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Gli ultimi messaggi del Forum

Doppia verità - Michael Connelly

Doppia verità è un thriller dello scrittore statunitense Michael Connelly, pubblicato a febbraio 2019, con protagonista il detective Harry Bosch e l’avvocato con Mickey Haller. La verità può essere di due tipi. Quella che libera, e quella che uccide.

“Sapeva che al mondo ci sono due tipi di verità: quella inalterabile, su cui si fondavano la vita e la missione di una persona, e quella flessibile, la verità dei politici, dei ciarlatani, degli avvocati corrotti e dei loro clienti, che veniva piegata e modellata secondo scopi precisi.”

Harry Bosch non ha lasciato il LAPD, il dipartimento di polizia di Los Angeles dove ha lavorato per una vita, nel più felice dei modi. Ma è da un po’ che ha voltato pagina: si occupa di “casi freddi” per la polizia di San Fernando, piccola municipalità dell’area di Los Angeles, e gli va bene così. Scavare nel passato, alla ricerca di nuovi indizi in vecchi casi rimasti irrisolti, gli sembra la cosa più adatta a lui, in questo momento della sua vita.
Ma quando due farmacisti della cittadina vengono ammazzati nel loro negozio, il suo nuovo capo gli chiede una mano: e così, insieme alla detective Bella Lourdes, Bosch si ritrova coinvolto in un caso che di “freddo” ha ben poco.
Nel frattempo, però, il fantasma del LAPD torna a fargli visita: Preston Borders, omicida e stupratore che trent’anni fa Bosch assicurò al braccio della morte, ha presentato un ricorso. A quanto pare, ci sono nuove prove a favore della sua innocenza, e Bosch è nel mirino: non solo avrà bisogno del suo avvocato, Mickey Haller, per difendersi da accuse di incompetenza e inquinamento di prove, ma soprattutto, agli occhi del mondo, rischia di essere nient’altro che il poliziotto che ha mandato in prigione l’uomo sbagliato. A meno che, nei nove giorni di tempo prima che Borders venga scarcerato, Bosch non riesca a smontare il nuovo caso, e trovare altre prove della colpevolezza del detenuto. Al detective, lasciato solo anche dai suoi ex colleghi, non resta così che lottare per far valere l’unica verità che conta. Sapendo che in ballo stavolta c’è il suo stesso onore.

"Bosch era nella cella numero tre del vecchio carcere di San Fernando, e frugava tra i fascicoli del caso Esme Tavares, quando ricevette un sms da parte di Bella Lourdes, che si trovava in sala detective.
«Il LAPD e il procuratore distrettuale stanno venendo da te. Trevino gli ha detto dov’eri.»
All’inizio della settimana, Bosch era quasi sempre nello stesso posto: seduto alla sua scrivania improvvisata, una porta di legno presa in prestito dai Lavori Pubblici, posata in orizzontale su due pile di scatoloni. Rispose al messaggio di Lourdes, ringraziandola, aprì il menu applicazioni dello smartphone e accese il registratore. Quindi posò il telefono con lo schermo in giù sulla scrivania, coprendolo in parte con un fascicolo del caso Tavares. Era una mossa preventiva: non sapeva perché gente del dipartimento di polizia di Los Angeles e dell’ufficio del procuratore stesse venendo a cercarlo di lunedì mattina presto. Non aveva nemmeno ricevuto una telefonata di preavviso, anche se era vero che la connessione, dietro le sbarre d’acciaio della cella, era piuttosto difficoltosa. Ma sapeva che le visite a sorpresa spesso erano una mossa tattica.
I suoi rapporti con il LAPD, dopo il pensionamento forzato che era stato obbligato ad accettare tre anni prima, erano sempre tesi, e il suo avvocato gli aveva consigliato di tutelarsi documentando ogni interazione.
Mentre aspettava la visita, si rimise al lavoro. Stava esaminando le dichiarazioni rilasciate nelle settimane successive alla scomparsa di Tavares. Le aveva già lette, ma a suo parere spesso il segreto per risolvere i casi freddi si nascondeva nei vecchi fascicoli. Era tutto lì, se sapevi cosa cercare. Una discrepanza logica, una traccia poco visibile, un’affermazione contraddittoria, una nota scritta a mano a margine di un rapporto… Tutte quelle cose lo avevano aiutato molte volte, in quarant’anni di carriera..."

