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Frammenti di felicità - Anne Østby

Vi siete mai chiesti che cosa sia la felicità? Se vi metteste a riflettere anche solo qualche minuto vi accorgereste che i momenti in cui siete stati più felici erano quelli scaturiti da cose semplici e piccole, come il sorriso di chi amate o una sorpresa inaspettata.

"Frammenti di Felicità" di Anne Østby, edito da Garzanti, mette al centro del suo bellissimo racconto d’amicizia proprio la gioia, quella che però scaturisce dal levare, invece che aggiungere alla propria vita. Una felicità che non può essere costante, ma che si fa forza di piccoli istanti che si accumulano, come frammenti di cioccolato dentro al nostro stomaco.

Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico c’è una piccola isola dove la terra incontra il cielo e il mare è così cristallino da riempire gli occhi di meraviglia. È qui che Kat ha scelto di vivere trovando nelle onde calde di sole e nelle distese di sabbia bianchissima frammenti di una felicità più grande. Una felicità costruita con pazienza, pezzo dopo pezzo, e che ora è pronta a condividere con le amiche di una vita. Per questo invia a ognuna di loro una lettera: per sfidarle a rischiare, a lasciarsi alle spalle tutto quello che non ha funzionato e ricominciare insieme all’ombra delle palme.

Le bacche di cacao, così come sono, sono amare, quasi immangiabili. Per diventare il cioccolato di cui tutti amiamo riempirci la bocca, c’è bisogno di un lungo processo di raffinazione. Ecco, le protagoniste di questa storia, Kat, Sina, Maya, Ingrid e Lisbeth sono esattamente come le bacche: arrivano nel bel mezzo del Pacifico che, nonostante gli oltre 60anni, sono grezze. Hanno accumulato dispiaceri, perdite e quant’altro e hanno bisogno di levare quel superfluo per comprendere cosa voglia dire davvero vivere ed essere felici e diventare cioccolato, impossibile da non amare.

Østby ci regala un’opera frizzante, perfetta per questo clima, in grado di emozionare e di ricordarci l’importanza dell’amicizia. I tratti di queste donne, così assolutamente diverse tra di loro, sono riconducibili comunque ad uno schema comune che permetterà a qualsiasi lettrice di trovare il suo specchio. Frammenti di felicità è in grado di raccontare più intrecci senza mai perdere il cardine centrale e senza mai peccare di superficialità. L’atmosfera che l’autrice riesce a trasmettere ti fa sentire gli odori e i sapori sulla tua pelle e basta leggere qualche riga per sentirsi trasportati nelle isole Fiji, dove i problemi non è che smettono di inseguirci, ma diventano solo più semplici da affrontare.

Levando il superfluo Østby offre un romanzo gustoso, evocativo che ci racconta come la vita, a qualsiasi età, è in grado di regalarci occasioni straordinarie che tocca solo a noi saper cogliere.

Buona lettura.

Quando Teresa si arrabbiò con Dio - Alejandro Jodorowsky

E’ difficile scrivere di Alejandro Jodorowsky, uno scrittore poliedrico con varie qualità che lo rendono un autore istrionico e un uomo ancora più affascinante e pieno di charme. Scrittore, poeta, drammaturgo, sceneggiatore di comics, esponente del teatro d’avanguardia, regista di film culto, come “El topo”e “La montagna sacra”, nasce in Cile nel 1929. Figlio di immigrati ebrei-ucraini, si trasferisce nel 1953 a Parigi, la città dove vive tuttora e dove hanno inizio le sue molteplici attività artistiche. Ha lavorato anche con Franco Battiato in “Musikanten” interpretando Ludwing van Beethoven e ha partecipato a Cannes con il film La danza de la realidad. Divulgatore e inventore della psicogenealogia, una corrente filosofica che usa l’espressione artistica a fini terapeutici, ogni mercoledì legge brani a una folla di ragazzi, davanti al Café Le Téméraire di Parigi. Quando Teresa si arrabbiò con Dio è la saga dei Jodorowsky, la sua famiglia, che ha inizio con la storia, raccontata fra realtà e fantasia, della nonna Teresa, che dà il titolo all’opera.

