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Diario di un parroco del lago - Gianni Clerici

Gianni Clerici, una delle firme più celebri del giornalismo sportivo italiano e non solo, tra i massimi esperti di tennis, è anche un raffinato scrittore. Ora torna nelle librerie con “Diario di un parroco del lago”. Il titolo riecheggia un po’ Georges Bernanos, con il suo “Diario di un curato di campagna” qui, però, non troviamo un diario scritto con cadenza ordinata e quotidiana ma riflessioni che narrano, in specie, la vita di un piccolo paese sulle rive del lago di Como nel secondo dopoguerra.

Giovanni Castelli è il parroco, l’io-narrante: non ha ancora trent’anni e proviene da una famiglia facoltosa, proprietaria di una delle maggiori seterie comasche, pensando ai genitori, ricorda l’uno:

“deluso per la mia scelta religiosa (…) invece di aiutarlo nei commerci che non sono fatti con l’unico scopo del guadagno ma anche di far del bene, e distribuire la giustizia”.

e l’altra:

“La mamma, impegnatissima e soddisfatta dei suoi bridge, delle sue attività benefiche di donna delle Orsoline, e della Società per i Gatti abbandonati”.

La guerra si è conclusa da poco, e il giovane viene assegnato a una piccola parrocchia a Lezzeno, sulle rive del lago, ove:

“un importante attrattiva del lago è la quantità di belle case che si raggruppano intorno alle coste. Si può credere che da nessun’altra parte si possa trovare un tale Paradiso di sereno riposo”.

La miseria e la fame sono condizioni usuali, al punto che il contrabbando di sigarette è l’attività principale di sostentamento delle famiglie:

“significa, per chi lo pratica, un’attività simile alle altre, a tutti i duri lavori che servono per sfamarsi, restare in vita, “tirare innanz”, come si dice qui”.

Sono storie che avvengono fuori dalla vista: nella notte, nelle “bricolle” (i sacchi dei contrabbandieri), nel confessionale, in case di gente taciturna, su “battell”, (piccole barche), tra una sponda e l’altra. Il parroco compie, sempre, nei confronti dei suoi parrocchiani, un’opera di mediazione. Si caccia, a volte senza volerlo, sempre in mezzo: fra uomini e donne, fra genitori e figli, fra contrabbandieri e finanzieri, fra notabili e gente minuta. Sono semplici scene che dipingono una comunità variegata dove la gente è molta ma spesso restia, silenziosa, vive di reticenze, e di

“si è sempre fatto così”
immutabile, ferma, a tratti anche ostica. Sono fotogrammi di una pellicola unica: la storia di un uomo di chiesa e della gente di paese che gli si affeziona e gli si stringe attorno. Dunque una galleria di personaggi semplici ma, in quanto tali, unici, molto ben caratterizzati, anche grazie all’impasto linguistico dialettale che conferisce alla narrazione un tono realistico e fascinoso.

Buona lettura!

Mio padre, il pornografo - Chris Offutt

La recente uscita della versione italiana di My father, the pornorgrapher. A memoir (2016) per Minimum fax (Mio padre, il pornografo, 2019) rappresenta una buona occasione per tentare un’incursione nella narrativa dell’americano Chris Offutt. Come rivelato dalla raccolta di racconti Nelle terre di nessuno (1992-2017) e poi dal romanzo Country Dark (2018), a fare da protagonista è un Kentucky marginale e insidioso, una presenza tanto ingombrante quanto silenziosa e dolorosamente affascinante. Dai fitti boschi di questo territorio quasi sconosciuto Offutt trae la linfa per modellare una narrazione snella e priva di retorica. Questo, infatti, è il primo fattore che si apprezza leggendo i suoi libri: una sintassi asciutta e agile che talvolta rasenta-salvo poi distaccarsene immediatamente, per non subirne il fascino-la vena poetica.

In Country Dark, per esempio, si trova una scrittura imbrigliata entro frasi concise che contraddicono l’oscurità cui il titolo sembra fare riferimento. Il protagonista del romanzo è un ex-soldato tornato dalla guerra di Corea («la guerra dimenticata») dove ha imparato a sparare e ad uccidere.

