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In viaggio con Erodoto
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Kapuscinski, Ryszard

In viaggio con Erodoto

Milano : Feltrinelli, 2007

Abstract: Il giornalista polacco ripercorre le proprie vicende, raccontando retroscena finora ignorati delle sue storie: dall'infanzia povera a quando, fresco laureato, venne mandato allo sbaraglio prima in India e poi in Cina, senza conoscere niente di quei paesi. Ci rivela le difficoltà incontrate e, di fronte a queste difficoltà, il suo punto di riferimento, il testo da leggere e rileggere è sempre stato Erodoto. Per Kapuscinski Erodoto è stato non tanto uno storico, quanto il primo vero reporter della storia: il suo bisogno di viaggiare, di toccare con mano, di raccogliere dati, paragonarli ed esporli, con tutte le necessarie riserve che è giusto nutrire riguardo alle storie riferite da altri, fa di Erodoto un giornalista a pieno titolo.

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Davide Ricci
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Varsavia, 1955. Un giovane giornalista di un quotidiano locale, la “Sztandard Mlodych” (“La bandiera dei giovani”), negli anni del comunismo, in un “clima di torto e miseria”, sente crescere forte un desiderio: “varcare la frontiera”. Guardare oltre la Cortina di ferro, spingere lo sguardo più in là. Sono gli anni immediatamente seguenti alla morte di Stalin, responsabile di un regime totalitario che aveva provocato un’aspra miseria e imposto una pesante censura, vietando di dare alle cose il loro nome. Sotto quel regime “si era proibito di dire che i negozi erano vuoti: i negozi erano per definizione sempre pieni di merce”. Varcare la frontiera: questo il sogno – durato una vita, di quel giovane giornalista, questo il sogno di Ryszard Kapuściński - perché questo è il suo nome. Le frontiere: non semplicemente, per un polacco di quei tempi (e in genere per un abitante dell’Est Europa) un puro confine da valicare, tracciato sulla carta. “Mi chiedevo che cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinario, emozionante. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile?” Andare oltre confine: non un semplice desiderio ma un “inesplicabile e pur prepotente bisogno psicologico” per il giovane Kapuściński, il bisogno di varcare un confine percepito non come protezione ma come chiusura, in un periodo e in contesto ben lontani da quella libera circolazione di persone e idee, oggi forse - in diversi luoghi del mondo - scontata. Il viaggio, come insopprimibile e implicita rivendicazione di libertà: interiore, ancor prima che fisica. “Non mi premevano lo scopo, il traguardo, la meta, ma l’atto in sé di varcare la frontiera”, il viaggio in quanto tale, il desiderio di conoscere l’oltre. Il desiderio di Kapuściński si realizzerà presto, già l’anno seguente, a tre anni dalla morte di Stalin, quando iniziava per la Polonia - se pur solo parzialmente - l’inizio del “disgelo”. Correva l’anno 1956. Per Kapuściński, l’inizio di un lungo periodo di trasferte da reporter: India, Cina, Egitto, Congo, Iran - solo alcuni dei paesi da cui egli sarà corrispondente, nell’arco di un ventennio, in anni di grandi cambiamenti, di rivoluzioni interne e di scontri e tensioni. Pietra miliare e assiduo compagno di viaggio sarà per il giornalista polacco, nel corso di quegli anni, Erodoto con le sue Storie. Non una persona in carne ed ossa, no. Ma uno storico greco del V secolo a.C., sapiente narratore dal gusto aneddotico ed etnografico, che aveva raccontato le grandi vicende storiche dei suoi tempi (una su tutte, la strenua difesa dei Greci della propria libertà contro la temibile avanzata dell’Impero persiano) e dato voce insieme a quel pullulare di popoli insediati attorno al bacino del Mediterraneo – quello che era allora, per un greco antico, il mondo conosciuto. Illuminante sarà, per Kapuściński, Erodoto, col suo instancabile amore per i viaggi, con la sua attenta e curiosa esplorazione delle tradizioni culturali dei diversi popoli incontrati o indirettamente conosciuti, con la sua rivendicazione della piena dignità dei costumi e delle usanze dei vari popoli contro ogni arbitrario tentativo di dominio e di proclamazione di superiorità da parte di altri, accecati da brama di potere. Questo mirabile storico e narratore del V secolo a.C., scrollandosi di dosso 2500 anni di storia e di polvere, si rivelerà il primo grande reporter della storia e il primo grande alfiere del “multiculturalismo”, contro ogni presunta pretesa di predominio degli uni sugli altri (singoli o popoli che siano): perché “mutevole è la fortuna e incappa nella sventura chi pecca d’alterigia e tracotanza”...
Le Storie rappresenteranno per Kapuściński molto più di un libro: un confronto continuo e sempre appassionato fra passato e presente, fra letteratura e vita, se (come ricorda lo stesso giornalista), in quegli anni ancora incerti seguiti alla fine del regime totalitario staliniano, “la letteratura per noi era tutto. Vi cercavamo la forza di vivere, le direzioni da prendere, la rivelazione”. Kapuściński esprimerà, nel suo lavoro, lo stesso gusto appassionato di Erodoto per la ricerca, l’indagine e l’ascolto dei protagonisti piccoli e grandi della storia, ricavando sempre dalle proprie esperienze una “lezione di umiltà”, soprattutto di fronte a culture (come ad esempio quella indiana e cinese) così ricche e complesse da abbracciare; riscoprendo l’estrema limitatezza di una visione eurocentrica, di qualsiasi visione che pretenda di assoggettare e “imbavagliare” la diversità dentro stereotipi precostituiti, visione destinata – come insegna la storia - a fallire. Con un tono sempre lieve e appassionato, mai cattedratico, - secondo lo spirito del vero viaggiatore e del vero reporter, In viaggio con Erodoto, intrecciando insieme “fili” di ricordi personali e di reportage giornalistici sullo sfondo della “grande storia”, è un libro che si apre (e ci apre) al mondo e alla sua diversità, al rispetto della pluralità pur senza facili sconti, secondo prospettive mai ovvie. E insieme, è un libro sull’amore per i libri e per i grandi classici; e li consegna al futuro, se “classico – come scriveva Calvino - è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

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