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Archivio: concetti e parole
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Valacchi, Federico

Archivio: concetti e parole

Milano : Editrice Bibliografica, 2018

Abstract: La collana "Conoscere la biblioteca" si rivolge direttamente agli utenti delle biblioteche per spiegare, con un linguaggio semplice, il ruolo e i diversi aspetti di questo servizio. Per tali caratteristiche si presta ad essere utilizzata dai bibliotecari nelle loro attività di promozione e divulgazione. Originale tentativo di comunicazione dell'archivistica fuori da canoni consueti, questo libro è il racconto di uno stato d'animo o, meglio, di tanti stati d'animo quanti sono i cuori che battono in seno a questa disciplina. Ci sono concetti archivistici ma romanzati e/o drammatizzati, ci sono parole di uso quotidiano colte nei loro risvolti anche archivistici. E poi c'è la volontà di dimostrare quanto gli archivi siano bene comune, quanto siano lontani dalla narrazione piatta che troppo spesso se ne fa.

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Il breve dizionario archivistico di Valacchi mi ha stimolato alcune riflessioni che, anche se non so bene per chi, sento il bisogno di affidare a quello spropositato e molto anarchico archivio digitale che è internet. Message in a bottle.

Se gran parte degli archivi pubblici sono o privatizzati o, a parte alcune eccezioni, malamente accessibili e disfunzionali, almeno in Cacania, ci sono alcune ragioni storiche (non casuali o bizzarre) che la scarna legione degli archivisti sessantenni, con gli appropriati ruoli istituzionali, dovrebbe avere almeno il coraggio di esaminare ovviamente lasciando la soluzione dei problemi ad altri, perché che gli archivisti pubblici siano una specie in via di estinzione è certo.

En passant segnalo che fra i circa 130 termini di cui il dizionario tratteggia un contenuto mancano ANAI, archivista e professione. E su queste involontarie ma eloquenti assenze (soprattutto per un testo giocato sulla cifra ironica, meditabonda, tra il gigione e il piacione), insieme a qualche archivista lumbard della fu Associazione Archilab, se ci sarà modo di vedersi, faremo battute a non finire. A cominciare dalla frase il cui l'autore sostiene che la "nostra società ha un disperato (sic!) bisogno di archivi e della coscienza civile di cui essi sono impastati" (p.11). Proprio "disperato". Si vede bene.

E scrivo questo perché una professione come quella che ereditammo negli anni '80 e che oggi ha quasi completamente perso la sfida della modernizzazione non poteva che finire come è finita, ovvero evaporata. E di questo un dizionario di filosofia archivistica forse doveva dare conto. Ironicamente, si capisce. Incitare (come fa alla voce DOMANDE) alla rabbia e alla rivolta "archivistica" senza indicare quale "quartier generale bombardare o assalire", via, non è credibile. E' teatro.

Ma qui mi fermo perché il problema dello stato semicomatoso degli archivi storici non è colpa esclusiva della professione. Sostengo solo che se i tempi sono contrari agli archivi, la professione, mentalmente molto ministerializzata e arcaica, almeno in Cacania, ha peggiorato le cose.

Certo ciò che fa sprofondare gli archivi nell'indifferenza generale pesca la sua materia oscura nella Storia o meglio nel bisogno che le società contemporanee e la Cacania in particolare hanno della Storia e nel correlato livello di sensibilità che le élite politiche hanno per la storia (e per l'uso della storia). Molto di quello che succede dopo, discende da qui. Ora il termine storia nel dizionario c'è ma è poco più di un poetico tweet. Mentre le riflessioni sull'altro e più complesso intreccio di relazioni non si prestano a voci tweettate. Cosi un po' di analisi generale è affidata all'introduzione e un po' è diluita nelle voci (inclusa la già citata DOMANDE). Ma il carattere quasi giocoso del testo non permette il giusto approccio alle problematiche archivistiche.

Alle élite che guidano gli 8000 comuni e la Nazione della storia non importa quasi più niente. Questo per due sostanziose ragioni. La prima è che viviamo, anche qui in Cacania, in una realtà talmente arzigogolata, cangiante e variegata e di cui capiamo così poco che cercarne nel tempo la genesi e le cause particolareggiate sarebbe costoso, incerto e alla fine poco utilizzabile per le élite. Inoltre la storia non è più tra le materie formative delle élite. L'Università, da parte sua, produce sempre meno storici e soprattutto meno storici che hanno bisogno di archivi storici. La saggistica storica sopravvive, poco letta e poco venduta. Va meglio alla narrativa storica. Quest'ultima in effetti, a livello popolare, un po' tira (con le sue appendici cinematografiche e seriali), ma ha poco bisogno degli archivi. Lavora sul suggestivo. Lavora sul negazionismo (peccato che non ci sia questa voce nel dizionario). Ricuce. Inventa colpi di scena, seguendo i gusti e le attese del grande pubblico, che, è noto, chiede lacrime, sangue e sesso (voce quest'ultima inclusa anche nel dizionario di Valacchi).

