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La neve se ne frega - Luciano Ligabue

“Oggigiorno tutti vogliono scrivere!” Quante volte abbiamo sentito questa frase, solitamente come reazione alla notizia del tale cantautore o del tale conduttore televisivo che ha pubblicato un libro (quasi sempre la sua autobiografia)? Spesso e volentieri, questa non troppo velata critica è ampiamente giustificata. Non basta avere un nome famoso per avere qualcosa di buono da dire ne’ tantomeno per avere il talento e lo stile per dirlo, e troppo spesso libretti di poco conto vengono accettati o addirittura sollecitati da editori che vogliono solamente sfruttare il momento di popolarità dello pseudo-scrittore per vendere qualche centinaio di copie in più.
La mia opinione, però, è che non sia questo il caso del breve e delicato romanzo di Luciano Ligabue. L’indiscutibilmente bravo rocker, già protagonista di un paio d’incursioni nel mondo della regia cinematografica e nella narrativa con il libro di racconti “Fuori e dentro il borgo”, tenta stavolta la strada del romanzo e con un buon risultato.
Lo stile è lo stesso, duro, essenziale, a tratti crudo, dei testi delle sue canzoni. Il genere è la fantascienza, la visione di un futuro comunque possibile, anche se è auspicabile che non venga mai realizzato. Indubbiamente, Ligabue si è fatto molto influenzare da George Orwell di “1984” ed in parte anche da Ray Bradbury di “Fahrenheit 451”, anche se sarebbe pretenzioso voler accostare questo “La neve se ne frega” a quei due capolavori. Ma il romanzo è comunque fresco ed appassionante e la trama, pur basandosi sui due libri di cui dicevamo, è originale e coinvolgente. Anche qui c’è un regime e c’è una ribellione, ma, mentre in “1984” la ribellione viene innescata dalla voglia di libertà e trasgressione ed in “Fahrenheit 451” dalla nuova consapevolezza data dalla cultura, qui l’origine della ribellione è l’amore, puro e semplice.
Il mondo immaginato da Ligabue per il nostro ipotetico e remoto futuro è un mondo “alla rovescia”, nel quale gli esseri umani vengono generati artificialmente da una gigantesca “bolla” e nascono da vecchi per percorrere tutta la loro vita a ritroso e morire da neonati. Ogni essere che nasce ha già pronto il “pacchetto tutto compreso” con il suo nome, il suo lavoro, il posto dove vivrà, il suo partner e perfino un certo numero di adulteri obbligatori, poiché è stato scientificamente provato che una coppia non può andare avanti in modo armonico senza tradimenti. E chiaramente ogni luogo è disseminato di “microfoni-spia”, che ascoltano tutto quello che la gente comune dice, in qualsiasi momento. Un ordine costituito apparentemente perfetto, che però non tiene conto di una variabile impazzita: la nascita di un sentimento.
Nessuno infatti poteva prevedere che DiFo e ViPa (da lui ribattezzata Natura), che formano una coppia regolarmente costituita “dall’alto”, si sarebbero innamorati davvero. Un sentimento potenzialmente pericoloso, che li porta a guardare con occhio diverso tutto quello che succede intorno a loro e che per gli altri è naturale, a cominciare dagli adulteri di legge, che cominciano a trovare insopportabili.
Un giorno però ViPa si ammala: si sente strana, diversa, come se nel suo ventre stesse crescendo un tumore. Dopo vari esami medici, viene prelevata e portata in ospedale per essere operata, in gran segreto. Quando torna a casa i medici assicurano che è guarita, ma lei si sente svuotata e strana. Lei e DiFo intuiscono che è stato tolto loro qualcosa del quale non hanno neppure immaginato la natura ne’ la portata, qualcosa che il loro amore ha creato, ma che l’ordine costituito giudica sconveniente, destabilizzante, pericoloso. Protetti dal manto della neve, l’unico materiale in grado di isolarli dai microfoni-spia, decidono di andare fino in fondo alla cosa, e, quando ViPa si ammala nuovamente, fanno di tutto affinché non venga nuovamente portata via dai medici…
Non c’è violenza, non c’è terrore nell’autorità che impedisce a DiFo e ViPa di prendere il controllo della propria vita, ma proprio questa freddezza ce la rende ancora più temibile. Il senso di impotenza che si impossessa dei protagonisti, davanti a qualcosa più grande di loro, come un muro che non possono scalare ne’ abbattere, causa più angoscia di un’esplosione di rabbia. Il linguaggio essenziale usato da Ligabue accentua il senso di freddezza e suggerisce un’umanità preda dell’alienazione, che solo l’amore imprevisto fra i due protagonisti riesce a squarciare. Ma alla fine non rimarranno molte speranze…
Un libro piacevole ma assolutamente non troppo leggero e al tempo stesso neppure troppo impegnativo. Commovente ma non sdolcinato, coinvolgente ma non faticoso. Non un capolavoro, ma sicuramente un’ottima prova da parte del rocker di Correggio, “prestato” per l’occasione alla letteratura.

