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Gli ultimi messaggi del Forum

Come un romanzo - Daniel Pennac

"Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo amare…il verbo sognare…". E’ intorno a questa affermazione che Pennac costruisce questo breve e simpatico libro che non è né un saggio né un romanzo, ma un insieme di riflessioni riguardanti una passione così bella e controversa come la lettura. Si parte proprio da questa visione di lettura come piacere, come diritto e non come dovere o sorta di obbligo morale o culturale. Forte della sua esperienza di educatore sia come genitore che come insegnante, l’autore tenta di spiegare quanto sia sbagliato e infruttuoso provare ad imporre la lettura ai ragazzi in casa e a scuola, come sia invece consigliato cercare soltanto di invogliare e incuriosire lasciando poi che ognuno si avvicini ai libri a suo tempo e a suo modo. Ogni lettore infatti ha con i libri un approccio personale, cerca nei testi e trae dalla loro lettura un benessere soggettivo ed esclusivo che può essere solo proprio e non paragonabile a quello degli altri. Un altro errore in cui si incorre spesso è quello di incolpare la televisione, il cinema, lo sport, la società in generale della poca o inesistente passione per la lettura che caratterizza alcuni giovani (e anche meno giovani), o il lavoro e gli impegni vari che non ci lasciano il giusto tempo libero da dedicare ai libri. Sbagliato. La lettura è un piacere talmente unico che non dovrebbe temere la concorrenza di nessun altra passione e il tempo per leggere, se se ne ha veramente voglia, lo si trova sempre e comunque. Leggere o non leggere è esclusivamente una questione di amore: amare la lettura è come amare una persona e quando si ama qualcuno è impensabile non avere il desiderio o non riuscire a trovare il tempo per starci insieme. Pennac spiega tutto questo in modo frizzante e brioso, mettendosi ora nei panni di educando ora in quelli di educatore, usa una prosa piacevole e nel finale regala un decalogo dei diritti del lettore che andrebbe esposto in ogni biblioteca e su ogni libreria. Un libro consigliato sia a genitori e insegnanti che a figli e studenti, a chi ama profondamente la lettura ma anche a chi ancora si aggira titubante attorno a questa meravigliosa passione. La lettura è amore, la lettura è vita: "Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere".

