Vedi tutti

Gli ultimi messaggi del Forum

Chiedi alla polvere - John Fante

“Chiedi alla polvere”, riscoperto in Italia alla fine degli anni '80, è uno dei capolavori di John Fante, forse il migliore.

L’autore - Nato a Denver nel 1901, per qualche strano vezzo John Fante spesso dichiara di essere nato nel 1911. Il padre, Nick Fante, italiano di nascita, si trasferisce in America all’inizio del 1901 dove vive con sua moglie Mary Capoluogo, anche lei Italiana di origine, anche se nata a Chicago.
Non si può dire che come padre fosse un esempio da seguire.
Giocatore impertinente, alcolista e uomo violento che finisce per abbandonare la famiglia per andare via con un’ altra donna.

“Chiedi alla polvere” racconta di Arturo Bandini, scrittore italoamericano trasferitosi dal Colorado in California per fare lo scrittore.
Arturo fa lo scrittore non per passione o per esprimere il suo essere, ma per fare denaro e dimostrare di essere un grand’uomo.
Alcuni racconti che riesce a far pubblicare gli permettono di ricevere qualche piccola somma di denaro che spende con la convinzione di essere ricco.
Questo ovviamente lo porta molto spesso a non riuscire a mangiare o pagare l’affitto della stanza d’hotel in cui vive con la sua macchina da scrivere.
Cerca di vivere nonostante il disagio che prova per il fatto di essere cattolico.
Sente spesso di dover pregare o confessarsi per i suoi peccati e va in chiesa per chiedere perdono a Dio.
Il libro racconta anche del grande amore che prova per Camilla, una ragazza Ispanoamericana conosciuta in un bar dove fa la cameriera.
Arturo, che non è mai stato innamorato e di fatto non conosce le donne, incontra una serie di difficoltà con Camilla, molto difficili da superare.

L’irresponsabilità di Arturo rende il romanzo divertente, appassionante e romantico.
John Fante riesce a raccontare esattamente i miscugli tra le diverse nazionalità presenti nel libro e anche il modo in cui ognuna di loro si approccia con il mondo.

Il quaderno rosso - Michel Bussi

Allo stabile e confortante ritmo di uno all’anno, Michel Bussi continua a sfornare ottimi romanzi e la nostra estate thriller 2018 sarà allietata da Il quaderno rosso, il suo titolo più recente.
Apparso in patria nel 2017 con il titolo originale di On la trouvait plutôt jolie, Il quaderno rosso sbarca nelle librerie nostrane grazie a edizioni e/o con la traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca, il traduttore abituale dell’autore nato in Normandia.

La caratteristica principale di gran parte delle opere di Michel Bussi è il viaggio, sia spaziale che, di conseguenza, mentale. Michel Bussi ambienta i suoi romanzi in luoghi spesso diversi e la conseguenza del viaggiare è una maggiore apertura verso il prossimo.
Anche ne Il quaderno rosso si viaggia, ci sono addirittura delle traversate del Sahara, ed è presente un aspetto del viaggio, quello dell’immigrazione clandestina e dell’emigrazione economica, che ormai troppo spesso siamo abituati e condizionati a guardare con sospetto.

Gli occhi di Michel Bussi sono per nostra fortuna più gentili e umani di quella che sembra orai essere la media, e il suo sguardo verso l’immigrazione è quindi, semplicemente, più rispettoso e comprensivo.
Cambiano gli scenari rispetto al precedente (in ordine di pubblicazione italiano) Non lasciare la mia mano, e cambiano anche i protagonisti.
La coppia di investigatori questa volta è composta da un classico della narrativa gialla, il poliziotto più anziano ed esperto e quello più giovane, dotato di conoscenze molto moderne ma con ancora poche “ore” spese in strada.

Si tratta di due figure forse un po’ meno originali rispetto alle precedenti ma siamo sicuri che nelle mani dell’autore francese scintilleranno come nuovissime: andiamo ora a raccontarvi qualche particolare in più della trama de Il quaderno rosso.

La tranquilla quotidianità di Leyli Maal, una donna maliana, madre di tre figli, che vive in un piccolo appartamento nella periferia marsigliese, viene bruscamente interrotta proprio da un evento che coinvolge la figlia maggiore, la bella e affascinante Bamby, che sembra essere coinvolta in ben due omicidi.