Mare al mattino - Margaret Mazzantini

Ogni romanzo di questa autrice è un mondo a sé, completamente diverso e indipendente da ogni altro, ma ugualmente interessante e profondo.
Lo stile è, come sempre, scarno ed elegante e la scrittura molto profonda e coinvolgente.
Qui ci troviamo di fronte alle storie parallele di due donne e dei loro figli: Angelina e Vito, Jamila e Farid. E’ una storia di profughi e di fuggiaschi, di chi ce la fa e di chi soccombe.
Uno dei protagonisti del romanzo è il mare, che unisce e che divide, che promette e non mantiene, che toglie (a Jamila) e che restituisce (a Vito) e che resta impassibile davanti alle guerre che vi si combattono.
L’autrice ci fa vivere il dolore di chi deve lasciare la propria patria per cercare la fortuna altrove o a causa di una guerra. Ci fa vivere il senso di disagio che provano i profughi in un paese nuovo, che li rifiuta e li considera solo un peso.
Jamila e Farid fuggono dalla Libia durante la primavera araba: il Rais vuole riempire il Mediterraneo di disperati, per fare tremare l’Europa (“E’ l’arma migliore che ha. La carne marcia dei poveri. E’ dinamite”).
Angelina e la sua famiglia, invece, vengono cacciati dalla Libia insieme alle spoglie degli italiani che vi sono sepolti e vengono accettati con riserva anche nella loro patria d’origine (“Ora sono loro i poveri. Poveri bianchi, sfollati. Hanno gli stessi occhi screditati di chi si è perso”).
La sua è una condizione “in sospeso”. Si sente straniera ovunque: sia in Libia, sia nella propria patria. Condizione, questa, che la spinge per tutta la vita a cercare una collocazione nel mondo
(“Il vero confino fu quello, la solitudine morale” e ancora “La gente privata di se stessa perde i confini” e infine “Non si trattava solo dei soldi. Volevano avere indietro un nome, un luogo. L’indennizzo era alla dignità. Alzare la testa e dire siamo stati rimborsati dal nostro paese. Siamo vittime della storia”).
I personaggi, come sempre, sono descritti in modo impeccabile e il fatto che i protagonisti siano donne e bimbi, pone l’accento sulla malvagità delle guerre, che fanno sempre stragi di innocenti.
Le frasi o le espressioni che mi sono piaciute:
“Il deserto è come una bella donna, non si rivela mai, appare e scompare”;
“E’ una scena di guerra, di ogni guerra. Umanità deportata come bestiame. Non ci si ferma a pisciare”;
“Dio nel deserto è l’acqua e l’ombra”;
“Il petrolio è la merda del diavolo, non ti fidare di quello che sembra una fortuna. Perché è peggio di una trappola per scimmie. E sempre quello che per i ricchi è una fortuna, per i poveri è una disgrazia;
“Sua madre un giorno gli ha detto devi trovare un luogo dentro di te, intorno a te. Un luogo che ti corrisponda. Che ti somigli, almeno in parte”;
“La storia dell’uomo è la storia della sua fame. Di affamati che si spostano. E’ la fame dei poveri, dei coloni, dei profughi”;
“Ogni notte un nuovo barcone, letame umano, fuoriusciti per fame, per guerra”;
Il Dio dei poveri è uno solo. E ogni giorno affoga con loro”.

Il tempo invecchia in fretta - Antonio Tabucchi

Un ex agente della defunta Repubblica democratica tedesca, che per anni ha spiato Bertolt Brecht, gira senza meta per Berlino fino a raggiungere la tomba dello scrittore per confidargli un segreto. “Cosa fanno le persone importanti in un cimitero? Dormono, anche loro dormono uguale uguale alle persone che non contarono un cazzo. E tutti nella stessa posizione: orizzontali. L’eternità è orizzontale.”
Un ufficiale italiano che in Kosovo ha subito le radiazioni dell’uranio impoverito insegna a una ragazzina l’arte di leggere il futuro nelle nuvole.
Un uomo che per ingannare la solitudine diventa il protagonista di una strana situazione immaginata in una notte d’insonnia, perché “Il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto.”
“Inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta” ovvero inseguendo le illusioni si spreca tempo che non torna più.
Già il titolo ci dice tutto, non è un romanzo, sono nove storie (e qualcuno dice che siano proprio nove come i racconti scritti da Salinger che Tabucchi stimava molto) con un tema comune: il tempo.
Nove racconti e nove personaggi che interrogandosi sulla loro vita passata, e cercandone il senso, rievocano un ricordo significativo che sia la sintesi del loro vissuto.
Un tempo che si consuma, inesorabile. Un tempo che fugge, come l'aria, come il vento, che porta e toglie, che scompiglia.
Un tempo che invecchia, come i protagonisti di queste storie, sulle quali i giovani, si spera, possano costruire un futuro, perché non c'è futuro senza memoria.
«Le parve di essere quel bambino che all'improvviso si ritrovava con un palloncino floscio tra le mani, qualcuno glielo aveva rubato, ma no, il palloncino c'era ancora, gli avevano soltanto sottratto l'aria che c'era dentro. Era dunque così, il tempo era aria e lei l'aveva lasciata esalare da un forellino minuscolo di cui non si era accorta?"

