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Gli ultimi messaggi del Forum

La ragazza della nave - Arnaldur Indriðason

Qualche anticipazione:

Nel 1940, quando la guerra ha ormai coinvolto anche la Scandinavia, l’Islanda richiama in patria i suoi cittadini che si trovano all’estero. Dal porto di Petsamo, in Finlandia, si imbarcheranno sull’Esja per una traversata che li riporterà a casa, al sicuro. Tra la folla in partenza, una giovane infermiera attende invano l’arrivo del suo fidanzato da Copenaghen, e teme che possa essere finito nelle mani dei nazisti. La nave salpa senza di lui, e la ragazza durante quel viaggio angosciante, costellato di strani incontri ed eventi drammatici, dovrà scoprire il motivo della sua sparizione. Tre anni dopo, mentre Reykjavík è occupata dalle truppe americane e la convivenza tra i soldati e la popolazione crea non poche tensioni, l’investigatore locale Flóvent, affiancato dal giovane canadese Thorson che ha in qualche modo il compito di sorvegliarlo, deve risolvere un caso di aggressione: un giovane in uniforme viene ritrovato ucciso sul retro di una bettola frequentata dai soldati, ma nessuno degli americani sembra mancare all’appello. Negli stessi giorni, il cadavere di un uomo annegato in mare viene riportato a riva dalle correnti. Una volta identificato, i due poliziotti cercano di ricostruire le vere cause della sua morte, riconducibili forse proprio al periodo della storica traversata dell’Esja. In una rischiosa doppia indagine che si muove tra presente e passato, Flóvent e Thorson si ritrovano invischiati in una trama di gelosie, vendette e violenze, nel clima teso degli anni più bui della storia d’Islanda.

Recensione:

Indriðason muovendosi nella suggestiva atmosfera dei paesi scandinavi – nel periodo buio del nazismo, in un clima di omertà e sospetto – costruisce un giallo solido, in cui i piani temporali degli eventi si mischiano, tanto che all’inizio si ha l’idea di un unicum temporale.

La traversata dell’Esja durante la Seconda Guerra Mondiale con la morte di un suo passeggero, l’apparente suicidio di un assicuratore, la scomparsa di uno studente forse implicato con le forze di resistenza al nazismo, l’uccisione di un soldato durante una rissa fuori da un malfamato locale frequentato da militari… Qual è il legame che unisce questi eventi?

Il lettore può seguire due diverse “indagini”: da un lato quelle ufficiali della polizia, rappresentata da Flóvent, poliziotto islandese, e Thorson, militare canadese – chiamati a indagare sulla morte dell’assicuratore e del soldato – che uniranno le loro forze per scalfire il clima di omertà che regna tra i militari e tra gli islandesi che, spesso, dei militari hanno paura.

Dall’altro lato, si è immersi nelle indagini condotte da due civili: Karòlìna – “la ragazza della nave” del titolo –, fidanzata dello studente scomparso, e Kristmanm, fratello del passeggero morto durante la traversata dell’Esja. La ragazza porta con sé un segreto mai confessato che potrebbe aver causato la morte del suo fidanzato, quindi, è disposta a tutto pur di scoprire la verità. Karòlìna e Kristmanm sono due personaggi devastati dalla perdita dei loro cari e dal bisogno di avere risposte; ma quando avranno queste risposte, fino a che punto saranno disposti a spingersi per ottenere vendetta?

Ecco, la vendetta: è questo il fil rouge, il sentimento che accomuna i diversi protagonisti del romanzo. Un sentimento, un desiderio forte che, una volta innescato, può portare a gesti estremi e inaspettati.

È un giallo che scorre lento, senza scossoni, dà l’idea di una barca che veleggia sicura verso il porto, conducendo il lettore a un finale in cui tutti i tasselli si incastrano perfettamente.

L’atmosfera dei paesi scandinavi, della seconda guerra mondiale, di paura, tensione e omertà, viene descritta splendidamente dall’autore. È un giallo che avvolge in una coltre nebbiosa e avvincente.

Consigliato.

Middle England - Jonathan Coe

Non c’è dubbio: Jonathan Coe è uno scrittore geniale, di sicuro uno dei migliori scrittori inglesi, che unisce al dono della narrativa una verve satirica e un’acuta capacità di analisi degli eventi sociali e politici del suo tempo.
Con il suo ultimo romanzo “Middle England” ci ripropone i personaggi de “La banda dei brocchi” e di “Circolo chiuso”, seguendoli nel corso degli ultimi otto anni del nuovo millennio. Siamo dunque di fronte a un Benjamin, un Doug e una Lois ormai giunti alla maturità, con tanti dubbi e tante ansie nient’affatto risolti. A Sophie, figlia di Lois, l’eredità complessa e confusa di un mondo caotico con poche certezze e tanti limiti.

Ciò che più sta a cuore a Coe è descrivere la situazione politica e sociale in cui si è trovata la Gran Bretagna dal 2010 ad oggi. A Doug il compito di denunciare la crisi e il declino del partito laburista, responsabile di aver causato l’impoverimento della media e piccola borghesia, lasciando immutati i privilegi di pochi. È Doug che riconosce, in un incontro con Ben, che la gente è stanca, rabbiosa e disgustata. Né le cose sembrano migliorare con l’avvento dei Tories di Cameron, sicuro di sé al punto da indire un referendum sulla Brexit, con l’impegno di restare a risolvere i problemi del paese nel caso d’un voto favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, promessa che non avrebbe mantenuto, lasciando a Theresa May il compito di rispettare la volontà popolare. Ed è attraverso i personaggi di Ben, Lois e Doug che possiamo constatare con quale drammatica consapevolezza si sia vissuta e si viva tuttora una decisione destinata ad avere un’influenza determinante sulla vita di ciascun individuo.

