Mamma è matta, papà è ubriaco
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Libri Moderni

Sjoberg, Fredrik

Mamma è matta, papà è ubriaco

Abstract: Grazie al caso, manovratore nascosto di destini umani, in un'asta di Stoccolma riemerge dal nulla un quadro dimenticato di quasi un secolo fa, il ritratto di due cugine adolescenti firmato dal danese Anton Dich. «Dimenticato» è forse troppo, visto che il suo autore non è ricordato in alcuna storia dell'arte, ma chi potrebbe incuriosire Fredrik Sjöberg più di un eccentrico ai margini dell'eccentricità bohémienne? Anton, patrigno di una delle due ragazze ritratte, ha lasciato scarse tracce di sé. Si aggira poco più che ombra tra i caffè di Montparnasse negli anni dell'avanguardia del primo Novecento, quando Parigi pullula di artisti di tutta Europa in cerca della loro strada. Pittore di talento, sembra sempre nel posto giusto al momento giusto, eppure lui la strada per il successo non la troverà mai, e morirà solo e alcolizzato a Bordighera nel 1935. Che cosa l'ha spinto alla deriva? Per scoprirlo, Sjöberg incontra le nipoti svedesi di Anton, scava nella famiglia matriarcale della moglie Eva Adler, ricostruisce complessi alberi genealogici e intreccia storie di carriere ben più luminose: Modigliani, Picasso, Derain, Brecht, Cendrars. Indulgendo alle divagazioni autobiografiche, botaniche, perfino filateliche, lascia spesso la strada maestra per produrre nei détours inaspettate esplosioni di senso, cui la sua consueta ironia elegantemente sottrae enfasi. E in fondo a questo viaggio tra Gòteborg, Copenaghen, Parigi, la Costa Azzurra, la riviera ligure, addirittura Leopoli, resterà la sensazione di aver letto non tanto la biografia di un uomo quanto quella di un'epoca, una storia di sogni e nevrosi del XX secolo, ma anche dell'eterna ricerca di qualcosa che somigli all'immortalità.


Titolo e contributi: Mamma è matta, papà è ubriaco : uno studio sul caso / Fredrik Sjöberg ; traduzione di Andrea Berardini

Pubblicazione: Milano : Iperborea, 2020

Descrizione fisica: 206 p. : ill. ; 20 cm

Serie: Iperborea

EAN: 9788870916188

Data:2020

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.)

Paese: Italia

Serie: Iperborea

Nomi: (Traduttore) (Autore)

Soggetti:

Classi: 759.89 PITTURA. DANIMARCA E FINLANDIA (14)

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2020
  • Target: adulti, generale
Testi (105)
  • Genere: saggi

Sono presenti 1 copie, di cui 1 in prestito.

Biblioteca Collocazione Inventario Stato Prestabilità Rientra
Pontedera, Giovanni Gronchi 759.8 DIC mam 0010-79015 In prestito 26/03/2020
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Due pittori nordici d’inizio Novecento: uno godrà di una grande fortuna postuma, l’altro è destinato all’oblio. Hanno sposato la stessa donna (non contemporaneamente), sono entrati fra un nugolo di parenti e amici in una labirintica e ricchissima famiglia di imprenditori svedesi, hanno girato il mondo, lasciato tracce ora evidenti ora segrete un po’ dovunque, si sono scolati quantità cospicue di alcool, sono morti giovani.

Qual è il senso della loro storia, breve seppure intensa, e delle molte persone che l’hanno incrociata, complicata, arricchita con le proprie vicende? Fredrik Sjöberg, lo scrittore entomologo (ma anche collezionista e tante altre cose) che si è rivelato anni fa con L’arte di collezionare mosche, un libro per molti versi stupefacente, ripropone con Mamma è matta, papà è ubriaco (Iperborea, traduzione di Andrea Berardini), gelidamente sottotitolato Uno studio sul caso, la sua ispirazione di strenuo cacciatore e collezionista: non più di insetti, ma come nei libri successivi all’esordio, di storie di vita vissuta.

Sono in tutto romanzi, i suoi, e non certo reportage, anche se la ricerca storica e documentaria è impeccabile, rappresenta nello stesso tempo lo strumento e il tema del libro, è una vera sfida, ossessiva, quasi maniacale al dettaglio biografico con il quale confrontarsi, al quale dare parole. Il romanzesco è dalla parte del cercatore, in una sorta di arco voltaico che si accende tra l’autofiction e l’indagine, quasi una detection da libro giallo.

Che cosa abbiano poi da rivelare le vite che laboriosamente Sjöberg, restituisce alla memoria sottraendole al tempo è il cuore stesso dei suoi libri, la domanda che l’autore rivolge innanzi tutto a se stesso.

La risposta, provvisoria, aperta, e va da sé ambigua, è nella sua stessa biografia interna al romanzo, reale o immaginaria questo non importa. Il viaggio sulle tracce di qualcuno che è vissuto nel passato, sui luoghi che sono stati suoi e tra le persone che ne hanno serbato eventualmente memoria, si sdoppia infatti, sempre, in quello dello scrittore, della sua sensibilità: con connotazioni e atteggiamenti in qualche modo post-proustiani.

La memoria altrui viene assorbita nella propria, nell’ambito di una tradizione novecentesca che considera romanzo e saggio come forme interconnesse, da Sebald a Carrère, a Cercas, ma si potrebbero anche citare in ambito italiano quantomeno Andrea Tarabbia, fresco vincitore del Campiello: e per quanto riguarda le strategie letterarie di Sjöberg, in particolare, quel Pappagallo di Flaubert con cui Julian Barnes indicò senz’altro – era il 1984 – una via assai promettente nella narrativa che allora si definiva postmoderna.

Siamo in tutta evidenza di fronte a un’ossessione: nel caso specifico quella del collezionista, che mette in campo la collezione in quanto organismo inesauribile, più che non i singoli oggetti – le singole storie -: senza di essa sarebbero mute, grazie a essa ci parlano.

Ed è quel che accade in Mamma è matta, papà ubriaco, frase pronunciata in treno, e in svedese, ma forse un passeggero ha compreso – da Lillan, la figlia di Eva Adler e del pittore danese Anton Dich, nel loro viaggio di belli e dannati verso il nulla.

Tutta la narrazione si sviluppa da un dipinto eseguito nel 1921 da quest’ultimo, faticosamente ritrovato a un’asta dall’autore stesso, che ritrae due ragazze, Hanna e Lillan appunto, due cugine “piene di soldi” e “con l’aria depressa”, sulle alture di Mentone, da cui inizia la vicenda.

Seguendo e incalzando la loro biografia semicancellata tra scansioni temporali abilmente alternate fra passato e presente – a una buona dose di umorismo – , ci racconta una pezzo di storia d’Europa, volendo una saga sognante e non poco disperata, che coinvolge un noto attore ebreo divorato dalla tragedia dell’Olocausto se pure in circostanze misteriose e forse leggendarie, la vitalità quasi inesauribile della parte femminile – quell’essere appunto un po’ matte – gli incroci fra pittori a Parigi e in costa Azzurra, con la presenza niente affatto secondaria di Amedeo Modigliani e di un ritratto a lui dedicato di cui nessuno aveva notizia, o di Blaise Cendrars, il poeta di cui in epigrafe viene trascritto un’osservazione assai significativa: “In realtà gli artisti vivono discosto, ai margini della vita e dell’umanità, e per questo sono o molto grandi o molto piccoli”.

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