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Gli ultimi messaggi del Forum

Il caso Sparsholt - Alan Hollinghurst

Alan Hollinghurst, inglese, che per anni ha scritto recensioni e articoli raffinatissimi e colti sul Times Literary Supplement, come scrittore lo conosciamo per il romanzo “La linea della bellezza” che nel 2004 vinse il prestigioso Booker Pride.

In questo suo ultimo libro, “Il caso Sparsholt”, lo scrittore parte dal 1940 per arrivare fino al 2018. La trama è insidiosa e assai complicata. Un giovane canottiere di nome David Sparsholt va a stare nella cittadina universitaria di Oxford per sei mesi.
Il giovane è bellissimo, muscoloso, fa girare gli occhi non solo alle donne,
ma anche agli uomini. Il gruppo di intellettuali raccolti intorno a Evert Dax scommette che David andrà a letto con Evert e altri, anche se è fidanzato con una graziosa ragazza. Il caso Sparsholt divenne un pettegolezzo tramandato fino ai giorni nostri, perché David non solo ebbe rapporti omosessuali, ma venne incriminato per corruzione.

Allora, prima di proseguire c’è da dire che nella Swinging London, con le ragazze con le gonne cortissime, insomma nella Londra degli anni Sessanta con i Beatles e la rivoluzione sessuale, era ancora vigente la legge contro la sodomia, la stessa legge che portò Oscar Wilde in galera. Quindi i gay avevano ancora paura.
Il figlio di David, Johnny, manco a dirlo è un omosessuale discreto, che si mantiene dipingendo soprattutto ritratti singoli o ritratti di famiglia. Negli anni Settanta conosce Patrick, detto Pat, amore a prima vista. Ma a parte gli amici più intimi, per i vicini sono due coinquilini.

La vita che conducono è al contempo quotidiana o piena di feste dove bazzica Evert, ormai sempre più vecchio e sempre più vizioso. Non ci sono nel panorama di Hollinghurst gli eterosessuali, che solo marginalmente vengono rappresentati.

Un libro che non si può consigliare a un lettore medio, perché in questo ginepraio lo scrittore non va per il sottile e descrive una specie di Sodoma e Gomorra.

Si arriva ai giorni nostri dove un sessantenne Johnny rimasto solo dopo la morte di Pat, va per la prima volta in una discoteca gay, qui si cala delle pastiglie e della cocaina.

Non diremo la fine, ma Hollinghurst sembra dirci che questa libertà dei gay potrebbe finire subito, se andasse al potere un governo ultra conservatore. Quindi può cessare tutto all’improvviso...

Un libro poderoso, ironico, tradotto benissimo da Riccardo Cravero.

Dopo le fiamme - Fernando Aramburu

I libri di Fernando Aramburu fanno venire voglia di agitarsi. Senza però interrompere a lungo, imitando la sua posizione preferita, «l’esercizio delizioso della lettura» praticato in ore di «serenità notturna» con la lampada a fianco, un quaderno per le annotazioni a portata di mano. Se Patria spingeva infatti il lettore a unirsi agli applausi rivolti nel romanzo all’alter ego dell’autore, che spiegava in pubblico come avesse cercato di mostrare «la sofferenza inflitta da alcuni uomini ad altri», Autorretrato sin mí obbliga invece a camminare per la stanza, pilotati in modo precario dallo stupore, per seminare a voce alta le parole, tentando finalmente di violare quella che un maestro a lui caro, Albert Camus, chiamava «la grande indifferenza del mondo».

Qualcuno ascolterà chi declama in solitudine? È possibile. Le parole servono «a nominare cose che ignorano di essere nominate» e la loro forza, quindi, può prendere una sorta di consistenza fisica. In Vuelta a casa, uno dei sessantuno testi di questo volume che sono stati pensati — come ha detto al «Diario Vasco» — «sugli aerei, nelle sale di attesa degli aeroporti, nelle stanze di albergo, sempre in luoghi inabituali che invitavano al monologo silenzioso», Aramburu racconta di una visita nella «penombra familiare» dopo la morte del padre, operaio in una tipografia di San Sebastián. Alla fine pronuncia il suo nome, come se lo chiamasse da lontano. «Uscendo dall’appartamento, rassegnato al tuo silenzio, noto — aggiunge — che l’aria mi dà una pacca sulle spalle come quelle che tu mi davi».

