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Gli ultimi messaggi del Forum

Il cuoco dell'Alcyon - Andrea Camilleri

Tutto ha inizio con il ritrovamento del corpo di Spagnolo Carmine, che “arrinisciuto a trasire dintra al capannone”, ha posto termine alla sua vita impiccandosi. Lo stabilimento all’interno del quale ha luogo il decesso è quello della Trincanato, “n’a fabbrica di scafi che fino a dù anni avanti era ghiuta bona” impiegando oltre duecento persone. Poi, alla morte del vecchio proprietario l’attività era passata al figlio Giovanni, il quale aveva la testa soltanto per “il joco e le fìmmine”. Il padre questo lo sapeva bene e aveva tentato di estrometterlo dalla gestione (seppur mantenendovelo nominativamente), purtroppo non riuscendovi. Ma davvero le condizioni economiche della Trincanato erano così malmesse da richiedere una chiusura immediata e improvvisa senza soluzioni di continuità e/o alcuna altra chance se non quella del licenziamento in tronco di tutti i dipendenti e del fallimento?

Il primo approccio tra Salvo Montalbano e Giogiò è tutt’altro che positivo e a complicare le cose ci si mette l’arrivo di una goletta tutta bianca “che pariva na’ navi spitali, […] longa venticinco metri e larga quasi setti”, con il nome Alcyon “scrivuto a prua”, che ben presto risulta evidente essere collegata proprio a questo imprenditore di dubbia rettitudine morale.

Tuttavia, le sorprese per Montalbano non sono ancora finite perché proprio durante lo sciorinamento delle indagini, ecco che, da ordini superiori, viene messo a riposo immediato – per “ferie accumulate” – per dieci giorni. Raggiunta Livia in Liguria, ecco che quello che sembrava essere un semplice periodo di sospensione si tramuta in ben altro: Salvo infatti apprende che il suo non è un congedo temporaneo, che i suoi uomini sono stati trasferiti di punto in bianco in vari e diversificati distretti e con varie e diversificate mansioni e che di fatto il suo commissariato è stato smontato. Ma perché? È davvero così?

Che i suoi superiori abbiano studiato a tavolino un complotto per liberarsi di lui magari sfruttando una qualche sua reazione istintiva e imprudente a seguito dell’allontanamento forzato? O forse dietro la facciata c’è ben altro? Perché alla fine, se si fosse trattato davvero di una manovra a suo danno, il piano Bonetti-Alderighi non sarebbe stato reso pubblico… Cosa sta succedendo in verità? Qual è il ruolo delle picciotte? E cosa succede a bordo dell’Alcyon? E perché verso Giovanni Trincanato vengono prese delle misure così estreme?

Nato come soggetto per un film italo-americano, a cui poi è venuta a mancare la produzione e non quindi come romanzo, una decina di anni fa, “Il cuoco dell’Alcyon” vede tornare in scena il tanto – e meritato – amato Salvo Montalbano con Fazio, Augello, Catarella e tutti i membri più fidati della sua squadra per risolvere un caso tutt’altro che semplice e costruito sulla combinazione di più misteri e circostanze che vedranno la partecipazione anche di forze d’oltreoceano.

Il risultato è quello di un giallo diverso dai soliti Montalbano perché strutturato con caratteri tipicamente scenografici, e quindi non canonicamente letterari, ma che comunque conquista sin dalle prime pagine il lettore che è travolto dalle vicissitudini tanto da non riuscire a staccarsi dall’opera. È un flusso che come un campo magnetico impedisce di interrompere il leggere.

All’investigazione, inoltre, è possibile ravvisare tra le pagine anche le profonde riflessioni dell’autore che tramite i fatti narrati si interroga su quelle che sono le problematiche della società attuale, in particolare focalizzando l’attenzione su quella che è la realtà del mondo del lavoro.

Il tutto grazie ad una trama comunque solida, una penna magnetica e familiare, personaggi stratificati e l’indiscussa genialità di un Camilleri che non delude le aspettative.

Il libro della psicologia

Dedicando molti capitoletti alla memoria, il libro è consigliato soprattutto a chi studia questa. Quanto alla psicologia, sì, tratteggia un percorso che invoglia a entrare nella materia, ma non c'è niente di semplificabile, e quindi niente è semplificato: il lettore non può che essere adulto, e la materia appare per quello che è: affascinante, stimolante per ideali percorsi multidisciplinari, ma...immensa e inafferrabile, come...un cervello!

