto profondo. Nella nostra cultura le parole hanno una valenza ipnotica, non sono neutrali, dietro la parola "tumore", c’è una profezia. Molto spesso la nostra spinta al cambiamento viene imprigionata dal significato delle parole”.

Non basta infatti dire che “si può cambiare” e passare ad un nuovo paradigma, anche se renderci conto di questo è già un passo importante. “C’è bisogno di dare appigli culturali alla speranza. L’intento che ha mosso la realizzazione di questo libro è quello di tirare fuori alcuni elementi di speranza, di fiducia e di coraggio, che possano sostenere questo percorso”, prosegue Leonardo.

Questo riflette anche il percorso che gli autori si sono trovati ad affrontare nella propria vita, dove spesso è stata l’intuizione – il “senso dell’anima” che collega il nostro io cosciente all’io animico, dice Sonia – a condurli a scelte inusuali e contro corrente, per poi scoprire attraverso lo studio e la ricerca, ad esperienza compiuta, il senso di quella scelta. Da lì è nata la strada che li ha condotti nel versante delle nuove scienze, della fisica quantistica, della psicologia energetica, della nuova biologia, della medicina vibrazionale.

“Siamo partiti sempre dalle azioni. Dalla scelta nella malattia di cure alternative, all’apertura della Terra del sorriso, al nostro impegno nella creazione di reti e relazioni validanti. Abbiamo fatto tutto questo in pratica ma non sempre è stato sufficientemente tradotto. Adesso, a distanza di 30 anni, in cui abbiamo creato una metodologia olistica, che uso in psicoterapia e insieme nelle formazioni, abbiamo sentito il bisogno di tradurre questo nella maniera più sistematica possibile, perché siamo molto preoccupati e sentiamo forte la spinta ad unirci ai simili, a tutti coloro che entrano in risonanza perché quelle cose già le hanno dentro. Ma il poterle vedere tradotte e confermate anche dalle nuove scienze, dà una maggiore speranza e nutre, in modo olistico anche la nostra parte razionale”.

Promesse - Jeffery Deaver

«Semplice è meglio»: lo dice il principio del rasoio di Occam, ragionamento filosofico in base al quale, davanti a due o più alternative, la vincente è la più diretta. Il concetto è sintetizzato in maniera pragmatica da Lincoln Rhyme, il fortunato personaggio letterario del criminologo tetraplegico creato da Jeffery Deaver. Rhyme e la poliziotta e fidanzata Amelia Sachs di questo principio sono «da sempre accaniti sostenitori — sia dal punto di vista professionale sia da quello personale». Lo conferma l’ultimo libro dello scrittore americano Deaver (Chicago, 1950), tra i grandi maestri del thriller contemporaneo, Promesse. Due indagini di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, uscito per Solferino: si tratta di due racconti gialli, uno ambientato in Italia, in Lombardia; e l’altro in America, in Florida.

«Mi piace scrivere racconti, mi è sempre piaciuto e continuerò a farlo — spiega Deaver al “Corriere” —. Sono anche fortunato perché mi riesce facile. Ho lavorato ai due racconti in contemporanea». «Il trucco — svela l’autore — sta tutto nel creare una svolta improvvisa, nel far prendere alla storia una piega narrativa inattesa. È questo il bello di scrivere racconti».

Nella prima delle due storie il giallo non è l’unica tonalità, c’è anche il rosa visto che il criminologo e la poliziotta dopo un «fidanzamento narrativo» durato più di vent’anni — iniziato con il bestseller Il collezionista di ossa (1997), rinnovato da una serie di indagini congiunte e approdato anche al cinema dove i due sono stata interpretati da Denzel Washington e Angelina Jolie — stanno finalmente per sposarsi. Quale altra poteva essere la location per le nozze se non il lago di Como? Il più hollywoodiano e al tempo stesso il più letterario degli specchi d’acqua dolce. I due rami del lago, quello amato da George Clooney, e altre star prima di lui, e quello di manzoniana memoria si incontrano orograficamente in un punto, Bellagio. Proprio lì Deaver ha deciso che s’avesse da fare il matrimonio tra Lincoln e Amelia.

Nel racconto gli amanti del gossip hanno ben poco a cui attaccarsi perché la cerimonia fila via liscia, senza intoppi. Nel segno della sobrietà, con un asciutto e pragmatico «sì, lo voglio»; al contrario gli appassionati di thriller avranno di che divertirsi: le complicazioni per gli sposi di Promesse arrivano subito dopo il rito quando, una volta in albergo, i due si lasciano volentieri coinvolgere in un’indagine privata che li porterà a movimentare la luna di miele.

Non è la prima volta che Deaver sceglie un contesto italiano per una sua storia: era accaduto con Il valzer dell’impiccato (2017), ambientato a Napoli, e in precedenza con un paio di racconti. Con questi due nuovi lavori il feeling di Deaver con l’Italia si conferma solido e sincero: Promesse si apre con una doppia dichiarazione d’amore, una ai lettori italiani, «che danno tanto valore alla parola scritta», l’altra un passo dalle Georgiche in cui Virgilio sostiene che non ci sia luogo al mondo che possa reggere il confronto con «i pregi dell’Italia».

Le due short stories hanno a che fare con il denaro e la passione. Racconta Deaver: «Il mio lavoro è scrivere storie che emozionino il più possibile, il che vuol dire creare tensioni a diversi livelli. Passioni e soldi sono un veicolo perfetto di conflitti. Mi permettono di creare personaggi cattivi e buoni messi come in una “pentola a pressione”, si potrebbe dire, che spinge il lettore a voltare pagina. Anche il tradimento e l’eroismo sono altri due ottimi argomenti per racconti».

Ma come fa uno scrittore a decidere se un’idea diventerà un racconto o un romanzo? La regola di Deaver è chiara: «Un romanzo è un’opera che prevede almeno tre sotto trame, legate tra di loro. Un racconto ha un solo tema. È in questo senso anche possibile scrivere un racconto senza un eroe positivo: il cattivo può essere il protagonista. In un romanzo, invece, dobbiamo avere un eroe da amare».

Deaver è famoso per la cura dei dettagli e l’attenzione alla verisimiglianza, così se in Promesse ambienta la storia a Bellagio, racconta della bontà di piatti locali e delle virtù della grappa e descrive il piacere di guidare un’auto con cambio manuale su strade di campagna c’è da credere che molte di queste esperienze le abbia provate. «Sì, è vero — conferma Deaver — in Italia ho fatto davvero tutto questo, anche guidare un’auto col cambio manuale, ma non era una Maserati come sognavo...».

Il secondo racconto, In assenza di prove, è un virtuosismo, una sfida per investigatori — e lettori — a risolvere un caso in condizioni estreme. Stavolta il principio alla base è scientifico, non filosofico; rimanda a uno dei papà della moderna criminologia, Edmond Locard. Il principio di Locard vuole che in ogni crimine si verifichi un trasferimento di prove. Vale sempre, o quasi. Non se un aereo si inabissa in uno dei punti più profondi dell’Oceano Atlantico; e non se una tempesta improvvisa cancella dalla pista le possibili tracce di manomissione. Interrogare i sospettati è pertanto l’unica strada possibile, per quanto poco gradita a Lincoln Rhyme: «Di norma parto da una traccia, pur minima, e tento di arrivare alla verità. Adesso, invece, voglio arrivare alla bugia» dice. Il detective si applica nello studio del linguaggio del corpo, nel cercare incongruenze o contraddizioni nella ricostruzione dei fatti.

Meglio far parlare la prove o interpretare i comportamenti umani? «Se dovessi di nuovo scegliere tra dei testimoni e una scena del crimine otto chilometri e passa sotto il livello del mare, opterei senza dubbio per l’oceano» dice Rhyme a caso risolto. Deaver la pensa diversamente: «Nella scrittura e nella vita abbiamo bisogno di entrambi. In America si dice che serve sia il cervello sinistro (Lincoln e la razionalità) che quello destro (Amelia e la psicologia). Funziona allo stesso modo anche per me. Ad esempio prima delineo le storie in maniera molto logica, poi le scrivo velocemente, che è la parte creativa». Il risultato di Promesse ne è la conferma: Deaver riesce sempre a sorprendere.

Doppia ciliegina sulla torta (di nozze): «In autunno Lincoln e Amelia — anticipa Deaver a conferma della fortuna dei due personaggi — saranno il soggetto di una nuova serie tv su NBC che sono certo arriverà anche in Italia».

Mentre, sempre in autunno uscirà, di Deaver per Rizzoli, Il gioco del mai, primo romanzo di una nuova serie con protagonista il «cacciatore di ricompense» Colter Shaw.

Tante stelle, qualche nuvola - Mattia Ollerongis

Arrivato direttamente dal mondo del web, Mattia Ollerongis, migliaia di followers su instagram, debutta oggi con il romance Tante stelle, qualche nuvola, edito Sperling&Kupfer .
La trama di Tante stelle, qualche nuvola ci racconta di un amore e dei suoi lunghi voli pindarici per poi tornare al punto di partenza.
La protagonista, Miriam, è una ragazza normale, nella quale è facile rispecchiarsi: una vita da universitaria a Milano, una coinquilina che è una grandissima amica, Giulia, e un ragazzo che ama follemente, Antonio.
Ma sappiamo come sono i primi amori, li pensiamo inesauribili, eterni. Eppure ci tradiscono, si trasformano, si camuffano da vero amore e finiscono con lo spezzarci il cuore i mille pezzi. Così nella giornata più brutta della sua vita, Miram si accorge che le prove per lei non sono ancora finite e un grande dolore le attraversa l'anima.

"Un cuore rimasto a stretto contatto con l’amore per troppo tempo, quando si ritrova solo, sente ogni secondo di assenza, come un dolore nel petto a cui nessun medico darebbe mai importanza, come la mancanza di qualcuno d’indispensabile nella vita di tutti i giorni".