L’aria. La stessa dove si materializzano le sue frasi che ripetiamo a voce alta. Vediamolo, questo autoritratto, che arriva un po’ a sorpresa (sei anni dopo Años lentos, che guardava indietro, verso l’infanzia) nel suo eccezionale incrocio tra prosa, memoria, poesia. Una delle «passioni giovanili» di Aramburu, questa, tanto che alla «poesia che scrivono gli altri», come ha annunciato in un’intervista a «Abc», sarà dedicato il suo prossimo libro. Intanto, senza conoscere chi siano questi altri, il pensiero corre in Spagna a Jaime Gil de Biedma, che ricorda in No volveré a ser joven quando «invecchiare, morire, erano solamente/ le dimensioni del teatro» o, fuori della Spagna, alla malinconia di Iosif Brodskij che, in Strofe veneziane, desidera «crollare sul letto, stringersi a ossa vive/ come a uno specchio ardente, dalla cui superficie/ nessun dito potrà più scrostarvi». Per il momento sappiamo che i versi di Federico García Lorca scatenarono in lui, a dodici-tredici anni, «un fervore incurabile».

Un nuovo romanzo c’è, ma preferisce non parlarne perché «ancora la creatura deve nascere». «Esporre la gravidanza ai raggi X non fa bene al bambino» dice sempre anche Amos Oz quando gli chiedono che cosa stia scrivendo. Lo straordinario successo di Patria — che ha venduto 700 mila copie in Spagna, ed è entrato nelle prime posizioni delle classifiche italiane, tedesche e adesso anche francesi — è servito forse a fare trovare a quest’uomo dalla apparente tranquillità il coraggio di «aprire una finestra sulla sua dimensione interiore». Ma perché ci vuole convincere che un quadro così fedele al suo soggetto, cioè sé stesso, possa essere «senza» chi lo ha dipinto? È forse il paradosso della scrittura, che si allontana quanto più si avvicina al centro. «Abito da quando sono nato — si legge all’inizio — in un uomo chiamato Fernando Aramburu. Abbiamo passato tanto tempo insieme che ormai non so se lui sia io o io sia lui».

Non dategli retta, però, quando parla di una «piccola e modesta verità personale». La capacità che dimostra di saper entrare nella realtà delle persone in un modo nello stesso tempo tanto profondo e tanto astratto, rovesciandola, smettendo di «camuffare» il materiale autobiografico che ispira i suoi romanzi , è quasi senza eguali nel panorama della letteratura contemporanea. Perfino il beffardo John Banville, nel suo Time Pieces. A Dublin Memoir, rispetta i confini del tempo quando parla delle soste del padre per una pinta di birra «in un altro mondo, in un’altra epoca». Aramburu spezza invece la gerarchia cronologica dell’esistenza. Cerca di mettersi in contatto, senza possibilità di essere udito, con un visitatore della sua tomba al quale però «forse non interessa l’opinione di un povero morto». La pioggia vista oggi dalla finestra della sua casa in Germania è sempre quella del passato, «non nasce dalle nubi — confessa — ma dalla solitudine asciutta che batte dentro il mio petto».

L’unico confronto che si può fare è quello con un altro abitante dell’Olimpo, il Richard Ford di Tra noi. «Mia madre e io ci somigliamo», scrive l’autore di Il giorno dell’indipendenza, osservando che nella sua biografia «non c’è stato nulla di particolarmente brillante». «Ma è stata lei — prosegue — che in un modo o nell’altro mi ha reso possibile esprimere i miei sentimenti più sinceri, con un atto paragonabile a quello che la grande letteratura compie sul suo devoto lettore. E con lei ho conosciuto quel momento che tutti vorremmo conoscere, il momento in cui si dice: Sì. È così». «L’abbraccio di mia madre è il calore più antico della mia vita», ricorda Aramburu, che è arrivato alla letteratura attraverso scoperte successive, legate al gusto della lingua, al piacere dei testi. Ma senza l’esempio di questa donna semplice non avrebbe probabilmente mai avuto la perseveranza di scrivere. «Quello che ho sempre più ammirato in te — le dice — è la capacità di quarzo di tenere a bada la tristezza».

Rileggiamo alla fine l’autoritratto nel suo ordine. Non è quello di Patria, in cui gli anni vanno avanti e indietro per dare più lucidità alla narrazione. Qui c’è un filo che ognuno di noi può trasformare in un gomitolo. San Sebastián, da cui è partito un treno «entrato in un tunnel dal quale ignoro se sia uscito». Il mare, «un membro in più della mia famiglia». La vita, che scorre così intensamente, nei suoi lunghi silenzi: è meglio quindi «mettere l’anima al riparo in un armadio», e uscire senza portarla con sé, «perché se si rompe, non ce n’è un’altra». La «linea del destino» segnata anche da sconfitte, non definitive, «impresse con ferro rovente nella memoria». I libri, scoperti sui banchi di scuola, che gli fanno respirare «l’odore letterario della carta». Poi torniamo ancora sulle pagine più belle. Riconosciamo una donna. Lo studente di filologia le ha suonato alla porta, le labbra di lei avevano «la temperatura esatta dell’amore». «Non c’è un suo dolore che non faccia male anche a me, non c’è una sua risata — scrive — che non mi raddoppi l’allegria». Come direbbe Ford: «Sì. È così».

