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  Il  giudice meschino
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Gangemi, Mimmo

Il giudice meschino

Torino : Einaudi, 2009

Abstract: Un magistrato indolente costretto a diventare eroe suo malgrado. Un vecchio padrino che parla come un oracolo e dal carcere orienta le indagini. Perché quelli che sembrano omicidi di 'ndrangheta forse non lo sono. Forse hanno a che fare addirittura con le navi dei veleni e le scorie seppellite nella spianata dell'infamia. L'anima feroce e abietta della 'ndrangheta per la prima volta racchiusa in un romanzo. Un giudice muore per mano di balordi. E i balordi muoiono per mano della 'ndrangheta, che non tollera si disturbi il prosperare dei suoi affari. Almeno, cosi sembra. Alberto Lenzi, magistrato scioperato e donnaiolo, colpito dalla morte del collega e amico, si tuffa a capofitto nelle indagini. Lo instradano in una diversa direzione le sibilline, gustose parabole di don Mico Rota, capobastone della 'ndrangheta, e il fortuito emergere di elementi legati a un traffico di rifiuti tossici. Una commedia umana dove si muovono personaggi verissimi, contraddittori, sfaccettati, che inseguendo il proprio meschino tornaconto arrivano tuttavia a svelare una realtà che va molto oltre la 'ndrangheta.

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Davide Ricci
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“Il giudice meschino” è uno dei romanzi più conosciuti dell’ingegnere/scrittore calabrese Mimmo Gangemi; e la popolarità di questo pregevole romanzo è stata accresciuta dall’omonima fiction che ne è stata tratta, interpretata da Luca Zingaretti, l’attore che normalmente interpreta il Montalbano di Camilleri, passando qui da commissario a giudice, quindi.

Questo non è, come si potrebbe credere, un romanzo sulla ‘ndrangheta, la nota organizzazione criminale calabrese, o meglio non è solo un romanzo di cronaca malavitosa.
Certo, Gangemi è calabrese, nato e cresciuto nel cuore del territorio che alla malavita della Calabria ha dato vita, sviluppo e notorietà, tuttavia sarebbe semplicistico etichettare Gangemi come un cronista delle malefatte dei suoi concittadini, è riduttivo credere che Gangemi narri del fenomeno malavitoso endemico nella sua terra di origine, spiegandone magari i meccanismi, i rituali, la struttura o azzardando un’analisi sociologica del fenomeno.

Tutt’altro; la ‘ndrangheta per Gangemi, pur presente e con un peso non indifferente nel suo romanzo, è semplicemente un pretesto, un pretesto per parlare di ben altre nefandezze, ben altre meschinità. Perché il titolo si riferisce sì a un giudice “meschino”, il protagonista del romanzo Alberto Lenzi, interpretato sullo schermo da Zingaretti, ma allude, e fortemente, a ben altre meschinità. Alberto Lenzi è un magistrato in servizio presso una procura calabrese, ed è un indigeno, un nativo dei luoghi dove esercita la sua professione, quindi. E dei luoghi conserva tutti i tratti esteriori peggiori: è pigro, indolente, ignavo, tende a sorvolare sui fatti di evidente matrice malavitosa che avvengono sui luoghi della sua giurisdizione, ma non per cattiveria, cattiva professionalità o, peggio ancora perché corrotto o colluso con i mafiosi che deve indagare.

