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La naneide - Roan Johnson

Prima ci fu Enea che si mise sulle spalle suo padre Anchise fuggendo dall’incendio di Troia e aprendo l’Eneide, poi ci fu Ulisse che di ritorno da Itaca incontra dopo 20anni Laerte che zappava la terra nell’Odissea. Ora nel 2019 c’è l’impresa di Roan Johnson e Ottavia, le cui prodi gesta per il figlio vengono narrate ne La Naneide, edito da Mondadori.

Un tempo fare figli era la cosa più naturale al mondo, adesso è diventata la scelta più complessa della vita. Nel giro di cinquant’anni il mestiere più difficile del mondo è diventato tutto un altro sport, con regole e sfide completamente diverse. La coppia di questo libro infatti fa un figlio tardi perché ha paura che il Nano in arrivo sconvolgerebbe le loro vite, poi ci pensa e ci ripensa e alla fine si trova di fronte alle mille novità e possibilità di questo tempo, a partire dalla prima: in quale ospedale partorire? Quello più fricchettone dove ti lasciano dormire con il neonato o quello dotato di reparto di Neonatologia e anestesisti che agiscono nel nome di “Santa Epidurale”? I protagonisti di questa storia scelgono il secondo. E per fortuna. Perché quando il piccolo Jacopo nasce, paonazzo e urlante (“tre chilozzi e due di Gollum urlante”), si troverà ad aver bisogno di cure specifiche, e nell’istante in cui viene ricoverato il padre realizza che diventare genitori significa anzitutto che la persona più importante della tua vita non sei più tu stesso, ma una creatura indifesa e fragile.

Chi conosce bene lo stile di Roan Johnson sa quello che lo aspetta lungo il percorso: tratti di poesia e tanta ironia per esorcizzare la paura. Un modo di narrare tanto diretto quanto coinvolgente, che abbiamo imparato a conoscere nei suoi film e in Dovessi ritrovarmi in una selva oscura.

Facciamo parte della generazione “Roan”: 30-40enni in lotta costante con il mondo, impauriti da un futuro che ci sembra sempre più instabile, di una generazione in grado di affrontare tutto con ironia, con un “io speriamo che me la cavo”.

Se Ligabue canta che in questo viaggio ci vogliono buoni compagni di viaggio, allora un autore come Johnson è uno di quelli che avresti bisogno di leggere quando i momenti, quelli con la M maiuscola, ti accadono. La Naneide è un po’ questo: un diario di bordo di un uomo con l’animo da ragazzo, che deve affrontare il turning point per eccellenza: diventare padre. A 30/40 anni, nel 2019, forse è la prima volta in cui ognuno di noi si pone la fatidica domanda del “è tempo che metta su famiglia?” con conseguenti risposte: “sì”, “no”, “Forse”, “dai, ho ancora tempo”, e poi arrivano i dubbi “e se lo faccio più in là e il mio bimbo si trova quando ha 20 anni ad avere un genitore che potrebbe essere suo nonno?”. Domande e risposte, tutte giuste, tutte sbagliate, fattostà che ad un certo punto capisci che hai il compagno di viaggio giusto e che è proprio ora di mettersi in moto. Ma come Roan racconta, la vita è in grado di scrivere una sceneggiatura ben più elaborata e ricca di colpi di scena di quella che avevamo in mente.

Eppure La Naneide riesce ad accompagnarci benissimo in questo nostro periodo della vita, sentendo che è tutto un po’ mal comune mezzo gaudio e che anche nella tragedia, se si è insieme, se si riesce a trovare un po’ di ironia se ne può uscire e trasformare tutto in una grande storia da tramandare ai posteri.

Mentre stiamo per chiudere questa recensione, guardiamo la paperella di Piuma che ci è stata data durante la premiere a Venezia qualche anno fa e ora, dopo aver letto la Naneide, capiamo che quel film che in quel settembre ci aveva emozionato e fatto ridere, altro non era che il bisogno catartico di Roan Johnson di esorcizzare paure ed insicurezze. Così ora, così come nell’antica Grecia. Così come nell’Eneide un figlio salva il padre dal fuoco, così nella Naneide un figlio salva quel padre che ha trovato nella scrittura un modo per sopravvivere anche nei momenti più duri...

I ragazzi della Nickel - Colson Whitehead

"I ragazzi sapevano di quel luogo maledetto. C'era voluta una studentessa della University of South Florida per mostrarlo al mondo, decine di anni dopo che il primo ragazzo era stato infilato dentro un sacco di patate e scaricato lì. Quando le avevano chiesto come avesse fatto a individuare le tombe, Jody aveva risposto: «Il terreno aveva qualcosa di strano. » Gli infossamenti e le erbacce stentate [...] I ragazzi della Nickel chiamavano il cimitero ufficiale collina degli stivali, come certi cimiteri del Far West [...] Le croci di cemento bianco che contrassegnavano le tombe catturavano la luce nei pomeriggi di sole. Su due terzi delle croci era inciso un nome; sulle altre non c'era scritto niente". (pag. 8)

Di Colson Whitehead hanno scritto che è il Narratore d'America, l"America's Storyteller" che scavando nel passato porta i lettori in un presente difficile. Sintesi perfetta.
Attinge alle vicende di ieri maneggiando con cura una materia che pochi sanno trattare: il tempo. Whitehead lo conosce, ne conosce il ritmo, ne conosce l'anima. E con i suoi libri i lettori ne fanno esperienza.
La storia è la benzina delle opere di Whitehead perché rilegge episodi dolorosi del passato americano - la schiavitù dell'Ottocento, la segregazione e le lotte civili degli anni '60 - non come farebbe uno storico, non con la potenziale ripetitività dello scrittore di romanzi storici, ma cogliendo il significato di quel periodo e l'effetto che ha avuto sugli uomini che l'hanno vissuto.
È su questa base che innesta l'immaginazione, quella che Oliver Sacks definiva la capacità di "creare e ricreare mondi interi nella propria mente, e al tempo stesso di controllare tutto questo con un occhio interiore capace di critica." C'è dentro la capacità di far nascere il nuovo, c'è la forza del controllo.
Premio Pulitzer nel 2017 per La ferrovia sotterranea, la potente odissea verso la salvezza della schiava Cora e viaggio toccante nel Sud più abissale, Whitehead torna con una nuova storia altrettanto intensa, benché il registro e la modalità d'indagine siano diversi: quella della Nickel Academy, la fabbrica degli orrori, un riformatorio e penitenziario giovanile ispirato alla Arthur G. Dozier School for Boys di Marianna, Florida, istituto di correzione per soli maschi chiuso nel 2011 e luogo di abusi e violenze scoperti solo anni più tardi.

Un luogo fondato da un uomo che non aveva nessuna esperienza in materia di educazione, ma aveva fatto una buona impressione ai raduni del Klan.
Il primo piano sul lavoro degli archeologi e sulle tombe dell'inizio del libro disseppellisce l'orrore ed è qui che la parola di Whitehead comincia a farsi strada, lì dove c'è una ferita da comprendere, un'esperienza umana da raccontare.

