I testamenti
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Libri Moderni

Atwood, Margaret

I testamenti

Abstract: Margaret Atwood ci riporta lì dove ci aveva lasciato con “Il racconto dell’ancella”, conducendoci indietro nel tempo e nella storia stessa. In “I testamenti” ritroviamo Difred costretta ad un futuro di prigionia, ma la scrittrice Atwood ha in riserbo per questo straordinario personaggio nuove evoluzioni che potrebbero condurla lontano, forse finalmente libera di essere ciò che vuole. A Gilead tre donne decidono di lasciare scritto cosa è stato della loro esistenza, ovvero una vita dietro le sbarre create da qualcun altro per loro, sbarre reali o immaginarie di costrizioni. Il corpo non permette loro di essere ciò che vogliono, ma anche la società stessa, che a quel corpo è indissolubilmente legato e lo reclama suo prigioniero, non le lascia libere. Margaret Atwood ha raccolto tutte le domande che in questi anni le hanno fatto i lettori dopo la storia sconvolgente contenuta in “Il racconto dell’ancella” e decide di rispondere qui, con i testamenti di tre donne. In questo nuovo libro, sempre ambientato a Gilead, il nostro presente traspare con chiarezza, rendendo “I testamenti” un romanzo assolutamente attuale e permeabile alla realtà.


Titolo e contributi: I testamenti : romanzo / Margaret Atwood ; traduzione di Guido Calza

Pubblicazione: Milano : Ponte alle Grazie, 2019

Descrizione fisica: 502 p. ; 21 cm.

Serie: Scrittori ; 91

ISBN: 9788833312415

Data:2019

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.), Inglese (lingua dell'opera originale)

Paese: Italia

Serie: Scrittori ; 91

Nomi: (Autore) (Traduttore)

Soggetti:

Classi: 813.54

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2019

Sono presenti 8 copie, di cui 7 in prestito.

Biblioteca Collocazione Inventario Stato Prestabilità Rientra
Pontedera, Giovanni Gronchi 813 ATW tes 0010-77723 In prestito 04/11/2019
Vicopisano 813 ATW 5 0030-26429 In prestito 28/10/2019
Pontedera, Ospedale Lotti 800 ATW 1 0310 -5858 In prestito 07/11/2019
Cascina 813.5 ATW 0020-29014 In prestito 14/11/2019
Cascina, BiblioCoop COOP 810 ATW 0025-2001 In prestito
Chianni 813.54 ATW TES 0 In ordine Non disponibile
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Per via di un peculiare cortocircuito culturale, ma che dice molto sulla circolazione dei contenuti di questa nostra epoca, la scrittrice Margaret Atwood, che in particolare in Italia sembrava quasi del tutto dimenticata tanto che molti suoi libri erano andati fuori catalogo, ha conosciuto negli ultimi anni un rinnovato successo, ritrovando anche la centralità che la sua penna e i suoi temi meritano. Tutto ciò, si potrebbe dire, grazie alla serie tv The Handmaid’s Tale: la produzione Hulu, da noi distribuita su TIM Vision, ha ricevuto diversi Emmy e ha fatto riscoprire ai lettori di tutto il mondo il suo romanzo Il racconto dell’ancella. L’eco di quest’opera, nata nel 1985 come distopica eppure rivelatasi profetica in modo inquietante, ha fatto sì che Atwood si convincesse a scrivere a distanza di 33 anni un seguito, I testamenti, uscito il 10 settembre in tutto il mondo e pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie (traduzione di Guido Calza).

Per chi non lo sapesse, nel primo libro Atwood immaginava che un regime teocratico totalitario chiamato Gilead rovesciasse il legittimo governo degli Stati Uniti, imponendo una società fondamentalista in cui le donne, soprattutto quelle fertili, erano private di ogni diritto civile, finendo per diventare le ubbidienti Mogli dei Comandanti del regime, le custodi dell’ortodossia morale comune (le Zie) o ancora dei corpi da usare a piacimento per garantire le riproduzione degli alti ranghi (le Ancelle), data la crisi di natalità che aveva colpito il paese. L’autrice faceva raccontare la sua storia a Offred, una di queste ancelle che grazie alla sua forza d’animo riesce probabilmente, nel finale aperto del libro, a trovare rifugio nel Canada libero (è anche al centro della serie tv, dove le dà il volto Elisabeth Moss).

I testamenti è ambientato 15 anni dopo queste vicende e torna a raccontare di Gilead coinvolgendo voci vecchie e nuove. Solamente questo era dato sapere fino all’uscita del nuovo romanzo, la cui trama è stata tenuta sotto il più stretto riserbo, alimentando in questo modo una curiosità già altissima (e fuori dalle librerie nelle ore precedenti l’uscita si sono formate code notevoli, a conferma del fenomeno). Atwood è stata anche ospite del Festivaletteratura di Mantova appena conclusosi e, pur attenta a non rivelare dettagli preziosi, ha ribadito il tema centrale della sua nuova fatica, come sempre il potere: “Nel mio libro ho riportato soltanto quello che credevo queste persone pensassero di chi ha il potere, e di solito ad averlo sono suprematisti bianchi o integralisti religiosi che usano la religione come facciata per poi fare altro“, il che risulta ovviamente in un monito: “L’unico messaggio possibile verso queste persone è: non li votate, non lasciate che salgano al potere“.