In un contesto simile, le élite che fiutano e corteggiano la sensibilità (e i voti) delle masse (masse a cui degli archivi non importa nulla e non sanno nulla). Ma soprattutto le élite, che decidono come spendere i soldi pubblici, affievoliscono costantemente la loro già scarsa sensibilità storica. Del resto le élite tendono a rompere col passato e a legittimarsi politicamente come "rottamatori" e rinnovatori della tradizione e non come continuatori. E questo vale sia sul piano nazionale che su quello locale. Le speranzose masse chiedono cambianti col passato. Le élite glieli promettono. L'indifferenza (quando non il disprezzo) per il passato e i suoi strumenti trova qui una fusione tra masse ed élite non facilmente reversibile.

Il risultato di questa situazione in Cacania assume le vesti di servizi archivistici pubblici scadenti e spesso pietosi. Archivi con poche ore di apertura, pochi utenti, poche professionalità di ruolo, poca didattica della storia rivolta alle scuole. Almeno per le aree che conosco meglio. Una vera pena. In 35 anni di professione che mi ha portato ad occuparmi sia di biblioteche che di archivi posso dire di aver toccato con mano l'ammodernamento delle biblioteche pubbliche di ente locale. Mentre sugli archivi storici (e anche di Stato che conosco) i passi sono stati da lumaca. A volte perfino da gambero.

Perché scrivo questo? Ripeto che non lo so. Negli anni '90 con alcuni amici archivisti fondammo una rivistina, "Archivi e computer", scommettendo sull'informatica, sugli archivisti libero professionisti (ALP), sui MUF (i Mitici Utenti Finali), su nuovi standard descrittivi e sulle privatizzazioni per rinnovare il settore. Nei primi anni 2000 fu però chiaro che, almeno in Cacania, nuove tecnologie, libera professione, privatizzazione, MUF e standard non ce l'avrebbero fatta a contrastare la complessa involuzione in cui anche gli archivi nostrani si stavano infilando. La nostra generazione archivistica non è stata all'altezza della sfida ed in particolare non ha saputo cogliere l'enorme opportunità offerta dall'avvento dell'informatica. Leggere le voci di un dizionario che la postfatrice definisce atipico non aiuta a capire cosa diavolo sia successo, perché sia successo e cosa, forse, si potrebbe fare per migliorare. E' la maledizione dei 5 milioni di Arcadi di cui parlava già Pasquale Villari subito dopo l'Unità d'Italia. Abbiamo un problemino: ci si filoseggia sopra.

Ecco, forse ho scritto per aiutarmi ad elaborare il lutto di una sconfitta di cui mi sento in parte responsabile e perché trovo insopportabile che la generazione archivistica uscente, quella dei sessantenni, non riesca a raccontare la realtà in maniera lucida e soprattutto, ora che non ha più niente da perdere, nè da guadagnare, non sappia proporre qualche diverso rimedio.

Rimedi che non stanno nell'inventarsi una specie di poetica, stralunata, filosofia archivistica quale chiave di accesso per sensibilizzare il grande pubblico al disperato bisogno di archivi per richiamare le parole dell'autore. Semmai si tratta di capire quali micro azioni, con costanza e continuità, a quali livelli istituzionali, mettere in atto per cambiare le idee delle nostre élite. E quali azioni (stimoli, ecc.) promuovere per favorire la frequentazione degli archivi ad un numero significativo di persone. Certo se, come scrive Valacchi alla voce TROTTOLA, "la storia, in fondo, è un fenomeno casuale, una trottola bizzarra dentro alla quale le cause rincorrono gli effetti" quale bisogno di conoscenza storica ci può essere per le élite e per le persone ordinarie? Se davvero la Storia è una trottola bizzarra e casuale, allora hanno ragione le élite a giocare con la memoria come meglio gli piace e a fregarsene anche degli archivi.

Se infine negli archivi, come scrive sempre l'A. alla voce VERO, "non si va a cercare una verità assoluta ma interpretazioni del tempo trascorso e lampi di futuro. Il vero è un miraggio documentario", ma allora le élite e le masse fanno 2+2=4 e sostengono non c'è bisogno neppure degli archivi, né di spendere soldi per conservarli. Ma se gli archivi scompariranno non daranno più lavoro (voce assente, come libera professione, in un dizionario che pure contempla alcune righe dedicate a NUDO) agli archivisti. E allora verrebbe da chiedere: perché mai formare archivisti?

Concludo sostenendo che negli archivi una qualche verità assoluta, contrariamente a quanto sostenuto dall'A., spesso si può trovare. Lo sanno bene diverse centinaia di persone che da alcuni mesi si sono messe a cercare anche negli archivi comunali, attraverso i tribunali di competenza, i propri genitori biologici. Infatti se tra le serie archivistiche dell'ex OMNI e degli Ospedali usciranno fuori annotazioni e date significative, non sarà impossibile scoprire chi è stata la propria madre naturale e forse da lei risalire perfino al proprio padre naturale. E se i genitori sono vivi (e potrebbero esserlo) fargli una telefonata, andarli ad incontrare, creare con loro una famiglia allargata. E se questa non è una verità assoluta che cos'è?

Insomma davvero un testo "atipico" che per contrasto stimola tante riflessioni. Che sia questo il vero fine del testo o sia solo un prodotto dell'eterogenesi dei fini?

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