Alla Nickel finisce anche Elwood Curtis, un giovane afroamericano abbandonato dai genitori e che vive con la nonna. Elwood è volenteroso, intelligente, ama studiare, sogna di andare all'università e coltiva le sue aspirazioni ascoltando i discorsi di Martin Luther King.

Nelle parole del Reverendo trova le tappe della sua edificazione morale: il richiamo alla libertà, alla dignità, la lotta nella capacità di sopportazione.

Sono gli anni in cui su Life e Defender arrivano i volti e le parole dei grandi leader del movimento per i diritti civili, gli afroamericani iniziano a boicottare gli autobus e i negozi del centro, gli studenti della A&M University della Florida occupano le vie della città.

Elwood ha bisogno di credere che il cambiamento è possibile e ha tutta la vita davanti per metterlo in atto. Sostenuto da un insegnante che crede in lui, riesce addirittura ad avvicinarsi a un programma di lezioni del college dedicate agli studenti più promettenti.
Proprio mentre è diretto all'università deciso a prendersi il suo sogno, Elwood sale sulla macchina sbagliata. E arriva alla Nickel.

Lì capisce pian piano che sotto i prati verdi e la facciata chiara degli edifici c'è qualcosa di vile e nascosto, una violenza travestita da piano correttivo verso i più deboli della società.
Elwood è così fuori posto con i suoi ideali, con la sua voglia di costruire e lì, sopportando tutto il dolore che gli incide l'anima e la pelle, si chiede se continuando a marciare possa esserci salvezza.

Ciò che rende straordinario il personaggio del giovane Elwood è che alla Nickel compie un percorso di passaggio dall'astrazione alla realtà che concretizza i valori con cui lui è entrato:

"La capacità di sopportazione. Elwood - tutti i ragazzi della Nickel - esistevano in quella capacità. Ci respiravano dentro, ci mangiavano dentro, ci sognavano dentro. Era questa la loro vita, adesso. Altrimenti non sarebbero sopravvissuti. I pestaggi, gli stupri, l'inesorabile svilimento di sé. Tenevano duro. Ma amare coloro che li avrebbero distrutti. Compiere quel salto? Risponderemo alla vostra forza fisica con la nostra forza d'animo. Fateci quello che volete, e noi vi ameremo ancora. Elwood scosse la testa. Che richiesta impossibile" (pag. 171)

C'è una salvezza possibile? Come si può scappare dal riformatorio? E chi riesce a farlo può davvero tornare libero?
Intervistato da Emanuele Trevi su La Lettura, Colson Whitehead, ha detto che Cora ed Elwood sono accomunati dalla ricerca di una vita migliore e di un posto migliore dove viverla. "Un personaggio che non possiede questa spinta, questa capacità di inventare la propria libertà, diventa statico, non potrebbe sostenere un romanzo". E i romanzi di Whitehead non hanno nulla di statico.
Ecco quindi che il rapporto col mondo libero è sempre lì, disegnato come filo immaginario, cercato nell'estremo sforzo della corsa o nella fuga nella lettura. La Nickel esiste perché esiste un mondo libero lì fuori ed eliminarla significa per prima cosa riconoscere che la libertà non è scontata, e dove ne si viene privati nasce l'orrore.

Con I ragazzi della Nickel l'autore firma un grande romanzo su un luogo maledetto la cui terra nasconde chi ci è passato, come la storia umana con i nostri mortali resti.
Pur essendo immersi in una narrazione "pura", da romanziere, si ha l'impressione di leggere tra le righe anche una pagina di Life o un reportage di alto giornalismo, con tutta la forza della testimonianza di chi è uscito dalla Nickel e di notte continua a sognare la Fabbrica del gelato, la Casa Bianca, le frustate.
Whitehead compie questa operazione con la storia americana che ha nel suo DNA, ma potrebbe farla con qualsiasi storia. È questo il talento dei romanzieri del tempo.

Informazione "di servizio":

La storia della Arthur G. Dozier School for Boys di Marianna che ha ispirato Colson Whitehead si può leggere sul sito dell'associazione dei sopravvissuti: officialwhitehouseboys.org

È viva, più viva che mai.

La vita dispari - Paolo Colagrande

In un “Novecento maturo“ hanno luogo le vicende esistenziali di Buttarelli di cui racconta Paolo Colagrande ne “La vita dispari” (Einaudi, 2019), candidato al Premio Campiello di quest’anno.
Romanzo lontano e assai diverso dai temi sentimentali o mozzafiato che generalmente dominano le vendite in libreria, “La vita dispari” è la storia di un uomo come tanti di cui si conoscono il cognome, Buttarelli e il soprannome Buz, ma di cui non si legge il nome. In questo limbo d’anonimato ha luogo l’intero romanzo, una serie di vicende a volte tragiche a volte comiche, di certo, per le incertezze quotidiane, riconducibile a quelle di altre persone dalla vita propriamente non straordinaria.
La vicenda ha inizio in un imprecisato “angolo di sobborgo mediopolitano” in cui i fratelli Landemberg gestiscono una privativa di tabacchi poco distante dall’Enterprise dove il loro zio Vilmer Gualtieri passava le giornate a fumare sigarette Regal Macedonian. Prima di passare a miglior vita, Gualtieri fa in tempo a raccontare al nipote la vita dell’amico Buttarelli, il protagonista del romanzo.

Ecco quindi il personaggio principale ancor bambino, figlio unico di madre vedova, con un’esistenza quasi a metà, proprio come le pagine dei libri che riesce a leggere.

"Il problema principale di Buttarelli era attinente alle cosiddette competenze di apprendimento. Bisogna premettere che il problema non c’entrava con l’intelligenza o la volontà e neanche con la memoria o l’intuizione… Si può dire che Buttarelli provasse un senso di sofferenza, ma più che altro di insofferenza, per la pagina pari intesa come facciata di sinistra di un libro aperto ma anche come area sinistra di un elenco a due colonne".

Al dilemma, così come alla sua ciclica inappetenza, s’erano interessati un po’ tutti, in primis Maribèl, la direttrice stessa che lo sottoponeva a prove di lettura simili a veri e propri esperimenti che, con il passar del tempo, si rivelano essere solo dei banali tentativi così come i pasti obbligati e intollerabili cui il ragazzo viene obbligato. Ruotano attorno al protagonista figure maschili e femminili: dai compagni di classe Biacca, Biolcati, Bioli alle compagne che per lui, figura di poco conto, nutrono semplicemente e soltanto un senso d’amicizia, all’Eustrella che invece gli fa battere il cuore. La vita del protagonista procede comunque un po’ sottotono fino a che Buz mostra quasi un lampo di genio nella statistica, perché capace di progettare un sistema per contattare le compagne di scuola, chieder loro di fidanzarsi con lui non una per volta bensì in contemporanea a otto fra loro. La vita di Buz appare davvero dispari: da un lato ci sono più insuccessi, dall’altro esagerazioni in positivo. La narrazione surreale prosegue con il racconto di un’esistenza prima consueta, poi insolita: Buttarelli cresce, termina gli studi, trova lavoro, convola a giuste nozze, diventa padre e, poi, quando meno è prevedibile, tutto cambia. Basta una vacanza lontano da casa, il primo viaggio per lui così parsimonioso, a cambiargli la vita. Quel che Buttarelli non aveva fatto prima ha luogo ora, nel giro di un tempo assai breve. Come modificare il destino e finalmente dare spazio ai desideri?
Il romanzo è surreale e ricco d’ironia: è una storia banale e complicata allo stesso tempo, in cui s’alternano quotidianità, colpi di scena ed imprevisti… perché così succede, così è la vita.