Scaltro e affezionato alle armi, Tucker accetta la violenza come una delle tante sfaccettature di questo mondo: «dove era cresciuto le armi erano comuni come i badili ma per la sua carabina M1 aveva nutrito un affetto sincero». L’incipit narrativo coincide con un incontro surreale: un camionista dà un passaggio a Tucker, costringendolo a bere whisky nel suo pick-up mentre gli punta una pistola addosso. Da questo momento il protagonista decide di mantenere alta l’attenzione, come se l’America si fosse improvvisamente trasformata in una pericolosa zona di guerra. Così, con il coltello fissato alla cintura e una pistola, si dirige finalmente verso casa, nel Kentucky.

Come succede in altri punti del romanzo, il racconto dell’azione si coniuga, sul piano stilistico, con un lirismo perfettamente calibrato in cui si specchia una delle facce della personalità di Tucker. Se da una parte maneggia con destrezza armi e coltelli, dall’altra è un romantico: «Tucker aveva sentito la mancanza della nuda distesa del cielo notturno, del grappolo delle Sette Sorelle, della Spada di Orione e dell’Orsa Maggiore che indicava il Nord. La luna era gibbosa, quasi non si vedeva, come se l’avessero presa a morsi». Non è sbagliato impiegare un termine come romanticismo per descrivere la dedizione e il senso di meraviglia di Tucker per il mondo naturale, sentimenti che, uniti ad una ferinità animalesca e ad un realismo spietato, condensano gli aspetti contraddittori di un ambiente sprofondato nel suo isolamento.

A discapito di un’associazione tra darkness e natura, bisogna puntualizzare che quest’ultima è la sola presenza affidabile all’interno di un mondo pervaso da insidie. Gli avvenimenti, distribuiti su quattro fasce cronologiche, ognuna corrispondente ad un anno preciso (1954, 1964, 1965, 1971), si riducono in sostanza al ritorno nel Kentucky, l’innamoramento e il matrimonio, l’attività di contrabbando di alcol cui Tucker si dedica per mantenere la famiglia, la prigionia, l’uccisione di alcune persone.

Al di sopra e al di là di questi eventi campeggia la Natura, una presenza costante e regolare cui sembra contrapposta la vita umana, che qui appare come l’evoluzione di macabri imprevisti. Sulla via per tornare a casa, sempre all’erta come un soldato-tanto che allestisce un vero e proprio «accampamento» nel bosco, dove scuoia e mangia un serpente-Tucker si imbatte in una circostanza annunciata da una «mancanza di suoni»: «gli uccelli non cantavano più». Come un augure legge i segni naturali, prima di agire Tucker fiuta l’aria e studia le orme impresse sul terriccio del bosco.

Così capisce che c’è qualcosa che non va: «ascoltò attentamente, girando la testa di scatto in direzioni diverse, annusando l’aria. Il suo corpo si rilassò d’istinto, una caratteristica che aveva sviluppato in combattimento». Si accorge così della presenza di una donna-la sua futura moglie-che riesce a salvare dalle grinfie di uno zio molestatore («l’uomo la prese per i capelli, le diede uno strattone all’indietro e la costrinse a mettersi a quattro zampe») a suon di pugni e sassate. È in questa situazione funesta che Tucker conosce la donna della sua vita, Rhonda, la cui bellezza lo porta ad «abbassare gli occhi». Immediatamente invaghitosi di lei,

«si sentiva come se a un tratto avesse fame di un cibo del quale aveva sempre ignorato l’esistenza. La tenne vicino a sé, senza muoversi. Le braccia e le gambe gli formicolavano come attraversate da una modesta corrente elettrica. Non si era mai sentito così tranquillo. Sperò che il temporale continuasse, che aumentasse di intensità, e prolungasse questa nuova idea di se stesso, dove ogni cellula era consapevole della bellezza del mondo».