La nazione sembra letteralmente divisa in due: da una parte c’è chi, come il padre di Lois e Ben, legato ancora ai ricordi del passato, vorrebbe che al suo paese fosse restituita quella sovranità che gli è stata tolta con la sua adesione all’Europa, dall’altra chi ritiene che far parte dell’Europa sia un’opportunità da non perdere. Ciò di cui tutti si rendono perfettamente conto è che la politica di austerità che l’Europa ha imposto ai suoi membri ha impoverito il paese, trasformando persino il territorio, in seguito alla chiusura di fabbriche e industrie per far posto a attività commerciali. “Un edificio non è solo un posto, non ti pare?” – dice Colin a suo figlio Ben – “E’ anche la gente. La gente che ci sta dentro […..] Se non produciamo niente, non abbiamo niente da vendere, perciò come faremo a sopravvivere?”

Ben, Doug e Lois vedono accentuarsi intorno a loro uno strisciante sentimento xenofobo e sovranista, aumentare l’intolleranza per l’avversario politico, atteggiamento che raggiunge il momento culminante con l’assassinio della deputata Jo Cox.

Pur mantenendo una posizione equilibrata ed equidistante verso la problematica della Brexit, sembra tuttavia che Coe lasci trasparire il suo rammarico di vedere il suo paese chiudersi nuovamente in un isolazionismo che ha comunque sempre caratterizzato la sua politica, pur riconoscendo che un’Europa così fondata su rigide regole economiche e nessuna politica comunitaria non può che vedere rinascere i nazionalismi e avviarsi ad una chiusura sempre più drastica delle frontiere. Cosa che non può che palesare il fallimento degli ideali sui quali l’Europa avrebbe dovuto fondarsi.

L’intelligenza di questo romanzo consiste proprio nell’aver messo l’accento su come la politica influisca in maniera determinante sulla vita dei singoli individui, con i suoi personaggi borghesi di mezz’età nell’Inghiterra delle Midlands.

"Middle England, Middle class, Middle age".

Serotonina - Michel Houellebecq

Dopo aver scoperto che la compagna giapponese con cui conviveva da due anni si "divertiva" – tra le altre cose – con cani di varie razze, Florent-Claude Labrouste, 46 anni, agronomo al ministero dell’Agricoltura, decide volontariamente di sparire dalla circolazione abbandonando sia il lavoro che il tetto coniugale per andare a vivere, all’insaputa di tutti, in un hotel parigino – rigorosamente dotato di stanze per fumatori.

Fin qui, il protagonista di “Serotonina” (La Nave di Teseo), l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, ricorda molto da vicino altri storici personaggi della letteratura francese, dal protagonista de “Il presentimento” di Emmanuel Bove all’“Uomo che dorme” di Georges Perec. Più o meno come loro, infatti, Labrouste – che di se stesso detesta perfino il nome – decide di eclissarsi nel momento in cui si rende conto che la donna con cui vive (terribilmente viziata e molto più giovane di lui) non aspetta altro che il vecchio brontolone tiri le cuoia e che il suo lavoro, cioè ratificare a suon di inutili resoconti il progressivo annientamento dell’agricoltura francese ad opera delle politiche liberiste dell’Unione europea, tradisce gli ideali in cui credeva quando era uno studente alla facoltà di Agraria: “privilegiare la qualità, consumare e produrre locale, utilizzare fertilizzanti animali” e via dicendo. Nient’altro che un’utopia, dunque, in una società come quella odierna in cui il libero scambio è ancora un dogma imprescindibile.

Riassumendo con le parole di Houellebecq: “Le ragazze sono delle puttane, se vogliamo, ma la vita professionale è una puttana ben più ragguardevole, e che per giunta non vi dà nessun piacere”.

Ma non è tutto, ovviamente. Si tratta pur sempre di un romanzo che più houellebecquiano di così non si può. Florent-Claude Labrouste, infatti, oltre ad essere cinico, disilluso e a dir poco ossessionato dal sesso, soffre di una pesante patologia depressiva che non gli permette neanche di lavarsi (“la prospettiva di avere un corpo di cui prendersi cura diventava sempre più insopportabile”) e che potrebbe condurlo al suicidio. Così il dottor Azote, un medico di base piuttosto stravagante, gli prescrive un antidepressivo di nuova generazione, il Captorix, in grado di stimolare la produzione di serotonina, l’ormone della felicità. Sarebbe un farmaco miracoloso, se solo la serotonina non inibisse – per motivi che neanche i medici sanno spiegare – la sintesi del testosterone, causando la perdita totale del desiderio sessuale e condannando chi ne fa uso all’impotenza.

La solitudine estrema, la consapevolezza di aver fallito nella vita e l’inesorabile avvicinarsi della vecchiaia – condizione resa ancora più tangibile dallo stato di impotenza causato dal Captorix – spingono il protagonista a ripercorrere in maniera tanto nostalgica quanto insolente le storie d’amore – e di sesso – più importanti della sua vita. Proprio come quelli che stanno per morire e che organizzano una cerimonia in occasione del loro trapasso – scrive Houellebecq -, “io cercavo di organizzare una mini cerimonia di addio al mio cazzo; volevo rivedere tutte le donne che l’avevano onorato, che l’avevano amato a loro modo”.