Con l'animo piegato tipico di chi sta attraversando il momento più buio, decide di avere bisogno di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita, per tentare di andare avanti e rinscere da un punto nuovo. Parte per Trieste insieme alla zia, e nell'albergo di proprietà di quest'ultima si aprono nuove strade, e non ultimo, un nuovo amore.
Sarà ancora dolore o un nuovo sole? Per scoprirlo ci vorrà tutto il coraggio di cui Miriam è capace. Coraggio di vivere fino in fondo senza lasciarsi sopraffare dalle paure di quello che è stato, e reagire se ancora una volta la ricerca si rivelerà infruttuosa.
Mattia Ollerongis ha dato vita ad una storia gradevole che ha come fulcro l'amore nelle sue varie sfaccettature. Non vi è solo la storia d'amore di Miriam, ma anche il suo essere figlia e amica.
Conosciamo Miriam nel suo presente e anche nel passato, una bambina fragile che, anche se cresciuta, si porta dietro tutte le insicurezze di una ragazzina dai capelli rossi e qualche chilo in più, che usa il cibo come riempitivo di una perdita che l'accompagnerà per tutta la vita.
Forse è a causa di questa sua fragilità che Miriam si lega così tanto agli uomini che ama e dopo Antonio, compare Davide, un nuovo amore così diverso dal precedente.

"In molti mi avrebbero presa per pazza vedendomi agire in quel modo; in molti, però, non si sono mai innamorati davvero, non hanno mai saputo cosa voglia dire perdersi in una persona, non hanno mai sentito battere il proprio cuore. E a me stava succedendo proprio questo: mi stavo innamorando. Era chiaro. Perché alla fine, l’amore è anche questo: tanta, tanta confusione".

Davide è un aspirante scrittore, un ragazzo dall'animo sensibile che rimane letteralmente fulminato da Miriam. Il loro è un amore travolgente, vissuto tra alti e bassi, ma sempre intensamente.
I corsi e ricorsi della vita però sono strani e imprevedibili e il loro legame sarà messo a dura prova.
Perdersi per poi ritrovarsi? Lasciarsi per trovare davvero se stessi? Quale sarà la loro strada?
Una scrittura semplice e lineare, con uno stile fresco, pieno di tutti quei pensieri cari a Mattia disseminati qua e la lungo il cammino di Miriam e Davide. Una trama che in alcuni punti potrebbe risultare un po' bizzarra per la velocità con cui nasce il rapporto tra Davide e Miriam, ma questa è solo la visione di una vecchia ragazza innamorata che crede nell'esistenza del colpo di fulmine, ma ha fondato il suo rapporto con l'altro sulla conoscenza e il rispetto reciproco.

Bravo Mattia che con questo racconto ci insegna che l'amore è bello, ma è anche difficile, va curato e custodito. E anche se a volte si presenta qualche nuvola a oscurare il cielo, basta ricordarsi che dietro quelle nuvole ci aspettano una miriade di stelle.

Senza via di scampo - Masaji Ishikawa

La Corea del Nord è di fatto uno Stato totalitario di stampo stalinista costituito secondo i princìpi politici della Cina ai tempi di Mao Tse-Tung. Diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, accusano il Paese di occupare una delle peggiori posizioni nel mondo. Inoltre i nordcoreani sono stati descritti come “uno dei popoli più brutalizzati del mondo” a causa delle severe restrizioni imposte alla loro libertà politica ed economica.
Il 3 maggio 2011 proprio Amnesty International ha reso pubbliche le immagini satellitari ad alta definizione dei campi di prigionia presenti nel paese fin dagli anni Cinquanta. Per ricostruire cosa accade al loro interno l’organizzazione internazionale ha raccolto le testimonianze di prigionieri politici ed ex guardiani riusciti a fuggire dal campo di concentramento di Yodok.

Secondo questi testimoni i detenuti sono costretti a lavorare in condizioni che rasentano la schiavitù e sono spesso sottoposti a torture e altri trattamenti crudeli, disumani e degradanti e nella maggior parte dei casi hanno dovuto assistere a esecuzioni pubbliche. Non verrebbero inoltre forniti capi di abbigliamento e i prigionieri soffrirebbero i rigori di inverni assai freddi, spesso svolgendo lavori manuali estenuanti e al tempo stesso privi di senso.

Oltre ai criminali e agli oppositori politici, nei campi di prigionia vengono rinchiusi anche tutti quelli che cercano di lasciare il Paese e raggiungere la Corea del Sud o il confine con la Cina, oppure che vengono anche solo scoperti a criticare il regime. Sono imprigionate intere famiglie e non solo chi viene fermato: così molti bambini nascono e crescono nei campi di prigionia senza alcun contatto con il mondo esterno.
Il governo nordcoreano respinge le rivendicazioni delle violazioni dei diritti umani, definendole “una campagna diffamatoria” volta a un cambiamento di regime. La Corea del Nord, in un rapporto delle Nazioni Unite, ha respinto le accuse d’atrocità come “voci stravaganti”.

Dopo la presa del potere da parte di Kim Jong-un si è assistito a una flessione del numero di “disertori” nordcoreani che hanno cercato rifugio in Corea del Sud; gli esperti hanno attribuito il fenomeno sia a un aumento della sorveglianza ai confini (in particolare per via dello spiegamento alla frontiera di reparti d’élite meno sensibili alla corruzione), sia a un lieve miglioramento delle condizioni economiche della Corea del Nord.

Per chi volesse sottrarsi alle “ricostruzioni” di comodo, o alla propaganda del regime e farsi un’idea precisa delle aberrazioni di questo regime e della ferocia con cui perseguita i suoi dissidenti, può leggere il libro Senza via di scampo (Newton Compton) scritto da Masaji Ishikawa, un giapponese che ha conosciuto l’inferno ma è riuscito a sopravvivere.

Nato in Giappone nel 1949, l’autore è il protagonista di una storia vera. Aveva appena tredici anni quando con la sua famiglia si trasferì in Corea del Nord. Nessuno avrebbe, però, potuto mai immaginare l’incubo che li attendeva. Come ricorda nel libro (pubblicato in Giappone con il titolo A river in darkness e lo pseudonimo Miyazaki Shunsuke, per proteggere familiari e amici togliendo particolari e omettendo nomi e successivamente tradotto in italiano dall’inglese a cura di Orsetta Lopane) suo padre, coreano di nascita, fu sedotto dalla propaganda del regime che prometteva abbondanza di lavoro, un’educazione di alto livello per i figli e uno status privilegiato. Niente di tutto questo era vero. E il malcapitato se ne sarebbe reso conto ben presto.

In questo straziante racconto, che abbraccia tutta la sua vita, Ishikawa ripercorre le tappe di trentasei brutali anni sotto questo spietato regime dittatoriale tra miseria, fame e repressione, fino al giorno della sua fuga in Giappone nel 1996. Egli riuscì a sottrarsi dalle grinfie degli sgherri di Kim Jong sun (attuale presidente della Corea del Nord e nipote del fondatore del regime Kim II-sun, che aveva guidato l’Esercito Popolare e portò il paese all’indipendenza dopo la capitolazione del Giappone il 15 agosto 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale), ma sua moglie e i suoi figli rimasero in Corea.

“Se riesco a scappare, in un modo o in un altro, costi quel che costi, porterò anche voi”, promise ai suoi familiari. Ma a nulla sono valsi finora i tentativi di potersi ricongiungere con essi. Anzi egli è ricercato dal regime che lo considera un traditore ed una spia e deve continuare a muoversi in incognito. Questo libro non soltanto racconta “dal di dentro” la dittatura nordcoreana, ma è anche una testimonianza forte e autentica della dignità umana e dell’impegno indomabile di ogni uomo a difendere la propria libertà con ogni mezzo, o, se ne è stato privato, a riconquistarla a qualsiasi prezzo.

Volevo essere una vedova - Chiara Moscardelli

Se sei donna, hai 45 anni, non sei sposata o non hai almeno un figlio, è difficile che l’opinione pubblica ti lasci sedere al tuo posto, nel tavolo della società, senza prima averti fatto sentire fuori luogo: come mai non hai figli? Non sei accompagnata? Inizia a essere un po’ tardi… Per evitare la «messa al muro» degli indiscreti, Chiara Moscardelli, protagonista e autrice di Volevo essere una vedova (Einaudi Stile libero) trova un espediente «sociale» per sopravvivere a questo tipo di inquisizioni: sì, niente figli, niente marito, «sono vedova». Eccolo il riscatto sociale, altro che «singletudine». Superata. La vedovanza è un upgrade: magicamente quel ritardo sui tempi — puntuale, però, nella vita di ogni donna — si trasforma in un coro: «Povera, così giovane». Persino l’età cambia prospettiva; ma ora tutti possono sedere al loro posto nel tavolo della società. Il banchetto può proseguire.

Con autoironia e una comicità sferzante e al tempo stesso penetrante — ridendo si incontrano stereotipi, «doveri» e diritti delle donne di oggi — Moscardelli porta avanti una nuova puntata delle sue avventure, iniziate con l’esordio di Volevo essere una gatta morta (Einaudi, 2011). E si afferma ancora, in Italia, come una delle poche autrici di letteratura comica di genere, o chick lit, se la si vuole etichettare nell’unico spazio letterario che la accoglie. Così l’autrice nata a Roma, che lavora a Milano come editor, ripercorre gli ultimi dieci anni della sua vita trascorsi dalla Gatta morta: oggi come allora, nessun uomo all’orizzonte.

Di ormoni, primi (e ultimi) appuntamenti, cerette brasiliane, pavimenti pelvici e disavventure di una donna che si fa strada da sola nella giungla di Milano tratta il romanzo, farcito di autobiografismo e realtà; quella che fotografa anche il disagio di una generazione di donne che ancora si scontra contro vecchi pregiudizi. E si perde nelle aspettative. Tutta colpa della famiglia del Mulino Bianco: «Noi cresciuti a pane, Nutella e olio di palma (...), non avevamo alcun dubbio: prima o poi avremmo trovato il nostro posto nel mondo e, soprattutto, accanto a un amore eterno». Ma quel posto nel mondo è cambiato. La felicità non ha più il sorriso a trentadue denti di una madre effervescente che prepara la colazione per figli, marito, genero, nipote, padre, fratello. E anche se Chiara il suo angolo di mondo lo ha già costruito (gli amici, la casa, il lavoro che ama e una passione che è diventata un secondo lavoro, la scrittura), non se ne rende conto, presa com’è da autocommiserazione e film d’amore a lieto fine: «Solo che mi mancava (...) un pezzo bello grosso: l’amore, il compagno, il fidanzato. Quello che non mi avrebbe fatto sentire sbagliata, sola, single, in una parola: zitella».