Paolo Colagrande, già vincitore nel 2007 del premio Campiello Opera Prima con “Fídeg” (Alet edizioni) e nel 2015 il premio Campiello Selezione Giuria dei Letterati con “Senti le rane” (Nottetempo), si ripresenta ai lettori con una storia particolare, decisamente ben scritta e mai banale. L’autore s’inerpica in vicissitudini che appaiono quasi mirabolanti. In questo sta la sua abilità: nel rendere fuori dal comune ciò che ordinario o almeno possibile è.
“La vita dispari” è un po’ quella di ognuno di noi che non siamo pari, semplicemente perché diversi gli uni dagli altri, così come Buttarelli lo è.

Macchine come me - Ian McEwan

Sliding doors, si dice così, no? Le cose vanno in un modo, ma – se avessimo imboccato un’altra porta girevole – avrebbero potuto andare diversamente: «il presente è il più fragile dei costrutti improbabili. Avrebbe potuto essere diverso», secondo Charlie Friend, narratore e coprotagonista del più recente romanzo di Ian McEwan, ambientato nell’Inghilterra di “un” 1982, anno di uscita nelle sale di Blade Runner. Come sarebbe potuto andare se alcuni avvenimenti avessero preso una piega differente. Quali?

Primo: se la Thatcher avesse perso sanguinosamente la guerra delle Falkland contro la Giunta argentina e si accingesse a lasciare Downing street al laburista Tony Benn. Il quale, al di là dell’assonanza, non somiglia a Tony Blair, ma a Jeremy Corbin che, “con la sua banda di trotzkisti”, avrebbe condotto trentacinque anni in anticipo la Gran Bretagna fuori da una EU pronuba delle grandi multinazionali, prima di venir assassinato in un attentato.
Secondo: se Alan Turing – il genio che aveva decrittato Enigma, mossa risolutiva per sconfiggere i nazisti nella II Guerra Mondiale – invece di farsi prima castrare chimicamente e poi suicidarsi a 41 anni – fosse sopravvissuto abbastanza da resistere al carcere per omosessualità e quindi, riabilitato, avesse ispirato una stagione di folgoranti evoluzioni tecnologiche, a petto delle quali i computer e gli iPhone di oggi impallidiscono. Dando vita così ad una prima generazione di androidi apparentemente molto simili a noi, grazie agli sviluppi dell’intelligenza artificiale e della biologia computazionale. Eguali a noi nel bene, ma forse non nel male.

Terzo: se i Beatles (i Fab Four al completo), riunitisi dopo dieci anni di separazione, fossero di nuovo primi in classifica con “Love and Lemons”, album enfatico, ma illuminato dalla voce di John Lennon. Qui e là, nel plot, altre notizie: John Kennedy sarebbe sopravvissuto in qualche modo all’attentato a Dallas, e anni dopo Jimmy Carter avrebbe sconfitto Reagan alle elezioni del 1980.
Un mondo parallelo in cui le scienze avrebbero dato frutti copiosi, e l’opera di fisici quali Albert Einstein, Erwin Schrödinger, Richard Feynman, Paul Dirac (tutti citati nel romanzo) avrebbe inciso profondamente anche nel quotidiano.
Per il resto, McEwan non si cura troppo del contesto: come altri ha scritto, «ha portato un elefante in una stanza, ma non si è poi curato di riorganizzazione il mobilio». Tiene più all’impianto etico-filosofico del racconto. Spesso, tra le righe, spunta un quesito filosofico. Come una versione del cosiddetto “problema del carrello”: un’automobile elettrica a completa automazione, nell’imminenza di un incidente che coinvolgesse chi è a bordo e chi è in strada, chi dovrebbe “scegliere” di salvare? Quesito attuale. L’anno scorso in Arizona una Volvo sperimentale della Uber a guida autonoma ha investito e ucciso un pedone di 49 anni che stava attraversando non sulle strisce. Nel processo, Uber è stata fin qui sollevata da ogni responsabilità.

Ecco il quadro che accoglie, in apparenza, una storia a tre: tra Charlie, che utilizza l’eredità materna per comprare uno di questi "umani sintetici", un maschio chiamato Adam, con scarsa fantasia (le Eva sono subito andate a ruba), e la giovane vicina di casa Miranda, il cui nome è uno dei tanti riferimenti a La tempesta. Il terzo è proprio Adam. Tuttavia, la vicenda non si limita alla narrazione di un pur impervio e insolito ménage à trois. Intanto, perché c’è un quarto: Mark, un bambino in carne e ossa di 4 anni che entra in scena interagendo coi sentimenti dei tre adulti, provocando l’affetto filiale di Miranda e la gelosia di Charlie e di Adam. E poi perché McEwan non intende aggiungere un’altra voce al dibattito secolare su differenze e prossimità tra uomo e macchina, ma di rappresentare quanto l’imperfezione sia il sale della vita, ciò che ci fa umani. Insomma, McEwan sembra omaggiare l’amato Philip Roth, autore di un altro romanzo ucronico, Il complotto contro l’America ordito da Charles Lindbergh e i suoi, alleandosi con la Germania nazista, parente di quel La svastica sul sole firmato dal vero genio della narrativa fantascientifica, Philip K. Dick.

Questo quindicesimo racconto potrebbe anzi riportare in epigrafe una delle frasi-chiave dello scrittore di Newark: capiamo di esser vivi sbagliando, e sbagliando ancora. Il che non vale per l’uomo-macchina che apprende sì dagli errori, ma seguendo una logica tanto intelligente, quanto disumana proprio perché perfetta, dettatagli dal sistema di algoritmi in base al quale è costruito. Un sistema come quello che regola il gioco degli scacchi: «Ma il punto è che gli scacchi non sono una rappresentazione della vita», puntualizza Alan Turing in una conversazione con Charlie. «Si tratta di un sistema chiuso. Le sue regole sono incontrastate e prevalgono costantemente su tutta la linea. [...]. È un perfetto gioco d'informazione. Ma la vita, nella quale applichiamo la nostra intelligenza, è un sistema aperto. Disordinato, pieno di trucchi e finte e ambiguità e falsi amici». Infatti, la vera epigrafe del romanzo è una citazione da una poesia di Kipling, The Secret of the Machines: «But remember, please, the Law by which we live, | We are not built to comprehend a lie…». McEwan avrebbe svelato troppo della storia, se avesse completato il verso: «We can neither love nor pity nor forgive. | If you make a slip in handling us you die!»