E così Labrouste, quasi fosse Don Johnston in “Broken Flowers”, ci racconta i momenti intensi e fugaci vissuti con Kate, una bella ragazza danese, ai tempi dell’università; la convivenza con Claire, un’attrice fallita che vorrebbe recitare nei cinepanettoni e invece le fanno interpretare noiosissimi testi di Bataille o di Blanchot; ma soprattutto la storia d’amore con Camille – una stagista di 19 anni – gettata alle ortiche a causa di “qualche scopata senza importanza” con un’altra donna. Il fantasma di Camille attraversa praticamente tutto il romanzo e tortura senza pietà la già fragile psiche di Labrouste, configurandosi come la sola e unica felicità possibile. In definitiva – come si scoprirà nelle ultime battute del romanzo, prima del finale tragico -, un’occasione persa per sempre a causa dell’impulsività tipica dei vent’anni, “i soli anni in cui l’avvenire sembra aperto, in cui tutto sembra possibile”. Ma quella libertà – sembra volerci dire Houellebecq -, quella voglia di prendere tutto, l’avidità di cogliere tutte le opportunità che ci si presentano davanti, prima o poi si paga. A caro prezzo.

“Serotonina” è quindi – come già annunciato quasi due anni fa dallo stesso Houellebecq – un romanzo d’amore e un romanzo sull’amore e sul suo potere terapeutico e salvifico, quasi mistico. “Il mondo esterno era duro – scrive l’autore -, spietato nei confronti dei deboli, non teneva quasi mai le sue promesse, e l’amore restava la sola cosa in cui si potesse ancora, forse, avere fede”. E probabilmente sono proprio i genitori di Labrouste, nel romanzo, a rappresentare l’esempio perfetto di questo amore puro, archetipico; un legame primario e fondatore la cui intensità non è seconda neanche a quella che unisce madre e figlio. Non a caso la madre finisce per suicidarsi assieme al marito dopo aver scoperto che quest’ultimo era stato affetto da un cancro al cervello.

Al di fuori della coppia, al di fuori della famiglia, insomma, si salva poco o niente. E Houellebecq – attraverso il suo personaggio – non perde una sola occasione per sottolinearlo a suon di provocazioni.

Ecco una breve ricognizione: “l’Olanda non è un Paese, ma al massimo un’impresa” e “gli olandesi sono delle puttane, una razza di commercianti poliglotti e opportunisti”; gli inglesi sono “quasi più razzisti” dei giapponesi; gli argentini sono dei “bastardi” che inondano l’Europa con i loro prodotti geneticamente modificati; “Niort (città della Francia centro-occidentale, ndr) è una delle città più brutte che abbia mai visto”; Parigi è “un inferno”, “una città ripugnante, infestata da borghesi eco responsabili”. Senza parlare degli elogi al generale Franco (“autentico gigante del turismo” di lusso e di massa), dei riferimenti anti ecologisti (“gli ecologisti radicali sono degli imbecilli ignoranti”, “sabotavo sistematicamente i contenitori della raccolta differenziata”, “non avrò fatto granché nella mia vita, ma almeno avrò contribuito alla distruzione del pianeta”), dell’apologia della caccia, del pedofilo tedesco, dei cliché omofobi, dell’opinione sui giornalisti (“cretini” e “conformisti”), dell’Unione europea che sarebbe una “gran troia” a causa della soppressione delle quote latte, delle cosiddette “famiglie ricomposte” che sarebbero “una disgustosa presa per i fondelli” e della lista di donne qualificate come “puttane” – di professione e non.

Niente di nuovo, tutto sommato. Anzi, questa volta le polemiche sono cominciate presto, in netto anticipo rispetto alla pubblicazione del romanzo: prima c’è stata l’intervista al mensile americano Harper’s, nella quale lo scrittore francese ha dichiarato che “Trump è uno dei migliori presidenti americani che abbia mai visto” e poi i titoli scandalistici sugli abitanti di Niort – “una delle città più brutte che abbia mai visto” – che minacciavano di boicottare il libro – in realtà, invece, “Serotonina” sta spopolando dappertutto, anche a Niort.

Ciò che non smette di sorprendere, piuttosto, è che alcuni giornali di sinistra come Libération (massacrato nel libro, tra l’altro), Les Inrocks o l’Obs, giornali cioè che fanno dell’ecologismo, del Parigi-centrismo e della lotta ai vari Trump, Putin, Bolsonaro e via dicendo il loro orgoglio, non possano fare a meno di elogiare – le recensioni sono state praticamente un plebiscito in suo favore – l’autore più reazionario della letteratura francese.

Al di là delle provocazioni, infatti, “Serotonina” contiene anche una tesi politica che non dovrebbe piacere affatto alle testate appena citate. Quando Aymeric d’Harcourt-Olonde, l’unico amico di Labrouste, un nobile che ha scelto di diventare agricoltore e che – strozzato dai debiti e afflitto dai sempre più frequenti suicidi dei suoi colleghi – decide di manifestare contro il governo sfidando la Polizia con tanto di fucili e taniche di benzina, Houellebecq è dalla sua parte. L’autore, quindi, non solo appoggia la causa degli agricoltori francesi – una sorta di gilet gialli ante litteram -, facendo per giunta esplicitamente l’occhiolino al partito di Marine Le Pen, ma elogia anche l’aristocrazia terriera. Per lui Aymeric è un eroe che difende i contadini francesi, “cosa che – si legge nel romanzo – era stata da sempre la missione della nobiltà”.

Sembra essere opposta, invece, la sua opinione nei confronti dei politici – Houellebecq è da tempo un partigiano della democrazia diretta -, dei giornalisti e della classe media urbana globalizzata (i “borghesi eco responsabili” di cui sopra). È la Francia a cui paradossalmente lo stesso Houellebecq appartiene, la Francia dell’odiato Macron, dalle cui mani ha peraltro appena ricevuto la Legion d’onore.

Ecco, forse è proprio per questo motivo che Houellebecq riesce a rimanere impermeabile alle critiche dei cosiddetti “radical chic”, perché sotto sotto hanno capito che perfino lui è ormai uno di loro. È altrettanto possibile, però, – ammesso che lo si legga per davvero – che la qualità di un testo letterario goda ancora di una qualche rilevanza agli occhi di chi è pagato per scriverne. Questa sì che sarebbe una buona notizia, un motivo in più per sperare, nonostante tutto.

