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Gli ultimi messaggi del Forum

Un comunista al servizio della gente - Adriano Sartini

Il piccolo volume molto illustrato racconta la storia di un "soldatino" del PCI di Montecastello e poi delle formazioni politiche che dal PCI sono discese per la linea PDS-DS-PD.
Non si tratta di un saggio di memorie che riflettono sulla militanza politica di un comunista, ma di un omaggio editoriale alla lunga militanza di una persona che da sempre è stato attivo in politica sia pure in un contesto particolare e se si vuole in una specie di meraviglioso microcosmo come le campagne e il piccolo centro di Montecastello.
Il breve testo costituisce una botta di nostalgia per le generazioni più anziane ed è per fortuna ricco di fotografie a cui il bianco e nero aggiunge un tocco di leggerezza e simpatia.
Certo non si può dimenticare che se i compagni di Adriano (e miei) avessero conquistato il potere centrale negli anni '40 e '50 e se l'Italia fosse finita nell'orbita dell'URSS (se i carri armati di Baffone fossero arrivati anche a Pontedera e a Montecastello, come molti compagni di Sartini e lui stesso almeno fino al 1956, avevano desiderato e per questo avevano lottato), magari sarebbe stata abolita la democrazia, si sarebbe instaurato un regime con un partito unico al potere e l'Italia si sarebbe trasformata in qualcosa di simile all'Ungheria, alla Bulgaria o alla Polonia.
Per questo adesso penso che se i comunisti italiani ci fanno nostalgia è perché hanno perso politicamente la loro partita. Perché sono stati politicamente sconfitti (almeno su scala nazionale). E quindi possiamo vederli come brave persone. Ma così ci appaiono perchè sono stati neutralizzati e alla fine disinnescati fino a scomparire, senza neppure riuscire a trasformarsi in un partito socialdemocratico.
Ma forse questo è un pensiero eccessivo. Non lo so. Ma, col senno del sessantenne, quasi quasi sono contento che sia andata così a noi italiani.

Diario di guerra - Faliero Fantozzi

Michele Quirici fa un lavoro straordinario e meritorio di recupero e pubblicazione di memorie locali, paragonabile, per mole, agli annali muratoriani, ovviamente tenuto conto delle debite proporzioni. Anche in questo caso, grazie ad un ritrovamento nell'archivio di casa Vanni-Lupi, la Tagete edizioni tira fuori e consegna ai lettori pontederesi (ma non solo) la quotianità del vissuto di un manipolo di Pontederesi che coll'avanzare degli eserciti alleati verso l'Arno, anzichè sfollare a sud (ovvero andando ad incontrare gli alleati e liberarsi prima) si trasferì a Nord e quindi volontariamente allungò la propria agonia.
Certo nessuna delle famiglie sfollate a nord dell'Arno aveva, tra i propri ranghi, esperti militari che avrebbero potuto suggerire che il grande fiume, una volta distrutti i punti, avrebbe potuto trasformarsi in una barriera difficile da superare anche per l'attrezzatissimo esercito alleato.
E poi c'era la propaganda fascista che, per quanto in crisi, spingeva le persone a nord; e poi c'erano le voci, il passaparola, l'incertezza della vita quotidiana, la paura, e mille altre cose.
Così il Diario di Faliero Fantozzi ci fa conoscere i dettagli di 19 famiglie formate da 71 persone costrette alla coabitazione coatta in un rifugio a Montecalvoli sotto le cannonate americane e con le vessazioni dei tedeschi tra il luglio e l'agosto 1944
E si scopre o si ritrova (per chi, come me, ha ascoltato storie analoghe dai propri genitori) la storia di tutte le difficoltà della vita quotidiana forzata, a cominciare dall'espletamento delle esigenze corporali per continuare con i rastrellamenti, le tante violenze, la rabbia, la paura, lo stordimento, il coraggio. E i morti per i cannoneggiamenti. E la fame. Tanta fame. Quasi più della paura.
Devo dire che essendo figlio di due "rifugiati" tra Montecalvoli e Santa Maria a Monte, il racconto di Fantozzi non aggiunge quasi niente a quello che già sapevo. Semmai rinnova il dolore dei racconti che le famiglie Cerri, Marrucci, Guidi Marconcini mi hanno tramandato per oltre settanta anni.
Mio nonno, Giordano, fu colpito da una scheggia poco fuori dal suo rifugio di Santa Maria a Monte e trasferito a Firenze, a piedi, su un carretto da barrocciaio, dove morì pochi giorni dopo, per un'infezione che non si potè curare.
Mentre l'altro mio nonno paterno, Attilio, fu rastrellato dai tedeschi e come il protagonista del diario di Faliero riuscì fortunosamente a fuggire e a tornare al rifugio.
Ma per un mitico giovane di oggi (sperando di riuscire a fargli leggere a scuola qualcosa del genere), per un bambino della primaria, a cui Anna Vanni Lupi aveva pensato di far conoscere questa storia (ma oggi, alla primaria, si studiano solo i romani antichi se va bene, altrimenti ci si ferma alle favole sugli egizi e i babilonesi), una vicenda come quella di Faliero risulterà quasi sconosciuta, a meno che non ci sia ancora in giro un qualche bisnonno che la storia dei rifugi a nord dell'Arno l'abbia vissuta e che sia ancora lucido e abbia ancora voglia di raccontarla (senza omettere troppi particolari).
Comunque, la cosa importante è che Michele Quirici abbia scovato e quindi pubblicato questo straordinario diario, che ci racconta, in presa diretta, i due mesi del '44 di permanenza nel rifugio delle 19 famiglie pontederesi; e ci ripropone la memoria di Anna Vanni Lupi, che sintetizza e riassume, a posteriori, la stessa storia con gli occhi di una bambina.
Il libro resterà a disposizione dei buoni lettori e delle brave lettrici, che magari decideranno di leggerne qualche pagina ai loro nipotini. Resterà a disposizione delle tante maestre e prof delle medie che magari non hanno mai sentito parlare della loro straordinaria collega Anna, che su questi materiali fece lavorare i suoi bambini. Il libro e la testimonianza di Fantozzi, letti o non letti, rimarranno per i posteri. E nessuno potrà dire, senza sentirsi in colpa, di fronte ad avvenimenti di questo tipo, io non sapevo. Io non c'ero. Io non credevo. I libri infatti ci sono. E raccontano. Sono custoditi nelle case e nelle biblioteche, oggi sempre più accessibili. E come chi ha preso la patente di guida non può dire di non conoscere il codice della strada, chi ha imparato a leggere non può dire che non sa le cose perchè semplicemente non vuole leggere o non vuole arrivare in biblioteca a prendere un libro.
I libri infatti hanno tra i tanti meriti quello di conservare la memoria e di trasmetterla. E i contemporanei hanno l'obbligo morale di leggerli e di conoscerli.E se non lo fanno è un demerito ed una responsabilità dei contemporanei. I quali, tra tutte le scuse che possono accampare, non possono tirare fuori quella di non sapere.
Il libro è disponibile nelle librerie, nelle cartolibrerie ed in alcune edicole, oltre che, gratuitamente, presso la Biblioteca Gronchi.

