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Croniche epafaniche
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Guccini, Francesco

Croniche epafaniche

Milano : Feltrinelli, 1989

Abstract: "La ballata più lunga e appassionata di Francesco Guccini." Così nel 1989 Stefano Benni salutava l'uscita di queste "Cròniche epafániche": una vera e propria rivelazione, l'atto di nascita di un talentuoso scrittore fino allora conosciuto solo come insuperabile cantautore. Romanzo se non proprio autobiografico, certo di forte ispirazione autobiografica, le Cròniche riescono a restituire, nel fluire degli aneddoti e delle storie, nella lingua intessuta di termini dialettali e di colore, tutto il sapore di una mitologia di luoghi e affetti personale e familiare, senza retorica ma con toni che sanno alternare la commozione all'ironia, la rievocazione di episodi storici e la fantasia. Il racconto di un'infanzia e una giovinezza maturate in un paesaggio di mezza montagna tra Emilia e Toscana, dagli anni Quaranta in poi, veste così gli abiti dell'epica e della poesia, della cronaca picaresca e del puro divertimento, in quelle che un grande conterraneo di Guccini come Roberto Roversi ha definito "pagine da leggere, da vedere, da immaginare, da ascoltare".

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Davide Ricci
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Guccini dedica "croniche epafàniche" (Feltrinelli, 179 pp.) alla figlia Teresa, perché possa imparare, ed è il racconto del periodo dell’infanzia e della fanciullezza di Francesco trascorso dai nonni a Pavana, sull’appennino tosco-emiliano.

Nell’anno di pubblicazione, il romanzo, in dialetto pavanese congiunto alla lingua italiana, è stato molto apprezzato dalla critica celebrando così l’amabile cantastorie, che noi tutti ben conosciamo, anche come un meritevole scrittore.

Con l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il padre di Francesco viene chiamato alle armi e Francesco, insieme alla madre, da Modena si trasferisce presso i nonni paterni a Pavana. Quegli anni sono descritti magistralmente in questo romanzo. Ma come è Pavana nel ricordo di un bambino? E’ un piccolo paese dove oltre la fine della strada il mondo finisce.

“E’ certo la Geografia disciplina tra le più fantastiche che esistano, che ha del letterario e del fabulistico, più che della vera scienza. Anche per rimanere solo nell’italico ( e, siamo italiani, questo, più o meno si sa, e viviamo in uno spazio chiamato Italia, che si estende in qualche modo non chiaro al di là di Pavana), prendi, ad esempio, le Province di Lombardia. Già da sola la Lombardia sarebbe una cosa da verificare, tutta; è verde, L’Emilia lì di sotto è rosa e la Toscana è marron. E’ questa la loro essenza, il colore delle loro anima? Forse sì, ma politica, perché la Lombardia Fisica è verde marron e azzurrina come tutte le altre. Che siano questi poi i colori “ veri”dell’Italia? Comunque esistono tutte, l’ha detto la Maestra e non c’è ragione seria di dubitarne.“

Ma c’è di più a Pavana: c’è il fiume, il torrente Limentra, che per i bambini è il mare. Cosicché ci si va a tuffare, nei due modi che si conoscono, a seggiolina e a testa in giù. Si impara a nuotare e a pescare; oltre il nuotare a morto c’è il sistema cagnolina, si muovono le braccia e si battono forte i piedi per fare più spruzzi; si pesca in tanti modi, più facile prendere i pesci con le mani. Una raccolta di memorie non solo proprie ma anche collettive; sono gli anni in cui le tragedie della guerra sfioreranno il piccolo Francesco e Pavana vedrà l’arrivo sia dei nazisti che degli americani.

“Si incominciò a ballare quando arrivarono gli americani. Negli altri anni non ce n’era modo, e neanche omini, che erano tutti in guerra prima, poi in prigionia da qualche parte, e quando arrivarono i tedeschi una gran voglia di ballare proprio non ce l’aveva nessuno. Al Mulino c’era un negro che veniva sempre a mangiare un piatto di minestra e un giorno disse- Voi non lo sapete, ma sono un cantante famoso, giù a casa. Per ringraziarvi vengo una sera a veglia, prendo la chitarra e vi fo sentire cosa canto e come canto.- Arrivò questo una sera e si mise con la chitarra a cantare. Sarà anche stato bravo, ma cantava de la roba, con de le svernie!“

Nel libro sono narrati tanti ricordi e aneddoti, alcuni dolcissimi, come quello di scoprire, con l’aiuto di un concittadino, che la vecchia Zia Teresa, un po’ bruttina, in gioventù aveva avuto addirittura uno spasimante. Guccini ricompone attraverso i ricordi l’ambiente familiare e l’ambiente del paese. Descrive la bottega di Zia Pina, al centro di Pavana: si scendono tre scalini e mille odori inebriano; il baccalà secco, le sarde, il tonno roseo, il pane ancora caldo, alcuni tipi di pasta, le farfalline per il brodo e le conchiglie (perché la pasta la si fa in casa), le marmellate di ciliegie ma quella d’arancia è la più buona. Descrive la casa dei nonni, il Mulino, l’ampia cucina dal basso e le stanze al piano di sopra, stanze da letto chiuse e riservate dove nessuno ci deve metter naso, il comò con i cassetti per la biancheria ricamata, e sopra lo specchio che però deve specchiare il giusto, perché attorno ci sono infilate le foto dei parenti e i santini dei morti. E fra le scoperte, quella più importante, vi è la libreria, il posto più magico che ci sia in tutta la casa, in un vano lungo il corridoio. Il fiume, la terra, il mulino, le provviste di cibo, gli oggetti della quotidianità, tutto il mondo di una civiltà contadina che è il luogo di appartenenza di Guccini e che diviene il suo racconto appassionato in Cròniche Epafàniche. Un luogo molto amato, sentito profondamente e descritto anche nell’album Radici del 1972. Chi conosce le sue canzoni ritrova luoghi e personaggi, come la storia dello zio Amerigo e della sua emigrazione (Pavana è stato un paese di emigranti), o la bellissima frase che tutto riassume ”stoviglie color nostalgia”.

Le storie narrate nel libro sono storie di una cultura semplice e povera che appartiene a tutti noi, vi è un comune sentire, e le situazioni e le atmosfere descritte, per quanto nostalgiche e malinconiche, ci consegnano un Guccini come sempre ironico e capace di affascinare il lettore. Un romanzo che conquista!

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