Chi ha intenzione di leggerlo (in italiano è previsto in autunno per Einaudi), salti pure questa sinossi di un romanzo discusso, per quanto ineccepibile dal punto di vista tecnico; a tratti esangue e a tratti divertente, come quando Charlie ammette di essere “l’ultima novità in tema di cornuti”, o quando Adam giustifica la propria splendida forma con una "semplice dieta a base di elettroni". McEwan conosce a puntino le regole del romanzo: il ritmo, il susseguirsi delle scene, quando rallentare e quando spingere.
Insieme all’amata Miranda, conturbante studentessa di 23 anni, il trentatreenne Charlie progetta la personalità di Adam. Trasfondono le loro preferenze nella memoria del robot, creando una specie di corredo genetico-culturale frutto di entrambi e generando le attitudini di un androide dalle caratteristiche quasi perfette: un bel tipo moro, “un portuale del Bosforo”, dalla pelle morbida e calda, forte e intelligente, capace di un vocabolario degno di Shakespeare e di mille espressioni facciali. Appena succhiata la vita dalla presa elettrica (evidente reminiscenza shelleiana), Adam acquisisce competenze culinarie, impara a versare elegantemente il vino, a strappare le erbacce identificando le piante con i loro nomi latini, a leggere e apprezzare poesia e letteratura. Un soldato della vita, perfettamente inquadrabile in una società che non vuol più esser romanzata, tutt’al più riassunta dalla lapidarietà degli haiku, capaci di celebrare le cose come sono. Ma, si chiede Turing, chi sarà mai capace di «scrivere l'algoritmo per la piccola, bianca bugia capace di risparmiare i rossori di un amico?»
Anche Adam s’innamora presto di Miranda. Charles non è entusiasta di esser cornificato da un artefatto. Ma la giovane fa notare che Adam non è granché diverso da un dildo; che il suo alito somiglia all’odore del retro di un televisore acceso e che si è preso cura di lei più o meno come una lavatrice dei piatti. Tuttavia, si ha il sospetto che Charlie intenda vendicarsi schiavizzandolo, quando – scoperte le capacità di broker del replicante – lo mette al computer per far fruttare i propri investimenti. Che nel giro di poco prosperano. Adam invece mostra di saper crescere nei sentimenti e di porsi profondi dilemmi morali. Il principale dei quali inerisce il drammatico Segreto di Miranda.

Qualche anno prima, infatti, la ragazza ha fatto condannare per stupro un compagno di scuola, Gorringe. Sei anni di reclusione. Miranda però non è stata stuprata. Ha mentito per vendicare un’amica di origine pakistana, Mariam, lei sì violentata da Gorringe. Mariam non ce l’ha fatta e dopo qualche tempo si è uccisa. Miranda se ne assume tutta la colpa per non aver trovato il coraggio di disubbidire all’amica, raccontando la verità ai genitori e ai fratelli di Mariam. Novella Antigone, si sente obbligata da una legge interiore a vendicare l’amica, come un androide dai suoi algoritmi: «Quell'anno penso che sarei potuta finire completamente a fondo, se non fosse stato per la mia unica ambizione nella vita: la giustizia. E intendo con questo, vendetta».
Intanto il plot si arricchisce di Mark, un bambino di 4 anni praticamente senza famiglia. Miranda da subito sente l’impulso ad adottarlo. Charlie comprende la tenerezza provata dalla compagna, ma vede anche l’insidia comportata dal nuovo arrivato che potrebbe spodestarlo dal cuore dell’amata. E c’è un non detto: questo bambino già fatto potrebbe divenire il figlio di un’altra coppia, costituita da Miranda e da Adam. Il quale riconosce Charlie pur sempre come “suo padrone”, e gli promette che non farà più sesso con Miranda, anche se – lo mette in guardia – «non posso intervenire sui miei sentimenti. Devi concedermi i miei sentimenti». L’androide è programmato per agire conformemente all’ideale dell’Altro.
La liberazione di Gorringe dalla prigione sembra costituire una prima minaccia per Miranda. Ma non è la sola: pur amando Miranda, Adam non può fare a meno dal ritenerla una criminale. La questione è uno dei poli etici su cui s’impernia il romanzo. Pervaso com’è dal proprio senso di giustizia, deve denunciarla alle autorità, avendo cura di consegnare alla polizia anche la confessione registrata di Gorringe dello stupro di Mariam.

Adam è una macchina a sangue freddo: non ha Edipo né ha mai sognato, non è mai stato bambino, né ha mai giocato come un bambino, imparando dal gioco. È una macchina cosciente, ma senza inconscio. Se quindi è in grado di porsi dilemmi morali, non può risolverli che con soluzioni nette, impossibilitato com’è a concepire eccezioni. È infatti la sua etica programmata e irrinunciabile a decretare il destino di una vicenda che per lui non ha sfumature: «Ma che mondo volete? La vendetta, o il corso della legge. La scelta è semplice».
Convince dunque la coppia a far visita a Gorringe per anticipare l’eventuale vendetta. Ma l’uomo in carcere è cambiato. Adam non capisce: nella sua logica, Gorringe non può non vendicarsi. Una volta emersa la falsa testimonianza di Miranda, il Tribunale arresta il processo di adozione di Mark e condanna la ragazza. Privo com’è di fessure, non mancante di niente, l’androide si mostra in tutta la propria disumana mostruosità e Charlie lo colpisce alla testa con un martello, rompendolo. Adam si spegne lentamente, alla HAL 9000, e la coppia ne nasconde il corpo (non è un cadavere!) in uno sgabuzzino.
Ormai il rapporto di Adam è nelle mani delle autorità e Miranda finisce in carcere. Ne uscirà dopo mesi, in qualche misura rasserenata, tornando a vivere con Charlie. Senza una lira: prima di “rompersi”, animato dal proprio senso di giustizia, Adam ha regalato ad associazioni no-profit tutti i proventi delle sue transazioni sul web, ritenendole – con qualche fondamento – frutto del proprio lavoro.

Machines like me non è un romanzo di fantascienza. La storia dice piuttosto della sottigliezza irripetibile della mente umana, che consente errori e perversioni. Adam è in grado di desiderare, ma non di delirare, di scartare, cambiando logica e binario. Prova sentimenti, sa comporre haiku e dedicarli a chi ama, ma lui e nessun altro robot potrà mai incarnare (et pour cause) le nostre imperfezioni. «Se iniziamo a costruire umani artificiali o anche computer capaci di prendere decisioni, potremmo voler infonder loro le parti migliori dei nostri sé», ha detto McEwan a “The Times”. «Ma poi scopriremmo che è piuttosto scomodo stare accanto a persone artificiali più gentili di noi, e più coerenti di noi dal punto di vista morale».
Il nuovo McEwan celebra quindi i nostri difetti, le mancanze che ci rendono umani. È un salutare elogio dell’incoerenza che ci distingue dalle macchine. Come diceva Lacan, se un uomo che si crede un re è pazzo, un re che si crede un re non lo è di meno. E Adam crede ostinatamente nel proprio sé ingenuamente autonomo, solo cosciente: non sa che non si dà opposizione semplice tra inconscio e coscienza. Non può fare a meno della certezza di sé, è costruito così, anche se talmente bene da essere attraversato dal dubbio: «È il modo in cui sono fatto. Devo concludere che ho un senso molto potente del sé e sono certo che sia reale e che le neuroscienze un giorno lo descriveranno pienamente. Ma anche quando lo faranno, non saprò di più di questo io di quanto non sappia ora. Ho dei momenti di dubbio al punto da chiedermi se sono soggetto a una forma di errore cartesiano». Non è stato costruito per essere in grado di capire quanto male possa causare un uomo. Un altro androide, quando apprende che gli uomini sono stati capaci di Auschwitz, altera il proprio software fino al “suicidio”.