Favola di New York - Victor LaValle

Uno scrittore deve avere qualcosa da raccontare. E’ un’affermazione che può sembrare ovvia ma non è sempre così scontata. Victor LaValle è indubbiamente uno scrittore che ha qualcosa da raccontare.

E non perché la sua Favola di New York si dispiega per più di cinquecento pagine bensì perché la sua è una storia piena di accadimenti, senza fronzoli o manierismi. Travalica i generi e gli stili, portando a spasso il lettore in una favola moderna sullo sfondo di una abbastanza inedita New York.

Qui vive Apollo con la moglie Emma Valentine e il piccolo Brian. Il bambino ha il nome del nonno paterno che ha abbandonato Apollo quando aveva quattro anni lasciando la moglie Lilian Kagwa. La donna, ugandese fuggita dal suo paese, aveva incontrato Brian, belloccio di Syracuse, durante uno sciopero dei netturbini della Grande Mela. Dopo pochi mesi era nato Apollo – che il padre avrebbe voluto chiamare Rocky in omaggio al film che aveva fatto da sfondo al loro primo appuntamento – e la vita della nuova famiglia scorreva tranquilla e senza grandi drammi. Ben presto però l’idillio famigliare si spezza, Brian li abbandona lasciando al piccolo Apollo solo una scatola con la scritta “Improbabilia” piena di oggetti legati al pezzo di vita trascorsa con loro.

Lascia in eredità anche un incubo ricorrente che termina sempre con Brian che bussa alla porta del figlio
ripetendogli le parole “vieni via con me”. Ma quella speranza per Apollo viene sempre e costantemente negata. Passano gli anni, Apollo diventa un commerciante di libri e conosce Emma, una bibliotecaria all’apparenza fragile ma dai modi decisi. La loro sembra una famiglia normale, allietata dall’arrivo del piccolo Brian, fino a quando cominciano a verificarsi strani fenomeni che fanno virare il racconto in un dramma nero e sempre più tragico. Tra isole buie e sinistre, cimiteri ed ex manicomi e una foresta che raccoglie entità mostruose, la favola si tinge di nero, percorsa dal desiderio di scoprire cosa sia successo davvero a Emma.

LaValle riesce a tenere insieme tanti fili del racconto, in una storia ricca di snodi imprevedibili ma mai fuori tono dove i personaggi agiscono in modo credibile e mai scontato. Ci sono i social network e la tecnologia usata nella sua accezione più straniante, le streghe e il soprannaturale, la New York più scura e il racconto dei legami famigliari, tutto tenuto insieme da uno sguardo intriso di (inaspettato) realismo.

Anche nel racconto delle relazioni moderne e della sfida di essere genitori. “Se devi salvare le persone che ami, diventi una persona diversa, ti trasformi. L’unica magia è in quello che siamo capaci di fare per le persone che amiamo”. New York fa da sfondo ma al tempo stesso è anche uno dei protagonisti di questa fiaba, con la sua natura grandiosa e – forse anche per questo – multiforme e sinistra. Perfetto contrappunto estetico di un racconto che tiene insieme nature e suggestioni diverse. Ma che in fondo rimane pur sempre una fiaba. “E vissero felici, almeno per oggi”.

I provinciali - Jonathan Dee

Mark Firth è un uomo che guarda la vita di sbieco e mai di fronte. O meglio, schiacciato dallo sguardo che gli altri hanno su di lui e che in qualche modo lo definisce.

E’ questo il lato peggiore a suo dire della provincia, della piccola cittadina di Howland in Massachusetts, dove tutto appare sempre concatenato e quindi immutabile, dove nulla è mai una novità e il cinismo la fa da padrone. In questa realtà che taglia le gambe, acuminata e dolente come lo sguardo lucido e preciso di Jonathan Dee, Mark lavora come imprenditore edile e, dopo essere stato vittima di una truffa che gli è costata migliaia di dollari, ha l’occasione di occuparsi della ristrutturazione della casa di un broker newyorchese – Philip Hadi – che a seguito dell’undici settembre decide di trasferirsi in provincia per tentare la carriera politica locale. “C’era qualcos’altro in Hadi, una noncuranza, un anticarisma, che paradossalmente lo attraeva. Questi erano gli uomini che controllavano il mondo.