Si legge d'un fiato, ed è poesia in prosa, e tante sono le riflessioni esistenziali, sulle occasioni perdute, e sulle scelte sbagliate.
Rispetto ai suoi romanzi, questo libro spiazza, fa perdere ogni riferimento, ma è comunque un'emozione lasciarsi trasportare solo dalle parole, le magiche parole di Antonio Tabucchi che ormai, ahimè, non c'è più.
Eccone alcune:

"Sulle pietre del lastrico era disegnata una rosa dei venti. Si fermò perplesso sulla direzione da prendere: l'orto botanico era grande e non gli sarebbe stato possibile trovare quello che cercava entro l'ora di chiusura. Scelse il mezzogiorno. In vita sua aveva cercato sempre il mezzogiorno, e ora che era arrivato in quella città del sud gli pareva giusto continuare nella stessa direzione. Però dentro sentiva una brezza di tramontana. Pensò ai venti della vita, perchè ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libecci, lo scirocco che accascia, il vento gelido di tramontana. Aria, pensò, la vita è fatta d'aria, un soffio e via, e del resto anche noi non siamo nient'altro che un soffio, respiro, poi un giorno la macchina si ferma e il respiro finisce."

Il gusto proibito dello zenzero - Jamie Ford

"Cerco di non vivere nel passato, pensò, ma chissà, a volte è il passato che vive in me."
Un libro affascinate e interessante, perchè ci viene raccontato un fatto, avvenuto durante la seconda guerra mondiale, in America, che per tanti anni è rimasto all'oscuro, quello della deportazione delle comunità giapponesi ma non solo, viene trattato anche l'argomento del razzismo, una piaga dalla quale non si riesce mai a guarire a causa dell'ignoranza e dell'intolleranza della gente. La storia è quella di un ragazzino cinese di nome Henry, che vive a Seattle e che i suoi genitori lo vogliono far essere un vero americano, per questo deve frequentare la scuola dei bianchi. "Henry faceva del suo meglio per rispettare e onorare i suoi genitori. Andava a scuola tutti i giorni, procedendo in senso contrario al flusso imponente degli altri ragazzini cinesi che lo chiamavano -diavolo bianco-. Lavorava alla mensa dove i diavoli bianchi lo chiamavano -giallo-." Un giorno alla mensa, dove lavora, incontra Keiko, una ragazzina giapponese, da qui la sua vita cambierà per sempre, all'inizio è profondamente combattuto se poter o non poter instaurare un qualche rapporto con lei, perchè suo padre, nazionalista sfegatato che odia e che vede nel Giappone il suo nemico numero uno gli ha sempre insegnato a non aver rapporti di alcun genere con tale popolo, ma poi lui estraniato e colpito ogni giorno da atti di bullismo da parte dei compagni di scuola bianchi, finalmente trova con Keiko un'alleata speciale, dalla quale imparerà ad apprezzare il fatto di essere americano e che non importa quello che sei ma come sei. "Henry, noi non siamo così. Voglio dire, i miei genitori non ti giudicano in base al distintivo che porti. Ti giudicano in base a ciò che le tue azioni dicono di te. E il fatto che, nonostante le idee dei tuoi genitori, tu sia venuto qui, dice un sacco di cose sul tuo conto ai miei genitori, e anche a me. Loro sono innanzitutto dei cittadini americani. Non ti considerano un nemico. Ti vedono semplicemente come una persona." Purtroppo, per loro, c'è la guerra e tutto è incerto, fino a quando un comunicato del Presidente degli Stati Uniti D'America, dichiara che tutte le comunità giapponesi devono essere trasferite in campi di internamento, da qui le strade di Henry e Keiko si separano, non prima di essersi dichiarati amore profondo e vero, ma il tempo e la distanza cambieranno le cose. "Henry stava imparando che il tempo della separazione finiva per creare distanza, più che le montagne e la differenza di fuso orario. Una distanza vera, quella che fa stare male e induce a smettere di farsi domande. Una nostalgia intensa al punto che il fatto di avere a cuore una persona comincia a diventare doloroso." Passano gli anni, Henry vive la sua vita insieme alla moglie Ethel ed al figlio Marty, poi ormai vedovo, camminando per le strade del quartiere, durante lo smantellamento e il rifacimento di un vecchio hotel, tornano alla luce oggetti appartenuti alle famiglie giapponesi internate....e dentro di lui rinasce il desiderio, mai del tutto abbandonato, di rivedere e ritrovare Keiko. Un libro delicato, affascinante, che parla di amore, di dedizione, di razzismo, di odio, di quanto la vita a volte ci giochi brutti scherzi, ma che non perdendo la speranza e la fiducia, può anche riservarci altre sorprese e bei nuovi momenti, come una favola... Bellissima la figura di Sheldon, l'artista di strada che suona il sassofono, che sarà l'amico-padre di Henry, che lo incoraggia, lo aiuta e lo consiglia. Un ruolo importante lo riveste anche la musica jazz, vibrante ed unica, che sembra quasi di udirla in sottofondo mentre leggiamo il libro. "Avrebbe fatto come faceva sempre, avrebbe cercato le cose dolci fra le amare."

Siete pazzi a mangiarlo! - Christophe Brusset

Siete pazzi a mangiarlo. Quante volte ce lo sentiamo dire, quante volte siamo noi a dirlo o a volerlo urlare davanti a qualcuno che sta divorando una “schifezza” con soddisfatta incoscienza. Se ci sono “schifezze” dichiarate e note a quasi tutti, ormai, tanto da essere diventate emblematiche della categoria denominata “junk food”, ne esistono anche di più ingannevoli e mimetiche. Con quell’aria da cibo sano, e invece, Siete pazzi a mangiarlo? Ecco perché era ed è necessario, questo libro, intitolato proprio così, e pubblicato da Piemme.

Arriva in Italia dalla vicina Francia, l'ha infatti scritto un ex dipendente delle industrie agroalimentari che risponde al nome di Christophe Brusset.

