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Gli ultimi messaggi del Forum

Introduzione alla politica mondiale - Fabio Fossati

Il mondo è avvolto da una incredibilità quantità di spiegazioni e credenze in merito al proprio funzionamento. Del resto il pianeta terra è abitato da 7 miliardi di persone (circa), distribuite in circa 206 Stati (196 riconosciuti ufficialmente da tutti), e che professano le più svariate idee. Per farsi un'idea delle idee che circolano sul sistema-mondo e quindi la politica mondiale degli ultimi 200 anni e del presente il libro di Fossati, necessariamente sintetico, è estremamente utile. Il mondo (e facebook) sarebbe molto più silenzioso se chi volesse esprimere delle idee sulla politica internazionale fosse prima costretto a leggere e possibilmente meditare su questo 300 pagine dello studioso attualmente in forze presso l'Università di Trieste. La sola bibliografia occupa una quarantina di pagine. La sintesi è che la realtà contemporanea sembra davvero un guazzabuglio incomprensibile e che richiede spiegazioni multiple e aperte. Lettura di tipo universitario (testo di studio) e per curiosoni dalla mente aperta.

Il mestiere dello scrittore - Murakami Haruki

Libro che può servire per diventare scrittori? Non si può escludere. La sintesi estrema è: coraggio, disciplina, costanza e fortuna. Ovviamente nell'ordine. Molte annotazioni del testo sono comuni a tanta manualistica su questo genere di argomento. E' bello vedere che un libro di saggistica ha ben tre lettori in Bibliolandia (almeno in questo momento, agosto 2017).

Il nostro futuro - Alec Ross

Vale la lettura. Ovviamente per chi è interessato a comprendere il presente e a leggere il fluire del mondo con occhi abbastanza disinteressati e senza particolari ideologie. L'autore (ex collaboratore di Hilary Clinton e del governo americano) esamina i principali trend che vanno sotto il nome di globalizzazione: l'avvento della robotica (che non lo spaventa), l'evoluzione biomedica e l'allungamento della vita media (con tutti gli aspetti positivi e negativi), la codicizzazione del denaro (pagamenti sempre più elettronici), le nuove forme dei conflitti tra stati, i big data che tanto ci insegnano e ci raccontano, il ruolo dei paesi emergenti.... Sconsigliato a sovranisti, razzisti e narcisisti.

Plant revolution - Stefano Mancuso

Dal titolo e da altre cose che sapevo sull'autore mi aspettavo qualcosa di +. Mancuso presenta diverse informazioni sulle piante che in qualche modo potrebbero avere a che fare col ns futuro, ma le piante e le coltivazioni arboree rappresentano già delle rivoluzioni nel presente che invece mi paiono sostanzialmente assenti da questo testo per altro ben curato. Il problema è che il lettore si crea sempre delle aspettative rispetto a qualunque tipo di libro e se poi nelle pagine non trova quello che sperava di trovarci, magari non gusta bene quello che c'è. Confermo tuttavia che il titolo (Plant revolution) mi pare eccessivo rispetto al contenuto. Taglio del testo: discorsivo e divulgativo.

La mennulara - Simonetta Agnello Hornby

“La mennulara“ è un romanzo piacevolissimo da leggere, coinvolgente ed arguto oltre che scritto in un italiano nonostante la vicenda si sviluppi in Sicilia.

La storia inizia dalla fine e cioè dalla morte della protagonista, la mennulara appunto. Siamo a Roccacolomba, fantomatico paese siciliano, negli anni 60. La mennulara, fin da giovanissima era entrata a far parte della famiglia Alfallipe come domestica o meglio “criata”. Nel corso degli anni la sua intelligenza e il suo acume per gli affari le avevano permesso di prendersi cura del patrimonio della famiglia Alfallipe di cui era diventata amministratrice senza per questo smettere di svolgere il suo lavoro di domestica. Ma, tenendo le redini del loro patrimonio, la mennulara tiene anche quelle della famiglia Alfallipe: la vedova dell’avvocato Orazio e i suoi tre figli. Questi in passato sono stati dipendenti dall’accudimento della mennulara, ora lo sono dai denari che lei continua a procurare loro fino alla sua morte. Nel disperato tentativo di non dover rinunciare ai soldi a cui pensano di aver diritto sono anche disposti ad accettare la particolarissime condizioni che la mennulara detta loro riguardo al proprio funerale. È da qui avrà inizio una serie di eventi che non vogliamo svelarvi.