L'incredibile viaggio delle piante - Stefano Mancuso

Veramente un libro interessante. Sono appassionato di piante, ma le cose che ho scoperto in questo libro mi hanno aperto ancor di più la mente e fornito info che non conoscevo.
Portato avanti con scrittura semplice ma intrigante grazie anche a vissuti personali dell'autore, scorre benissimo e arrivi alla fine che non te ne rendi neppure conto.
Unico punto negativo è proprio questo...vorresti avere altre nozioni e altri capitoli da sfogliare!!

Blu come la notte - Simone van der Vlugt

“Blu come la notte” (Ponte alle Grazie 2016, titolo originale Nachblauw, traduzione di Laura Pignatti) è un romanzo storico di Simone van der Vlugt una delle più prolifiche e acclamate autrici olandesi, che ha pubblicato libri per ragazzi e thriller. Nata nel 1966, vive ad Alkmaar con il marito e due figli.

Nel 1654, la bionda e attraente venticinquenne Catrijn Barentsdochter, rimasta da poco vedova di Govert, marito violento e spesso ubriaco, era da poco giunta a Delft, cittadina situata nella provincia dell’Olanda Meridionale. La giovane donna proveniva da un piccolo villaggio e la sua intenzione era “rifarmi una vita in città” mentre il suo sogno consisteva nel dipingere vasellame per mettere in piedi un’attività tutta sua. La piccola Catrijn decorava i mobili con il succo di rape rosse e prima di sposarsi, adornava, dipingendoli, mobili e piatti. Ad Amsterdam, dove la ragazza aveva lavorato come governante, aveva avuto il privilegio di incontrare Rembrandt, il massimo pittore del momento, e di ammirare i suoi quadri:

“il modo in cui riproduce la luce nei quadri è geniale”.

La città che la accoglieva “con i canali e le case dai timpani a gradoni”, stava per vivere un periodo di grande splendore artistico e commerciale, il Secolo d’oro, che avrebbe compreso i Paesi Bassi. Infatti la risoluta e abile Catrijn aveva trovato lavoro presso Evan van Nulandt, il quale possedeva un negozio e un laboratorio di ceramiche. Il suo compito consisteva nel dipingere le maioliche. Il grande talento e l’occhio da pittrice della ragazza erano destinati a intrecciarsi con la nascente ceramica bianca e blu. Anche l’amore aspettava Catrijn apparso nelle sembianze dell’affascinante Mattias:

“a lungo continuo a sentire il suo odore intorno a me e il calore della sua bocca”.

Una figura di donna moderna e intelligente illumina una narrazione in cui l’arte è protagonista grazie al “vero blu di Delft, tuttora un prodotto prezioso, molto amato all’estero”, colore intenso e bello, creato da maestri artigiani.

Nella postfazione Simone van der Vlugt ricorda che “le ceramiche blu di Delft entrarono in produzione pressoché all’improvviso attorno alla metà del Secolo d’oro e nel giro di poco tempo divennero molto popolari. Chiunque voleva ostentare ricchezza e buon gusto se le procurava. L’importazione delle porcellane cinesi originali iniziò tra il 1620 e il 1647, ma fu interrotta dallo scoppio della guerra civile in Cina. Da quel momento in diverse città olandesi, in particolare Delft, Haarlem e Amsterdam, si cominciarono a produrre le ricercate maioliche”.

Per la stesura del volume Simone van der Vlugt ha seguito le lezioni di un pittore di ceramiche “così ora possiedo un pezzo di ceramica blu di Delft dipinto da me” e ha compiuto accurate ricerche per ricreare l’atmosfera di quella fiorente stagione olandese del XII Secolo.

“Come sempre quando dipingo, divento tutt’una con il pennello”.

Politicamente corretto - Eugenio Capozzi

Testo generalista sull'argomento di cui molti parlano, ma del quale è maledettamente difficili definire dei confini chiari (per non parlare di condivisi). E' un'ideologia il "politicamente corretto"? Ovviamente. E' un idea che si trasforma in un atteggiamento che si trasforma in codici di comportamento e norme, a volte accolte e altre volte no, con differenze tra paese e paese e tra aree dello stesso paese. Insomma il PC è una faccia della molteplicità culturale che caratterizza l'epoca contemporanea nel momento in cui il molteplice (che "separatamente" è sempre esistito nel corso della storia) viene spinto a convivere e a condividere gli stessi spazi. Il valore del libro è relativo.

