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La  Scatola dei bottoni di Gwendy
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King, Stephen - Chizmar, Richard

La Scatola dei bottoni di Gwendy

Milano : Sperling & Kupfer, 2018

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Davide Ricci
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“What if you had a button, a special magic button, and if you pushed it, you could kill somebody, or maybe just make them disappear, or blow up any place you were thinking of? What person would you make disappear, or what place would you blow up?”

La scatola dei bottoni di Gwendy è una novella dove la tensione nasce come un ronzio di sottofondo a volume crescente.

Ci troviamo a Castle Rock, un’immaginaria cittadina che sta ai romanzi di King come Cabot Cove sta a quella portatrice di iella ambulante che è Jessica Fletcher. È il 22 agosto del 1974 quando Gwendy Peterson, al culmine del suo quotidiano appuntamento con l’esercizio fisico, si vede consegnare una scatola misteriosa dalle mani di un ancora più misterioso individuo che viaggia sotto le spoglie di Richard Farris. Se non bastano le iniziali di questo nome a oscurare l’orizzonte con infausti presagi, ci pensa lo scenario d’incontro di questi due personaggi. Gwendy, infatti, fa in tempo a scoccare uno sguardo inquieto all’uomo in nero prima che quest’ultimo, un perfetto sconosciuto, per lei, la interpelli dalla panchina in ombra sulla quale è seduto:

“Hey, girl. Come on over here for a bit. We ought to palaver, you and me.”

[…]

“I’m not supposed to talk to strangers.”
“That’s good advice.” He looks about her father’s age, which would make him thirty-eight or so, and not bad looking, but wearing a black suit coat on a hot August morning makes him a potential weirdo in Gwendy’s book. “Probably got it from your mother, right?”
“Father,” Gwendy says. […]
“In that case,” says the man in the black coat, “let me introduce myself. I’m Richard Farris. And you are—?”
She debates, then thinks, what harm? “Gwendy Peterson.”
“So there. We know each other.”
Gwendy shakes her head. “Names aren’t knowing.”

La scena ricalca grossomodo l’incipit di IT, e chi ha letto il romanzo sa che da una conversazione di questa risma non possono che derivare risultati raccapriccianti. Ai sorrisi diabolici di Pennywise lo sconosciuto sostituisce un fascino tranquillizzante che vince qualsiasi remora della ragazzina, tant’è che Gwendy, dopo un istante di scetticismo, accoglie l’invito di sedersi accanto a lui. Nel dialogo che segue all’adescamento è inquietante osservare come quest’uomo infagottato a lutto riesca a pizzicare le corde a lei più sensibili, quali il fattore peso, fonte di derisione ed emarginazione fra le mura scolastiche.

Gwendy si vede assegnare, per motivi che hanno la trasparenza del fango, questa scatolina decorata con due leve e delle serie di bottoni colorati di cui il signor Farris si premura di illustrare il funzionamento: una leva farà emergere un cioccolatino dai poteri rimpinzanti, perché Gwendy non soffra più di attacchi di fame, l’altra risputerà una moneta d’argento dal valore spropositato per l’epoca. Ciascun pulsante colorato rappresenta un continente, a eccezione di quello rosso e di quello nero.

Lo zio Ben una volta disse: Da un grande potere derivano grandi responsabilità. E saranno pressappoco queste le criptiche parole che il signor Farris rivolgerà a Gwendy all’atto del passaggio di proprietà della scatola. Col senno dei suoi dodici anni, Gwendy subisce tutto il magnetismo di questo “dono”. Dal momento in cui lo sconosciuto le pone la scatola fra le mani, la ragazzina la rivendica come sua, in un’improvvisa manifestazione di attaccamento materiale che ammicca tanto al rapporto malsano fra Gollum e l’Unico Anello.

Il confine fra paura e ossessione è labile e Gwendy lo scavalca ancora prima di rincasare, mentre si affanna alla ricerca di un nascondiglio sicuro dove riporre il tesoro da poco acquisito. Nessuno deve trovare la scatola o le conseguenze saranno devastanti, di questo è convinta. Il tempo scorre lesto grazie allo stile minimale di King: l’apprensione di Gwendy cresce giorno dopo giorno, insieme alla sua età, ai cioccolatini mangiati e al cumulo di monete d’argento. Le cosce si rassodano, abbandonati sono gli occhiali da vista, migliorano i voti a scuola. Sfiorare i bottoni con la punta del dito diventa presto un rituale imprescindibile, ma Gwendy si guarda bene dal premerne anche solo uno. Soprattutto quello nero. E la tensione sale, oh se sale...

Ma nonostante faccia un uso tutto sommato “nobile e morigerato” della scatola, l’aggeggio infernale non manca di condizionare la vita della ragazza: genitori e amici cominciano a ravvisare un cambiamento in lei, e non in positivo. Gwendy trema al pensiero di privarsene, all’idea che qualcuno la scopra, ma al contempo si chiede se lo sconosciuto si rifarà mai vivo in quel di Castle Rock per riprendersi quel caval donato che ora come ora ha raggiunto una mole troppo ingombrante per starsene docile e celato nelle tenebre di un armadio. E se questo scheletro, questo parallelepipedo di mogano, volesse essere trovato, come l’anello di Sauron? Gwendy avrà la forza di resistere al richiamo del male?

SK è una garanzia di stile: mostra quando deve mostrare, racconta quando deve raccontare. Soprattutto, non infarcisce il racconto con dettagli ininfluenti e lascia che siano le azioni e le parole dei personaggi a dare spessore alle scene. La sua penna si mantiene a una certa distanza e racconta l’adolescenza e l’alba dell’età adulta di Gwendy in terza persona, una scelta azzeccata che ha anche un che di alienante.

La storia conta una trentina di capitoli molto corti che possiamo interpretare come episodi della vita di Gwendy. Potremmo, in senso lato, considerarlo un romanzo di formazione che segue Gwendy dal suo ingresso alla scuola media al college. In ogni caso, numerosi battiti di mani all’accoppiata King-Chizmar per questo manualetto di stile.

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