Che poi, di fidanzati, nemmeno l’ombra. Escluso un «incontro ravvicinato del terzo tipo» con l’amore dei tempi della scuola (vent’anni dopo), Chiara colleziona rovinosi approcci con gli uomini, tra equivoci imbarazzanti, protesi dentali che si scollano al momento sbagliato e assistenza sociale a uomini divorziati, anaffettivi ed egocentrici. E una cascata di insicurezze: «E se poi sbaglio? E se non gli piaccio? E se si accorge della pancia, della cellulite, degli errori commessi?». E più l’uomo dei sogni non si palesa, più Chiara rimette in discussione sé stessa: «Non è che capitano tutte a lei — la incalza Morti, lo psicologo al quale si consegna in preda allo sconforto — è lei a scegliere l’uomo sbagliato. Ma lo fa solo per ribadire a sé stessa il fatto che è una povera donna sfortunata». Morti la invita a crescere, a lasciarsi andare. A riprendere contatto con la sua femminilità: ed è così che la protagonista si ritrova per la prima volta in un sexy shop, con una valigia di tabù e timidi avvicinamenti a oggetti non meglio identificati.

Goffa e schietta, Moscardelli crea un personaggio tragicomico, singolare voce di leggerezza e simpatia. Senza mai eccedere nel caricaturismo, l’autrice dà spazio anche alle nuvole della protagonista, e di tante altre donne, tutte nate intere eppure alla ricerca di una qualche metà: ci sono quelle che il principe lo hanno trovato, ma hanno perso la loro completezza. Chi i figli li ha avuti «in tempo» e chi sceglie di non averne. Ci sono quelle che si fanno strada nel mondo inciampando, cadendo, senza ceretta o messa in piega: ma c’è posto per tutte a quel banchetto, vedove e non. E per ognuna di loro non c’è un unico «lieto fine», ma tanti: uno diverso dall’altro.

Il nido - Cynthia D'Aprix Sweeney

"Walker lo prendeva in giro bonariamente. Dopo il Nido, ci sarà la pace nel mondo! esclamava. Dopo il Nido, gli storpi cammineranno e i ciechi torneranno a vedere! Walker non ci credeva, al Nido. [...] Non credeva nelle eredità, le considerava un azzardo, una scorciatoia. E Walker non si fidava delle scorciatoie, e tanto meno amava l'azzardo."

Genitori (pochi), figli (molti), amanti, colleghi, amici, vicini di casa; New York e i suoi quartieri, con i ristoranti, le feste, le passeggiate a Central Park; tanti soldi che, come per miracolo, risolveranno, o creeranno, infiniti problemi; una scrittura capace di coinvolgere il lettore e di farlo immedesimare, di volta in volta, nei sentimenti mutevoli dei personaggi: ecco gli ingredienti che hanno fatto de Il nido il romanzo rivelazione negli USA nel 2016. La sua autrice Cynthia D'Aprix Sweeney, copywriter di professione di 56 anni, è rapidamente balzata in cima alla classifica dei librai indipendenti e a quella del New York Times. La cosa non stupisce, perché in questo libro vengono egregiamente raccontati tanti “pezzi” della storia americana degli ultimi trent’anni: l'esplosione dell'aids, il crollo del World Trade Center, la crisi finanziaria, l’avvento di Internet, il controllo mediatico a cui siamo esposti tutti.

Il romanzo ruota intorno alle vicende dei quattro fratelli Plumb, uniti solo dal desiderio di poter riscuotere “il Nido”, un fondo fiduciario vincolato che il padre ha lasciato loro in eredità, divenuto una cifra enorme durante le speculazioni finanziarie degli anni Novanta. Potranno goderne solo al compimento dei 40 anni della sorella più giovane, Melody. Peccato che un incidente di Leo, il figlio maggiore, faccia danni così enormi da poter essere risarciti solo utilizzando la cifra per intero, lasciando tutti a bocca asciutta proprio quando il compleanno di Melody si avvicina. Peccato, soprattutto, che i Plumb abbiano già speso la somma prima di averla in mano.

La fine del sogno sconvolgerà la vita dei fratelli, con conseguenze materiali e personali. Salteranno investimenti e relazioni sentimentali, qualcuno scapperà. Tutti saranno costretti a fare i conti con sé stessi, le proprie ambizioni e il proprio mondo: quello dei ricchi, pieno di eccessi e di relazioni superflue, quello editoriale in crisi, quello del mercato dell'arte. Non importa quanto queste realtà siamo lontane dal lettore, perché le frustrazioni causate dalla loro implosione le conoscono tutti: le ansie lavorative, le sconfitte quotidiane, il senso di mancata realizzazione per aver investito le proprie energie in qualcosa di sbagliato.

Attraverso la vicenda di Leo, Beatrice, Jack, e Melody, si finisce per pensare alle debolezze che ci accomunano. E scoprire che, senza scorciatoie e azzardi, si può vivere più in sintonia con gli altri e, forse, sentirsi un po' più felici.

Ogni riferimento è puramente casuale - Antonio Manzini

Antonio Manzini si concede una breve vacanza da Rocco Schiavone per pubblicare una raccolta di spassosi racconti satirici, dedicati al mondo dell'editoria, "Ogni riferimento è puramente casuale", appena arrivato in libreria; e si capisce subito che la sua penna non farà prigionieri.

Samuel Protti di "Lost in presentation" è il prototipo del giovin scrittore de noantri: trentaquattro anni, la barba rossiccia, il tabacco con i filtrini ecostenibili, una vita dissipata tra i pub romani del Pigneto e le invettive affidate a un blog letterario. È un esperto di letterature (molto) marginali e innamorato dello scrittore fantasma Alvaro Careddu. Viene lasciato dalla fidanzata (giustamente) con un sms: «Addio Samuel, tante care cose». Pubblica finalmente un libro, dal titolo lapidario: "L'altra bellezza". E finisce in una maratona infinita di "presentation", tra alberghi di infima categoria e domande del pubblico (sempre le stesse).

Il mondo dell'editoria di Manzini è un inferno babelico, dove imperano le regole del profitto a scapito del buonsenso, dove anche i ringraziamenti da apporre alla fine del romanzo diventano uno scoglio impossibile da valicare. Curzio Biroli è un critico letterario in là con gli anni, incattivito dalla quantità di libri illeggibili che riceve. Strappa le pagine de "Il mistero del templare sfregiato" e dell'ennesimo giallo, causando qualche sussulto alla moglie ancora addormentata. Quando gli arriva il libro del veejay di turno, incapace di scrivere una frase in italiano, ma molto raccomandato dalla casa editrice importante, rifiuta di occuparsene. Contro di lui verranno usate le armi pesanti, che avranno il viso (e le forme) di Adoración Moretti, irresistibile addetta stampa incline al tacco 12 e dagli ingaggi a molti zeri.

Javier Álvarez è uno scrittore peruviano divenuto «una stella del firmamento letterario», una vera gallina dalle uova d'oro, che approda a Malpensa per presentare il suo nuovo libro, per la gioia dell'editore Sintas. Si scatena un nuovo inferno di presentazioni (anzi, di presentación) fino all'epilogo surreale (assolutamente da non spoilerare).

In fondo, siamo sempre nel territorio del noir, in un ambiente dominato dalle speranze (che, si sa, non muoiono) degli autori esordienti, degli aspiranti librai che vogliono soltanto «vendere la cosa più difficile che possa esistere: i libri»; e naturalmente l'affare si complica. La pubblicazione diventa una sorta di maledizione, lo scrittore di turno finisce per vendere (letteralmente) l'anima al demonio, il solo che possa fornire recensioni adeguate. Il processo (kafkiano) de "L'arringa finale" è un'esplosione esilarante di retorica, in cui emerge l'ennesimo incubo: la dedica al lettore sconosciuto. La realtà, a volte, supera la fantasia. O viceversa.

Maternità - Sheila Heti

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

Quello che non è, ed è questo che lo rende interessante e diverso dalle tante pagine e riflessioni a cui siamo abituati quando parliamo di maternità o del suo rifiuto, è una polemica. Siccome è un romanzo, non ho voglia rivelare il finale, il risultato di tanta ruminazione, anche se quasi tutte le recensioni seguite alla sua uscita non si sono fatte questi scrupoli – ma tutto sommato non serve. In queste pagine, Heti davvero si chiede se vuole avere un figlio, lei davvero non sa la risposta quando comincia la sua meditazione che vediamo dipanarsi capitolo dopo capitolo, frammento dopo frammento. Seguiamo il fluire serpeggiante delle sue riflessioni senza davvero sapere in che direzione la porteranno, e noi con lei, se arrivando alle ultime pagine saremo informati che sta per avere un bambino oppure che no, ha deciso di no.

E a noi, interessa? E se sì, perché?

Era appunto il bersaglio della polemica di Solnit, questo eccessivo interesse di tutti sulle scelte riproduttive delle donne, interesse che giustifica le interferenze più poliziesche e impiccione. Solnit ricorda di una sua partecipazione a un festival letterario di molti anni prima, e del modo in cui il suo presentatore aveva dirottato l’intera conversazione sulla sua non maternità:

"Il signore inglese che m’intervistava, anziché parlare dei frutti della mia mente insisteva per parlare di quelli dei miei lombi, o della loro mancanza. Continuava a chiedermi perché non avessi avuto dei figli. Nessuna delle mie risposte lo soddisfaceva. A quanto pare era convinto che dovessi averne e trovava incomprensibile che non ne avessi, e così abbiamo parlato di perché non avevo figli, anziché dei miei libri".

Le domande dell’intervistatore erano indecenti, continua Solnit, perché partivano dal presupposto che le donne debbano avere figli, e che il loro fare figli o meno sia in qualche modo affare di tutti. Per arrivare ai giorni nostri e dalle nostre parti, il presidente del Family Day Massimo Gandolfini, pochi giorni fa, ha detto in una conferenza stampa che “L’unione feconda tra un uomo e una donna resta il nucleo fondante di ogni società umana”. Se qualcuno ancora si chiedesse dove porta quest’idea che la fecondità di ciascuna sia ricondotta alla salute complessiva della società tutta, basterà seguire gli avvincenti sviluppi del congresso nazionale della famiglia a Verona.