I delitti, si scoprirà ben presto, hanno a che fare con il complesso e opaco mondo dell’immigrazione clandestina, fra racket e organizzazioni che lucrano senza pietà sulla pelle dei più sfortunati. A indagare troviamo una coppia ben assortita: Petar Velika ha parecchi anni di servizio ed è un commissario fin troppo esperto, lo aiuta il tenente Flores, che rimedia alla sua relativa inesperienza sul campo con ottime conoscenze tecnologiche e teoriche.

Il caso è complesso e la chiave è probabilmente nascosta nel diario segreto di Leyli, il quaderno rosso del titolo, che potrebbe portare a un tesoro ma che forse contiene troppi nomi importanti, che ne ostacolano il ritrovamento…

Lo scrittore:
Michel Bussi è l’autore francese di gialli attualmente più venduto oltralpe. È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi e dove insegna geografia all’Università di Rouen. Ninfee nere (Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi: Prix Polar Michel Lebrun, Grand Prix Gustave Flaubert, Prix polar méditerranéen, Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato Tempo assassino e Non lasciare la mia mano.

Dieci cose da sapere sull'economia italiana prima che sia troppo tardi - Alan Friedman

Pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Alan Friedman, "Dieci cose da sapere sull'economia italiana prima che sia troppo tardi", edito da Newton Compton Editori. Si tratta di un focus sulla crescita economica del nostro Paese:

"L'Italia non cresce a un ritmo più rapido e sostenuto per diversi motivi. Cerchiamo di capire il perché.

Una crescita intorno all'1,5 per cento, come quella stimata per il 2017, può sembrare buona, dopo anni di crisi e crescita zero. Ma è sufficiente per generare tanti nuovi posti di lavoro o risolvere il problema del debito pubblico? La risposta è no. Purtroppo in questo momento storico la crescita in Italia è ancora troppo fiacca. La ripresa di cui parlano i politici è reale, specialmente nei settori dell'export, ma l'Italia resta la maglia nera in Europa per crescita del Pil: tutti fanno meglio di noi. Ciò vuol dire che milioni di italiani non stanno percependo alcun miglioramento nelle loro condizioni economiche.

La crescita è così lenta da non farci sentire nulla di ciò che normalmente viene percepito in un Paese che attraversa un periodo di espansione robusta e continuativa. Una crescita troppo lenta non innesca una forte domanda di nuove assunzioni e non fa aumentare quella cosa misteriosa ma positiva per l'economia che si chiama produttività.

In Italia la produttività è molto inferiore a quella media degli altri Paesi europei. Questo gap si chiama mancanza di competitività. Il risultato di ciò è che le imprese italiane non vendono abbastanza e quindi non creano un incremento sufficiente del loro fatturato da permetterci di guadagnare di più. Inoltre il costo del lavoro per chi investe in Italia rimane troppo alto a causa soprattutto delle tasse e dei contributi obbligatori. Eccoci arrivati, dunque, alla spiegazione del famoso cuneo fiscale, ovvero la differenza tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro e quanto riceve al netto lo stesso lavoratore.

Una ripresa vera significa portare avanti per diversi anni una crescita forte, sopra l'1,5 per cento e più vicina al 2 per cento. Nel 2017 l'economia italiana ha sicuramente invertito la tendenza, ed è stato il primo anno di quello che si potrebbe definire l'inizio di una ripresa. Ma nel 2018 ci sono ancora enormi aree del Paese in cui si sente un forte disagio sociale ed economico. Accanto ai quasi 5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà ce ne sono altri 8,5 in condizioni di povertà relativa e a rischio di esclusione sociale. Numeri che sono aumentati vertiginosamente nell'ultimo decennio: dal 2006 il numero di italiani che vive in condizioni di povertà assoluta è triplicato. E questo si traduce facilmente in mancanza di speranza, in rabbia e paura.

Negli ultimi vent'anni, in media, la crescita italiana si è attestata tra lo zero e l'1 per cento. La crisi ci ha colpito duramente: il Pil del 2016 era ancora inferiore di 7 punti percentuali a quello dell'inizio del 2008. E tutte le previsioni ci dicono che il nostro prodotto interno lordo non tornerà ai livelli pre-crisi fino al 2025. Forse. Ecco il terribile prezzo che paghiamo per questi anni di crisi. Un Paese impoverito che stenta a trovare la fiducia e a credere nel suo stesso futuro nonostante la ripresa in corso.

Perché l'Italia non cresce di più?