La versione di Barney - Mordecai Richler

Barney Panofsky è un ricco ebreo canadese, figlio di un poliziotto corrotto, produttore di serial TV molto molto commerciali, ma che rendono bene. Ha un passato da raccontare di una vita dissoluta, che continua nonostante abbia sessantotto anni. L’opportunità di scrivere la sua autobiografia gli viene dall’uscita del libro del suo amico-nemico Terry McIver, "Il tempo, le febbri", dove lo stesso racconta la storia della loro vita dissoluta a Parigi, della loro compagnia dissennata, dedita all’alcool, all’abuso di droghe, senza un soldo, sempre a vivere di stenti e poco altro. Della compagnia facevano parte oltre a Terry e Barney, Clara Charnofsky, pittrice e poetessa, che diventerà in seguito la moglie di Barney e avrà una sua grande notorietà, anche se postuma, e Bernard "Boogie" Moscovitch da tutti considerato un astro nascente, ma che non riuscirà mai a scrivere nulla se non storielle. Sul libro di McIver vengono tutti messi alla berlina, soprattutto Barney, che si vedrà costretto, quindi, a dare una sua "versione" dei fatti. Nel corso della stesura delle sue memorie tuttavia, i ricordi di Barney diventano via via confusi: gli episodi del suo passato si intrecciano indissolubilmente con gli avvenimenti del suo presente, così che l’intero romanzo risulta essere una serie di flashback disordinati: i racconti delle giornate del "vecchio" Barney (acciaccato, abbandonato dalla moglie e alcolista irrecuperabile), si mescolano alla girandola dei ricordi di una vita ricca di avvenimenti e incontri straordinari. Il romanzo è strutturato in tre parti, una per ognuna delle mogli di Barney, anche se per via delle continue digressioni, episodi concernenti a tutte e tre le donne saranno presenti in tutte e tre le parti. La prima moglie, la pittrice e poetessa Clara Charnofsky, morta suicida a Parigi (verrà incolpato anche di questo), la ciarliera seconda Signora Panofsky, di cui non conosceremo mai il nome, che Barney sposa senza troppa convinzione e dalla quale divorzierà presto, e Miriam, il suo unico grande amore, la madre dei suoi figli Mike, Saul e Kate, con cui ha un rapporto conflittuale. Barney non ha rispetto per nessuno, soprattutto per se stesso. Tutti verranno presi di mira. Dagli ebrei, che sono messi alla berlina, ai francofoni, agli scrittori celebri, a svariati altri gruppi etnici, e anche i lifting verranno collaudati con una ditata sulla guancia: "volevo vedere se restava l’impronta!". Ma soprattutto il libro, che verrà pubblicato postumo dal figlio Mike (con le sue note a piè di pagina a correggere gli errori paterni), deve spiegare al mondo intero il più grande cruccio di Barney, quello per cui nessuno è disposto a giurare sulla sua innocenza. La morte del suo amico Boogie, secondo molti ucciso in un impeto di gelosia (lo ha trovato a letto con la seconda signora Panofsky), di cui il cadavere però non è mai stato ritrovato. In trent’anni nessuno è riuscito a far luce sulla verità e Barney alle sue bugie ci tiene: "La prima volta che ho detto la verità sono stato accusato di omicidio. La seconda ci ho rimesso la felicità." Il suo motto è negare, negare sempre, ma quando si mette a scrivere la sua versione dei fatti Barney, arruffone e logorroico, giura che sarà affidabile e sincero. A minare le sue buoni intenzioni c’è però l’Alzheimer che costringe il poveretto a faticose ricerche per la parola giusta, si ripete in continuazione chi sono i sette nani senza mai ricordarlo, scorda spesso i nomi di semplici attrezzi, come il mestolo e via dicendo. Disincantato, arruffone, pieno di parolacce, ma bello e vero, come risulta essere il suo protagonista. Un protagonista irriverente, per un libro altrettanto irriverente.

Gran Circo Taddei - Andrea Camilleri

"Una sorta di campionario di uomini e donne di Sicilia", queste le parole di Andrea Camilleri a proposito del suo romanzo, "Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta". Una definizione puntuale della raccolta di storie pubblicata da Sellerio. Otto racconti lunghi, micro romanzi, che definiremmo forse meglio come novelle, limitrofe spesso al luogo letterario della burla. È come se ogni sera ci trovassimo riuniti per ascoltare una storia, una leggenda, una barzelletta che la memoria del narratore restituisce sempre piena di straordinaria suggestione. Il dialetto siciliano irrobustisce questo senso di trasmissione orale, di commedia. Una sorta di racconto cornice del Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta è rappresentato dall’ambientazione temporale: gli anni del Fascismo e della successiva caduta del regime, con la nascita dell’Italia Repubblicana. In Gran Circo Taddei la Storia è un convitato silenzioso, ma sempre presente, qualche volta lascia i bocconi più amari ai protagonisti, qualche volta sono i protagonisti a prendersi una rivincita nei suoi confronti. La bravura di Camilleri sta proprio nel riprendere il momento storico consegnando di volta in volta la macchina da presa a uno dei suoi personaggi. Per esempio nel racconto La fine della missione, Mariannina si lamenta perché il fascismo punisce chi non concepisce dei figli o premia chi invece ne mette al mondo molti, come se l’infertilità fosse una colpa. Mariannina e altre donne di Vigàta, non esistendo allora la fecondazione assistita, ricorreranno a rapporti extraconiugali, a volte anche col consenso dei rispettivi mariti. Perché c’è in ballo il sussidio, un’eredità, la promozione, la benevolenza del partito. Insomma Andrea Camilleri sbeffeggia il machismo meridionale e l’ideologia fascista, attraverso elementi boccacceschi. L’erotismo è sempre molto presente. Uomini e donne, vecchi e giovani, desiderano, tradiscono, si prendono con una fisicità anche animalesca e quando incontrano il sentimento, lo vivono con grande passione. Lo schema narrativo delle otto storie prevede quasi sempre una risoluzione finale, lo svelamento dello scherzo, le tessere trovano ognuna il proprio posto nel mosaico. Tornando alla definizione di Camilleri, in queste pagine prendono vita maschere di una commedia dell’arte, abbandonano le assi del palcoscenico e scendono per le strade di Vigàta. Gelosi, furbi, imbroglioni, maneggioni, irascibili, corteggiatori, amanti della bella vita, traditi e traditori, infelici, eroi e prepotenti, avvocati e contadini, comunisti, fascisti e uomini di Chiesa: Camilleri procede per racconti ma ci consegna un romanzo popolare dall’ironia provocante.