I tratti salienti di questo romanzo sono senza dubbio la sicilianità e la coralità.
La scrittrice attinge alle sue forti origini palermitane per descrivere un mondo complesso in un periodo storico di grandi cambiamenti. Così nel retaggio quasi feudale di rapporti immutati da tempi immemorabili si inseriscono nuovi fremiti politici e non manca, con le sue mille sfaccettature, la presenza della mafia. Si parla di famiglie abbienti, di notabili di paese così come di famiglie umili di origine ma dignitosissime. Il tutto in un intrecciarsi continuo di parentele, amicizie o frequentazioni più o meno casuali. Ed è attraverso le conversazioni o i ricordi di questi personaggi che a poco a poco si delinea la figura della mennulara, serva-padrona di cui ognuno serba un suo ricordo. Alcuni la disprezzano per avere tradito le proprie origini e ne mettono in risalto il carattere duro e impetuoso. Altri, e tra questi il dottore e il parroco, negli anni hanno imparato ad apprezzarne la profonda onesta’, il coraggio di affrontare una vita difficilissima e solitaria, la volontà fortissima di andare oltre i propri limiti sorretta da una grande intelligenza.

Scopriamo un personaggio molto complesso, e man mano che ne definiamo i contorni ci rendiamo conto che anche a noi lettori sarà difficile dimenticarlo.

Altro sono i suoi antagonisti. I tre fratelli Alfallipe si stagliano nitidi per la loro inettitudine. Tanto è forte la personalità della mennulara tanto scompaiono loro, sepolti non da grossi vizi ma da una stupidità diffusa. Altri personaggi rimangono felicemente nella memoria una volta terminata la lettura, come il vecchio capomafia o Pietro Fatta, vecchio amico a confidente di Orazio Alfallipe.
Un elemento affascinante del romanzo rimane quello dell’ironia. Un tratto lieve ma che permea con intelligenza tutto il libro senza interferire con i sentimenti forti che lo caratterizzano.

Ma il merito più grande dell’autrice probabilmente è quello di aver scritto il romanzo con una tecnica pittorica. È un grande affresco che inizialmente colpisce per la sua complessità e ti induce ad avvicinarti. E così a poco a poco si delineano i contorni e si ravvivano i colori in ogni particolare. E tutto trova un senso e una sua bellezza.

Il cacciatore di teste - Jo Nesbø

"Hodejegerne" (titolo originale dell’opera) è un romanzo del 2008, tradotto in Italia solo adesso, dopo l’enorme successo dello scrittore norvegese.
Per chi non lo sapesse Jo Nesbo è diventato un autore cult del genere thriller, grazie soprattutto al suo personaggio principale: Harry Hole.
La post-pubblicazione de "Il cacciatore di teste", può dipendere anche dalla sua estraneità con il personaggio sopra nominato.
Il primo consiglio, dunque, per approcciarvi a questo romanzo è quello di dimenticare Harry Hole.
Il cacciatore di teste è infatti un thriller totalmente differente rispetto alla “precedente” bibliografia di Jo Nesbo.
Si tratta di un libro che ha come base la sfida tra due uomini, che si esplica in una sorta di partita a scacchi, in una lotta fisica e psicologica.
Ancora una volta Nesbo predilige la costruzione dei personaggi, dimostrandosi abilissimo nella costruzione dei suoi protagonisti.
In questo caso al centro della vicenda avremo Roger Brown, narratore in prima persona che di mestiere fa il cacciatore di teste. Non pensate male: non è uno spietato serial killer in caccia di prede umane, ma semplicemente una specie di selezionatore di importanti figure professionali nel settore terziario.
Il suo metodo di selezione si basa su una sorta di interrogatorio a nove fasi, necessarie per acquisire informazioni verbali, non verbali e private.
Soprattutto a quest'ultime si dimostra attento Roger. L'intento è quello di carpire eventuali segreti del candidato, quali ad esempio la possessione di importanti opere d'arte da poter rubare. Già perchè, Roger nel "tempo libero" si dedica al furto di quadri di valore.
Roger viene descritto minuziosamente da Nesbo, anche nel suo aspetto fisico. Alto solamente 168 cm dimostra di sapersi destreggiare in un mondo in cui altezza equivale a mezza bellezza, e le maggiori cariche (almeno in Norvegia) vengono ricoperte da uomini alti. Altezza sinonimo di sicurezza, portamento e intelligenza.
In questo mondo di giganti, il normodotato Roger dimostra di saper sopravvivere, riuscendo anche a conquistare una donna più alta e che lo ama: Diana, appassionata d’arte che vorrebbe un figlio da Roger.

