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  L' amore molesto
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Ferrante, Elena

L' amore molesto

Roma : Edizioni e/o, 1995

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Davide Ricci
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Un corpo livido e gonfio galleggia sulle acque di Minturno. Sconcio, semivestito, addosso ha solo un reggiseno di una taglia troppo piccola e dalla foggia troppo moderna. Il seno straborda in una posa oscena. E’ quel che resta della vitalità di Amalia, la fine dopo una notte di bagordi. Oppure è solo quello che riesce a vedere sua figlia Delia, tornata a Napoli per ricomporre i cocci di una vita che è finita nei sottotetti dei ricordi.

L’amore molesto, romanzo di Elena Ferrante, scritto qualche anno fa e riedito dalla casa editrice E/O, è una lettura per cui molte parole non bastano a contenere tutta una serie di violenta e ribollente emotività. Non si sa molto sull’identità della scrittrice, qualcosa mi dice che sia una donna, certamente è qualcuno che sa far male con le parole, che sa sbattere la crudeltà in faccia al lettore, scavando a fondo con uno scalpello che tocca il timore, lambendo quella zona del quieto vivere che occlude la mente alle domande.
Delia, compie un’operazione di distacco che in pochi hanno il coraggio di fare, slega Amalia da sé e la fa persona, non più personaggio ammantato dall’aura rosea dell’infanzia.

Amalia ne viene fuori come una donna satura di sensualità, che ride con fare ammiccante, che trasuda un eros festoso e represso dal marito padrone, frustrato e violento. Forse ha un amante, o forse un uomo che la perseguita, o forse è solo fantasia di una bambina cattiva, una figlia vendicativa e sola che non può sopportare il peso di un distacco crudele, generato da un attaccamento mai nato.

Elena Ferrante, conosce bene il significato del perturbante nell’accezione più freudiana del termine, quell’oggetto che sconvolge per la sua non appartenenza a ciò che ci è noto, familiare. E, quell’oggetto è Amalia, è la madre, è l’heim, è la casa, è la patria. Amalia e Napoli in questo romanzo sono due facce della stessa moneta di solitudine e sopruso, un misero soldino che entità estranee si sono divertite a lanciare nell’aria di una città ferina come solo la loro può essere. Napoli è la città da cui Delia è fuggita per viaggiare altrove, Napoli sembra aver generato Amalia e le sue colpe congenite, è come una madre reietta da cui stare alla larga che ha partorito uomini volgari e sguaiati, portatori malsani di una sessualità che suscita disgusto. Padri, mariti di donne consumate dalla maldicenza, recluse in case scrostate che mai hanno custodito un momento di gioia.

Delia è un’entità incompiuta che riesce a risolversi forse, solo nel finale, nell’unico gesto di amore incondizionato verso Amalia. Quello della resa, dell’accettazione, dell’identificazione in una Amalia che è stata, non più madre ma donna, con i suoi peccati, con i suoi misteri.

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