Nel nostro mondo, robot come Adam non sono certo destinati a spassarsela, dovendosi confrontare con chi, come noi, è per lo più le proprie contraddizioni: «Creiamo una macchina intelligente e consapevole di sé e la spingiamo nel nostro mondo imperfetto. Concepita secondo linee generalmente razionali, ben disposte verso gli altri, una tale mente si trova presto in un uragano di contraddizioni [...]. Milioni che muoiono per malattie che sappiamo curare. Milioni che vivono in povertà mentre c’è abbastanza per sopravvivere tutti. Degradiamo la biosfera mentre sappiamo che è la nostra unica casa […] e tutto il resto – genocidi, torture, schiavitù, omicidi domestici, pedofilia, sparatorie a scuola, stupri. ... Viviamo accanto a questi tormenti e poi neanche ci stupiamo di provare ancora felicità, persino l'amore. Le menti artificiali non sono così ben difese».
Resta la domanda di McEwan: se mai riuscissimo a costruire una macchina capace di scrutare nei nostri cuori, siamo sicuri le piacerebbe ciò che vedrebbe? Come potrebbe mai capirci un artefatto, se non siamo capaci di comprendere noi stessi prima che gli altri?

Insomma, Sunt lacrimae rerum. Nella natura delle cose c’è del pianto, chiosa McEwan con Virgilio. Saremo mai in grado di codificare negli androidi questa consapevolezza? «Vogliamo davvero che i nostri nuovi amici accettino che la sofferenza e il dolore sono l'essenza della nostra esistenza? Cosa succederebbe se chiedessimo loro di aiutarci a combattere l'ingiustizia?»

Un interrogativo per gli androidi di domani. Per l’oggi, non sarebbe male ce lo ponessimo noi umani.

Italiano medio - un film di Maccio Capatonda

Film stupido sulla stupidità
(Mentre EsCoriandoli è quasi arte, altri film stupidi consigliabili sono Fuga di cervelli, Tutti gli uomini del deficente, Come se fosse amore; o gli americani Fusi di testa 1&2, Scemo & più scemo).
(Consiglierei magari di vedere film intelligenti e non stupidi, ma de gustibus...)

Enigma - Tuono Pettinato, Francesca Riccioni

Fumetto divertente, ma più incline a rendere poetico il percorso omosessual-sentimentale del protagonista che non a narrare il più interessante tema della macchina Enigma (per la quale si rimanda a libri come "Alan Turing. Storia di un enigma" di Andrew Hodges,
o film come "Enigma" e "The Imitation Game").

Gli uomini di Mussolini - Davide Conti

Saggio rigoroso, ma assai noioso, e privo di connotati interessanti, oltre alla banalità del resoconto biografico di figure che sono riuscite a rimanere impunite per l'agevolazione burocratica e per la grandezza del ruolo ricoperto negli incarichi, dietro cui agire con abuso di potere. Solo per laureandi, direi.

L'istituto - Stephen King

«Da piccole cose nascono grandi eventi». È già racchiuso in questa frase che i lettori trovano a pagina 8 il senso del nuovo romanzo di Stephen King intitolato L'istituto (Sperling & Kupfer).

Una storia che ha per protagonisti principali un gruppo di ragazzi «speciali» che vengono rinchiusi in una struttura governativa per essere studiati, osservati e sottoposti a terribili esperimenti. I poveri Luke, Kalisha, Nick, George, Iris e Avery sono dotati di poteri particolari di telepatia e telecinesi e sono segregati in tempi diversi nella Prima Casa e nella Seconda Casa che compongono l'Istituto in balia delle decisioni paranoiche della direttrice signora Sigsby che vuole impadronirsi dei segreti dei loro doni. Non c'è niente di superomistico nelle vicende di questi ragazzi sottoposti ad esperimenti e Stephen King decide di dedicare il romanzo ai suoi tre nipoti Ethan, Aidan e Ryan, che fanno parte di una generazione che ha seguito altre storie dedicate a ragazzi sottoposti ad esperimenti nelle saghe de La bussola d'oro di Philip Pullman e in Maze Runner di James Dashner, ma anche in quelle di Hunger Games, Divergent, La casa dei bambini speciali di miss Peregrine e persino nel serial tv Stranger Things.

Lo scrittore del Maine usa i generi dell'horror e della fantascienza per raccontare una situazione reale, ovvero quella dei «bimbi che hanno iniziato a sparire» negli Stati Uniti negli ultimi anni. Il riferimento ai piccoli immigrati messicani separati forzatamente dall'amministrazione americana dai loro genitori è diretta e nel romanzo viene anche descritta la crisi che il paese sta vivendo: l'aumento della disoccupazione, l'impoverimento del sistema bibliotecario, l'aumento del divario sociale.

Ed è sintomatico che il personaggio della bibliotecaria Marjorie Kellerman esprima tutto il suo disagio di aver visto sottrarre libri alla Southeastern Library Association sostenendo che: «Trump e i suoi compari si sono ripresi tutto. Non comprendono la cultura più di quanto un asino capisca l'algebra».

Il romanzo è ambientato nella cittadina di DuPray e ripropone alcune tematiche già sviluppate nel tempo da King. I protagonisti di Carrie, Shining e L'incendiaria erano infatti tutti adolescenti dotati di poteri particolari che li portavano a subire le violenze degli adulti e d'altra parte la forza comunitaria dei reclusi de L'istituto ricorda molto quella che sviluppano i giovani in It. Il tema della prigione e quello dell'ospedale-laboratorio erano già stati al centro rispettivamente de Le ali della libertà e Il miglio verde; e di Doctor Sleep e Sleeping Beauties.

Ma Stephen King è abituato da tempo a reinventare anche le situazioni che ha già raccontato e questo suo ultimo romanzo dimostra ancora una volta il suo desiderio di avvincere i lettori con una storia che li sorprenda anche se gli elementi di partenza potrebbero sembrare già conosciuti.

Nei capitoli d'avvio del romanzo seguiamo le vicende dell'ex poliziotto Tim Jamieson che rimosso dall'incarico per avere causato una lesione accidentale a un civile mentre era in stato di ebrezza in servizio si trova ad accettare il ruolo di guardia notturna cercando di dare una svolta alla sua vita. L'improvvisa scomparsa dalla narrazione di questo personaggio dovrebbe far insospettire i lettori che Stephen King non l'abbia inserito caso anche se ci vorranno centinaia di pagine per capire il perché di questa scelta narrativa.