L'Italia cresce così poco perché, nonostante la notevole bravura di imprenditori e lavoratori, la sua economia ha una struttura ancora inefficiente, soprattutto se paragonata alla Germania o al Regno Unito. Nel XXI secolo, nel mondo globalizzato, l'investitore che crea posti di lavoro può decidere dove investire. Naturalmente tende a scegliere quei Paesi dove il costo del lavoro è minore e la burocrazia e il sistema legale sono più efficienti e semplici.

L'Italia, in altre parole, non riesce a generare un ritmo di crescita più in linea con la media europea, che nel 2017 è stato vicino al 2,4 per cento. E tutto a causa di una serie di impedimenti, vincoli, ostacoli spesso creati da noi stessi. L'economia italiana non cresce di più per le tante zavorre che le impediscono di muoversi, per i numerosi problemi strutturali come il debito e le sofferenze delle banche. Se gli italiani sono costretti a lavorare sempre per pagare gli interessi sui prestiti e sui debiti, allora non avranno mai un soldino da metter via per il futuro. E se, inoltre, quel poco che riescono a guadagnare viene tassato fino all'inverosimile, è facile capire perché tanti di loro si sentano tartassati e siano giustamente arrabbiati. E non sorprende che, agli occhi di una fetta consistente della popolazione, l'evasione fiscale non rappresenti tanto un reato quanto la reazione allo Stato che impone ai suoi cittadini delle condizioni intollerabili. Senza considerare gli effetti della corruzione che rallenta la crescita, distorce il funzionamento del mercato libero e, alla fine, ci impoverisce. Un vero cancro che rende imprevedibili i processi decisionali, minando la certezza del diritto e disincentivando gli investimenti, e che favorisce l'adozione di politiche pubbliche piegate a interessi particolari invece che collettivi.

I motivi per cui l'Italia non cresce di più sono molteplici, ma la spiegazione più semplice è che, a differenza di altri grandi Paesi, e grandi economie come la Germania e il Regno Unito, l'Italia non ha realizzato un vasto programma di riforme dell'economia venti o trent'anni fa.

Ecco perché l'Italia non cresce di più, perché rimane indietro, in posizione arretrata, come l'ultima della classe. È una situazione tragica visto che è una nazione piena di energia e dinamismo, di gente che lavora sodo. Nonostante le tante ingiustizie e un sistema squilibrato rimane un Paese che riesce a sfornare eccellenze nei settori della siderurgia e della metalmeccanica, in quello manifatturiero e automobilistico, nell'industria alimentare, nel campo della moda e del design, oltre che nella produzione delle macchine utensili, fino alle industrie che si occupano di innovazione tecnologica e di ingegneria di precisione. Sorprendente, vero? Ma il vero miracolo italiano è che questo Paese, malgrado tutti i problemi e le zavorre, riesce a essere la terza economia europea e la seconda potenza manifatturiera dopo la Germania. Se l'Italia riesce a raggiungere questi risultati con un braccio legato dietro la schiena, immaginate cosa potrebbe diventare con una burocrazia efficiente e tasse più basse, e delle regole chiare per tutti".

Volevamo andare lontano - Daniel Speck

Milano, 2014: Julia, giovane e brillante stilista tedesca, sta per affrontare la sfilata che potrebbe finalmente coronare i suoi sogni. Ma, proprio mentre guarda al futuro, il passato torna a cercarla nei panni di uno sconosciuto che sostiene di essere suo nonno. Dice di essere il padre di quel padre che lei ha sempre creduto morto, e le mostra la foto di una ragazza che potrebbe essere Julia stessa, tanto le somiglia, se solo quel ritratto non fosse stato scattato sessant’anni prima.

Milano, 1954: Vincent, promettente ingegnere tedesco, arriva da Monaco con il compito di testare una piccola automobile italiana che potrebbe risollevare le sorti della BMW. È così che conosce Giulietta, incaricata di fargli da interprete, e se ne innamora. Lei è una ragazza piena di vita e di sogni – ama disegnare e cucire vestiti – ma è frenata dalla sua famiglia, emigrata dalla Sicilia, e da una promessa che già la lega a un altro uomo. Si ritroverà a scegliere tra amore e dovere, libertà e tradizione, e quella scelta segnerà il destino di tutte le generazioni a venire…
Fino a Julia. Proprio a lei, oggi, viene chiesto da quel perfetto estraneo di ricucire uno strappo doloroso, di ricomporre una famiglia che non ha mai conosciuto. Ma che ha sempre desiderato avere. Se accetta, l’attende un viaggio alla ricerca della verità, un tuffo nel passato alla scoperta delle sue radici. L’attendono bugie e segreti che potrebbero ferirla: il prezzo da pagare per riavere un mondo di affetti che le è sempre mancato. L’attende la scoperta emozionante di un amore incancellabile a cui va resa giustizia e di una donna luminosa che, all’insaputa di Julia, vive da sempre dentro di lei e dentro i suoi sogni.