Follia maggiore - Alessandro Robecchi

Attesissimo non solo dai milanesi, il nuovo romanzo di Alessandro Robecchi, “Follia maggiore”, non delude, anzi stupisce per l’inserimento inatteso della musica lirica, un vanto della Scala, si sa, ma non solo!

Quindi ecco che al solito Bob Dylan, premio Nobel, adorato da Carlo Monterossi, ancora protagonista della storia, si aggiunge inaspettatamente una giovane soprano, che aspira ad una carriera luminosa. Tutto parte in realtà dalla morte di Giulia Zerbi, bella donna non ancora sessantenne, traduttrice di classici francesi, elegante e sobria, irreprensibile nei comportamenti, che vive in una zona appartata di eleganti villini con l’unica figlia, Sonia, promettente cantante lirica in attesa di vera affermazione. La donna viene barbaramente uccisa sotto casa, dopo un alterco con due sconosciuti, ripresi dalle telecamere, che sono poi fuggiti con una potente Audi a cui è stato dato fuoco in periferia. La polizia, il solito Ghezzi con il collega Carella, sono incaricati delle indagini, che appaiono subito difficili: niente testimoni, assenza di tracce e di moventi. Si sa solo che la donna aveva problemi economici molto pressanti e che era finita nelle mani di feroci strozzini.

Ma c’è qualcosa di più, su cui indaga anche Oscar Falcone, lo scombinato detective amico di Monterossi: è stato ingaggiato da uno strano individuo, un quasi ottantenne faccendiere, esperto di movimentazione di capitali, capace di nascondere nelle famose scatole cinesi patrimoni scomodi da dichiarare, ricco e molto agganciato agli ambienti della finanza non solo cittadina. Umberto Serrani aveva avuto una intima e molto coinvolgente relazione affettiva con la allora giovane Giulia, un rapporto segreto a tutti quanto intimo e profondo, che, a distanza di venticinque anni, risveglia nell’uomo rimpianti, nostalgia, e non pochi sensi di colpa che lo spingono ad aiutare Sonia, la figlia della donna amata, nel raggiungimento dei suoi obiettivi artistici.

La storia si dipana poi in mille rivoli, ma la cosa più piacevole di “Follia maggiore” è il contrasto tra il violento mondo dell’usura, il coinvolgimento di insospettabili, con questa società magica che vive di musica, di concorsi di canto, di competizioni agguerrite, di primedonne e superbi direttori d’orchestra.
La Milano ricchissima che osserviamo nella suite dell’Hotel Diana dove viene alloggiata la stupefatta Sonia, corredata da un prezioso pianoforte, da cibi raffinati, da lezioni giornaliere che costano patrimoni, da abiti di scena forniti da ambiti ateliers, si contrappone a quella meno brillante e più oscura: bar miserabili, periferie degradate, storie sordide. È la voce del poliziotto Ghezzi, onesto e intuitivo, paga modesta, abiti fradici per la pioggia continua, poche soddisfazioni, che Alessandro Robecchi ci fa ascoltare:

“Dopo giorni in cui ha tentato di mettersi nei panni del cattivo, di chiedersi cosa farebbe al suo posto, quando lo prende vede tutta la disarmante pochezza della faccenda, nemmeno la banalità, ma la sciatteria del male”.

L’occhio attento di Alessandro Robecchi ci racconta una città complessa, ricca di contraddizioni stridenti, di povertà nascoste, di un lusso spesso fasullo, di quartieri che nascondono dietro le tendine alle finestre abissi di miseria, o lussi estremi, corruzione e vizio. Per restare in sella si è costretti ai prestiti ma le banche non danno soldi a chi è in seria difficoltà, ecco allora il proliferare di usurai, piccoli e grandi, nel cui giro perverso finiscono i poveracci, gli onesti, i soli.

“Una carta velina di salmone, due foglie d’insalata che fanno da guarnizione, una fettina di pane sottile come un’ostia e un bicchiere di vino bianco. La colazione dei campioni. Trentadue euro. Poi ditemi che non è la capitale morale”.

In questo squallore morale la decisione di Umberto Serrani di regalare un sogno alla giovane Sonia appare un inspiegabile miraggio: il recital ad un matrimonio miliardario che precede il concorso canoro di Basilea ne è la prova ed è una delle pagine più piacevoli di “Follia maggiore”. Sonia canta l’assolo della Regina della notte dal Flauto magico di Mozart, un’aria dalla Carmen e, inatteso, accetta di cantare il bis: sarà un’aria da Il turco in Italia, la dichiarazione di Donna Fiorilla:

“Non si dà follia maggiore… dell’amore un solo oggetto…”

il licenzioso Rossini viene così esibito e cantato con disinvoltura davanti al pubblico più facoltoso, suscitando entusiasmo, anche per l’ignoranza dei presenti che non percepiscono l’ironia che sottende la scelta canora, certo inadatta ad un matrimonio ultratradizionale.

Finale a sorpresa, del tutto inatteso, per attestare ancora una volta la bravura di Alessandro Robecchi, abilissimo ad alternare registri linguistici, ambienti, situazioni, location, personaggi provenienti dai ceti più diversi, per raccontare la Milano di oggi con ironia e cultura, senso critico e competenza, rimpianto e solitudine.

Gli ultimi passi del sindacone - Andrea Vitali

Bellano, 1946: la cittadina sta risorgendo dalle ceneri della guerra. Hanno riaperto i negozi e le piccole industrie, il cotonificio locale cerca manodopera, il lavoro non manca, anzi.
Alla vigilia di Natale il Sindaco, detto il Sindacone perché è a forma di salsiccia, grossa fino alle ginocchia, dopodiché partono dei piedini che calzano numeri da signora (per questo il titolo Gli ultimi passi del Sindacone), vuole tutti nel suo studio alle 19 per un brindisi finale. In realtà non si capisce bene proprio perché durante il cenone.