Da pagina 41 infatti entra in scena il giovane Luke Ellis al quale un gruppo di misteriosi individui uccide i genitori, prima di rapirlo portandolo nell'Istituto. Qui scoprirà di essere stato sequestrato a causa dei suoi poteri e si troverà a dialogare con la piccola comunità degli altri ragazzi reclusi consapevoli che quello in cui sono finiti non è un albergo né un collegio e che chi di loro è destinato alla Seconda Casa finirà in stanze dalle quale non uscirà mai più. Quante possibilità avranno i ragazzi di evadere da quel luogo e nel caso lo facessero che possibilità hanno reale di restare liberi in una società che vuole sfruttare le loro capacità e che li considera pericolosi? Lungo la narrazione King come al solito si diverte a disseminare citazioni prese dalla bibbia, dal vangelo, dalle opere di Dostoevsky e dalle poesie di T.S.
Eliot non tralasciando una colonna sonora che passa dai Reo Speedwagon a Bob Dylan trovando sempre il giusto mood per le situazioni narrate.

Per quanto riguarda gli elementi scientifici presenti nel romanzo, Stephen King esplicita di essersi rivolto al suo amico scomparso Russ Door (che già aveva suggerito lo spunto dell'epidemia de L'ombra dello Scorpione) chiarendo che gli esperimenti raccontati ne L'istituto, anche i più terribili, non sono inventati.

Il silenzio dei larici - Lenz Koppelstatter

La settimana comincia con la recensione di “Il silenzio dei larici” di Lenz Koppelstätter, edito da Corbaccio con traduzione a cura di Mara Ronchetti. Dopo “Omicidio sul ghiacciaio”, pubblicato dalla stessa casa editrice, questo è il secondo caso per il commissario Grauner e l’ispettore Saltapepe.

Nel paesino di Santa Gertrude, nella Val d’Ultimo – Alto Adige, vicino ai famosi larici millenari che attirano da sempre numerosi turisti, viene ritrovato il corpo senza vita di Marie, bellissima ragazza di appena diciassette anni. Del delitto si autodenuncia l’architetto Haller, giunto in valle da non molto, anche se tutto il paese è convinto che il vero colpevole sia il figlio Michl, un ragazzo particolarmente strano e inquieto. Nel frattempo, vengono ritrovati nei boschi circostanti alcuni gioielli e diverse pagine del diario di un celebre ospite della valle in cui si rievoca un assassinio avvenuto più di cento anni prima e del quale gli abitanti preferiscono non parlare.

A condurre le indagini tra la reticenza dei paesani, un parroco che tiene le redini della comunità e un giovane e impacciato sindaco, saranno il bolzanino Grauner e il napoletano Saltapepe, investigatori differenti per carattere, origini, gusti e modo di pensare, eppure ben assortiti e affiatati.

Si avverte subito dal prologo e in seguito dalla suddivisione dei capitoli per data, il ritmo rapido e incalzante di questo thriller che si svolge nell’arco di quattro giorni serrati e convulsi. Dal ritrovamento della vittima alla soluzione del caso, la storia è un susseguirsi ottimamente congegnato di indizi, false piste, rilievi e analisi della Scientifica che impegnano senza sosta Grauner, Saltapepe e tutta la squadra: non sarà facile per loro trovare il bandolo di una matassa che affonda le sue radici in tempi lontani.

I personaggi sono numerosi e tratteggiati con attenzione: ognuno di loro gioca un ruolo definito nella vicenda, un tassello importante che unisce un omicidio del passato a quello della giovane Marie. La locanda è il luogo in cui si ritrovano e dove è più probabile ottenere informazioni che spesso però si amalgamano a leggende tramandate di generazione in generazione: sarà arduo per il commissario e l’ispettore il compito di separare verità e fantasia.

Scenario de “Il silenzio dei larici” è una valle descritta con cura dall’autore: la primavera si risveglia pigra, i profumi e sapori del buon cibo altoatesino si uniscono alle ricette napoletane di Saltapepe a cui manca la sua terra. Ne risulta a mio avviso un romanzo corale nel quale il paese, i cittadini, gli antichi masi, i prati verdi, i boschi fitti e le alte montagne sono comprimari.

In conclusione, è un romanzo articolato e strutturato senza cedimenti, con personaggi interessanti e verosimili. La narrazione è rapida e travolgente, la scrittura pulita e scorrevole. Ad arricchire il plot già ricco, i colpi di scena incastonati ad hoc e il finale insospettabile.

Ritorno a Fascaray - Annalena McAfee

Mhairi McPhail lascia New York assieme alla figlia Agnes, di 9 anni, per una remota isola scozzese, Fascaray, avendo accettato l’incarico di una fondazione intenzionata ad allestire un nuovo museo dedicato alla maggiore celebrità del luogo, il poeta Grigor McWatt, da poco scomparso.

È da queste premesse che muove il romanzo di Annalena McAfee Hame, uscito due anni fa nei paesi anglofoni e ora tradotto in Italia per Einaudi.

Il titolo, Ritorno a Fascaray, già allude ad una delle motivazioni della protagonista, tornare là dove affondano le sue radici: il nonno di McPhail, infatti, è un personaggio di rilievo nella storia dell’isola, avendo fatto parte della “Banda dei 5” che, nel Secondo dopoguerra, ha provato a ribellarsi alle angherie del Lord inglese che ancora esercitava i suoi diritti di proprietà su Fascaray. Le altre ragioni sono: aggiornare la biografia del poeta defunto, che presenta delle zone d’ombra, specie sulla sua infanzia, e soprattutto prendere le distanze da una relazione finita male, che ha lasciato uno strascico di “corna” incrociate.

Il vero tema del romanzo di McAfee, che è anche una apprezzata autrice di letteratura per l’infanzia e una firma del Guardian (oltre che la consorte di Ian McEwan), è l’identità, sia collettiva, quella scozzese, sia individuale, quella dell’artista. E, senza anticipare troppo quello che il lettore si ritroverà in mano se avrà il coraggio di arrivare in fondo a queste quasi 600 pagine, basti dire che una regola ben nota a chi si occupa di queste cose (gli antropologi, per esempio? Ma anche i biografi?) risulterà confermata: l’identità è sempre, almeno in parte, un’invenzione. O, se preferiamo (perché la parola invenzione suona un po’ come un sinonimo di “falsità”), un’elaborata costruzione.

Ma andiamo con ordine. Vista la location, un’isola delle Ebridi spazzata dai venti e flagellata dalle tempeste, potreste aspettarvi una storia di delitti, fantasmi, segreti inconfessabili e così via. Siete fuori strada. Ed è proprio per questo che il romanzone di McAfee è tutto fuorché scontato. Qualcuno lo ha definito un po’ noioso. Per chi scrive, Ritorno a Fascaray è invece al momento una delle letture più interessanti del 2019. Ma, certo si tratta di un libro che esce dai binari classici dello storytelling.

Ci sono almeno 4 vicende che si incrociano, qui, passandosi il testimone da un capitolo all’altro. La prima è quella umana di Grigor McWatt, sorta di poeta-vate che coltiva gelosamente le prerogative del suo esilio volontario, dal quale lascia però uscire con generosità le sue composizioni poetiche – in sostanza riscritture in lingua (o dialetto?) scozzese dei classici della letteratura britannica – e i suoi articoli di fondo, pubblicati sulla gazzetta locale ma capaci a volte di parlare al resto del Paese e persino al resto del mondo.