Oltre il cielo, oltre la terra - Jamie Zeppa

Jamie è una giovane insegnante canadese, fidanzata con Robert con il quale ha intenzione di convolare presto a nozze.
Mentre Jamie è impegnata ad inviare la domanda per un dottorato scorge un annuncio per la ricerca di un insegnante in Buthan, invia la domanda tra il timore di vedersela accettata e la volontà di conoscere una realtà nuova.
Tra lo sconcerto dei suoi cari riceve la comunicazione in cui vede accolta la domanda e prima di sposarsi decide di andare a lavorare per un anno in una remota località del Buthan, paese nel cuore della catena himalaiana che per centinaia di anni è rimasto isolato dal resto del mondo.

Parte convinta di essere assegnata ad un college ed invece viene inviata presso un paesino sperduto ad insegnare ad una scuola elementare. L’incontro con una civiltà completamente diversa inizialmente la terrorizza, sia per le condizioni di vita povere sia per le convinzioni e le credenze delle persone.
Progressivamente però quello che inizialmente la sconcertava, comincia ad affascinarla e a conquistarla totalmente.
Andarsene sarà come svegliarsi da un sogno, penso, il più intenso e il più meraviglioso dei sogni sapendo già che non lo rifarai più.
L’unico modo per non svegliarsi è non andarsene
Così decide di prolungare il contratto di insegnamento e viene inviata ad insegnare al college.
La realtà del college è diversa, ha un’abitazione carina con il bagno e i comfort, tutte cose a cui fa fatica ad abituarsi in primo momento, ma soprattutto si scontra con una realtà completamente diversa, in cui i giovani temono la politica e rischiano prendendo posizione contro il governo.
Dopo tre anni rompe i ponti con il passato, con il suo fidanzato e in generale con il mondo occidentale convertendosi al buddhismo.
Nella sua nuova vita si intrattiene spesso con gli studenti parlando delle realtà che sente più ostili in Buthan, ma discorrendo di letteratura di religione, in questi incontri si avvicina di più ad un giovane Tshewang. Il rapporto è soltanto platonico e molto combattuto dalla paura di fare qualcosa contro l’etichetta, ma alla fine l’amore trionfa, si sposano e hanno un bimbo.

E’ un libro veramente affascinante, perché descrive una realtà molto lontana da noi. La vita a Oriente è fatta di riti e di convinzioni religiose decisamente intriganti. Per quanto possano sembrare primordiali sono la base concettuale anche della civiltà occidentale, che si è evoluta lasciando alle spalle tradizioni e convinzioni arcaiche.
La storia di Jamie è una storia che la accomuna a tutte quelle donne che si innamorano di un luogo e trovano nell’amore la completa espressione del loro cambiamento.
Si tratta di una storia vera che ci può avvicinare molto alla nostra anima e al nostro "io" più profondo, cercando di capire che al di là delle sovrastrutture che ci costruiamo, la cosa importante siamo solo Noi.

L'Italiaccia senza pace - Giampaolo Pansa

"L’Italiaccia" (Rizzoli, 2015) è inerente agli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale con incursioni – è questa è la parte che potrebbe turbare un pochino il lettore – nella vita intima dei protagonisti delle numerosissime vicende che l’Autore conosce alla perfezione e descrive con icasticità.

Anche perché, è doveroso aggiungere, le stesse sono quasi tutte ambientate nel Monferrato, nella città di nascita dello scrittore, appunto Casale, nel Piemonte in generale ed, infine, in alcune zone limitrofe a quest’ultima regione. Buona parte del libro riguarda, e giustamente, la tragedia di una famiglia ebrea del capoluogo del Monferrato – i Segre-Foà – coinvolta non solo nelle persecuzioni, per effetto delle leggi razziali emanate dal regime nel 1938, bensì pure del dopoguerra, dopo la scomparsa di Samuele Segre, il capofamiglia e Direttore di Banca.
Quest’ultimo quasi sicuramente eliminato in un lager tedesco, Auschwitz, dopo l’arresto operato dalla Guardia Nazionale Repubblicana del governo di Salò; al riguardo, la moglie ed il figlio di Samuele esperiscono tutti i tentativi per conoscere la verità sul destino del congiunto, ma con grandissime difficoltà e con la quasi certezza dell’eliminazione del Direttore.

Fa da corposo contorno alle tristi vicissitudini della famiglia Segre-Foà, una serie di circostanze che mettono in evidenza, da una parte, tutti gli espedienti attuati dai cittadini per salvarsi e, dall’altra, l’articolazione della vita di tutti i giorni – sia prima, sia durante, sia alla fine delle ostilità – degli stessi, segnatamente sul piano delle relazioni umane vuoi sentimentali, vuoi sessuali nel significato peggiorativo del termine.
E siccome le vicende erotiche sono numerosissime, il lettore prende atto della libertà di costume vigente, da una parte, nel Monferrato e, dall’altra, nell’intero Norditalia; gli attori di tali storie sono tantissimi e si comportano senza falsi pudori visto che Pansa le narra con dovizia di particolari, talvolta pure scabrosi. E, in merito, sottolineiamo – quantunque la realtà fosse nota da sempre – che non ci siamo scandalizzati tenuto conto che nell’Italia settentrionale, in genere, i rapporti sentimentali sono sempre stati più aperti e disinvolti rispetto alle regioni del centrosud.

