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Da soli
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Comencini, Cristina

Da soli

Torino : Einaudi, 2018

Abstract: Ci si incontra sotto la luna, sul ponte di una nave, e ci si innamora. Venticinque anni dopo ci si lascia chissà dove e perché, senza bisogno della luna. «C'è sempre un momento, che sia un anno speciale o dopo un avvenimento irrilevante, in cui realizzi che hai cominciato a nasconderti». È successo così anche ad Andrea e Marta e a Laura e Piero che ora, increduli, fanno i conti con la solitudine. Nelle loro storie si rispecchiano e si rincorrono tutti i modi che abbiamo di affrontare i nostri sentimenti. La furia di chi scappa, la calma di chi resta, il silenzio irreale delle stanze vuote, le serie Tv sul divano la sera, la strana complicità dei figli grandi, la riscoperta del corpo, il tempo lungo dei pensieri. Cristina Comencini racconta tutto quello che avviene quando un matrimonio entra in crisi: la collezione dei perché (o la febbre di cancellarli), lo slancio verso il futuro (o il culto del passato), la disillusione che spunta da tutte le parti, la certezza che niente cancellerà quella storia d'amore. Attraverso le parole dei suoi personaggi, costruisce una storia valorosamente sentimentale: la vita di chi, pur avendone già vissuta una, ha l'audacia di cambiare.

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Davide Ricci
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«Questi sono due modi della mia scrittura: quello femminile, più intimo, in cerca di nuove sensazioni che sono ancora senza parole, e quello maschile, ereditato da millenni di cultura dei padri, si affiancano, si accavallano, armonici o in conflitto: sono entrambi io».

Due coppie, Andrea e Marta da un lato e Piero e Laura dall’altro. Un incontro sul ponte di una nave, venticinque anni prima, due matrimoni, due figli i primi, tre i secondi, una doppia separazione quella del presente. Marta lascia Andrea perché schiacciata dalla vita di coppia, da quella solitudine dettata dalla consuetudine, da quel ricordo di un padre scappato per le stesse identiche ragioni, dal desiderio impellente e folgorante di indipendenza, al contrario Piero lascia Laura perché non si sente amato e perché desideroso di conquistare una presunta libertà che di fatto soltanto il legame coniugale era in grado di dargli. E così, nella seconda metà della vita ti riscopri un fiume in piena, un fiume alimentato dalla foga di chi scappa e dalla calma di chi resta, da quel silenzio che adesso è proprio di stanze riempite di un vuoto tanto ricercato, di serie tv sul divano, di pasti da rosticceria presi all’ultimo e consumati in ambienti sconosciuti e arricchiti da foto ricordo di un passato sempre più sbiadito, da una rinnovata complicità con i figli, dalla riscoperta del corpo, del tempo, dei pensieri, di sé stessi, di quel che si era e di quel che si è.

Una storia di solitudini è quella che ci narra Cristina Comencini con il suo ultimo romanzo “Da soli”. È un libro, questo, dove la maturità propria dell’età dei protagonisti non traspare a dimostrazione che anche in una fase dell’esistenza di solito associata a calma, saggezza, esperienza e bilanci, si è invece preda di tempeste, si è prodighi alle decisioni e non si ha timore di lasciare e di separarsi dal passato perché quel futuro è ancora un desiderio intatto e costituisce un traguardo da raggiungere e conquistare. Ci si risveglia e ci si chiede: “Quando ho iniziato a nascondermi? Quando la mia sfera dell’io è diventata maggiore della sfera del noi? Perché ho cercato di cautelarmi lasciandomi una dimensione individuale a discapito della coppia? E alla fine, alla fine dei giochi, cosa resta”?

Di fatto questi destini non si separano mai del tutto. La sofferenza, le disillusioni, i tradimenti, le passioni e anche quel vissuto che si è trascorso insieme è e resta un qualcosa di vivo e pulsante. Perché lo stesso malessere non è mai dell’uno, bensì è di tutti. Può essere rappresentato in modo diverso tra uomo e donna, ma alla fine tutto si mescola e sovrappone, confondendosi.

«Il nostro mondo è fatto di separazioni, di individui liberi e soli. Lo sarà sempre di più. Forse si resterà insieme fino alla crescita dei cuccioli, come in alcune coppie di animali, e poi tutti in mare aperto, incrociando ogni tanto qualche altro nuotatore, ci si ferma per un po’ a riposare su un’isola, per poi riprendere a dare bracciate, immersi nei pensieri solitari, tra messaggi silenziosi, qualche rara telefonata, senza voci.»

Con questa opera l’autrice dà voce nella dimensione della rottura a due voci, a due cori, il cui confine tra l’uno e l’altro è sottile, tanto che soventemente finiscono con l’invertirsi, l’amalgamarsi. Il tutto in un continuo alternarsi di quegli stereotipi per cui la donna è la parte debole, fragile e abbandonata e l’uomo è l’insofferente alla realtà familiare.

E così, mentre un uomo fugge perché convinto di non essere amato e mentre una donna è alla ricerca dell’autonomia tardiva, il fato sopraggiunge inarrestabile in quanto non si può fuggire da quello che è la sorte di tutti dovendosi difendere dal sopraggiungere di eventi non programmati quali il dolore e la malattia.

Rinascita, senso di fallimento, rottura, ricostruzione, il rischio di cadere in una voragine, la tentazione di essere felici, la fatica di restare a galla magari crogiolandosi nelle illusioni ma pur sempre senza quella maturità che lo scorrere degli anni comportano, è l’elaborato della sceneggiatrice. Perché per quanto Marta, che di lavoro è una ristrutturatrice d’interni, sia alla ricerca di novità e di continuo cambiamento, non si è mai liberi da quel fardello, da quella valigia pesante e ingombrante, che fa parte del nostro trascorso. Una valigia, in realtà, doppia.
Uno scritto psicologico, riflessivo, da leggere con calma e sui cui meditare.

«L’altra volta, quando ora, tra dieci anni, per sempre, un anno ancora, tre giorni, domani… Il significato di quello che ci è accaduto, la morte, la separazione, è indecifrabile e chiarissimo, un insieme di eventi futuri, presenti, passati, che muoiono e tornano a esistere. La sua mano si posa sulla mia, la contiene tutta, la tiene stretta.»

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