Tutto sommato dunque, le cose per Roger Brown non vanno malissimo, fin quando non si ritroverà a disquisire su un candidato ideale: Clas Greve.
Un candidato che non si lascia ingolosire dall'offerta, lasciando Roger Brown sulle spine e interdetto sulla questione. Da sottolineare come Clas dica di essere il possessore di un importante quadro: "La caccia al cinghiale calidonio" di Rubens.
Da qui comincia un gioco d’astuzia e intelligenza iniziale tra i due. Una gara in cui entrambi si studiano e cercano di rubarsi segreti, opere d’arte e affetti personali.
Una classica caccia tra cane e volpe, con all'interno numerosi falsi indizi, strade errate e incidenti stradali.
Da ottimo romanziere, Nesbo fa cominciare il suo romanzo dal vivo, dallo scontro materiale e simbolico tra i due protagonisti: un fragoroso incidente d’auto. Subito dopo invece ci ritroviamo nel mondo di Roger Brown fatto di tattiche, dubbi e riflessioni.
Dopo un inizio se vogliamo un po’ “commediato” il romanzo ingrana immergendo il lettore nel vivo della sfida, fino al classico finale thriller con colpi di scena e spiegazioni di sorta.
In sintesi dunque, Il cacciatore di teste si rivela un lavoro solido, con una trama interessante, buoni colpi di scena e dei personaggi che hanno poco da invidiare all’ottimo Harry Hole.

Il cerchio - Dave Eggers

Il romanzo è molto bello, anche se manca veramente di elementi di suspence "da thriller" (è invece assai sorprendente quando magari si introduce un sottotema erotico imprevisto); nel libro II si introducono i temi della Politica e della Religione, ma è il primo ad essere meglio trattato, il secondo è un po' abbozzato in un ottica superomistico-apocalittica...
Sebbene sia molto lontano da "1984" di George Orwell, credo che i patiti di 1984 ne traerebbero dei buoni spunti riflessivi.
E' scritto in modo perfetto, il difetto invece sta nel fatto che ci sarebbero volute altre 50/100 pagine più incalzanti.
Per quanto riguarda invece i temi "democrazia diretta/media/sicurezza e tecnologia/privacy/criminalità", Il Cerchio offre molto materiale interessante per dibattiti sulla modernità. E'una sorta di fantascienza inusuale, perché ambientata in un futuro prossimo...o forse nel presente?...

Populismo e stato sociale - Tito Boeri

Boeri ci propone una serie di ragionevoli motivi per non essere populisti e per gestire il fenomeno migratorio e il sostegno occupazionale con criteri intelligenti. Ma si può stare certi che le analisi ragionevoli sulla gestione dello stato sociale, sul sostegno all'occupazione e sul fenomeno migratorio non saranno seguite. Il populismo ha ripescato e rinfrescato molti stereotipi comodi e facili (dall'antipolitica all'avversione per la burocrazia e lo Stato, dalle soluzioni "semplici" affidate ad un "uomo forte" fino all'odio per gli altri e verso gli stranieri. Fino al bisogno di trovare dei capri espiatori per situazioni di crisi e difficoltà), che non è facile disinnescare. Oltre tutto la politica tradizionale non è certo immune da critiche e limiti. Speriamo solo di .. "cavarcela" senza dover adottare ricette populiste.