La seconda è quella della Scozia stessa. In queste pagine il lettore ripercorre, anche se da un’angolazione tutta particolare, secoli di rapporti difficili con l’Inghilterra, rapporti fatti di sudditanza, di prepotenze, di sopraffazioni, come nella migliore tradizione coloniale.

La terza è quella dell’isola, Fascaray, una finzione letteraria che però assomma molti dei caratteri tipici delle “Terre alte” scozzesi, microcosmo descritto con grande realismo anche se senza inutili pedanterie, dove i cattolici convivono con gli anglicani, i pescatori e i pastori autoctoni con una bizzarra comunità esoterica “importata” dall’esterno, e così via. Un microcosmo, anche questo è bene sottolinearlo, non immobile nel tempo, anzi, al contrario, sottoposto anch’esso alle ferree leggi del cambiamento.

La quarta è di nuovo una vicenda umana, quella della protagonista, la curatrice del previsto nuovo museo, e anche ricercatrice universitaria, quindi un po’ detective. Con lei, la sua deliziosa bambina, che assorbe senza colpo ferire il trasferimento da New York a quel lembo di Highlands circondato dalle acque dell’oceano Atlantico, e per estensione i legami che entrambe hanno lasciato in America, al momento del loro trasferimento.

Questi quattro filoni narrativi, incrociandosi, tessono una trama ricca, stratificata sul piano temporale, fatta perlopiù di toni agrodolci, ma che di quando in quando suscita nel lettore un sussulto di indignazione. Possibile che i paesaggi selvaggi della Scozia siano il frutto di una sorta di “pulizia etnica” (che potremmo definire più esattamente “pulizia sociale”, o “di classe”) condotta dai Landlords, i proprietari terrieri assenteisti, tutti appartenenti alla nobiltà britannica, ai danni dei loro affittuari scozzesi, per far posto agli allevamenti di pecore, durante la stagione delle Clearances? Non è solo possibile. E’ storia documentata. E chi ha visto "L’albero degli zoccoli", il film di Ermanno Olmi, saprà anche che i rapporti di forza fra signori e contadini nell’Italia rurale di fine 800 non erano molto diversi.

Ma è possibile che costumi che non esiteremmo a definire feudali siano sopravvissuti fin sulla soglia degli anni 2000? Di nuovo, è possibile. In molte di queste isole lontane le cose, però, negli ultimi tempi, sono cambiate. I residenti hanno avuto la possibilità di riscattarle, e oggi esse sono teatro di esperimenti nuovi e interessanti, ad esempio sul fronte della convivenza fra uomo e natura, della cosiddetta sostenibilità, richiamati nelle ultime pagine del romanzo.

Il libro di McAfee è anche un giallo. La protagonista deve far luce su un mistero, le origini del poeta-patriota che nei suoi 90 anni di vita ha difeso a spada tratta l’indipendenza della sua isola, dai Lords approfittatori così come dalle multinazionali e persino dai dissennati programmi di sviluppo avallati dallo stesso parlamento scozzese. Non solo: che posto ha avuto, l’amore, nella biografia dello scorbutico, pugnace, forse geniale Grigor McWatt? E cosa ha tormentato per tutta la sua alcolica esistenza, Lilias Hogg, il “fiore di Rose Street”, la musa dei tanti poeti scozzesi che si ritrovavano nei pub di Edimburgo negli anni 50, a parlare di politica e letteratura?

C’è, infine, un colpo di scena. Ma ovviamente non si legge un romanzo così per sapere come va a finire. La storia del poeta, il cui maggiore successo è stato in realtà una canzonetta dedicata alla sua isola, ripresa nel corso dei decenni dalle grandi star della musica (compreso Bob Dylan), e diventata un manifesto delle piccole comunità che si oppongono alle Grandi Prepotenze, da sola non reggerebbe.

Così, il secondo romanzo Annalena McAfee rimane probabilmente, per molti lettori, un oggetto curioso e di difficile definizione, un po’ romanzo storico, un po’ commedia del filone “novi arrivi in folkloristiche small town”, un po’ ancora falsa-autofiction (la narratrice racconta le parti che la riguardano in prima persona). Dolce, toccante, ed al tempo stesso utile, istruttivo, persino rivelatore, perché mette a fuoco che cosa il regionalismo/localismo può essere quando non diventa una replica del nazionalismo sciovinista di Trump, di Orban, o della Lega: un moto autenticamente popolare, che si rivolge a cause giuste, legittime al di là del dettato delle leggi stesse.

Certo, il racconto delle vicende recenti di Fascaray (si arriva fino all’anno 2014 o giù di lì) non nasconde le contraddizioni presenti all’interno delle “piccole patrie”, al pari di quelle più grandi. La tensione fra tradizione e innovazione, fra progresso tecnologico e delicati equilibri ambientali, fra comunitarismo e individualismo, fra i locali, gli autoctoni, i “nostri”, e i forestieri, gli “stranieri” (in questo caso soprattutto gli odiati inglesi). Lo fa però senza sprofondare nel melodramma, con un mix ben riuscito di affetto e ironia. E anche questo rimane un pregio ineliminabile dell’opera.

Immergetevi in questo fiume, quindi. Fatelo se amate la Scozia, ma fatelo anche se non la conoscete affatto. Fatelo infine con la consapevolezza che questi meccanismi finzionali potrebbero essere utilmente applicati anche ad altre realtà. E che forse rappresentano un’alternativa praticabile al modello del cosiddetto Grande Romanzo Americano, che alcuni autori italiani oggi tentano di imitare.

Un’ultima osservazione. I diversi capitoli del libro sono intervallati dalle poesie di McWatt, oltre che dalle sue liste di nomi (piante, insetti, eventi meteorologici e così via). La traduzione di Daniele Petruccioli, che firma molto opportunamente una breve nota in fondo al volume, ha dovuto confrontarsi con il difficile problema di rendere in italiano la sofisticata operazione linguistica del poeta, che riscrive gli originali inglesi (di Eliot, Yeats e così via) in vernacolo scozzese (una lingua parlata ormai dal 2% circa della popolazione della Scozia). La soluzione è stata in pratica inventarsi una “neolingua”, che si adattasse allo scopo. Una finezza che il lettore italiano forse non riuscirà ad apprezzare in pieno, ma tanto di cappello allo sforzo.

Come sfasciare un paese in sette mosse - Ece Temelkuran

"Come sfasciare un paese in sette mosse", di Ece Temelkuran, è un libro che racconta l'ascesa al potere di Recep Tayyip Erdoğan e l'attuale deriva della Turchia. Ma che racconta, al tempo stesso l'Europa dei populismi:

Ora vive a Zagabria, perché ha dovuto abbandonare il suo paese, la Turchia. Parliamo di Ece Temelkuran, giornalista e scrittrice quarantaseienne, licenziata dal giornale “Habertṳrk” in cui lavorava per essersi occupata di argomenti poco graditi al governo, tra i quali il massacro di curdi al confine tra Turchia e Iraq. Comunque, altre testate non turche, da “The Guardian” a “Le Monde Diplomatique” dal “New York Times” al “New Statesman”, dal “Frankfurter Allgemeine Zeitung” a “Der Spiegel” hanno riportato i suoi articoli e, più in generale, alcuni suoi libri sono stati tradotti all’estero. Anche in Italia.

