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Non si muore tutte le mattine
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Capossela, Vinicio

Non si muore tutte le mattine

Milano ; Novara : Feltrinelli, 2006

Abstract: Una stagione all'inferno. Dove l'inferno è l'io di chi racconta e insieme la scena, metropolitana, suburbana, in cui si muove, accompagnato dall'amico di sempre, Nutless e dall'amico alcolico e diabolico, Chinaski. Si procede muovendo dal centro verso l'esterno, dal chiuso di uno scantinato verso il quartiere e poi verso l'angoscia delle tangenziali, della piana ipermercata, e verso un surreale interregno dove tutto può accadere. Oltre, vi è solo il viaggio, un viaggio lungo le strade defraudate di storia e di vita della Balcanìa, verso i confini estremi di Stanbùl, nelle taverne in cui la musica del rebetico riconferma vitalità e sconfitta. Epopea di perdenti, unica razza che ha potuto conoscere la grandezza e la bellezza.

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Davide Ricci
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Questo di Capossela è un libro anomalo. Come la scienza ha dimostrato l’esistenza dell’antimateria, si può in questa circostanza parlare di antiscrittura. Intendendo con il termine la qualità di chi si avvicina alla scrittura demolendone la struttura narrativa, i canoni, le convenzioni; l’approccio di chi ha l’incoscienza di ricorrere a prospettive differenti – oblique, laterali, sovrastrutturali -.

Ne viene fuori un libro ad accumulo, ad impilamento. Se si toccano entrambi gli elettrodi si scarica all’istante, e si rimane come percorsi da una corrente di immagini e di metafore tumultuosa. Un blitz energetico, un lampo che incenerisce. Capossela è narratore/viaggiatore di alto profilo. A cominciare dalla lingua: una lingua di caglio e di coliche, putrida scolatura di pasta. Vomitata e vomitante, sporcata di neologismi, di onomatopee, di parole italianizzate da dialetti simileuropei. Una lingua da motel, una lingua da viaggiatori. Si legge pagina dopo pagina in febbricitante sovrapposizione ed è come essere attraversati da una radiazione invisibile. Sembra non sia rimasto segno, invece nel tempo affiorano scottature ovunque.

Non c’è un racconto unico, ma un intreccio di esistenze transumanti, che si richiamano e si rimandano segnali di sopravvivenza. Migrazioni che deviano dal percorso, svicolano in strade laterali, si impantanano in recessi temporali. Poeti strampalati, musicisti di pianura, tangenziali corrose dal traffico, spianate ipermercate, antennisti filosofi, costruttori di soldatini di piombo, sollevatori di peso. È una valanga. Forse un’ecatombe. Si sopravvive morendo; accettando la bruttezza e la bellezza, accettando ciò che si è, anelando improbabili ribellioni donchisciottesche. Più che detti, gli accadimenti sono suggeriti, più che ottenuti, subiti. E in quell’anelito si compiono, si compenetrano.

Come recensire un libro surreale? Un libro dove la razionalità è solo una forma dismessa di conoscenza, un abito troppo stretto o troppo largo? Mi è piaciuto? Forse. Però l’ho letto. Tutto. Fino all’ultima goccia, fino all’ultimo morso.

Vinicio Capossela è uno dei nostri più raffinati e poetici cantautori. Istrionico e sentimentale quanto basta, i suoi interessi artistici spaziano in ambiti differenti. Il suo ultimo lavoro, presentato al Festival di Internazionale a Ferrara e di Locarno, è il film Indebito che narra della crisi economica in Grecia, paese culla di tutta la cultura occidentale, la terra per cui oggi siamo quello che siamo.

"Non si muore tutte le mattine" è il suo primo libro pubblicato nel 2004 e vincitore come opera prima del Premio letterario Frignano. Nato ad Hannover da genitori di origine irpina, al rientro in Italia fu notato da Francesco Guccini e dal Club Tenco in poi è stato un crescendo di successi nazionali ed internazionali. "Non si muore tutte le mattine" ha uno stile narrativo così particolare da non permetterne la classificazione in un romanzo vero e proprio, come spiega l’autore stesso fin dalle prime pagine, nel capitolo Ouverture - Elogio della quantità:

"Vorrei che queste pagine si potessero prendere a etto, sfuse, a capitoli, a ognuno la parte che gli serve, come dal macellaio".

Consigliato a sognatori anarchici (ne esistono ancora?), da centellinare ben freddo, nella paralizzante solitudine di un tempio inca.

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