Nato fuori legge - Trevor Noah

“Nato fuori legge”, l'autobiografia del dj, attore, comico e conduttore tv Trevor Noah, è un libro che documenta la situazione del Sudafrica durante l’apartheid, attraverso la storia di un ragazzo che, grazie all’amore di sua madre, riesce a sopravvivere alle leggi razziali, alla povertà, alle ingiustizie e alla violenza di una società che non sembra avere spazio per lui...

In un aggettivo ci si imbatte spesso leggendo le recensioni di libri o di film: "necessario". Un prodotto culturale può essere necessario per diversi motivi: perché ci svela fatti di cui non eravamo a conoscenza, perché ci apre gli occhi, ci fa riflettere, ci aiuta a migliorare. Di solito un libro necessario è anche un libro che dovrebbe essere letto nelle classi, per sensibilizzare gli studenti e insegnare loro importanti lezioni di vita. Un libro necessario è il più delle volte una lettura edificante, una di quelle che, appena conclusa l’ultima pagina, prendendo un respiro, ti fa sentire diverso, ti fa pensare: «ne è valsa la pena».

Ecco, se non fosse un’espressione abusata, non si potrebbe definire diversamente Nato fuori legge, l’autobiografia del dj, attore, comico e conduttore tv Trevor Noah, pubblicata da Ponte alle Grazie con la traduzione di Andrea Carlo Cappi. E non solo perché documenta – con leggerezza e precisione – la situazione del Sudafrica durante l’apartheid (argomento che in Italia non si studia con sufficiente attenzione), ma perché è il racconto dell’infanzia di un ragazzo che, grazie all’amore di sua madre, riesce a sopravvivere alle leggi razziali, alla povertà, alle ingiustizie e alla violenza di una società che non sembra avere spazio per lui.

Perché se è vero che durante l’apartheid la vita per i neri era un inferno, per quelli come Trevor – meticcio, nato da madre nera e da padre bianco – lo è ancora di più. Perché in un mondo in cui esiste il razzismo, i gruppi si dividono secondo schieramenti cromatici e Trevor non sa a quale appartenere. Non sa in quale classe andare, in quale zona del cortile fermarsi durante l’intervallo, a quale ragazza chiedere di uscire il giorno di San Valentino. E non sembrano esserci alternative: “A un certo punto bisogna scegliere. O nero o bianco. Prendere posizione. Puoi cercare di nasconderti. Puoi dire ‘Oh io non prendo le parti di nessuno’, ma presto o tardi la vita ti costringe a farlo”.

«Un’avventura umana intensa». Fabio Geda
«La strepitosa storia di Trevor Noah». Gad Lerner
«La stupidità del razzismo si combatte con l’ironia». Marco Aime
«Una immensa storia d’amore filiale». Alberto Rollo

La rivoluzione della speranza - Erich Fromm

Testo invecchiato. Nella parte previsionale, decisamente. Nella parte analitica, qualcosa di vivo c'è ancora. Inoltre se si pensa che è stato meditato alla metà degli anni '60 ed è uscito nel '68, mi pare decisamente uno dei testi meno bischeri tra la riflessione filosofico-politica e antropologica di quegli anni

108 metri - Alberto Prunetti

“E ricorda bene anche te, che sai trovà a modino le parole e hai studiato le metafore e le sai misurà col calibro, ricorda che quel ferro t’ha sfamato e t’ha fatto studià. Càntagliele sode e vedi di raccontalla per le rime la nostra storia… Ora tocca a voi doventà i padri”, dice così Quattr’etti ad Alberto, quando torna dall’Inghilterra con un sacco pieno di storie e un po’ bel di delusioni, di sogni traditi, e in questa frase si trova molto di 108 metri. The new working class hero: la centralità del racconto, la necessità di creare un’epica della classe lavoratrice che sappia parlare di e a un noi vasto, plurale, internazionale; c’è il lavoro sulla lingua, con il tentativo di calcare i moduli dell’oralità, aprendola a regionalismi, dialetti, idiomi diversi; c’è il ferro, intorno al quale da secoli gli abitanti di Piombino e dintorni hanno fuso la loro identità; c’è lo studio, il mito – tradito – della mobilità sociale; c’è la visione della cultura che fu di un dato momento storico e che oggi sembra superata, svalutata, un fossile; e poi c’è lo spettro della paternità, un cruccio intorno a cui molti scrittori oggi lavorano.