Per Solnit, il solo fatto che una domanda possa trovare risposta non ci obbliga a rispondere, e non vuol dire che sia una domanda ammissibile. A chi si impiccia delle faccende del suo utero replica in maniera, secondo la sua definizione, ‘rabbinica’: “perché mi stai chiedendo questo”? Perché certo, chi ti chiede se hai dei figli o se ne avrai, sta di solito creando il pretesto per dirti la sua opinione in merito. La risposta rabbinica di Solnit mi piace, ma mi piace altrettanto e forse di più la risposta di Heti: Quanto tempo hai? Mettiti pure comodo, ci vorranno ore. Che sia o meno una domanda lecita, Heti ha deciso di rispondere, scrivendo un libro, rispondendo quindi pubblicamente – e sono tante le cose a cui ho finito per pensare, leggendola.

Quello che fa una donna del suo corpo non sono affari di nessuno ma interessa a tutti. Io stessa so bene di essere fin troppo interessata alle scelte procreative delle altre, e non so nemmeno perché, dal momento che la mia decisione di non avere figli non è frutto di alcuna tormentata ruminazione ma è stata anzi istintiva, spontanea e autoevidente – mi verrebbe di essere pilloniana e dire, addirittura, “naturale”. La mia ruminazione si è consumata tutta a posteriori, sotto forma di un’insaziabile curiosità verso me stessa e verso quante non provano affatto quell’ impulso che pensavamo, per secoli abbiamo pensato, ci accomunasse e che prendesse tutti a un certo punto della vita, l’istinto di generare – ma la mia curiosità abbraccia tutte, non tralascia nemmeno le spinte e le motivazioni di quante invece sentono che devono assolutamente farlo, un figlio, uno o undici. Cosa c’è dentro di loro che io non ho? Cosa ci ha fatto diverse?

Tra le donne della nostra età la prima cosa che una vuole sapere di un’altra è se ha figli e, nel caso non li abbia, se ha intenzione di farli. È come una guerra civile: tu da che parte stai?

Heti cerca di ricomporre con il pensiero questa partigianeria innecessaria. Vorrebbe capire in cosa consiste l’esperienza dell’avere figli ma, anche, che tipo di esperienza si vive nel non averli, trasformarla in un’azione attiva invece della mancanza di un’azione.

"È questo, più di ogni altra cosa che ci dà un tuffo al cuore: il fatto che le donne senza figli e le madri sono equivalenti; eppure è per forza così: che c’è un’esatta equivalenza e un’uguaglianza, che sia, uguali nel vuoto e uguali nella pienezza, uguali nelle esperienze fatte e uguali in quelle perse, e nessuna delle due strade è migliore o peggiore, più spaventosa o meno irta di paure".

E ciò nonostante, la partigianeria è ovunque. Posso decidere di vedere questo divide et impera, questa eterna riconfigurazione degli stereotipi del merito, come una perfetta strategia sabotatrice del patriarcato. La serafica fattrice, l’angelo del focolare o l’odierna e iper-connessa ‘pancina’. Ma anche la sua ombra, il suo rovescio sinistro: la madre ancestrale, ctonia, generatrice e distruttrice, depositaria del più arcano potere su tutti i viventi (tra cui il più arcano di tutti, decidere chi vivrà e chi non), l’oggetto di un odio inammissibile che ha fatto salpare mille e più misoginie. Da una parte lei, dall’altra le disseccate zitelle della tradizione, le donne bambine, le nevrotiche, le isteriche, ma anche le vincenti, le amazzoni dell’happy hour, le Samantha Jones della nostra immaginazione. Ammetto che raramente resisto alla tentazione di poggiare l’orecchio sul furioso alveare virtuale in cui si agita questo tribunale dell’opinione comune. Di ogni articolo o status che vedo sui media online o sulle piattaforme social, che riguardi l’ultimo memoir di una donna che annuncia la sua fiera decisione, di ogni think piece sulla maternità o sul suo rifiuto, di ogni notizia di cronaca su una famiglia dei record, io leggo i commenti, a volte li copincollo su un documento word. Non so perché lo faccio e non serve che vi dica cosa c’è scritto, cosa leggo, c’è tutto quello che state immaginando.

Ma la partigianeria non ci è imposta, è alle radici della tradizione femminista che abbiamo ricevuto. Da una parte il pensiero della differenza, l’esaltazione del femminino generatore, accudente, sociale e solidale che nella nascita, nella prova fisica del dare alla luce vede l’affermarsi della sua forza superiore, l’antitesi al principio maschile della distruzione, dell’individualismo, del consumo. Dall’altra, l’idea altrettanto longeva che a nessuna ideologia spetta il compito di definire cos’è e come dovrebbe essere una donna, e che una rivoluzione, per essere davvero tale, sarebbe un processo grazie al quale queste dicotomie perderebbero di senso. È sempre stato tutto lì, lo era nel 1971, quando nella Dialettica dei Sessi, Shulamith Firestone argomentava che “l’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere […] non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale”. Questo orientamento poi è passato sotto traccia, troppo massimalista, forse, troppo ‘altro’ rispetto al sentire comune. L’orientamento si è inabissato, si è ritirato sull’Aventino dei campus universitari, ci ha dato le decostruzioni degli anni ‘90, come il pensiero queer, il cyberfemminismo, e ora pare riemergere, si pensi a Xenofemminismo, manifesto politico del collettivo Laboria Cuboniks pubblicato ora anche in italiano da Nero edizioni con la firma di Hester Helen. È riemerso in parte perché c’era bisogno, forse, di ridiscutere l’essenzialismo biologico in cui siamo ricaduti un po’ tutti e in parte perché le due innovazioni tecnologiche che Firestone considerava necessarie perché la sua rivoluzione prendesse forma ora sono realtà o, se non ancora pienamente realizzate, decisamente a tiro di sguardo: la riproduzione artificiale, che può liberare le donne dalla tirannia biologica della procreazione, e la robotica, che rendendo obsoleto il lavoro umano permette di ripensare la necessità della famiglia nucleare come unità di produzione e riproduzione. Placenta artificiale, piena automazione – ammetto che sono tentata di dipingere anche io un tazebao e partire per Verona.

Cosa c’entra tutto questo con Sheila Heti? A prima vista niente, perché il suo romanzo non è, come dicevo, una polemica. Non c’è pugnacità libellistica, non ci sono riferimenti teorici espliciti, non è una perorazione. In queste pagine non vediamo Heti dialogare esplicitamente con le tante altre scritture dell’ambivalenza materna (possiamo averle marginalizzate, dimenticate, ma esistono da sempre, formano quasi un canone e, come ha scritto Valentina Della Seta su Rivista Studio, non sono tutte opere di autrici), la vediamo piuttosto dialogare con le sue amiche, con sconosciuti incontrati per caso, con il tutt’altro che neutrale fidanzato Miles (quando lei gli chiede se non sarebbe bello avere un figlio, la sua risposta è: sicuramente è molto bello anche farsi lobotomizzare) con cartomanti e indovine. Dialoga con i messaggi ambigui che riceve nei sogni, e persino con le monete degli I Ching. Il suo libro è un distillato, un compendio di bellissime frasi – quotabile all’infinito, sottolineabile nella sua interezza, è un ricondurre continuo di tutto all’esperienza. La teoria è trascesa, è digerita:

"Perché facciamo ancora bambini? […] Le donne devono avere i bambini perché devono essere occupate. Quando penso a tutta la gente che nel mondo vuole vietare l’aborto, mi sembra che il senso possa essere uno solo: non è che vogliano una persona nuova al mondo, vogliono che le donne si occupino innanzitutto di tirare su i figli. C’è qualcosa di minaccioso in una donna che non è impegnata coi figli. Una donna del genere dà un senso di instabilità. Cos’altro si metterà a fare? Che razza di guai combinerà?"

Il libro di Sheila Heti c’entra perché non si chiama Genitorialità, ma Maternità. La precisazione è pedante ma c’è questo problema, che per quanto gli amici del Family Day si disperino al pensiero che la nostra società stia diventando liquida, su certe cose è rimasta tenacemente solida: per una donna decidere di fare un figlio implica, per forza, diventare madre, e per ciascuna è molto complicato stabilire questo cosa voglia dire. Molte sospettano che, per quanta democratizzazione siamo riusciti a iniettare nella ridefinizione dei ruoli parentali, essere madre resti comunque un format, un format problematico, e che ci penserà il mondo in cui vivi a scaricarti addosso il peso di tutte le sue conflittuali aspettative. Molte pensano che se ha ragione Rachel Cusk, quando nel suo memoir Puoi dire addio al sonno, scrive che una madre, per definizione, non potrà mai più essere sola, dal momento che “un’altra persona è esistita dentro di lei, e anche dopo la nascita vive dentro la giurisdizione della sua coscienza”, se ha ragione lei, e che motivo abbiamo di dubitarne, ci sarà sempre qualcuna che dirà: questo per me non va bene.

Sappiamo tutti che esiste una differenza importante tra l’essere madri e quello che possiamo chiamare ‘il culto istituzionalizzato della maternità’ – culto che, nostro malgrado, possiamo aver interiorizzato un po’ tutti. Le due cose non si equivalgono, non coincidono. Posso immaginarlo bellissimo, un mondo in cui il desiderio di essere madre esiste senza le pressioni esercitate dal culto e anzi, costituisca una sfida al culto. Penso che debba esistere, senz’altro dovrà esistere una via grazie alla quale si potrà essere madri senza sentirsi addosso il fiato della domesticazione, senza sospettare che stiamo collaborando alla nostra civilizzazione, alla normalizzazione di qualcosa che è dentro di noi e che da sempre è guardato con timore.

Ma ci siamo già? È arrivato, questo tempo? E come ci si arriva?

In diverse interviste che ho letto, Heti riflette sul fatto che se gli uomini potessero partorire, la decisione sul fare o non fare figli sarebbe stata la questione cruciale di ogni filosofia dall’alba dei tempi e non, come è ora, un dilemma appiattito e presentato come frivolo, una questione di life style. E non sarebbe, aggiungo io, solo il campo di battaglia in cui si scontrano le conquiste femminili e le destre misogine del mondo. Sarebbe la madre, ma anche il padre di tutte le domande, da sempre, e lo sarebbe in particolare ora, dal momento che beh, siamo in 7,69 miliardi di persone a dovercela porre.

"Nascere non è intrinsecamente un bene. Se non nascesse, al bambino non mancherebbe la sua vita. Invece, nulla fa più male alla terra che la nascita di un altro essere umano, e nulla fa più male a un essere umano che venire al mondo".