In “Volevamo andare lontano” ci sono due protagoniste donne, come è stato approcciarti a un punto di vista femminile?

“Direi che il mio lavoro è anche quello di essere un camaleonte, cioè di vivere la vita degli altri. Forse è uno sforzo maggiore quando descrivo una figura femminile però in loro c’è sempre qualcosa di mio, qualche aspetto che riguarda anche me. Anch’io quando ero un giovane sceneggiatore vivevo molti aspetti della vita di Julia: sacrificavo tutto per la mia passione, ma volevo viverla e trovare il mio esordio quindi non è una caratteristica solo del genere femminile, direi.
Mentre scrivevo il romanzo ho avuto la strana sensazione di non inventare i miei personaggi ma piuttosto di testimoniare una storia già accaduta; per me questi personaggi hanno vissuto.“

Hai avuto una consulente donna che ti indirizzasse?

“No, ho avuto certamente l’editor ma con lei abbiamo lavorato soprattutto sulla lingua e non suoi personaggi, loro sono così.”

C’è stato qualche personaggio che ti ha dato più filo da torcere o sapevi bene dove sarebbero arrivati?

“No, sapevo tutto. Mentre scrivevo il romanzo, è stato difficile trovare la mia lingua da scrittore perché da sceneggiatore scrivo una lingua molto secca: ‘Giovanni entra nella stanza. Giovanni dice‘ – che di certo non sarebbe stato un successo!
Quindi questo per me era la sfida più grande e ho provato per diverso tempo a trovare questo linguaggio. L’ho trovato pensando alle caratteristiche delle persone che descrivo: umili, normali, oneste; non sono persone che usano un linguaggio molto eleborato quindi cercavo di trovare una lingua abbastanza chiara, autentica e naturale. Questo era lo scopo e a quel punto ha funzionato, senza aggiungere troppo.
È anche l’arte della sottrazione, un’arte che da sceneggiatore impari. È anche concentrarti sugli eventi perché se tu hai un evento forte, non ha bisogno di due pagine per descrivere le emozioni perché le emozioni il lettore le ha quando sa cosa è accaduto; quindi scrivere sceneggiature mi ha insegnato a contare sull’azione, che qualcosa deve accadere e non soltanto sulle parole. Ci sono romanzi che usano tantissime parole per niente, non succede niente e queste storie a me danno una grande noia e questo lo impari da sceneggiatore perché in un film accadono delle cose e si punta all’azione non alla parola.”

Come mai a un certo punto della tua vita hai avvertito l’esigenza di passare dalla sceneggiatura al romanzo?

“Perché mi sento più libero. Il lavoro di sceneggiatore è un lavoro con molte costrizioni: la prima è ovviamente il budget. Se io in questa storia scrivo ‘Piazza del Duomo, Milano, anni ’50’ il mio produttore mi direbbe che sono pazzo perché dovrebbero coinvolgere duecento comparse, i costumi, le macchine.. solo questa parte costerebbe tantissimo. Invece nel romanzo posso essere più libero.
La seconda cosa è che scrivere sceneggiature vuol dire descrivere qualcosa che poi diventerà un film, cioè le sceneggiature sono quelle che tu trovi buttate per terra dopo che il film è stato girato perché non servono più. Inoltre ci sono le esigenze degli altri, come il regista che vuole un’attrice dieci anni più giovane e quindi sei costretto a cambiare l’età del personaggio.
Sono tutti fattori che ti pongono dei limiti e io volevo creare senza di essi perché volevo rendere omaggio a questi personaggi che affollavano la mia mente.“

Qual è stata la parte più difficile da scrivere? La scena che magari hai dovuto rifare più volte per poterla considerare perfetta?

“Forse la scena nel ’66 in cui Vincent viene a Milano per comprarsi la macchina e per la prima volta vede suo figlio. È stata una scena molto difficile perché non tutti i personaggi sapevano le dinamiche del loro rapporto; è facile creare una scena quando tutti sanno la stessa cosa. Inoltre dovevo anche stare attento al punto di vista di chi stava vedendo la scena in quel momento che, in quel caso, non era il protagonista principale.”