L’autore, con cognizione di causa e coraggio, si è seduto a tavola, e alla scrivania, affrontando senza tentennare, il tema delle frodi e delle sofisticazioni. Parla di cibo, e ci chiede: Siete pazzi a mangiarlo? Lo chiede anche a sé stesso, non autonominandosi il paladino della salute, impeccabile e perfetto: sa mettersi bene dalla parte di chi deve scegliere ogni giorno con cosa nutrirsi di fronte ad una offerta ampia e spesso confusa.

Prima di andare al sodo, nell’introduzione, si presenta e parla della sua formazione, del suo rapporto con il cibo, per poi passare in rassegna le principali caratteristiche degli alimenti industriali.
Dal suo eccezionale punto di vista, di “insider”, ha tutto il diritto di affermare che nella miriade di persone che confezionano alimenti, ce ne sono molte che lo fanno in automatico, senza la minima passione, ingrediente invece fondamentale per nutrire.

Già nella prima parte del libro Brusset fa numerosi esempi di frodi cinesi, svelando come è nata l’idea del libro. E’ stata una frode, come sospettabile, in particolare quella della carne di cavallo fatta passare per manzo, in alcune lasagne. La goccia che ha fatto traboccare il vaso portandolo a pensare, e a scrivere, Siete pazzi a mangiarlo.

Essendo made in France, il testo approfondisce con generosa precisione, la natura e la qualità di alimenti che sono fondamentali nella tradizione culinaria dei nostri amici oltralpe, quindi i formaggio è tra i protagonisti. Brusset non infanga quanto fatto dai suoi connazionali, anzi, a voce alta racconta come ci sia chi aggira la legge e riesce a ridurre i costi semplicemente e diabolicamente allungando con acqua una piccola parte dell’ingrediente principale, in modo che le etichette siano a norma. Siete pazzi a mangiarlo, verrebbe da dire, e si impallidisce pensando che tutto ciò accade anche se in Europa i controlli e la legge in campo alimentare sono tra i più stringenti e severi.
Mancano i nomi e alcuni dati “scientifici” e statistici, per parlare di un libro che possa essere preso come un dossier esaustivo sul tema, ma certo resta una lettura utile per svegliare le coscienze, per dare spunti di riflessione. Certe frodi anonime sono facilmente attribuibili a chi le ha commesse, con un pizzico di prontezza e preparazione, ma lo scopo principale del testo è quello di portarci a sospettare anche dei prodotti meglio presentati sul mercato.

Non smettiamo di lasciarci affascinare dal packacing e dal marketing in cui molte aziende sono maestre, e scordiamo di guardare l’etichetta con la dovuta attenzione. Ben vengano le norme che costringono i produttori di alimentari a realizzarle in modo trasparente.

La grammatica di Dio - Stefano Benni

La raccolta di racconti “La grammatica di Dio – Storie di solitudine e allegria”, pubblicata da Feltrinelli nel 2007, è molto più di un libro. È un’enciclopedia di personaggi che va ben oltre la lettera zeta, è il “libro del mondo”, come lo definisce Stefano Benni.

Spaziando a trecentosessanta gradi nell’universo infinito delle emozioni umane, l’autore ci regala una vera e propria galleria antropologica: dal vedovo suicida con cane al seguito, all’asociale che sfoga la propria rabbia con atti vandalici e molestie, allo studente modello divenuto truffatore per vendicarsi del destino, al camionista abbandonato dalla moglie perché russa troppo forte, al nonno “Gianburrasca”, al terrorista insospettabile fino al ladro gentiluomo, di cui Benni ci regala una piccola, deliziosa autobiografia. “Mi piaceva pensare che non ero un ladro, ma un abitante nottambulo che non voleva svegliare i genitori, la moglie, i fratelli.

E tutto ciò che vedevo nella penombra notturna mi faceva pensare alla loro vita di giorno”.

Toccante è, infine, la figura di Frate Zitto che, ad un certo punto della sua vita, decide di non parlare più limitandosi a scrivere su di un foglio “sine verbis vivam” perché ‘ l’universo si manifesta senza parole ’.

E nel vuoto lasciato dalla propria rinuncia, aspetta di vedere Dio. “Nella varietà meravigliosa delle erbe, negli odori della terra bagnata o smossa, nella vita sotterranea di topi e insetti, vedevo parole e grammatiche nascoste, simili a ciò che cercavo. Dico simili, badate, perché non posso negare che dopo i primi anni di silenzio crebbe in me una strana inquietudine.

Era come se aspettassi davvero di vedere Dio. Di vederlo apparire, nello spazio vuoto lasciato dalla mia rinuncia. E questa sì, era superbia. In certe mattine di brina, nell’erba ondulata dal vento, nell’abisso del pozzo che rifletteva il sole, cominciai a guardare fisso, in attesa.

Era una nuova sofferenza. Era ancora una volta la ricerca di qualcosa, preciso e ostacolante come la parola. Non esisteva esercizio, mortificazione o preghiera contro questo desiderio. Semplicemente, di anno in anno si attenuò. Finché lo ritenni spento. Volevo vedere Dio, ma ero pronto a non vederlo mai”.

Come in tutte le opere di Benni, ogni racconto brilla di luce propria, indipendentemente dal contesto in cui è inserito. Le storie, nel loro insieme, costituiscono un diadema prezioso uscito dalla penna di questo prolifico e imprevedibile autore bolognese.

