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Gli ultimi messaggi del Forum

Siviero contro Hitler : la battaglia per l'arte / Luca Scarlini

Buonasera,
sull'opac vedo scritto che il testo Siviero contro Hitler : la battaglia per l'arte / Luca Scarlini doveva essere restituito ad aprile 2017. E'in ritardo oppure è per caso stato rimesso a scaffale senza essere stato registrato (a volte succede!)?
Potreste fare un controllo a scaffale per favore? O sollecitare la restituzione, se non l'avete già fatto? Io l'ho prenotato.
Grazie infinite!
Cordiali saluti,
Sandra Faita

Pecoranera - Devis Bonanni

Ha solo vent’anni Devis, quando in lui scocca la scintilla: vivere altrimenti è possibile. All’inizio è solo un sentimento, un’aspirazione, che a poco a poco si trasforma in concreto progetto di vita. Inizia così la sua avventura: da un piccolo orto senza aver mai visto prima una pianta di pomodoro, coltivando patate e cereali per ritrovare un contatto più immediato con la Natura e realizzare una prima, rudimentale forma di autosufficienza alimentare, accompagnata da uno stile di vita semplice ed ecosostenibile. Passa un po’ di tempo e a chi prevede che presto si stancherà di tutto ciò risponde con un atto irrevocabile: a 23 anni si licenzia dall’impiego come tecnico informatico e si trasferisce in una casetta prefabbricata riscaldata da una stufa a legna per dedicarsi a tempo pieno a quella che battezza “vita frugale”. Sono gli anni della crociata solitaria, caratterizzati da avventure e disavventure di ogni tipo, da episodi epici e tragicomici. Sono gli anni in cui nasce e matura un rapporto simbiotico con la Natura e i suoi elementi. E proprio quando le forze sembrano esaurirsi e l’entusiasmo delle prime stagioni vacilla, in Devis matura la convinzione che non potrà proseguire oltre senza condividere con altri il suo cammino.

“Si definisce pecora nera della famiglia o di un gruppo di conoscenti un individuo che ha imboccato una cattiva strada o che non soddisfa le aspettative degli altri componenti.” Pecoranera potrebbe essere solo l’espressione di un disagio generazionale, di una frattura già vista tra genitori e figli, tra il boom economico e la decrescita felice. Ma nel libro c’è anche altro: proposta e non protesta, tensione positiva proiettata nel futuro, un percorso di crescita individuale che si snoda in una mescolanza di anarchia contadina e sensibilità ecologica.

"In questa nuova vita non ci sono domeniche. Le settimane non segnano più il passo. E' la natura a scandire il tempo. Non dovremmo portare più orologi al polso, come cappi al collo"

"Il diario di una bellissima esperienza, i ragazzi dovrebbero leggerlo" Barbara Palombelli

"La narrazione assolutamente genuina e spontanea di un'esperienza di vita" Luca Mercalli

"Un uomo che cambia, cambia il mondo. Questa è l'azione individuale che cambia la società. Devis l'ha fatto e questa è la dimostrazione che è possibile" Simone Perotti

"Pecoranera non narra solo la poesia dei boschi, entra anche per diritto nella vera letteratura, quella che mette innanzitutto sulla pagina la complessità di certe vite e di certe scelte, una letteratura che spiega, avverte, mette in guardia, e solo dopo invita a provare" Massimiliano Santarossa, Messaggero Veneto.