L' ultima riga delle favole - Massimo Gramellini

L’ultima riga delle favole è una storia totalmente metaforica, con un’ambientazione surreale, che offre molte piccole perle di saggezza e diversi buoni spunti di riflessione; nell’insieme, è un libro inusuale.

Non è un libro adatto ad una lettura di semplice svago perché, nonostante la trama fantasiosa, costringe il lettore a procedere lentamente nella lettura, per non perdere il filo della narrazione e per riuscire ad assimilare i numerosi concetti etici/filosofici proposti.
I personaggi del libro sono stereotipi di persone facilmente riconoscibili nella vita di ognuno di noi che ben si adattano a questa favola. Polvere fa pensare a come il cinismo sia una delle poche correnti di pensiero che ci condannano alla morte interiore e a quanto sia difficile uscirne per chi è abituato a pensare con disprezzo a tutte le cose della vita che possono invece renderla bella.

In L’ultima riga delle favole Tomàs cerca di salvare la propria anima e, attraverso questa impresa, accompagna il lettore nell’esplorazione del proprio mondo interiore, spingendolo a guardarsi dentro per affrontare le proprie paure.

Probabilmente per apprezzare pienamente questo libro è necessario avere la voglia di mettersi in discussione come il protagonista. Spesso nelle sentenze pronunciate dai suoi maestri delle “Terme dell’Anima” è possibile scorgere dei concetti che possono aiutarci a capire un po’ meglio anche noi stessi.

E' un libro interessante da consigliare a chi, come Tomàs, pensa di non poter cambiare la propria vita soltanto perché non ha mai provato a cambiare se stesso.

L' uomo dei cerchi azzurri - Fred Vargas

Da qualche tempo, nelle notte parigine, qualcuno traccia dei cerchi azzurri attorno ad oggetti abbandonati sui marciapiedi, accompagnandoli alla scritta “Victor, malasorte, il domani è alle porte”: un artista? Un matto?

Forse ha ragione lo psichiatra che si occupa dell’avvenimento:

"Io le mostro un marciapiede e le dico: che cosa c’è per terra? E lei mi risponde: non c’è niente. Mentre in realtà ci sono moltissime cose. Quest’uomo sembra alle prese con un doloroso interrogativo, metafisico, filosofico o, perché no, poetico, sul modo in cui l’essere umano decide di far cominciare e cessare la realtà delle cose".

Apparentemente, comunque, nulla di pericoloso o criminale. Ma una mattina all’interno del segno azzurro lasciato dai gessetti viene ritrovata una donna sgozzata: l’assassino è l’uomo dei cerchi o qualcuno che vuole incastrarlo?

Se cercate un noir dai toni aspri, un polar cinico e freddo, avete sbagliato libro; nella biografia presente sull’aletta Vargas viene definita l’anti-Patricia Cornwell ed è riportata una sua frase emblematica: "Il poliziesco è una specie di favola, ironica o tragica o cerebrale".