Con 108 metri, (dimensione in centimetri dei binari che si producevano a Piombino), Prunetti torna a fare sentire la propria voce dopo il successo di Amianto (Alegre, 2014 – “L’Indice” 2013 n.2), in maniera più consapevole, matura e diversa; il primo dato che colpisce è l’abbandono della ricostruzione documentaria; in Amianto l’autore e l’editore avevano scelto, per esempio, d’includere le fotografie del padre Renato, la cui malattia rappresenta il nodo tematico centrale, oppure vi era un intero capitolo dedicato all’iter giudiziario della famiglia Prunetti per vedere riconosciuti i “benefici” dei lavoratori esposti all’amianto, e dove erano presenti numeri, date, elenchi di nomi e decreti legge. Nel nuovo volume Renato è ancora presente, così come la brutta malattia, ma stavolta il racconto prende un’altra piega, meno documentaristica e più inventiva; la letteratura inglese d’avventura funziona da modello, Stevenson in particolare, da cui deriva l’energia creativa e lo slancio per raccontare le avventure di una nuova working class internazionale, rappresentata come una ciurma che si riunisce intorno a un giuramento, non di pirati, ma di “cuochi del Regno Unito”, icona dello sfruttamento lavorativo contemporaneo, che si dichiarano disposti a pugnare “i famigerati pathogenic bacteria” e altri simili felloni che rischiano di piegare i sudditi di Sua Maestà. Si deve principalmente a questa ascendenza letteraria il tono baldanzoso e fin quasi spaccone, gagliardo e esuberante di uno dei pochi testi italiani che racconta il lavoro senza cedere alla retorica della sconfitta, della rinuncia, dei vinti, ma al contrario avanzando pretese a voce alta, facendo risuonare minacce come non si leggeva da alcuni decenni (la citazione in esergo recita: “Finalmente una chiave inglese: se va bene serve a girare i bulloni e svitare, se no, calata di taglio, spacca”).

Non solo romanzo d’avventura:

Interpretare 108 metri solo come un romanzo in cui la classe lavoratrice ritrova la sua energia vitale è però riduttivo, perché Prunetti lavora moltissimo anche sulla forma: le vagabondaggini del protagonista sono raccontate attraverso un intreccio d’idiomi sapiente e singolare: francese, inglese, italiano, spagnolo, latino, toscano, napoletano e altri dialetti sono mescolati talvolta nello stesso paragrafo restituendo al lettore una koiné che è propria dei lavoratori contemporanei, costretti a mettersi alla ricerca del lavoro perduto portando nel bagagliaio lingue alla rinfusa, tutte approssimative.
Altro aspetto formale curato con attenzione è la gestione dei modelli letterari. Si è visto come il giuramento dei lavoratori-pirati introduca i codici del romanzo d’avventura, ma nel testo sono presenti anche pagine d’ispirazione realistica o che si rifanno al genere horror (di matrice anglosassone, stavolta Lovecraft), le quali immettono nella prosa elementi surreali. Questa ultima scelta è funzionale alla volontà dell’autore di portare la sua battaglia verbale nel cuore stesso del sistema neoliberale: l’Inghilterra dei primi anni ottanta, quella grigia e dura dell’Iron lady, che Prunetti decide di annoverare tra i personaggi trasfigurandola in forme varie e mostruose; il primo ministro inglese diventa così un “sinistro idolo”, poi un “feticcio”, altrove la “dea Kali”, oppure si cela dietro una “testa di polpo”, manifestando la sua presenza attraverso influssi magici, ma soprattutto con un nauseabondo lezzo che getta il narratore in una realtà altra, in preda ad allucinazioni e malessere fisico.

108 metri aggiunge un altro tassello alla letteratura sul lavoro che dalla metà degli anni novanta si sta producendo in Italia, una ventata di aria fresca che propone un nuovo approccio al tema e nuovi riferimenti, letterari ma non solo, cercando soprattutto di cantare la storia di una classe sociale che non è mai scomparsa, ma che anzi, condivide più di quanto sospetta.

