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1968
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Kurlansky, Mark

1968

Milano : Mondadori, 2004

Abstract: Il 1968 ha rappresentato per la storia del mondo un punto di non ritorno. È stato l'anno della Primavera di Praga, delle rivolte studentesche di Parigi e Roma, della dura opposizione alla guerra in Vietnam, dell'omicidio di Martin Luther King. E ancora, è stato l'anno in cui ha avuto inizio l'irreversibile declino dell'Unione Sovietica; in cui è nato il movimento femminista; in cui il conflitto fra la generazione dei padri, nati prima della guerra, e quella dei figli, nati alla fine degli anni Quaranta, non è mai stato così profondo. Questo libro è una storia mondiale del '68 in cui l'autore si sposta da un paese all'altro, da una rivolta all'altra, descrivendo il primo movimento collettivo globale in cui si riconobbe un'intera generazione.

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Davide Ricci
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"Dichiaro subito la mia parzialità perché ancora oggi, a più di trent'anni di distanza, tentare di essere obiettivi sul 1968 sarebbe disonesto". Poi: "Lavorare a questo libro mi ha ricordato che c'è stato un tempo i cui si diceva quello che si pensava e non si aveva paura di offendere. Dopo di allora, troppe verità sono state sepolte". Con queste dichiarazioni di intenti Mark Kurlansky si è apprestato a scrivere un volumone di 450 pagine dal titolo '68. L'anno che ha fatto saltare il mondo (tr. it. M. Parizzi, Mondadori, 18 euro). Sublime biografo dell'inutile - ha scritto una storia del sale e una del merluzzo - Kurlansky non ha tralasciato nulla. Si salta dalla Praga di Dubcek a Bob Dylan, dall'offensiva del Tet alla Guerra dei sei giorni, dal dottor Spock a Martin Luther King, Allen Ginsberg, Che Guevara, la Spagna di Franco, il giovane Yasser Arafat e la fondazione di Al Fatah, lo sbarco sulla Luna, la Columbia University. Un reportage minuzioso con stralci dei giornali dell'epoca in cui prende corpo il movimento per i diritti civili e muta, nel giro di una manciata di mesi, l'atteggiamento di fondo dell'opinione pubblica dagli Stati Uniti all'Europa al Giappone. Il libro si chiude con le parole dell'astronauta Michael Collins che orbitava intorno alla Luna (20 luglio 1969) mentre i suoi compagni scendevano sulla sua superficie: "Davvero credo che se i leader politici del mondo potessero vedere il loro pianeta da una distanza, diciamo, di centomila miglia, la loro prospettiva potrebbe radicalmente mutare. Vedrebbero il nostro minuscolo globo continuare a girare, serenamente ignaro delle sue suddivisioni, presentando un volo unitario che reclama una coscienza unitaria".

"Si narra che quando Maometto tornò dalla battaglia disse ai suoi seguaci: 'Noi ritorniamo dal piccolo jihad al più grande jihad'. Il grande jihad è la battaglia, ben più difficile e importante, contro se stessi, l'egoismo, l'avidità, il male". E' un passaggio di uno studio agile ma completo di John L. Esposito: Guerra Santa? Il terrore nel nome dell'Islam (tr. it. R. Caruso, Vita & Pensiero, 16). Il concetto di jihad è fondamentale nell'Islam. Tanto fondamentale da essere utilizzato anche dai terroristi come giustificazione. Il saggio di Esposito non ha niente di moralistico: non spiega che il terrore non ha a che fare con l'Islam. Perché il terrore ha a che fare con l'Islam. Con una certa idea dell'Islam che non nasce dal nulla, ma da interpretazioni del Corano, da fattori storici e da circostanze contingenti che hanno permesso a Osama Bin Laden di appropriarsi di un linguaggio che già esisteva. Questo libro è un viaggio nella storia di questo aspetto dell'Islam e di come e perché questo aspetto abbia una tale forza semantica ed evocativa. Ma per quanto grande possa diventare il jihad lanciato contro l'Occidente, gli infedeli o gli eretici, mai sarà grande quanto quello che un musulmano che si rispetti sa di dover compiere: quello contro il proprio ego.

