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ˆIl ‰dito alzato
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Angioni, Giulio

ˆIl ‰dito alzato

Palermo : Sellerio, 2012

Abstract: Il dito alzato, come fa chi chiede la parola, per dire la sua. In questo libro Giulio Angioni dice la sua su cose piccole, grandi e grandissime del mondo e della vita. Come tutti, sempre, potendo. Prende la parola su ciò che ci sta accadendo, nel vasto mondo quanto in Italia, in particolare nella sua Sardegna. Anche a rischio di fare il guastafeste, dice la sua sui nuovi modi di morire, su Obama, su migranti, leghisti, razzisti, la munnezza di Napoli, su libri, autori, editori e altro ancora. Anche a rischio di mettersi dalla parte del torto. Perché pure questo serve, a volte, quando è difficile scegliere da che parte stare e come starci. Se dire la propria può essere normale atto di vita in comune, farlo con un libro è forse la maniera più discreta di alzare il dito per urgenza di dire e di capire.

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Davide Ricci
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Come a scuola nell’ora di assemblea, quando senti forte il bisogno di dire la tua e impari che è nell’attesa che si forma il pensiero. Un gesto che rimanda a un tempo della vita in cui il rispetto è la base della vita collettiva, il primo passo per entrare a far parte del mondo dei “grandi”.

Giulio Angioni rievoca questo gesto, si prende il tempo della riflessione, aspetta il suo turno e poi dice la sua. Sui grandi temi del mondo, la politica, l’evoluzione antropologica della società, la letteratura. Parte dalla morte, da quella più famosa e sviscerata, dalla Shoah. E già si capisce che non abbiamo tra le mani una semplice raccolta di articoli, ma molto di più. Non ci sono reminiscenze cruente, scene da strappare i respiri in gola, dolore enfatizzato per aumentare l’impatto emotivo. Ci sono cifre. Numeri. Zeri che si susseguono e danno il senso della tragedia assoluta. I fatti sono divisi dalle parole, in due sezioni che spesso si sfiorano e talvolta si intersecano, perché è grazie alla parola, specie se scritta, che i fatti si imprimono nel tempo e diventano ricordo.

Non ci sono prese di posizione a priori, né accuse faziose. C’è la voce di chi vuole dire la propria senza imporre nulla a nessuno, mettendo l’esperienza personale al servizio del lettore. Obama presidente, il latte sardo che diventa percorino romano, l’epoca dei sequestri, gli incendi estivi. E la vita, per cui tutto avviene. Terra, acqua, mutamento, cielo. Il punto di vista è quello di un isolano che ha girato il mondo, consapevole che si può appartenere solo al posto in cui tutto ha origine, dove per la prima volta si vedono terra, acqua, mutamenti, cielo e tutto il resto.

Per Angioni questo posto è Trexenta (una dozzina di paesi a nord di Cagliari), Guasila. La Sardegna, isola maggiore, sorella di Sicilia, è un pezzo staccato del Continente, una mano dispersa. Un’appendice di cui spesso l’Italia ha finto di poter fare a meno. Un luogo che non è mai lo stesso, dove l’individualità di ogni paese confluisce nel comune senso di estraneità e distanza. “I sardi appartengono a sé stessi”. I sardi mutano, cambiano pur rimanendo fortemente ancorati alla propria terra, a quell’isola che sola in mezzo al mare è casa e protezione, madre da cui fuggire e tra le cui braccia tornare. Angioni racconta di Nuoro, del Molino Gallisai, Su Molinu, che era al tempo stesso mulino, pastificio, fabbrica del ghiaccio e produttore di energia elettrica. Di una Cagliari inedita, “luogo dove sembra che la nostra isola decolli in volo su nel cielo e sopra il mare”.

Un narratore che pagina dopo pagina smette di essere antropologo, scrittore, ricercatore, e diventa compagno di riflessione. Una voce talvolta serena e calda, altre tremante di passione e ardore, altre ancora malinconica. Un confidente senza volto a cui, una volta terminata la lettura di questo libro, viene voglia di dire: continua, per favore. Racconta ancora. Della Sardegna, della vita, dei centu concas e centu berritas, di Grazia Deledda, Sergio Atzeni, Emilio Lussu, Elvira Sellerio, del velluto, della monnezza, delle Madonne che piangono, di 2001. Odissea nello spazio. Di noi e di quello che siamo.

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