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Il ciclope
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Rumiz, Paolo

Il ciclope

Abstract: Un'isola uncinata al cielo con le sue rocce plutoniche, attracco difficile, fuori dai tracciati turistici, dove buca il cielo un faro tuttora decisivo per le rotte che legano Oriente e Occidente. Paolo Rumiz, viandante senza pace, va a dividere lo spazio con l'uomo del faro, con i suoi animali domestici: si attiene alle consuetudini di tanta operosa solitudine, spia l'orizzonte, si arrende all'instabilità degli elementi, legge la volta celeste. Gli succede di ascoltare notizie dal mondo, e sono notizie che spogliano l'eremo dei suoi privilegi e fanno del mare, anche di quel mare apparentemente felice, una frontiera, una trincea. Il faro sembra fondersi con il passato mitologico, austero Ciclope si leva col suo unico occhio, veglia nella notte, agita l'intimità della memoria (come non leggere la presenza familiare della Lanterna di Trieste), richiama, sommando in sé il "gesto" comune delle lighthouse che in tutto il mondo hanno continuato a segnare la via, le dinastie dei guardiani e delle loro mogli (il governo dei mari è legato all'anima corsara delle donne), ma soprattutto apre le porte della percezione. Nell'isola del faro si impara a decrittare l'arrivo di una tempesta, ad ascoltare il vento, a convivere con gli uccelli, a discorrere di abissi, a riconoscere le mappe smemoranti del nuovo turismo da crociera e i segni che allarmano dei nuovi migranti, a trovare la fraternità silenziosa di un pasto frugale.

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Davide Ricci
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"Libero chiama Radio Costa, Libero chiama Radio Costa! Radio Costa rispondete". Chi era bambino o adolescente alla fine degli anni ’60 ricorderà sicuramente questo tormentone che apriva le comunicazioni con la terraferma nel bellissimo sceneggiato "I racconti del Faro" trasmesso dalla TV dei Ragazzi e ambientato naturalmente in un faro, dove il protagonista viveva molte avventure.

Già, il faro, questa sentinella solitaria abbarbicata su rocce battute dal vento e dalle tempeste, è da sempre ammantato da un alone di fascino e mistero, evoca naufragi, tesori nascosti, misteri, avventure. Le cose al giorno d’oggi sono un po’ cambiate, la maggior parte dei fari è automatizzata ma il loro fascino resta intatto. Ne è rimasto stregato anche Paolo Rumiz, grande giornalista e viaggiatore, che in questo libro racconta il suo "viaggio immobile" durato tre settimane su una piccola isola semideserta nel Mediterraneo, esposta a tutti i venti della Rosa.

Le sue giornate sull’isola a contatto con la natura e con i faristi, unici esseri umani presenti sull’isola, sono straordinarie e intense, scandite dai ritmi della natura, dai repentini cambiamenti del tempo, da passeggiate tra le rocce, battute di pesca, nottate silenziose passate a leggere o a osservare la volta celeste.

E grazie al suo racconto siamo anche noi sull’isola a scrutare il volo dei gabbiani, ad ascoltare il rumore del vento e delle onde che si infrangono sulle rocce e si insinuano nelle grotte, ad osservare quel mare che in pochi attimi cambia forma e colore assumendo tutti i colori dell’iride, il Mediterraneo, il "mare nostrum", mare di battaglie, commerci e cultura, che riesce ancora ad affratellare popoli dai linguaggi diversi ma da costumi simili, mare oggi solcato da grandi e lussuose navi da crociera e da carrette cariche di disperati in fuga da guerre e carestie.

Libero per tre settimane dalle catene imposte da telefono, internet e social di ogni tipo, Rumiz, protetto nel grembo del faro, ritrova un modo antico di pensare, meditare, riflettere, a fare pace con se stesso, a provare emozioni nascoste da tempo, a sognare e ricordare le tante persone conosciute e i suoi numerosi ed affascinanti viaggi in tutti gli angoli del mondo e anche in altri fari.

Alla fine del libro si capisce anche perché Rumiz sia rimasto fermo nella sua decisione di non voler rivelare il nome dell’isola, in fondo questo non è importante perché non vuole scrivere una specie di guida turistica, ma piuttosto descrivere una esperienza di vita per ritrovarne l’essenzialità, un viaggio dell’anima. (Comunque Rumiz ha lasciato evidenti tracce sparse in tutto il libro per cui l’isola è stata individuata: pare si tratti dell’Isola di Palagruza, in Croazia).

Trascorse le tre settimane, Rumiz abbandona l’isola seguendo il rituale non scritto dei marinai "non devi guardare la riva che lasci, o soffrirai di nostalgia", per fare ritorno nella sua Trieste con l’intento di restare fermo per un po’ per riposarsi. Ma la luce del Faro della Vittoria già indica un’altra meta da raggiungere.

Libro bellissimo, da gustare con calma e riflessione, magari in compagnia di un bicchiere di Malvasia in onore di Rumiz, dove ogni pagina rivela qualcosa di unico e magico. Da leggere.

P.S.: Un solo appunto. A pagina 79 scrive "Nel Mare nostrum comunichiamo così da Gibilterra al porto di Haifa, Come fai a spiegarlo a uno di Bergamo?" Forse qualche lettore bergamasco potrebbe rimanerci male.

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