"Nel 1903 mia nonna Teresa, madre di mio padre, si arrabbiò con Dio e anche con gli ebrei di Dnepropetrovsk, in Ucraina, perché continuavano a credere in Lui malgrado la micidiale inondazione del fiume Dnepr. Durante l’alluvione era morto Giuseppe, il suo figlio prediletto. Dopo il funerale, inseguita dal marito e stringendo a sé i quattro piccini che le rimanevano, entrò come una furia in sinagoga, irruppe nella zona che le era vietata in quanto donna, spintonando gli uomini e imprecò: i tuoi libri mentono! Non hai fatto niente per salvare il mio povero Giuseppe. Ho rispettato i tuoi 613 comandamenti, non ho fatto male a nessuno, ti ho amato più dei miei genitori,ho dato un santo focolare alla mia famiglia, ho cucinato e spazzato pregando, mi sono lasciata rasare in testa in tuo nome, e tu, ingrato, che cosa mi hai fatto! Dinanzi al tuo potere di morte il mio bambino non è stato che un verme …"

Teresa non riesce a placare il suo dolore e rinnega la fede ebraica per il resto della sua vita, costringe Alessandro, suo marito, insieme ai suoi figli, ad andar via dalla Ucraina e da quella vita ormai ridotta alla miseria. A Marsiglia s’imbarcheranno su di una nave in partenza per il Cile mentre altre vicende vedranno i nonni materni imbarcarsi per l’Argentina. Dai nonni paterni Alessandro Levi e Teresa, a quelli materni Alessandro e Jashe, ai suoi genitori Giacomo e Sara, fino all’anno di nascita del nostro autore, il 1929, le vicissitudini di questi protagonisti seguono il corso di un inizio secolo segnato dalle prime migrazioni per l’antisemitismo, dagli ideali della rivoluzione russa e dalla drammatica dittatura staliniana. Le loro vite singolari, narrate in questo romanzo, ci condurranno in Cile, allorché Teresa diverrà una delle organizzatrici delle rivolte operaie come anche l’incontro che Giacomo, il papà del nostro autore, ateo convinto, ha con Luis Emilio Recabarren, fondatore del partito comunista cileno, divenendone un amico inseparabile. Le loro storie proseguiranno fra mito e realtà fino all’incontro magico di Giacomo con Sara che sigillerà la nascita di Alejandro, descritta a suo modo nel libro:
"… passai la gestazione finché non venne il momento esatto in cui avevo deciso di nascere: il 24 ottobre 1929, alle dieci del mattino, giornata mondialmente nota come il Giovedì Nero. A quell’ora scoppiò la crisi economica negli Stati Uniti e si estese a tutto il pianeta. Chiusero le banche, una dopo l’altra, e con ciò paralizzarono l’industria. Il Cile fu il paese più colpito dalla catastrofe. Gli stabilimenti di salnitro chiusero e un quarto della popolazione cadde in miseria. Il negozio dei miei genitori “ Casa Ucraina” per mancanza di clienti fallì. I miei genitori, con me fra le braccia, si trovarono dalla sera alla mattina senza un centesimo, a dormire in spiaggia e a dover far la coda davanti al municipio, fra i minatori affamati, per ottenere un piatto di minestra gratuito".

Alejandro Jodorowsky è un autore particolarmente visionario e in questo romanzo fonde la sua cultura yiddish, il cosiddetto "galgenhumor" alla cultura del realismo magico latinoamericano delle sue origini, mescolando la storia della memoria dei suoi antenati con figure immaginarie determinando un romanzo in bilico tra realtà e favola. Senza dimenticare che Jodorowsky è anche un autore di cinema, Quando Teresa si arrabbiò con Dio è un libro ricco di humour, magia e surreale che merita di essere letto perché comunque la realtà è la trasformazione progressiva dei sogni, non c’è altro mondo se non quello onirico.

L' uccello che girava le Viti del Mondo - Murakami Haruki

L’uccello che girava le viti del mondo di Haruki Murakami (Einaudi) è quantomai attuale: un percorso intimo, una ricerca profonda, profonda come l’esperienza di calarsi in un pozzo senza più acqua e fermarsi li, perché li si è perso qualcosa, qualcosa si è interrotto e solo da li è possibile ricominciare.

Okada Toru, anche detto Signor Uccellogiraviti, è il protagonista di questo viaggio all’interno del sé, un sé mediocre dimentico del proprio io, cullato da un’esistenza mesta e senza pretese.

Finché da un giorno all’altro sua moglie, della quale è profondamente innamorato, ma anche di questo probabilmente si è dimenticato, lo abbandona apparentemente senza alcun motivo, dando l’avvio a una narrazione che mescola il giallo al romanzo d’avventura il cui scenario è l’inconscio del protagonista.

Qui entrano in scena personaggi assurdi, venuti da lontano, apparentemente estranei, ma legati ad Okada da un cordone ombelicale nascosto nel tempo; ognuno a suo modo lo guiderà verso la riscoperta di sé stesso.