Nato come un miracolo, l’idillio subisce una battuta d’arresto con la nascita dei loro figli, i quali, come si legge nel capitolo dedicato all’anno ’64, presentano deformazioni e gravi disturbi cognitivi. La narrazione sembra qui fermarsi per riavvolgersi verso l’essenza oscura di un mistero indecifrabile (questa volta sì dark): Big Billy, il più piccolo, «aveva la testa deforme, tre volte più grossa del normale, e così pesante che non riusciva a muoverla». Nonostante la disabilità, Tucker ama incondizionatamente i propri figli, forse più di Rhonda, che si abbandona ad una grave crisi depressiva, perseguitata dal rimorso di non aver dato al marito un «figlio maschio normale». Se il tema della relazione tra padre e figlio appare in Country Dark come in filigrana, per farsene un’idea più precisa bisogna leggere Nelle terre di nessuno e, ovviamente, il memoir di recentissima pubblicazione.

Il grande tassello dell’ispirazione –e della formazione- di Chris Offutt è la figura paterna: Andrew J. Offutt, prolifico scrittore di romanzi pornografici cui il figlio dedica il memoir Mio padre, il pornografo. Proprio come i boschi del Kentucky e le storie in essi custodite, la figura paterna incarna per il figlio il mistero più impenetrabile. Sia il padre sia le colline rappresentano per Chris, almeno fino quando le due cose non vengono scisse in età adulta, due insopportabili prigioni. Quando, però, la lotta contro i due titani si sarà conclusa, il narratore, privato della minaccia che essi rappresentano (specialmente dopo la morte del padre), confessa che «senza le manette contro cui lottare, il mondo è una cosa enorme, e mette paura. Ho perso uno scopo, in un certo senso; una ragione per dimostrare quanto valgo».

Megalomane e irascibile, il padre percepisce la presenza dei figli e della moglie come delle presenze che interferiscono con la sua solitudine. La mostruosità associata alla prole di Tucker e Rhonda (Country Dark) può essere letta a posteriori come una versione caricaturale della consapevolezza, espressa qui in una limpida e roboante prima persona, di essere un intralcio alla felicità del padre. Di qui il desiderio di trovare un rifugio all’infuori del nido familiare:

«Gli alberi mi conoscevano, gli animali accettavano la mia presenza, ma alle pietre piacevo sul serio. Avevo bisogno di credere all’amicizia delle pietre perché papà spesso minacciava di portarmi nel seminterrato e uccidermi. Citava diversi metodi, ma il suo preferito era impiccarmi per i pollici, un destino che mi lasciava perplesso.»

Come poi appreso dal figlio, queste minacce erano il frutto di uno stravagante modo di scherzare e di educare, una peculiarità che, condita in altre salse, si trovava in Segatura, uno dei racconti di Nelle terre di nessuno: qui si legge di un padre che prima spara al cagnolino cresciuto in famiglia e poi si impicca in giardino dopo il tentativo fallito di guarirne un secondo. Ma veniamo ad una delle descrizioni imbastite da Chris Offutt:

«Mio padre era un uomo brillante, un vero iconoclasta, fiero e fiducioso in se stesso, un genio oscuro, egoista, crudele ed eternamente ottimista. […]Non aveva hobby, nessuna attività con cui distrarsi[…] scrittore pulp alla vecchia maniera, una macchina inarrestabile. Nel suo studio, a casa, c’era un cartello scritto a mano che diceva Fabbrica della scrittura: attenzione ai participi vaganti»

Come ci ricorda Offutt, che tra le altre cose ricostruisce una storia della narrativa pornografica in America, il successo di quella tipologia raggiunge il suo apice durante gli anni Settanta, un periodo che coincide con quello prolifico del padre: «solo nel 1972 pubblicò diciotto romanzi. Papà scriveva storie pornografiche coi pirati, di fantasmi, di fantascienza, coi vampiri, a sfondo storico, coi viaggi nel tempo, con gli agenti segreti, camuffate da thriller, oppure ad Atlantide. Un inedito ambientato nel Vecchio West si apre con una scena di sesso in un fienile, con un pistolero che si chiama Silenzioso Smith…».