Temi di fondo sono l’isolamento e la solitudine a cui i personaggi reagiscono nei modi più diversi: con un gesto tragico, con un reato, con la violenza gratuita, con la bizzarria, con un’amara risata.

All’interno di questa galleria antropologica ciascun lettore potrà ritrovare, tra l’indignazione, l’indulgenza, la codardia, la rassegnazione e tanti, tanti sorrisi dal sapore amaro, una caratteristica che sentirà appartenergli nel profondo ed emozioni che avrà sicuramente vissuto sulla propria pelle più di una volta, senza aver mai osato confessarle.

In viaggio con Erodoto - Ryszard Kapuscinski

Varsavia, 1955. Un giovane giornalista di un quotidiano locale, la “Sztandard Mlodych” (“La bandiera dei giovani”), negli anni del comunismo, in un “clima di torto e miseria”, sente crescere forte un desiderio: “varcare la frontiera”. Guardare oltre la Cortina di ferro, spingere lo sguardo più in là. Sono gli anni immediatamente seguenti alla morte di Stalin, responsabile di un regime totalitario che aveva provocato un’aspra miseria e imposto una pesante censura, vietando di dare alle cose il loro nome. Sotto quel regime “si era proibito di dire che i negozi erano vuoti: i negozi erano per definizione sempre pieni di merce”. Varcare la frontiera: questo il sogno – durato una vita, di quel giovane giornalista, questo il sogno di Ryszard Kapuściński - perché questo è il suo nome. Le frontiere: non semplicemente, per un polacco di quei tempi (e in genere per un abitante dell’Est Europa) un puro confine da valicare, tracciato sulla carta. “Mi chiedevo che cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinario, emozionante. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile?” Andare oltre confine: non un semplice desiderio ma un “inesplicabile e pur prepotente bisogno psicologico” per il giovane Kapuściński, il bisogno di varcare un confine percepito non come protezione ma come chiusura, in un periodo e in contesto ben lontani da quella libera circolazione di persone e idee, oggi forse - in diversi luoghi del mondo - scontata. Il viaggio, come insopprimibile e implicita rivendicazione di libertà: interiore, ancor prima che fisica. “Non mi premevano lo scopo, il traguardo, la meta, ma l’atto in sé di varcare la frontiera”, il viaggio in quanto tale, il desiderio di conoscere l’oltre. Il desiderio di Kapuściński si realizzerà presto, già l’anno seguente, a tre anni dalla morte di Stalin, quando iniziava per la Polonia - se pur solo parzialmente - l’inizio del “disgelo”. Correva l’anno 1956. Per Kapuściński, l’inizio di un lungo periodo di trasferte da reporter: India, Cina, Egitto, Congo, Iran - solo alcuni dei paesi da cui egli sarà corrispondente, nell’arco di un ventennio, in anni di grandi cambiamenti, di rivoluzioni interne e di scontri e tensioni. Pietra miliare e assiduo compagno di viaggio sarà per il giornalista polacco, nel corso di quegli anni, Erodoto con le sue Storie. Non una persona in carne ed ossa, no. Ma uno storico greco del V secolo a.C., sapiente narratore dal gusto aneddotico ed etnografico, che aveva raccontato le grandi vicende storiche dei suoi tempi (una su tutte, la strenua difesa dei Greci della propria libertà contro la temibile avanzata dell’Impero persiano) e dato voce insieme a quel pullulare di popoli insediati attorno al bacino del Mediterraneo – quello che era allora, per un greco antico, il mondo conosciuto. Illuminante sarà, per Kapuściński, Erodoto, col suo instancabile amore per i viaggi, con la sua attenta e curiosa esplorazione delle tradizioni culturali dei diversi popoli incontrati o indirettamente conosciuti, con la sua rivendicazione della piena dignità dei costumi e delle usanze dei vari popoli contro ogni arbitrario tentativo di dominio e di proclamazione di superiorità da parte di altri, accecati da brama di potere. Questo mirabile storico e narratore del V secolo a.C., scrollandosi di dosso 2500 anni di storia e di polvere, si rivelerà il primo grande reporter della storia e il primo grande alfiere del “multiculturalismo”, contro ogni presunta pretesa di predominio degli uni sugli altri (singoli o popoli che siano): perché “mutevole è la fortuna e incappa nella sventura chi pecca d’alterigia e tracotanza”...
Le Storie rappresenteranno per Kapuściński molto più di un libro: un confronto continuo e sempre appassionato fra passato e presente, fra letteratura e vita, se (come ricorda lo stesso giornalista), in quegli anni ancora incerti seguiti alla fine del regime totalitario staliniano, “la letteratura per noi era tutto. Vi cercavamo la forza di vivere, le direzioni da prendere, la rivelazione”. Kapuściński esprimerà, nel suo lavoro, lo stesso gusto appassionato di Erodoto per la ricerca, l’indagine e l’ascolto dei protagonisti piccoli e grandi della storia, ricavando sempre dalle proprie esperienze una “lezione di umiltà”, soprattutto di fronte a culture (come ad esempio quella indiana e cinese) così ricche e complesse da abbracciare; riscoprendo l’estrema limitatezza di una visione eurocentrica, di qualsiasi visione che pretenda di assoggettare e “imbavagliare” la diversità dentro stereotipi precostituiti, visione destinata – come insegna la storia - a fallire. Con un tono sempre lieve e appassionato, mai cattedratico, - secondo lo spirito del vero viaggiatore e del vero reporter, In viaggio con Erodoto, intrecciando insieme “fili” di ricordi personali e di reportage giornalistici sullo sfondo della “grande storia”, è un libro che si apre (e ci apre) al mondo e alla sua diversità, al rispetto della pluralità pur senza facili sconti, secondo prospettive mai ovvie. E insieme, è un libro sull’amore per i libri e per i grandi classici; e li consegna al futuro, se “classico – come scriveva Calvino - è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Il dipinto maledetto - Alex Connor