No: semplicemente perché il suo vivere a diretto contatto con l’ambiente lo ha reso in un certo qual modo assuefatto al modus vivendi dei luoghi, è innato in lui una certa rassegnazione, un certo tollerare, fingere di non vedere per quieto vivere, sminuire la portata penale di fatti ed eventi pressoché quotidiani del posto, conscio che certi comportamenti, lo sconfinare spesso e volentieri nell’illecito e nell’irregolare sono divenuti una vera e propria necessità dell’esistenza, un obbligo esistenziale nato dall’assoluta incapacità sociale di uno stato assente nei suoi presidi preventivi ed invece presente sul territorio con solo connotati repressivi. Ma una repressione più simbolica che reale, tanto è oramai soccombente alla struttura capillare malavitosa, al suo tenace permearsi nelle strutture politiche, dirigenziali, civili e sociali del territorio. Privo di altri mezzi, la malavita, almeno quella più lieve, è una necessità per i calabresi, non esistono alternative quando si nasce in certi luoghi, o così o la fame, tra l’altro endemica e secolare. Lenzi lo sa perfettamente, e perciò si adegua, lascia correre i piccoli reati, le piccole ruberie, le irregolarità di vario tipo, le truffe e gli imbrogli a cui troppo spesso per assoluta mancanza di alternative sono costrette a ricorrere i nativi per sbarcare il lunario. Perciò allora Lenzi è detto meschino, il giudice meschino; intendendo con ciò non tanto che è un povero di spirito, tutt’altro, è un uomo intelligente, capace, un uomo retto e con saldi principi morali, come lo sono in genere tutti i calabresi, persone fiere, oneste, degnissime di stima e di rispetto: no, il termine meschino sta qui a significare un uomo dalla moralità elastica, un uomo che riconduce la morale ad essere ridisegnata con un profilo più basso di fronte a certe circostanze tutto sommato riconducibili ad un livello accettabile.
Alberto Lenzi è un uomo superficiale, ma non leggero o incosciente; è un donnaiolo, ma non privo di sentimento; è capace e intelligente, ma sa come spesso occorre girare la testa dall’altro lato.

Meschino in questo senso, tollerante per forza di cose: ma quando il limite è superato, quando si esce drammaticamente e crudelmente fuori dal seminato, ma non più per bisogno ma per avidità, non per vivere ma per lucrare sull’esistenza altrui, ecco che Lenzi perde il suo essere placidamente e fatalisticamente accondiscende e rivela la sua vera essenza di calabrese tosto, intransigente e tenace come la dura roccia aspra montana. Il giudice più caro amico di Lenzi è brutalmente assassinato, e il giudice meschino si scuote, si tuffa a capofitto nelle indagini: non più inefficiente, scarso, limitato, superficiale nelle piccolezze al punto da apparire vile e spregevole, ma deciso, pervicace, onesto, schierato apertamente dalla parte giusta. E si lancia nelle indagini, e si ritrova, a proprio rischio, coinvolto in una storia purtroppo non nuova, quello di un traffico illegale di rifiuti radioattivi.

Evento non nuovo, ma certamente non ancora ben reso evidente nei suoi contorni all’epoca in cui il libro fu scritto. E Gangemi a questo fa riferimento nel suo libro: ad essere meschino non è tanto il piccolo calabrese coinvolto in piccoli traffici poco puliti, esiste ben altra meschinità, esiste ben altra infamità Esiste una malavita organizzata assai più immorale di quella endemica a San Luca, a Piatì, nella piana di Gioia Tauro o al Santuario di Polsi, è una malavita immonda, lercia, insana, composta da politici, da persone fuori dalla Calabria, dei quartieri alti delle capitali, insospettabili, persone perbene eppure pesantemente intrise di malvagità ed infamia, che non esitano a fare della Calabria, una regione che potrebbe essere un paradiso incontaminato, dare pane e lavoro legittimo ai suoi onorati nativi, una discarica per gli interessi MESCHINI, queste sì, veramente meschini, di società di autentico malaffare. Se la ndrangheta calabrese è una società meschina, chi avvelena deliberatamente un’intera regione con rifiuti tossici, facendone una pericolosa, immensa discarica abusiva e assassinandone gli abitanti, soprattutto i bambini e i più deboli con le conseguenti radiazioni, è un infame, un immenso infame, disprezzato finanche dai capi onorati dell’antica ndrangheta.

Questo Alberto Lenzi lo sa, perciò preferisce schierarsi ed essere, semplicemente, il giudice meschino.

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