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Follia maggiore
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Robecchi, Alessandro <1960->

Follia maggiore

Palermo : Sellerio, 2018

Abstract: «E ho pensato che avevo sbagliato vita, che così non andava bene, e che intanto mi ero perso delle cose, e moltissime altre, forse più importanti... cose... persone... a cui ho pensato sempre... ». Umberto Serrani è un elegante, anziano, ricco signore cullato dai suoi rimpianti. Riservato, distaccato, finalmente padrone del suo tempo dopo una vita passata a «mettere al sicuro» le fortune altrui, specie se sospette e ingombranti, un lavoro che gli ha permesso di tessere legami invisibili che arrivano dappertutto. Quando apprende della morte di Giulia - un amore di venticinque anni prima, intenso, totale, un rimpianto mai sopito - decide di capire, agire, pagare vecchi debiti. Vuole sapere di quella morte assurda che sembra uno scippo finito male, chi è stato, perché. E vuole sapere tutto di quella donna per tanti anni amata nel silenzio e nella lontananza, della sua vita solitaria e ordinata, delle sue speranze e delle sue difficoltà, della figlia Sonia, promettente soprano. Assolda per questo una coppia di strani investigatori, Carlo Monterossi e Oscar Falcone: il primo è un mago della televisione, che però odia; il secondo sa nuotare in tutti gli ambienti e ha uno speciale sesto senso per le cause giuste. Intanto, sull’omicidio lavorano anche Ghezzi e Carella, sovrintendenti di polizia, «due cani da polpaccio», che vogliono chiudere il caso, fare giustizia, capire

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Davide Ricci
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Attesissimo non solo dai milanesi, il nuovo romanzo di Alessandro Robecchi, “Follia maggiore”, non delude, anzi stupisce per l’inserimento inatteso della musica lirica, un vanto della Scala, si sa, ma non solo!

Quindi ecco che al solito Bob Dylan, premio Nobel, adorato da Carlo Monterossi, ancora protagonista della storia, si aggiunge inaspettatamente una giovane soprano, che aspira ad una carriera luminosa. Tutto parte in realtà dalla morte di Giulia Zerbi, bella donna non ancora sessantenne, traduttrice di classici francesi, elegante e sobria, irreprensibile nei comportamenti, che vive in una zona appartata di eleganti villini con l’unica figlia, Sonia, promettente cantante lirica in attesa di vera affermazione. La donna viene barbaramente uccisa sotto casa, dopo un alterco con due sconosciuti, ripresi dalle telecamere, che sono poi fuggiti con una potente Audi a cui è stato dato fuoco in periferia. La polizia, il solito Ghezzi con il collega Carella, sono incaricati delle indagini, che appaiono subito difficili: niente testimoni, assenza di tracce e di moventi. Si sa solo che la donna aveva problemi economici molto pressanti e che era finita nelle mani di feroci strozzini.

Ma c’è qualcosa di più, su cui indaga anche Oscar Falcone, lo scombinato detective amico di Monterossi: è stato ingaggiato da uno strano individuo, un quasi ottantenne faccendiere, esperto di movimentazione di capitali, capace di nascondere nelle famose scatole cinesi patrimoni scomodi da dichiarare, ricco e molto agganciato agli ambienti della finanza non solo cittadina. Umberto Serrani aveva avuto una intima e molto coinvolgente relazione affettiva con la allora giovane Giulia, un rapporto segreto a tutti quanto intimo e profondo, che, a distanza di venticinque anni, risveglia nell’uomo rimpianti, nostalgia, e non pochi sensi di colpa che lo spingono ad aiutare Sonia, la figlia della donna amata, nel raggiungimento dei suoi obiettivi artistici.

La storia si dipana poi in mille rivoli, ma la cosa più piacevole di “Follia maggiore” è il contrasto tra il violento mondo dell’usura, il coinvolgimento di insospettabili, con questa società magica che vive di musica, di concorsi di canto, di competizioni agguerrite, di primedonne e superbi direttori d’orchestra.
La Milano ricchissima che osserviamo nella suite dell’Hotel Diana dove viene alloggiata la stupefatta Sonia, corredata da un prezioso pianoforte, da cibi raffinati, da lezioni giornaliere che costano patrimoni, da abiti di scena forniti da ambiti ateliers, si contrappone a quella meno brillante e più oscura: bar miserabili, periferie degradate, storie sordide. È la voce del poliziotto Ghezzi, onesto e intuitivo, paga modesta, abiti fradici per la pioggia continua, poche soddisfazioni, che Alessandro Robecchi ci fa ascoltare:

“Dopo giorni in cui ha tentato di mettersi nei panni del cattivo, di chiedersi cosa farebbe al suo posto, quando lo prende vede tutta la disarmante pochezza della faccenda, nemmeno la banalità, ma la sciatteria del male”.

L’occhio attento di Alessandro Robecchi ci racconta una città complessa, ricca di contraddizioni stridenti, di povertà nascoste, di un lusso spesso fasullo, di quartieri che nascondono dietro le tendine alle finestre abissi di miseria, o lussi estremi, corruzione e vizio. Per restare in sella si è costretti ai prestiti ma le banche non danno soldi a chi è in seria difficoltà, ecco allora il proliferare di usurai, piccoli e grandi, nel cui giro perverso finiscono i poveracci, gli onesti, i soli.

“Una carta velina di salmone, due foglie d’insalata che fanno da guarnizione, una fettina di pane sottile come un’ostia e un bicchiere di vino bianco. La colazione dei campioni. Trentadue euro. Poi ditemi che non è la capitale morale”.

In questo squallore morale la decisione di Umberto Serrani di regalare un sogno alla giovane Sonia appare un inspiegabile miraggio: il recital ad un matrimonio miliardario che precede il concorso canoro di Basilea ne è la prova ed è una delle pagine più piacevoli di “Follia maggiore”. Sonia canta l’assolo della Regina della notte dal Flauto magico di Mozart, un’aria dalla Carmen e, inatteso, accetta di cantare il bis: sarà un’aria da Il turco in Italia, la dichiarazione di Donna Fiorilla:

“Non si dà follia maggiore… dell’amore un solo oggetto…”

il licenzioso Rossini viene così esibito e cantato con disinvoltura davanti al pubblico più facoltoso, suscitando entusiasmo, anche per l’ignoranza dei presenti che non percepiscono l’ironia che sottende la scelta canora, certo inadatta ad un matrimonio ultratradizionale.

Finale a sorpresa, del tutto inatteso, per attestare ancora una volta la bravura di Alessandro Robecchi, abilissimo ad alternare registri linguistici, ambienti, situazioni, location, personaggi provenienti dai ceti più diversi, per raccontare la Milano di oggi con ironia e cultura, senso critico e competenza, rimpianto e solitudine.

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