L’evento che costringe Chris a fare i conti con un’enorme mole di inediti, appunti e lettere è proprio la morte del padre, in seguito alla quale l’autore diventa l’erede (l’unico, anche perché i fratelli ne sono disgustati) del suo archivio, uno studio zeppo di manoscritti, bozze, fumetti: «quasi una tonnellata di materiale». Con un ritmo di quattordici ore al giorno l’autore («diventai un vero e proprio burocrate del porno»)si trova davanti «quasi cinquecento manoscritti», suddivisi a seconda del genere con lo scopo di ricomporre i tasselli della stravagante archeologia paterna. Quello che salta agli occhi del figlio è l’interesse per tutti i sottogeneri del porno e, in special modo, quelli che vedono la donna sadicamente sottomessa, un fattore che genera nel figlio non solo vergogna ma un improvviso calo del desiderio, tanto da fargli ammettere di aver perso la propria moglie, caduta nelle mani di «tori più giovani».

Si trova così, bombardato da contenuti erotici, a catalogare un «eccesso di sottogeneri»: «pornografia agricola», «western», «hollywoodiana», «pony training e schiavizzazione […] questo era lui-quello che gli piaceva, quello che raccoglieva, quello che scriveva. Ero riconoscente per la totale assenza di pedofilia». La presenza ingombrante di questo padre, che arriva ad inibire il desiderio del figlio, molto ricorda la figura paterna tratteggiata da Kafka nella sua Lettera: tiranno, inetto, eloquente ed operoso.

Per non parlare dei tentativi falliti di matrimonio che Franza Kafka rinfaccia al padre, un buon termine di paragone per leggere il desiderio prosciugato del nostro narratore. A differenza di Hermann Kafka, però, Andrew Offutt è uno scrittore e con questo fattore Chris è costretto a misurarsi, partendo dalle regole di casa: nessuno può permettersi di disturbare il padre mentre scrive. Così, la scrittura modula i ritmi casalinghi e permea di sé cose e orari. Allora, come per una sorta di circolo vizioso, Offutt figlio comincia sin da bambino ad oliare gli ingranaggi della scrittura sia per ottenere l’attenzione e l’ammirazione del padre, sia per superarlo.

Così, sin dalla quarta elementare la narrativa diventa «un’arma contro il mondo», così come la lettura si trasforma da strumento di istruzione alla «principale via di fuga» da un padre sulle cui orme il figlio ha deciso di incamminarsi trascinandosi dietro carta e penna per il resto della vita: «un’abitudine che coltivo da quasi cinquant’anni». Dunque, solo dopo avere ereditato il mestiere del padre, Chris Offutt ha potuto offrirci un elegante affresco della lotta per liberarsene, creando infine «un personaggio».

Doppia verità - Michael Connelly

Doppia verità è un thriller dello scrittore statunitense Michael Connelly, pubblicato a febbraio 2019, con protagonista il detective Harry Bosch e l’avvocato con Mickey Haller. La verità può essere di due tipi. Quella che libera, e quella che uccide.

“Sapeva che al mondo ci sono due tipi di verità: quella inalterabile, su cui si fondavano la vita e la missione di una persona, e quella flessibile, la verità dei politici, dei ciarlatani, degli avvocati corrotti e dei loro clienti, che veniva piegata e modellata secondo scopi precisi.”

Harry Bosch non ha lasciato il LAPD, il dipartimento di polizia di Los Angeles dove ha lavorato per una vita, nel più felice dei modi. Ma è da un po’ che ha voltato pagina: si occupa di “casi freddi” per la polizia di San Fernando, piccola municipalità dell’area di Los Angeles, e gli va bene così. Scavare nel passato, alla ricerca di nuovi indizi in vecchi casi rimasti irrisolti, gli sembra la cosa più adatta a lui, in questo momento della sua vita.
Ma quando due farmacisti della cittadina vengono ammazzati nel loro negozio, il suo nuovo capo gli chiede una mano: e così, insieme alla detective Bella Lourdes, Bosch si ritrova coinvolto in un caso che di “freddo” ha ben poco.
Nel frattempo, però, il fantasma del LAPD torna a fargli visita: Preston Borders, omicida e stupratore che trent’anni fa Bosch assicurò al braccio della morte, ha presentato un ricorso. A quanto pare, ci sono nuove prove a favore della sua innocenza, e Bosch è nel mirino: non solo avrà bisogno del suo avvocato, Mickey Haller, per difendersi da accuse di incompetenza e inquinamento di prove, ma soprattutto, agli occhi del mondo, rischia di essere nient’altro che il poliziotto che ha mandato in prigione l’uomo sbagliato. A meno che, nei nove giorni di tempo prima che Borders venga scarcerato, Bosch non riesca a smontare il nuovo caso, e trovare altre prove della colpevolezza del detenuto. Al detective, lasciato solo anche dai suoi ex colleghi, non resta così che lottare per far valere l’unica verità che conta. Sapendo che in ballo stavolta c’è il suo stesso onore.