Ciò, ribadiamo, non rappresenta una colpa, bensì una mera constatazione anche se bisogna aggiungere che alcune relazioni – di uomini e donne, in linea di massima, ma ci sono anche amicizie particolari – descritte dall’Autore sono oltremodo aperte quantunque, oggi, siano presenti dappertutto senza che nessuno se ne meravigli più di tanto considerato che la natura umana è carica di pulsioni e di istinti di ogni tipo.

Ecco perché nel sottotitolo del volume – "Misteri, amori e delitti del dopoguerra" – lo scrittore avrebbe potuto aggiungere pure miserie umane dato che egli è prodigo di particolari piccanti non senza la designazione con le iniziali, e delle volte con nomi e cognomi, dei protagonisti dei fatti compiuti da personaggi effettivamente vissuti e conosciuti, ad onta della giovanissima età, dall’autore, e appresi dallo stesso in età adulta. Ma, il libro non è solo questo nel senso che esso è un trattato di storia recente se si guardano gli anni in cui si articolano gli eventi e vale a dire dal 1943 al 1948, un arco di tempo, cioè, abbastanza ampio per comprendere la storia d’Italia più recente, segnatamente gli ultimi due anni di guerra e il periodo post-bellico destinato alla rinascita.
Naturalmente, le ricostruzioni di Pansa sono non solo documentate, ma anche magistralmente narrate se si considera che egli fa muovere i moltissimi protagonisti delle vicende su un proscenio dinamico e realistico per dimostrare come sia in guerra, sia nel dopoguerra essi confermano la verità del detto di Plauto secondo il quale "homo sum, nihil humani a me alienum puto". E, in proposito, tra gli interpreti ci sono la irreprensibile Preside che irreprensibile non è, la levatrice che, ad un certo punto, esercita l’arte della maieutica anche in un altro senso, la qualunquista, il prete lascivo, il sacerdote comunista, e si potrebbe continuare.

Sono presenti, inoltre, nel libro le vendette dei partigiani – i quali nella loro malvagità fucilano addirittura i propri compagni partigiani – i tantissimi eccidi non solo contro i fascisti, ma pure contro gente – spesso soldati reduci dal fronte o dai lager russi – innocente, i soprusi di vario genere, il cosiddetto "mattatoio di Milano", in cui furono eliminati, solo in questa città, 5000 fascisti, secondo le cifre fornite da Togliatti in persona.

Al riguardo, Pansa riproduce, per un verso, le vicende politiche del primo dopoguerra con i nuovi partiti che si affacciano sul palcoscenico della storia del momento e con gli uomini politici che tali vicissitudini interpretarono come, ad esempio, De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat e tanti altri, non escluso Guglielmo Giannini che col suo "Uomo qualunque" portò in Parlamento la bellezza di 40 deputati benché, in seguito, il movimento si dissolvesse rapidamente tanto da restare solo un ricordo.

Anche a Casale il commediografo Giannini ebbe un successo straordinario, purtroppo effimero anche perché i due maggiori partiti, DC e PCI, ebbero il sopravvento sugli altri movimenti meno organizzati; l’Autore si sofferma giustamente pure sulle elezioni del 1948 e sulla vittoria della Democrazia Cristiana sui partiti di sinistra, i quali sfruttarono anche l’espediente "Garibaldi" pur di vincerle. Ma, per dirla con Pansa, "quello del 18 aprile 1948 fu il voto della grande arroganza e della grande paura. Gli arroganti erano i comunisti e i socialisti raccolti sotto la bandiera del Fronte democratico popolare".

"Il volto che mostravano agli elettori non era il faccione di Stalin, completo di baffi e pipa, ma di un altro Giuseppe: l’Eroe dei due mondi, Garibaldi. I rossi erano convinti di vincere. E al tempo stesso escludevano che una eventuale batosta li avrebbe mandati al tappeto". Tutto questo ed altri molteplici episodi sono presenti nel pregevole lavoro di Giampaolo Pansa il quale, "more solito", si fa ancora apprezzare per la fluidità dello stile e per la vivacità delle descrizioni.

Senza consenso - Jon Krakauer

"Senza consenso" è un racconto basato su molte ricerche ed altrettante testimonianze riportate da Jon Krakauer, autore di "Aria sottile". La storia raccontata non è romanzata, almeno non come ci si potrebbe aspettare dal punto di vista strettamente narrativo.
La verità, o meglio, la presunta ricerca della stessa, è alla base della scrittura dell’autore che si presenta soprattutto come fonte di informazione e di diffusione della parola e della conoscenza riguardante un argomento molto importante ed altrettanto spinoso: lo stupro.
L’ambientazione coincide con Missoula, nel Montana, e precisamente analizza una serie di fatti accaduti tra il 2008 e il 2012 nel campus universitario della zona, dove venne perpetrata una serie lunghissima di stupri a danno di donne innocenti.

Ma il punto è proprio questo. Erano davvero vittime di quelle indicibili violenze?

L’autore parte proprio da questa domanda e fornisce tutti gli indizi a sua disposizione per mettere in moto un meccanismo sia di riflessione ma soprattutto di presa di coscienza da parte del lettore che si trova davanti non una storia ma un intreccio di più storie che narrano di come questi presunti stupri sono avvenuti e le vicissitudini che li hanno preceduti.
Ciò su cui è importante porre l’attenzione prima di tutto, è il riconoscimento insindacabile che tutte quelle violenze sono avvenute da parte di conoscenti. Questo significa che le vittime di quegli stupri conoscevano i loro aggressori, magari li frequentavano anche e verso di essi avevano persino mostrato un qualche interesse proprio come è accaduto ad una delle vittime che nel libro ha un nome falso per non rivelare la sua vera identità. La donna racconta di aver frequentato il giocatore di football Johnson e di aver passato diverse serate con lui prima di quella definitiva, nella quale si è consumata la violenza. La ragazza, di nome Cecilia nel romanzo, racconta la propria versione dei fatti e il giovane atleta viene in un primo tempo allontanato dall’università per poi essere nuovamente ammesso in un secondo momento.