In effetti, nonostante la storia sia intrigante e conservi tutti gli elementi del giallo (compresi gli indizi che vanno al loro posto con precisione ammirevole), L’uomo dei cerchi azzurri non ha i toni a cui il genere ci ha abituati e ricorda semmai le atmosfere e la delicatezza poetica de "Il fantastico mondo di Amelie", anche per la compagnia di personaggi stravaganti che ne popola le pagine: Mathilde, un’oceanografa che pedina la gente e riempie i suoi taccuini di appunti su qualsiasi cosa, Charles Reyer, un non vedente misterioso che trova piacere nell’esser malignamente scontroso e Clémence, la cui vita trascorre alla ricerca di annunci sui giornali per trovare uomini da sposare, immancabilmente deludenti.
Sotto il profluvio di parole e l’aspetto bonario, i tre potrebbero nascondere qualcosa, ma forse sono semplicemente bizzarri.

Più che indagare Adamsberg gironzola nei suoi pensieri, ossessionato dall’uomo dei cerchi più che dall’omicidio. I suoi metodi sono strani, soprattutto perché… non sembrano esserci.

Lei parlò di Adamsberg, domandò come avesse fatto a capire.
"– Non ne ho la minima idea, – disse Danglard. – Eppure l’ho visto fare, o a volte non fare niente. A volte noncurante e superficiale come se non fosse mai stato uno sbirro in vita sua, a volte con il viso contratto, teso, preoccupato al punto da non sentire più niente intorno a sé. Ma preoccupato da cosa? È questo il problema.

Anche la vita sentimentale del protagonista è particolare: a casa ha una giovane donna che lo aspetta, ma nella testa si affaccia a ondate il ricordo di Camille, che anni prima l’ha lasciato portando con sé Riccardo III, una scimmietta.

Questa donna, l’ennesima personalità ondivaga e imprevedibile del romanzo, aumenta d’importanza con lo scorrere delle pagine fino a raggiungere una centralità enigmatica e poetica nell’esistenza di Adamsberg, che proprio nel rapporto con questo Amore perduto rivelerà la sua umanità più fragile.

"Mi domandavo perché faccio lo sbirro. Forse perché in questo mestiere devi cercare delle cose con buone probabilità di trovarle. E ti consola del resto. Perché nel resto della vita nessuno ti chiede di cercare niente, ed è difficile che tu possa trovare visto che non sai cosa cerchi".

Amore zucchero e cannella - Amy Bratley

La protagonista del libro "Amore zucchero e cannella" è Juliet, una ragazza che sembra avere un unico sogno che si sta realizzando. Condivide la sua vita e la sua casa con Simon, finalmente hanno un luogo che li contenga in cui far esplodere il loro amore. Il sogno, però, svanisce in un attimo, quando Juliet scopre la verità. Simon l’ha tradita con una sua amica e lei resta da sola consumata dal dolore che sembra non lasciarla in pace. Inizia a odiare la casa che ha tanto desiderato, e percepisce ogni cosa ostile, ma in un vecchio libro della nonna, con cui lei è cresciuta, trova il conforto.
Lentamente Juliet, sfogliando quelle pagine logorate dal tempo, tra i vari appunti della nonna, trova i consigli per risollevarsi dalla caduta prendendosi cura della sua casa e farla diventare una donna attenta al suo spazio, al suo tempo e alle sue passioni.
Tra quelle pagine, Juliet non solo troverà parole utili per rialzarsi dalla caduta, ma s’imbatterà in una lettera, rimasta lì per caso, in cui viene raccontata una storia che non conosceva e che le cambierà la vita.

"Amore zucchero e cannella" di Amy Bratley è un romanzo sull’amore, sulle delusioni, sull’amicizia e la necessità di ricominciare. Il libro unisce vari ingredienti in maniera ironica ma profonda, mostrando le due facce della medaglia. "Amore zucchero e cannella" parla di sentimenti, di contrasti familiari, di calore umano e tra le pagine nasconde un mistero che aiuterà Juliet a ritrovarsi perdendosi.