«Chiusi gli occhi, volevo dormire. Passo molto tempo prima che riuscissi ad addormentarmi. Poi sprofondai in un sonno tranquillo, lontano da tutto e da tutti.»

Il sonno e il sogno sono i co-protagonisti del percorso di Okada Toru all’interno delle proprie viscere, sono come una placenta dalla quale ogni volta deve tirarsi fuori per attraversare mondi e spazi e tempi differenti per ritrovare sua moglie e alla fine di tutto il filo perduto della sua vita.

«Andai in giardino, aprii il coperchio del pozzo e mi sporsi a guardare dentro. Buio pesto, come sempre. Ormai conoscevo quel pozzo come se fosse un’estensione del mio corpo…»

Murakami è un autore sorprendente, capace di passare da un comune romanzo d’amore un saggio sulla corsa come mezzo di auto-miglioramento a opere come questa in cui, accanto alla grande ricerca sui temi, sui personaggi e sugli intrecci fra essi aggiunge un tocco surreale.

È capace di far passare per perfettamente normale il fatto che una persona passi un certo numero di ore al giorno in fondo a un pozzo, senza mai farti sorgere il dubbio che possa essere un’esagerazione o un’espediente per portare avanti il suo racconto.

La scrittura permette di leggere quest’opera da oltre 800 pagine con la voracità degna di un succulento pranzo di Natale, lasciando il lettore con quel senso di bella stanchezza che risulta dopo un lungo viaggio e con tante domande che si chiariranno solo con il tempo, ma già con la mente al viaggio successivo.

Aringhe rosse senza mostarda - Alan Bradley

Flavia de Luce, un’insolita undicenne appartenente a nobile famiglia inglese ormai decaduta, è la protagonista di “Aringhe rosse senza mostarda”, uno fra i vari romanzi a sfondo giallo scritto da Alan Bradley.

E’ questo uno dei libri della serie “I misteri di Flavia de Luce” (Flavia de Luce’s Mysteries) che ha come protagonista una ragazzina intraprendente e decisamente ficcanaso che, negli anni Cinquanta, vive insieme al padre e alle sorelle Ophelia e Daphne in un’antica magione, anche se la famiglia non possiede grandi ricchezze economiche essendo la mamma Harriet morta improvvisamente e non disponendo il padre di consistenti rendite proprie. A causa della mancanza della mamma, le tre sorelle seguono, forse un po’ troppo, i propri interessi. Ophelia appare frivola mentre Daphne è più colta e studiosa. Flavia, appassionata di chimica, è decisamente la più intraprendente e a qualsiasi ora gira qua e là per Bishop’s Lacey, il villaggio in cui vive, facendo spesso incontri poco adatti ad una ragazzina.

Durante una fiera consulta una vecchia zingara che le rivela qualcosa sia del passato che del futuro; una visione che attira la curiosità di Flavia ma che è interrotta da un incendio nella tenda della zingara. Non è l’unica volta in cui Flavia incontra la veggente che, in seguito, viene gravemente ferita al capo e trovata sanguinante proprio dalla protagonista abituata a scorrazzare per ogni angolo del paese a bordo di “Gladys” , l’inseparabile bicicletta.

Poco tempo dopo, a render più seria la situazione, ha luogo l’omicidio di un uomo di dubbia fama il cui corpo viene ritrovato appeso ad una statua. Flavia si appresta ad indagare per conto proprio per cercare la verità. La ragazzina è praticamente onnipresente: qui la si vede al ritrovamento del cadavere, là durante gli episodi salienti della storia di cui, naturalmente, non si può svelare il finale.

Perché il titolo “Aringhe rosse senza mostarda”?
“L’aringa rossa, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, era considerata un piatto di qualità inferiore e ancor oggi è definita una pietanza grossolana per uno stomaco volgare.”

All’apparenza, si fa riferimento ad alcuni personaggi poco onesti e stimabili della storia, ma, in inglese, “a red herring” è un’espressione idiomatica che ha ben altro significato: quello di una “falsa pista” che può essere seguita durante le indagini.

Non è la strada che percorre Flavia che, al contrario della polizia stessa, nella vicenda non si lascia depistare e mostra una maestria insolita per una ragazzina della sua età. La sua presenza rende il thriller decisamente meno crudo e adatto, quindi, ad un vasto pubblico di lettori più o meno giovani, a patto che vogliano seguire passo dopo passo i numerosi indizi ed avventurarsi nelle quattrocento pagine della storia.