Introduzione al linguaggio del film - Maurizio Ambrosini, Lucia Cardone, Lorenzo Cuccu

Il linguaggio cinematografico come lingua nasce credo dalle grandi riflessioni dei critici e autori della Nouvelle Vague, ma iniziò a conformarsi come tale dai teorici del cinema russo dei primi del Novecento. Letterariamente. Per il resto, nasce dal cinema stesso, al suo interno (anche se forse i primissimi film erano come fotografie mobili, poetiche solo in virtù del nostro sguardo affascinato). Lorenzo Cuccu e Maurizio Ambrosini sono tra i maggiori studiosi contemporanei della materia, per quel poco che so.
Ma ogni libro sul tema non appare mai completo, pur volendolo essere: quale è l'ostacolo? La difficoltà nel parlare di questioni semantiche complicate con un vocabolario facilmente comprensibile. E poi? Per quel che penso, occorrerebbe pensare anche a supporti audiovisivi: una versione "filmata" di brevi documentari illustrativi che parlino di tutto ciò...cinematograficamente!
(Esperienza credo anche intrigante, ma non facile, e anche passibile di continui rifacimenti per nuove versioni migliori, come è però di tanta parte degli strumenti didattici).

Città irreale - Cristina Marconi

Città irreale (Ponte alle Grazie), il romanzo d’esordio della giornalista Cristina Marconi (nella foto di Alessandro Mariscalco, ndr), racconta la storia che in molti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato: cosa sarebbe successo se, invece di restare in Italia, avessimo deciso di partire per Londra e ricominciare da zero?

Pensiamoci. Probabilmente avremmo dovuto lasciare un lavoro, spezzare i legami, abbandonare la quotidianità. Avremmo dovuto cancellare anni di università e master, nonché progetti, ambizioni, desideri, per ricollocarci in una società in cui l’unico posto disponibile sembra essere quello nelle retrovie; quello di chi a malapena conosce la lingua, quello di chi è appena arrivato e non ha niente.

Dopotutto è un frase che si sente di continuo: ma cosa ci stai a fare qui in Italia? Vai all’estero, tu che sei giovane. Qui non c’è lavoro, non c’è speranza.

Iniziano a dirtelo quando fai l’ultimo anno del liceo e cominci a fantasticare sulle prospettive che potrebbero disegnare il tuo futuro. Continuano a ripetertelo con biasimo quando ammetti, con un po’ di pudore, di aver scelto di rimanere per frequentare un’università italiana. E ancora, durante tutto il periodo di studi, sopraggiungono voci, più o meno autorevoli, che ti spronano a scappare via, che tanto qui non c’è niente, non ci sono possibilità, mettitelo bene in testa.

E allora, a un certo punto, è possibile che tu possa pensare davvero che la soluzione migliore sia andarsene. Ti sei guardato intorno: nessuno (o quasi) dei tuoi amici è riuscito a realizzare i propri obiettivi, e chi sembra avercela fatta è frustrato, stanco, infelice. Tanti continuano a lottare disperatamente per un contratto a tempo indeterminato che probabilmente non arriverà mai; sopportano da anni una paga misera per un lavoro estenuante, nell’illusione che un giorno tutto questo cambierà. Ma tu lo sai che non è così, per questo decidi di trasferirti.

Proprio come Alina, che viene da Roma e che di anni ne ha 27. Londra per lei è molto più che una meta da raggiungere: è la possibilità di essere libera, di ricominciare davvero tutto da capo. E dire che a Roma non se la passava neanche tanto male. Aveva un ottimo lavoro e, se fosse stata paziente come tanti dei suoi colleghi, piano piano sarebbe riuscita a crescere o, come si dice, a fare carriera.

Ma Alina ha capito che quella vita non avrebbe mai potuto renderla felice: guarda la sua responsabile e spera di non diventare mai come lei; ascolta le conversazioni dei suoi amici e non si sente compresa. Ha qualcosa che le brucia dentro, qualcosa che assomiglia all’ambizione, alla voglia di distinguersi da tutti gli altri. Qualcosa che in Italia, forse, non potrebbe mai trovare sfogo. E ora che lo sa, non c’è niente che possa trattenerla.