E con queste due righe Heti ha sintetizzato – in modo molto più succinto e chiaro di quanto abbiano saputo fare loro – il pensiero degli anti-natalisti come David Benatar. Il suo libro chiave, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo, è stato pubblicato nel 2006 ma se ne parla molto più oggi, tredici anni dopo – e non soltanto qui in Italia dove, appunto, è stato pubblicato solo quest’anno. Se ne parla perché finalmente stiamo capendo che far nascere o meno è un dilemma che va molto oltre la già ben documentata e infinitamente reiterata ambivalenza femminile in proposito?

Ammetto che mi fa impressione scrivere queste righe mentre leggo di quello sta succedendo a Verona. Parte di me si ricorda che nel racconto dell’ancella, la repubblica di Gilead nasceva più o meno così, con congressi come questo a cui nessuno prestava più di tanto attenzione, e allora mi inquieto. Un’altra parte di me, invece, proprio non ce la fa a prenderli sul serio. Scalmanatevi quanto vi pare, pensa questa parte, ergetevi a difensori della maternità, ma ricordatevi che al dunque ciascuna di noi vota con i piedi (in questo caso non proprio con i piedi) – ognuna fa quello che gli pare. C’è questo di risvolto insperatamente positivo nel fatto che, come dice Heti, le donne vengono sempre fatte sentire come criminali, qualunque scelta facciano, per quanto possano impegnarsi. Le madri si sentono come criminali. E le non madri pure. Se siamo tutte criminali, non importa cosa facciamo. Ognuna fa quello che gli pare.

Come scrisse Clara Sereni tanto tempo fa, quando si tratta di scelta, se fare figli o non farne, l’assenza di qualsivoglia senso di colpa o anche solo disagio è un pezzetto di libertà vera.

Linea di sangue - Angela Marsons

Guardando le classifiche settimanali dei libri più venduti non ci sorprende più: ad ogni uscita dei suoi thriller, la scrittrice inglese Angela Marsons raggiunge subito le vette e si aggiudica i primi posti: il suo segreto? Il personaggio seriale della detective Kim Stone, dura come la pietra, ma fragile per un passato che non fa che ritornare a turbarne la coscienza e la sua antagonista, la psichiatra Alexandra Thorne. Un’abile manipolatrice, anaffettiva, glaciale, una sorta di angelo del male, un’assassina ora detenuta in carcere, che dietro le sbarre riesce a mettere a segno le sue vendette, a far compiere delitti violenti alle sue pedine che si muovono spinte dai suoi atroci ricatti. Obiettivo: la distruzione di Kim, l’unica persona capace di tenerle testa, per intelligenza e determinazione.

In questo nuovo romanzo, “Linea di sangue”, l’autrice fa muovere sul palcoscenico del suo racconto prevalentemente personaggi femminili: sono due le donne assassinate, nella stessa maniera, una linea di sangue causata da un’unica coltellata, anche se le vittime non sembrano aver nulla in comune. La bella e ricca cinquantenne Deanna, elegante, uccisa nella sua lussuosa macchina, sposata, felice; a poche ore di distanza con analoghe modalità una ragazza, tossica, la giovanissima Maxine, figlia adottiva di una madre che l’aveva persa di vista, figlia naturale di una psichiatra nota per le sue apparizioni in tv. Il ginepraio nel quale si aggira Kim insieme alla fedele squadra dei suoi collaboratori, Bryant, Dawson, Stacey, non sembra trovare un movente ai due delitti. Ma una lettera inviata da Alex, dall’interno delle mura del carcere, mette Kim in un angoscioso allarme; la donna che ha rischiato di distruggerla una volta, come si racconta nel precedente libro della Marsons, rischia di farlo ancora e in modo definitivo.

Circola in tutto il romanzo un’atmosfera di paura, di pericolo incombente, di un qualcosa che avvelena le menti dei protagonisti e dei numerosi comprimari, manipolati abilmente dalla algida e vendicativa mente criminale della bionda Alex. Angela Marsons nella postfazione del libro ci spiega che ha:

"provato ad analizzare i moventi che si celano dietro ai delitti e a capire da dove nascano certi impulsi. Volevo raffigurare un assassino con una inedita idea di punizione".

I risultati di tale operazione li valuteranno i lettori. Per ora, le vendite del libro sono dalla sua parte, grazie anche alla determinante figura della detective Kim Stone, che a cavallo della sua moto Kawasaki nasconde le lacrime che le causano le continue spinte verso un’infanzia tragica che cerca di rimuovere e nella quale la diabolica abilità di Alex Thorne tenta di ricacciarla.100 brevi capitoli, tutti da leggere con il cuore in gola!

Il lungo '68 in Italia e nel mondo - Marco Boato

Si deve partire dal sottotitolo per dare conto del libro di Marco Boato “Il lungo ’68 in Italia e nel mondo” (Editrice La Scuola di Brescia). “Cosa è stato, cosa resta”, recita: questione enorme, su cui da sempre si dibatte. Ma la risposta, sublime nella sua sintesi, sta già nelle due righe dell’esergo: «C’è solo una cosa peggiore delle celebrazioni del Sessantotto, che detesto da tempo, ed è la denigrazione di quel periodo». Punto. Parola di Adriano Sofri. E c’è davvero tutto: l’eterna ritualità, la malattia nazionale del “reducismo”, soprattutto una vulgata che vede da qualche tempo il ’68 causa di tutti i mali italiani.

Boato la pensa come Sofri, spiegando subito che il suo lavoro vuole essere «una analisi critica, senza mitologie e senza “demonizzazioni postume”, che si rivolge sia alle generazioni adulte o più “anziane”, sia alle nuove generazioni». Precisazione opportuna, se si pensa che i protagonisti di allora sono oggi sulla settantina (e quanti ne sono scomparsi), mentre oggi per i giovani il ’68 è preistoria. Che per essere spiegata davvero necessita di pagine fitte di date, eventi, ragionamenti. Come quelle di Boato, che di quell’anno è stato protagonista d’eccezione a Trento, a Sociologia. Basta andare in coda al volume e scorrere l’indice dei nomi, che ne contiene la bellezza di 930. Ma non aspettatevi un “mattone”. Il libro è diviso in tre parti ben distinte, unite però da un filo rosso: la volontà di fornire strumenti di comprensione.

I fatti. Sono i protagonisti della prima sezione. Ma il ’68 italiano è lungo, lunghissimo: finisce addirittura nel ’77, e si dirà perché.

E per approssimarcisi Boato parte giustamente dal governo Tambroni del ’60 e dagli incidenti di Genova, passa per quelli di piazza Statuto a Torino di due anni più tardi, dà conto del primo accorgersi da parte del segretario del PCI di Togliatti, contestato proprio da Sofri a Pisa nel ’63, che «qui sta succedendo qualcosa e noi non abbiamo capito niente» (e si tratta ovviamente delle avvisaglie della protesta giovanile).

Poi gli scontri all’Università di Roma in cui nel ’66 muore lo studente Paolo Rossi, ucciso dai fascisti. Ancora: il processo agli studenti milanesi del Parini per l’inchiesta sulla posizione della donna nella società italiana pubblicato dal giornalino del liceo “La zanzara”. E il caso Braibanti, prima e unica condanna per plagio nella storia repubblicana, gli “angeli del fango” dell’alluvione di Firenze, la drammatica escalation degli scontri di piazza che da Avola (dicembre ’68) portano a Battipaglia (aprile ’69), con i primi morti per mano della polizia con un governo di centrosinistra. Ma tra i fatti Boato elenca anche i frutti positivi del ’68, le tante conquiste civili degli anni ’70: e anche questo serve ad articolare l’astio di Sofri per la denigrazione.

Le analisi. Cronaca, commenti, reazioni: Boato non dimentica gli anni da giornalista a Lotta continua. Ma non rinuncia a documentare passaggi più complessi che, letti oggi, risultano davvero distanti anni luce: come la crisi delle rappresentanze studentesche pre ’68, o l’elenco delle riviste che animavano allora il dibattito culturale e politico, paginate densissime a cadenza se andava bene settimanale, ma che per mesi alimentavano pensieri e confronti. Davvero altri tempi, se confrontati con lo sgrammaticato balbettio social dei nostri giorni. E poi il dettaglio (molto critico) delle analisi sociologiche sul ’68 italiano. E non solo: perché nel libro si dà appunto conto del ’68 nel mondo, dunque prima di tutto il Maggio francese, Berkeley, Berlino, piazza delle Tre Culture a Città del Messico, ma anche le proteste studentesche – molto meno note – in Gran Bretagna, Brasile, Giappone, nelle dittature di Grecia, Turchia e Spagna e ovviamente in Europa orientale, con il mea culpa di Rudi Dutschke, leader del ’68 tedesco: «In retrospettiva l’evento davvero importante del 1968 non è stato Parigi, ma Praga. Ma all’epoca non siamo stati capaci di vederlo». Su tutto, però, la “Lettera a una professoressa” di don Milani: per Boato testo determinante del ’68 italiano, molto più de “L’uomo a una dimensione” di Marcuse. Ed è la chiave di lettura dell’intero libro.

Trento e Sociologia. La vicenda occupa ovviamente molte pagine, e non poteva essere altrimenti. Soprattutto nella seconda parte, in un’ampia sezione costruita con domande e risposte generali sul ’68 e il suo significato, di allora e attuale (cosa è stato e cosa resta, appunto). È qui che l’epopea di Sociologia e il suo rilievo si stagliano imponenti: prima facoltà occupata già nel ’66, l’occupazione più lunga del ’68 (ben 67 giorni), l’esperimento dell’Università critica. E d’altra parte, tornando all’indice dei nomi, tolto l’allora presidente del Consiglio Aldo Moro (terzo con 21 citazioni), dei primi cinque ben quattro sono legati a Trento: Mauro Rostagno, rimpiantissimo (25 volte), lo stesso Boato (22), Bruno Kessler (17) e Francesco Alberoni (13). E su Boato, va detta una cosa: in quei mesi ovunque qualcosa si muova lui c’è, non solo a Trento. E bastano i suoi incontri con Marcuse o il cubano Franqui a testimoniarlo.