I traditori - Giancarlo De Cataldo

Sono passati 150 anni. Li abbiamo festeggiati, seppure con qualche polemica.
L'Italia, che in realtà è più un concetto geografico che culturale, è infondo terribilmente giovane: non sono trascorse che poche generazioni. A ben pensare, il nonno di mio nonno avrà a suo tempo dovuto prendere la decisione di schierarsi dalla parte del governo costituito o da quella dei cospiratori che volevano sovvertire l'ordine e, per un ideale romantico (o per una spinta utilitaristica?), conquistare ogni lembo di terra necessario a comporre il puzzle a forma di stivale.
Per lui Mazzini e Garibaldi, Cavour e Ricasoli, Pio IX e Vittorio Emanuele II erano come per noi la Merkel e Monti: contemporanei di cui giudicare le azioni e non figure storiche coperte da un alone di gloria o discredito.
Ecco, questo libro contiene una realtà vista con gli occhi del nonno del nonno di ciascuno di noi.
Sono presentate le motivazioni di coloro che si mossero pro e contro, il loro terreno di appartenenza, i loro valori, i loro obiettivi. E poi ci sono coloro che tradirono patria e ideali e che cambiarono bandiera più volte, costretti dagli eventi o da motivi utilitaristici.
C'è un Mazzini assai diverso da come lo abbiamo studiato a scuola, un personaggio un po' ambiguo: da una parte tollerante e capace di lasciar lavorare il tempo, dall'altra in grado di ordinare stragi ed insurrezioni incurante del numero di vite innocenti che sarebbero state annientate. Sicuramente un'intelligenza politica, forse non altrettanto brillante sul lato dell'economia.
C'è un Garibaldi con qualche dubbio e qualche stanchezza, anche se sempre grande stratega e combattente (Peppino non si discute!).
E poi ci sono figure di fantasia che alleggeriscono il racconto, ne rammendano i lembi storici e ci aiutano a tirare un respiro fra tante immagini crude e tragiche, come cruda e tragica è la guerra.
Un libro bellissimo. Non è un libro da spiaggia, soprattutto a causa delle sue quasi 600 pagine, ma la prosa elegante e scorrevole, la piacevolezza della costruzione, l'interesse del contenuto impediscono che lo si abbandoni e quasi con dispiacere si arriva alle ultime pagine, dando l'addio ai personaggi reali (che hanno costruito l'Italia) e a quelli di fantasia che sembran veri.
Al termine della lettura ci si ritrova con la curiosità di indagare oltre su un periodo che è stato assai più complesso di quel che ci raccontano sui banchi di scuola e vien voglia di iniziare un altro libro sull'argomento, seppure sviluppato in modo totalmente diverso: non un romanzo, ma un'indagine giornalistica a ritroso nel tempo per comprendere i motivi che spinsero all'unificazione e le conseguenze economiche e sociali che ne sono scaturite. Il titolo del libro è “Terroni”... ma questa è un'altra storia!

[…] Lorenzo allarga le braccia e si sforza di dominare la rabbia. Sono sbarcati da due giorni, e dovunque la stessa canzone. Dovunque al loro passaggio piazze deserte, case abbandonate, masserie svuotate d'ogni vettovaglia. E quel grido ossessivo: i briganti. I briganti. Dove sono i millecinquecento insorti di cui avevano letto sul “Mediterraneo” di Malta? Dove i Figli della Giovane Italia che avrebbero dovuto attenderli sul costone di Santa Roccella? [...]

La ragazza tagliata nel montaggio - Cameron McCabe [i.e. Ernest Borneman]

di Cameron McCabe, pseudonimo dietro cui si nascondeva Ernest Wilhelm Julius Bornemann, un personaggio perfino più interessante del suo libro. Solo negli anni settanta saltò fuori la vera identità di questo socialista berlinese emigrato a Londra dopo l’avvento del nazismo, professore di sessuologia, amico di Wilhelm Reich, funzionario dell’Unesco, musicista jazz, sceneggiatore, consulente di Orson Welles per un ipotetico film tratto dall’Odissea, cultore di Joyce e di Proust – sul loro esempio cercò di trasformare il romanzo poliziesco in una stanza degli specchi filosofica.
Da Internazionale https://www.internazionale.it/bloc-notes/guido-vitiello/2017/08/17/libri-gialli

Non dire notte - Amos Oz

Il deserto, come luogo dell’anima, anima i confini senza limite dei sentimenti umani.