Riscopriamoci misericordiosi - Misericordia Ponsacco Onlus

Libro meritorio. Racconti tutti dotati di un significato morale. Di una spinta etica verso il bene. Verso la speranza. Positivi. Alcuni più leggeri. Altri più profondi. Bene ha fatto la Misericordia di Ponsacco, con l'aiuto delle animatrici di Boscoborgo, a mettere insieme il concorso e a selezionare i racconti.

La vulnerabilità - Laura Capantini, Maurizio Gronchi

Queste riflessioni sulla vulnerabilità sono molto utili per riflettere sulla nostra condizione di fragilità. Una condizione che non è solo contemporanea, ma che nella contemporaneità assume uno stato tutto particolare, perchè si abbina ad un sentimento di onnipotenza (aggressiva) e ad un forte egoismo che pervade e conquista masse, popolo, gente. Il testo nasce e si abbevera della traduzione biblica e cristiana. Mi auguro che venga letto e meditato dal maggior numero di persone possibili. E' una medicina quella che ci somministra. Vivere con serenità e comprensione la propria e l'altrui vulnerabilità (inclusa quella di Dio) è un grande sforzo. Etico. E necessario.

Georgia - Francesco Trecci

Seconda fatica di Trecci, che va annoverato tra gli innamorati della Georgia, l'ex repubblica dell'URSS ed ora stato indipendente, collocato tra il Mar Nero e l'area del Caucaso. Si tratta di una simpatica guida turistica, scritta da uno che in Georgia ha viaggiato e si è trovato molto bene. Lettura piacevole, ma non si tratta di un guida turistica professionale. E' più una guida turistica passionale. Servono anche queste.

L' archivista - Cooley Martha

È risaputo che esistono "ombre" più coinvolgenti ed incisive, in arte, della realtà corporea stessa. Prova ne abbiamo avuto già in pittura con la splendida tela di De Chirico, "Mistero e malinconia di una strada", dove l'ombra di una bimba che gioca con il cerchio, crea una enigmatica ed inquietante emozione. E ora la suggestione si ripete in letteratura con il romanzo di Martha Cooley, L'Archivista, che Guanda ha portato in Italia nella bella traduzione di Barbara Lombatti. Questa volta la metaforica "ombra" è niente di meno che il grande poeta Thomas Stearns Eliot - che non è il protagonista del romanzo -, ma che ne ritma la pagina, punteggiata dall'appropriata e costante citazione che l'autrice offre dei suoi versi, creando quasi l'illusione di una magica voce fuori campo.

Quella della Cooley è una prodigiosa opera prima, armonioso mix di lingua immediata e di una vis letteraria sofisticata e densa di sottigliezze. Temi forti, che si intrecciano abilmente nella pagina, sono quelli dell'identità religiosa (conflitto tra giudaismo e cristianesimo) e soprattutto dell'incomunicabilità affettiva e quindi della tangibile paura di amare.
C'è un passo chiave - in chiusura del romanzo - che mette in luce chiaramente il problema - quando Matt (l'archivista, personaggio principale del libro) spiega a Roberta, l'ultima figura femminile entrata in scena, che il suo amore nei confronti di Judith - la moglie morta suicida - è stato insufficiente, inadeguato, perché - dice -: "...avevo troppa paura di lei, della sua ardente tenacia - della sua capacità di vedere e percepire - per amarla abbastanza. Nello stesso modo in cui lei mi amava".

L'autrice tiene a precisare che la sua è un'opera di finzione per cui "tutti i personaggi sono immaginari, tranne il poeta T. S. Eliot, la sua prima moglie e la sua amica Emily Hale. Nella realtà quest'ultima ha donato le numerose lettere ricevute da Eliot alla Princeton University".

La figura di Matt rende quasi inevitabile il rimando a Marcel Proust che - nel suo finissimo saggio Sulla lettura (titolo originale: Journées de lecture) - sembra tracciarci i lineamenti dell'innamorato dei libri, di colui per cui la lettura appunto "diventa la distrazione più nobile, soprattutto la più nobilitante, poiché il sapere e la lettura sono i soli a creare "le buone maniere dello spirito".