L’autore pone l’attenzione proprio su questo aspetto: l’ingiustizia e l’incredulità che circondano una confessione del genere da parte di una donna e che invece di aiutarla e di sostenerla, finisce inevitabilmente per annientarla. Egli è convinto che lo stupro sia l’unico caso di violenza in cui è la vittima ad essere accusata e a finire sotto processo, ma perché?

Per mille motivi. Primo fra tutti, la società non è ben disposta a crederle, ad accettare che una donna possa subire un oltraggio simile quando magari era ubriaca, aveva una vita sessuale attiva o accusa il proprio aggressore semplicemente per vendicarsi o per fargli un dispetto.

In altre parole le vittime di stupro prima di essere credute, vengono quasi sempre considerate come delle streghe, delle arpie, delle vere e proprie macchinatrici di inganni e mistificazioni a discapito del povero malcapitato di turno.

Krakauer non critica né giudica le storie che racconta ma fornisce un quadro estremamente chiaro e lucido di quegli avvenimenti. Egli stesso ammette di non essersi mai soffermato su questo problema e di non aver mai riflettuto molto sul fatto che gli stupri sono davvero tanti e che la maggior parte restano impuniti. Il risveglio della sua coscienza a proposito di questo argomento, avviene quando gli capita di parlare con una sua conoscente che gli racconta di aver subito ripetuti abusi sia nell’infanzia che da adulta e l’autore rivela di aver provato tanta vergogna. Vergogna per non aver mai pensato alla gravità di questi fatti e di non essersi mai soffermato a riflettere sulle loro modalità. Proprio per questo motivo decide di effettuare una serie lunghissima di ricerche e di parlare con le vittime per quanto possibile, scrivendo un libro con uno stile molto tecnico e lineare, dove non ci sono aspetti romanzati ma bensì momenti in cui sono gli atti giudiziari, i responsi della polizia, e le voci delle vittime e degli stupratori che prendono nettamente il sopravvento.

"Senza consenso" pone l’attenzione sulla figura della donna e sul suo ruolo nella nostra società, sul come viene interpretata e vista da un mondo misogino e qualunquista. Un libro che sta dalla parte delle donne, che racconta in modo chiaro e spassionato, a volte persino straziante, ciò che devono subire nella loro solitudine e paura. L’arma più forte di uno stupro è il silenzio. Krakauer lo riconosce come il nemico più grande e cerca di evidenziare quali sono i meccanismi psicologici femminili che stanno dietro alla scelta di non parlare.
Gli stupri dichiarati sono tanti, tantissimi, immaginate quanti ancora non sono mai stati confessati e non verranno mai alla luce, perché ancora oggi, dopo tante lotte e sacrifici, la donna subisce inevitabilmente il terrore della confessione temendo di non essere creduta o ancora peggio, di essere vittima di qualcosa di molto più doloroso ed angosciante.

"Senza consenso" non è un libro facile, affronta una tematica delicata e attuale, nella quale è la voce delle vittime ad essere ascoltata ma anche il background che le ospita a partire dalle scelte e dagli atteggiamenti della giustizia che in questi casi, sembra non essere capace di reagire.
Il tasso di violenze è alto e non è solo questione di pratica, non si tratta solo di aggressioni fisiche ma anche di tutti quei comportamenti, quei gesti, quelle recriminazioni velate ma incisive che accompagnano la loro vita, rendendole schiave di una società che tende a zittirle e a manipolarle.

La sua analisi è accurata e non priva di indignazione al fine di mettere alla luce i maltrattamenti delle donne che vanno ben oltre uno stupro.

Per chi volesse leggere qualcosa di molto diverso, non privo di inquietudine e di realismo, e guardare più da vicino un aspetto che ci riguarda tutti, qualcosa che abbia un alto valore sociale e psicologico, che ci aiuti a capire ciò che ci circonda, "Senza consenso" è un libro forte e diretto per chi ama guardare le cose in faccia, chiamarle con il proprio nome e senza mezze misure.

I fiori del tempio - Rani Manicka

"...Dobbiamo scoprire la Bellezza che, caduta in errore, ha ceduto alla tentazione ed è rimasta nuda e senza amici, eppure resiste".

Straordinario questo romanzo che vede come protagoniste due sorelle gemelle legate da un vincolo indissolubile, Nutan e Zeenat appartengono l’una a l’altra.
Nutan forte e determinata, Zeenat dolce e remissiva, nascono e crescono in una Bali che non è solo quell’immagine paradisiaca che noi tutti conosciamo perché catturata nelle fotografie dei turisti, ma è un luogo magico, ricco di cultura e tradizioni, dove la natura umana è rimasta incontaminata dal degrado del vizio e del consumismo e la purezza è rappresentata da due gemelline bellissime che danzano con buganvillee tra i capelli. Per tutta la loro esistenza sarà importante il ruolo della nonna Nenek, una donna forte, provata dalla vita e ricca di spiritualità, sarà un punto di riferimento per ciò che è puro e sacro, un dolce richiamo alle proprie origini. Alla morte delle madre, Nutan e Zeenat vengono convinte dal padre a intraprendere un vacanza a Londra di solo tre o quattro mesi. Tra l’eccitazione per la scoperta di un mondo nuovo e un vago senso di tristezza per l’abbandono della propria terra e della tanto amata nonna, scopriranno sulla propria pelle che questa vacanza si rivelerà un viaggio che avrà come destinazione l’inferno.
- "E’ solo una vacanza" mi dicevo per mettere a tacere il mio senso di colpa. (Nutan) -
Arrivate in una caotica Londra incontreranno Ricky, personaggio cardine del racconto, un uomo che dal nulla si è creato un impero economico, una personalità carismatica e sprezzante delle virtù altrui, un diavolo tentatore sempre pronto a raccogliere e trascinare chi lo circonda in un baratro di infelicità e di dissoluzione. Ricky avrà il ruolo di traghettatore di anime perdute donando loro le chiavi per accedere al "Tempio del Ragno".
In un mondo dove tutto ruota tra droga, sesso e superficialità ci saranno anche Francesca, Elizabeth, Maggie, Anis e Bruce tutti vittime e carnefici di loro stessi. Tutti arriveranno al punto di vendere la propria anima e/o il proprio corpo pur di ottenere un po’ di quella felicità effimera e fasulla.
La debolezza alle facili tentazioni si alternerà con un desiderio di rinascita e liberazione.