Chimaira - Valerio Massimo Manfredi

Chimaira, romanzo uscito nelle librerie nel 2001 per la casa editrice Mondadori, appartiene al filone del thriller archeologico, genere in cui le trame gialle si fondono con la storia antica.
Scritto da Valerio Massimo Manfredi, apprezzato studioso e archeologo oltre che romanziere di sucesso, il libro ci trasporta in una Toscana che diventa terra di delitti compiuti da un’entità sovrannaturale.
"Chimaira", parola che in greco significa chimera, narra infatti di un giovane archeologo, Fabrizio, che si reca a Volterra per esaminare da vicino la statua etrusca di un misterioso bambino.
Fin dal giorno del suo arrivo però, si susseguono nei luoghi circostanti a quelli in cui risiede delle morti raccappriccianti: alcune persone vengono letteralmente sbranate da uno strano animale che non rientra nel novero di quelli conosciuti.
Con l’aiuto di Francesca, una dipendente del Museo di Volterra, Fabrizio riesce a dipanare il mistero che avvolge queste morti e che risale a quasi 2500 anni prima, all’epoca etrusca, quando un eroe del posto è costretto a patire una morte ingiusta perchè il governatore locale si è invaghito di sua moglie.
Tutta la storia, che si incentra su un argomento misterioso e non molto conosciuto dal lettore comune, è ricca di pathos, suspense e orrore, elementi ben miscelati che s’inquadrano in una trama ben strutturata.

Ricco di colpi di scena e momenti di grande suspense, l’autore ha saputo bilanciare questi fattori creando un alone di mistero e imprevedibilità in una trama già di suo oscura e sempre più sconvolgente.
Questo non si può certo definire esclusivamente come libro storico, la parte “storica” del libro fa da cornice ad una vicenda che di storico ha ben poco e gli elementi presenti e passati si intrecciano in modo quasi indissolubile.
I personaggi sono decisamente attuali nei comportamenti e anche nelle espressioni del parlato, come è spaventosamente attuale la chimera che terrorizza la città di Volterra. Sul conto della chimera si potrebbe aprire un discorso, in quanto all’interno della storia questa bestia rappresenta il legame tra il passato e il presente, agisce da tramite, ricordando che ciò che è stato non può essere dimenticato completamente e prima o poi può ripetersi, che le ferite del passato possono riaprirsi nel presente.

La voragine - Luca Piana

La domanda che si pone Luca Piana in "La Voragine" punta dritta al bersaglio: com’è stato possibile che il Tesoro italiano – non uno sprovveduto piccolo Comune di montagna, ma il dicastero economico e finanziario dei super tecnici – abbia perso così tanti quattrini con i derivati? Per intendersi: nell’ultimo lustro, in media, Viale XX Settembre ha dovuto sborsare 4,7 miliardi all’anno (con una punta di 6,7 miliardi nel 2015) alle banche d’affari con le quali ha firmato questo tipo di contratti. Entro il 2021 ne serviranno altri ventiquattro, di miliardi. La traiettoria della risposta – il cuore del libro – è tutt’altro che lineare. E non si può esaurire, come vorrebbe la difesa d’ufficio, nell’inevitabile "rischio di mercato" connaturato a strumenti così incandescenti da provocare quasi sempre dolorose scottature.
Piana, firma economica del settimanale L’Espresso, cerca allora di sbrogliare la matassa prendendo le misure a quel «buco nei conti pubblici di cui nessuno parla». Anche perché – ed è la parte più interessante del lavoro – i governi italiani hanno sempre cercato di porre il segreto sui contratti firmati negli anni con le banche. Solo negli ultimi tempi iniziative parlamentari e giudiziarie, fra le quali quella dei magistrati contabili della Corte dei Conti, hanno permesso di "vedere" (parzialmente ) le carte che Piana ha invece con cura analizzato. Da parte sua, il Tesoro si è sempre difeso sostenendo che si tratta di perdite solo potenziali. Peccato che, proiezioni statistiche alla mano, la probabilità che le perdite potenziali si traducano in costi reali è di nove su dieci.
Il bubbone "derivati di Stato" è scoppiato a inizio 2012, quando l’allora esecutivo d’emergenza nazionale guidato da Mario Monti dovette staccare un maxi-assegno a Morgan Stanley per chiudere un’opzione swap. In questo tipo di operazioni, all’inizio, l’ente pubblico – nella fattispecie lo Stato, ma può essere anche una Regione o un piccolo Comune – riceve una sorta di prestito, un anticipo che tuttavia sarà costretto a pagare in futuro a carissimo prezzo. Una boccata d’ossigeno nel breve termine si traduce cioè in una polmonite alla distanza. A tal proposito, il capitolo «Da Milano a Buscemi» fornisce una casistica che in certi casi ha del parossistico sulle operazioni con i derivati fatte dagli enti locali, anche piccolissimi, in tutto lo Stivale. A partire dalla vicenda che ha interessato il comune di Albese con Cassano, 4mila abitanti, fra i due rami del lago di Como, che avrebbe potuto costare alle casse dell’amministrazione quasi mezzo milione di euro se il contratto – firmato per avere delle risorse immediate di qualche decina di migliaia di euro – dopo essere stato rinegoziato non fosse stato chiuso in anticipo con un esborso di 25mila. Il guaio è che nei primi anni 2000 il Tesoro si è comportato esattamente come il piccolo Comune lombardo: ha sottoscritto scientemente pericolosi derivati per fare cassa, per avere denaro fresco subito, assumendo però un rischio sproporzionato, rischio che sarebbe stato pagato oltre misura negli anni successivi.
Il problema pertanto, spiega bene Luca Piana, sono i tipi di contratti firmati. Il Tesoro ha sempre sostenuto che servivano per proteggere i conti pubblici da un aumento dei tassi d’interesse sul debito, vista la natura in origine "assicurativa" degli strumenti. Ma "La Voragine" dimostra che questo tipo di derivati – di natura assicurativa, cioè, come i contratti "cap" – non sono presenti nel portafoglio del Ministero. E non lo sono perché comprarli costa già all’atto della stipula: bisogna cioè scucire quattrini per pagare la controparte. Abbondano invece le operazioni di natura puramente speculativa, come le cosiddette opzioni "swaption": era proprio di questo genere uno dei contratti che obbligò Monti a scucire 3,1 miliardi di euro a Morgan Stanley.