Siamo dunque di fronte - nel romanzo - ad un archivista di una grande biblioteca di Washington, votato a trovare nella lettura motivo di costante ed insaziato godimento interiore, custode gelosissimo del carteggio intercorso tra Eliot e l'amica americana Emily Hale. Quando Roberta chiede di vedere queste lettere, Matthias sospetta che la curiosità della giovane sia dettata anche da insoluti motivi personali - nodi non ancora sciolti - chiusi dentro la sua storia familiare: i suoi genitori sono infatti ebrei , fuggiti dalla Germania all'inizio degli eventi bellici, che hanno nascosto alla figlia la loro conversione dalla religione ebraica a quella protestante. Questo "occultamento" ha profondamente vulnerato e offeso la giovane.
L'archivista stesso è interessato non solo culturalmente, ma anche umanamente al carteggio dove ritiene si parli del dramma della vita coniugale di Eliot. Il parallelismo si fa forte tra la follia di Judith - moglie di Matt e quella di Vivienne, altrettanto sfortunata consorte del grande autore di Terra desolata e Quattro quartetti. Sia il poeta che il protagonista del romanzo si ritengono colpevoli di non sufficiente dedizione nei confronti delle mogli ricoverate in clinica psichiatrica, vittime dei loro "demoni" interiori, talmente devastanti da condurle all'annientamento di se stesse.

Un amore più caldo e generoso avrebbe potuto salvare Judith, la sventurata poetessa di origine ebraica, ossessionata dall'orrore dell'Olocausto e oppressa dall'incapacità di uscire dalla sua visione allucinata della realtà? E Eliot perché ha abbandonato Vivienne, privandola per lunghi anni della sua presenza fisica e spirituale?

I passaggi psicologici nella narrazione sono sottili, dosati con dostoevskijana bravura; specularità delle situazioni e rimandi intrigano sempre più il lettore (che, con buona probabilità, sarà anche stimolato a riprendere in mano i testi di Eliot - il poeta "inevitabile", che ha dato un svolta decisiva al mondo della poesia moderna).

Anche i personaggi minori hanno un loro considerevole spessore: la madre di Matt, così animata da "ferocia cristiana", il padre spietato, gli zii di Judith - Carol e Len - con tutto il loro bagaglio di segreti, svelato pian piano, quasi in epilogo della storia.

Struggente il diario di Judith che incontriamo nel cuore del romanzo, confessione di un'anima incompresa, che rivela tutto il suo strazio interiore, e fa drammaticamente capire al protagonista e a noi lettori - per dirla con Eliot - che: "...quello per cui i morti non trovavano parole, da vivi/Ve lo possono dire da morti: essi comunicano/Con lingue di fuoco al di là del linguaggio dei vivi".

Una più uno - Jojo Moyes

Jess Thomas è una giovane mamma single: donna delle pulizie e cameriera in un pub, fa i salti mortali per cercare di racimolare qualche soldo e dare una vita dignitosa ai suoi due figli, Nicky, un ragazzo che tutti definiscono particolare per il suo stile e la sua presunta omosessualità (e per questo motivo vittima di bullismo) e Tanzie, una maga con i numeri, un genio della matematica, capace di risolvere problemi molto complessi, ben al di sopra delle capacità di tutti i suoi coetanei. E a questo piccolo nucleo famigliare, protagonista di Una più uno, si aggiunge anche Norman, un cane gigante e bavoso, pigro e dolcissimo, soprattutto con la piccola Tanzie. Sarà proprio il viaggio per consentire a quest’ultima di cambiare la propria vita, a costituire l’occasione di incontro con Ed Nicholls, uomo d’affari accusato di insider trading e in attesa di processo; uno “strano viaggio dove le solite regole non valgono“, un viaggio difficile, non solo per i problemi oggettivi incontrati, ma anche per i caratteri che, costretti in uno spazio così piccolo, si rivelano nella loro essenza, nella loro veste più autentica.

Jojo Moyes riesce, con incredibile sapienza, a mostrarci mondi diversi, punti di vista diversi, emozioni diverse. Il dialogo incalzante ci rende inconsapevolmente partecipi di tutto ciò che accade, e ci tiene col fiato sospeso, pagina dopo pagina, nella spasmodica attesa di ciò che accadrà di lì a breve.

Una più uno si sviluppa in un arco di tempo relativamente breve, nel quale, tuttavia, i personaggi ormai allo sbando delle proprie vite, vedono crollare e risorgere le loro convinzioni e i loro sogni. Una storia d’amore quasi irreale, eppure così intensa, raccontata con straordinaria empatia.

E un messaggio, fondamentale, che rischiara l’intera vicenda: “a volte devi solo continuare a provarci”.