Il mistero di Homo naledi - Damiano Marchi

Libro che narra della scoperta con prosa semplice ed entusiasta;
è più quanto non si sa di esso che quanto si sappia però, e quindi a leggerlo pare solo d'esser sommersi dalle fibule...

Consigliato a: Solo per interessatissimi all'ominazione.

L'invenzione occasionale - Elena Ferrante

Alle polemiche legate alla 32esima edizione del Salone del Libro di Torino e alle polemiche che hanno infiammato e continuano ad infiammare gli animi di molti, alle esclusioni di Altaforte e alle minacce del suo fondatore, Francesco Polacchi, di preparare una vera e propria controffensiva prevista - come ha dichiarato – “sabato prossimo in una location della città”, sarebbe bello se potesse rispondere Elena Ferrante, la scrittrice italiana vivente più letta e tradotta al mondo per la tetralogia de “L’amica geniale”, la più misteriosa sicuramente, visto che nessuno ne conosce l’identità.

Alla kermesse torinese non sarà presente, o meglio, anche se ci sarà nessuno lo scoprirà mai, ma verrà presentato in esclusiva mondiale il suo nuovo libro, “L’invenzione occasionale”, pubblicato come tutti gli altri dalle edizioni e/o, un volume che raccoglie tutti gli articoli da lei scritti per un anno nella sua rubrica sul quotidiano inglese The Guardian. Leggendo quelle pagine in anteprima, abbiamo trovato un passo che è perfetto per descrivere quanto sta accadendo e quanto altro succederà (speriamo di no) in questa vicenda del Salone: il capitolo dedicato alla paura.

“Temo tutti gli esseri umani quando diventano violenti”, scrive la Ferrante. “Li temo se urlano, se insultano, se sfoggiano parole di disprezzo, mazze, catene, armi da taglio o da fuoco, bombe atomiche. Eppure da ragazza, in ogni occasione in cui bisognava mostrarsi impavide, io mi obbligavo a essere impavida. Presto mi sono abituata a temere meno i pericoli veri o immaginari e più, molto di più, il momento in cui altri o altre reagivano come io, paralizzata, non riuscivo a reagire”. “L’opinione corrente – continua la scrittrice – è che chi reagisce come caparbiamente mi sono addestrata a reagire io abbia il vero coraggio, quello che consiste appunto nel vincere la paura”, ma – precisa di non essere affatto d’accordo. “Noi persone pavide-combattive collochiamo in cima a tutte le nostre paure la paura di perdere la stima per noi stesse. Ci assegniamo immodestamente un grandissimo valore e pur di non trovarci faccia a faccia con la nostra degradazione siamo capaci di qualsiasi cosa”. “So da parecchio tempo – conclude in quell’articolo – di poter eccedere e quindi sto provando ad attenuare le reazioni aggressive a cui mi sono costretta fin da bambina. La cosa che forse bisogna temere di più è la furia delle persone atterrite”.

Il libro, impreziosito, come quella rubrica, dalle illustrazioni di Andrea Ucini, consta di oltre cinquanta brevi testi originali e anticonformisti da lei scritti fino al 12 gennaio dell’anno in corso, una vera e propria “prima volta” per la Ferrante, visto che – come spiega, non si era mai messa “nella condizione di scrivere per obbligo, chiusa dentro un perimetro inviolabile”. Il suo è stato “un esercizio nuovo”: “ogni volta calavo il secchio in fretta dentro qualche fondo scuro della mia testa, tiravo su una frase e aspettavo con apprensione che seguissero le altre”.

Con lo stile che la contraddistingue e a cui ci ha abituati, in questa elegante e personale raccolta di emozioni, fa spaziare il suo sguardo lucido sul nostro tempo e lo illumina, come solo i più grandi scrittori sanno fare, parlando, tra l’altro, di amore, di delusioni, del sonno, di scrittura, di finzione, di ricordi, delle prime volte (“quelle a cui guardiamo con indulgenza eccessiva”), di dichiarazioni spontanee e di essere orgogliosamente italiana.

“Sono italiana e quando lo dico, perché scrivo in italiano, voglio dire che lo sono pienamente e insieme nell’unico modo in cui sono disposta ad attribuirmi una nazionalità. Gli altri modi non mi piacciono o mi spaventano, specie quando diventano nazionalismo, sciovinismo, imperialismo e si servono ignobilmente della lingua o per barricarsi coltivando una inutile quanto impossibile purezza, o imponendola con lo strapotere economico e con le armi. È accaduto, accade, accadrà, ed è un male che tende a cancellare differenze e perciò ci impoverisce tutti. Preferisco la nazionalità linguistica in quanto punto di partenza per dialogare, in quanto sforzo di passare il limite, passando oltre il confine, oltre tutti i confini, innanzitutto quelli di genere. Per questo gli unici miei eroi sono le traduttrici, i traduttori e adoro chi conosce l’arte della traduzione simultanea perché importano nazioni dentro altre nazioni, sono i primi a fare i conti con modi di sentire distanti”.