ˆI ‰miei amici cantautori - Fernanda Pivano

Fernanda Pivano è stata giornalista, scrittrice, traduttrice e critica musicale, la sua ricca e poliedrica attività l'ha portata ad essere testimone di avvenimenti e personaggi letterari profondamente radicati nella cultura del secolo scorso.
Figura di rilievo nella scena culturale italiana, protagonista e testimone dei più interessanti fermenti letterari del secondo novecento, amica, ambasciatrice e complice di autori leggendari, a lei si deve la pubblicazione e la diffusione in Italia degli autori della cosiddetta "Beat Generation".
Nel libro “I miei amici cantautori” sono raccolti i contributi della Pivano su cantautori conosciuti dalla scrittrice nel corso della vita. I due curatori Sergio Sacchi e Stefano Senardi tentano di spiegare l’amore che la Pivano ha provato per musicisti e cantautori, e attraverso un’intervista all’autrice cercano di scavare sino ai primi rapporti di Fernanda Pivano con la musica.
L’avvio del libro non è affidato ad un musicista, ma ad un evento che ha scritto una pagina della cultura in generale e della musica in particolare: Woodstock.
Inizia poi la “presentazione” dei musicisti, un viaggio nello spazio e nel tempo: dall’Olimpo di Dylan, letto come poeta e profeta di una generazione, a De Andrè colto mentre musicava l'Antologia di Spoon River, viene riportata l’introduzione redatta per “De Andrè il corsaro” in cui la Pivano affronta l’annoso confronto tra Dylan e Fabrizio. Poi si giunge a personaggi più recenti come Vasco Rossi, Jovanotti, Ligabue e Vinicio Capossela. Si parla anche di Jim Morrison, del quale sottolinea il profondo lato poetico, di Kurt Cobain, Bruce Springsteen, Laurie Anderson, Lou Reed e Francesco Guccini in un’inedita intervista sui rapporti del cantautore di Pavana con l’America e la letteratura stelle e strisce.

La Pivano parlando di Fabrizio De Andrè: "Si dice che Fabrizio sia il Bob Dylan italiano, perché non dire che Dylan è il Fabrizio americano?"

Gli scritti della Pivano presentano tutti il suo caratteristico stile, uno stile nostalgico ed entusiasta allo stesso tempo. Questo libro è indicato per tutti coloro che amano la buona musica e la vera cultura italiana, di cui la scrittrice rappresenta un personaggio fondamentale.