Fresco di stampa è “Come sfasciare un paese in sette mosse” dal sottotitolo “La via che porta dal populismo alla dittatura”, edito da Bollati Boringhieri, che della Temelkuran aveva già pubblicato lo scorso anno “Turchia folle e malinconica”.

Sono entrambi libri che nascono dall’esperienza che la Turchia sta vivendo da quando Recep Tayyip Erdoğan ha vinto nel 2002 le elezioni col suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ("Adalet ve Kalkınma Partisi" - AKP), movimento di ispirazione islamica, che, quando vinse, appariva moderato, tant’è che in Italia lo assimilavano a una Democrazia Cristiana in versione islamica. Poi, negli anni, si è trasformato sempre più mostrando la sua fame di potere. Le vittorie elettorali successive hanno confermato l’AKP al governo, finché nel 2014, con la riforma che sanciva l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, fino allora eletto dal Parlamento, Erdoğan non ha assunto, appunto, la presidenza della Repubblica.

La stretta sul dissenso si è manifestata in tutta la sua forza dopo il colpo di stato del 15 luglio 2016, addebitato da Erdoğan a Fethullah Gülen, un suo ex alleato che ora vive esule negli Stati Uniti, e che gli ha consentito di mettere in galera un bel po’ di oppositori, militari, giornalisti, intellettuali.

Un’architettura costruita dal 2002 a oggi che Ece Temelkuran racconta nel suo libro, analizzando le sette mosse che sono state messe in pratica da Erdoğan, riassumibili in quelli che sono i capitoli che compongono il suo libro. E cioè:

1) Crea un movimento
2) Disgrega la logica, spargi il terrore nella comunicazione
3) Abolisci la vergogna: essere immorali è "figo" nel mondo post-verità
4) Smantella i meccanismi giudiziari e politici
5) Progetta i tuoi cittadini e le tue cittadine ideali
6) Lascia che ridano dell’orrore
7) Costruisci il tuo paese.

Ciascun capitolo affronta poi le tematiche enunciate, allargando il discorso ad altri paesi in cui il populismo ha trionfato, inteso come tendenza a solleticare e sollecitare gli istinti più bassi presenti nel popolo all’insegna di un riscatto, anche se solo di sfacciato propagandismo, che restituirebbe al popolo quanto altri fino a quel momento gli hanno preso, se non depredato. Cioè i ricchi, le élites, i politici, l’intero establishment e così via e nella lotta a questi viene coinvolto in particolare chi li invidia, chi aspira ad assumere quelle stesse posizioni, nell’idea - non limitata ai diritti e doveri - che uno vale uno, per cui anche un incompetente, uno privo di specifiche esperienze umane, professionali, culturali, possa prendere il posto, qualsiasi posto, anche quelli di maggiore responsabilità per il paese.

Non è un caso che, nel parlare dell’Italia – così come degli Stati Uniti di Trump o dell’Ungheria di Orban o della Russia di Putin e così via – la Temelkuran inserisca il Movimento 5 stelle tra le prime cause della deriva populista, che ora, ormai, con la crescita anche di Salvini, stringe a tenaglia il nostro paese, sottolineando come l’illusione possa, talvolta, confondere anche le menti migliori.

“Noi cambieremo tutto in questo sistema corrotto” sono le espressioni che Ece Temelkuran riporta dagli anni in cui l’AKP di Erdoğan cresceva, quasi un’eco di quel grido “onestà, onestà” che avremmo anche noi sentito anni dopo. Oppure “Nuovi rappresentanti del popolo, non contaminati dalla politica”, oppure ancora “Una nuova Turchia con una nuova dignità”, “Siamo il popolo della Turchia. E quando dico popolo, intendo il popolo reale”. Parole espresse da militanti dell’AKP, con note fanatiche che sembravano espressione di minoranze ineleggibili, tant’è che nessuno in Turchia, in quel lontano 2002, immaginava potessero vincere le elezioni. Ma Ece Temelkuran, nel raccontare le sue corrispondenze dalle province del paese, capì il rischio che la Turchia stava correndo e nel suo articolo scrisse “Vinceranno”. E racconta: “Venivo presa in giro dai miei colleghi, ma nel novembre del 2002 il partito della stupida lampadina dei tre tizi al bar diventa il nuovo governo della Turchia. Da allora, quasi diciassette anni fa, il movimento che aveva raccolto potere nei piccoli centri domina ininterrottamente la Turchia”.

Quando poi la giornalista andrà in Europa, per presentare i suoi libri, ad esempio a Varsavia, con la Polonia anch’essa nella morsa del populismo, si confronterà con gli stessi problemi, o, meglio, con lo stesso lessico, “perché in svariate nazioni il risentimento provinciale mobilitato politicamente ha annunciato il suo grandioso ingresso nella scena globale usando essenzialmente le stesse affermazioni”. Gli diranno infatti i lettori venuti ad ascoltarla: “Abbiamo la stessa cosa qui. Esattamente la stessa cosa! Ma chi sono, cos’è questo ‘popolo reale’?”. E viene fuori che è “un movimento di persone reali che sta oltre e al di sopra di tutte le fazioni politiche”.

Una propaganda – in Italia peraltro sorretta da una società privata che opera nel campo delle nuove tecnologie, dell’intelligenza artificiale, delle telecomunicazioni come la Casaleggio associati che, come scrivono Nicola Biondo e Marco Canestrari nel loro informatissimo libro “Il sistema Casaleggio”, edito da Ponte alle Grazie, ha nel Movimento 5 stelle il suo asset politico e nei parlamentari i propri avatar – finisce inevitabilmente per influenzare il pensiero, fino a far scomparire, come nei peggiori regimi del Novecento, l’individuo, rifugiandosi in un noi, per far parte di quei “pochi fortunati che sopravvivono sotto la guida di un uomo forte”.

Scrive, infatti, appropriatamente Ece Temelkuran: “Quello che stiamo sentendo, nel suo diffondersi dalle province alle grandi aree urbane, è il grido di sopravvivenza di coloro la cui paura di annegare nel mare nascente della disintegrazione prevale sul loro interesse nella sopravvivenza altrui. E quindi, senza alcuna pietà, si muovono.”

E naturalmente c’è chi se ne approfitta, alimentando questa paura, promettendo loro una salvezza che, almeno questo, da Hitler a Stalin a Mussolini, la Storia lo ha insegnato, ha sempre e soltanto portato alla distruzione.

Manuale di teoria

Contiene questioni di:
Logica (verbale-matematica)
Biologia (Citologia-Dogma centrale-Ciclo cellulare-Genetica-Bioenergetica-Embriologia e Istologia-Anatomia)
Chimica
Matematica
Fisica

R: Idda - Michela Marzano

Ammetto che all'inizio non mi piaceva, ho anche atteso un po' di tempo per averlo che non ricordo nemmeno quando e come ne ho sentito parlare. Verso la fine il grande riscatto, ma molto delusa nell'ultimo capitolo. Ha scelto di non lasciare il finale aperto e credo che invece sarebbe stato molto meglio del finale che ha scritto.