Scorrevole, leggero e allegro. Jojo Mojes regala ai suoi lettori un romanzo fresco, di scoperta interiore e ricerca di quei on the road - le tazzine di yokosentimenti che a volte bisogna solo aprire gli occhi per capire che sono lì, proprio davanti a noi.
Jess Thomas è una donna che guarda la vita affrontandola a viso aperto, cercando di smussarne gli angoli e saltarne come può gli ostacoli. E’ una mamma single con due figli adolescenti a cui badare, un lavoro serale in un pub e uno diurno in un’agenzia di pulizie. Le cose non vanno bene, l’ex-marito non passa gli alimenti e a fine mese ci arriva mostrando i denti.
Forse con un pò di cinismo e uno sguardo volto alle apparenze si fa da subito un’idea sbagliata di Ed. Lui sembra avere tutto, soldi, fascino, nessuno di quei problemi che tocca i comuni mortali… non sa quanto è andata lontana dalla realtà!
Edward Nicholls, ancor prima di essere considerato un uomo d’affari, è un povero sgraziato. Era a un passo dal diventare tutto quello che Jess immaginava di lui, ma un piccolo stupidissimo errore fa crollare tutti i castelli di carta e il grande impero di software diventa un ricordo lontano. Ora c’è solo l’attesa del processo che gli pende sulla testa come una spada di Democle.

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

È vietato leggere i classici della letteratura come “Lolita”, “Il Grande Gatsby”, “Orgoglio e pregiudizio”. È vietato alle donne mostrarsi senza velo, ridere o truccarsi, perché ritenuti atteggiamenti “inopportuni”. Questi sono solo alcuni degli aspetti della Repubblica Islamica in Iran, a cui un seminario clandestino composto da sole donne cerca di sfuggire almeno quelle poche ore alla settimana.

Leggere Lolita a Teheran, ambientato a Teheran, è un romanzo autobiografico. Racconta la storia di una professoressa di letteratura inglese, Azar Nafasi, dal 1979, data della salita al potere dell’ayatollah Khomeini, al 1981, quando decide di dare le dimissioni e creare un seminario privato. È proprio da qui che inizia il racconto: la professoressa Azar organizza ogni giovedì nel suo salotto un seminario di letteratura composto da sole donne, le sue sette studentesse più meritevoli. Gli incontri sono clandestini: devono rimanere segreti perché si leggono libri proibiti, considerati specchi della empia cultura occidentale.

In questo “spazio magico”, tra caffè e pasticcini, le ragazze possono sentirsi libere di esprimersi e di mostrarsi senza velo o senza nessun simbolo imposto loro dall’opprimente Repubblica islamica. Nel rifugio del salotto le studentesse ritrovano la loro personalità, i loro colori e il loro essere donna.

Gli autori e i loro libri vengono reinterpretati secondo le vicende personali delle ragazze e, seppur all’inizio con qualche timore, il gruppetto impara a lasciarsi andare e ad affrontare diversi temi, anche quelli più scottanti.

Il seminario dura circa due anni ed è per tutte un appuntamento irrinunciabile, la loro “ora d’aria” in quella prigione chiamata realtà.

Da lì Leggere Lolita a Teheran si sposta sulla vita di Azar come insegnante e sulla sua continua lotta per far comprendere l’importanza della letteratura non come semplice specchio della realtà ma come “epifania della verità”. Azar è fermamente convinta che i libri siano la vera forma di ribellione perché tramite essi si può capire la realtà e la propria condizione.

Durante i suoi corsi all’università, prima di Teheran e poi di Allameh Tabatabai, grazie o a causa del suo programma che prevedeva la lettura di Lolita, Il Grande Gatsby, Orgoglio e pregiudizio e Daisy Miller, Azar deve imbattersi nelle opinioni di diverse personalità: ci sono gli studenti fondamentalisti; i marxisti; le ragazze che nonostante il velo non riescono a nascondere occhi ribelli, occhi tristi o occhi impauriti.

Non bisogna tralasciare che sullo sfondo delle vicende viene descritta la lunga e logorante guerra contro l’Iraq, la quale non fa altro che peggiorare la situazione del popolo iraniano e mostrare ancora di più l’inutilità delle decisioni prese dai vertici del governo.

L' amore molesto - Ferrante Elena

Un corpo livido e gonfio galleggia sulle acque di Minturno. Sconcio, semivestito, addosso ha solo un reggiseno di una taglia troppo piccola e dalla foggia troppo moderna. Il seno straborda in una posa oscena. E’ quel che resta della vitalità di Amalia, la fine dopo una notte di bagordi. Oppure è solo quello che riesce a vedere sua figlia Delia, tornata a Napoli per ricomporre i cocci di una vita che è finita nei sottotetti dei ricordi.