Una cittadina israeliana Tel Kedar, di 8-9 mila abitanti, prostrata dal vento del deserto del Negev che manda frustate di polvere, fa da sfondo alla vicenda umana e sentimentale dei due protagonisti del romanzo: Noa e Theo. Il loro rapporto, dopo sette anni, comincia a mostrare segni di incomprensioni e insofferenze. Theo è un sessantenne, architetto di fama riconosciuta, vive in uno stato di attesa, ha ormai fatto quel che poteva fare, ora che si trova alla fine del mondo, Noa, professoressa di lettere in un liceo, più giovane di 15 anni, al contrario, è piena di entusiasmo e voglia di cambiamenti. La storia si snoda attraverso il racconto dei due protagonisti, in prima persona, lui osserva e ascolta lei, lei che guarda e giudica lui; è un rimando di pensieri e azioni che s’incrociano e si allontanano. Lei frenetica, rincorre il tempo, il suo daffare va tutto a spese della solitudine e della lenta discesa dal dolore verso la tristezza di lui. Il paesaggio desertico contorna e dà la dimensione e la scansione del ritmo della vita degli abitanti di Tel Kedar: il vento che alita come una falciata fredda e acuta, l’aggressività della luce e della polvere, la calce bianca che assorbe le sfumature del deserto, gli spazi aperti strisce di deserto macchiettato. Si respira e s’immagina questa immensa distesa di sabbia su cui il sole brucia con i suoi artigli di vetro acuminato ed è, per noi lettori, come essere novelli beduini che inseguono miraggi lontani e irraggiungibili. E’ la scrittura mirabile di Oz che ci ammalia e ci rapisce come musica dell’anima; lo stile lieve ed elevato solleva la mente in qualche altrove. Nel giorno che muore, si domanda Theo cosa promette l’ultima luce, che cosa ha in serbo; la notte, ma non il nero del buio. Come il chiaro di luna dà luce alla notte che cala, così l’incanto della natura bagliore ai nostri occhi illumina i momenti bui del vivere. "Non dire notte".

La guardarobiera - Patrick Mcgrath

Inghilterra, 1947, un paese vincente ma ancora al verde mostra il proprio volto intristito dai residui postbellici mentre un gelido inverno imperversa su Londra, alle prese con smog, ruderi, vestiti logori e cibo scadente, topi e crateri di bombe.
È qui che si piange la morte inattesa di una star del teatro, Charlie Grice, compianto ed amato da concittadini e colleghi, dal dolore inconsolabile della algida e bellissima moglie Joan, ebrea di nascita, e della talentuosa e fragile figlia Vera.
La disperazione di Joan, guardarobiera al Beaumont Theatre, la spinge in un baratro di negazione convincendola che Charlie non sia completamente morto; in fondo sono stati inseparabili per ventisette anni, due parti di un tutto, e oggi, in questi tempi di freddo, bisogno e lutto lui non è più qui a guidarla. Quando tornerà a casa ?
Lei è arrabbiata e spaventata e non vorrebbe che ascoltare di nuovo la sua dannata voce. È una donna forte che ha da sempre considerato il lavoro come il compito di una vita non ammettendo la vaghezza e l’imprecisione ne’ il nebuloso contorno delle cose.
Inizialmente avrà la tendenza ad assumersi la colpa di quello che è stato, anche se in ogni tragedia è assente qualsiasi volontà che comincerà a vedersi solo nel contorno più chiaro delle cose.
Poi un’idea, al confine tra paranoia e realtà, che Charlie sia morto e sopravviva nel corpo di un altro, un certo Daniel Francis, attore di scarso successo che ne reinterpreta il ruolo nello spettacolo che era di Charlie e la certezza che in lui risieda l’anima del defunto.
Qui comincia un’altra storia, una frequentazione sempre più assidua (tra Joan e Daniel-Charlie), la ricerca del passato, la raffigurazione di un presente che si vorrebbe diverso, un progressivo livello di confidenza e intimità che farà vacillare e cadere ogni supposizione, quel cominciare a vedere il mondo da una prospettiva diversa.
Il ritrovamento di una spilla insinuerà nuovi dubbi corroborati da reiterate certezze ed una narrazione che si è spinta in avanti con altri scenari proposti dalla propria immaginazione.
Da semplice contenitore di Grice Frank aprirà un insanabile strappo, la progressiva apparizione dell’uno offuscherà l’altro e un terribile dubbio risolto.
Agli occhi di Joan finalmente Frank si è fatto uomo, ma in primis rimane un attore, proprio come Vera, ed entrambi conservano una certa riluttanza a togliersi quel vestito di dosso, forse perché sotto non hanno poi molto.
Uno spettacolo teatrale in preparazione, la propria vita rinata, la figura di Grice che ha lasciato solo una maschera di se’, così fedele al proprio lavoro di artista, ma forse era stata tutta una recita e lui era sempre stato altrove. E allora dove inizia la finzione e dove si spegne, quale la realtà e la sua rappresentazione, e la rappresentazione di cosa?
Forse Charlie non era semplicemente un uomo al quale aggrapparsi, ma solo un’idea di qualcuno che Joan avrebbe potuto e voluto amare per sempre, che invece si era nutrito di odio e violenza.
Ma c’è una voce che improvvisamente ritorna e continuerà a perseguitarla, abbandonandola ai profumi dell’alcool e della follia, dolce e terribile consolazione.
E che ne sarà di Vera, quella figlia problematica che sin da bambina aveva respirato il teatro ed alla quale era stato instillato il senso del gusto, ossessionata dalla figura paterna e da quella terribile coercizione a dovere competere e primeggiare dalla quale non riusciva a sottrarsi?
Solo confusione e uno spettacolo consolatorio, ma anche un senso di rinascita e lo sbocciare di un talento tra passato presente e futuro (Vera), la rinuncia di se’ per il pubblico, il desiderio di gloria, la ricerca di un consenso e il fallimento di una vita, mentre la propria coscienza ogni tanto ritorna (Frank).
Al di fuori del palcoscenico incombe la crudeltà della vita e un fantasma interiorizzato è ormai assidua presenza (per Joan), la propria ossessione pazzia manifesta, mentre il mondo sorride e applaude una rappresentazione scenica (lo spettacolo) con un fallimento in vista (la vita).
Si finisce col domandarsi: qual è il vero spettacolo e con quali protagonisti? Tutto è solo una grande rappresentazione scenica? E il palcoscenico della vita alla fine dove ci porta?
Un thriller psicologico dai contorni noir, un viaggio nel groviglio di una mente continuamente percossa da incredulita’, dolore, lutto, rabbia, follia, perversione, ma anche capace di amore, tenerezza, paura, piacere, in un sottile confine tra normalità e follia, la stessa che include realtà e recita, arte e vita, e quel continuo e misterioso ribaltamento di ruoli.
Questo è un McGrath piuttosto romanzato, una trama scandita da una traccia precisa e ben sviluppata, con personaggi meno totalizzanti ed includenti, in taluni casi poco presenti, anche se Joan, l'indiscussa protagonista, possiede la folle profondità e la ossessiva ed oscura indefinitezza del McGrath a noi più noto e gradito.