“Volevamo andare lontano” è un intenso romanzo famigliare, un viaggio nell’Italia del dopoguerra, nella ricrescita economica, nella famiglia e nell’amore in ogni sua forma.

Questa è la storia di Julia, una giovane stilista in ascesa, che avverte nella sua vita un vuoto costante che non le permette di sentirsi appagata nemmeno di fronte ai primi e meritati successi professionali.
La soluzione a questo vuoto si materializza sotto forma di Vincent, che si presenta alla sua prima sfilata ufficiale come suo nonno, il quale durante la ricerca del figlio Vincenzo ha scoperto dell’esistenza di Julia.
Julia, dal canto suo, cresciuta dalla madre e convinta che il padre fosse morto quando era ancora molto piccola, è dapprima ritrosa e poi incuriosita da Vincent e da ciò che rappresenta; finché il richiamo del suo passato diventa così imperativo da non riuscire più a sfuggirne.

È così che attraverso i racconti di Vincent e, successivamente, degli altri personaggi che popolano la complessa storia di questa vicenda famigliare, Julia si inerpica lungo la strada del suo passato, lungo le difficoltà, i dolori e le ferite di un amore più grande dei confini geografici e del tempo.

Daniel Speck dimostra una grande bravura stilistica con una narrazione in terza persona fluida, ricca di descrizioni e coinvolgente.

Ogni personaggio che trova spazio in questo romanzo ha qualcosa di noi: Julia, ambiziosa e determinata ma segnata da una figura paterna assente e un passato da ricostruire; Vincent, un uomo ormai alla fine dei suoi anni alla ricerca della pace prima di andarsene per sempre; Giulietta, una giovane ragazza intrappolata in una situazione famigliare che la incatena; Enzo, il marito di Giulietta, la sua “seconda scelta” e Vincenzo, quel bambino figlio di un amore tormentato che scappa dal suo passato con dolore, ostinazione e rabbia.

Intrecciando ricordi, sogni e segreti in un crescendo di emozioni, Daniel Speck ha scritto un inno alla famiglia e all’importanza delle proprie radici. Un romanzo che viaggia nel tempo e che vi conquisterà.

Il giorno del giuramento - Steve Berry

Steve Berry, come diversi altri autori americani, può vantare il fatto di avere libri pubblicati in tutto il mondo considerati bestseller internazionali. The 14th colony edito in Italia da Nord nella versione tradotta da Alessandro Storti non sarà da meno.

Ne Il giorno del giuramento si trova tutto quello a cui già Ian Fleming ha abituato i lettori, amanti del genere e non, con i libri che narrano le strabilianti avventure e prodezze dell’agente dell’MI6 James Bond.
Spionaggio, avventura, amori, paesaggi e lande sperdute, pericoli intrighi e cospirazioni ordite contro la ‘democrazia occidentale’ svelate e sconfitte sempre sul filo di lana.
La guerra fredda ha caratterizzato tutta la geopolitica della seconda metà del secolo scorso e il braccio di ferro tra gli Stati Uniti d’America e l’allora Unione Sovietica è sempre stato visto e vissuto come l’ago di una immaginaria bilancia che soppesava l’imminente scoppio o meno del terzo conflitto mondiale, di una guerra nucleare, di una temibile e terribile distruzione del ‘mondo occidentale’.

Berry ne Il giorno del giuramento immagina che non sia mai stata del tutto superata e che in un paese sperduto della Siberia il fuoco del conflitto sia perennemente alimentato al pari dell’odio contro il nemico temuto, ovvero gli americani.
Una vicenda che trova le sue origini nell’incontro avvenuto tra l’allora presidente Ronald Reagan e papa Giovanni Paolo II. Un’udienza troppo privata che viola i protocolli di sicurezza ma che garantisce agli astanti la massima riservatezza. Nessuno deve venire a conoscenza del loro segreto… della volontà condivisa di sconfiggere il nemico comune: il comunismo russo. Considerato il male più temibile del 1900 al pari del terrorismo islamico nel nuovo millennio.
Cotton Malone, l’ex agente operativo del dipartimento di Giustizia americano che si è trasferito a Copenaghen per gestire una libreria antiquaria, è richiamato in servizio, spedito nella taiga siberiana e costretto a rischiare di nuovo la vita per salvare il suo paese e fare in modo che tutto fili liscio come l’olio, soprattutto in uno dei giorni considerati tra i più importanti per gli Stati Uniti, il giorno del giuramento appunto.