R: L' eleganza del riccio - Muriel Barbery

Il tema affrontato non è nuovo, parlando di due personaggi che all’apparenza sono sottomessi e poco capaci, ma che in realtà sono proprio l’opposto. E questo opposto, alla fine, come Cenerentola diventa una principessa, viene messo alla luce.
La protagonista principale è Renée, una signora che si presenta come "vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante".
Renée ha 54 anni e da 27 lavora come portinaia in un palazzo "al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi". Un palazzo elegante, abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria.
Tuttavia, almeno al lettore, questa rozza portinaia si presenta ben prima della sua descrizione con una colta conversazione su Marx e la sua "Ideologia tedesca". Qual è dunque la verità?
Renée ama coltivare la sua immagine esteriore con tutti gli stereotipi dei portinai: tiene accesa la tv tutto il giorno, anche se nel retro magari ascolta musica classica; oppure parlando con gli inquilini, pur accennando a cose estremamente colte, cerca di rendere più volgare, volutamente, il suo linguaggio. Anche se poi si sente male quando sente questa gente altolocata fare strafalcioni con la lingua. O anche acquista cibi e prodotti della mediocrità consumista che ci si aspetterebbe da lei. Intanto però non risparmia citazioni di Kant o Proust.
Questo trucco per lei è una difesa. Non ama mettersi in mostra, e in questo modo può continuare a coltivare il suo hobby autodidatta – che non si ferma alla musica, ma spazia in moltissimi campi e in modo approfondito, adora l’arte, la filosofia e soprattutto la cultura giapponese – privatamente.
Nello stesso palazzo abita Paloma Josse, figlia di un deputato, ex ministro, che abita uno dei lussuosi appartamenti. E’ una ragazza dodicenne, fin troppo intelligente. Allo stesso modo di Renée, ma per motivi diversi, Paloma cerca di nascondere questa sua qualità facendo finta di essere una ragazzina discreta, imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre.
In realtà, segretamente, osserva con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda. Prova pure ad abbassare le prestazioni a scuola ma è lo stesso difficile, e non può fare a meno di essere la prima della classe. Tuttavia questo la disturba, "siccome nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace".
Paloma ci viene presentata attraverso un diario, pagine e pagine in cui si racconta e narra l’ambiente in cui vive, la sua ipocrisia. Finché stanca della vita, decide di togliersi la vita il giorno del suo tredicesimo compleanno. Anche se forse è la figura più debole e meno costruita del romanzo, nell’intreccio è interessante per il punto di vista.
Renée e Paloma vivono due vite distinte, nessuna delle due sa dell’altra, e si continuerebbe così – a metà del libro infatti il ritmo praticamente cessa – se non entrasse Monsieur Kakuro Ozu, un non più giovane signore giapponese, la cui raffinata natura, che porta in sé il meglio del mondo orientale, ha il dono di guardare lontano e smascherare le due figure.
Egli riesce infatti a vedere le qualità nascoste di Renée che, sorpresa, si domanda come abbia fatto. E una volta che fa lo stesso con Paloma, avvicina la ragazzina e la signora, le fa incontrare facendo così nascere un nuovo scambio. Da questo momento il romanzo riprende ritmo in maniera vorticosa, fino alla fine dove avverrà una catastrofe.
D’altronde l’identità nascosta di Renée non dovrebbe essere così celata. Per esempio ha chiamato il suo gatto Lev, in omaggio a Tolstoj – di cui il libro ha parecchi riferimenti, specialmente riguardo "Anna Karenina". Però troviamo che in quel palazzo le persone hanno troppa puzza sotto il naso per accorgersi di qualcosa, e tra la loro eleganza e la rozzezza di Renée, alla fine è la raffinatezza di quest’ultima a trasparire – elegante come un riccio, secondo Paloma: "Fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti."
Questo libro racconta l’ipocrisia dominante in questi ambienti ma anche, sottilmente, una lotta di classe non comune, che appartiene sia alla portinaia che alla figlia di una famiglia ricca, nauseata dagli stessi stereotipi che sono creati per mantenere l’apparenza. Lo scontro tra interiorità ed esteriorità è creato in maniera originale.
Il tutto è condito da un’ironia molto garbata che, utilizzando una cultura profonda – grazie alle conoscenze dell’autrice – conferisce un risvolto umoristico e leggero a tutta la storia.
Il romanzo ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Georges Brassens 2006, il Premio Rotary International e il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.