Gesù e i manoscritti del Mar Morto - David Donnini

Questo libro è fondamentale per chi vuole approfondire la figura storica di Cristo da un punto di vista non tradizionale e libero da pregiudizi. Convincente e documentato, scorrevole, si fa leggere con estremo piacere. Consigliato a chi ha fame e sete di conoscenza.

Due come noi - Luigi Cioni

Lettura non agile quella del testo di Cioni che decostruisce e ricostruisce due figure non facili della Bibbia e della tradizione cristiana, Caino e Giuda. Due cattivi, per l'appunto. Due cattivi come tutti noi, scrive Cioni. È una lettura non semplice per un non credente. Per uno, come me, che è portato a leggere la Bibbia in chiave storica, antropologica, letteraria, ecc. ecc., ma non crede nell'esistenza del dio della Bibbia e non crede neppure nella sostanza divina del Gesù dei Vangeli. Ciò premesso le meditazioni di Cioni su queste due figure profondamente innestate nella nostra cultura sono stimolanti e perfino sfidanti. E il breve ma denso libretto di Cioni ci invita ad una analisi profonda e meditata dei nostri simili cattivi. E di noi stessi come cattivi. Almeno potenzialmente. Come spesso accade le domande e le suggestioni dei libri sono più ricche della risposte. Perché le domande aprono sempre infinte possibilità di risposta. Mentre le risposte operano scelte e spesso deludono. Il libro di Cioni è ricco di domande e di suggestioni. Davvero una bella sfida di lettura per chi voglia misurarcisi.

Grazie dei ricordi - Cecelia Ahern

"Voglio continuare a precipitare, ma mio padre sta chiamando l’ambulanza e mi stringe la mano con una tale intensità come se fosse lui che si sta aggrappando alla vita. Come se fossi tutto quello che ha. Mi sposta i capelli dalla fronte e piange forte. Non l’ho mai sentito piangere. Nemmeno quando è morta la mamma."