Se avete letto e amato "Cospirazione Caravaggio" di Alex Connor, non potete perdervi il suo ultimo lavoro ambientato nel mondo dell’arte. Leggerete del grande pittore Tiziano e di un suo dipinto che cela un antico segreto. Farete un balzo nel passato, nella Venezia rinascimentale, ma attenzione: tra i canali della città affiorano inquietanti cadaveri sfigurati. Se volete scoprire chi è l’assassino che semina il terrore non vi resta altra possibilità se non quella di scoprirlo tra le pagine del libro.

Venezia, 1555. Nella città del doge il pericolo è in agguato. Un rigido inverno avvolge la città nella bruma, e sulle banchine affiorano degli inquietanti cadaveri. Sono le vittime di uno spietato serial killer, rese irriconoscibili dalle torture... Londra, oggi. Gli studiosi d'arte di tutto il mondo sono in fibrillazione per un antico dipinto di Tiziano, che si credeva perduto per sempre. È il ritratto di Angelico Vespucci, noto mercante veneziano. Il grande artista è riuscito a riportare sulla tela, con estremo realismo, i tratti somatici dell'uomo, ma non la crudeltà del suo animo. Proprio quel Vespucci, infatti, potrebbe essere il terribile mostro che ha scuoiato numerose giovani donne: una colpa che nessuno riuscì a provare e che rimase senza condanna. All'indomani del ritrovamento del quadro, però, vengono rinvenuti in giro per il mondo una serie di cadaveri senza pelle. Un sanguinario assassino è stato richiamato dal regno dei morti, ed è assetato di vendetta...

Chi di voi ha letto "Il ritratto di Dorian Gray" o hanno seguito le indagini del professor Robert Langdon nei libri di Dan Brown, non potranno non notare delle similitudini durante la lettura di questa storia. Si parla di un quadro maledetto, di un ritratto. Ma non di un ritratto qualsiasi. Un ritratto raffigurante una persona corrotta, malvagia, contorta.
Parallelamente un investigatore privato anomalo si assume l’onere delle indagini. Una persona estranea a tutto questo, ma intenzionata a porre fine a delle morti atroci. Un uomo che non ha niente da perdere, se non la sua stessa vita, e che cela in sé una gran voglia di rivalsa e di riscatto.
A fare da cornice a tutto ciò un altro uomo. Apparentemente comune, normale, insignificante. Ma, come spesso accade, le apparenze ingannano. Quest’uomo è meticoloso, calcolatore, apatico. Capace di rendersi invisibile al mondo intero. Ha un piano, una missione. La sua è un’ossessione mortale ed è pronto a tutto pur di portarla a termine.

I personaggi di questo romanzo sono molti. Tra mercanti d’arte, semplici appassionati, simpatizzanti e personaggi eccentrici, regna il fascino del male.

Quando vi appresterete a leggere questo libro non avrete più né il tempo né la voglia di pensare ad altro. Credeteci, arriverete a perdere il sonno pur di arrivarne alla fine. La narrazione è dettagliata, senza tuttavia risultare pesante, anzi è scorrevole e dinamica. Non si può provare noia durante la lettura. Non uno sbadiglio. Un libro da leggere tutto ad un fiato. Una corsa contro il tempo, per arrivarne alla fine e scoprire cosa e chi si cela realmente dietro quel dipinto e svelare le reali intenzioni delle persone che vi ruotano attorno, attratte irrimediabilmente dal suo richiamo.

I fantasmi di pietra - Mauro Corona

In questo lungo racconto, Corona ci presenta, in una rassegna commovente e schietta, le quattro vie del suo paese d'origine, Erto.

Erto (o più correttamente Erto e Casso) è uno dei borghi legati per sempre alla memoria di un'immane tragedia, quella del 9 ottobre 1963. Cinquant'anni fa, il monte Toc si rovesciò nella diga artificiale della valle del Vajont, e spazzò via migliaia di innocenti. Il centro abitato più colpito fu Longarone, ma l'onda della piena lambì le frazioni a valle di Erto e passò per Casso, come una falce. Praticamente nulla fu risparmiato dall'acqua, e per i due piccoli comuni montani arrivò il declino e lo spopolamento. Corona ci spiega che molti ertani, risparmiati dalla furia degli elementi, chiusero le case e cercarono un futuro migliore altrove: dove non era arrivata la morte fisica, arrivò la morte dello spirito. Dopo una lunga battaglia, gli ertani poterono tornare ad abitare nel paese vecchio, mentre quello nuovo, una new town antesignana, era stato costruito con il cemento armato più in alto, al riparo dal terreno franoso. Questa, sommariamente e con molte imprecisioni, la storia recente.