Bellissima l’analisi psicologica dei personaggi, che in prima persona ti raccontano i loro stati d’animo, coinvolgendoti così nelle situazioni che vivono e come le vivono, cosa li porta ad avvicinarsi all’oscuro e a volerne far parte fino ad arrivare all’autodistruzione.
Attraverso le vite dei protagonisti, che raccontano dettagliatamente e in modo molto crudo le loro realtà, riesci a vedere con occhi smaliziati quanto può essere facile toccare quel punto di non ritorno, ma vedi anche quanto caro puoi pagare quel singolo attimo di debolezza che è l’inizio di un vortice maligno che sembra senza fine. Coinvolto nei loro eventi e cercando un barlume di speranza hai la possibilità di riflettere sulla continua lotta tra il male e il bene, l’inferno e il paradiso, il senso di abbandono verso il nulla e la volontà di riprendere la propria vita tra le mani, e chi tra loro è realmente coraggioso "forse" riuscirà finalmente a rivedere la luce.

La notte di Roma - Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo

Sequel di Suburra, ma perfettamente leggibile come romanzo a sé stante.
Di nuovo Roma, di nuovo malaffare, di nuovo vizi e violenza. Se in Suburra a farla da padrone era la guerra tra bande di malavitosi, questa volta ci si addentra di più nei gangli della politica, dove un integerrimo sindaco venuto dal nord deve fronteggiare le insidie provenienti dall'ala più corrotta del suo partito, mentre cerca di rendere la scelta degli appalti per il Giubileo straordinario del 2016 la più trasparente possibile e faccendieri disonesti cercano di spartirsi la torta.
Rimandi più o meno palesi alla realtà lasciano il dubbio che certi fatti non siano accaduti davvero. Consigliatissimo.

A spasso con Bob - James Bowen

Quella che vi troverete di fronte se deciderete di leggere questa mezza biografia è forse una storia fuori dal comune, dai connotati atipici e senza dubbio surreale, ma è anche un grande insegnamento, un messaggio di speranza per chi ha fatto della solitudine la sua migliore amica.
Correva l’anno 2007, James, ex eroinomane che viveva alla giornata guadagnandosi da vivere come artista di strada quando in Coven Garden quando nelle altre zone di Londra, combatteva la sua battaglia contro la dipendenza consapevole che il percorso di disintossicazione e riabilitazione era ancora lungo e difficile. Mai si sarebbe aspettato di trovare quella palla di pelo rosso nel condominio dove abitava cercando di rifarsi una vita ne tanto meno avrebbe mai immaginato quale effetto benefico avrebbe avuto quel felino sulla sua maturazione personale.
Senza pretese e con semplicità James Bowen ci racconta la sua esperienza di uomo privo di radici, la sua adolescenza problematica, la conseguente caduta nel tunnel di droghe sempre più lesive e schiavizzanti e tutte inesorabilmente dirette al peggiore dei traguardi, l’eroina iniettata in vena, i vicoli sudici che gli hanno fatto da casa quando il suo unico pensiero era che le ore passassero affinché giungesse il momento della successiva dose, la sensazione di abbandono dettata da una famiglia priva di punti fermi e dall’incapacità di vincere la rabbia e crearsi dei legami affettivi, ma anche la rinascita che l’incontro con Bob ha significato per lui. Quando lo ha trovato – o forse chissà, è stato proprio il micio a trovare lui – il pel di carota aveva già 9 o dieci mesi, si trascinava al seguito ferite di guerra e una bella pancetta vuota ma del suo passato alcunché era noto. Eppure quel momento ha significato la rinascita per entrambi, perché alla fine questa è la morale della storia; essere salvati e nello stesso tempo salvare, conquistarsi quell’ambita seconda possibilità e non lasciarsela scappare.
Un’amicizia profonda che ha permesso all’uomo di crescere, che lo ha spronato a diventare una persona migliore, capace di credere in sé, negli affetti nonché di uscire dall’anonimato, dall’invisibilità in cui la solitudine lo aveva gettato conducendolo verso il baratro delle sostanze stupefacenti e tutto grazie al nascere di una nuova e mai provata responsabilità, quella di prendersi cura del suo amico a quattro zampe, di proteggerlo da chi non lo ama, di garantirgli un pasto decente e un luogo caldo in cui vivere, di far tutto il possibile per non perderlo. Perché dall’arrivo del rosso per James cambiano le priorità e la sola possibilità di restare senza il suo carotino lo fa impazzire.
Una lettura semplice caratterizzata da una scrittura minimale, diplomaticamente e pacificamente elementare, che si contrappone alla forza empatica ed emozionale di cui è intrisa. Semplicemente coinvolgente, di grande impatto. Un testo adatto a tutti, a chi ama le storie sugli animali e sul rapporto tra questi e gli umani, a chi ama i gatti, a chi erroneamente crede di conoscerli, a chi ha avuto un passato burrascoso ed ha bisogno di una giusta motivazione per intraprendere una nuova strada e darsi una possibilità.