Joyce è una giovane donna irlandese vittima di un banale quanto grave incidente: una trasfusione di sangue le ha salvato la vita, ma non ha impedito la perdita del bambino che portava in grembo. Un trauma, quello subito, che la porta a rompere definitivamente un rapporto matrimoniale ormai logoro e a trasferirsi nella casa della sua infanzia, dove ritrova un padre affettuoso e tantissimi ricordi. A partire da questo momento, però, le succedono cose davvero strane: ha memoria di fatti che non appartengono al suo passato, ha sogni ricorrenti, scopre di saper parlare lingue straniere, di conoscere il latino e di essere un’esperta in materia di storia dell’arte. Anche la vita di Justin, un professore statunitense trasferitosi a Londra per stare vicino alla figlia, subisce qualche cambiamento a partire dal momento in cui è stato convinto a donare il proprio sangue: non solo gli capita sempre più spesso di incontrare una donna che sembra avere con lui uno strano legame, ma comincia a ricevere piccoli doni anonimi con semplici messaggi di ringraziamento. Il rapporto con la trasfusione appare subito evidente, ma risalire alla persona che ha ricevuto il suo sangue rimane impossibile.

I due diventano allora protagonisti di uno strano quanto divertente gioco del destino e degli equivoci che li porta a rincorrersi e sfiorarsi tra la folla, cercarsi e riconoscersi senza però potersi mai incontrare e, tanto meno, chiarire. Questo, almeno, fino al finale, quando l’ennesimo colpo di scena permetterà a Joyce e a Justin di comprendere che non sempre bisogna aver paura di ciò che sembra inspiegabile e che spesso è bene lasciarsi guidare dai sentimenti .

L’ultimo romanzo di Cecelia Ahern, nota autrice di successi quali P.S. I love you – romanzo d’esordio da cui è stato tratto l’omonimo film -, e Se tu mi vedessi ora, trascina il lettore in una Dublino vivace, ricca di storia e di arte per vivere, insieme ai protagonisti, una storia di profondi affetti familiari e di amicizia, dove non mancano situazioni divertenti.
Il pretesto da cui la vicenda prende inizio è basato su alcune teorie che fanno riferimento non solo alle esperienze di persone che, avendo subito un trapianto di cuore, sostengono di aver avuto inaspettati effetti collaterali, come l’aver ereditato ricordi, gusti, desideri e abitudini del donatore, ma anche alla capacità della scienza di comprendere il funzionamento della memoria. Un settore dove operano scienziati pionieri della ricerca nel campo dell’intelligenza del cuore e delle basi biochimiche della memoria nelle cellule. Il legame che si instaura quindi fra Joyce e Justin sembra prendere quasi, a loro insaputa, il sopravvento sulle loro vite e guidarli in un viaggio che è insieme riscoperta di un passato che credevano ormai lasciato alle spalle, e del fatto che il destino spesso concede una seconda possibilità.

Forse la vita non ha sempre i toni del rosa, come la vivace copertina del romanzo della Ahern, ma, ancora una volta, la sua abilità nel raccontare storie di forti legami affettivi - d’amore come di amicizia – consiste nell’affrontare con leggerezza, ironia e un pizzico di magia, questioni che coinvolgono i lettori: come vivere o ricostruirsi un’esistenza dopo un trauma? Le avversità possono renderci più forti? Quale debito abbiamo con chi ci ha cresciuto, consegnandoci i suoi ed i nostri ricordi?

Queste sono le domande.

Vent'anni che non dormo - Marco Archetti

Marco ha studiato filosofia e ha smesso. Ha lavorato nelle toilette di un autogrill e ha smesso. Ha convissuto con una ragazza e ha smesso. Ha voluto una famiglia e ha smesso di volerla. Ora lavora in una pizzeria e già non ne può più. Cerca casa e la trova in condivisione con Chiara, una giovane senz'arte né parte ma con molti, troppi amici e soprattutto con una spiccata propensione a consumare in una notte, con l'ingenuità di un cuore facile, un grande amore dopo l'altro. È allora che a Marco viene l'idea: e se questi ‟grandi amori” glieli procurassi io, dietro adeguato compenso? Detto, fatto. Mentre le giornate se ne vanno, fra il puzzo di pesce e l'orrore dei mangianti, le notti portano quattrini dentro le pagine di un Atlante Geografico De Agostini (il luogo convenuto dove i clienti lasciano le banconote). Ma Marco è veramente un pappone? E Chiara è veramente una prostituta? Per arrivare a una vera risposta bisogna attraversare la ricchezza – davvero sorprendente – del romanzo, dove si incrociano i più bizzarri personaggi (Samantha, un travestito dal cuore d'oro, lo slavo Dragan verde come i suoi detersivi da cucina, il cane Mario – il più fedele compagno di Chiara –, l'implacabile Gestore della pizzeria) e dove, soprattutto, insieme alla storia raccontata prende forma un vero e proprio mondo, con una sua lingua, con una sua ibridatissima filosofia, con una sua smagliante consapevolezza dell'asprezza del vivere. Un vivere che Marco usma – ha un olfatto fuori dall'ordinario – e usmandolo, riconosce come puzza, come fragranza, come speranza. Avvitato in un presente difficile, oscuro (dal ‟mondo” arrivano di tanto in tanto frammenti di notizie tutt'altro che confortanti), Marco è comicamente sospeso fra la bella saggezza di un nonno che ripensa con beatitudine agli anni della guerra e l'oscura ingovernabilità dei propri affetti, della propria morale, delle proprie intenzioni. Siamo oltre il romanzo generazionale: di formazione non si parla più. Archetti ci parla di sopravvivenza e ridendo castiga opinionisti e sociologi.