L’amore molesto, romanzo di Elena Ferrante, scritto qualche anno fa e riedito dalla casa editrice E/O, è una lettura per cui molte parole non bastano a contenere tutta una serie di violenta e ribollente emotività. Non si sa molto sull’identità della scrittrice, qualcosa mi dice che sia una donna, certamente è qualcuno che sa far male con le parole, che sa sbattere la crudeltà in faccia al lettore, scavando a fondo con uno scalpello che tocca il timore, lambendo quella zona del quieto vivere che occlude la mente alle domande.
Delia, compie un’operazione di distacco che in pochi hanno il coraggio di fare, slega Amalia da sé e la fa persona, non più personaggio ammantato dall’aura rosea dell’infanzia.

Amalia ne viene fuori come una donna satura di sensualità, che ride con fare ammiccante, che trasuda un eros festoso e represso dal marito padrone, frustrato e violento. Forse ha un amante, o forse un uomo che la perseguita, o forse è solo fantasia di una bambina cattiva, una figlia vendicativa e sola che non può sopportare il peso di un distacco crudele, generato da un attaccamento mai nato.

Elena Ferrante, conosce bene il significato del perturbante nell’accezione più freudiana del termine, quell’oggetto che sconvolge per la sua non appartenenza a ciò che ci è noto, familiare. E, quell’oggetto è Amalia, è la madre, è l’heim, è la casa, è la patria. Amalia e Napoli in questo romanzo sono due facce della stessa moneta di solitudine e sopruso, un misero soldino che entità estranee si sono divertite a lanciare nell’aria di una città ferina come solo la loro può essere. Napoli è la città da cui Delia è fuggita per viaggiare altrove, Napoli sembra aver generato Amalia e le sue colpe congenite, è come una madre reietta da cui stare alla larga che ha partorito uomini volgari e sguaiati, portatori malsani di una sessualità che suscita disgusto. Padri, mariti di donne consumate dalla maldicenza, recluse in case scrostate che mai hanno custodito un momento di gioia.

Delia è un’entità incompiuta che riesce a risolversi forse, solo nel finale, nell’unico gesto di amore incondizionato verso Amalia. Quello della resa, dell’accettazione, dell’identificazione in una Amalia che è stata, non più madre ma donna, con i suoi peccati, con i suoi misteri.

La treccia - Laetitia Colombani

La treccia (Editrice Nord), romanzo d’esordio della sceneggiatrice, regista e attrice francese Laetitia Colombani, è stato un fenomeno editoriale, una vera rivelazione, fin dalla sua prima uscita in Francia: dopo aver suscitato l’interesse di molte case editrici straniere alla London Book Fair dello scorso anno, è ora in corso di traduzione in 26 paesi.

Proprio come indicato dal titolo, il romanzo racconta di tre donne legate da una treccia o, in altre parole, di tre destini uniti come le ciocche di una treccia.
India, Italia e Canada. Smita, Giulia e Sarah. Donne diverse in luoghi diversi che nulla sembrano avere in comune; eppure, senza conoscersi e senza esserne consapevoli, animate da uno stesso coraggio, queste tre donne condividono una battaglia per la libertà, contro le discriminazioni e contro i pregiudizi.

Villaggio di Badlapur, Uttar Pradesh, India:
Smita è una dalit, un’intoccabile, una razza a parte, giudicata troppo impura per mescolarsi agli altri, un rifiuto spregevole che va scartato. Come lei, milioni di altre persone vivono ai margini dei villaggi, della società, alla periferia dell’umanità:

“Ogni mattina lo stesso rituale. Come un disco rotto che suona all’infinito la stessa sinfonia infernale, Smita si sveglia nella squallida baracca in cui vive, nei pressi dei campi coltivati dai jat. Si lava la faccia e i piedi con l’acqua che la sera prima ha preso al pozzo riservato ai dalit. Impossibile avvicinarsi all’altro, quello delle caste superiori, sebbene sia più vicino e accessibile. C’è gente che è morta per molto meno. Smita si prepara, pettina i capelli di Lalita, dà un bacio a Nagarajan. Poi raccoglie la sua cesta di giunco intrecciato, la cesta che era stata di sua madre e la cui sola vista le dà il voltastomaco, quella cesta dall’odore persistente, acre e indelebile, che porta tutto il giorno come si porta una croce, un fardello osceno. Quella cesta è il suo calvario. Una maledizione, un castigo. Forse per una colpa commessa in una vita precedente, da pagare, espiare. Questa vita in fondo non è più importante di quelle passate, né di quelle a venire, è solo una delle tante, diceva sua madre”.

Palermo, Italia:
Giulia è una ragazza decisa e intraprendente che non frequenta, come i suoi coetanei, bar o discoteche. Preferisce il silenzio ovattato della biblioteca comunale, in cui si reca ogni giorno all’ora di pranzo: lettrice insaziabile, Giulia adora la quiete delle grandi sale tappezzate di libri, turbata soltanto dal fruscio delle pagine.