Nemmeno il cibo? Il clima mite? Le abitudini?, le chiedono gli altri, scettici e forse invidiosi. Sei proprio sicura di volertene andare? Io non ce la farei mai. Lo insinuano con un po’ di cattiveria, quasi con la speranza che Alina possa fallire e tornare indietro.

Ma lei è decisa. Non le mancherà il cibo, in fondo la pioggia non è poi così male e, per quanto riguarda le abitudini, se ne potrà sempre costruire di nuove. Non le importa di dover assumere un ruolo che non equivale alla sua formazione. Se vivere a Londra significa retrocedere e passare la giornata a riempire file Excel, che ben venga. Ben vengano anche le serate trascorse con estranei a chiacchierare del nulla, senza riuscire a instaurare mai un legame sincero e duraturo. Come quello con Iain, un ragazzo scozzese buono e responsabile, che sulla carta sembra essere tutto quello che Alina ha sempre desiderato, ma che è destinato a dissolversi perché avere una relazione significa sempre, in qualche modo, rinunciare alla propria libertà.

E per quella libertà Alina, come molti degli italiani che riempiono le strade di Londra, ha messo in gioco tutto. Si è allontanata dalla sua terra – che monitora con nostalgia dalle foto sui social – dalla sua famiglia, dalla sua lingua, e adesso vive in una città fluida, irreale. Una città dove c’è tutto e dove tutto può essere realizzato, anche se il prezzo da pagare è molto alto.

Con una prosa scorrevole e piana, e una struttura che oscilla tra un prima e un dopo Brexit, Cristina Marconi evoca i fantasmi di una delle (ex?) mete più ambite degli italiani che emigrano all’estero, raccontando la storia di chi scappa perché non può restare, la storia di chi si è rassegnato davanti alla consapevolezza che la fuga non è solo l’ultima soluzione, ma anche l’unica.

Buona lettura.

La ballata dei sassi - Carlos Solito

Due destini attratti dal paesaggio della città di Matera, capitale europea della cultura 2019. Un incontro di anime in un duplice viaggio in cui si rimane incantati dalla bellezza e dove i protagonisti di bellezza vogliono vivere. Arte e sacro, profano e ancestrale fanno da cornice a La Ballata dei Sassi, edizione Sperling & Kupfer, ultima opera letteraria dell’autore, fotografo e regista di Grottaglie Carlos Solito che, come nei precedenti lavori, da contemporaneo cantastorie, accompagna il lettore in un tour magico, questa volta nella natura lucana, dopo aver raccontato in un road trip emozionante e avventuroso il Salento ne Sciamenescià.

Nel libro torna a rivivere la Gagliano di Cristo si è fermato a Eboli del romanzo autobiografico scritto da Carlo Levi. Ettore è fuggito dal Sud e ha conquistato Milano con una carriera di successo facendo della sua professione l’unica ragione di vita. I sogni nel cassetto, la voglia di riuscire e sfidare il mondo con il suo talento e quella rabbia in corpo inespressa sono stati il motore che lo hanno spinto ad abbandonare tutto migrando verso la metropoli del Nord. Ma una volta conquistata la notorietà e raggiunti i suoi obiettivi lavorativi tutto questo per il protagonista sembra non avere più senso. Ha bisogno di ritornare alle origini, nel luogo dal quale era partito perché la paura gli ha aperto gli occhi e il bisogno di rinascere di nuovo si è acceso in lui. La Murgia, il vento e i sapori di un tempo e la macchina da scrivere che gli aveva regalato suo nonno “Il Grigio” diventano la sola via di fuga per ricordare quella saggezza fatta di silenzi e riscoprire se stesso in una lunga notte di luna piena che illumina Matera e la case costruite sul tufo come in un piccolo presepe permanente.

Maria con le parole ci lavora, le mescola sapientemente. Trova sempre il modo per raccontare, narrare, incuriosire il lettore. Ma ha il rammarico di non aver saputo esprimere i suoi sentimenti al momento giusto, quando quegli occhi in un incontro inaspettato le parlavano d’amore, ma lei è scappata senza riuscire a mettere a nudo il suo cuore. E forse di non aver saputo leggere gli occhi dell’altro. Nella ballata letteraria di solito il faro della speranza riaccende il desiderio di Maria che è sempre alla ricerca di nuove storie da scrivere e pubblicare. Sarà lei a ritrovare altre poesie lasciate in un bar da un poeta misterioso.