La missiva arriva a Veniero Gattei, vicesindaco, sposo novello da poche settimane e quindi in pieno lavoro erotico con Laura, sua moglie, che da fidanzato poteva solo baciare.
Arriva all’Allegretti, uomo di mondo che da nullatenente a parte il suo lavoro in giunta comunale ha messo l’occhio su una bruttina stagionata che oltre alle poche fattezze non azzecca un argomento di conversazione. Se solo Sirica, la ragazza che lo aiuta nelle faccende domestiche non fosse così grossiere, volgarotta, si sarebbe già sposato!
Poi la missiva arriva anche allo Stoppani che taglia formaggi da quando aveva quattordici anni e la sua drogheria va a gonfie vele. Egli ha la delega delle viabilità ovvero delle mulattiere. Uomo pavido attaccato alla moglie che lo rivolta come un calzino, anche in quel Natale, per far sposare la figlia non bellissima a un bravo ragazzo che ha aspirazioni letterarie che devono essere dimenticate e in fretta.

Effettivamente la riunione al comune a parte chiacchiere, vino, dolci finisce senza un vero perché. È stata incatenata per dare il tempo al Sindaco di andare dalla sua amante Perlina. Dopo aver consumato un rapporto sessuale il Sindaco, non respira più. È morto. Perlina chiama Gattei.
La notte è freddissima e con folate di vento ghiacciato. Gattei arriva da Perlina e capisce che il fu sindaco, il signor Fumagalli è morto. Ma non lì, ma al comune.
Intanto Perlina capisce quanto l’ha aiutata. Lei cui vennero tagliati i capelli a zero perché aveva intrattenuto rapporti con militi fascisti e poi la clientela selezionata col portafoglio pieno e il Sindaco come amante.
Gattei arriva a una con una conclusione: per portare a piedi il morto ci vuole un uomo della stessa stazza, lo Stoppani. Ce la faranno? Dovete leggerlo.

Mai Andrea Vitali è stato così esplicito in materia di sesso, niente di che, intendiamoci, ma come se avesse scoperto che il desiderio sessuale fa commettere follie, omicidi, rende la vita gioiosa o odiosa. Prima o poi a Freud ci arrivano tutti.

Con Gli ultimi passi del Sindacone torna sulla scena la Bellano del primo dopoguerra, di cui Andrea Vitali sa mettere in luce la voglia di riscatto, il frettoloso antifascismo esibito senza vergogna, gli appetiti della carne simbolo della voglia di vita che sta rianimando l’intero Paese, ma senza tralasciare quei piccoli segreti che rendono più sapido il tran tran quotidiano, e la lettura dei suoi romanzi una godibilissima compagnia. Fumagalli è un uomo pingue, anzi di più, soffre di obesità androide, nel senso che il grasso ce l’ha tutto attorno all’addome. Cinquant’anni, sposato con Ubalda Lamerti, senza figli, esercita in proprio la professione di ragioniere. Per vincere quel senso di vuoto che a volte lo aggredisce, più che per uno slancio ideale, si è dato alla politica nelle file della Democrazia Cristiana e sfruttando il giro della propria clientela è riuscito a farsi eleggere sindaco di Bellano. Per tutti, e per ovvie ragioni, lui è il Sindacone. L’attività istituzionale non lo occupa più di tanto. Oltre al disbrigo delle formalità correnti, riunisce la giunta ogni due mesi, due mesi e mezzo. Ultimamente, però, sotto questo aspetto, il Sindacone sembra aver impresso una svolta. Convoca la giunta ogni dieci giorni, a volte anche ogni settimana. Una voce o due all’ordine del giorno, una mezz’oretta di riunione e ciao. Ma oggi, 22 dicembre 1949, ha superato ogni limite: ha indetto una riunione per la sera della Vigilia di Natale. Per discutere di cosa? Di niente. Per scambiare gli auguri. E a più di uno dei consiglieri che si sono visti recapitare a mano la convocazione è saltata la mosca al naso. Per dirla tutta, al geometra Enea Levore è venuto il preciso sospetto che sotto a quella frenesia si nasconda qualcosa. Ma cosa? Basterebbe chiederlo al vicesindaco Veniero Gattei, se quello non tenesse la bocca rigorosamente cucita.

The game - Alessandro Baricco

Libro fascinoso sull'impatto delle tecnologie dell'informazione e sulla rivoluzione sociale prodotta dall'uso di computer, cellulari e altre diavolerie simili. Analisi molto più frantumata e complessa quella del "sociologo" Baricco che ri-scopre l'esistenza dell'individualismo di massa. Lettura non facile e un po' faticosa. Merita? Baricco è intellettuale colto e raffinato e quindi, avendo tempo e voglia di arrampicarsi, la risposta è sì. Il titolo però lo trovo un po' fuorviante.

Un castello di inganni - di Elizabeth George

“Mio nipote, Ian Cresswell, figlio della mia povera sorella, è annegato dieci giorni fa, all’estremità meridionale del lago Windermere, verso le sette di sera. Il suo corpo è stato rinvenuto solo il pomeriggio seguente”.

Nel sedicesimo episodio della serie dedicata a Thomas Lynley, Ispettore Investigativo di New Scotland Yard, il teatro di un autentico castello di inganni è il Cumberland, contea storica del Regno Unito nel nord – ovest dell’Inghilterra. Ian, appena separatosi dalla moglie Niamh, due figli piccoli Tim e Gracie, viveva a Bryan Beck in Cumbria “in una fattoria sperduta alla periferia di un villaggio sperduto” vicino Ireleth Hall, antica residenza elisabettiana dello zio Lord Bernard Fairclough. Ian, in un tardo pomeriggio di pioggia autunnale, dopo aver litigato con il suo inquilino/amante, il giovane iraniano Kaveh Mehran, e dopo essere sceso dal sandolino sul quale si teneva in allenamento remando, era caduto in acqua battendo la testa contro il molo.