Vita - Melania G. Mazzucco

Riesce impossibile non apprezzare questo romanzo perché non racconta solo la vita del nonno e del padre dell’autrice, ma si tratta di una vera e propria testimonianza della nostra storia passata, in cui tutti possiamo rispecchiarci.
È incredibile come una volta gli italiani fossero considerati indistintamente degli assassini, dei nullafacenti, dei buoni a nulla, dei falliti.
Eppure l’America li accoglieva e dava loro la possibilità di riacquistare un po’ di dignità.
È facile giudicare la crudeltà con cui questi emigrati furono abbandonati alla fame e trattati come degli animali in un porcile, spesso derisi dai propri compatrioti che in qualche modo erano riusciti ad abitare nei quartieri vicini al Central Park o in quelli popolati dai primi moderni grattacieli.
Ma vogliamo parlare del "buon padre di famiglia" italiano che convinceva il figlio ad abbandonare la propria terra per cercare di far fortuna all’estero e per inviare al genitore i soldi con cui poterlo mantenere? Per lo più con soli 12 dollari cuciti nelle mutande?
È un romanzo che fa nascere un miscuglio di sentimenti, molto spesso contradditori, perché laddove la descrizione del quartiere degradato di Little Italy stimola dispiacere e compassione per i poveri che vi risiedevano, poi nel capitolo successivo, un’assistente sociale americana, piena di umiltà e benevolenza, bussa alla porta di una misera pensione e viene rifiutata in maniera diffidente, nonostante cercasse solo di dare il suo contributo nel miglioramento delle loro condizioni sociali.
La scrittrice, descrivendo uno dei periodi più bui della storia italiana, ha voluto lasciarci un messaggio importante: anche nella situazione più miserevole c’è sempre la possibilità di scegliere ciò che è giusto, di scegliere il bene.
Melania Mazzucco ha intitolato "Vita" il suo romanzo perché forse tutte le vicende girano attorno a questa ragazza sorprendente e piena di Vita, appunto.
Ma per la verità il reale protagonista è Diamante, un ragazzo tenace che preferisce tenersi stretto i propri valori piuttosto di seguire l’esempio dell’amico Rocco.
Per un periodo si fa trasportare anche lui dal desiderio di ricchezza, offertogli dalla Mano Nera attraverso azioni violente e pericolose, ma poi sceglie di costruire il suo futuro facendo uso solo delle sue capacità, senza dover rubare o uccidere, ma diventando qualcuno che potesse essere stimato e non inseguito continuamente dalla polizia.
Anche quando appare scontato giustificare la scelta del male perché costretti da determinate circostanze, probabilmente un uomo potrà finalmente sentirsi libero quando sceglierà la cosa giusta da fare, indipendentemente dalla difficile situazione in cui si trova.
E Diamante ce lo ha dimostrato: preferì la libertà alla ricchezza.

R: L' allieva - romanzo di Alessia Gazzola

Sarà lo stile così canzonatorio e ironico, sarà la leggerezza con cui si scivola lentamente verso la fine, sarà la facile immedesimazione con la protagonista, ma è inevitabile arrivare alla fine con facilità e in poco tempo.
Non si tratta di un thriller con suspance elevata. Questo romanzo è un libro da tratti gialli che però si intreccia con una serie di personaggi che creano invece delle sfumature più da commedia romance che da poliziesco.
Alice Allevi, la protagonista, è una specializzanda di medicina legale con un problema non esattamente trascurabile: è impacciata, imbranata, confusionaria e ritardataria. In un lavoro che richiede un certo tipo di puntualità e precisione, è come la pecora nera da additare continuamente in caso qualcosa non vada come dovrebbe. Attraverso i suoi occhi noi viviamo l'ambiente dell'ospedale e ci circondiamo della classica amica secchiona ma bruttina (Lara), dell'oca piena di sé con tanto carisma (Ambra) e del capo che ovviamente è bellissimo e antipatico (Claudio); inoltre abbiamo i dottori come il Boss, il Supremo e la Wally che vogliono farle ripetere l'anno, perché non si impegna abbastanza - e perché, diciamolo, è un pericolo pubblico. La cosa bella di questi personaggi che apparentemente appaiono un po' stereotipati è che vengono descritti con quell'ironia di fondo che non riesce a non farti sorridere e a farteli amare un po' - od odiare, a seconda dei casi.
La Gazzola prende innumerevoli cliché e li esalta con quel suo stile impareggiabile che porta il sarcasmo ad essere il vero protagonista del libro e a condurti fino alla fine - nonostante i personaggi, a una riflessione più profonda, siano veramente degli eccessi di stereotipi.
La quotidianità dell'ospedale si alterna all'indagine sul caso che sconvolge tanto Alice: la morte di Giulia Valenti, da lei conosciuta soltanto il giorno prima del decesso. La giovane specializzanda non capisce la necessità di evitare dei coinvolgimenti diretti con la vicenda e se ne invischia fino al collo, conoscendo la famiglia più da vicino e avviando una vera e propria indagine personale che la porterà a collezionare una serie infinita di guai.
Infine, ovviamente, fa da sfondo una grande storia d'amore, che nasce repentinamente - la stessa protagonista, verso la fine, si accorge di provare quest'enorme sentimento per qualcuno di cui non sa poi così tanto - ma che è talmente vera e pura che non puoi fare a meno di tifare per loro. Perché Alice è, di fondo, insicura, e fa leva sul lettore questa sua mancanza di autostima che pare si compensi con la vicinanza di Arthur, un giovane reporter di viaggi insoddisfatto del proprio lavoro ma pieno di entusiasmo per la vita e il futuro.

Tante linee narrative e tanti rapporti umani; troppi, forse, per presentarsi nella categoria di "giallo". Non si può dire che sia un classico del genere infatti, perché la trama dell'omicidio appare quasi un pretesto per descrivere la vita e le relazioni della giovane specializzanda, tanto che a metà lettura personalmente avevo intuito chi fosse l'assassino: è evidente, se si fa attenzione ai difetti di Alice, dove l'autrice voglia andare a parare - per questo il tentativo di sviare i sospetti per un amante del genere può apparire completamente inesistente.

In definitiva: un'ottima lettura, senza pretese particolari, ma che risulta piacevole da leggere proprio grazie al vero protagonista: il sarcasmo, compagno fedele dalla prima all'ultima pagina, che oscura il tema di giallo in sottofondo facendo diventare il libro più una serie di comic relief che di indagini e omicidi, ma che alla fine ti lascia un gran bel sorriso.
E la voglia, nonostante tutto, di sapere ancora qualcosa di più della dolce Alice.