"I vertici sociali, culturali e politici non hanno interesse allo sviluppo. Credono, al più, nell'espansione compatibile con i loro interessi e sanno, ad ogni buon conto, che ogni cambiamento reale può comportare la rottura dei loro equilibri privilegiati e mettere a repentaglio la loro posizione di vantaggio relativo". Lo scrive Franco Ferrarotti, decano della sociologia nel nostro paese. Il suo nuovo libro si intitola molto semplicemente Il potere (Newton & Compton, 6). E' una panoramica di teorie e analisi del potere come struttura e come relazione a partire da Stuart Mill a Marx a Gramsci fino all'influenza massmediatica nella società contemporanea. Ma soprattutto è un tentativo di rispondere alla domanda: perché esiste il potere? Perché la società si è sempre strutturata in modo tale da presupporre la coercizione seppur diversamente edulcorata con il passare dei secoli? Interrogativo ancora più complesso se si tiene presente che il potere ha sempre bisogno di una controparte che lo legittimi. Il ragionamento arriva a conclusioni che possono apparire sorprendenti. Per esempio che "uno dei poteri fondamentali del potere consiste nel non esercitare il potere, ossia nel rifiuto di intervenire, nel sottrarsi alla possibilità di venir giudicato".

Un periodo della nostra storia raramente affrontato specie sotto forma di romanzo. Nel 1938 ventimila italiani partono per trovare la loro nuova frontiera: la Libia. Nel 1969 sale al potere un colonnello non ancora trentenne pronto a tutto pur di dare un'immagine forte e indipendente al suo paese. Un anno dopo il colonnello Gheddafi rende operativo un ordine che sembrava solo una boutade di propaganda: gli italiani devono andarsene. Finisce così l'avventura di migliaia di famiglie. "Tornati per mare come erano partiti. Con le stesse valigie, bauli e le poche cose con cui erano andati trent'anni prima. Ma senza la retorica del nuovo impero, le sirene degli incrociatori, la fanfara delle trombe e lo scampanio delle chiese". Mentre soffia il Ghibli, il vento del deserto, l'orefice Attardi, arrestato e rinchiuso nel carcere del Cavallino bianco, tenta la fuga. Come l'aveva tentata anni prima con il viaggio di andata. Un falso movimento. Il libro è Ghibli di Luciana Capretti (Rizzoli).

Non è ancora arrivato, ma lo stiamo aspettando. Sappiamo che verrà e la sola idea di passare un'altra estate come quella dell'anno scorso, ci lascia spossati. Il caldo, l'afa senza tregua, le notti in bianco, le bibite ghiacciate, l'aria condizionata, i vestiti che si attaccano alla pelle, lo smog degli scappamenti nel traffico bloccato sotto il sole di mezzogiorno. Incubi. Antonio Cianciullo, inviato di Repubblica, si occupa da anni di tematiche ambientali. Questo Il grande caldo. Un pianeta ad aria condizionata (Ponte alle Grazie, 12,50) non è il suo primo libro sull'ambiente. Ma mai come in questa occasione riesce a toccare problemi con cui abbiamo direttamente a che fare. A parte la consueta mole di informazioni scientifiche sull'aumento della temperatura terrestre e sui fattori che l'hanno determinata, quello che percorre il libro è un quesito di natura filosofica. Esistenziale. Abbiamo ridotto il caldo a un nemico da eliminare il più in fretta possibile. Fa caldo, aria condizionata. E così la temperatura si alza ancora. Un circolo vizioso di cui tutti abbiamo percezione ma che ignoriamo con una veloce opera di rimozione. E' giusto ragionare in questi termini? E ancora: è possibile che non vi siano rimedi? Vi sono eccome. Leggendo questo libro ci si rende conto che tutto dipende sempre da una volontà generale. C'è sempre qualcuno che decide o fa in modo che le cose vadano in un certo modo. A voler sintetizzare cinicamente è quasi un "fa caldo governo ladro".

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