Gli incendiari
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Libri Moderni

Kwon, R. O.

Gli incendiari

Abstract: Così si dice: da giovane attivista John Leal aveva aiutato i dissidenti coreani a raggiungere clandestinamente Seul dalla Corea del Nord, fino al giorno in cui era stato rapito, gettato in un gulag e torturato. Scampato alla morte, ma non al ricordo degli orrori, era ritornato in America, aveva avuto una rivelazione e si era messo al servizio dell'umanità fondando il gruppo Jejah. Questa storia, o una versione sempre un po' diversa di essa, racconta John Leal ai «discepoli» riuniti al suo cospetto. Ma Will non ci casca. La retorica della fede, i «giochi di magia», l'«abracadabra», come li definisce, gli sono ben noti, e per questo ne diffida. Lui stesso li ha praticati nella sua vita precedente, quando viveva in California e aveva abbracciato la religione e il proselitismo per tentare di salvare una madre sofferente. Un giorno poi si era inginocchiato in preghiera come d'abitudine, ma non aveva sentito niente. La voce di Dio era sparita. Aveva abbandonato la Scuola biblica, cambiato costa e vita e si era iscritto al prestigioso Edwards College. È all'Edwards che Will incontra Phoebe. La sua disinvoltura, la popolarità a scuola e con i ragazzi di quella bruna sottile dai tratti coreani accendono immediatamente il suo desiderio, così poco allenato, ma nascondono anche ferite profonde e mai rimarginate: il fantasma di un pianoforte a cui Phoebe ha rinunciato quando ha capito di non poter essere la più brava, e il fantasma di una madre amorevole e protettiva, morta forse anche per sua colpa. Will e Phoebe si amano come fanno i naufraghi con la terra avvistata, bramosi e incerti, ma le acque che li circondano sono molto insidiose. John Leal subodora il vuoto quando lo incontra, e promette di saperlo riempire. Come in ogni forma d'amore, la battaglia che viene ingaggiata ha per posta l'anima. Quando in tv vede scorrere le immagini di un attentato ai danni della clinica Phipps, dove si praticano aborti, Will deve chiedersi chi infine si sia aggiudicato quella di Phoebe, e la propria.


Titolo e contributi: Gli incendiari / R. O. Kwon ; traduzione di Giulia Boringhieri

Pubblicazione: Torino : Einaudi, 2020

Descrizione fisica: 197 p. ; 22 cm

EAN: 9788806243265

Data:2020

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.)

Paese: Italia

Nomi: (Traduttore) (Autore)

Soggetti:

Classi: 813.6 Genere: Drammatico

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2020
  • Target: adulti, generale
Testi (105)
  • Genere: fiction

Sono presenti 1 copie, di cui 1 in prestito.

Biblioteca Collocazione Inventario Stato Prestabilità Rientra
Pontedera, Giovanni Gronchi 813 KWO inc 0010-79020 In prestito 24/03/2020
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“Ho chiesto: cosa posso fare. Starò bene, ha risposto. Ed è andata a letto. Non è che non credessi a Phoebe, ma pensavo che se avesse voluto stare da sola avrei dovuto farmi gli affari miei. Lei e Liesl non sono mai stati così vicini. Durante l’ultimo incontro alla Jejah, ho alzato lo sguardo e ho visto Phoebe parlare piano con John Leal, piangendo. Si è portata una mano sulla bocca, quasi coprendola completamente. Lui le teneva il mento, e l’ha tirato a sé fino a costringerla a guardarlo negli occhi”.

L’amore, il fondamentalismo e l’ideologia hanno la stessa radice.

E’ questo quello che resta del primo romanzo di R.O. Kwon, trentacinquenne nata in Corea del Sud e cresciuta negli Stati Uniti, che ha pubblicato in America qualche mese fa “The Incendiaries”, in uscita in questi giorni in Europa per la casa editrice inglese Virago.

A parlare in quell’estratto del capitolo 22 è Will Kendall – ogni capitolo ha diversi punti di vista, per ognuno dei personaggi – il cui fuoco si accende per Phoebe, incontrata nel college che frequentano entrambi. Il fuoco, appunto, è la chiave di tutto, come ha spiegato la stessa Kwon a Elle: “E’ una parola ricca di interpretazioni. Gli Incendiaries sono ovviamente esplosivi, hanno a che fare con il fuoco.

Ma quello che mi piace è che, per me, un incendiario può anche essere coinvolto nell’incitare gli altri all’azione. E’ una parola che ha a che fare con la passione. I cristiani spesso dicono di essere on fire per Dio”.

Will guarda Phoebe allontanarsi sempre di più, e avvicinarsi a John Leal, capo di una setta religiosa del college, la Jejah. John Leal è cresciuto al confine con la Cina, aiutando i nordcoreani a fuggire dalla Corea del Nord. Poi, però, un giorno viene stato arrestato dalle autorità di Pyongyang, e si fa alcuni mesi in un campo di prigionia, torturato e costretto ad assistere a violenze inimmaginabili.

Nella parte della sua vita che somiglia a un incubo, all’interno del gulag, una donna incinta – una mezza straniera, “da evitare come l’inquinamento”, secondo l’ideologia nordcoreana – viene lasciata morire insieme con il bambino che porta in grembo, nonostante il tentativo di John di aiutarli.

Anni dopo, tornato in America, John crea un gruppo di preghiera nel college e si prende cura di Phoebe, che voleva diventare una pianista come avrebbe voluto sua madre, ma dopo la sua morte non riesce a uscire da quel lutto.

Il romanzo inizia con un’esplosione in un centro dove si effettuano aborti: un attentato. Phoebe sparisce e Will, in fire per lei, cerca risposte ovunque, e cerca di capire se quel gruppo di preghiera, nel frattempo, si sia davvero trasformato in un gruppo fondamentalista, capace di gesti violenti.

Ognuno in questo romanzo ha il proprio lutto da elaborare. Mentre controlla tutti i libri di Phoebe, tutti sottolineati fino a un certo punto, Will ricorda quando – dopo la morte della madre – le domanda perché ha smesso di leggere, e lei risponde: perché ho perso interesse. “Penso che dovresti andare a parlare con qualcuno, ho detto. Ma parlo fin troppo, ha detto lei, abbozzando un sorriso. Forse, beh, un terapista”.

“Sono un’immigrata, dice Phoebe. Gli immigrati non credono ai terapisti. I coreani che conosco ti giudicherebbero perché penserebbero che la tua volontà ha fallito, il tipo di cosa che succede con le altre etnie: è come essere pigri, o pessimi figli. Penso che un terapista potrebbe aiutarti, ho detto. Se devo essere onesta, ha detto lei, non capisco il problema. Per me è così. Capisco che le persone possono trovarlo utile, ma ok, poniamo che io desideri che mia madre non sia morta.

Non c’è bisogno di analizzarlo, no?”. Le sette religiose, che sono una piaga sociale in Asia orientale, lavorano riempendo i vuoti di ognuno di noi. Sono gli stessi vuoti che, spesso, riempie l’amore.

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