Giro di vento - Andrea De Carlo

Quattro professionisti milanesi partono alla volta dell’Umbria, nella località Giro di Vento, accompagnati da Alessio Cingaro, l’agente immobiliare che li ha convinti ad acquistare alcune case occupate da contadini abusivi. Il viaggio è lungo e riserva una svolta inaspettata: il navigatore satellitare perde la direzione e i cinque si ritrovano in una fitta boscaglia fuori dal mondo, tra la natura selvaggia, completamente disorientati. Un fosso non previsto intrappola l’auto aziendale tra il fango, il verde e un acquazzone violento. Che fare? I cellulari non sono più coperti dalla rete, non c’è modo di contattare nessuno. È il caso di incamminarsi, allora, alla ricerca di una casa dalla quale chiamare un taxi e un carro attrezzi. Non è esattamente il fine settimana promesso dall’agente immobiliare ai quattro amici, che già pregustavano la concretizzazione di un sogno comune: ritagliarsi un’oasi di evasione dalla routine in quattro case attigue e divertirsi assieme.

Altre sorprese: le luci che si riescono a scorgere nel buio e nella pioggia appartengono a quattro unità abitative, quelle famose case millantate e decantate dal Cingaro, che invece si rivelano essere la dimora di alcuni individui molto strani.
Si chiamano Arup, Gaia, Mirta, Icaro e Aria, ma non sono i loro veri nomi: sono i nomi che si sono scelti dopo aver abbandonato la società nevrotica, tecnologica, materialistica e iperurbanizzata per decidere invece di stabilire una comunità autonoma e spontanea, semplice, povera ed essenziale, fondata sulla reciproca collaborazione e sulla comunione con la natura e gli animali.
Frastornati, confusi e spaventati, abituati alla velocità della vita metropolitana, i quattro milanesi dovranno vedersela con una realtà straniante e spaventosa secondo la loro ottica di alto-borghesi, le loro infrastrutture e sovrastrutture mentali e culturali, i loro pregiudizi.

Il confronto tra due realtà diametralmente opposte, fatto di scontri verbali, incomprensioni, silenzi. Lo scontro tra due mondi così separati è difficile, se non addirittura impossibile, e comporta un grande dispendio di carica emotiva e di energie.
Un romanzo ironico e tagliente, riflessivo, a tratti buffo. Andrea De Carlo riesce a incontrare i sentimenti del lettore in maniera diretta e colorita, con precisione psicologica profonda.
Un affresco della società contemporanea, iperattiva e ipertrofica, con le sue idiosincrasie e i suoi difetti, la sua saturazione di benessere e possesso, l’aprioristica certezza di poter avere tutto, l’artificialità dei sentimenti.