Quasi una traccia da seguire, in una continua caccia al tesoro fatta di pathos e in cui ci sarà il modo di rincontrare l’amore perduto. E Maria, adesso, non ha alcuna intenzione di far spegnere la scintilla che ha dentro, diventando la lettrice della sua vita. Vivendo e scrivendo da autrice la fiaba che aspettava da tempo.

Cat Person - Kristen Roupenian

"Cat person", il racconto della trentaseienne Kristen Roupenian pubblicato dal "New Yorker", sta facendo discutere. Se all'apparenza può essere letto come il resoconto di un pessimo appuntamento, in realtà è una manifestazione piuttosto chiara di una serie di comportamenti fin troppo comuni nelle donne, specialmente giovani: si prendono la responsabilità delle emozioni del partner, cercando di non farlo arrabbiare o annoiare, e usano gran parte del loro tempo per fare in modo che tutti intorno siano felici, entrando in una spirale di sensi di colpa da cui escono con difficoltà...

La prima cosa da dire su Cat person, il testo di cui si parla in questi giorni non solo negli Usa, scritto dalla trentaseienne Kristen Roupenian e pubblicato dal New Yorker, è che si tratta di un racconto. Non un articolo, non un saggio, non un diario. Un racconto, con una struttura drammaturgica in tre atti, un protagonista ben definito che ha un problema e cerca di risolverlo. Niente di più classico, insomma. E come tale andrebbe analizzato, commentato, descritto.

Margot conosce Robert a lavoro. È più grande di lei, anche se all’inizio non sa esattamente di quanto; lui le chiede il numero di telefono e messaggiano, messaggiano, messaggiano. Lei freme per uscirci, e nei loro scambi via chat i lettori possono vedere tutte le tappe dell’evoluzione del rapporto tra i due sessi.

L’appuntamento va così così, lei se ne prende le colpe. Sarà perché gli ho dato l’aria di essere una snob? Ho detto o fatto qualcosa di sbagliato? È colpa mia se ho vent’anni e non posso entrare nel bar in cui lui mi ha portato? Lui la tranquillizza, la bacia. Il bacio è fastidioso, e lei si chiede come sia possibile che un uomo, chiaramente più grande di lei, non sappia baciare. Ma a questo lei soprassiede.

La domanda più importante, che ci si pone quando chi legge intuisce che l’autrice sta per andare a parare sul sesso, è: "io, donna, ho il diritto di rifiutarmi di avere un rapporto sessuale con un uomo che ho sedotto, perché mi sono resa conto troppo tardi del fatto che non mi piaccia, poi, granché?"

Sì, perché Margot, dopo tre birre, è eccitata e lasciva, ha voglia di fare l’amore, glielo fa capire. Robert la porta a casa sua, e in una scena-preludio in cui lui armeggia con le chiavi – le sue chiavi della sua casa – non riuscendo ad aprire subito la porta d’ingresso, noi lo vediamo più avanti, quando nudo, con il pancione peloso a pochi centimetri dalla faccia di Margot, traffica con il reggiseno, che proprio non riesce a slacciare. Fanno sesso, un sesso che lei reputa pietoso, un sesso volgare, e Margot prova disgusto, a tratti paura, ed esce da quella casa con un solo desiderio: non rivederlo mai più.

Cat person è un ottimo esempio della gestione del potere in entrambi i sessi. Margot messaggia con il suo Robert personale, la versione di lui che ha creato, un uomo che può capire, perdonare, coccolare. Robert, dal canto suo, dopo il rapporto sessuale avuto con lei prova a contattarla e, in seguito alla specifica richiesta di non sentirsi più, lui si mostra comprensivo: “Spero di non aver fatto niente che ti abbia messo a disagio”. E lei quasi si sente in colpa – di nuovo. Ma la colpa dura poco. Perché quando Robert la vede in un bar, un mese dopo, prova a ricontattarla, le scrive prima gentilmente, poi con aggressività crescente. Fino all’epilogo. Un pulito, freddo, rancoroso “Puttana”.

E il dibattito è normale conseguenza.