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Proibito parlare
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Politkovskaja, Anna

Proibito parlare

Milano : Oscar Mondadori, 2007

Abstract: Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja è stata ritrovata nell'androne della sua casa moscovita uccisa da quattro colpi di arma da fuoco. Dopo pochi giorni avrebbe pubblicato sul giornale Novaja Gazeta i risultati di una sconvolgente inchiesta sulle torture perpetrate in Cecenia dai russi, l'ultimo reportage di una carriera giornalistica sempre all'insegna del coraggio, della verità, della lotta per i diritti e la dignità degli individui, per la libertà e la democrazia. Quella che ancora, in Russia, non c'è. Testimone scomoda, sempre in prima linea, ha vissuto sulla propria pelle e raccontato al mondo senza mezzi termini i lati più oscuri della Russia postsovietica, gli episodi più drammatici, dalla strage di bambini nella scuola di Beslan al sequestro di ostaggi al Teatro Dubrovka, alla guerra cecena.

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Davide Ricci
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Nell’ottobre 2006, la giornalista russa Anna Politkovskaja ha pagato con la vita la sua lotta volta a smascherare le bugie del regime. Quella della reporter di origini newyorkese è una testimonianza che ha spinto il Premio Terzani a raccogliere in un libro intitolato “Vietato Parlare” tutti gli scritti della coraggiosa paladina dei diritti umani. Non solo le efferate morti dei profughi ceceni, ma anche le stragi del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan riempiono le decine di pagine raccolte dall’organizzatore del premio.

La prefazione al testo, scritta da Adriano Sofri, racconta di una donna che non si è mai arresa alla menzogna, nonostante numerosi tentativi di avvelenamento e attentati alla vita. Figlia di diplomatici ucraini, Anna iniziò ben presto a “dare fastidio” attraverso le pagine della rivista “Novaja Gazeta”, divenendo una delle croniste più audaci e intraprendenti. Minacciata più volte da gruppi armati ceceni e russi, la Politkovskaja non rinunciò a documentare ciò che di scomodo scorgeva, tanto da scrivere un testo nel 2005 intitolato “La Russia di Putin”. I suoi duri reportage sulle guerre in Daghestan e Inguscezia le portarono il Global Award di Amnesty International nel 2001, prestigioso riconoscimento per la sua attività di giornalismo d’inchiesta.

"Io vivo la vita e scrivo di ciò che vedo", questo rispondeva ogni volta Anna, quando le chiedevano durante le interviste se avesse paura. Non si sono fermati i suoi aguzzini una mattina di ottobre di 4 anni e mezzo fa, quando hanno sparato ad una donna inerme che si apprestava a deporre le borse della spesa nella propria abitazione. La voce degli emarginati è stata “zittita” in un attimo, nel silenzio di un timido autunno russo.

La Cecenia è protagonista della stragrande maggioranza degli articoli qui raccolti. La strage di Novye Aldy (2000), nei pressi di Groznyi, apre la sequela di orrori: in poche ore, i soldati federali appartenenti al ministero della Difesa e a quello degli Affari Interni hanno barbaramente ucciso cinquantacinque persone. La pagina più tragica, scrive la Politkovskaja, della seconda guerra cecena. Una guerra “cristallizzata” che procede tra rapimenti e rappresaglie, uomini picchiati selvaggiamente e corpi spariti nel nulla. I federali di solito non consegnano i corpi, i kadyrovcy invece, conoscendo le rigide regole cecene secondo le quali la colpa degli assassini si moltiplica se non si riconsegna almeno il corpo, cercano di lasciare i cadaveri “in luoghi visibili”.

I nomi dei responsabili sono lì, scritti nero su bianco sulle pagine della “Novaja Gazeta”. Nomi, cognomi, indirizzi, responsabilità, accuse. Li leggo, li hanno letti. E’ per questo che Anna Politkovskaja è stata uccisa, il 7 ottobre 2006, nell’androne del palazzo in cui viveva. Ha denunciato in maniera inappuntabile i massacri, gli scempi, le vergogne e le colpe di chi, invece, avrebbe potuto e dovuto garantire la legalità, la sicurezza e la giustizia.