"Bosch era nella cella numero tre del vecchio carcere di San Fernando, e frugava tra i fascicoli del caso Esme Tavares, quando ricevette un sms da parte di Bella Lourdes, che si trovava in sala detective.
«Il LAPD e il procuratore distrettuale stanno venendo da te. Trevino gli ha detto dov’eri.»
All’inizio della settimana, Bosch era quasi sempre nello stesso posto: seduto alla sua scrivania improvvisata, una porta di legno presa in prestito dai Lavori Pubblici, posata in orizzontale su due pile di scatoloni. Rispose al messaggio di Lourdes, ringraziandola, aprì il menu applicazioni dello smartphone e accese il registratore. Quindi posò il telefono con lo schermo in giù sulla scrivania, coprendolo in parte con un fascicolo del caso Tavares. Era una mossa preventiva: non sapeva perché gente del dipartimento di polizia di Los Angeles e dell’ufficio del procuratore stesse venendo a cercarlo di lunedì mattina presto. Non aveva nemmeno ricevuto una telefonata di preavviso, anche se era vero che la connessione, dietro le sbarre d’acciaio della cella, era piuttosto difficoltosa. Ma sapeva che le visite a sorpresa spesso erano una mossa tattica.
I suoi rapporti con il LAPD, dopo il pensionamento forzato che era stato obbligato ad accettare tre anni prima, erano sempre tesi, e il suo avvocato gli aveva consigliato di tutelarsi documentando ogni interazione.
Mentre aspettava la visita, si rimise al lavoro. Stava esaminando le dichiarazioni rilasciate nelle settimane successive alla scomparsa di Tavares. Le aveva già lette, ma a suo parere spesso il segreto per risolvere i casi freddi si nascondeva nei vecchi fascicoli. Era tutto lì, se sapevi cosa cercare. Una discrepanza logica, una traccia poco visibile, un’affermazione contraddittoria, una nota scritta a mano a margine di un rapporto… Tutte quelle cose lo avevano aiutato molte volte, in quarant’anni di carriera..."

L'incredibile viaggio delle piante - Stefano Mancuso

Veramente un libro interessante. Sono appassionato di piante, ma le cose che ho scoperto in questo libro mi hanno aperto ancor di più la mente e fornito info che non conoscevo.
Portato avanti con scrittura semplice ma intrigante grazie anche a vissuti personali dell'autore, scorre benissimo e arrivi alla fine che non te ne rendi neppure conto.
Unico punto negativo è proprio questo...vorresti avere altre nozioni e altri capitoli da sfogliare!!

Blu come la notte - Simone van der Vlugt

“Blu come la notte” (Ponte alle Grazie 2016, titolo originale Nachblauw, traduzione di Laura Pignatti) è un romanzo storico di Simone van der Vlugt una delle più prolifiche e acclamate autrici olandesi, che ha pubblicato libri per ragazzi e thriller. Nata nel 1966, vive ad Alkmaar con il marito e due figli.

Nel 1654, la bionda e attraente venticinquenne Catrijn Barentsdochter, rimasta da poco vedova di Govert, marito violento e spesso ubriaco, era da poco giunta a Delft, cittadina situata nella provincia dell’Olanda Meridionale. La giovane donna proveniva da un piccolo villaggio e la sua intenzione era “rifarmi una vita in città” mentre il suo sogno consisteva nel dipingere vasellame per mettere in piedi un’attività tutta sua. La piccola Catrijn decorava i mobili con il succo di rape rosse e prima di sposarsi, adornava, dipingendoli, mobili e piatti. Ad Amsterdam, dove la ragazza aveva lavorato come governante, aveva avuto il privilegio di incontrare Rembrandt, il massimo pittore del momento, e di ammirare i suoi quadri:

“il modo in cui riproduce la luce nei quadri è geniale”.