Nati due volte - Giuseppe Pontiggia

Un romanzo atipico, fatto di flash piuttosto brevi, di corti frammenti narrativi intessuti spesso di parole e frasi epigrammatiche, di sentenze ironiche e sarcastiche, di frasi non sempre e non subito di facile comprensione. Certamente si capisce subito che l’argomento è il rapporto tra un padre professore di scuola superiore, nonché marito distratto (anche da un’infedeltà appena accennata, non narrata), e un figlio disabile (spastico). Mentre nasce, il padre-narratore è a scuola: evita di interrompere la lezione (e si dà – a posteriori - dell’idiota: “Vuoi dimostrare agli altri, anzi a te, come sei calmo.. Siamo così calmi quando affrontiamo i rischi degli altri”), mentre la moglie sta soffrendo per un parto particolarmente difficile, grazie anche all’imprevidenza di un ginecologo che pensa si debba a tutti i costi evitare il cesareo, la nascita innaturale. Il sarcasmo nei confronti dei medici è uno dei leit-motiv di questo libro, che non risparmia battute feroci a nessuno. Un obiettivo polemico sono anche gli insegnanti, in particolare coloro che si dichiarano all’avanguardia, dalla parte degli alunni, e non rispettano la disabilità negli alunni e l’incapacità dei colleghi di gestire la classe.
La narrazione del rapporto padre-moglie-figlio disabile procede a scatti, interrotta da numerose digressioni e riflessioni: la nascita di un figlio disabile comporta il dover affrontare la vergogna dei parenti, le fatiche di una educazione fisiatrica (farlo nascere una seconda volta), l’ostilità gelosa del fratello maggiore, la diffidenza degli insegnanti, il ricatto di un direttore didattico poeta, il conflitto tra genitori e l’ansia di non farcela, la rigidità delle regole scolastiche, le sentenze tardive dello specialista, le difficoltà di una maturazione sessuale, le prese in giro dei bulli, ma anche la generosità disinteressata dei volontari che si adoperano per aiutare figli e genitori.
E, quasi alla fine del libro, il figlio si congeda da noi con una battuta, rivolta al padre: “Ma anche tu diventerai così?” (come il vecchio nonno smemorato). “Il problema è cosa mi aspetta.” Del resto, il paragrafo era iniziato così: “Le riunioni familiari hanno un aspetto lugubre di cui tutti sono festosamente presaghi”. Un saggio dello stile epigrammatico di quest’opera.
Un’opera che rivela da un lato scarsa fiducia nell’uomo e dall’altro una grande fiducia nelle capacità di riscatto anche dalle situazioni apparentemente più negative.

Uomini e topi - romanzo di John Steinbeck

Uomini e topi è un romanzo breve di John Steinbeck, maestro della letteratura americana, che in poco più di cento pagine, riesce a fare un perfetto ritratto dell'America post depressione economica del '29 e ritornata tragicamente ad un epoca precedente ai 'ruggenti anni '20'. Ci troviamo in California meridionale, circondati da sicomori e da un intenso e torrido caldo, in una zona dell'America, quella nelle vicinanze di Los Angeles e Hollywood dove fortissima è la differenza sociale tra coloro che hanno compiuto il nuovo sogno Americano, coronato dal successo dell'industria cinematografica destinata da lì a poco a cambiare radicalmente volto a quella faccia dell'America Occidentale e coloro che sono stati spinti ancora più in basso a causa della crisi economica che proprio come il caldo Californiano ti spinge a terra soffocante. Uomini e Topi, l'unica cosa che i protagonisti di questo racconto riescono a stringere nelle loro mani, ma topi perché infimi, dimenticati e non per colpa loro un po' schifosi, appaiono i personaggi del racconto.
I personaggi sono tutti alla ricerca di un particolare che completi la loro misera esistenza, mancanza di libertà, di soldi, la perdita di fama e di successo, la ricerca di un appezzamento di terra sul quale concludere la propria esistenza, sono le cause che spingono (poco) avanti i personaggi.
George e Lenny, i protagonisti del racconto opposti caratterialmente si completano a vicenda andando a riempire l'unico vuoto colmabile del racconto, le relazioni sociali. Alla ricerca dei '40 acres and a mule' come si sarebbe detto in epoca schiavista, i due malcapitati marchiati dalla sfortuna in questa terra di sognatori, saranno costretti a separarsi in un finale tragico quanto potente, che cancella tutti i sogni tanti rincorsi in questo libro.