Il cemento armato, che ha indubbi vantaggi sulle pietre e sulla malta, è il materiale dominante che conferisce alle abitazioni un'aria di solidità artificiale. Senza saperlo, ho parcheggiato l'auto proprio di fronte al laboratorio di Corona, in quel pomeriggio chiuso. C'era una comitiva di ragazzini che faceva picnic in attesa di un autobus che li portasse chissà dove. La scoperta del paese vecchio, a valle della strada principale che da Longarone conduce a Cimolais, Claut, Maniago, è stata casuale.
Poche vie su cui affacciano case e ruderi di case contadine, spesso sventrate dal tempo e dalle stagioni aspre di quella regione. Alcuni muratori stavano lavorando sui tetti, ma nemmeno un abitante si affacciava alla finestra o alla porta.
A Erto si respira un'aria diversa, di pace ma soprattutto di morte. La stessa morte che in fondo è la vera protagonista del libro di Mauro Corona.

La schiera di artigiani, bevitori, donne che si arrampicano nella neve per recuperare le capre, fabbri che battono le lame delle falci e falegnami che costruiscono botti, ragazzini che si arrampicano sul campanile in una gara pericolosa ma eccitante; tutte queste persone sono passate nel regno dei morti, lasciandoci solo ricordi e rimpianti. Come non commuoversi sulla pagine in cui Corona parla della giovane torinese, malata di leucemia, che voleva concludere la tesi di laurea nella casa della madre? Quella ragazza pallida, che nessuno conosceva, e che passò la sua ultima estate a Erto, ci resta negli occhi come una persona di famiglia.
Il libro offre anche spunti divertenti, come quello dell'anziano scapolo, rovinato dal vino, che pensava di essere diventato impotente per colpa del Wc-net: era solito lavare le mutande con il celebre prodotto che toglie il calcare dai gabinetti, ed era certo che il liquido si fosse trasferito dal tessuto agli organi genitali.

Eppure non c'è allegria, in questo libro. Il cimitero è una calamita per Corona. Il libro finisce lì, non solo geograficamente. Ad ogni stagione dell'anno corrisponde una via antica, e l'autunno finisce con l'arrivo al camposanto. L'ultima casa di ciascuno, come lo definisce l'autore, l'ultimo edificio che conviene descrivere. In quella terra riposano i personaggi che abbiamo incontrato fra le righe, o almeno quelli che sono rimasti dopo il Vajont.

Ecco, dopo il Vajont: un leitmotiv ostinato, sempre presente. In tutta la valle, nessuno ha potuto dimenticare, né perdonare. I nomi dei morti restano scritti sui muri e sulla diga, come un avvertimento ai posteri. Questa è una terra di dolore. Come dice uno dei protagonisti: "qui ogni paese ha la sua disgrazia: non solo il Vajont del 1963, ma i terremoti, le stragi naziste, gli incendi devastanti". Forse è vera la leggenda che Corona ha recuperato dagli archivi parrocchiali e dalla memoria dei vecchi: le tre streghe che furono arse vive nel 1600 lanciarono una maledizione su Erto, promettendo un'eternità di dolore e tribolazioni.
Per carità, non bisogna credere che il Friuli sia tutto così: basta scendere pochi chilometri verso il mare, per trovare città moderne e talvolta assai anonime, basi militari e capannoni industriali. Più a nord ci sono le località sciistiche di Forni, del Cadore, c'è la Carnia e ci sono le alpi Giulie ad oriente. Anche Tarvisio è stata pesantemente abbandonata, ma resta un centro turistico vivo, al crocevia di tre popoli.
Il lato meridionale del Parco delle Dolomiti Friulane, al contrario, si è trovato schiacciato fra differenti modernità, come un piccolo albero soffocato dagli alberi vicini. Entrare nella valle è come fare un viaggio a ritroso nel tempo: qui impariamo che il primo televisore arrivò solo nel 1970, in ritardo di quasi vent'anni. Oggi c'è tutto, perfino un'ottima copertura della rete internet veloce. Eppure i pochi ragazzi che passano l'estate a Cimolais non fissano compulsivamente il telefonino come i loro coetanei di Pordenone e di Udine. Si rincorrono fra le vie del paese, giocano a pallone nel campo sportivo sotto la strada provinciale, salutano i forestieri e mangiano gelati ai tavoli delle osterie. In effetti, non sembrano così diversi dai canajs (ragazzi) come il piccolo Mauro Corona, che imparavano la vita prima del Vajont.

La ragazza del buio - Anna Lyndsey

E' in libreria dal 17 marzo "La ragazza del buio", la vera, toccante storia di Anna Lyndsey edita Garzanti. Dietro a quella che sembra una normale esistenza, si nasconde una storia incredibile: Anna vive la sua vita in una permanente eclisse solare, prigioniera della sua malattia. La ragazza del buio è il racconto di questa straordinaria esistenza, raccontata con drammatica realtà, ma anche con ironia. La più bella storia d’amore mai scritta, perché è proprio in fondo all’oscurità che si nasconde la luce più vera.