La città che la accoglieva “con i canali e le case dai timpani a gradoni”, stava per vivere un periodo di grande splendore artistico e commerciale, il Secolo d’oro, che avrebbe compreso i Paesi Bassi. Infatti la risoluta e abile Catrijn aveva trovato lavoro presso Evan van Nulandt, il quale possedeva un negozio e un laboratorio di ceramiche. Il suo compito consisteva nel dipingere le maioliche. Il grande talento e l’occhio da pittrice della ragazza erano destinati a intrecciarsi con la nascente ceramica bianca e blu. Anche l’amore aspettava Catrijn apparso nelle sembianze dell’affascinante Mattias:

“a lungo continuo a sentire il suo odore intorno a me e il calore della sua bocca”.

Una figura di donna moderna e intelligente illumina una narrazione in cui l’arte è protagonista grazie al “vero blu di Delft, tuttora un prodotto prezioso, molto amato all’estero”, colore intenso e bello, creato da maestri artigiani.

Nella postfazione Simone van der Vlugt ricorda che “le ceramiche blu di Delft entrarono in produzione pressoché all’improvviso attorno alla metà del Secolo d’oro e nel giro di poco tempo divennero molto popolari. Chiunque voleva ostentare ricchezza e buon gusto se le procurava. L’importazione delle porcellane cinesi originali iniziò tra il 1620 e il 1647, ma fu interrotta dallo scoppio della guerra civile in Cina. Da quel momento in diverse città olandesi, in particolare Delft, Haarlem e Amsterdam, si cominciarono a produrre le ricercate maioliche”.

Per la stesura del volume Simone van der Vlugt ha seguito le lezioni di un pittore di ceramiche “così ora possiedo un pezzo di ceramica blu di Delft dipinto da me” e ha compiuto accurate ricerche per ricreare l’atmosfera di quella fiorente stagione olandese del XII Secolo.

“Come sempre quando dipingo, divento tutt’una con il pennello”.

Politicamente corretto - Eugenio Capozzi

Testo generalista sull'argomento di cui molti parlano, ma del quale è maledettamente difficili definire dei confini chiari (per non parlare di condivisi). E' un'ideologia il "politicamente corretto"? Ovviamente. E' un idea che si trasforma in un atteggiamento che si trasforma in codici di comportamento e norme, a volte accolte e altre volte no, con differenze tra paese e paese e tra aree dello stesso paese. Insomma il PC è una faccia della molteplicità culturale che caratterizza l'epoca contemporanea nel momento in cui il molteplice (che "separatamente" è sempre esistito nel corso della storia) viene spinto a convivere e a condividere gli stessi spazi. Il valore del libro è relativo.

Nato fuori legge - Trevor Noah

“Nato fuori legge”, l'autobiografia del dj, attore, comico e conduttore tv Trevor Noah, è un libro che documenta la situazione del Sudafrica durante l’apartheid, attraverso la storia di un ragazzo che, grazie all’amore di sua madre, riesce a sopravvivere alle leggi razziali, alla povertà, alle ingiustizie e alla violenza di una società che non sembra avere spazio per lui...

In un aggettivo ci si imbatte spesso leggendo le recensioni di libri o di film: "necessario". Un prodotto culturale può essere necessario per diversi motivi: perché ci svela fatti di cui non eravamo a conoscenza, perché ci apre gli occhi, ci fa riflettere, ci aiuta a migliorare. Di solito un libro necessario è anche un libro che dovrebbe essere letto nelle classi, per sensibilizzare gli studenti e insegnare loro importanti lezioni di vita. Un libro necessario è il più delle volte una lettura edificante, una di quelle che, appena conclusa l’ultima pagina, prendendo un respiro, ti fa sentire diverso, ti fa pensare: «ne è valsa la pena».

