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Il diritto di morire
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Maraini, Dacia - Volpe, Claudio

Il diritto di morire

[Milano] : Società editrice milanese, 2018

Abstract: Il mondo cambia velocemente, la tecnologia trasforma le nostre abitudini quotidiane, anche le più consolidate. La morale da un lato e le leggi dall'altro faticano a tenere il passo. Eppure, certi temi, certe questioni ci impongono una riflessione attenta, puntuale, veloce. Dacia Maraini, una delle più note e apprezzate scrittrici di oggi, dialoga in questo piccolo libro con il giurista Claudio Volpe sulla delicata questione del 'fine vita'. È ammissibile che una persona decida di morire, a prescindere dalla sua condizione fisica e di salute? La libertà di togliersi la vita può essere considerata una libertà degna? Si tratta di un diritto che, in estremo, può essere sancito da una legge, tenendo conto che comunque la Costituzione afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che mai è consentito «violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»? Dalle parole di Maraini e Volpe emergono molti spunti di riflessione, anche suscitati dalla cronaca di ogni giorno. Muovendosi fra il mondo giuridico-normativo e quello delle testimonianze dirette, della letteratura e della mitologia antica, "Il diritto di morire", con parole semplici e un tono sempre riguardoso, perfino commovente, aiuta il lettore a ragionare senza pregiudizi di sorta, sempre al riparo dal luogo comune, su un tema cruciale della nostra contemporaneità.

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Davide Ricci
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Dacia Maraini sembra essere stata predestinata, dalle vicende della sua vita, ad occuparsi di diritti umani.
Nel 1943, a sette anni, si trova in Giappone, dove il padre Fosco sta portando avanti i suoi studi di etnologia. Quando nasce la Repubblica di Salò i giapponesi, che sono alleati di Italia e Germania (il famoso asse Roma – Berlino – Tokyo ovvero “ROBERTO”, altra prova della stupida grandeur di Mussolini) chiedono a Fosco di giurare fedeltà a Salò. Fosco e la moglie rifiutano e per questo vengono rinchiusi in un campo di concentramento con le figlie per due interminabili anni di sofferenze e soprattutto di fame disperata.

Quando torna in Italia, Dacia viene portata a visitare il paese di origine della famiglia materna e si rende conto delle condizioni disumane in cui vivono le donne, e non solo le più povere. In “Bagheria” la Maraini ha scritto delle pagine drammatiche sulla condizione femminile. Sono andato a rileggerle: “Un corpo munito di utero deve solo nascondersi e negarsi. Ogni accettazione, anche solo di una parola o di uno sguardo, è considerata una resa incondizionata”. E racconta vicende umane che oggi appaiono incredibili, come quella di una donna che era stata nuovamente messa in cinta dal marito dopo che per 14 volte le gravidanze si erano concluse con la morte del feto prima del parto. O dei tanti uomini che violentavano le figlie e poi le figlie delle figlie, in un girone infernale di violenza e di abbrutimento (qualcosa di simile ricordo anch’io dai tempi della mia infanzia, a metà degli anni Quaranta, in Abruzzo).

Ora la Maraini – anche a seguito della perdita del suo compagno, ucciso dalla leucemia – rivolge la sua attenzione, in un libro/intervista con il giurista Claudio Volpe, ai problemi del fine vita, chiedendosi se dinanzi ai progressi vertiginosi della scienza non sia il caso di fermarsi un attimo a riflettere. L’autrice insiste soprattutto sul tema della dignità umana: “C’è ancora qualcuno che si preoccupa della dignità della persona umana, prima che del potere fine a se stesso? Quella di tenere vivo un corpo morto con agenti chimici e macchine evolute può sembrare una vittoria dell'uomo sul suo destino mortale ma può costituire invece una prigionia crudele e alla fine una sconfitta della collettività nel suo complesso. Fra l'altro c'è una contraddizione logica in chi sostiene le ragioni ideologiche e religiose della vita a tutti i costi e l'idea che è Dio a decidere quando un uomo deve vivere o morire: se deleghiamo a una macchina la sopravvivenza di un uomo, dove sta la volontà di Dio?”.