Non gliene fregava niente di quello che la gente pensava di loro. Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti”. Di piacere alla moglie Karen, tutta preoccupata per l’avvenire della figlia Haley e decisamente meno empatica con i problemi del marito, di piacere a Candence, la sorella insegnante con una storia clandestina e un disperato bisogno di sentirsi fondamentale per qualcuno, di piacere a Gerry, fratello ed eterno competitor dalla vita irregolare. Sullo sfondo un’America cinica e animata dal rancore e dal desiderio di rivalsa, fotografata negli anni dal post undici settembre fino alla bolla finanziaria e alla pesante crisi economica che l’ha investita. Il libro di Dee è un romanzo a tutti gli effetti ma ha la precisione e l’acume che si addicono a un testo di critica sociale dove il presente, nella sua cruda realtà, entra nelle pieghe del racconto e ne diventa una chiave di lettura efficace.

Ma Dee dimostra anche la capacità di costruire una storia corale con personaggi vividi e pieni di sfaccettature, che interagiscono tra loro indipendentemente dall’estrazione e dalla provenienza sociale ed in qualche modo non rinunciano mai al confronto, sia esso ironico o aspro. Come per altri grandi narratori americani, questo romanzo ci restituisce il racconto di un microcosmo ben orchestrato che diventa per estensione paradigma dell’intera nazione, dove i rapporti sono ormai spesso consunti dall’utilitarismo e dalla disillusione, dove poco spazio è lasciato alla possibilità di cambiamento. Perché cambiare è difficile e il fallimento troppo pesante da sopportare. Ci vuole una scusa, un’occasione per rivendicare. “Chiedere giustizia ai potenti era un errore tattico. Nel farlo rinunciavi alla sola arma a tua disposizione: privarli del potere di dire no”. Il potere dei provinciali.

La Bibbia

Un libro affascinante, letto da miliardi di persone. Un documento eccezionale della civiltà, su cui però gravano molte questioni irrisolte (e irrisolvibili?): la prospettiva agnostica del lettore ateo a scontrarsi con la "nobiltà mistica" di chi si scopre infervorato di fede, l'attendibilità storica di molti passi a confronto col poco che ci resta nei reperti archeologici.

Il Vecchio Testamento è un capolavoro misterioso, e non è sempre facile accedervi, capire, intenderne i nodi cruciali.
Il Nuovo è "testamento di testimonianza", un "capolavoro lirico" (che per chi ha fede forse è ben più struggente).
Letture fondamentali?
Per chi diventa scrittore, sì, arrivato in un momento in cui chiede di sapere di più sul passato dell'umanità.
(Per chi cerca redenzione da peccati, è meglio non imbeversi di queste parole per fuggire dalle proprie colpe: che si dia da fare col sudore di un mestiere umilissimo!)

R: Argento vivo - Marco Malvaldi

Sicuramente il migliore dei suoi libri come qualità narrativa.
Furbo, forse troppo per l'idea della metanarrazione (lo scrittore che deve recuperare il proprio Pc per non perdere l'opera, è un espediente tanto semplice quanto gradevole).

Spiriti - Stefano Benni

Libro molto carino, sicuramente uno dei più "graziosi" ritratti dell'epoca del "berlusconismo" operata con garbo e grandi dosi di fantasia. Una sorta di "Maestro e Margherita" post-moderno...

Le figlie del capitano - María Dueñas

New York, 1936. Sulla Quattordicesima Strada, nel cuore della comunità spagnola della Grande Mela, viene inaugurato il piccolo ristorante El Capitán. La morte accidentale del proprietario, Emilio Arenas, costringe le sue tre figlie ventenni a lasciare la Spagna per prendere le redini dell’azienda di famiglia. Catapultate nella nuova realtà americana, le indomite ragazze saranno costrette a combattere per riuscire a integrarsi in una terra straniera piena di contraddizioni: inizia così l’avventura di Victoria, Mona e Luz Arenas, giovani coraggiose, determinate a farsi strada tra grattacieli, compatrioti, avversità e amori, spinte dal desiderio di trasformare in realtà il sogno di una vita migliore.

Leggere questo romanzo significa venire proiettati in un’altra epoca e in un’altra città, precisamente nella New York del 1936.