Il deserto dei Tartari - Dino Buzzati

Il deserto dei Tartari è un libro accattivante e capace di trasmettere un'ansia crescente per tutto il corso della lettura. Questo effettivamente è uno degli aspetti più belli di questa storia, la sua capacità di farti provare le stesse sensazioni del protagonista, Giovanni Drogo, tenente militare spedito a lavorare dai suoi superiori in una vecchia fortezza che si affaccia sul deserto. Così come il resto dei suoi compagni Drogo deve rimanere lì per tenere sono controllo il confine con i fantomatici Tartari, i nemici del regno, ormai in pace da tanto tempo. Di conseguenza ai sodati, che rimangono come "stregati" dall'isolamento della fortezza, non rimane che aspettare nella completa solitudine l'arrivo dei nemici, sperando che con l'arrivo di una nuova guerra, arrivi per loro anche qualcosa di nuovo: uno scopo. La storia, basata sull'esperienza personale dello scrittore, lancia un messaggio importantissimo, ovvero che non bisogna sprecare il tempo che si ha a disposizione e tentare tutto il possibile per raggiungere i propri sogni, che altrimenti andranno persi nella ripetitività quotidiana che finirà per bloccare sia il nostro spirito che le nostre motivazioni, portandoci a un isolamento tanto fisico quanto emotivo, proprio come succede a Drogo e agli altri soldati, che passano la vita nell'attesa dei tartari, che non sono altro che un'analogia, a mio parere tanto bella quanto unica, per i sogni che mai arriveranno.

Terra! - Stefano Benni

Un romanzo utopico, e insieme di fantascienza e umoristico, con tratti di ricerca linguistica e fantasia molto interessanti.

Insomma: bello.

Si sente molto l'influsso del viaggio che l'autore aveva fatto alla scoperta degli Incas, come lui stesso ammette, e della cultura poliedrica e vagabonda, che va dalle teorie dei mutamenti dei tarocchi cinesi, l'iChing, alle citazioni cinematografiche da saghe come Star Wars, che anche un non fanatico della trilogia può riconoscere.
Lo scenario post-atomico nel 1985 doveva essere attuale - per la verità forse lo è ancora oggi, visto quello che bolle in Corea del Nord -, e incidenti come Černobyl e Fukushima erano ancora di là da venire. Da questo substrato Benni trae e fonde le paure della catastrofe nucleare e le preoccupazioni protoambientaliste per i cambiamenti climatici e i destini di un pianeta sempre più legato alle risorse energetiche e alle dispute per il loro controllo.
Anche le divisioni geopolitiche in mega-stati sovranazionali sembra riprendere modelli letterari come quello orwelliano delle tre superpotenze di 1984, Oceania, Eurasia e Eastasia.
Curiosamente l'ambientazione delle megalopoli sotterranee in livelli che si abbrutiscono man mano che si scende verso il basso, stile Inferno dantesco, parrebbero riprendere - se non fosse un anacronismo, visto che il film è del 1990 e si allontana per molti aspetti dal racconto di Philip K. Dick cui è ispirato - certe scene di Total Recall - Atto di forza, ambientate su Marte e anche la conclusione con la creazione di un'atmosfera respirabile anche per i derelitti del pianeta rosso.

Da tutti questi filoni diversi, dall'esoterismo alla cinematografia alla letteratura di viaggio e fantascienza, Benni riprende spunti, ispirazioni e modalità espressive ma sempre in chiave umoristica, come se si trattasse di un'odissea spaziale, un viaggio oltre le colonne d'Ercole della Fantasia, molto vicina, anche per la commistione di prosa e versi, a modelli superclassici come Luciano di Samosata, e penso in particolare alle barocche e futuristiche avventure della sua Storia vera, uno dei primi casi di romanzo "fantastico".
Il viaggio interstellare alla ricerca di un nuovo pianeta si snoda come una caccia al tesoro, divisa su due livelli, una parte ambientata a Cuzco, dove il bambino prodigio Einstein e il vecchio cinese Fang cercano il "cuore della terra", un misterioso oggetto nascosto dalla cultura incaica che parrebbe poter riportare la terra alla condizione prima della glaciazione, mentre l'equipaggio della Proteo Tien segue le tracce di una mappa enigmatica, che dovrebbe portarli a un pianeta abitabile, come la terra prima degli sconvolgimenti provocati dai conflitti atomici.
La ricerca dell'Eldorado in terra e della terra promessa, un nuovo paradiso terrestre, in cielo puntano verso un obiettivo comune, indicato cripticamente da profezie e altri segni, e la loro convergenza - la conclusione per quanto non del tutto originale è comunque piuttosto spiazzante e inaspettata - produce una palingenesi del pianeta.