La signora dei segreti - Candida Morvillo, Bruno Vespa

“I migliori affari si fanno a tavola” - diceva Oscar Wilde - e saper invitare le persone giuste nel miglior modo possibile, è un’arte che pochi conoscono. Era una vera e propria ‘regina dell’invito perfetto’, Maria Angiolillo, al secolo Maria Girani, vedova del senatore del Partito Liberale e fondatore del quotidiano Il Tempo, Renato Angiolillo. Nei saloni del Villino Giulia – la sua splendida casa sopra piazza di Spagna, si sono incontrati i potenti italiani tra le due Repubbliche per più di cinquant’anni. In quelle stanze - con pareti ornate di stucchi e antichi bassorilievi, con finestre che facevano entrare il verde profumato del giardino e l’azzurro del cielo di Roma - si è consumata la storia politica e mondana del nostro Paese, si è dato vita a trame e a complotti, ad affari e ad alleanze che hanno fatto storia.

La sua vita e molte altre cose che sono successe, che sono state fatte o che sono state decise in quella casa da molti chiamata – non a caso -“Quarta Camera”, ci viene raccontato ne ‘La Signora dei Segreti’, il libro scritto a quattro mani da Candida Morvillo e Bruno Vespa.

Quando è morta, nell’ottobre del 2009, Maria Angiolillo è stata salutata dal Parlamento con un minuto di silenzio, mentre lei, sul letto dell’addio, riposava perfettamente serena, come se il rigore della morte non osasse sfiorarla.

“Fasciata in un abito rosa, anche nel momento fatale sembrava la gran signora in attesa dei trentacinque ospiti dei suoi celebri pranzi. Sul tavolino da notte, era ancora aperto il quadernetto dove, con un paio di mesi di anticipo come sempre, aveva cominciato ad annotare i nomi degli invitati ai due ricevimenti natalizi, fissati tra un martedì e un giovedì di metà dicembre”.

Da quel corpo inanimato, i due autori sono risaliti ad una storia tutta italiana, da loro conosciuta molto bene, perché Vespa è stato tra i più assidui frequentatori di quel salotto con 51 presenze, e la Morvillo è stata la giornalista che sulle pagine di IO Donna, il settimanale del Corriere della Sera, svelò nel 2012 l’esistenza di Udo Maria Gregory Franck de Beurges, il figlio segreto di Maria Angiolillo, oltre a ricostruire il giallo dei gioielli scomparsi dopo la sua morte, oggetto di grandi contestazioni e cause giudiziarie tra i figli delle prime nozze di Renato Angiolillo e il primo figlio di Maria Girani, Marco Bianchi Milella.
Ultima signora di Roma ad invitare i suoi ospiti con una telefonata speciale (il cartoncino veniva spedito solo a invito accettato), Maria riusciva a carpire i segreti di chiunque e i suoi 1600 ricevimenti hanno visto la partecipazione di banchieri, di grandi nomi dell’industria e giornalisti, ma, soprattutto, di grandi personaggi dell’opposizione e della maggioranza, indipendentemente dal colore politico: da Fanfani ad Andreotti, da Berlusconi a Bossi, da Fini a D’Alema, da Bersani a Bertinotti, da Gianni Agnelli a Henry Ford fino ad alti prelati come Paul Marcinkus. Ci sono stati tutti – o quasi – perché “nessuno conta se non è passato lì”. A casa sua si sono fatti e disfatti i governi, si sono conclusi affari colossali, fatte nomine dei presidenti del Consiglio e della Repubblica e, tra le altre cose, si sono svolte le trame rimaste misteriose della P2 e dello scandalo del Banco Ambrosiano.