L’autrice torna appunto a Gilead e lo fa con un espediente particolare (se proprio non volete sapere nulla della trama, passate al paragrafo successivo): se prima il punto di vista era quello di Offred, ora si spezza in tre voci distinte che in vari momenti della storia ci consegnano altrettante testimonianze sulla crisi sotterranea ma irreversibile che sembra percorrere il regime. Una di queste è quella di zia Lydia, l’irreprensibile e crudele Zia che abbiamo ben conosciuto nel primo libro e nella serie, che svela qui un volto umano e inedito, seppur sempre spietato e determinato; poi ci sono Agnes, una bimba cresciuta nel pieno dei rituali malati di Gilead, e infine Daisy, che vive in Canada e osserva da lontano quella realtà malata ma sarà costretta all’improvviso a entrarne nel cuore. I destini delle tre, su cui aleggia il mito della bimba scomparsa Baby Nicole, s’intrecceranno in uno schema intrigante che tenterà appunto di mettere a repentaglio l’ordine precostituito delle cose. (Fine spoiler).

Atwood ci rigetta dunque nelle atmosfere cupe e stranamente familiari di Gilead, una società che nonostante gli scricchiolii continua a esercitare il suo potere oppressivo sulle donne: “Eravamo fiori preziosi da custodire nelle serre, perché qualcuno avrebbe potuto tenderci un agguato, strappare i petali e rubare il tesoro, ci avrebbe squarciate e calpestate, uno di quegli uomini famelici che potevano appostarsi a ogni angolo” è la giustificazione inculcata a una delle protagoniste da una macchina della propaganda senza vergogna, che in realtà teme solo le pericolosità delle fanciulle che alleva: “Una donna ribelle era ancora peggio di un uomo ribelle, perché i ribelli diventavano traditori, mentre le ribelli diventavano adultere“. Proprio su questo nodo l’autrice costruisce un libro che, pur muovendosi su aspettative prevedibili, ci dà ulteriore conto dell’importanza della storia che ha congegnato.

Sia Il racconto dell’ancella sia questo I testamenti, infatti, non sono solo narrazioni fantasiose su una delle tante facce apocalittiche che il nostro mondo potrebbe assumere. D’altronde la stessa Atwood scrive che “uno degli assiomi del romanzo” in questi due casi per lei è “non ammettere eventi che non avessero un precedente nella storia dell’umanità“: la prevaricazione sistematica della donna, il timore della sua imprevedibilità, la costruzione di sistemi politici ma anche di senso che ne sminuiscano costantemente la figura e le potenzialità non sono altro che un humus universalmente diffuso che la scrittrice, negli anni Ottanta così come oggi (quasi il mondo si fosse cristallizzato), non ha fatto altro che sublimare.

Leggere questo romanzo oggi ci dà dunque l’idea che poco sia cambiato e che quei pericoli esasperati tre decenni fa siano ancora lì, anzi più concreti che mai. In questo secondo capitolo Atwood è ancora più fulminante nel mostrarci come Gilead sia uno specchio deformato eppure vicinissimo alla nostra realtà, basta solo pensare all’elenco delle motivazioni che hanno portato alla sua fondazione: “Il fiasco dell’economia, la disoccupazione, il tasso di natalità in declino. La gente era spaventata. Poi iniziò ad arrabbiarsi. L’assenza di soluzioni praticabili. La ricerca di un capo espiatorio“. Parole che risuonano di angoscia e familiarità, tanto più che la vicenda non è solamente femminile (come molti potrebbero troppo facilmente etichettarla). Fra le righe scorrono, seppur in modo indiretto e traslato, le tragedie dei vari ultimi del mondo, fra cui quelli dei migranti: “Non avevo considerato cosa significasse lasciare un luogo conosciuto, perdere tutto e viaggiare verso l’ignoto. Doveva essere come sprofondare nel buio, tranne forse per il barlume di speranza che ti aveva permesso di correre il rischio“, riflette un altro personaggio che vive un’esperienza simile.

Ne I testamenti Atwood dunque compie un’operazione essenziale per la digestione dei moti più subdoli della nostra società. Lo fa con una lingua sempre limpidissima e cambi di registro spesso impercettibili e impregnati a volte di un’amara e tagliente ironia (il linguaggio è forse l’arma più micidiale qui, tanto che il divieto dell’alfabetizzazione è il vero cardine dell’oppressione). È vero che il tutto pare incastonato in un meccanismo narrativo dagli ingranaggi fin troppo evidenti (a far chiarezza sulle voci narranti ogni capitolo è accompagnato da un’icona diversa, ad esempio) e ci si chiede anche quanto questa opera letteraria possa essa letta a prescindere dalla sua controparte seriale (e alla prospettiva di un sequel), ma in ogni caso la sua lezione è potentissima.

I sistemi oppressivi che tentano di ridurre le donne al loro corpo sminuito, incatenato e mortificato (“il corpo di una donna adulta era una grossa trappola esplosiva“) non saranno mai completamente al sicuro, perché di quelle stesse donne sottovalutano intelletto, determinazione e ardore. Ridotte all’ombra queste figure femminili tessono assieme i propri destini e lavorano in modo surrettizio per scardinare un regime puritano e autoritario. Anche questa è una delle fulminanti profezie di Margaret Atwood che si spera incontrino presto la realtà.

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