“Da quasi un secolo, la sua famiglia vive della « cascatura », la tradizione siciliana di conservare i capelli tagliati o caduti spontaneamente per ricavarne parrucche e toupet. Fondato nel 1926 dal bisnonno di Giulia, quello della famiglia Lanfredi è l’ultimo laboratorio di questo genere ancora in attività a Palermo. Dà lavoro a una decina di operaie specializzate che districano, lavano e trattano le ciocche di capelli che, una volta assemblate, vengono spedite in Italia e in Europa. Il giorno in cui aveva compiuto sedici anni, Giulia aveva deciso di lasciare la scuola per aiutare suo padre al laboratorio”.

Montréal, Canada:
Ogni giorno che comincia, per Sarah Cohen, equity partner del prestigioso studio legale Johnson & Lockwood, uno tra i più rinomati della città, è una continua lotta contro il tempo. Da quando si alza, fino a quando si rimette a letto:

“Ogni mattina si sveglia alle cinque. Non c’è tempo per dormire, ogni secondo è contato. La sua giornata è cronometrata, millimetrata, come i fogli di carta che compra ogni anno per le lezioni di matematica dei bambini. Sono lontani ormai gli anni della spensieratezza, prima del lavoro, della maternità, delle responsabilità. […].
Sarah aveva costruito un muro perfettamente ermetico tra la sua vita professionale e quella familiare; ciascuna seguiva il proprio corso, come due rette parallele che non s’incontrano mai. Era un muro fragile, precario, che ogni tanto si crepava e che un giorno, forse, sarebbe crollato. Ma non le importava”.

Sono tre donne che si trovano ad un punto cruciale della loro esistenza.

Smita ha preso una decisione che fin da subito le è apparsa irrevocabile: sua figlia andrà a scuola. Non porterà Lalita con sé, non le non mostrerà il lavoro dei pulitori di latrine; e quando il suo progetto sembra perdere ogni possibilità di realizzarsi, troverà il coraggio di lasciare tutto, di fuggire con la figlia alla ricerca di un futuro migliore.
Giulia, invece, dopo l’incidente che ha lasciato il padre in coma, ha scoperto che l’impresa di famiglia si trova sull’orlo del fallimento. Contro il parere della madre e della sorella maggiore e dopo molti ripensamenti, la giovane troverà nuove strategie per salvare l’azienda e, con esse, l’amore.
Sarah, cerca in tutti i modi nascondere la malattia – il cancro – al suo capo, ai colleghi, ai figli e, in fondo, anche a se stessa, così da non dover rinunciare al ruolo di donna e di avvocato di successo che ha faticosamente raggiunto.

Ma quello dello studio legale è un ambiente che non perdona alcun momento di debolezza, né ammette una malattia dal decorso lungo, insidioso, che logora e indebolisce: lei, che ha sacrificato tutto in nome del lavoro, oggi viene sacrificata a sua volta sull’altare dell’efficienza, della produttività e del rendimento.
Per i colleghi non è più un avvocato malato, ma una malata che fa l’avvocato.
Il cancro l’ha isolata, allontanata dagli altri: proprio come Smita, di cui non immagina neppure l’esistenza dall’altra parte della Terra, Sarah è diventata un’intoccabile, una reietta della società.
Ma se contro la malattia Sarah sa come combattere, ha armi, terapie, medici su cui contare, qual è la cura contro l’esclusione, contro la discriminazione?

In questo primo romanzo, costruito con straordinaria maestria, Laetitia Colombani attinge agli innumerevoli riferimenti che sui capelli troviamo nella storia di tutte le società, dalle più antiche ad oggi.
Segno di salute, di avvenenza e di bellezza, il loro taglio è stato espressione, nelle diverse tradizioni religiose e culturali, di sacrificio, persino di perdita della propria identità profonda.
Una particolare simbologia lega i capelli al dolore e al lutto o, comunque, a una trasformazione netta della propria individualità. Anche i trattamenti rituali dei capelli, di cui l’espressione più evidente è il taglio della capigliatura nelle cerimonie d’iniziazione e di consacrazione, possiedono una grande valenza: essi rappresentano la rinascita dell’anima e del corpo.

Sono dunque i capelli e il loro valore simbolico, a tenere saldamente unite queste tre vicende, che si alternano e si intrecciano perfettamente, andando a formare il tessuto di un unico ed originale elemento narrativo che, caratterizzato da una scrittura fluida e coinvolgente, saprà sicuramente raggiungere le corde più profonde di ogni lettore.