Se è vero che il leit motiv del libro è l'intento parodistico o comunque esasperato - si sente nel linguaggio quasi babelico, ad esempio, creato da un personaggio vissuto in solitudine nello spazio, la Strega, un'astronauta russa che dopo tre secoli di isolamento negli abissi interstellari ha sviluppato una lingua fatta di tante lingue diverse e di tanti strati storici differenti, che ricorda in qualche punto il modo di parlare dell'illetterato eretico Salvatore in Il nome della rosa - non mancano tuttavia anche momenti più profondi, in particolare le discussioni filosofiche tra il razionale enfant prodige Einstein e il mistico orientale Fang sul rapporto tra scienza e conoscenza e i vari modi di intendere entrambe, o anche i numerosi apologhi, in forma di favola o fiaba, che contrappuntano la narrazione con degli intervalli e creano l'atmosfera di serena nostalgia di un racconto fatto intorno al fuoco a dei bambini.
Tra questi il breve episodio del fungo "se mi piaci" si distingue per leggerezza e ironia.

Nel complesso la fantasia magmatica dell'autore riesce comunque ad amalgamare gli ingredienti in modo creativo - tutto sommato è anche un'opera degli esordi - e a coinvolgere il lettore divertendolo e, a tratti, facendolo riflettere.

La figlia della fortuna - Isalbel Allende

Il romanzo, ambientato in Cile nel 1800, parla dell'intensa vicenda vissuta da Eliza: una ragazza abbandonata fin dalla nascita e accolta dall'importante famiglia inglese, emigrata nell'America Latina per la loro attività commerciale, dei Sommers. La sua vita, infatti, cambierà radicalmente dopo aver scoperto, per la prima volta, che cos'è l'amore, portandola ad intraprendere un viaggio alla scoperta di se stessa e di cosa veramente sia la vita. Consiglio vivamente questo libro a chi ama essere catapultato in una storia fatta di mille dettagli e colpi di scena, a chi piace rimanere col fiato sospeso fino all'ultimo istante.

La ˆfata carabina - Daniel Pennac

Il romanzo, ambientato in una Belleville di fine '900, è dotato di un'intricata trama che coinvolge nuovamente il "capro espiatorio" di professione Benjamin Malaussène e la sua "sacra famiglia", una famiglia senza padri, con un'unica madre e tanti nonni e bambini da accudire. La vicenda, dalle sfumature noir, porta a galla i problemi concreti del periodo, caratterizzato da un razzismo di ritorno facilmente individuabile in Francia, dove l'immigrazione dalle ex colonie fu massiccia. L'autore, tuttavia, narra i fatti con un'ironia fuori dagli schemi e, fino all'ultimo, non smette mai di stupire. I frequenti colpi di scena, i personaggi carichi di vissuto e così particolari lo rendono un libro imprevedibile, che consiglio vivamente.

La ragazza con l'orecchino di perla - Tracy Chevalier

"La ragazza con l'orecchino di perla" parla di una ragazza, Griet, che nella Delft del XVII secolo si ritrova a dover servire nella casa del pittore Vermeer.
Griet, di umili origini, viene catapultata in una realtà completamente diversa dalla sua, da sola. L'atelier del pittore diventa per lei l'unico porto sicuro, al riparo da una famiglia ostile, dove finalmente può sentirsi se stessa. Col tempo impara a condividere questi momenti con Vermeer, e fra i due si instaura un tenero rapporto fatto di condivisione e comprensione.

La narrazione in prima persona avvicina il lettore ai sentimenti di Griet, contribuendo alla tenerezza e alla purezza del racconto, che va a toccare ambiti dell'animo umano che non spesso vediamo affrontati in un libro.

Tracy Chevalier racconta più di una storia, racconta di una profonda connessione fra due persone, non necessariamente di tipo romantico, che arrivano a capirsi l'un l'altra in modi in cui nessuno prima li aveva mai capiti.