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I giorni nudi
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Piersanti, Claudio

I giorni nudi

Milano : Feltrinelli, 2010

Abstract: Alberto è uno sceneggiatore di fama, qualcuno addirittura lo definisce "un genio", e con il collega Guido sta festeggiando i dieci anni d'attività della loro società che produce soggetti tv. Ma allora perché prova la pungente sensazione di aver "macinato acqua" in questi anni? Forse perché, alla soglia dei cinquant'anni, non è ancora riuscito a conservare un legame affettivo stabile o perché il mondo della televisione, sempre più vittima dei compromessi e degli accordi sottobanco, lo ha deluso profondamente? Tornando verso casa, Alberto ha un incidente con la moto. Al pronto soccorso, prima di entrare in sala operatoria, incontra Lucia, una giovane donna con la gamba ingessata, anche lei vittima di una caduta dal motorino. Le poche e convenzionali battute che si scambiano bastano perché Alberto faccia di tutto per rivederla. E ci riesce. Lei è bellissima, dolce, ricettiva. Con lei trascorre il lungo periodo della riabilitazione, che ben presto muta in una relazione appassionata e appassionante. Ogni volta che il lavoro si impaluda in relazioni guaste e in conflitti, Alberto trova conforto tra le braccia di Lucia, alla quale confida di volere un figlio. In verità Alberto sa che anche questo sarà un altro amore perduto, un'altra relazione senza speranza, l'ennesimo tentativo di essere felice. Le loro strade si dividono. Lei verso i suoi sogni - l'Africa -, lui verso la depressione.

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Davide Ricci
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Alberto è uno sceneggiatore televisivo cinquantenne. Egoista, narcisista, vive con distacco il suo ambiente di lavoro e i rapporti umani: mette tutto e tutti a distanza. Questo è il suo problema. Poi gli accade un incidente con la moto e in ospedale, con la gamba ingessata, incontra Lucia, anche lei fratturata, ragazza ventiquattrenne con laurea scientifica, ricercatrice precaria. Ne nasce un rapporto. Sullo sfondo la società di sceneggiature che Alberto ha creato con l’amico Guido, il quale ha sposato la sua ex moglie: un ambiente trendy ma vacuo. La storia d’amore è narrata da Claudio Piersanti in “I giorni nudi” (Feltrinelli, pp. 210) attraverso una serie di spostamenti progressivi: dall’incontro sentimentale a quello dei corpi, dalla ricerca di un’armonia comune all’allontanamento di lui, e al lancinante dolore di lei.

Alberto è anaffettivo, in questo simile ai due precedenti protagonisti dei romanzi dello scrittore, in bilico tra il fallimento e la ricerca spasmodica di sé; appare quasi impermeabile ai sentimenti, poiché capisce che amare significa soffrire e se ne sottrae. Autore dal ritmo cadenzato, riflessivo, pacato, Piersanti ha scritto una storia che sembra muoversi tra stereotipi e luoghi comuni, e invece riesce a raccontare qualcosa di nuovo sul rapporto amoroso e sulla depressione prodotta dalla separazione. I suoi personaggi, quelli maschili in particolare, in cui penetra con maggior profondità e acutezza, sembrano non possedere alcuna profondità; la voce narrante che li muove, appare distaccata, così che nello spazio che intercorre tra i protagonisti e il narratore filtra qualcosa di denso e insieme misterioso, che è il vero centro del racconto.

Tutti i romanzi di quest’autore hanno il medesimo andamento: inafferrabili, difficili da catalogare, sembrano usciti da un’esperienza umana profonda, che tuttavia non viene mai rivelata sino in fondo. La moralità di Piersanti scrittore consiste nell’arresto, nell’elusione, anche quando porta sino a compimento le sue storie. “I giorni nudi” del titolo sono quelli della depressione, il mood di quest’epoca in cui gli individui sembrano incapaci d’amare davvero.

Ma a cosa gli serviva la forza? Non poteva battersi con il vuoto. I passanti, onorevoli o barboni che fossero, gli sembravano tutti uguali. Animali con la testa china sul cappuccino bollente. Non desiderava la loro compagnia, voleva soltanto svanire, confondersi, diventare un passante qualsiasi, uno sconosciuto. Dopo aver camminato a lungo si concesse un’abbondante colazione in un bar appena aperto. A quell’ora c’era una grande scelta di paste, così ne ordinò un vassoio per assaggiarne più d’una. Lo servì una bella cameriera straniera, con gli occhi azzurri e il sorriso gentile. Doveva essere abituata a uomini dall’appetito forte, perché aveva abbondato con le paste. Purtroppo Alberto, pur attirato dai dolci appena sfornati, riuscì a mangiarne soltanto uno, il più piccolo, e per mandarlo giù dovette chiedere un’altra aranciata.

“Ho gli occhi più grandi della bocca”, si scusò con la ragazza, che gli sorrise senza capire. Gli succedeva da giorni. Credeva di avere molta fame, si sedeva a tavola, stendeva il tovagliolo sulle ginocchia, e alla prima forchettata doveva arrendersi alla gola chiusa. Il suo organismo accettava soltanto pochissimo cibo, preferibilmente liquido. Molto probabilmente i disturbi del sonno e quelli alimentari erano sintomi dello stesso male. Lo stress non gli era certo mancato in quei mesi. Si era separato da un socio e dalla sua giovane compagna, chiunque ne avrebbe risentito. Decise che si sarebbe fatto visitare dal suo amico medico, genio indiscusso fin dai tempi del liceo. Insegnava all’università ed era un internista irraggiungibile, ma con i vecchi amici faceva volentieri eccezione e li riceveva in tara o tardissima serata in una clinica privata.

Un libro che appena finisci di leggere comincia a lavorare dentro di te, parola dopo parola.

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