Dentro l'acqua - Paula Hawkins

Speravo meglio. Quando l'opera prima di un autore e un capolavoro, è difficile ripetersi. Ho trovato il libro prevedibile e senza mordente. Forse la scrittrice non cerca di iscriversi nel genere thriller classico, ma credo che ci siano troppe situazioni che si ripetono e appaiono scontate.

Il banchiere dei poveri - Muhammad Yunus

"Il banchiere dei poveri" di Muhammad Yunus è un libro estremamente gradevole da leggere. Con una prosa chiara e in modo garbato, racconta la storia personale di Yunus e dei suoi molti tentativi di sconfiggere la povertà. Racconta del suo approccio analitico e pragmatico ai problemi, degli esperimenti portati avanti in prima persona, delle prove e degli errori, della capacità di imparare dall'esperienza fino a mettere a punto un metodo efficace di lotta contro la povertà da proporre al mondo intero.

Tutto nasce dalla ferma convinzione di Yunus che la povertà si può eliminare e che, se ci si pone l'eliminazione della povertà come obiettivo concreto, si ottengono risultati ottimi a tutti i livelli: condizioni di vita, condizioni economiche, grado di istruzione, consapevolezza personale, dignità, indipendenza, libertà. Si superano nella pratica quotidiana consuetudini sociali e religiose di discriminazione, ingiustizia e corruzione e si restituisce alle donne dignità umana e peso sociale. Naturalmente all'origine c'è una concezione della specie umana che non ha niente da spartire con l'usanza di considerare le persone, soprattutto i poveri, come pedine di un gioco altrui o nel migliore dei casi come esseri minori da gestire.

Yunus vede i poveri come persone molto capaci, perché, nonostante abbiano tutte le condizioni avverse, riescono a sopravvivere, e soprattutto li vede come esseri reali, singoli individui, ognuno con le proprie particolarità e con la propria dignità a priori, per diritto di nascita. Yunus dimostra che i poveri sono solvibili, che si può prestare loro del denaro e ricavarne un profitto. Secondo Yunus ogni essere umano che nasce, grava sulla società in quanto CONSUMATORE, ma come IMPRENDITORE può avere incalcolabile importanza per la società. Chi visita TDF e ne condivide l'impostazione umanista, troverà questo libro illuminante, potrà godersi la prospettiva universale che propone e la fiducia nell'umanità e nel futuro.

Una delle regole di Grameen, la banca dei poveri, è che chi aderisce al programma del microcredito ed ottiene un prestito, si impegna a mandare i figli a scuola. E' evidente l'importanza che si dà all'istruzione come strumento per affrancarsi dalla povertà, dalla passività, dalla dipendenza. Nei paesi in via di sviluppo l'analfabetismo è ancora molto diffuso, soprattutto fra le donne, ma anche nei paesi avanzati ci sono bambini che abbandonano la scuola, c'è sfruttamento minorile, magari da parte di organizzazioni criminali. Pensiamo a cosa potrebbero fare soltanto un paio delle sedici regole di Grameen nelle realtà di degrado sociale, di emarginazione, regno di spacciatori e magnaccia, che tutti conosciamo; basterebbero queste due: "si devono mandare i figli a scuola" e "non si devono fare né subire ingiustizie". Chissà, magari si scopre che, la famosa "arte di arrangiarsi", con cui molti sopravvivono, con un facile accesso al credito e con le regole di Grameen, potrebbe diventare in poco tempo crescita, imprenditorialità diffusa, lavoro indipendente e creativo.

Anche chi si occupa di volontariato e partecipa alle iniziative di aiuto ai paesi poveri, magari in collegamento ad istituti religiosi, potrebbe vedersi schiudere insospettate prospettive di autentica solidarietà umana, non la solita perniciosa elemosina, che serve al benessere di chi la fa e non a quello di chi la riceve, quando mai la riceve. Yunus è assolutamente contrario agli aiuti internazionali ed alle diverse forme di elemosina e spiega in modo molto chiaro come e perché siano proprio un danno per i più poveri, perpetuandone la condizione.

Yunus ha scoperto che in moltissimi casi la differenza fra schiavitù e libertà, fra lavoro disperato per non morire di fame e lavoro dignitoso per migliorare la propria vita, si gioca su pochi dollari, e che ciò che rende un povero povero a vita, è la mancanza di quei pochi dollari. L'economia mondiale, la grande economia, quella che detta le regole per tutti, anche in campi che economici non sono, si basa sul credito. Si prestano, a spese di tutti i cittadini, cifre astronomiche alle grandi imprese, ma al singolo povero si negano prestiti di pochi dollari, ovunque nel mondo. Yunus dimostra che una banca può guadagnare, in economia di mercato, che ha un profitto, e non fa l'elemosina, prestando quei pochi dollari ai poveri.

L'accesso al credito, per sviluppare lavoro indipendente, permette a molta gente di rimanere nei villaggi, frenando l'estendersi delle baraccopoli ai margini delle grandi città e arginando così il diffondersi di ulteriore disperazione e miseria. Invece dello spostamento delle persone, Yunus incoraggia in ogni modo lo spostamento delle risorse e delle più attuali tecnologie. Con l'accesso al credito e con le attuali tecnologie, si può entrare nel mercato con un lavoro indipendente praticabile ovunque. Ed anche su questo punto TDF e Yunus sono sulla stessa lunghezza d'onda. TDF sente molto la necessità di seria analisi economica, sociale, politica di realtà sempre più diffuse come le micro-aziende, dei micro-imprenditori che si affacciano sul mercato con grande spirito d'iniziativa e spesso idee innovative, ma con poco denaro e con difficile accesso al credito, e rischiano di continuo di essere cacciati in una condizione di povertà nonostante siano in grado di sviluppare ricchezza. Serve proprio un'analisi a tutto tondo della precarietà delle microimprese, del lavoro indipendente, ed una seria analisi della povertà. La povertà non nuoce solo ai poveri, ma appiattisce le potenzialità di tutta la specie umana, è uno dei limiti del nostro mondo, da valutare e superare.