“(…) zona di Cherry Street, l’insediamento di spagnoli più antico della città. Lì, all’estremo sud-est dell’isola di Manhattan, davanti al waterfront, vicino ai moli, sotto il frastuono infernale dell’inizio del ponte di Brooklyn, dalla fine del secolo precedente si concentravano diverse migliaia di anime provenienti dallo stesso angolo del mondo. All’inizio era soprattutto gente di mare: fuochisti e ingrassatori, cuochi, scaricatori, semplici cercatori di incerta fortuna e frotte di marinai che si imbarcavano e sbarcavano in un continuo andirivieni. Poi, con la crescita della colonia, i mestieri si erano diversificati, erano arrivati parenti, compaesani, sempre più donne, perfino famiglie intere che si ammucchiavano in appartamenti a buon mercato nelle strade vicine: Water, Catherine, Monroe, Roosevelt, Oliver, James… Alla Ideal compravano braciole, animelle e sanguinaccio; per il polpo si rifornivano da Chacón; per sapone, tabacco e vestiti già confezionati andavano a Casa Yvars y Casasín; per le medicine, alla Farmacia Española. Alcolici e caffè li prendevano al bar Castilla, al caffè Galicia o al Chorrito, dove il proprietario, il catalano Sebastián Estrada, li serviva con i suoi oltre cento chili di energia contagiosa, ricordando a tutti, un giorno sì e l’altro anche, che la grande Raquel Meller era una cliente assidua ogni volta che metteva piede in città. Il Circolo Valenciano, il Centro Vasco-Americano e alcune associazioni locali galleghe avevano sede da quelle parti; c’erano sarti, barbieri osterie e negozi di alimentari come Llana o La Competidora Española dove fare provvista di ceci, fagioli e paprica. In definitiva, in quell’intreccio di caratteristiche regionali c’era un caldo senso di comunità.”

La delineazione dell’ambiente è compiuta in modo certosino e curato, lasciandone intravedere alle spalle un grande lavoro di ricerca. Nessun dettaglio è lasciato al caso, le strade attraversate dai personaggi sono reali, testimonianza di ciò è anche la mappa che correda l’inizio del libro. Inoltre all’interno, a suffragio di alcune menzioni realistiche inerenti luoghi e attività, sono ricorrenti numerose foto dell’epoca. Tutto ciò contribuisce a creare una scenografia di forte impatto e altamente ancorata al reale.

Le descrizioni dei quartieri della Little Spain, luoghi fulcro del libro, sono fortemente suggestive e sembrano coinvolgere non solo il senso della vista, ma anche l’udito, l’olfatto e il gusto. Inoltre, pur basando la storia su immigrati spagnoli, non viene trascurata la nozione di New York quale melting pot, ossia come calderone includente individui di disparate etnie. Infatti nella folta galleria di personaggi e comparse alcuni sono afferenti a nazionalità che esulano da quella spagnola.

“Avevano appena detto addio al padre, sepolto sotto un misto di fango e neve al cimitero del Calvario nel Queens: lì Emilio Arenas avrebbe riposato per l’eternità, circondato dalle ossa di gente che non aveva mai parlato la sua lingua e non avrebbe mai saputo che lui lasciava questo mondo nel momento meno opportuno. In realtà, quasi nessun momento è adatto per morire, ma a cinquantadue anni, con un oceano che lo separava dalla sua terra e lasciando una famiglia straziata, una modesta attività appena avviata e qualche debito da saldare, la situazione diventava ancora più cupa.”

Il punto d’inizio della narrazione è la morte di Emilio Arenas, il padre delle tre protagoniste, Victoria, Mona e Luz. La scrittrice già dal principio esprime quella sensibilità che pervade l’intero libro e che risulta essere un filo conduttore estremante coinvolgente. Tale caratteristica si percepisce dal motivo della sepoltura in terra straniera lontano dalla patria tratteggiato in modo sintetico quanto incisivo. Ma la situazione di lutto triste di per sé risulta ancor più difficile e straziante a causa del fattore economico e del risiedere in un luogo nuovo e sconosciuto. L’eredità lasciata ai suoi familiari consiste in un’attività che stenta a decollare e a numerosi debiti. Il padre delle tre ragazze, dopo aver trascorso buona parte della propria vita distante dalla famiglia alla continua e avventurosa ricerca di nuove e precarie attività per sbarcare il lunario, ha deciso di stabilizzarsi acquistando un ristorante, El Capitán, nella Quattordicesima strada, zona occupata da altri compatrioti. In seguito a tale scelta e alle difficoltà attraversate dalla sua famiglia nella natia Malaga, la moglie e le figlie lo raggiungono a New York.