Dal ’68 al ’77. La terza parte del libro, “Materiali”, propone articoli, interventi e saggi dello stesso Boato, non solo relativi al ’68. Ed ecco appunto il lungo ’68 che si chiude nel ’77, “annus horribilis” la cui drammatica temperie è perfettamente documentata da una lunghissima intervista dell’Alto Adige all’autore, all’indomani

del controverso convegno sulla repressione a Bologna in cui proprio Boato, in un palasport gremito di autonomi, subì una contestazione che per poco non finì in linciaggio. Racconta anche del corteo tesissimo del giorno successivo, di un’altra aggressione mancata. E di come anni dopo, durante una visita in carcere da deputato radicale, un detenuto di Prima Linea gli disse: sai che quel giorno a Bologna c’era un piano per ucciderti?

Il secolo dei giganti. Il colosso di marmo - Antonio Forcellino

Antonio Forcellino è uno dei restauratori più stimati e ha avuto il privilegio di poter lavorare su alcuni capolavori dell’arte rinascimentale italiana: la tomba di Giulio II di Michelangelo in San Pietro in Vincoli a Roma, la facciata della Libreria Piccolomini di Pinturicchio e l’Altare Piccolomini di Michelangelo nel Duomo di Siena. Architetto, eclettico, simpatico, ricco di humor e anche ottimo scrittore, sue le biografie di tre giganti dell’arte italiana: Michelangelo. Una vita inquieta (Laterza, 2005), Raffaello. Una vita felice (Laterza, 2008), Leonardo. Genio senza pace (Laterza, 2016). Tutte tradotte con successo.

Ora Forcellino si è lanciato in una nuova avventura: all’inizio dell’autunno 2018 è uscito il primo di una serie di quattro romanzi storici intitolato Il cavallo di bronzo. L’avventura di Leonardo. Un libro ben scritto, appassionante, nel quale fa rivivere come un abile regista (ci auguriamo anzi che ispiri per delle fiction storicamente corrette e non per improbabili polpettoni «americanizzati») il Rinascimento italiano. Si direbbe che Forcellino sia stato seduto accanto a Leonardo, lo abbia spiato e respirato aria e luce del genio. La descrizione della genesi del ritratto di Cecilia Gallerani (la celebre «Dama con l’ermellino») lascia il lettore, anche esperto, senza fiato per la finezza con cui ha intuito il percorso pittorico e mentale. Ma anche le corti rinascimentali, i Borgia, i Gonzaga, gli Estensi, la corte di Milano, vengono ricostruite, con intelligenza e cultura, senza cadute in eccessi romantici o romanzeschi.

Nel volume appena edito Il colosso di Marmo. L’ardore di Michelangelo, Forcellino, che le opere di Michelangelo le ha toccate, accarezzate e meditate, ci regala pagine incisive sullo scontroso artista, ma anche su Giulio II, che emerge a tutto tondo, come pure su tutti i protagonisti di una stagione rilevante di storia e di arte italiana ed europea.

Forcellino ci ha raccontato le origini di questa tetralogia ancora in divenire.

I suoi romanzi assomigliano a copioni per fiction di alta qualità. Lo sa? Lo ha voluto?
È vero, tutto è cominciato quando mi hanno messo accanto uno sceneggiatore americano per un progetto televisivo (non proseguito). A quel punto mi sono reso conto che era perfettamente inutile inventarsi delle cose nuove. Nel nostro Rinascimento c’è già tutto: amore, morte, bellezza, tradimento, mistero, dolore, gioia, gloria, arte, guerre, paci, miserie e splendori inenarrabili. Chi potrebbe inventare di meglio?

Perché una serie, ora alla seconda puntata?
Semplicemente per condividere con gli altri il mio grande amore dell’arte. Con il modico prezzo di questi libri si possono avere in mano delle lezioni di arte utili e fruibili anche per chi normalmente non si avvicina alla storia accademica dell’arte.

I suoi rapporti con Leonardo come sono stati?
Leonardo mi ha preso particolarmente perché è il primo, quello che apre il secolo dei giganti. Mi sono domandato quali fossero stati i rapporti dell’artista con le donne e Cecilia Gallerani, ad esempio, è emersa con il suo ruolo reale (e sottovalutato) di grande e intelligente dama del Rinascimento.

Come proseguirà la serie?
Il secondo volume appena edito, focalizzato su Michelangelo, è anche un grande affresco sul Rinascimento italiano, il terzo (che uscirà a settembre), ha per ora un titolo provvisorio (Gli anni dell’infamia), e avrà al centro il sacco di Roma del 1527 ma arriverà fino al 1549. Con il quarto vorrei chiudere con la morte di Michelangelo (1564), la parabola di Tiziano (morto nel 1576) e la battaglia di Lepanto (1571), tre grandi avvenimenti con cui si spegne il Rinascimento italiano e inizia una nuova epoca.

Interessante camminata da un libro all’altro, con Lucrezia Borgia e le sue angosce e le sue paure, con Michelangelo e i suoi malumori, con le passioni di Giulio II, la perversità di Alessandro VI, la finezza intellettuale di Leone X, la gentilezza di Raffaello, con Giulia Farnese e la sua bellezza avvolgente, con Leonardo e i suoi pensieri continuamente mutevoli.

Persone normali - Sally Rooney

Quando Sally Rooney, dublinese non ancora trentenne, l’anno scorso è entrata nella scena letteraria globale con il suo primo romanzo Conversations with Friends (Parlarne tra amici), l’entusiasmo degli addetti ai lavori, critici letterari e lettori raffinati in primis, è salito alle stelle, e la popolarità dell’opera è aumentata a velocità esponenziale. Quando, nel settembre dello scorso anno, ad uscire in madrepatria e in alcuni paesi anglofoni è stato il suo secondo romanzo Normal People, quasi tutti coloro che lo avevano letto in anteprima hanno scritto che si trattava di un capolavoro che avrebbe eclissato il primo. Le ragioni di questo sorpasso non sono chiare, perché Normal People, in arrivo a maggio grazie a Einaudi con il titolo di Persone normali, non possiede, a differenza del suo predecessore, la stessa sfolgorante brillantezza formale e quel fascino inspiegabile nella naturalezza che trasforma l’osservazione della particella minuscola in attività esaltante, la monotonia del dettaglio in esperienza irripetibile.

Sally Rooney ha dimostrato al primo colpo la più grande e insieme la più scontata delle qualità che dovrebbero fare degli scrittori dei giganti, quella cioè di non scrivere grandi storie, ma di farlo in modo da far sembrare tali gli scarti del quotidiano, il riverbero interiore dell’ordinario altrimenti trascurabile.

La voce di Frances, io narrante e protagonista di Parlarne tra amici, viene riprodotta nella sua singolarità estrema e non è singolare perché Frances sia un’individualità eccentrica, ma perché è quell’una di molti che l’autrice ha saputo restituire al lettore nel suo essere appunto una, nel suo avere una soggettività che non si fa perno identitario, ma cambiamento continuo di parole trovate e mancate, umori, percezioni, sentimenti, impressioni, convinzioni, finzioni, insicurezze, difese e rese, tutte queste cose mescolate e contraddittorie, ma anche fantasmagoriche e reali, banalissime e speciali. E a ciò si aggiunge che, nella sua banalità singolare, il personaggio di Frances rivela tratti che definiremmo millennial, nell’ostinazione, cioè, anche se le apparenze dicono un’altra cosa, a voler trovare uno spazio; in un certo modo molto responsabile di interiorizzare quello che non va, fuori e dentro di sé.

Normal People ha un tono più elegiaco, più cupo e già più maturo, nonostante la sostanziale contemporaneità delle ispirazioni, rispetto all’opera prima. Il quartetto composto da Frances e Bobbi, le due amiche ventenni legate da un sentimento di amore e dialettiche di dominanza che, in Parlarne tra amici, intrattengono relazioni con una coppia di trentenni sposati lascia qui il posto a una coppia di giovanissimi raccontati nel passaggio dalle scuole superiori ai primi anni universitari. Se Frances e Nick, in Parlarne tra amici, incarnavano le polarità in difetto di personalità — ma tutt’altro che desiderose di essere trasparenti — laddove Bobbi e Melissa quelle in eccesso (troppo brillanti, esuberanti, impositive), Connell e Marianne mostrano tanta permeabilità alla vita quanta profonda inadattabilità, e sfumano entrambi nella caratterizzazione verso una maggiore compenetrazione reciproca.

È vero che Connell è figlio senza padre (mai avuto) della working class e Marianne è la figlia senza padre (perduto, ma non è la cosa peggiore che le capita) della borghesia benestante, ed è altrettanto vero che il primo è popolare negli anni dei liceo, ma poi diventa insicuro quando lascia la provincia, mentre la seconda è derisa ed emarginata prima ed ammirata poi. Eppure questo rovesciamento speculare di sorti non è se non un aspetto superficiale, tutto esteriore, del romanzo. Qualcuno potrebbe far notare che Connell è il figlio della donna delle pulizie di Marianne, ma questo, più che evocare una dinamica interclassista, quasi suggerisce uno stucchevole pattern, che toglie, anziché aggiungere, merito al libro.

Come in Parlarne tra amici, anche in Normal People, irrompono esperienze dolorose della mente (la depressione) e del corpo (là l’endometriosi, qui l’abuso e la violenza sadica e masochistica), e il corpo — ora esultante, ora sofferente — è protagonista, pur in misura minore, anche dell’opera seconda della Rooney. Ma, ancora una volta, non sono la salute mentale o il contributo del corpo alla definizione identitaria il centro del romanzo. Il centro del romanzo, questo ultimo come quello che lo precede, è un’idea molto semplice, quasi sbalorditivamente semplice, forse la più semplice possibile, vale a dire il potere che gli altri hanno e vogliamo che abbiano su di noi, l’essenzialità estrema, quasi brutale, del nostro bisogno di relazioni e il nostro tormento nel non averne di significative, l’animalità più o meno sublimata della nostra ricerca di un’interazione fondante, quella in grado di svoltare un’esistenza. Finalmente c’è una scrittrice nel mondo che dice: il nostro bisogno d’indipendenza è un mito e una bugia o, se non è un mito o una bugia, è un istinto secondario, perché è l’incontro con l’altro a determinare il senso di un’esistenza e lì convergono anche i nostri desideri più riposti. Abbiamo tutti, in questo segmento storico-politico (si perdoni il cliché idiomatico), più bisogno di essere ‘dipendenti’ che indipendenti da qualcuno, di riuscire a stare con qualcuno che riuscire a staccarci, a liberarci da qualcuno. Normal People indaga questa fatica, anche se una lettura può superficiale potrebbe indicarci la strada del with or without you: non è così, perché Connell e Marianne fanno solo fatica a stare insieme e no a non stare insieme.