Yunus è originario del Bangladesh, ha studiato lì ed anche negli USA, ha vissuto negli USA ed avrebbe potuto restarvi, come tanti, fare una carriera universitaria, integrarsi egregiamente. Ma Yunus voleva tornare a casa, voleva essere utile al suo paese, contribuire alla sua crescita economica. Anche nel suo paese avrebbe potuto integrarsi, ha dimostrato di essere un valido industriale, facendo nascere e prosperare una fabbrica di contenitori e di scatole di vari tipi, ma non gli interessava arricchirsi lasciando tutto come stava. Avrebbe potuto vivere nella sua condizione privilegiata di insegnante universitario, ma voleva davvero aiutare il suo paese e così ha impiegato tutta la sua imprenditorialità per sconfiggere la povertà. Ha impegnato la sua propria, privata, personale, individuale, eccellente capacità imprenditoriale per un obiettivo di interesse generale, collettivo, di solidarietà umana, di impegno sociale. Questa è forse la lezione più importante che possiamo ricavare da Yunus e la più divergente dalla comune mentalità di mercato, che vuole le persone agire sempre e soltanto per proprio tornaconto, per il proprio profitto. Yunus dimostra che, se ci stanno a cuore gli esseri umani, è possibile creare imprese basate non sulla cupidigia ma sull'impegno sociale e che queste imprese possono essere competitive e dare profitto, possono inserirsi a pieno titolo in un'economia di mercato, migliorando la vita dei più deboli e non sfruttandoli.

Anche qui è evidente la convergenza di Yunus e TDF. TDF sostiene la fattibilità di imprese etiche e la necessità di scuole che accolgano al meglio gli immigrati e diano una formazione che metta in grado chi vuole tornare al proprio paese d'origine, di saper usare mezzi tecnologici avanzati, di saper insegnare ed intraprendere.

Yunus ci trasmette la consapevolezza delle grandi difficoltà che il microcredito incontra ovunque, perché il lavoro indipendente è osteggiato in tutti i paesi del mondo, non piace alle multinazionali, alle grosse imprese, ai governi tutti. Se il microcredito non riuscirà ad eliminare la povertà, non sarà a causa dei suoi intrinseci difetti, ma per volontà politica di chi ha potere: se il neonato non sopravviverà, non sarà perché è nato morto, ma perché verrà ucciso nella culla. Il libro serve a farlo vivere, perché altri mezzi d'informazione non ne parlano, e non dicono, per esempio, che Clinton e signora ne sono sostenitori.

Il microcredito è, alla fine, uno strumento internazionale, globale, per l'indipendenza delle persone, per la libertà ed anche TDF fa molto affidamento sulla libertà, per poter scegliere la via che crea futuro. Questo libro è fondamentale per chi sta dalla parte dell'umanità.

Gli ultimi giorni dei nostri padri - Joël Dicker

Durante la seconda guerra mondiale molti giovani sono costretti ad abbandonare le loro famiglie e i loro progetti per combattere. Paul Emile, per gli amici Pal, lascia l’anziano padre a Parigi e viene reclutato dai servizi segreti britannici: insieme ad altri ragazzi come lui dovrà sottoporsi a un duro addestramento prima di svolgere missioni ufficiali in Francia, con lo scopo di aiutare la Resistenza contro i tedeschi. L’addestramento si svolge nel sud dell’Inghilterra e in Scozia ed è massacrante, tanto che alcuni giovani non riescono a completarlo.

Pal fa parte di un gruppo che con il tempo diventa la sua nuova famiglia: c’è Gros, ingenuo e affettuoso, Claude, al quale la guerra ha impedito l’ingresso in seminario, Stanislas, che è il più anziano e si sente un po’ il padre di tutti. L’unica donna è Laura, ragazza inglese di buona famiglia, che porta una ventata di dolcezza tra gli orrori della guerra: lei e Pal si innamorano e cercano di portare il loro sentimento sano e salvo alla fine del conflitto, essendo costretti a separarsi per lunghi periodi durante le missioni francesi. Ognuno di loro ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa, anche fosse solo un fiore cresciuto in mezzo alla neve, per superare lo strappo dalla vita precedente, la totale incertezza sul futuro, la paura concreta di morire: è importante, quando si è in condizioni disperate, avere qualcosa per cui sopravvivere.

Oltre a fornirci elementi di carattere storico, Joël Dicker in questo romanzo si concentra sull’animo umano e sulle sue sfumature: in primo piano troviamo Pal, che si colpevolizza per aver lasciato solo il padre e per non potergli fare avere sue notizie secondo le regole dei servizi segreti; l’anziano signore aspetta ogni giorno il ritorno del figlio, non chiude più la porta di casa perché Pal possa entrare in qualsiasi momento. Vi sono scene, come quella del padre che prepara la sacca da viaggio per il figlio, che suscitano il pianto e trovo che Dicker sia straordinario nel sollevare emozioni in modo così genuino.

Un’altra figura significativa è il tedesco Kunszer, di stanza a Parigi all’hotel Lutetia: è un nemico, quindi dovrebbe essere determinato e spietato; in realtà ha perso l’amata nel bombardamento di Amburgo, è fragile e insicuro riguardo alle sorti della guerra e forse non gli importa gran che di vincere, tanto ormai la sua vita e l’umanità intera sono irrimediabilmente devastate. La premura che manifesta nei confronti del vecchio padre di Pal è un’altra delle vette che Dicker raggiunge nel parlarci dell’Uomo. Egli infatti non parla di buoni e cattivi, di alleati e nemici: parla di Uomini che, di qualunque fazione facciano parte, si ritrovano costretti a compiere azioni abominevoli, disumane. Sono Uomini che non si sentono più tali, smarriti davanti a ciò di cui l’Uomo è capace.

"Gli ultimi giorni dei nostri padri" è un grande romanzo e merita di essere letto anche da chi non è appassionato di storia perché di fatto non è la storia che ci racconta, ma gli Uomini che l’hanno fatta.