Agli incombenti eventi di importanza mondiale Steve Berry affianca i più o meno gravi problemi della quotidianità raccontando, tra l’altro, dell’ansia di Stephane Nelle costretta alle dimissioni, in seguito alla decisione di sciogliere la Sezione Magellano, e quindi all’abbandono dell’unico agente ancora attivo, Malone.
Il ritmo del libro di Berry è incalzante, le vicende si rincorrono e si accavallano, il countdown prosegue impietoso ma, ovviamente, alla fine tutto si risolve per il meglio e Cotton Malone riesce a fare in modo che il giorno del giuramento sia memorabile per il presidente e il suo vice, entrambi minacciati di morte, e per tutti gli americani.

Steve Berry: Da oltre venti anni svolge la professione di avvocato nella Camden County. Grande appassionato di Storia e di narrativa a partire dagli anni ’90 ha dedicato sempre più del suo tempo alla scrittura di romanzi e racconti. Dopo che i diritti di Terzo segreto e Profezia del Romanov sono stati venduti in tutto il mondo, Berry si è confermato un autore di bestseller internazionale grazie al successo dei romanzi che vedono come protagonista l’agente Cotton Malone.

Una notte al call center - Chetan Bhagat

Si passano quei periodi in cui ci si sente addosso una pressione eccessiva. Si può trattare di un notevole carico di lavoro, di un impegno superiore che ci viene richiesto nella vita familiare o sociale, o semplicemente di stanchezza che si accumula da mesi. Fatto sta che ci sono sere in cui si arriva a coricarsi e non si ha proprio voglia di impegnarsi la mente più di tanto. Si cerca semplicemente lo svago, l’evasione, il riposo anche mentale.
Ci vorrebbe una storia d’amore. Una di quelle appassionanti, un poco strazianti, con venature di allegria, e magari sullo sfondo di una bella storia di amicizia e solidarietà. Il punto è che chi solitamente è abituato a libri di un certo spessore, oramai difficilmente riesce a rifugiarsi nel romanzetto rosa, senza venire sommerso dalla noia. Si può provare con la chick lit: ma ultimamente anche questo sta diventando un terreno minato. Storie di ragazze imbranate ma dalle aspirazioni rampanti, ai loro primi passi nel mondo della moda, del cinema o della comunicazione, rigorosamente ambientate a New York e con la “sorpresa” finale del solito collega, ricco o squattrinato, ma sempre inevitabilmente bello e simpatico, si sprecano e si ripetono, rendendo estremamente difficile la scelta di un romanzo di una qualche originalità.
E allora? Allora si può provare con un romanzo come questo. Gli elementi ci sono tutti: storia d’amore, amicizia, solidarietà. E quindi cosa c’è di diverso?

Innanzitutto l’ambientazione. Niente New York: il romanzo si svolge in India, sebbene l’America abbia un ruolo fondamentale nella vita dei protagonisti. E niente posti di lavoro favolosi nei quali fare una carriera lampo: ci troviamo infatti in un call center, lavoro notoriamente poco ambito, con tutte le problematiche che si tira dietro. E per di più i protagonisti del romanzo fanno il turno più ingrato, quello di notte. La vita grigia e disperata di chi, per guadagnare due lire, deve fare i salti mortali: ad esempio, imparare l’inglese con accento perfetto in modo da non far capire agli americani che telefonano che il call center, in realtà si trova in India.
A ben vedere questi impiegati, non tutti giovani, non sono molto dissimili dagli italiani che fanno lo stesso mestiere. Persone comuni, ognuna delle quali porta dentro di sè la sua storia, più o meno nota agli altri. Storie di speranza o di disperazione, comunque storie di profonda insoddisfazione.

C’è Shyam, limitato da un capo incapace che gli impedisce di fare carriera, che oltre a subire le delusioni lavorative deve sopportare di lavorare insieme a Pryanka, la sua ex fidanzata della quale è ancora innamorato. Ma Pryanka, non si sa se più spinta dalla famiglia ad osservare la tradizione o attratta dalla prospettiva di una vita migliore, ha accettato di sposare un lontano parente che abita a Seattle, e del quale conosce solo la foto e la voce al telefono.

Vroom invece è giovane, vitale e un po’ sbruffone. In realtà aveva mille sogni, infranti nella dura realtà del call center. Esha sembra che i sogni li abbia ancora: vuole diventare modella. Ma i suoi amici non sanno che porta dentro di se il dramma di essersi venduta a chi l’ha solo ingannata per poi liquidarla come uno straccio vecchio. Radhika l’inganno lo deve subire da suo marito, e questo dopo che ha curato la suocera come se fosse sua madre. Il Veterano, infine, rischia, a causa del suo assurdo orgoglio, di rompere del tutto i rapporti con la sua famiglia.