Intense le riflessioni della Maraini – che fa esplicito riferimento alla vicenda di DJ Fabo ed al processo a Marco Cappato – sul suicidio e sull’aiuto a commetterlo: “Siamo di fronte a una volontà da rispettare o a un atto illecito da condannare? Secondo la religione cattolica un uomo non ha il diritto di togliersi la vita, che è un dono di Dio e solo il Santissimo può decidere di toglierla o lasciarla. Il suicidio viene interpretato come un atto di disobbediente arroganza”. E invece, almeno in gran parte dell’Europa, siamo arrivati a distinguere le leggi della Chiesa da quelle dello Stato: “di conseguenza la vita non appartiene più a un Dio incomprensibile e lontano, ma alla stessa persona che la porta nel proprio corpo”.

E qui la Maraini evidenzia le contraddizioni sul tema: “la Chiesa proibisce il suicidio ma lo Stato no. Però l'istituzione pubblica, come pentendosi di questa scelta coraggiosa, ha deciso di assolvere il suicida ma condannare chi in qualche modo assiste, aiuta, incoraggia o partecipa anche solo come testimone a questo suicidio. Non si tratta di una ipocrisia? Non è umano che chi si appresta a lasciare questa vita senta il bisogno di una compagnia che faccia da testimone, gli tenga la mano per l'ultimo salto, gli dica una parola di conforto prima di andarsene? E che senso ha non condannare il suicida e denunciare colui o colei che gli dà l'ultimo saluto?”.

Il 23 ottobre, con la sentenza della Corte Costituzionale, sapremo se l’articolo 580 del nostro codice penale (“Istigazione o aiuto al suicidio”) – che per primo penso di aver definito “clerico/fascista” – resterà in vigore o sarà modificato da una sentenza “additiva” che lo renda compatibile con il “diritto di morire”.

Particolarmente da condividere, per chi non credente, sono le aspre critiche alla cultura ecclesiastica ancora così influente nel nostro paese. La Maraini definisce così quelli che per lo più vengono chiamati “teodem”: “i fondamentalisti”. Essi prendono alla lettera “un libro religioso scritto quasi duemila anni fa, in tempi in cui la vendetta sostituiva la giustizia, in cui la schiavitù era la norma, in cui lapidare gli adulteri era considerato giusto e gettare gli omosessuali da una rupe era considerato il volere di Dio”. Ed aggiunge: “Il nostro è uno Stato ancora molto timido nei riguardi della Chiesa. Timido perfino nei riguardi di Cristo, che per me è stato un grande rivoluzionario. La Chiesa l'ha mandato in cielo, ne ha fatto il figlio umano di un Dio soprannaturale, ma nello stesso tempo ha sempre trascurato le sue parole, che erano una bomba rispetto alla mentalità del tempo e lo sono ancora oggi. Praticamente Cristo ha contraddetto la Bibbia, ha sconfessato la schiavitù, ha predicato l'uguaglianza degli esseri umani mentre la Chiesa ha continuato a benedire le classi, mettendosi quasi sempre dalla parte dei privilegiati, ed a trattare con disprezzo chi praticava una religione diversa, quando non decideva di andare semplicemente a uccidere i <miscredenti>, come ha fatto con le crociate”.

Tornando all'attualità, la Maraini giudica positivamente la legge sul Testamento Biologico ed in particolare l’articolo che ammette il ricorso alla sedazione profonda per i malati terminali o in condizioni di insopportabile sofferenza. Ma ritiene sia giunto il momento di legalizzare l’eutanasia per consentire non solo a queste categorie di malati di esercitare appieno il diritto alla autodeterminazione nelle scelte di fine vita.

Dunque possiamo immaginare che la Maraini, abruzzese onoraria visto che trascorre sei mesi l’anno nel cuore del Parco Nazionale, darà il suo autorevole e attivo sostegno alla battaglia che l’Associazione Coscioni condurrà in Parlamento per arrivare alla legalizzazione della eutanasia: una battaglia che si può vincere, visto che il primo firmatario della legge sul testamento biologico è stato un parlamentare del M5Stelle, Matteo Mantero, e che lo stesso Presidente della Camera, Roberto Fico, in un dibattito che ho sostenuto con lui nel dicembre scorso, si è mostrato molto aperto su questa tema, che incontra il favore del 70% degli italiani.

"La vita è il diritto primigenio, presupposto di ogni altro diritto umano. Ma proprio perché è tale, non può diventare un’imposizione. Che cosa c’è di sbagliato nel pretendere che ognuno decida della propria vita e della propria morte, in altri termini della propria libertà?"

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