“È caduto perché due pietre del molo erano instabili e si sono staccate”.

Fairclough, baronetto di fresca nomina per meriti industriali teme che “qualcuno abbia smosso di proposito quelle pietre”. Potrebbe essere stato suo figlio Nicholas il quale ha avuto “una giovinezza problematica” alle prese con droghe di tutti i generi. Ora Nicholas, completamente disintossicato, conduce una vita serena insieme alla moglie argentina Alarea, però considerato che Ian, cresciuto nella dimora dei Fairclough “assumendo il ruolo di un fratello maggiore perfetto”, era l’amministratore finanziario delle Industrie Fairclough nonché dei considerevoli beni personali dello zio, il cugino Nicholas avrebbe potuto trarre beneficio dalla morte di Ian. Proprio per questo motivo il vice commissario David Hillier affida a Lynley il compito di indagare “con la discrezione più assoluta” in terra di Cumbria. Thomas, il quale ancora non si è ripreso dall’insensato assassinio della moglie Helen avvenuto solo nove mesi prima, si fa accompagnare in trasferta dai fidati amici Deborah e Simon Sain James in incognito. Non è un momento facile per Tommy, alias Lord Asherton, baronetto laureato ad Oxford che ha appena iniziato una relazione con Isabelle Ardery, sovrintendente investigativo pro tempore e suo diretto superiore. Il solerte e malinconico Lynley, immerso nel groviglio di intrighi, bugie, segreti di famiglia e agghiaccianti depravazioni che circondano i membri del clan Fairclough, comprenderà appieno che “il suo lavoro era raccogliere le prove della colpevolezza di qualcuno, non della sua innocenza”.

Sempre in vetta alle classifiche del New York Times e con un milione e mezzo di copie vendute in Italia, Elizabeth George con Un castello di inganni (Longanesi, 2012; titolo originale: Believing the lie) ancora una volta appassiona tutti gli amanti delle detective stories all’inglese. Pochi scrittori come la George sanno evocare l’atmosfera tipicamente britannica e l’atteggiamento mentale riservato e distaccato del popolo inglese. “L’Inghilterra ha su di me un influsso artistico”. La Regina del mistery, vincitrice di molti premi letterari tra i quali l’Agatha Award per il migliore romanzo d’esordio nel 1988 con E liberaci dal padre, è nata a Warren nell’Ohio (USA) e attualmente risiede nello Stato di Washington. In tutti i suoi anni alla Met Thomas “di perversità ne aveva viste parecchie” e anche nel romantico Lake Discrict, dove la scrittrice e illustratrice di libri per l’infanzia Beatrix Potter fa scorrazzare felice Peter Rabbit, “c’è altro fio del peccato da pagare in arrivo, e sarà grosso”. Può contarci Lord Asherton.

Nata per te - Luca Mercadante e Luca Trapanese

Alba è nata, ma nessuno la voleva.
Perché Alba, con i suoi grandi occhi e i capelli color del sole, è nata con quello che molti, oggi, considerano un difetto gravissimo: la sindrome di Down.
Non l’ignoranza, non la cattiveria, non il pregiudizio: è l’avere un cromosoma in più la bimba abbandonata, appena venuta al mondo, dalla mamma naturale all’ospedale di Napoli.

Non è compito nostro giudicare le scelte degli altri, quello che ci spetta è solo raccontare. E, in questo caso, raccontiamo di una storia d’amore, fantastica e bellissima. Perché Alba, dopo essere stata rifiutata da ben trenta famiglie, che aspettavano un bambino da adottare, ma evidentemente giudicavano lei “troppo problematica” da affrontare, il suo papà lo trova.
Ed è un papà meraviglioso, che se ne frega del cromosoma in più e di quello che la gente potrà pensare perché tanto, anche lui, ai pregiudizi ci è abituato: si chiama Luca Trapanese, è gay, cattolico praticante, single. E accoglie Alba come se fosse il frutto del suo amore, il prolungamento di se stesso.

Il 29 luglio del 2017 il primo incontro, Luca prende per la prima volta in braccia sua figlia:

"Alba è avvolta nel lenzuolo dell’ospedale. Trapanese ha cuffia, mascherina e un camice monouso semitrasparente; sotto è vestito in maniera informale: camicia e pantaloncini al ginocchio".

A descrivere così il primo abbraccio tra padre e figlia è Luca Mercadante, uno che da Luca, l’altro, non potrebbe essere più lontano: ateo, favorevole all’interruzione di gravidanza, convinto che la paternità passi prima per il sangue, poi, semmai, per l’accudimento. Eppure proprio a lui, il suo opposto, Luca Trapanese sceglie di consegnare il racconto della sua vita con la piccola Alba, che oggi è diventato un libro, edito da Einaudi Stile Libero, Nata per Te – Storia di Alba raccontata fra noi.
Non è stato un gesto caritatevole, quello di Luca, e lui ci tiene a chiarirlo: voleva una famiglia, e ha lottato per averla. La prassi per l’affido di Alba, ha spiegato in varie interviste, era partita quando ancora lui faceva coppia con Eduardo, il compagno, e dopo la separazione l’uomo ha voluto andare avanti, fino a realizzare il suo sogno, quello di stringer la piccola Alba fra le braccia, e di poterla considerare sua figlia.