Ecco, se non fosse un’espressione abusata, non si potrebbe definire diversamente Nato fuori legge, l’autobiografia del dj, attore, comico e conduttore tv Trevor Noah, pubblicata da Ponte alle Grazie con la traduzione di Andrea Carlo Cappi. E non solo perché documenta – con leggerezza e precisione – la situazione del Sudafrica durante l’apartheid (argomento che in Italia non si studia con sufficiente attenzione), ma perché è il racconto dell’infanzia di un ragazzo che, grazie all’amore di sua madre, riesce a sopravvivere alle leggi razziali, alla povertà, alle ingiustizie e alla violenza di una società che non sembra avere spazio per lui.

Perché se è vero che durante l’apartheid la vita per i neri era un inferno, per quelli come Trevor – meticcio, nato da madre nera e da padre bianco – lo è ancora di più. Perché in un mondo in cui esiste il razzismo, i gruppi si dividono secondo schieramenti cromatici e Trevor non sa a quale appartenere. Non sa in quale classe andare, in quale zona del cortile fermarsi durante l’intervallo, a quale ragazza chiedere di uscire il giorno di San Valentino. E non sembrano esserci alternative: “A un certo punto bisogna scegliere. O nero o bianco. Prendere posizione. Puoi cercare di nasconderti. Puoi dire ‘Oh io non prendo le parti di nessuno’, ma presto o tardi la vita ti costringe a farlo”.

«Un’avventura umana intensa». Fabio Geda
«La strepitosa storia di Trevor Noah». Gad Lerner
«La stupidità del razzismo si combatte con l’ironia». Marco Aime
«Una immensa storia d’amore filiale». Alberto Rollo

La rivoluzione della speranza - Erich Fromm

Testo invecchiato. Nella parte previsionale, decisamente. Nella parte analitica, qualcosa di vivo c'è ancora. Inoltre se si pensa che è stato meditato alla metà degli anni '60 ed è uscito nel '68, mi pare decisamente uno dei testi meno bischeri tra la riflessione filosofico-politica e antropologica di quegli anni

108 metri - Alberto Prunetti

“E ricorda bene anche te, che sai trovà a modino le parole e hai studiato le metafore e le sai misurà col calibro, ricorda che quel ferro t’ha sfamato e t’ha fatto studià. Càntagliele sode e vedi di raccontalla per le rime la nostra storia… Ora tocca a voi doventà i padri”, dice così Quattr’etti ad Alberto, quando torna dall’Inghilterra con un sacco pieno di storie e un po’ bel di delusioni, di sogni traditi, e in questa frase si trova molto di 108 metri. The new working class hero: la centralità del racconto, la necessità di creare un’epica della classe lavoratrice che sappia parlare di e a un noi vasto, plurale, internazionale; c’è il lavoro sulla lingua, con il tentativo di calcare i moduli dell’oralità, aprendola a regionalismi, dialetti, idiomi diversi; c’è il ferro, intorno al quale da secoli gli abitanti di Piombino e dintorni hanno fuso la loro identità; c’è lo studio, il mito – tradito – della mobilità sociale; c’è la visione della cultura che fu di un dato momento storico e che oggi sembra superata, svalutata, un fossile; e poi c’è lo spettro della paternità, un cruccio intorno a cui molti scrittori oggi lavorano.

Con 108 metri, (dimensione in centimetri dei binari che si producevano a Piombino), Prunetti torna a fare sentire la propria voce dopo il successo di Amianto (Alegre, 2014 – “L’Indice” 2013 n.2), in maniera più consapevole, matura e diversa; il primo dato che colpisce è l’abbandono della ricostruzione documentaria; in Amianto l’autore e l’editore avevano scelto, per esempio, d’includere le fotografie del padre Renato, la cui malattia rappresenta il nodo tematico centrale, oppure vi era un intero capitolo dedicato all’iter giudiziario della famiglia Prunetti per vedere riconosciuti i “benefici” dei lavoratori esposti all’amianto, e dove erano presenti numeri, date, elenchi di nomi e decreti legge. Nel nuovo volume Renato è ancora presente, così come la brutta malattia, ma stavolta il racconto prende un’altra piega, meno documentaristica e più inventiva; la letteratura inglese d’avventura funziona da modello, Stevenson in particolare, da cui deriva l’energia creativa e lo slancio per raccontare le avventure di una nuova working class internazionale, rappresentata come una ciurma che si riunisce intorno a un giuramento, non di pirati, ma di “cuochi del Regno Unito”, icona dello sfruttamento lavorativo contemporaneo, che si dichiarano disposti a pugnare “i famigerati pathogenic bacteria” e altri simili felloni che rischiano di piegare i sudditi di Sua Maestà. Si deve principalmente a questa ascendenza letteraria il tono baldanzoso e fin quasi spaccone, gagliardo e esuberante di uno dei pochi testi italiani che racconta il lavoro senza cedere alla retorica della sconfitta, della rinuncia, dei vinti, ma al contrario avanzando pretese a voce alta, facendo risuonare minacce come non si leggeva da alcuni decenni (la citazione in esergo recita: “Finalmente una chiave inglese: se va bene serve a girare i bulloni e svitare, se no, calata di taglio, spacca”).