“Magre, sciupate, intirizzite dal freddo, con lo stomaco chiuso e la sensazione di avere la bocca piena di stoppa: così erano approdate a New York le sorelle Arenas in una gelida mattina di gennaio. Arrivare fin lì gli era costato undici giorni a consolarsi a vicenda tra nausea, vomito e lacrime: una settimana e mezzo di traversata infernale con miseri biglietti di terza classe per le cuccette sottocoperta, fino allo sbarco al molo 8 dell’East River; ormai da qualche anno anche i nuovi arrivati delle classi più umili non avevano più bisogno di passare da Ellis Island per ottenere l’autorizzazione a entrare nel paese. L’ingresso nel maestoso porto non le aveva lasciate impassibili, naturalmente. Difficile non emozionarsi passando accanto alla gigantesca statua verdastra e galleggiante di quella strana signora con una corona a sette punte e una torcia in mano, anche se loro ignoravano che rappresentava la libertà.”

L’arrivo delle sorelle Arenas è rappresentato minuziosamente in tutto il suo contrasto, da un lato la stanchezza di un viaggio faticoso e l’angoscia nell’aver abbandonato Malaga, dall’altro stupore e ammirazione nello scorgere la maestosità della Statua della Libertà. Da tali passi trapela una profonda capacità di introspezione e immedesimazione, i sentimenti provati dalle tre ragazze probabilmente sono gli stessi condivisi da intere e folte generazioni di immigrati al momento dello sbarco.

“ (…) dal giorno dell’arrivo, tra le pareti che le accoglievano non ci fu mai un attimo di pace. Ogni giorno, come una noria inarrestabile, passavano dai musi lunghi alle grida, dalle grida al pianto e dal pianto alle liti, ai rimbrotti e alle minacce. E poi ricominciavano. A turno e con lingua pungente, accusavano della loro disgrazia il padre Emilio e la madre Remedios, (…) Tornare. Sentendo quella parola, qualcosa si incrinò nella loro corazza. Tornare, le sette lettere che rappresentavano il motore della colonia intera, il carbone che riempiva le caldaie dell’anima realizzare il sogno tanto anelato. Mona, al centro del trio, conficcò i gomiti nei fianchi delle sorelle, e con quel rapidissimo movimento, senza bisogno di nient’altro, complici come sempre, le tre ragazze si capirono. Anche se controvoglia, sapevano di non poter fare altro che cedere.”

Le tre sorelle non accettano di buon grado il trasferimento ed esprimono la loro disperazione creando caos e un clima teso in casa, senza prestarsi ad aiutare nel ristorante. Il loro atteggiamento comincia a mutare nel momento in cui capiscono che solo lavorando possono realizzare il proprio desiderio di rientrare in patria. Nonostante siano appena giunte a New York, auspicano di ritornare quanto prima in Spagna, proprio tale pensiero tipico del migrante lo distingue dalle altre tipologie di viaggiatore. Pur avendo trovato qualcosa che le sproni, le ragazze però continuano a mantenere comunque un atteggiamento di distacco e di completa solitudine dal resto del mondo esterno.

“Le tre sorelle Arenas andarono a letto senza risposta la sera del funerale. Esauste, confuse, attanagliate da un groviglio di sentimenti nelle viscere e nel cuore; con la stessa domanda martellante e implacabile. E adesso, noi, cosa facciamo? Le addolorava profondamente la morte del padre, l’uomo che stavano cominciando a conoscere dopo tutta una vita costellata di assenze. Ma non era quella la loro unica angoscia, al nudo dolore si sovrapponeva qualcos’altro: la consapevolezza che con lui se n’era andato l’unico vincolo che le legava a quella città straniera dove l’inverno non finiva mai, una metropoli di sette milioni di anime che si apriva davanti alle spagnole come una landa d’infinita desolazione.”

Saranno le difficoltà seguite alla morte del padre a costringerle a cambiare atteggiamento e a doversi adattare a un posto estraneo e che rifiutano. La necessità di agire condurrà le ragazze a prendere in mano le redini della propria vita e a scoprire che l’unico modo di superare le avversità è affrontarle. Man mano dovranno superare la paura che circonda quella città ignota e rapportarsi con situazioni del tutto nuove.