Nel libro si parla anche di un’altra grande regina dei salotti romani, Isabelle Colonna, vedova del principe Marcantonio Colonna, conosciuta anche come l’Arcipapessa o la regina supplente, che usciva poco dal suo palazzo e invitava i non divorziati. L’editore Renato Angiolillo, che aveva avuto il figlio Amedeo fuori del matrimonio, era un invitato d’eccezione al suo salotto, perché per lui madame Colonna aveva una particolare ‘simpatia’. I suoi pranzi erano leggendari, impostati come in un altro secolo: i cardinali non erano inferiori – per numero e grado – a quelli incontrati negli stessi salotti da Stendhal, all’inizio dell’Ottocento. “Si viveva in pieno Stato della Chiesa: che fuori ci fosse ormai la Repubblica era solo uno sgradevole incidente della storia”. L’incontro tra la Colonna e la Angiolillo merita di essere letto e non raccontato per non rovinare il gusto della sorpresa.
La prima volta che andò ospite a casa Angiolillo, nel novembre 1995, Massimo D’Alema rivelò da dove nasceva il nomignolo di ‘Spezzaferro’ che era comparso sui giornali: “Per allentare la tensione, spezzo con le mani in otto frammenti i tappi dell’acqua minerale”. E aggiunse serio: “Fini non ne sarebbe capace”.

Dopo la sua morte, sparirono i suoi gioielli, stimati duecento milioni di euro, un tesoro scomparso dalla cassaforte murata dietro un quadro. Tra questi, il Prince Diamond: 34,65 carati, taglio cuscino, due centimetri per due e mezzo, colorazione IIa, la più pura. E’il terzo diamante al mondo, imparentato al Koh-i-noor, quello incastonato nella corona della regina Elisabetta, battuto all’asta da Christie’s nell’aprile 2013 per 39 milioni di dollari. Il diamante apparteneva al senatore Angiolillo e nel suo testamento i monili non erano menzionati: per il diritto di famiglia dell’epoca, spettavano ai figli. Li tenne invece la vedova, che ne rimandava la restituzione.

Oggi, a Campobasso, è i in corso il processo che vede imputati il figlio di Maria Girani, Marco Oreste Bianchi Milella e il gemmologo svizzero Louis Hervè Fontaine. Secondo l’accusa e in base alle intercettazioni telefoniche, sarebbe stato proprio il figlio di Maria Girani a prendere i gioielli di Renato Angiolillo dal Villino Giulia a Piazza di Spagna e ad interessare il gemmologo per la vendita.

Un caso ancora irrisolto e che continuerà a far parlare di Maria Angiolillo ancora a lungo, ne siamo sicuri.

Felicità - Will Ferguson

Il primo libro di Will Ferguson è stato pubblicato nel 2002 e si intitola Felicità®: la sua particolarità sta tutta nel titolo, apparentemente così scontato, ma straordinariamente sconvolto da quell’esponente che in quel ricciolo di “r”racchiude tutta la sua irriverenza.