Nel ricordarci poi che possiamo essere molto più di ciò che ci è capitato di essere, la Ferrante ci parla di quello che è una vero e proprio spettro in agguato dietro la classificazione di vincenti e perdenti, ovvero “la paura del fallimento”. Ogni lista possibile, di buoni come di cattivi, “sono crudeli quanto arbitrarie” e lei – se potesse – dice che cancellerebbe ogni concetto come fallire, vincere, perdere, perché allo stato attuale “sono privi di qualsiasi fondamento oggettivo”. Non ama, infine, l’antropocentrismo: “non mi piace la tronfia pochezza degli umani che si considerano creature elette…l’animale uomo deve cercare nuovi equilibri”.

Facebook - Julien Azam

Al di là del concetto di amicizia nuovo, la friendship, e qualche dato sociologico sulla ritrosia degli utenti a accettare i parenti come amici sul social, c'è davvero ben poco.

L'uomo che scrive ai morti - Douglas Preston & Lincoln Child

Aloysius Pendergast, pluridecorato agente dell’FBI, è considerato un cane sciolto per via dei suoi metodi investigativi poco ortodossi e dell’inquietante aura di mistero che lo avvolge ma sfoggia un’immensa cultura generale, buongusto in fatto di abiti e cibo e un tagliente sarcasmo nonché un’intelligenza sopraffina.

“In quel preciso istante la porta della sauna si aprì ed entrò un uomo. (…) Alto, magro, capelli tagliati con cura e tanto chiari da sembrare bianchi. Gli occhi erano azzurri come il ghiaccio, e altrettanto freddi e indecifrabili. Era entrato nella sauna indossando un completo nero di sartoria, dalla fattura impeccabile e tagliato su misura.”

Così l’agente Pendergast entra in scena e si presenta al cospetto di Pickett, suo superiore, per apprendere i dettagli del caso che gli sta per essere affidato e scopre anche che, come condizione tassativa, dovrà collaborare con l’agente Coldmoon, suo nuovo partner lavorativo. Nel cimitero di Bayside-Miami, sulla tomba di Elise Baxter, morta suicida più di undici anni prima, è stato ritrovato un cuore umano ancora sanguinolento e un biglietto scritto con grafia elegante e curata con un messaggio di pentimento, corredato da una citazione letteraria e da una firma.

Tre giorni dopo lo schema si ripete: nuovo omicidio, nuovo cuore sulle spoglie di una suicida e nuovo biglietto firmato come il primo dall’assassino: Signor Cuorinfranti, nome eccessivamente romantico per un così abile e spietato assassino che insanguina le notti di Miami trasportando organi ancora pulsanti sulle lapidi di giovani ragazze suicide riaprendo nuove dolorose ferite nei parenti rimasti a chiedersi il motivo di un gesto così improvviso e immotivato. Tolte la giovane età e la modalità di morte non ci sono apparentemente altri punti in comune né tra le defunte né tra le vittime del serial killer ma la coppia Pendergast-Coldmoon, aiutati dalla dottoressa Fauchet – giovane medico legale – arriveranno a comprendere il movente scatenante di questa follia omicida portandoci ancora più indietro nel tempo e spiegandoci con fredda logica la vita e la necessità di espiazione di Cuorinfranti.

“Capisci? Devo espiare. Se non puoi aiutarmi a farlo, dovrò continuare da solo… e non finirà bene.”

La storia è originale e interessante: scrittura trascinante, dialoghi intelligenti, personaggi ben caratterizzati e descrizioni paesaggistiche che non annoiano ma che riescono invece a farci sentire al centro della scena e al fianco dei protagonisti. Anche le descrizioni di ambienti, cibo e quotidianità non sono mai banali e servono a spezzare un po’ la tensione dell’indagine.

“Un’esperienza che gli aveva insegnato anche quanto fosse bizzarro il paesaggio della Florida: milioni di persone ammassate lungo il litorale, come formiche, e poi nient’altro che laghi, aranceti, ranch e, naturalmente, paludi.”

Questo è il diciottesimo libro con protagonista Pendergast – partendo da Relic e Reliquary, La stanza degli orrori, passando per la Trilogia di Helen (moglie di Aloysius) e la Trilogia di Diogenes (il fratello con spiccato senso del crimine e della violenza).