Certe dinamiche incendiarie di amori faticosi perché fondati principalmente sull’attrazione erotica che non trova collocazione nelle angustie della quotidianità sono anacronismi da romanzo storico. Il romanzo contemporaneo, di cui la Rooney è senz’altro l’it girl, segue una traccia diversa e molto sottile, ancora quasi inafferrabile criticamente, quella di esplorare la formidabile e inquietante asincronia tra un bisogno sempre più verticale di relazione con l’altro e la nostra inspiegabile inabilità a relazionarci, la nostra resistenza a scoprirci dipendenti, a scoprirci invischiati nel desiderio dell’altro, un altro singolare e irripetibile. Quando, nelle ultimissime pagine, Marianne scopre che Connell vorrebbe fare un’esperienza importante che, però, non la include, gli dice qualcosa come: essere impazienti non ha più senso ormai. Per chi tanto a lungo si è cercato, sempre avvicinandosi e schivandosi e, poi, di nuovo da capo in un gioco inconsapevolmente sofisticato di studiati evitamenti, il tempo non ha più molta importanza: importante è solo sapere, finalmente, definitivamente, che amare, come vivere, a volte è anche non cercare più, restare fermi dove l’altro, il ‘significativo’ Altro, tornerà. Arrivare a quella certezza è, però, un’utopia da romanzo, una possibilità che diviene realtà solo nell’isolamento coatto del laboratorio narrativo e della sua finzione senza rimedio.

Il futuro è storia - Masha Gessen

Quando Masha Gessen, russa di nascita e statunitense d’adozione, decise di tornare nel suo Paese natio, non pensava che ci sarebbe rimasta oltre un ventennio.

Ma erano gli anni Novanta: la Russia era «il posto più eccitante dove trovarsi» e il crollo dell’Unione sovietica «la storia più interessante da raccontare» per una giornalista.

Col tempo era «diventata di nuovo nativa» e si era distinta come attivista Lgbt e oppositrice di Vladimir Putin. «E non me ne sono più andata.

Almeno finché nel 2013 non mi hanno costretto», racconta da New York. Oggi firma di punta del New Yorker e scrittrice prolifica, 52 anni, è una delle osservatrici più acute della Russia odierna. Il libro Il futuro è storia, National Book Award per la non-fiction approdato ora in Italia grazie a Sellerio, racconta quel che “non” avvenne dopo quegli eccitanti anni Novanta: «La storia della libertà che non è stata abbracciata e della democrazia che non è stata desiderata». E lo fa intrecciando i destini di sette protagonisti in un appassionante affresco corale nel solco della tradizione del grande romanzo russo.

Signora Gessen, nel Prologo scrive che con questo libro ha voluto indagare le “assenze”.
«Gran parte del mio libro riguarda “buchi” imperscrutabili. Il mio lavoro è stato descrivere “la forma del buco” — e in questo caso i “buchi di libertà” — e parlare delle aspettative che noi avevamo. E con “noi” intendo gli intellettuali moscoviti e i giornalisti stranieri — e io ero entrambe le cose.
Credevamo che la Russia sarebbe diventata una vera democrazia e quasi trent’anni dopo sembra che sia stato generoso, per non dire stupido, pensare che la società si sarebbe convertita naturalmente dal totalitarismo alla democrazia».

Nel libro torna spesso sui tentativi di definire il regime esistente in Russia. Qual è il più convincente secondo lei?
«Il modello che ho trovato più utile è il concetto di “Stato mafioso” elaborato dal sociologo ungherese Bálint Magyar. Esamina le differenze tra “Stato mafioso” e “cleptocrazia” e “capitalismo clientelare” che sono altre definizioni usate per descrivere il regime russo. La differenza sta nel fatto che non puoi entrare a far parte della famiglia volontariamente. Puoi essere adottato dalla famiglia o nato nella famiglia, mentre la definizione “cleptocrazia” presuppone una possibile adesione volontaria al regime. La famiglia, inoltre, è come un clan che circonda i patriarchi.
Sono loro a distribuire ricchezza e potere. Con il mio libro ho integrato il concetto di “Stato mafioso” con quello di società totalitaria perché Magyar descrive il regime, non la società. Io sostengo che, se è vero che il regime attuale è uno “Stato mafioso”, la società russa ha riprodotto una struttura totalitaria».

Due protagoniste del suo libro sono nate nel 1984 e nei capitoli vi sono diversi riferimenti a George Orwell. Trova similarità tra il suo mondo distopico e l’Urss o la Russia moderna?
«È interessante tornare indietro agli anni Quaranta. Tutti gli studiosi che cercavano di descrivere i regimi totalitari — e, di fatto, “la forma del buco”, perché descrivevano qualcosa a cui non avevano accesso — vivevano in Germania o erano fuggiti dalla Germania e nessuno di loro poteva andare nell’Urss. Ciononostante la loro descrizione è incredibilmente accurata. Le somiglianze tra 1984 e l’Urss sono molte. Il libro di Orwell si può usare come modello per descrivere i totalitarismi. L’aspetto più importante è il “bipensiero” che il sociologo Jurij Levada prese in prestito per descrivere il cosiddetto Homo Sovieticus, l’uomo sovietico plasmato dalla Rivoluzione e dal Grande Terrore. Come i personaggi di 1984, l’Homo Sovieticus aveva la capacità di difendere un’idea e contemporaneamente il suo opposto. Levada sosteneva che fosse una specie in via d’estinzione. Ma i recenti sondaggi hanno concluso che si sbagliava. L’Homo Sovieticus si sta riproducendo. E il “bipensiero” si sta rafforzando».

È possibile una Russia senza Putin? Il suo “Stato mafioso” sopravviverà alla sua uscita di scena?
«È necessario immaginare una Russia senza Putin perché, per quel che ne so, è mortale come noi. Presupporrà un cambiamento cardinale perché è un regime personalistico e non c’è un piano di successione. Sarà tutto possibile. Una buona guida su quello che accadrà è il libro Last day of Stalin di Joshua Rubinstein che descrive in quale misura tutto fosse possibile dopo la morte di Stalin. Penso che ci saranno momenti di estrema instabilità e no, non penso che lo “Stato mafioso” sopravviverà in qualche forma riconoscibile. Si trasformerà significativamente, ma in quale direzione non lo so».

La frase russa “budushchevo net”, non c’è futuro, torna spesso nel suo libro come un ritornello. Che significato ha per lei?
«Quattro dei miei protagonisti sono nati negli anni Ottanta. Quando abbiamo iniziato a parlare degli inizi degli anni 2000, hanno iniziato tutti a dire: budushchevo net. Presupponevo che l’impossibilità di pianificare il futuro fosse una caratteristica di chi vive in una società totalitaria ed è stata una sorpresa che siano stati loro a parlarmene spontaneamente».

Lei che futuro vede per i suoi protagonisti?
«Non sono ottimista, ma allo stesso tempo penso che ci sarà un tempo dopo Putin di grandi opportunità.
Magari emergerà qualcuno che guiderà la Russia verso un futuro più vivo. Non penso che sia probabile, sarebbe quasi un miracolo, ma non penso neppure che sia impossibile».

Il sussurro del mondo - Richard Powers

Nel celebre Walden ovvero Vita nei boschi, Henry David Thoreau rintraccia nella natura una funzione fondamentale per l’uomo, quella di tramite per un’indagine del proprio io, una via da percorrere per giungere a una conoscenza di sé, ma non solo, anche del mondo, realmente completa ed esauriente.

Su posizioni simili, ma non completamente sovrapponibili, si situa anche la riflessione di Ralph Waldo Emerson, spesso in posizione ferocemente oppositiva rispetto alle barbarie umane nei confronti della natura, comportamento marchiato a suo dire dalla totale assenza di rispetto: ciò che secondo Emerson l’uomo non capisce è la necessità di un legame tra uomo e natura, un legame fatto di fratellanza e corrispondenza senza il quale non è possibile trovare il proprio posto nel mondo.

Tra le citazioni in esergo al nuovo libro di Richard Powers Il sussurro del mondo (The overstory il titolo originale), fresco vincitore del premio Pulitzer per la narrativa, pubblicato da La nave di Teseo con la traduzione di Licia Vighi, ce n’è pure una di Emerson e la cosa non stupisce perché il romanzo è basato proprio su un confronto, serrato e impietoso, tra l’uomo e la Natura, tra i nostri tempi, misurabili, e quelli naturali che spesso si perdono nel calcolo matematico.

La sovrastoria a cui rimanda il titolo originale è proprio questa, sono gli oltre quattro miliardi di anni che dividono la storia della natura da quella dell’uomo. In un passaggio di questa citazione di Emerson – «La più grande beatitudine offerta dai campi e dai boschi è la suggestione di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione. Non sono solo e sconosciuto. Essi mi mandano segnali e altrettanto faccio io» – sembra stare proprio una delle chiavi di lettura del libro, immediatamente suggerita da Powers, come se fosse un modo per vivere con maggiore chiarezza e attenzione le vicende che si snodano lungo questa corposa storia fatta di relazioni concrete con alberi e foreste con cui in alcuni casi è anche possibile conversare oppure dei quali è possibile ascoltare i dialoghi.

Il libro si compone di quattro sezioni, ognuna intitolata con il nome di una parte di un albero, “Radici”, “Tronco”, “Chioma” e “Semi”: nella prima di queste, la più corposa, Powers presenta i nove personaggi. Ci sono, tra gli altri, Nicolas Hoel, americano che conta tra i suoi antenati norvegesi e irlandesi (davvero molto belle sono le pagine in cui Powers racconta la storia della famiglia, mettendo in relazione il trascorrere delle generazioni con l’evolversi della natura, «Un giorno, i miei bambini scuoteranno i tronchi e mangeranno gratis» a evidenziare un rapporto quasi arcaico con gli alberi), Adam Appich, studioso di psicologia ma che fin da bambino proverà un forte sentimento di vicinanza con le piante, come quando rischierà le sue gambe per liberare le radici di un albero pronto ad essere piantato nel suo giardino dai teli che le circondano per il trasporto, oppure Patricia Westerford, da sempre innamorata della natura («È il 1950, e la piccola Patty Westerford si innamora del suo cerbiatto. Il suo è fatto di ramoscelli, per quanto sia altrettanto vivo»), che finirà per avere un lavoro per cui avrebbe pagato, insegnando botanica all’università, ma scoprendo una realtà, quella accademica, che non è in accordo con la sua, poiché valuta alberi e foreste senza alcun sentimento («C’è qualcosa che non va nell’intero settore, non solo alla Purdue, ma in tutta la nazione. Gli uomini responsabili del patrimonio forestale sognano di produrre chicchi uniformi lisci e puri alla massima velocità. Parlano di rigogliose foreste giovani e di quelle vecchie e decadenti, di misero incremento annuale e di maturità economica»).

