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La figlia del podestà
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Vitali, Andrea <1956->

La figlia del podestà

Milano : Garzanti, 2013

Abstract: Bellano è in gran subbuglio. Agostino Meccia, podestà della cittadina affacciata sul lago, ha deciso di perseguire un progetto ambizioso: una linea di idrovolanti che collegherà Como, Bellano e Lugano, darà lustro alla sua amministrazione e attirerà frotte di turisti, facendo schiattare d'invidia i colleghi dei comuni limitrofi. Tutto sembra filare liscio. Andrea Vitali, nato nel 1956 a Bellano dove esercita la professione di medico di base, racconta un altro episodio della vita della sua città, una storia di comicità contagiosa ambientata nella fascistissima Italietta d'inizio anni Trenta.

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Davide Ricci
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Prima che il lago di Como si divida nei due rami famosi in tutto il mondo, quello di Como e quello di Lecco (immortalato nelle pagine di Alessandro Manzoni), vi è una parte detta “alto Lario”: qui, accastonati su un unico ramo, si trovano molti paesi ricchi di storia e di tradizioni. Sulla sponda orientale si affaccia in particolare un paesino, oggi ridente località turistica, chiamato Bellano: come ogni paese che si rispetti, anche Bellano ha il suo medico di paese, nel nostro caso Andrea Vitali. Nulla di strano, direte voi, se non fosse che il dottore di cui stiamo parlando si diletta a scrivere nel suo tempo libero: nel 2003 firma con la Garzanti, che gli può garantire una copertura di carattere nazionale, ed esordisce alla grande con “Una Finestra Vistalago”, diffondendo su larga scala le “antiche” vicende di Bellano, dei suoi abitanti, dei suoi intrighi. Vitali, instancabile scrivano, non si è più fermato: “La Signorina Tecla Manzi”, grande successo di pubblico e critica, è del 2004; dello stesso anno, “Un amore di zitella”. Arriviamo finalmente a noi, al quarto romanzo del medico di Bellano targato Garzanti: “La Figlia del Podestà”.

La vicenda narrata, ispirata ad un fatto storicamente documentato come le trattative per istituire una linea di aerei turistici sul lago di Como, è semplice ed allo stesso tempo intricata: il podestà del paese, Agostino Meccia, con ideali di grandezza senza troppo curarsi delle esangui casse comunali, sogna di rendere Bellano un importante scalo per gli idrovolanti diretti in Svizzera; sua figlia Renata intanto, vera protagonista delle pagine del Vitali, si trova costretta a sfidare il padre per coronare il proprio sogno d’amore; in un crescendo di assoluto divertimento, tinto con la leggera maestria della penna di Vitali, molti altri personaggi si affacciano sulla scena di fianco all’asse portante padre-figlia: messi comunali, ubriachi di paese, podestà amici ed avversari, mogli, vecchiette e finti piloti creano un microcosmo assolutamente geniale in grado di appagare l’intima curiosità, propria di ogni uomo, di tutto ciò che riguarda la vita altrui, le loro passioni e i loro segreti.

Approdato all’ultima pagina, dopo aver bevuto il romanzo tutto d’un fiato, finisci per chiederti quale sia il segreto di Andrea Vitali: sì perché per scrivere così bene, per interessare i lettori con le vicende di uno sperduto paesino di poche anime, per di più nell’era fascista, un segreto ci deve essere, un segreto che forse neppure lo stesso autore conosce. Una chiave della lettura ce la fornisce forse D’Orrico, che sulle pagine dell’ormai defunto “Sette” (oggi “Corriere della Sera Magazine”) scrisse che i romanzi di Andrea Vitali “rappresentano campioni dell’antica arte del racconto italiano”: e allora, se ci si pensa sopra un attimo, forse quello che abbiamo chiamato “segreto” è semplicemente un grande dono, un dono prezioso fatto di curiosità per la storia del proprio paese, di amore viscerale per la letteratura e per il racconto, di un’innata capacità di adattare il significante al significato.

Come scrive Andrea Vitali? Scrive bene, d’accordo, ma il punto è che scrive nell’unica maniera possibile per rendere al meglio antiche storie fatte di pettegolezzi paesani: la sintassi è assolutamente paratattica, diretta, come fosse la trascrizione di un lungo discorso avuto con un vecchietto al bar di Bellano, davanti ad una tazza di caffè fumante. Pagina dopo pagina Vitali sa calibrare, come tutti i romanzieri dovrebbero saper fare, le proprie parole, la propria punteggiatura, creando una sorta di climax crescente che sfocia nella suspance che chiude ogni breve capitolo, portando il lettore a non veder l’ora di voltare pagina per scoprire come se la caverà il finto pilota, cosa ha escogitato questa volta la geniale zia Rosina, dove andrà a finire l’amore di Renata e che ne sarà di questi benedetti idrovolanti.

Un’ultima notazione è di carattere spazio-temporale: Vitali ha sempre saputo, nei suoi romanzi, dipingere al meglio la realtà di Bellano, stereotipo dei tanti paesini che si affacciano sui laghi italiani, con mano ferma e sicura ma senza finire nella staticità della descrizione fine a sé stessa, come puro esercizio letterario; notevole, poi, il recupero di un’età andata, quella fascista, che si sposa con lo spazio di Bellano in un connubio assolutamente riuscito, in grado di ricordarci che l’Italia fascista non era solo quella delle grandi città e delle grandi campagne bonificate, ma anche quella dei paesini dove lo tsunami Mussolini giungeva a riva ridotto ormai ad un’onda nata da un battello di passaggio.

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