Oggi Alba ha 18 mesi, e Luca ricorda così il loro primo incontro:

"Un’emozione enorme. Mi dissero subito di cambiarla e io lo feci, tra l’altro lei era buonissima da piccola. Ora è più vivace, ma comunque non è una piagnona, è allegra. La prima notte insieme l’abbiamo passata da soli, perché ho pensato che dovevo cimentarmi subito nel suo accudimento. Altrimenti avrei cercato sempre l’aiuto di amici e familiari. È andata bene, ma per il primo bagnetto, nella casa di campagna, eravamo un esercito. Tanti amici e ragazzi delle associazioni che la volevano vedere e festeggiare".

Oggi Alba e il suo papà si preparano a vivere un’intera vita insieme, anche se nel libro Luca riserva un pensiero anche alla madre biologica della piccola, alla donna che l’ha rifiutata:

"Stanotte ho capito che tra i motivi che mi hanno spinto a raccontare la mia storia c’è stato anche questo: parlarti. Potresti essere dall’altra parte del mondo, ma sappiamo entrambi che saremo per sempre legati. Una delle donne che ho conosciuto in ospedale ha detto, in maniera un po’ spudorata, che vivrai il resto della tua vita chiedendoti se hai fatto la cosa giusta, dimenticando che la tua prima scelta è stata probabilmente quella di portare avanti la gravidanza pur sapendo a cosa andassi incontro. Non è nelle mie facoltà toglierti questo dubbio, ma voglio che tu sappia una cosa: da quest’altra parte del pianeta c’è un uomo che per il resto della sua vita si domanderà se è alla tua altezza. Ci sono io che, per ogni decisione che prenderò, ogni volta che dovrò tirare fuori l’audacia per essere davvero il padre che lei si merita, sarò consapevole che nella gara del coraggio arriverò, non so a che posto, ma certo dopo di te. Alba guarirà molto presto. Ti scriverò ancora".

Consigliato a ...

Chiunque voglia commuoversi di fronte a una storia vera di grande umanità, che non può lasciare indifferenti e insegna davvero il vero valore delle cose.

Croniche epafaniche - Francesco Guccini

Guccini dedica "croniche epafàniche" (Feltrinelli, 179 pp.) alla figlia Teresa, perché possa imparare, ed è il racconto del periodo dell’infanzia e della fanciullezza di Francesco trascorso dai nonni a Pavana, sull’appennino tosco-emiliano.

Nell’anno di pubblicazione, il romanzo, in dialetto pavanese congiunto alla lingua italiana, è stato molto apprezzato dalla critica celebrando così l’amabile cantastorie, che noi tutti ben conosciamo, anche come un meritevole scrittore.

Con l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il padre di Francesco viene chiamato alle armi e Francesco, insieme alla madre, da Modena si trasferisce presso i nonni paterni a Pavana. Quegli anni sono descritti magistralmente in questo romanzo. Ma come è Pavana nel ricordo di un bambino? E’ un piccolo paese dove oltre la fine della strada il mondo finisce.

“E’ certo la Geografia disciplina tra le più fantastiche che esistano, che ha del letterario e del fabulistico, più che della vera scienza. Anche per rimanere solo nell’italico ( e, siamo italiani, questo, più o meno si sa, e viviamo in uno spazio chiamato Italia, che si estende in qualche modo non chiaro al di là di Pavana), prendi, ad esempio, le Province di Lombardia. Già da sola la Lombardia sarebbe una cosa da verificare, tutta; è verde, L’Emilia lì di sotto è rosa e la Toscana è marron. E’ questa la loro essenza, il colore delle loro anima? Forse sì, ma politica, perché la Lombardia Fisica è verde marron e azzurrina come tutte le altre. Che siano questi poi i colori “ veri”dell’Italia? Comunque esistono tutte, l’ha detto la Maestra e non c’è ragione seria di dubitarne.“

Ma c’è di più a Pavana: c’è il fiume, il torrente Limentra, che per i bambini è il mare. Cosicché ci si va a tuffare, nei due modi che si conoscono, a seggiolina e a testa in giù. Si impara a nuotare e a pescare; oltre il nuotare a morto c’è il sistema cagnolina, si muovono le braccia e si battono forte i piedi per fare più spruzzi; si pesca in tanti modi, più facile prendere i pesci con le mani. Una raccolta di memorie non solo proprie ma anche collettive; sono gli anni in cui le tragedie della guerra sfioreranno il piccolo Francesco e Pavana vedrà l’arrivo sia dei nazisti che degli americani.

“Si incominciò a ballare quando arrivarono gli americani. Negli altri anni non ce n’era modo, e neanche omini, che erano tutti in guerra prima, poi in prigionia da qualche parte, e quando arrivarono i tedeschi una gran voglia di ballare proprio non ce l’aveva nessuno. Al Mulino c’era un negro che veniva sempre a mangiare un piatto di minestra e un giorno disse- Voi non lo sapete, ma sono un cantante famoso, giù a casa. Per ringraziarvi vengo una sera a veglia, prendo la chitarra e vi fo sentire cosa canto e come canto.- Arrivò questo una sera e si mise con la chitarra a cantare. Sarà anche stato bravo, ma cantava de la roba, con de le svernie!“

