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La corsa del vento
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Kay, Francesca

La corsa del vento

Torino : Bollati Boringhieri, 2011

Abstract: Jennet Mallow porta il nome di una regina delle fate, ma esercita il suo regno su un diverso genere di fantasmagoria: l'arte pittorica. Raccontare come in lei quella passione imperiosa abbia conteso intensità alla vita è impresa di cui soltanto una scrittura poetica può incaricarsi. Le parole che non arretrano di fronte al viluppo acuminato dei sentimenti sanno compiere anche il prodigio di trasferire sulla pagina il fare artistico nella sua concretezza materica, evocando l'impasto dei colori e la malia delle forme. Così, nella finzione narrativa, è un poeta a resuscitare splendidamente la storia di Jennet, da quando, bambinetta, si infilava oltre la testiera del letto per disegnare sul muro con tizzoni spenti, sino ai trionfi appartati della maturità. Nessuno, nella sua famiglia "infelice e malconcia", le ha alleggerito il fardello del talento assoluto, a cominciare dal marito David, pittore sfibrato dai riti del maledettismo e ansioso soprattutto di non vedersi rubare la scena da un'esile donna più dotata di lui. Sola, tra una madre preda di vecchie frustrazioni, un piccolo spettro silenzioso di figlia che non cresce al pari dei suoi fratelli, un collezionista esigente, amanti forsennati o in fuga, non ha altro ancoraggio se non mani sapienti che trasformano pareti e tele in capolavori del nostro tempo. Li vediamo nascere permeati della luminosità in cui vengono dipinti, il bagliore abbacinante della Spagna mediterranea, le dissolvenze opalescenti della Cornovaglia, la luce fangosa del Tamigi...

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Davide Ricci
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“Scrivi della sua vita” mi sollecitarono, persino durante il funerale. “Solo tu puoi farlo. E poi nessuno più di te le era vicino”.

È la voce del narratore/biografo del travolgente romanzo La corsa del vento di Francesca Kay (Bollati Boringhieri). L’opera d’esordio della scrittrice, vincitrice nel 2009 del prestigioso Orange Award for New Writers, assomiglia a un libro d’arte che contiene immagini di meravigliosi dipinti. Il volume, infatti, ricostruisce l’intera esistenza di Jennet Mallow creata dalla fantasia di Francesca Kay, forte e fragile pittrice di straordinario talento.

“Ghiaccio sull’acqua è costituito da strati sottili di bianco traslucido, bianco titanio, grigio azzurrognolo e la più tenue sfumatura di blu ceruleo manganese”.

Jennet era nata “l’11 novembre 1923 nella canonica di Litton Kirkdale, nella valle superiore del fiume Aire”. Nel selvaggio Yorkshire nell’Inghilterra del Nord la prima tela di Jennet era stata la parete intonacata a calce dietro il suo letto. Dietro l’alta tastiera di mogano, proprio “dove lo spazio era giusto sufficiente per stare in piedi”, la bambina disegnava “alberi, uccelli, montagne”. La vita di Jennet cambiò nel 1947 quando arrivata a Londra per studiare alla Kensington School of Art incontrò David Heaton, pittore maudit. “Vogliamo sposarci, passero?”

Così come corre il vento, allo stesso modo corrono settant’anni di vita di una donna che avrebbe attraversato la ricostruzione post bellica degli anni Cinquanta, la Swinging London, gli anni Ottanta fino ad arrivare al terzo millennio. Jennet Mallow si divise sempre equamente tra la professione di moglie e madre e l’anelito verso la pittura che la portò a essere la protagonista di molte esposizioni, omaggiata dalla critica, vincitrice di “una miriade di premi e onorificenze”. Nominata Dama dell’Impero Britannico “si vide conferire lauree ad honorem dalle università di Londra, Oxford, Exeter e Leeds”. Per David “cometa sfavillante destinata a raggiungere le più alte vette”, “Jennet gli era più utile come moglie e come madre dei suoi figli che come artista rivale”. Da uomo profondamente egoista qual era, David considerava Jennet solo come sua modella o come fonte di ispirazione e non vedeva l’enorme potenziale artistico della moglie. Poggiata quindi su labili basi, l’unione tra David e Jennet naufragò presto giacché il pittore, dedito all’alcol, era il tipico uomo della sua generazione, “fautore delle idee di cambiamento solo a parole”.

Dall’Andalusia del piccolo e remoto paesino marino di Santiago de las Altas Torres, alla Cornovaglia di St. Ives “dalle piccole case di pietra”, per finire allo Yorkshire a Ravens ultimo approdo della pittrice e “una fortezza per se stessa”, Jennet non si sarebbe mai stancata di dipingere. L’arte per Jennet Mallow rappresentava una vocazione, la ragione di vita, la sua anima.

“Jennet si beava della sensazione tattile dei colori, del loro lento sgorgare, dei profumi di olio di semi di lino e trementina, li aspirava a fondo come una criptoalchimista, leggendo e rileggendo istruzioni e ricette, misteriose come incantesimi”.

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