La quarta di copertina dell’edizione italiana curata da Feltrinelli attira subito il lettore alla storia di Edwin de Valu, un editor trentenne della Panderic, una media casa editrice americana, nella quale egli è addetto al settore dei manuali di autoaiuto, ossia quei libri che aiutano, per l’appunto, i lettori assetati a bere indicazioni, consigli, mantra e stili di vita che potrebbero (forse, magari, un giorno lontano) condurli a vivere la vita che desiderano, insomma, ad essere felici. Edwin, costretto, quindi, ad editare libri appartenenti ad un genere più che odiato da ogni impiegato di una casa editrice, ogni mattina posa gli occhi su una “discreta” pila di dattiloscritti, inviati alla Panderic da sedicenti scrittori. Un giorno, praticamente incastrato dal suo capo nella ricerca di un best-seller che avrebbe dovuto coprire le mancanze di uno scrittore di punta della casa editrice, tale Mr Ethics (da poco arrestato per motivi poco etici), parte all’inseguimento disperato di un manuale di autoaiuto di circa mille pagine, intitolato Quello che ho imparato sulla montagna, scritto da un tale Tupak Soiree. L’editor Edwin, artefice dello scellerato cestinamento della copia di quel libro che avrebbe potuto salvarlo da un possibile licenziamento, corre per tutta la città, sperando di ritrovare quel mucchio di fogli coperti di adesivi a forma di margherite bianche, promettenti futuri sorrisi splendenti. L’impresa sembra più ardua di quella che il protagonista avrebbe potuto mai immaginare, ma le conseguenze del ritrovamento dell’oggetto inseguito saranno ancora peggiori delle condizioni della sua ricerca. Quello che impariamo sulla montagna viene dato alle stampe così com’è, senza alcun tipo di correzione o revisione editoriale, perché così pretende il misterioso Tupak Soiree, con il quale Edwin comunica mediante strani fax, che gli fanno presagire il disastro imminente. Pian piano il romanzo inizia a vendersi e, contemporaneamente, attorno al protagonista, giovane ironico, sarcastico e normalmente frustrato, comincia a muoversi un caos calmo dotato della sinuosità di una felicità tanto nuova quanto spaventosa: il libro di Tupak Soiree promette, attraverso i metodi descritti, la possibilità di smettere di fumare, di avere rapporti carnali spiritualmente idilliaci, di sentirsi bene con se stessi, di abbandonare l’alcol e di avere la forza di lasciare il lavoro e qualsiasi tipo di occupazione materiale apponendo un semplice cartello alla propria porta recitante queste parole: “sono a pesca”. Il fenomeno Soiree investe l’America e la Panderik incassa vagonate di denaro, fino a poter depositare il marchio felicità e a guadagnare ogni volta che qualcuno utilizzi quel termine nel senso datogli dalla filosofia del famigerato Tuapak Soiree, il quale presenzia in tutti i talk show, cavalcando l’onda e ammaliando le masse con il suo fare ostentatamente fuori dal mondo materiale. Le persone divorando le mille pagine del manuale di autoaiuto appaiono entrate in una dimensione altra, in cui ci si è spogliati da ogni pulsione vitale, da qualsiasi stato d’animo che possa contrastare con quello creato dallo scrittore, che è molto simile ad una pacata serenità senz’anima. L’unico a non essere travolto dall’ondata Soiree è proprio il suo editore, il quale continua a coltivare il suo carattere nervoso, depresso, iroso, divertito, giocoso, dipendente da vizi passeggeri e dal senso, in una parola, umano. Il mondo si spegne in una dimensione d’ innaturale serenità e, dopo l’ennesima minaccia ricevuta da parte delle aziende produttrici di tabacco, alcol e quant’altro possa consolare brutalmente un uomo, Edwin decide cosa fare e parte alla ricerca di Tupak Soiree; tutto pur di vendicare il sorriso pulsante di colei che non avrebbe dovuto leggere quel libro e farsene rapire, entrando anche lei in uno status di pace dell’anima, della donna che ama e che ha sempre dovuto vestire dei panni ora di amante ora di amica, perché costretto in una vita coniugale con una moglie che ogni santo giorno lo accoglieva in casa chiedendogli “ti sembro grassa?”

Questa irriverente opera di Will Ferguson regala un’amara consapevolezza della dipendenza dall’infelicità da cui l’uomo è affetto, facendo ridere a crepapelle, inorridire di fronte a quel diamante falso che è l’editoria, scoprendo i lati marci e totalmente slegati dall’amore per la letteratura di un mondo non composto da carta stampata profumata, ma da un unico, sudicio pensiero elevato alla terza potenza: soldi, soldi, soldi. Felicità® di Ferguson, nonostante un finale sentimentale, e per questo leggermente slegato dal filo rosso che percorre la storia, è il classico romanzo da consigliare, composto da una serie di generi diversi incollati fra loro per mezzo dell’ironia, la rabbia, il disgusto e la rassegnazione provata calpestando un pianeta che non possiamo fare a meno di amare. Concedetevi delle pazze risate dal sapore agrodolce con Edwind De Valu e i suoi compagni di storia mancanti di qualche rotella.

Mia lingua italiana - Gian Luigi Beccaria

Saggio meritevole di essere letto. Niente di particolarmente originale, ma un agile volo riflessivo sulla storia della nostra lingua e dei tanti popoli italiani che la usano per cercare di diventare (senza riuscirci) un soggetto abbastanza unitario.