Nel libro sono narrati tanti ricordi e aneddoti, alcuni dolcissimi, come quello di scoprire, con l’aiuto di un concittadino, che la vecchia Zia Teresa, un po’ bruttina, in gioventù aveva avuto addirittura uno spasimante. Guccini ricompone attraverso i ricordi l’ambiente familiare e l’ambiente del paese. Descrive la bottega di Zia Pina, al centro di Pavana: si scendono tre scalini e mille odori inebriano; il baccalà secco, le sarde, il tonno roseo, il pane ancora caldo, alcuni tipi di pasta, le farfalline per il brodo e le conchiglie (perché la pasta la si fa in casa), le marmellate di ciliegie ma quella d’arancia è la più buona. Descrive la casa dei nonni, il Mulino, l’ampia cucina dal basso e le stanze al piano di sopra, stanze da letto chiuse e riservate dove nessuno ci deve metter naso, il comò con i cassetti per la biancheria ricamata, e sopra lo specchio che però deve specchiare il giusto, perché attorno ci sono infilate le foto dei parenti e i santini dei morti. E fra le scoperte, quella più importante, vi è la libreria, il posto più magico che ci sia in tutta la casa, in un vano lungo il corridoio. Il fiume, la terra, il mulino, le provviste di cibo, gli oggetti della quotidianità, tutto il mondo di una civiltà contadina che è il luogo di appartenenza di Guccini e che diviene il suo racconto appassionato in Cròniche Epafàniche. Un luogo molto amato, sentito profondamente e descritto anche nell’album Radici del 1972. Chi conosce le sue canzoni ritrova luoghi e personaggi, come la storia dello zio Amerigo e della sua emigrazione (Pavana è stato un paese di emigranti), o la bellissima frase che tutto riassume ”stoviglie color nostalgia”.

Le storie narrate nel libro sono storie di una cultura semplice e povera che appartiene a tutti noi, vi è un comune sentire, e le situazioni e le atmosfere descritte, per quanto nostalgiche e malinconiche, ci consegnano un Guccini come sempre ironico e capace di affascinare il lettore. Un romanzo che conquista!

La piccola bottega del tè - Caroline Roberts

Per trovare la ricetta della felicità bisogna seguire il cuore.

Un romanzo delizioso, dolce e divertente che alimenta il buonumore.

Ellie Hall ha un solo desiderio: dimenticare la vita di città e dedicarsi con amore alla piccola bottega del tè di Claverham Castle, per realizzare il suo sogno di bambina. Niente più noiosi calcoli al computer, finalmente: nelle sue giornate ci saranno solo tazze fumanti accompagnate da torte e biscottini, e amabili chiacchiere con i clienti. Tutto questo è però guastato dallo scorbutico Lord Henry, proprietario del castello, contrario ad aprire le porte della propria dimora ai visitatori. Ma Ellie non ha alcuna intenzione di perdere ciò per cui ha tanto lottato e così, cupcake dopo cupcake, con la sua bottega conquista il cuore degli abitanti, e i suoi dolci diventano l’attrattiva principale del posto. Ora tutto quello che manca nella vita di Ellie è un pizzico di romanticismo: sarà forse Joe, lo scontroso amministratore della tenuta, a donarle un po’ di inaspettata dolcezza?

“La piccola bottega del tè” è il primo romanzo tradotto in italiano di Caroline Roberts, autrice inglese con all’attivo molti altri lavori incentrati sull’amore, la famiglia ed i fantastici panorami inglesi. Si tratta di un’opera che mi ha scaldato il cuore, semplice e scorrevole. Un romanzo da leggere stesa sul divano accanto al caminetto, sotto la coperta e con una tazza di tè fumante a portata di mano!

Eleanor Hall, detta Ellie, è una ragazza inglese di ventisei anni dai capelli biondo miele che ha bisogno di cambiare vita. Annoiata dal suo lavoro di agente assicurativa dove risponde alle richieste di indennizzo, e scottata dalla vita sentimentale, decide di rispondere all’annuncio lavorativo sul Journal. Ovvero gestire la sala da tè a Claverham Castle per la stagione estiva. Per lei un sogno che si avvera, da quando pasticciava in cucina con la nonna. Però non è tutto oro quello che luccica. La sceglieranno? E soprattutto: sarà all’altezza del lavoro che la aspetta?

“Sentì lo stomaco attorcigliarsi quando il castello apparve alla vista: mura di pietra arenaria grigia con quattro livelli di finestre che la guardavano dall’alto in basso. Claverham Castle. Esistevano veramente persone che vivevano in posti come quello? Davvero c’erano persone che lavoravano in luoghi simili? Si sentì come se fosse giunta sul set di Downton Abbey o dentro qualche fiaba.”

Joseph Ward, detto Joe, è l’amministratore della tenuta. Un ragazzo sulla trentina, alto, slanciato, dai capelli scuri e gli occhi castano scuro. Bello, a volte impertinente. Soprattutto con la dolce Ellie. Con un grosso segreto alle spalle.

“Ma lo sguardo nei suoi occhi le diede un indizio e prima che potesse rendersene conto lui le aveva preso il viso tra le mani e aveva premuto le labbra contro le sue, delicate dapprima e poi passionali quando Ellie rispose al bacio. Il sapore di mele, di sale, di lui. Gli passò le dita tra i capelli mentre si baciavano. Dopo un po’, si staccarono lentamente, e rimasero appoggiati l’uno sulla fronte dell’altra, sempre accucciati contro la roccia.”

Lord Henry, Deana, le guide del castello, le cameriere della sala da tè, faranno tutte da cornice ad una storia irriverente, dai toni caldi della primavera e dell’estate, ma anche con sfumature aristocratiche, in alcuni casi il vecchio verrà rispolverato per dare una nuova chance al nuovo. Le torte, i dolcetti, ma anche i piatti salati che verranno proposti saranno sublimi. E non in poche occasioni ho desiderato catapultarmi fra le pagine per sentirne il profumo ed assaggiarli sorseggiando una buona tazza di tè. La libertà di Ellie sarà messa a dura prova dai genitori, ma ha un carattere tale da abbattere le difficoltà, pronta a rialzarsi.

Lo scannatoio - Émile Zola

Io l'ho letto per studio e devo dire che può sorprendere.
E'un po'noioso, ma non esageratamente, e il ritratto che riesce a disegnare
pare quasi visibile agli occhi. Sfumature sordide temperate da una tecnica scrittoria quasi "impressionista".
[Solo per appassionati di lingua/lett. francese]