I drammi personali di ciascuno dei colleghi finiranno per fondersi in un dramma collettivo alla notizia che il call center sta per chiudere e mandare tutti a casa. Inizialmente la notizia genera in tutti loro una sensazione di impotenza e di disfatta: l’impegno lavorativo scende a zero, e, complice un guasto ai computer, i sei decidono di andare a fare un giro in auto e bere qualcosa.

Ma il destino è in agguato, ed ecco che un curioso quanto terrificante incidente li porterà ad un passo dalla morte. Per tirarli fuori dai guai sarà necessario addirittura un intervento divino, anche se un tantino... informale: una telefonata di Dio. Sarà un sogno? Una suggestione? E’ veramente Dio quest’uomo che li conosce così bene, che ha una parola per ciascuno di loro, per farli riflettere sulle loro vite e sul modo in cui fino ad ora le hanno portate avanti? E se non è Dio, chi altro può essere? Fatto sta che in un modo o nell’altro Dio indica loro il modo di mettersi in salvo.

E’ questo episodio che fa scattare una molla nella mente di Vroom, e gli fa capire che non è possibile lasciare che la loro vita vada allo sbaraglio in questo modo senza che loro non tentino nemmeno di riprenderne in mano le redini. Anche gli altri risentono dell’accaduto e riflettono sulle parole che Dio ha detto e sui consigli che ha dato a ciascuno di loro. Così Shyam e Vroom mettono a punto un piano per risollevare il call center, spingendo letteralmente di lato il loro capo incapace. Radhika decide di lasciare il marito infedele ed egoista, andando a vivere con Esha. Pryanka scopre che il suo fidanzato non è stato esattamente sincero. Il Veterano si decide a mettere da parte l’orgoglio ed a chiedere scusa. Piano piano ciascuno di loro riprende possesso della propria vita, decidendo di osare e finalmente smettere di aspettare seduto da un lato, e si assume la responsabilità delle proprie decisioni.
Il finale è degno di un film di Bollywood, ci si aspetterebbe il commento musicale. Il classico lieto fine che tutti attendono fin dall’inizio. Dopotutto non si tratta certo di un romanzo impegnato, anche se offre comunque vari spunti di riflessione. Ma, come detto, non sempre si ha bisogno di un capolavoro letterario...

La papessa - Donna Woolfolk Cros

Essere donna nel Medioevo e non una qualsiasi, ma una donna con una forte predisposizione agli studi, alla conoscenza, alla logica e con un carattere tenace che non accetta le convenzioni sociali e le superstizioni di uno dei periodi storici più bui che l’umanità abbia attraversato. Giovanna nasce nell’anno 814 d.C. nel villaggio di Ingelheim da un pastore inglese e madre sassone e a partire da quel momento la sua vita sarà sempre in salita. Protetta durante i primi anni dal maestro Esculapio, la bambina inizia a studiare e ad accorgersi che la sua sete di conoscenza non solo la rende diversa da tutte le altre sue coetanee, ma anche vulnerabile e in pericolo. La scelta più importante che dovrà prendere nel corso della sua vita la porterà ad assumere l’identità maschile di suo fratello morto durante una sanguinosa incursione vichinga e a dover rinunciare per sempre all’amore di Gerardo, suo mentore. Una scelta che la porterà non solo verso un percorso di studi esclusivo e soddisfacente, ma addirittura ai vertici della Chiesa romana. Giovanna, conosciuta come Giovanni Anglico, verrà eletta Papa, il Papa del popolo, almeno fino al giorno in cui, durante la processione pasquale, la sua identità femminile viene smascherata pubblicamente nel modo più tragico possibile.

Sospesa fra realtà e leggenda, la storia della Papessa Giovanna viene narrata da Donna Woolfolk Cross in modo semplice ed accattivante, tenendo il lettore attaccato alle sue pagine dall’inizio alla fine. “La Papessa” (Newton Compton) è un romanzo storico che non tratta solo della disperata condizione femminile durante il Medioevo, ma che stimola il pensiero sulla delicata questione della volontà contro la sottomissione, dell’arrivismo mascherato da altruismo, e su quanto le prese di posizione, a volte, possano essere distruttive per sé stessi e per gli altri.