Tra le pagine più forti ci sono quelle dedicate a due degli episodi di terrorismo più inquietanti del nostro secolo: le stragi del teatro Dubrovka (23-26 ottobre 2002) e della scuola di Beslan (1-3 settembre 2004).

Alla radice di entrambe le stragi l’odio: io temo l’odio. Si accumula sempre di più ed è fuori controllo. Il mondo, per lo meno, ha escogitato su quali leve giocare per avere la meglio sui capi dell’Irak e della Corea del Nord, ma nessuno potrà mai scoprire i percorsi delle vendetta personale. Davanti a questo il mondo è del tutto indifeso. Nel teatro Dubrovka sono morte circa 200 persone (il numero esatto è ancora in dubbio). La stessa Politkovskaja ha partecipato ai colloqui con i sequestratori ceceni per favorire il rilascio di alcuni ostaggi. Ed è lei a raccontare il dopo. Non parla direttamente di ciò che è avvenuto al Nord-Ost, ma lo lascia raccontare da chi è sopravvissuto ai misteriosi gas utilizzati dalle forze speciali russe prima di procedere con il blitz. Quel gas maledetto che ha asfissiato gran parte degli ostaggi. Famiglie annientate, madri devastate, bambini soffocati. A distanza di anni non c’è chiarezza, non c’è verità. Le versioni si moltiplicano e le incongruenze tra le testimonianze di chi era in quel teatro e le versioni ufficiali di Putin e del Governo sono incredibili. Le indagini non hanno ancora portato a nulla. E chi è sopravvissuto non ha ottenuto nessuna spiegazione, nessuna giustizia.

La scuola n. 1 di Beslan, cittadina dell’Ossezia del Nord, inizia regolarmente ogni 1 settembre. Anche in quel tragico 2004. Genitori e bambini sono pronti per dare avvio alla cerimonia di apertura dell’anno scolastico. Circa 1200 persone, però, vengono prese in ostaggio da un gruppo di 32 (forse) terroristi: separatisti ceceni e fondamentalisti islamici. E l’orrore di un paio di anni prima, quello del teatro Dubrovka, si ripete. Stavolta però la maggioranza degli ostaggi sono bambini. Tantissimi bambini. Ammassati in una palestra per tre giorni, sotto la minaccia delle armi e di cariche esplosive disseminate ovunque. Anna Politkovskaja lascia raccontare i presenti, i sopravvissuti, i genitori che hanno perso i loro figli. C’è chi non ha riavuto indietro nulla. Nemmeno un cadavere. L’irruzione delle forze armate russe si è conclusa con l’uccisione dei sequestratori e di 186 bambini. Un numero altissimo, un numero impossibile da sopportare. Un’ecatombe. E la vita di chi è sopravvissuto non è stata tutelata in alcun modo. La Politkovskaja è spietata e chiara: nessun sostegno psicologico, nessun aiuto, niente. Lo Stato è inesistente. C’è chi ha preferito il suicidio, c’è chi non è più uscito da casa, chi non riesce a rimanere in luoghi affollati senza impazzire, chi sogna ogni notte i detonatori e i volti coperti dei sequestratori.
I russi odiano i ceceni. Apertamente, spudoratamente. Le due stragi hanno segnato la storia russa e non solo. Infatti nell’ultima parte di “Proibito parlare” la giornalista si sofferma sulla “Russia oggi”, sui suoi contrasti, sulle sue anomalie, sulle sue menzogne.

Leggere questo libro procura indignazione e anche sofferenza. Un mondo che sembra distante da noi ma che, in realtà, non lo è poi così tanto. Le parole della Politkovskaja hanno scosso e scuotono tuttora e cozzano violentemente contro la reticenza di uno Stato che continua a somigliare fin troppo ad un regime totalitario.

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