Questi sono solo tre dei nove personaggi le cui storie si intrecciano e si scontrano nelle parti successive del libro, e cioè, dopo le radici, il tronco, la chioma e i semi: non è possibile dare qui conto dei numerosi incroci che la sofisticata e per niente stucchevole costruzione narrativa di Powers mette in atto, sia per motivi di spazio che di sorpresa per il lettore, ma certo è possibile individuare il luogo comune che unisce le esperienze di questi uomini e queste donne.

È la scoperta della sovrastoria del titolo e la completa adesione a questo mondo naturale che sembra paradossalmente tanto fragile, soprattutto in confronto all’aggressività dell’uomo, quanto invincibile e duraturo. Il libro è sapientemente costruito su questa interpolazione tra l’Uomo e la Natura e sulla collisione tra questi universi, mettendo in crisi l’antropocentrismo che segna la visione narcisistica dell’uomo su se stesso, e mettendo anche alla berlina i presupposti di un capitalismo che ormai ha completamente preso il sopravvento nella società (forza che, negli Stati Uniti, è forse ancora più visibile per chi ha occhi per guardare).

«All’inizio non c’era nulla. Poi c’era tutto»: queste sono le parole che aprono il libro e se si rileggono una volta che lo si è concluso, si spalancherà un universo di senso che si smarca immediatamente dalla sapienza orientaleggiante prêt-à-porter che sembra suggerire. In queste poche parole infatti Powers, che costruisce certo uno dei suoi libri più convincenti per solidità e capacità di intreccio della narrazione, riassume forse lo scarto tra il mondo naturale e quello umano, tra un mondo che ci precede e che ci sopravviverà e un’esistenza che, al confronto, non ha alcun peso. Natura è cooperazione, è legame sociale, è forse rappresentazione arcaica e mitica di ciò da cui l’uomo si sta pian piano, ma con perseveranza, distanziando «I suoi alberi sono molto più socievoli di quanto Patricia sospettasse. Non ci sono esemplari isolati. E neppure specie separate. Tutto nella foresta è la foresta. La competizione non può essere separata dalle infinite fragranze della cooperazione. Gli alberi non lottano di più delle foglie su un unico albero. A quanto pare, in fondo la maggior parte della natura non sparge sangue come un animale feroce.»

Stati nervosi - William Davies

Siamo piuttosto nervosi, le emozioni e i sentimenti hanno prevalso confusamente, a quanto sembra, sulla ragione, sui fatti e sulla conoscenza puntuale delle cose. Perché è andata così? Perché la turbolenza populista? Perché nostalgia, rabbia, frustrazione, risentimento, paura hanno occupato lo spazio della nostra storia contemporanea da Trump alla Brexit alla congiuntura presente in Europa? Perché il mondo è un ring di pugilato, volano parole grosse e desuete, novecentesche, e vecchi spettri intorbidano ragioni e sentimenti di quella che prometteva di funzionare come una società aperta, cosmopolita, pacifica, inventiva e prospera? Come si fa a trovare uno “stimolo” alla reinvenzione del liberalismo riformatore senza avere alle spalle, come dice l’Economist, due guerre mondiali, fascismo, comunismo e la Grande depressione degli anni Trenta? Visto che questi tempi calamitosi non sono il frutto di una catastrofe storica, di che cosa sono il frutto?

A queste domande cerca di rispondere, in un libro per i tipi Cape in via di pubblicazione, di cui il Guardian ha pubblicato un lungo estratto interessante, William Davies.

E’ un accademico di sinistra e un pubblicista brillante, che insegna alla University of London, scrive sulle testate importanti americane e inglesi, è versatile, ha studiato da sociologo, da storico dei costumi, da critico della società di massa contemporanea, una specie di Christopher Lasch, il canadese che ci aveva informato in anticipo sul narcisismo della nostra epoca e su tante altre cose. A prima vista niente da restare a bocca aperta. Il libro si chiama “Nervous States”, calembour che evoca gli stati come organizzazioni politiche e gli stati d’animo individuali e collettivi attribuendo a entrambi un certo palese nervosismo, una notevole sovreccitazione, visto come vanno le cose. E il motore della nevrosi, detto in modo sommario e banale, sono i real-time media. Vabbè. Ce lo sapevamo, come si dice in vernacolo. E’ come quando Marshall McLuhan, come dice canzonandolo un mio amico, scoprì “l’importanza della radio”.

Ma non è così semplice, e nemmeno così futile e allegro. Non è che i demagoghi contemporanei sono alimentati da una generica libertà di cazzeggio legata alla comunicazione social. Magari. I demagoghi e le demagogie possono passare, dice Davies, ma il fenomeno profondo, l’emersione dei sentimenti e delle emozioni al posto della ragione e dei fatti, il cambiamento di metodo, o meglio il passaggio dal metodo al trend, dal dialogo sulle cose effettivamente evidenti al cicaleccio sincronizzato degli istinti, nel valutare e nel reagire di fronte alla realtà, che perde obiettività e dunque autorità, è destinato a persistere. Non è che abbiamo scoperto nuove tecnologie della comunicazione, dopo la radio e la tv: abbiamo demolito un vecchio modo di pensare la distinzione tra anima o mente e corpo, e tra guerra e pace.

Nel Seicento Cartesio, profeta e mago moderno del metodo, svalutò i sensi e intronizzò la ragione calcolante. Thomas Hobbes costruì la sua teoria dello stato sull’idea che la prima missione della politica, e del contratto di convivenza tra gli uomini, è lo sradicamento della paura, che di per sé genera violenza e tribalismo. Una borghesia affluente delle professioni e degli scambi si costruì come soggetto dell’expertise, gli esperti, cominciò a usare sistematicamente i numeri, le statistiche, le certificazioni d’archivio allora disponibili, e così stabilì una tavola di nuove regole al fine di evitare, attraverso la conoscenza e il rispetto dei confini della realtà, le distorsioni e le esagerazioni legate alla visione istintiva delle cose.

Questo progetto moderno, che ha prodotto grandezza e certezza, ha diffuso la consapevolezza che le sensazioni individuali e istintive non sono equiparabili in termini di conoscenza ai fatti e alla loro analisi, ma ha cominciato a disintegrarsi tanti anni fa per vie filosofiche e storiche note. Ma è da quando si possono raccogliere emozioni e sentimenti per via algoritmica (la famosa sentiment analysis), è da quando le neuroscienze riconoscono al corpo un primato sui pensieri della mente nel determinare la decisione di allarme e l’impulso istintuale, è da quando la guerra non è più un’avventura militare compatta ma uno stato conflittuale delle cose che entra nelle nostre vite come terrorismo asimmetrico, come cyberwarfare, come weaponisation per esempio di Facebook e degli altri social, che divengono armi di combattimento a disposizione di tutti, è da questo tempo che le cose cambiano alla radice.

La persuasione demagogica o commerciale, occulta o di marketing, esiste e non da ora, ma il real-time media e le sue applicazioni di tecnologia mobile hanno ingigantito il loro potenziale e cambiato qualcosa di decisivo nell’organizzazione o se volete nel disordine sociale.

Davies è di sinistra, ha una mentalità da liberal riformatore, è convinto che spiegare quanto hanno ragione gli esperti, che i fatti sono incontrovertibili, che la conoscenza e l’intelligenza sono insostituibili dalle emozioni e dai sentimenti è inutile, dannoso perfino. Il processo è avviato e dinamico, il risultato per l’oggi e per il futuro prevedibile è inevitabile.

D’altra parte, aggiunge, gli impulsi prerazionali non sono fonti di conoscenza ma sono pur sempre dati o “data”, entrano in una catena della percezione e dell’elaborazione dei fatti. Spesso i turbolenti nuovi padroni della scena non sanno di che cosa parlano, ma se i redditi americani sono fermi ai livelli del 1970, come potere d’acquisto, bè, allora bisogna dire che la parola crescita e i dati del pil meritano una confutazione, per così dire, sentimentale. E se il rapporto con il lavoro, malgrado evidenti prove di una disoccupazione in calando costante, è oggetto di controversia e disaffezione a partire da situazioni inedite, problemi di salute fisica e psichica bisognose, e altri elementi di perdita del rispetto di sé, o dignità, bè, non si può suonare la fanfara del progresso assoluto.

Di fronte a chi equivocando, entro certi limiti, scambia le élite liberali alla guida della società aperta per un ceto egoista e menzognero di falsi esperti, di guru della competenza che non c’è più, bisogna stare attenti a non rispondere che i fatti sono fatti e bisogna obbedirgli. “Le democrazie sono in via di trasformazione in funzione del potere dei sentimenti in modi che non possono essere ignorati o rigettati. Separare razionalità da emozione non è più possibile. Questa è oggi la realtà. Non possiamo riorientare la storia né eluderla; questo tempo va vissuto con una capacità di giudizio e di cura inusuali. Invece di denigrare l’influenza dei sentimenti nella politica oggi, dovremmo migliorare la nostra capacità di ascolto delle emozioni e di apprendimento dal loro dipanarsi” (William Davies).

Il pregio del testo di Davies è di situare meglio che nel discorso comune andante le qualità e le ragioni della nevrosi contemporanea e delle turbolenze che ne conseguono. L’Economist nel suo manifesto molto ideologico parla di cose anche molto oggettive che non sono più così interessanti per la percezione di realtà che è consentita all’economia dei trend, ai tempi cortissimi della finanza di oggi, alla svalutazione dei fatti e delle conoscenze in base alle quali sui fatti ci si può accordare. Qui si fa un passo avanti nella decifrazione. Che poi ci si debba rassegnare ad abbandonare un mondo fatto dall’expertise, “una versione della realtà sulla quale ci si può accordare”, per quella promessa del digital computing di “massimizzare la sensibilità a un ambiente in trasformazione”, questo è un altro paio di maniche.

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