“Sarebbe stato felice? Giovanna lo sperava. Ma per qualche motivo sembrava un uomo destinato sempre a struggersi per ciò che non poteva avere, a scegliere per se stesso il cammino più arduo e roccioso. Avrebbe pregato per lui, come per tutte le altre anime tristi e inquiete che dovevano viaggiare per il mondo da sole.”

La meccanica del cuore - Mathias Malzieu

Un solo colpo di scena, all'inizio. E per il resto scorre come il ticchettio del suo cuore.
Questo personaggio ama, a suo modo, con un cuore artificiale costituito...da un orologio.
Carino, si legge in un giorno, ha prosa semplice ed elegante.
(Lontano dall'esser più di ciò che è, risente forse dell'influenza di Amelie Poulain?)

L' acchiapparatti di Tilos - Francesco Barbi

Un fantasy sui generis, da una sorta di Terry Pratchett nostrano. Picaresco, scritto con buon stile, e a tratti quasi boccaccesco, con la presenza delle prostitute. Manca forse di qualche incisività nell'orchestrazione delle azioni, ma è comunque notevole la caratterizzazione delle vicende (minore quella dei personaggi).

Tina - Pino Cacucci

Affascinanti e controverse, le biografie hanno il potere di attrarre e respingere a seconda di come le si voglia vedere. A volte invece riescono nell’intento di rivelare personaggi quasi sconosciuti.

Tina di Pino Cacucci, edito da Universale Feltrinelli nel 2005, non ha pretese didattiche, non vuole essere un malloppo monotematico e neanche un focus interessante su un personaggio oscuro per molti e romanzato da altri. Quello che riesce perfettamente a Pino Cacucci è invece il restituire ai lettori una grande personalità avvincente, troppe volte ingiustamente dimenticata.

Donna appassionata, si dedicò alla causa rivoluzionaria in Messico, lavorò per Soccorso rosso, combatté con le Brigate internazionali in Spagna. Con il suo fascino fece innamorare di sé molti uomini e di molti divenne amica, e frequentò personaggi illustri come Diego Rivera, per il quale posò, Ernest Hemingway, John Dos Passos, Robert Capa.

A tratti un romanzo cronicistico, in cui le caratteristiche di “Tinissima” scompaiono sotto il peso degli orrori della guerra d’indipendenza del Nicaragua, della figura di Stalin o della crudeltà del presente di allora. Non avrebbe potuto essere diversamente, perché è inevitabile che le vite dei Grandi sono raccontabili solamente rappresentando l’effetto che su di loro ha avuto la Storia. La Storia che crea la Storia, come se la sua forza fosse proprio il trasformare, lo spostare, l’infiammare e il ferire.

Tina, piena di dubbi e pretese verso se stessa, nel raccontare un mondo veritiero, finisce con l’essere travolta, con il nobile intento di chi non vuole solo ritrarre il mondo, ma vuole rivoluzionarlo, cambiarlo.

Nella sua vita sarà modella, attrice, ma ancora di più artista affermata e instancabile rivoluzionaria, occhio critico e attento sulla realtà. Tina Modotti è stata innanzitutto uno spirito libero, incendiario, dirompente, un’artista, una fotografa in prima linea e non solo una qualsiasi esteta.

“La fotografia, proiettata solo sul presente e fondandosi su quanto esiste oggettivamente di fronte alla macchina, si afferma come il mezzo più incisivo per registrare la vita reale in ogni sua manifestazione. Da qui il valore documentario, e se a ciò si aggiunge […] una chiara idea del posto occupato nell’evolversi della storia, ritengo che il risultato sia degno di un proprio ruolo nella rivoluzione sociale”. Questo scrive Tina nel 1929, e questo la rende una rivoluzionaria.

Pino Cacucci, scrittore, sceneggiatore e traduttore italiano, noto per riportare in vita alcuni fantastici personaggi che la Storia ha relegato in un angolo buio, ci regala un profilo personale in cui c’è tutto il fascino di una donna fotografa. Fotografia per scoprire se stessa, il suo corpo e poi il mondo. Tina Modotti ha vissuto pienamente ogni sfaccettatura della sua vita sino a restarne appunto spesso travolta.

D’indole ribelle, proletaria per nascita ma anche passionaria perseguitata. I tanti volti di Tina si perdono nei lineamenti pieni di fascino del suo viso, negli occhi scuri di chi consapevolmente detiene un sapere arcaico di mistica bellezza e notevole sensibilità.