“Incertezza, angoscia, insicurezza, esitazione. Loro lo ignoravano, ma tutte quelle sensazioni spesso erano la patria comune degli esuli, le grandi inquietudini che straziavano l’anima di quasi tutti coloro che avevano abbandonato il proprio mondo in cerca di un altro migliore. Una volta sradicati, trasferiti e insediati, c’era sempre qualche decisione da prendere per il futuro, più grande o più piccola. In famiglia, sul lavoro, sui traslochi e in amore. A volte ci si affidava al caso, in molte altre la decisione veniva seriamente soppesata. Spesso i dilemmi si risolvevano di comune accordo e c’erano momenti in cui la tirannia si imponeva in modo arbitrario su un collettivo, una coppia, un clan. A volte ci si azzeccava, altre invece l’alternativa scelta si rivelava un errore madornale. Ma, in un modo o nell’altro, bisognava affrontare la situazione, non c’era via di scampo. Le quattro donne della famiglia Arenas stavano attraversando un momento simile, in quel mezzogiorno di marzo del ’36, proprio loro che si erano sempre mosse seguendo la corrente, senza vedersi mai costrette a prendere decisioni. Affrante, turbate, spaventate, sole. Con un abisso spalancato ai loro piedi”

L’esistenza della famiglia Arenas sarà travagliata da continue e nuove difficoltà che sorgono sul loro orizzonte. In questa loro strenua resistenza incontreranno una folta e variegata schiera di personaggi, tutti fortemente caratterizzati e influenzati dalle storie vissute nella propria vita. Ognuno di questi è dotato di una propria complessità non immune da sfumature. Le tre sorelle protagoniste, Victoria, Mona e Luz non risultano essere un unico e omogeneo blocco assimilato, bensì sono contraddistinte dal possesso di un proprio carattere, dalle differenti ambizioni e aspirazioni amorose.

“Perché siete immigrate. Perché siete analfabete, ignoranti e povere. Perché siete donne. Mettete questi fattori nell’ordine che preferite: il risultato non cambia. Avete tutte le carte in regola per vincere alla lotteria delle probabili vittime di abusi e ingiustizie. E nessuno sarà disposto a darvi una mano con un minimo di onestà (…)”

La loro vita comincia ad aprirsi sulle strade di New York e verso gli individui che le popolano, ciò se da un lato permetterà loro di scoprire che, persino in una città sconosciuta e così grande, in realtà non si è mai veramente soli, dall’altro però le condurrà a scontrarsi anche con gente priva di scrupoli e pronta ad approfittare delle tre giovani e belle ragazze. La loro condizione di donne, immigrate, povere e ignoranti, le pone in una condizione di massimo svantaggio. Ma la volontà di non soccombere e la forza ripostavi potrebbero trasformare la situazione disagiata in un punto di slancio verso una vita migliore.

La madre delle ragazze, Remedios, ritrovandosi in un luogo così diverso e distante da quelli della propria vita, è quella che soffre maggiormente la lontananza da casa e che mostra meno capacità di adattamento. Ella arriva anche a temere che le proprie figlie possano americanizzarsi e non voler più ripartire per la Spagna, ma al di là di tali premesse è proprio lei ad essere portatrice nei propri pensieri di quel sogno americano che ha fatto vagheggiare tanta gente inducendola a partire.

“Quant’è vero, sospirò. Quant’è vero, Signore. Anche se qui a New York le cose sono diverse, rifletté Remedios con la sua cupa saggezza. Qui, si disse ferma sul pianerottolo, sembra più facile per la gente uscire dalla miseria, sembra che non sia una condanna aver avuto la malasorte di nascere dove si è nati. Qui, concluse, è come se tutti potessero davvero aspirare a una vita migliore. Remedios era così soddisfatta (…), di assaporare per la prima volta l’essenza di quell’American Dream che da oltre due secoli attirava navi cariche di immigranti dal mondo intero, che la sua mente cominciò a fare progetti mentre scendeva le ultime rampe di scale, schiarendosi le idee uno scalino dopo l’altro. “

La narrazione è condotta da una voce esterna onnisciente capace di calarsi ad alternanza nell’intimità dei diversi protagonisti. La voce narrante si dirama attraverso i diversi eventi e su diversi piani temporali, accompagnando il lettore in un viaggio a tutto tondo all’interno della storia ricca di suspense e di continui colpi di scena. Non vi è un momento in cui addentrandovisi si provi noia o insoddisfazione, è un’opera che propende ad avvinghiare il lettore. Accanto all’ arguta e introspettiva espressione di sentimenti e pensieri pertinenti la condizione di immigrato vi è una trama ricca e intrigante.