Non solo romanzo d’avventura:

Interpretare 108 metri solo come un romanzo in cui la classe lavoratrice ritrova la sua energia vitale è però riduttivo, perché Prunetti lavora moltissimo anche sulla forma: le vagabondaggini del protagonista sono raccontate attraverso un intreccio d’idiomi sapiente e singolare: francese, inglese, italiano, spagnolo, latino, toscano, napoletano e altri dialetti sono mescolati talvolta nello stesso paragrafo restituendo al lettore una koiné che è propria dei lavoratori contemporanei, costretti a mettersi alla ricerca del lavoro perduto portando nel bagagliaio lingue alla rinfusa, tutte approssimative.
Altro aspetto formale curato con attenzione è la gestione dei modelli letterari. Si è visto come il giuramento dei lavoratori-pirati introduca i codici del romanzo d’avventura, ma nel testo sono presenti anche pagine d’ispirazione realistica o che si rifanno al genere horror (di matrice anglosassone, stavolta Lovecraft), le quali immettono nella prosa elementi surreali. Questa ultima scelta è funzionale alla volontà dell’autore di portare la sua battaglia verbale nel cuore stesso del sistema neoliberale: l’Inghilterra dei primi anni ottanta, quella grigia e dura dell’Iron lady, che Prunetti decide di annoverare tra i personaggi trasfigurandola in forme varie e mostruose; il primo ministro inglese diventa così un “sinistro idolo”, poi un “feticcio”, altrove la “dea Kali”, oppure si cela dietro una “testa di polpo”, manifestando la sua presenza attraverso influssi magici, ma soprattutto con un nauseabondo lezzo che getta il narratore in una realtà altra, in preda ad allucinazioni e malessere fisico.

108 metri aggiunge un altro tassello alla letteratura sul lavoro che dalla metà degli anni novanta si sta producendo in Italia, una ventata di aria fresca che propone un nuovo approccio al tema e nuovi riferimenti, letterari ma non solo, cercando soprattutto di cantare la storia di una classe sociale che non è mai scomparsa, ma che anzi, condivide più di quanto sospetta.

Introduzione al linguaggio del film - Maurizio Ambrosini, Lucia Cardone, Lorenzo Cuccu

Il linguaggio cinematografico come lingua nasce credo dalle grandi riflessioni dei critici e autori della Nouvelle Vague, ma iniziò a conformarsi come tale dai teorici del cinema russo dei primi del Novecento. Letterariamente. Per il resto, nasce dal cinema stesso, al suo interno (anche se forse i primissimi film erano come fotografie mobili, poetiche solo in virtù del nostro sguardo affascinato). Lorenzo Cuccu e Maurizio Ambrosini sono tra i maggiori studiosi contemporanei della materia, per quel poco che so.
Ma ogni libro sul tema non appare mai completo, pur volendolo essere: quale è l'ostacolo? La difficoltà nel parlare di questioni semantiche complicate con un vocabolario facilmente comprensibile. E poi? Per quel che penso, occorrerebbe pensare anche a supporti audiovisivi: una versione "filmata" di brevi documentari illustrativi che parlino di tutto ciò...cinematograficamente!
(Esperienza credo anche intrigante, ma non facile, e anche passibile di continui rifacimenti per nuove versioni migliori, come è però di tanta parte degli strumenti didattici).