Chi non ha mai avuto paura del buio? Da bambina, Anna riusciva ad addormentarsi solo guardando le stelle illuminare la notte più profonda. Non sapeva che il buio sarebbe diventato il suo più grande amico. La sua salvezza, la sua speranza, la sua stessa vita. Anna è una ragazza come tante. Ama il cielo azzurro, il vento tra i capelli, il profumo del mare d’inverno. Ama Pete, il ragazzo che ha appena conosciuto. Ma un giorno tutto cambia. Anna sta lavorando come sempre al computer quando improvvisamente sente la sua faccia bruciare di un dolore insostenibile. I vestiti non riescono a proteggerla. La pelle di tutto il suo corpo non sopporta il contatto con un solo raggio di luce. Prima il computer, poi le lampade dell’ufficio, infine il sole. La diagnosi non le lascia scampo: una rara forma di allergia alla luce. Non c’è modo di curarla, Anna può solo lenire il dolore vivendo completamente al buio, isolata nella sua stanza. Eppure, quella che sembra una condanna alla solitudine e all’infelicità diventa l’occasione per una nuova vita. Una vita fatta di colori diversi da quelli che possiamo immaginare. Più vividi, più amati. Una vita fatta delle parole dei libri che ascolta e che disegnano l’oscurità di forme sempre nuove. Una vita piena di amore, quello per Pete, l’uomo che ha deciso di rimanere accanto a lei. L’uomo che la ama di un amore ogni giorno più forte, nonostante le difficoltà. Perché il loro abbraccio può illuminare anche la più buia delle notti.

"La ragazza del buio" è un caso editoriale ancora prima della pubblicazione. In uscita contemporanea in quasi tutto il mondo, ha già scatenato il consenso unanime di critica e lettori. Il passaparola per questa storia straordinaria ha colpito anche uno dei più importanti registi di Hollywood, che sta realizzando un film. Perché quella di Anna Lyndsey è una storia vera, e scriverla è stata la sfida più importante della sua esistenza. È stato il modo per uscire dal suo buio e mostrare al mondo che anche nell’oscurità più profonda si nasconde una luce. La luce di due cuori che battono insieme. La luce di una vita e del coraggio di portarla avanti.

«La ragazza del buio brilla di luce propria e incanta il mondo. Un omaggio all’amore incondizionato.» The Guardian

«La capacità di non arrendersi dell’autrice è di profonda ispirazione.» Daily Mail

«Melodico e penetrante. Trasmette la potenza dell’amore anche nelle condizioni più difficili.» New York Times Book Review

«Assolutamente incredibile. Un’autrice di rara onestà e intelligenza.» Boston Globe

Anna Lyndsey, allergica a ogni forma di luce, è costretta a vivere al buio. Ma c’è una persona accanto a lei pronta a darle coraggio: suo marito. Perché l’amore quando è vero e profondo supera ogni ostacolo. Proprio grazie a lui Anna ha trovato la forza di raccontare la sua storia: La ragazza del buio è ora un caso editoriale pubblicato in venti paesi e ne verrà tratto un film.

L'avvocato di strada - John Grisham

E' un audiolibro piacevole, anche se chi legge non è un attore e quindi la lettera in senso stretto ...lascia un po' a desiderare. Ma il testo è piacevole. L'autore, senza mai rinnegare il modello di sviluppo e di società tipica degli USA, è molto aperto al sociale. il protagonista abbandona una carriera fatta di lavoro, potere, soldi e successo. Ma il cambiamento avviene quasi fatalisticamente per una serie di episodi che lo coinvolgono e travolgono. E' come se mancasse una consapevolezza o un ideale risvegliato per il quale vale la pena il cambiamento. Un "di più" che stimola ad andare a fondo della vicenda umana. Ma questo implicherebbe rimettere in discussione il modello di vita americano. Mentre l'esito del romanzo è un "aggiustamento" in un modello che si ritiene perfetto o quasi. sicuramente è una lettura... anzi un ascolto che consiglio

In cammino verso le beatitudini - Paolo Pasqualetti

La poesia è un oggetto tecnicamente molto complesso, con una lunga storia alle spalle, ma che nasce da bisogni antichi e profondamente radicati nell'uomo: il desiderio di esprimere con le parole i propri sentimenti, i propri stati emotivi, il senso e il modo con cui si sta al mondo, l'offrirsi agli altri e la necessità di rendersi visibili e di essere amati. E molto altro, tra cui, il bisogno di comunicare la proprie sofferenze e le proprie angosce. La necessità di chiedere aiuto.
I poeti, grandi o piccoli che siano, letterati, filologi o sgrammaticati, un po' come i pittori, usano pennelli e colori, ovvero parole e ritmo, per come sanno e possono, per raccontarsi e raccontarci qualcosa. Per chiamarci.
E di poeti, per fortuna, ce ne sono tanti. Di diverso valore e spessore, certo, ma tanti. E scrivono. E pubblicano, lasciando traccia di sé. Contribuendo ad arricchire e a volte a confondere, come le tele di Jackson Pollock, il nostro immaginario.
Pontedera, per fortuna, da almeno un paio di secoli, è una terra di poeti. Di diverso conio, formato, passione, spessore, intensità..... Ma ci sono.
Paolo Pasqualetti è entrato da poco a far parte di questa schiera. Ci vorrà ancora un po' di tempo per misurare la sua arte. E io non sono la persona più adatta per commentare i suoi versi. Mi limito solo ad osservare che, come annuncia già il titolo, in effetti molti di suoi scritti hanno il sapore di preghiere. Francescane.
Nei mesi scorsi lo si poteva incontrare in mezzo al corso Matteotti o alla stazione di Pontedera a vendere le sue poesie. Una ad una. Su fogli stampati da computer. Fotocopiati più volte. Ora, grazie ad alcuni amici e al sostegno della tipografia Bandecchi & Vivaldi, ha raccolto questi testi in un libriccino di 60 pagine e li vende in proprio e presso le librerie di Pontedera.
Che la buona sorte sia con Paolo.