La scrittura è scorrevole e accurata, mai scialba, non si avverte mai la sensazione di eccessiva prolissità o sinteticità, risulta perfettamente dosata e riuscita nella propria compiutezza.

Si tratta di un romanzo monumentale, degna effigie letteraria e celebrativa di tutti coloro che hanno avuto il coraggio di abbandonare la propria terra e attraversare il mare in cerca di realizzazione in un territorio sconosciuto. Un libro in grado di suscitare una lunga serie di emozioni e sentimenti, commovente ed emozionante ma a tratti anche divertente. Una storia di un ricercato riscatto in un impervio cammino osteggiato da mille difficoltà, del coraggio di tre donne ritrovatesi controvoglia in una terra straniera senza alcuna conoscenza e aiuto.

Conquistati dalla luna - Patrizia Caraveo

Che fai tu, luna in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

Così vagheggiava Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” quasi duecento anni fa. Ma lo stesso interrogativo attraversava i secoli da molto prima, e rimane attuale fino ai giorni nostri.

Patrizia Caraveo, astrofisica di fama mondiale in forze all’Inaf, in occasione dei 50 anni dall’allunaggio ci offre uno strumento in più per ripercorrere la “storia di un’attrazione senza tempo”, come riporta il sottotitolo del suo nuovo libro Conquistati dalla Luna, pubblicato da Raffaello Cortina Editore nella collana “Scienza e Idee”, diretta da Giulio Giorello.

Un percorso che ci guida dalle prime osservazioni realistiche della superficie lunare compiute da Galileo grazie all’invenzione del cannocchiale, nel 1609, a quello che viene definito il “Rinascimento lunare” dei nostri giorni, dove si parla di tornare sulla Luna per rimanerci e – soprattutto – per sfruttarne le risorse. Tutto passando per la corsa allo spazio e alla conquista della Luna, il mitico allunaggio del 1969.

Il libro si apre con una premessa che riguarda il fascino esercitato sull’uomo dalla Luna, dove l’autrice si chiede se sia proprio vero che siamo stati noi umani a conquistare la Luna, oppure sia stata lei a conquistare noi.

Fenomeni come le eclissi lunari, o la Superluna, come pure la Luna Rossa o quella Blu, sono frutto della combinazione delle orbite del triangolo gravitazionale Sole-Terra-Luna ma, sottolinea Caraveo, non è alla meccanica celeste che pensiamo quando li osserviamo. L’attrazione dell’uomo per la Luna è qualcosa di viscerale, e infatti oltre che alla Luna vista dagli astronomi un capitolo del libro è dedicato alla Luna vista dai “sognatori”. È affascinante scoprire come il primo esploratore (di fantasia) della Luna sia stato nel 1836… Pulcinella! Ancora più incredibile è scoprire il motivo che lo ha spinto a ”partire”: quella che oggi è nota come la “Grande bufala lunare”, comparsa a puntate sul New York Sun nel 1835 a firma del giornalista Richard Adams Locke, che descriveva minuziosamente le (immaginarie) caratteristiche dell’astro e la vita dei suoi abitanti. Ecco che nasce la fantascienza, che sfrutterà a piene mani la suggestione della Luna, da Capocci a Verne.

Leopardi non poteva sapere che quelle steppe che aveva immaginato attraversate dal suo pastore errante dell’Asia sarebbero diventate la sede della base di lancio più famosa dell’Unione Sovietica: il cosmodromo di Bayqonyr. Negli anni ’60, con l’inizio della corsa verso la Luna, il racconto si sposta per svelarci episodi e retroscena della sfida tra USA e URSS. Possiamo così scoprire la strategia e le soluzioni ingegneristiche sviluppate dall’amministrazione statunitense per portare l’uomo sulla Luna. La spiegazione ci viene direttamente dalle parole di Werner von Braun, corredata da una serie di disegni originali che illustrano il metodo per riuscire ad arrivare sulla Luna e tornare a casa. Scopriamo poi quali siano stati gli strumenti con cui i primi uomini sulla Luna hanno potuto documentare l’impresa.

Ma non solo. Quanti chilogrammi di materiale lunare sono stati raccolti durante le missioni Apollo e che fine hanno fatto? Sapevate che ci sono imprenditori che hanno dato già il via a una sorta di “lottizzazione” della superficie lunare? I prezzi più alti sono per gli appezzamenti con vista sul Mare della Tranquillità…

Se non siete tra i fortunati che si possono permettere di comprare da Elon Musk un biglietto turistico lunare, né fate parte del ristretto gruppo di artisti che il miliardario giapponese Yusaku Maezawa porterà con sé sul Crew Dragon di Space X, questa lettura potrà aiutarvi a soddisfare la vostra sete di conoscenza e, soprattutto, a cercare di capire perché l’uomo voglia tornare proprio sulla Luna.

La candidata perfetta - Greer Hendricks, Sarah Pekkanen

Quando Jessica Farris, make-up artist squattrinata, accetta di partecipare a uno studio condotto da un certo dr. Shields, misterioso psichiatra della New York University, non sa bene cosa immaginarsi. Ma in fondo a lei interessa più che altro il compenso "generoso", e forse il brivido della novità: la sua vita è fatta di corse su e giù per Manhattan a truccare studentesse per le loro notti pazze, di tranquille serate in compagnia del suo cane e poco altro.
Eppure, nel momento in cui mette piede nell'aula 214 - una stanza asettica con soltanto un computer accesso, su cui lampeggia un: Benvenuta, Soggetto 52 - qualcosa le dice che forse è stata troppo avventata. Sincerità assoluta: ne sarà capace?
Ti senti in colpa se dici una bugia? Hai mai fatto molto male a qualcuno a cui tieni? Spieresti i messaggi del tuo partner? Pian piano, le domande del fantomatico dr. Shields si fanno più incalzanti, più personali, più pericolose. È come se avesse capito tutto di Jess: quello che pensa, quello che nasconde. E quando le chiederà di passare dall'aula 214 al mondo reale, per lei sarà già troppo tardi per sottrarsi al gioco.

Non sempre un thriller inquietante e angosciante deve per forza nascondere vittime e assissini e lo riescono nuovamente a dimostrare Sarah Pekkanen e Greer Hendricks che con la loro nuova collaborazione, hanno dato vita ad un thriller psicologico agghiacciante.

Jessica Farris una giovane ragazza anonima squattrinata, fa la make-up artist per la BeautyBuzz. Il suo è sicuramente un di quei lavori affascinanti ma, non lavorando in proprio, si ritrova a dover correre su e giù per le vie di Manhattan affinchè possa riuscire ad arrivare a fine mese e a pagare l'affitto senza ricadere sull'aiuto dei suoi genitori che già si devono occupare di sua sorella...
Ma proprio durante uno dei suoi appuntamenti, Jess viene a conoscenza di un’indagine sull'etica e morale tenuto da un certo Dr. Shields, misterioso psichiatra della New York University, indagine che, a quanto pare, propone una generosa ricompensa a tutte le sue candidate.

Jess quindi spinta dalla curiosità e dall'esigenza di aiutare economicamente i suoi genitori, decide di partecipare a questo misterioso studio. Diventa così il soggetto n°52 ma non sa, quali conseguenze potrebbero rivelare questa decisione di varcare l'aula 214.
Ad attenderla infatti in questa aula asettica e solitaria, un computer su cui lampeggiano delle domande personali ed incalzanti...

Quanti di voi sono disposti a promettere sincerità assoluta ad uno estraneo? Ti senti in colpa se dici una bugia? Hai mai fatto molto male a qualcuno a cui tieni? Spieresti i messaggi del tuo partner?

Ma perchè il Dott. Shields ha avviato questo studio? E perchè propone a Jess di continuare l'indagine nella vita reale? Chi sta mentendo?

Perchè leggere La candidata perfetta? Perchè un romanzo che mette a nudo le verità più nascoste, è meravigliosamente oscuro e pieno di suspense. Amore, rabbia, tradimento, moralità e ossessione saranno i punti saldi del libro.

Manna e miele, ferro e fuoco - Giuseppina Torregrossa

Libro piacione
Quando ero in preadolescenza esistevano gli harmony, ne trovai in una cabina al mare che condividevamo in 3 famiglie. Questo libro mi ha riportato a quelle atmosfere, con tutti sti fremiti di cosce, seni che svettano e le insaziabilità insospettabili della ragazzina tredicenne. Solo che adesso ho 40 anni di più. Vabbè, al mare, tra mille distrazioni, si legge.